La Lega porta dentro la Camera l’odio contro Silvia Romano

Il deputato Pagano ha definito la cooperante liberata dopo 18 mesi di prigionia nelle mani di al Shabaab una "neo terrorista". Proteste da Pd e M5s. Fico: "Parole inaccettabili".

Non sono bastati giorni di insulti sui social, ora le offese e le ingiurie nei confronti di Silvia Romano, la cooperante liberata dopo 18 mesi nelle mani di al Shabaab, sono risuonate persino dentro la Camera dei deputati. Il deputato della Lega Alessandro Pagano l’ha infatti definita Silvia Romano “la neo-terrorista”.

PD, M5s, FICO E CARFAGNA CONTRO LA LEGA

Pagano è stato ripreso dalla vicepresidente Carfagna, cosa che non ha impedito vivaci proteste di molti deputati. Il Pd ha chiesto che la Lega chieda scusa. Il M5s ha definito gli insulti vergognosi. E il presidente Roberto ha definito quelle di Pagano “inaccettabili parole di odio”. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha commentato: “In questi giorni letto e ascoltato cose raccapriccianti”.

LE FORZE DELL’ORDINE CONTRO GLI ODIATORI

Intanto a Milano, dove il pm ha aperto un’inchiesta dopo la campagna d’odio sul web verso la ragazza, prosegue il passaggio di pattuglie di forze dell’ordine lungo la via dove si trova l’abitazione della cooperante liberata dopo 18 mesi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tutti i danni che la pandemia sta facendo al racconto sovranista

All'inizio i nazionalisti esaltavano l'idea di Stato contro l'immobilità di Bruxelles. Ma la diffusione del coronavirus ha dimostrato che mettere confini e frontiere è impossibile. Ora la palla passa all'Ue: se darà una risposta economica consistente nella fase 2, assesterà un altro duro colpo a Trump, Salvini e soci.

Aiutati in un primo tempo, danneggiati ora, non si sa domani. Questo in sintesi l’impatto della pandemia di coronavirus sui partiti sovranisti, cioè nazionalisti. In Europa e negli Stati Uniti, dove il neo-nazionalismo più che da un partito è incarnato dal presidente Donald Trump e da vari gruppi privati che lo sostengono, i sovranisti sono impegnati da circa 10 anni nell’attacco alla globalizzazione, non sempre sbagliato. E anche a ciò che resta delle strutture ispirate dal pensiero internazionalista del secolo scorso, a partire dall’Unione europea. È un quadro dal quale non si può lasciare fuori i due protocampioni del nazionalismo contemporaneo, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, che affermano il concetto di nazione come l’unica vera base della convivenza internazionale. Un internazionalismo dei nazionalismi, insomma. Chiaramente, i maestri di Matteo Salvini e di vari altri.

IN PRINCIPIO FU IL RITORNO ALLA GRANDE DELLO STATO

Alla prima chiusura delle frontiere e alle prime norme che limitavano movimenti e chiudevano attività economiche, fine febbraio e primi di marzo in Europa, si è parlato subito di un ritorno alla grande dello Stato, che agiva, mentre l’Unione europea stava a guardare. Non solo, Bruxelles impiegava vari giorni a dare segnali chiari di avere preso coscienza della gravità della situazione, e non era pronta a richiamare subito all’ordine e alla solidarietà europea quei Paesi che bloccavano gli stock nazionali esistenti di mascherine e altro materiale sanitario, non aiutando i partner. Un successo dello Stato-nazione che esiste mentre l’Unione cerca solo di esistere, a volte inutilmente.

SOSPENSIONE PERSINO DI SCHENGEN

Si assisteva a un trionfo delle frontiere in chiave sanitaria e alla sospensione della libera circolazione stile Schengen. In Italia questo consentiva ad alcuni leader politici, in particolare a Giorgia Meloni, di mettere il dito nella piaga di un’assenza di normativa sanitaria comune, dimenticando che tutta una serie di Trattati, Maastricht, Amsterdam e Lisbona, chiaramente assegna agli Stati nazionali piena competenza in materia sanitaria. E nessuna competenza se non marginale, a parte un vago concetto di “coordinamento” senza effettivi poteri, a Bruxelles. Lo Stato c’è, Bruxelles non si sa, questa la prima lezione.

MA NON C’È CONFINE CHE ARRESTI IL CONTAGIO

L’Italia era nella prima linea sanitaria ed è stata quindi fra i primi a produrre alcune riflessioni. Roberto Esposito, filosofo teoretico alla Normale di Pisa, riflette da anni sul concetto di bio-politica, sulle conseguenze cioè dei maggiori problemi sanitari sulla società. Lanciava a metà marzo in alcune interviste un messaggio chiaro: «Il virus ha dimostrato che il sovranismo è impossibile, poiché non c’è confine che possa arrestare un contagio del genere», diceva per esempio all’Huffington Post. Per aggiungere subito però che i sovranisti torneranno presto alla carica ribadendo la sacralità delle frontiere e delle identità nazionali, difese inalienabili in un mondo ostile. Esposito è fra i più noti e apprezzati filosofi contemporanei a livello internazionale, e fa ciò che da sempre fanno i filosofi di rango, cerca di capire cioè dove va il mondo.

IN TUTTA EUROPA IL FRONTE SOVRANISTA CALA DEL 3-4%

Passata la fiammata statalista, si è visto come la natura “globale” della pandemia danneggi per ora la linea sovranista. Come si fa infatti a esaltare risposte nazionali, e considerare solo queste, quando il nemico al pari del degrado ambientale vola sopra le teste degli uomini e sopra le frontiere? Una analisi condotta una decina di giorni fa e con sondaggi fino a tutto il 21 aprile dall’edizione europea del quotidiano online Politico, vede un calo su tutto il fronte dei sovranisti, attorno al 3-4% per esempio per forze come la Lega e la tedesca AfD (Alternative für Deutschland), mentre risultano in controtendenza i partiti nazionalisti di Polonia e il Fidesz ungherese e Fratelli d’Italia. In calo anche il Rassemblement national di Marine Le Pen. Premiati in genere i governi, che agiscono, penalizzate le opposizioni sovraniste, che non possono fare altri che andare a caccia degli errori dei governi. E hanno l’handicap “filosofico” di offrire inevitabilmente risposte soprattutto nazionali e una maledizione globale.

I COSTI DELLA RICOSTRUZIONE POSSONO FORNIRE NUOVI ASSIST

Non è detto però che questo handicap duri a lungo perché le enormi difficoltà e i costi della ricostruzione offriranno presto spazi ai sovranisti, in particolare in Europa. Dipenderà molto dalla consistenza e dai tempi della risposta Ue, una volta varato il piano complessivo che è stato promesso entro il primo giugno. Come noto è composta da iniziative già annunciate e articolate su Mes (Meccanismo europeo di stabilità, cioè il Fondo salva Stati), Sure (aiuti anti-disoccupazione) e Bei (Banca europea degli investimenti) e dal Recovery Fund, quest’ultimo sembra formato da 320 miliardi di euro utilizzati per raccogliere sui mercati, con obbligazioni, una cifra ben più consistente, da dare ai Paesi in parte come prestiti e in parte come aiuti. Se sarà una massa percepita come consistente e sufficiente ne deriveranno danni notevoli per i sovranisti, poiché il loro messaggio finale è che l’Europa, “questa Europa”, non c’è e quando c’è fa poco o fa danni. Se sarà qualcosa di insufficiente o di non facile da capire cavalcheranno il tutto alla grande.

DA SALVINI SOLTANTO SOLUZIONI POPULISTE

Salvini ha già delineato la strategia in un recente intervento su Il Sole 24 Ore. Chiede – sono tre anni almeno che lo fa, ma ora il tutto viene rilanciato dalla pandemia – il “finanziamento monetario” degli interventi economici. Che sia cioè la Bce a pagare creando moneta. È un chiodo fisso dei nostri sovranisti, e come vediamo subito non sta molto in piedi ed è il punto che più di tutti li qualifica come populisti: soluzioni semplici (e inesistenti) a problemi complessi. «Se l’Unione», scrive ancora infatti Salvini, «con le sue istituzioni rifiutasse di fare quanto indispensabile per la salvezza delle economie degli Stati membri, sarebbe stata lei a spingere questi Stati su strade diverse per assicurare la sicurezza economica, il benessere e la pace sociale dei propri cittadini». Come dire, io ho la ricetta, se non ci pensa la Ue facciamo come dico io.

RICETTE BASATE SU RICATTI, BLUFF E OMISSIONI

È l’eterno antagonismo salviniano con una Bruxelles di cui non si sente minimamente parte. È un ricatto, ma va valutato seriamente. Da un lato viene proposto come se non si sapesse che la Bce, che peraltro sta tenendo l’Italia a galla sui mercati con gli acquisti di titoli, non può monetizzare apertamente la spesa di uno o più Paesi data la sua natura di banca centrale comune. Dall’altro si tratta di un bluff a uso di chi vuole crederci, perché la soluzione si fonda su un ritorno alla lira e a una Banca d’Italia che finanzia senza limiti il Tesoro e la spesa pubblica. Con una Paese già fortemente indebitato e con la storia della lira alle spalle (150 lire circa per un marco tedesco nel 1968, cambi fissi di Bretton Woods, 1.223 lire nel marzo 1995) basterebbero poche settimane a far crollare i cambi e schizzare l’inflazione. Ma Salvini questo, al suo affezionato pubblico, non lo dice.

PURE TRUMP VITTIMA DELLE SUE IDEE IRREALISTICHE

Fra quanti la pandemia ha lasciato per ora scoperti c’è anche Trump. Rifiuta il principio stesso della collaborazione internazionale se non come deal caso per caso e il risultato è che la crisi da Covid-19 è la prima da oltre un secolo che non vede gli Stati Uniti attivarsi per una risposta comune. La stessa azione di Washington contro l’Organizzazione mondiale della sanità, accusata giustamente di avere troppo assecondato i racconti cinesi sul virus, sarebbe molto più efficace e costruttiva se fatta alla guida di un fronte internazionale. E questo vale anche per l’azione contro Pechino, per chiedere ai cinesi di porre fine a pratiche commerciali (animali vivi di ogni genere allevati per consumo alimentare in condizioni igieniche pessime) che sono da secoli riconosciute come incubatrici di nuove malattie. Ma anche Trump è per l’internazionalismo dei nazionalismi e, vittima delle sue idee irrealistiche, sta offrendo il fianco alla strategia russa e cinese di attacco a un secolo di diplomazia americana basata invece sul controllo il più possibile collettivo dei nazionalismi. E a questo punto come fa un nazionalista a pretendere di mettere il becco su come la Cina alleva e vende topi, bisce e pipistrelli?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I sondaggi politici elettorali del 4 maggio 2020

Salvini e Berlusconi lasciano sul campo rispettivamente lo 0,9% e lo 0,8%. In crescita invece Fratelli d'Italia e il Movimento 5 stelle. Stabile il Pd. Tutti i numeri diffusi da Swg.

Occupare il parlamento non ha regalato nuovi consensi alla Lega di Matteo Salvini. Anzi. Secondo le rilevazioni di Swg per il TgLa7 il Caroccio negli ultimi sette giorni ha perso lo 0,9%. Tutt’altra storia per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che porta a casa un +1,1%. Stabile invece il Pd che dal 20,3% passa al 20,2%. Va meglio al Movimento 5 stelle che in una settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,8%). Segno meno anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi che si attesta sul 5,3% (era al 6,1% il 27 aprile). Non può fare i salti di gioia nemmeno Matteo Renzi che con Italia Viva scende al 3% perdendo per strada lo 0,4% dopo il suo attacco a Conte in Senato.

IL SONDAGGIO FAKE DI DOMENICA 3 MAGGIO

Questi i dati ufficiali dopo che nel pomeriggio del 3 maggio un falso sondaggio attribuito alla stessa Swg ha iniziato a circolare su Twitter. I dati segnalavano un crollo dei voti della Lega e di Fratelli d’Italia, rispettivamente del 4,7% e dell’1,8%, e il sorpasso sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle sul Caroccio. Numeri che Swg ha subito smentito: «La slide in circolazione stasera con proprio marchio è totalmente falsa e contiene quindi dati non veritieri. Il prossimo rilascio di dati autentici avverrà la sera di lunedì 4 maggio come di consueto durante il tg de La7 diretto da Enrico Mentana. SWG spa tutelerà la propria immagine in tutte le sedi e presenterà formale denuncia per l’accaduto alle autorità competenti», si legge sul profilo Twitter ufficiale della società.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come combattere il colpetto di Stato delle destre

C'è un progetto eversivo spinto dalla rivolta delle Regioni. Con Salvini che vuole sostituire Conte in piena epidemia di coronavirus. Mentre nel Paese cova un senso di ribellione. Solo Zingaretti e Mattarella possono richiamare al rispetto delle regole.

Temo si stia sottovalutando l’enorme progetto eversivo che è in atto con la rivolta delle Regioni, soprattutto del Nord, guidate, pensate un po’, dalla Calabria di Jole Santelli, donna di passioni, democratica, sicuramente non guidata, in questo caso, da Silvio Berlusconi ma spinta da quel nemico dell’Italia che dirige la Lega che, memore del “boia chi molla”, vuole immolare truppe meridionali per il suo assalto a Palazzo Chigi.

IN LOMBARDIA DUE SOLDATINI DI SALVINI

L’obiettivo è far cadere Giuseppe Conte e di farlo cadere nel pieno dell’epidemia coronavirus. Non dopo, ora e subito. Hanno da tempo cominciato la rivolta alcune regioni del Nord, segnatamente la Lombardia diretta da due personaggi politicamente e amministrativamente incapaci, guidati come soldatini da Matteo Salvini. Ora che siano a un passo da una specie di accordo europeo, a una fase presentata mediaticamente male ma reale di fuoriuscita dalla fase 1, c’è l’attacco finale.

DRAGHI NON SI FACCIA FREGARE DAI DUE MATTEI

Deve essere chiaro, e sono con vinto che lo sia, soprattutto a Mario Draghi, che essere portato al governo da Matteo Renzi e Matteo Salvini è un brutto viatico. Caro Draghi, la stanno “mascariando”, rifiuti. Lei è quello che è, quei due sono due facinorosi. Il danno per il Paese è già enorme. Cova un senso di ribellione profondo. Non è vero che in questi due mesi gli italiani si siano pacati. Si sono incazzati. E hanno ragione.

Mario Draghi (Getty Images).

INTANTO LE BANCHE FANNO LE BELLE STATUINE

Non troveranno i loro negozi e le loro attività, come si è visto andranno nelle mani di usurai perché le banche fanno le belle statuine e in più non si sentiranno tranquilli di fronte a un virus che continua a girare ferocemente fra di noi.

QUESTA DESTRA DIFFAMA L’ITALIA

Conte ha commesso troppi errori. Troppi “io”, troppa poca sostanza. Servivano silenzio e mascherine, silenzio e tamponi, silenzio e ventilatori, silenzio e assunzioni di medici. Non è dalla tivù che si scaccia il coronavirus. La destra non gli perdona il tradimento perché ancora non vuol vedere che se è cascata dal governo è stata colpa di un leader ubriaco fradicio. E da allora attacca, non fa proposte, diffama l’Italia – lo fa anche Renzi – pur di far cadere Conte.

I deputati della Lega hanno occupato l’aula di Montecitorio.

OPERAZIONE DI AVVELENAMENTO DEI POZZI

È una guerra senza limiti che non ha un primo tempo – salviamo il Paese – e un secondo tempo – ora facciamo i conti. Vogliono avvelenare i pozzi e contano anche su una pubblica opinione stanca di ministri e sottosegretari che parlano a vanvera (gli affetti stabili, gli amici ma veri eccetera, ma state un po’ zitti!).

ZINGARETTI DEVE IMPORRE IL RISPETTO DELLE REGOLE

La partita è nelle mani di due sole persone. La prima è un capo politico, Nicola Zingaretti. Lo descrivono come lento e timoroso. Io lo stimo. Si è comportato bene. Ora ponga l’ultimatum, chiami lui i partiti, tutti, e dica a tutti, con chiarezza, che per alcuni mesi si rispettano le regole, si discute ma si rispettano le regole e che le Regioni, per come sono, si stanno rivelando la peggiore riforma repubblicana. Viva i sindaci!

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

MATTARELLA A DIFESA DELLO STATO UNITARIO

Se Zingaretti convince i suoi contraddittori all’armistizio bene, sennò scateni una guerra mondiale nel Paese raccontando tutto sulla Lega, cosa che andrà comunque fatta in campagna elettorale. La Lega di Salvini va indicata come la disgrazia dell’Italia. Il presidente Sergio Mattarella, che è il capo delle Forze armate, generosamente impegnate durante la pandemia, dica alle Regioni rivoltose che non accetterà che si rompa lo Stato unitario. La ricreazione è finita.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Luca Zaia pronto a riaprire tutto il 4 maggio, forse prima

Dopo Fontana, anche il governatore del Veneto annuncia l'allentamento del lockdown. «O si muore con il virus o ci si convive». Intanto guadagna punti e potrebbe pestare i piedi a Salvini.

Riaprire tutto il 4 maggio. Ormai è diventato un mantra. Dopo l’annuncio del presidente della Regione Lombardia, seguito da una tempesta di polemiche visto il drammatico bilancio di morti e contagi, è arrivato quello del suo collega veneto.

«Se ci sono i presupposti di natura sanitaria dal mondo scientifico, dal 4 maggio o anche prima si può aprire con tutto», ha detto Luca Zaia. «Dal 4 maggio dobbiamo essere tutti pronti con dispositivi, regole, ovviamente negoziati con il mondo delle parti sociali e quello dei datori di lavoro. A me risulta che questo lavoro si stia facendo a livello nazionale con questa prospettiva. Non escludo che alcune attività possono essere anche messe in una griglia di partenza, magari, un po’ prima. Immagino che la dead line sia il 4 maggio».

TENERE CHIUSO O PUNTARE ALLA CONVIVENZA CON IL VIRUS

«Il vero tema oggi», ha spiegato il presidente della Regioe Veneto, «è tener tutto chiuso e morire in attesa che il virus se ne vada oppure puntare alla convivenza. A Wuhan è stato deciso di convivere e di aprire perché oltre un certo limite non è più sostenibile, sempre fatto salve le indicazioni del mondo scientifico. So per certo che il Comitato scientifico ha dato già le indicazioni, adesso attendiamo la risposta». Zaia ha fatto i compiti: «Abbiamo completato il nostro master plan per la riapertura, abbiamo voluto scrivere delle regole che siano uguali per tutti». Una road map che sarà discussa venerdì.

PREOCCUPAZIONE PER IL TURISMO

Un occhio particolare va al turismo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia non trovando, ha detto Zaia, «imprenditori che vogliono rinunciare alla stagione estiva». Per questo si attende una risposta dal governo. «Ai nostri operatori turistici servono delle regole che non sono necessariamente e solamente quelle delle aziende delle fabbriche, dei negozi. Pensiamo al tema della balneazione, alla gestione della spiaggia, o al buffet dei bar».

ZAIA PREMIER? PER SALVINI MEGLIO GOVERNATORE

Intanto Zaia guadagna punti. Tanto che Matteo Salvini intervenendo a Prima Serata su Tva Vicenza alla domanda se il presidente del Veneto potrebbe essere un buon premier dopo l’emergenza ha risposto: «Potrebbe fare benissimo tante cose, è uno dei migliori che abbiamo nella Lega. Ma è una risorsa in futuro per tutto il Paese». Ma il suo posto, per ora, sembra essere ancora il Veneto. Dove, ha detto Salvini, «si può votare a luglio, a ferragosto, a metà ottobre e, senza essere veggenti, è facile prevedere che ci sarà un’ampia riconferma per lui e la sua squadra». Meglio insomma tenerlo a Venezia che rischiare di confrontarsi con lui in un futuro a Roma.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sondaggi Ixé: Lega al 26%, Pd al 22,6

La quarantena vale 15 punti in più di consenso per il premier Giuseppe Conte che trascina anche il M5s in leggero rialzo al 16%.

Il consenso in aumento per il premier Conte traina il Movimento Cinque Stelle, la Lega resta il primo partito ma cala ancora. Sono questi i principali risultati del sondaggio condotto da Ixé per Carta Bianca – Rai tra il 6 e il 7 aprile.

LA QUARANTENA VALE 15 PUNTI DI CONSENSO PER GIUSEPPE CONTE

Secondo la ricerca che ha un margine di errore del +-3,10%, la Lega resta in testa con il 26% (dal 26,2 della scorsa settimana), otto punti sotto il dato delle elezioni Europee, seguita dal Pd, stabile al 22,6. Si conferma anche il tendenziale recupero del Movimento 5 Stelle, al 16% dal 15,6 della scorsa settimana, probabilmente da collegare all’ulteriore balzo del gradimento del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriva a toccare il 57% (15 punti in più dall’inizio della quarantena).

FDI AL 12,5%, FI AL 7,5%, SINISTRA AL 3,5%, ITALIA VIVA ALL’1,9

Nella maggioranza Italia Viva è al 2 dall’1,9, La Sinistra al 3,5 dal 3,9 mentre all’opposizione Fdi è al 12,5 dal 12,8 e Fi al 7,5 dal 7,4.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

LEGGI ANCHE: Ora emerge l’Italia degli eroi e quella dei buffoni

Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

LEGGI ANCHE: Con questa Europa no, ecco la bandiera della sinistra

Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La quarantena secondo Efe Bal: «Voglio continuare a lavorare»

Dopo due settimane di isolamento, la trans che sogna di candidarsi con la Lega vorrebbe riaprire le porte di casa sua ai clienti (che non hanno mai smesso di contattarla durante l'emergenza sanitaria)». E le restrizioni? «Il governo pensa ai migranti, ma non a me e alle mie colleghe». L'intervista.

Quando la chiamo, la trovo indaffarata a riordinare la casa. Dopo due settimane di quarantena, la trans di origine turca Efe Bal, che, ci tiene a ribadirlo, si prostituisce «per scelta», è pronta a tornare al lavoro. «Giusto un cliente al giorno, tanto per aver qualcosa da fare durante la giornata a parte portar fuori i cani e cucinare», mi spiega annoiata.

SESSO A PAGAMENTO, NON PROPRIO UNA NECESSITÀ…

Sono perplesso. Forse ingenuo. Milano e il resto d’Italia sono paralizzate a causa del coronavirus e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che riesce ad andare a fare sesso a pagamento? Rischiando di essere contagiato e soprattutto commettendo un reato. Perché gli spostamenti devono essere motivati da «comprovate esigenze lavorative», «situazioni di necessità» oppure «motivi di salute». Vallo a spiegare a un giudice che, per qualcuno, andare da una prostituta è una necessità. Comunque la conferma pratica arriva durante la nostra chiacchierata. L’altro numero di Efe squilla almeno tre volte, lei risponde e sono potenziali clienti.

«IL CORONAVIRUS NON È COME AVERE L’AIDS»

D’altronde le richieste sono arrivate anche nei giorni precedenti. Lei però ha preferito rifiutare. Cosa è cambiato nel frattempo? Siamo ancora in piena emergenza. Le sanzioni sono state inasprite. Ma Efe, come del resto chi la contatta, non mi pare particolarmente spaventata: «Aspettavo che la situazione negli ospedali migliorasse. I numeri iniziano a essere più incoraggianti. E poi anche se prendo il coronavirus non è come prendere l’Aids. Non è una malattia sessuale. Posso essere contagiata anche al supermercato».

«SE MI AMMALASSI LO DIREI A TUTTI»

Provo a spiegarle che il ragionamento non fila. E che è una scelta da irresponsabili. Ma lei rimane della sua idea. «Se mi ammalassi farei come Nicola Zingaretti e Nicola Porro, lo direi a tutti in modo che i miei clienti lo sappiano che sono a rischio», insiste lei. «E poi il governo non ha la minima intenzione di occuparsi di noi 80 mila prostitute. Non ci saranno aiuti economici per noi», aggiunge.

«PRONTE A PAGARE LE TASSE IN CAMBIO DI DIRITTI»

D’altronde la prostituzione in Italia è lecita. Tollerata. Ma non è considerata un vero lavoro. Quindi non è regolamentata. E in questa situazione di emergenza è forse l’ultimo dei problemi nell’agenda di governo. Ammesso che ci sia mai stata. «È un errore. Perché noi saremmo pronte a pagare le tasse in cambio di diritti e un po’ di dignità. Sa quanti soldi arriverebbero alle casse dello Stato?», mi dice Efe Bal alzando il tono.

efe bal quarantena
La prostituta trans Efe Bal con il leader della Lega Matteo Salvini nel 2015.

DOMANDA. Non mi dica che si aspetta che il governo pensi a voi in questo momento.
RISPOSTA.
Ma certo che no. È anche per quello che bisogna continuare a lavorare. Alcuni politici pensano ai migranti, ma non a noi. Molte di noi sono anche italiane. Di questi che arrivano sui barconi non sappiamo nemmeno il loro nome.

Se è per questo nemmeno delle sue colleghe conosciamo i nomi. Non mi pare un buon motivo per schifarli. Non crede?
A me di loro non frega niente.

Anche lei è stata un’immigrata o sbaglio?
Ho la doppia cittadinanza. E poi io sono un’immigrata ricca. Non ho mai pesato sulle spalle degli italiani. E non voglio che altri lo facciano perché non sono bambini. Sono maggiorenni, maleducati, tamarri che vogliono venire qui e trovare una casa, da lavorare e da scopare.

Sta generalizzando. Forse è perché non conosce i loro nomi e loro storie.
Io questa gente non la voglio. Voglio l’Italia di 20 anni fa. Non siamo più al sicuro.

È tutta colpa degli immigrati?
Guardi, parliamo di questi giorni, loro non stanno rispettando nemmeno il decreto. Li vedo in giro in gruppo e nessuno gli dice nulla.

Nemmeno lei rispetterebbe le regole tornando a lavorare. Molte sue colleghe si sono spostate sui social e fanno videochat. Che è più sicuro. Gliel’hanno chiesto anche poco fa al telefono. Perché lei non fa lo stesso?
Non amo particolarmente questo genere di cose. Non avrei nemmeno la ricaricabile. Poi quanto chiedi? Cinque euro? Non ho tutta questa esigenza. E poi una che fa la prostituta dovrebbe scopare con i clienti. A me piace anche. Credo che sia il lavoro migliore del mondo. Oggi siamo tutti prostitute. Anche lei è un prostituto.

Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima

Prego?
In qualche modo vende la tua capacità di intervistare e scrivere per raccogliere due soldi. Vende il tuo cervello. Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima.

Io non mi considero tale. Ma non è questo il punto. Lei e i suoi clienti davvero non avete paura di ammalarvi?
Dio mi vuole bene, non mi sono mai ammalata nonostante il lavoro che faccio. Agli uomini, invece, non interessa niente. Vogliono solo scopare. Bisogna accettarli per come sono. Ancora oggi ci sono tanti che ci chiedono di fare sesso senza preservativo.

Lei accetta?
Io no. Ma tante lo fanno per soldi. Eppure, dopo 30 anni, la piaga dell’Aids non è ancora scomparsa. E nel mondo sono morte milioni e milioni di persone. Questi uomini che non si spaventano delle malattie sessuali, vuole che abbiano paura del coronavirus? Se lo prendono non devono nemmeno dire alle mogli che sono andati a troie! Chissà, magari tra i morti c’è anche qualche mio cliente.

Descrive gli uomini come dei poveri disperati. Anche sfigati. Ce ne sono sicuramente. Ma per fortuna sono una minoranza. O sbaglio?
Ne ho visti talmente tanti! Sa io non credo ci siano uomini che sono fedeli per sempre. A tutti viene la voglia di andare dopo due o tre anni con una prostituta.

Buon per voi. Ma continuo ad avere molti dubbi. O per lo meno a sperare che non sia così.
Si fidi. Poi adesso con i social network… Basta controllare chi si è taggato nel ristorante dove eri a cena per trovare quello seduto al tavolo a fianco. Ci parli un po’ e poi ci scopi. Non lo sapeva?

Si prostituisce anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne, spesso sposati, in cambio di benefit o regali

Questo sì, lo so bene. E non ci vedo nulla di male se sei single.
Oggi il matrimonio è fantascienza. E le prostitute non siamo solo noi che lo facciamo di mestiere. Ma anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne (spesso sposati) in cambio di benefit o regali. Non c’è grande differenza.

Su questo siamo d’accordo.
Infatti secondo me ci sono almeno altre 120 mila persone in Italia che si prostituiscono. Anche se non lo ammettono come facciamo noi. Io non mi vergogno. Sono altri che dovrebbero vergognarsi.

Chi?
Tipo gli anziani che stanno con ragazzine che hanno 50 anni di meno.

Lei non ha clienti molto più grandi di lei?
Io ho superato i 40 anni. E comunque io mica mi ci fidanzo.

Ha una visione decisamente cinica dei rapporti a due. Lei si è mai innamorata?
Sì certo. Anche di qualche ragazza e di qualche cliente. Un grande errore nel secondo caso.

Convincerla a rimanere ferma ancora per un po’ mi pare impossibile. Manterrà gli stessi prezzi di quando ancora il coronavirus non era un’emergenza sanitaria?
Sì. Potrei chiedere molto di più di quello che chiedo visto che sono famosa. Però molti della mezz’ora che pagano sfruttano solo cinque minuti, finiscono e se ne vanno. Difficilmente si fermano a parlare.

Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi

Ha detto che la pandemia è un segnale di Dio. Non pensa sia eccessivo?
Io sono molto credente. Anche se non si direbbe visto il lavoro che faccio. Sono musulmana. E secondo me Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi. Credo molto nel karma.

Come sarà l’Italia quando quest’emergenza finirà?
Noi prostitute continueremo a esserci. Sopravviviamo sempre. Siamo molto forti. Facciamo una vita di merda e siamo abituate a tutto. E, come le ho spiegato, saremo sempre richieste. Non credo si possa dire lo stesso per altri settori.

Tipo?
Ristoranti e negozi che probabilmente ci metteranno un po’ più di tempo prima di tornare a regime. Visto che le persone potrebbero cambiare le loro abitudini e soprattutto portarsi addosso la paura. E vedrà quanti divorzi ci saranno.

Colpa della convivenza forzata?
Le coppie scopriranno che non si sopportano. Fino alla quarantena si riempivano di corna e tutto andava bene. Adesso viene fuori tutto.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati di Salvini, non mi vorrebbero come candidata della Lega

Che fine ha fatto il suo sogno di far politica con la Lega?
Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati, non mi vorrebbero. Matteo Salvini poi ha tanti di quei cazzi a cui pensare che credo non candiderebbe mai una trans. Chiaramente se avessi molto più seguito sui social sarei un nome più appetibile. Se non mi avessero bannato per otto volte su Instagram probabilmente avrei più follower. Veri e non comprati.

I social non la vogliono?
Qualche giorno fa mi hanno bloccata su Facebook semplicemente perché mi chiedevo come mai tra tutti i morti per coronavirus in Italia non ci siano cinesi.

Non lo possiamo sapere. Sono dati sensibili e soprattutto poco rilevanti in una situazione di emergenza come questa.
Non sono poco rilevanti perché il virus è nato in Cina e in Italia ci sono tantissimi cinesi. La mia domanda è lecita e qualche giornalista con le palle dovrebbe approfondire. Perché i rappresentanti della comunità cinese non dicono nulla?

Non mi pare che il bollettino dei morti e dei malati sia suddiviso per etnie. Tra i morti potrebbero esserci cinesi, africani, mediorientali. Mi sembra un po’ complottista il suo ragionamento francamente.
Io non ho nulla contro i cinesi. Io li adoro. Mi sento molto vicina alla loro filosofia di vita. E al loro rapporto con il lavoro. Non sono come gli italiani che non vogliono lavorare la domenica.

Se fosse così la domenica non potrebbe andare a fare la spesa, a fare shopping o a mangiare al ristorante. Di italiani che lavorano la domenica ce ne sono tanti.
Ma chi può non lo fa. Perché i cinesi sono diventati così ricchi in Italia? Perché lavorano sempre.

Ed è scandaloso non lavorare la domenica? Certi lavori in tutto il mondo si fermano la domenica.
Io lavorerei lo stesso.

Buon per lei.
Che poi gli italiani amino la bella vita è sotto agli occhi di tutti. Appena possono prendono e partono per il weekend.

Le femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera

Sono scelte. Come per lei fare la prostituta. A proposito, sa che per molte femministe vendere il proprio corpo non è mai una libera scelta?
Se è per questo molte femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera.

Non vedo il nesso. Ma mi pare di capire che lei non si sente per niente femminista. Sbaglio?
Le donne si odiano. Non credo nella loro solidarietà. Guardi come si querelano tra di loro quelle dello spettacolo. Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli, Romina Power e Loredana Lecciso.

Forse è meglio se questo lo tema lo affrontiamo separatamente.
Quando vuole.

LE PUNTATE PRECEDENTI

LEGGI ANCHE La quarantena secondo Cicciolina: «Medito un ritorno in politica»
LEGGI ANCHE
La quarantena secondo Antonio Razzi, l’auto-recluso modello
LEGGI ANCHE La quarantena secondo Franca Leosini: «Sveglia presto e studio»
LEGGI ANCHE La quarantena secondo Davide Oldani: «Faccio il papà e rifletto»
LEGGI ANCHE
La quarantena secondo Dacia Maraini: «Un’occasione per riscoprirsi»
LEGGI ANCHE La quarantena secondo Natalia Aspesi: «Niente sesso e lamentele»

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Senza il Sud, questo Nord nordista non ce la fa

L’Italia deve aiutare il Settentrione, in questo momento vero anello debole della catena. Si devono spostare medici e infermieri e indicare anche soluzioni intelligenti. Ma la Lega e i suoi accoliti preferiscono divetere gli italiani.

Non spetta a chi ritiene mediamente giuste, nelle condizioni date, le scelte del governo Conte dare giudizi sprezzanti sull’opposizione. Anche a costo di leggere le cose aberranti che i capi dell’opposizioni dicono. Ciò che è imperdonabile sono le fake news, quelle direttamente, ed è facile accertarlo, attribuibili ad alcuni centri di disinformazione.

Né, lo dico da collega, può irritare più di tanto il tentativo da parte di alcuni organi di stampa e di alcune trasmissioni tivù di indicare nella sinistra, nei governanti attuali, in tutto ciò che non è Matteo Salvini, i responsabili di quello che sta accadendo. È loro diritto scrivere quello che vogliono, anche cazzate. Finita l’epidemia qualcuno si occuperà dei “falsi”, chiederà conto delle notizie infondate, cercherà di capire dove si è trattato di errori e dove siamo stati posti di fronte a imbrogli.

Anche imbrogli geo-strategici, come il tentativo molto filo-trumpiano di presentare l’Italia serva della Cina ovvero gli italiani ammiratori della dittatura cinese. Tutta roba del Steve Bannon di questi tempi. Per il dopo c’è tanto da discutere, anche di come è stata amministrata la sanità al nord, ai tagli per favorire le cliniche private oltre che le capacità dei singoli amministratori. Dopo.

C’È CHI SI DIVERTE A SPARGERE ODIO TRA ITALIANI

Ora la guerra ci spinge a fare fronte comune anche con chi ci sta sulle palle e anche con chi spera in una crisi strutturale che rimetta in sella un po’ di allegri consumatori di birra e moijto. Nel dopo, che sarà assediato soprattutto dalla fame, quella vera, dalle aziende che non riapriranno, pensate solo a ristorazione e turismo, dai tanti che si troveranno per strada, noi dovremmo dare riposte. C’è chi darà odio e chi cercherà di dare riposte. Sarebbe facile dire come Libero che se si togliesse il sussidio di solidarietà si avrebbero quattrini in più, ma anche che se i ladroni del Nord, dalla Lega dei 49 milioni a Roberto Formigoni ai tanti amministratori lombardi beccati col sorcio in bocca avessero governato bene, avremmo avuto soldi in più.

L’Italia deve aiutare il Nord, vero anello debole della catena.

Credo che l’odio che si sta cercando già oggi di spargere a grandi mani, potrà esser sopraffatto dalle prove belle date dagli italiani che hanno riscoperto la sanità pubblica e tutti quei professionisti, a cominciare da medici e infermieri, che danno senza ricevere. Il punto di forza è che l’Italia deve aiutare il Nord, vero anello debole della catena. Si devono spostare medici e infermieri e indicare anche soluzioni intelligenti. A Roma si comincia a concentrare tutte le attività specialistiche, tipo la cardiochirurgia, al San Camillo lasciando al Policlinico e allo Spallanzani il carico del Covid-19. E si aprono nuovi centri per gli infettati da coronavirus.

LA LEGA E I SUOI SIMPATIZZANTI CONTINUANO A DIVIDERE

In Puglia Michele Emiliano, che ho più volte criticato, ha attrezzato ospedali per il Covid-19. Si può lavorare meglio e nel lavorare meglio si può dare una mano al Nord. Come per l’alluvione di Firenze. Poi verrà il tempo di chiedere conto di insulti, di letture storiche infondate, di commenti xenofobi da parte di intellettuali autodefinitisi liberali. Io vedo un’area ampia che vuole collaborare e che politicamente va dalla sinistra alla destra e un’area attorno alla Lega (ora è arrivato anche Franco Bechis) che vuole la guerra.

La disputa sul sovranismo è roba di un secolo fa

È un vero peccato che un partito, che aveva come fiore all’occhiello i suoi amministratori, mostri qualche debolezza in quel campo. Sono stati troppo distratti dalle idiozie di un idiota. Noi italiani veri che la bandiera tricolore usiamo per onore, che cantiamo con consapevole retorica l’inno, che siamo fieri quando vediamo qualche numero lombardo migliore e altrettanto fieri dell’ospedale Cotugno di Napoli, sentiamo che la disputa sul sovranismo è roba di un secolo fa. La differenza è fra chi difende l’Italia tutta intera e chi, di fronte a questa ipotesi, sente un bruciore laggiù, proprio laggiù in fondo alla schiena.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La strana missione del bus leghista per gli italiani alle Canarie finisce in parlamento

L'europarlamentare del Carroccio Ceccardi ha noleggiato un pullman che ha recuperato alcuni nostri connazionali in Spagna. Con lei anche i due compagni di partito Centinaio e Gambaccini. Interrogazione del Pd: «Viaggio autorizzato? E le regole del decreto? Un'azione strumentale politicamente che non garantisce lo stesso diritto di rientro a tutti».

Meritoria opera di salvataggio di alcuni italiani intrappolati all’estero o “bomba virale” lasciata scorrazzare per l’Europa in modo incosciente? L’iniziativa del pullman leghista – proprio nei giorni in cui Matteo Salvini è stato fotograto mentre faceva un giro a Roma con la fidanzata senza mascherinadistanza di sicurezza – andato a recuperare i nostri connazionali provenienti dalle Canarie ha fatto discutere. Provocando polemiche politiche e tanti dubbi sulla tenuta sanitaria della “missione” e sul rispetto delle restrizioni governative. Tanto che la questione è finita anche in parlamento grazie a una interrogazione del Partito democratico.

BLOCCATI DALLO STOP SPAGNOLO DEI VOLI

Ma cosa è successo nel dettaglio? Dopo lo stop ai voli decretato dal governo spagnolo per contenere la diffusione del coronavirus c’erano degli italiani rimasti “prigionieri” alle Canarie. L’europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi ha quindi noleggiato un pullman, partito nella nottata tra domenica 15 e lunedì 16 marzo da Barcellona.

A BORDO 46 TURISTI, C’È ANCHE UN DISABILE

A bordo, insieme con l’eurodeputata, c’erano 46 turisti, il senatore del Carroccio Gian Marco Centinaio, e l’assessore leghista del Comune di Pisa, Gianna Gambaccini, in qualità di medico. È stata lei a visitare i passeggeri (c’è anche un disabile) prima di farli salire a bordo del pullman. Il gruppo di turisti era atterrato a Barcellona intorno alla mezzanotte con un volo interno da Fuerteventura.

DOTATI DI MASCHERINE E GEL IGIENIZZANTE

Dalla città toscana i turisti possono poi raggiungere le loro città di provenienza (Massa, Fucecchio, Firenze, Livorno, Torino e alcuni residenti in Campania). Gambaccini ha spiegato: «A ciascuno di loro ho fatto l’anamnesi e chiesto di eventuali sintomi sospetti. A tutti ho misurato febbre, frequenza cardiaca e ossigeno nel sangue con il pulsiossimetro. A tutti abbiamo dato una mascherina, gel igienizzante e assegnato un posto fisso nel bus».

CECCARDI SI SFOGA CONTRO LE OFFESE

Sulla sua pagina Facebook ha esultato invece Ceccardi per il buon esito della missione: «Si torna a casa. È stato un viaggio estenuante: 16 ore di pullman all’andata e sempre al telefono, abbiamo dormito pochissimo, abbiamo letto tanti complimenti da chi pensa sia giusto aiutare dei connazionali in difficoltà e tante offese da chi pensa che siamo stati a fare una gita di piacere ed evidentemente non sa di cosa parla».

LA LEGA ASSICURA DI AVER INFORMATO I MINISTERI

L’iniziativa, della quale Ceccardi ha assicurato di avere preventivamente informato l’unità di crisi del ministero degli Esteri e il ministero dell’Interno, aveva infatti suscitato attacchi da parte del centrosinistra e per questo Ceccardi ha detto che «ci sarà il tempo di rispondere a tutte le offese gratuite, alle falsità, alle inefficienze: ma ora finalmente dormo qualche ora e penso alla mia famiglia a cui non ho smesso di pensare per un secondo, si torna a casa, perché sarà dura stare chiusi in casa per giorni e giorni, ma vi assicuro che starne lontani è anche peggio».

AUTOCERTIFICAZIONI E MISURE DI PRECAUZIONE

La Ceccardi ha ribadito: «Sono stati tutti sottoposti a visita medica e godono di buona salute. Ho fatto firmare a tutti autocertificazioni dove affermano di non essere stati a contatto con casi positivi Covid-19 e vengono tutti da Fuerteventura, un’isola canarina dove si è registrato un solo caso di contagio, quindi una zona meno a rischio di quelle italiane. Abbiamo preso più precauzioni di treni e aerei, dove i passeggeri non sono obbligati a portare mascherine». Una persona tra l’altro è stata lasciata in Spagna «perché ha detto di aver avuto la tosse» così come una ragazza che aveva il raffreddore.

IL PD: «CONDOTTA DA SANZIONARE»

Ma le spiegazioni non sono bastate al Pd. Che ha presentato un’interrogazione alla Camera firmata dai dem Susanna Cenni, Rosa Maria Di Giorgi, Lucia Ciampi e Stefano Ceccanti: «I ministri competenti hanno autorizzato gli esponenti della Lega che hanno noleggiato un autobus per recarsi a Barcellona, con l’obiettivo di recuperare circa 50 turisti italiani bloccati alle Canarie? Se così non fosse, quali provvedimenti urgenti intende assumere il governo per sanzionare tale condotta ed evitare che vengano messe in campo altre “imprese” similari, al fine di garantire il completo rispetto delle norme e la tutela della salute pubblica, nonché il godimento del medesimo diritto al rientro di tutti i cittadini attualmente ancora all’estero? La prefettura di Pisa è stata informata e quali iniziative ha promosso per garantire la sicurezza e la salute pubblica in concomitanza del rientro dell’autobus?».

«PRECEDENTE GRAVE CHE INFRANGE LE REGOLE»

Secondo i deputati «è del tutto evidente che la vicenda rappresenta un precedente molto grave e un’azione del tutto strumentale politicamente. La presenza sull’autobus dei tre politici avrebbe infatti palesemente violato, a differenza degli autisti che erano nell’esercizio del loro lavoro, le disposizioni previste da Dpcm del 10 marzo 2020. Le regole, le norme valgono infatti per tutti, tanto più per rappresentanti della Repubblica e delle istituzioni».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Saltamartini festeggia la vittoria alle suppletive in Umbria nonostante la stretta anti coronavirus

La deputata ha partecipato a un party con militanti del Carroccio postando le foto sui social. Alla faccia delle raccomandazioni del governo.

Mentre si moltiplicano gli appelli per rispettare le raccomandazioni decise per arginare il coronavirus, c’è chi per festeggiare una vittoria elettorale pensa bene di partecipare a party in barba alle misure del governo.

Accade a Terni dove alle suppletive relative al collegio uninominale Umbria 2 al Senato ha avuto la meglio il centrodestra che è riuscito a eleggere la leghista Valeria Alessandrini con il 53,7%. Una vittoria sicuramente netta ma con un‘affluenza del 12,7%.

Per festeggiare il risultato Barbara Saltamartini ha ben pensato di partecipare a un party privato con militanti del Carroccio. E postare le foto sui social. «Non era facile né scontato vincere anche questa sfida elettorale», ha scritto su Facebook.

Non era facile né scontato vincere anche questa sfida elettorale.Il momento delicato in cui vive tutta l’Italia a…

Posted by Barbara Saltamartini on Sunday, March 8, 2020

«Il momento delicato in cui vive tutta l’Italia a seguito dell’emergenza coronavirus; i tanti ostacoli incontrati, quelli che hanno remato contro… Ma ancora una volta abbiamo raggiunto l’obiettivo!!! Da questa sera l’Umbria, e la Lega, ha un senatore in più a rappresentare le esigenze del territorio in parlamento, Valeria Alessandrini». E ancora: «Questa vittoria conferma ancora una volta che state sul territorio, lavorare sodo, paga sempre. Un grazie speciale debbo farlo a quelli militanti, eletti ed iscritti leghisti senza i quali tutto ciò non sarebbe stato possibile!!! Ps tanti auguri da tutti noi di buon compleanno a Matteo Salvini».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché la speculazione di Salvini sul coronavirus non funziona nei sondaggi

La Lega data in calo tra il 29 e il 27%. Col Pd indietro di soli cinque punti. L'emergenza sanitaria ha rafforzato la fiducia in Conte e nella maggioranza. Mentre le sparate dell'ex ministro dell'Interno non fanno effetto. Oscurate dalle notizie sul contagio. Mentre gli elettori chiedono unità.

È stato il primo a cedere alla voglia matta di sciacallaggio politico in piena emergenza sanitaria, attaccando il premier Giuseppe Conte: «Se non sa difendere il Paese si faccia da parte». Ma dopo quasi due settimane Matteo Salvini non sta raccogliendo i dividendi in termini di consenso. Anzi: la Lega ai tempi del nuovo coronavirus in Italia è data in calo da tutti i principali sondaggi.

PRIMA LA POLEMICA CONTINUA, POI PURE IL GOVERNISSIMO

Salvini aveva subito chiesto di «blindare i confini una volta per tutte». Però adesso che gli “untori” siamo diventati noi e all’estero le restrizioni riguardano gli italiani, per l’ex ministro dell’Interno «non è possibile vedere la comunità internazionale voltarci le spalle». Ma più che le sparate contraddittorie sono state evidenti le irrefrenabili tentazioni di polemizzare sempre e comunque sul contagio (è comunque in buona compagnia, vero Matteo Renzi?) e anche la fuga in avanti con quello scenario di governissimo che più che «tirare fuori l’Italia dal pantano» aveva l’obiettivo di spingere dentro l’odiato presidente del Consiglio.

SALVINI OSCURATO DA ALTRE NOTIZIE E DA ALTRI VOLTI

Sin da subito la smania di apparire ovunque aveva persino spinto Salvini ad annunciare la sua partecipazione alla riunione nella Sala operativa della Regione Lombardia, pur non avendo nessuna carica politica che ne giustificasse la presenza. Ma nei giorni dell’infezione che si diffondeva, delle misure di contenimento del virus e dell’aggiornamento costante del numero dei malati, i volti che hanno fatto compagnia agli italiani a casa più o meno in auto-isolamento sono stati quelli dei virologi, del capo della Protezione civile Angelo Borrelli, dell’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera. Salvini è stato (quasi) oscurato, e la paura dell’epidemia ha monopolizzato prime pagine e telegiornali, neutralizzando le sue dichiarazioni a effetto che qualche titolo in tempi di “normalità” lo avrebbero guadagnato. Senza contare che le misure governative che proibiscono manifestazioni e assembramenti di persone hanno inceppato anche la perenne macchina della propaganda del “Capitano” che procedeva a colpi di comizi, con l’orizzonte delle elezioni regionali 2020 e il sogno di una spallata ai giallorossi.

LEGA SOTTO IL 30% DOPO AVER SFIORATO IL 40

L’ultima polemica è stata fatta circolare anche all’estero, grazie all’intervista che il leader leghista ha rilasciato allo spagnolo El Pais: «Questo governo non è in grado di gestire la situazione», ha attaccato Salvini. Parole che non sono piaciute alla maggioranza e che non sembrano essere apprezzate neppure dagli elettori. Secondo un sondaggio Emg Acqua presentato il 5 marzo ad Agorà, la Lega sarebbe in testa ma “solo” con il 29,6%, seguito dal Partito democratico al 21,3% e dal Movimento 5 stelle al 14,7%.

IN PERIODO DI CRISI LA FIDUCIA VERSO LA MAGGIORANZA CRESCE

E secondo Ixè per RaiCartabianca le cose vanno ancora peggio: il Carroccio cala al 27,2%, col Pd indietro soltanto di cinque punti (22%). Perché l’emergenza ha rafforzato il consenso dei partiti di maggioranza, la fiducia nel presidente del Consiglio (40%) e nei leader dei partiti della coalizione (Nicola Zingaretti al 28% e Luigi Di Maio al 22%). A settembre 2019 la Lega era al 33%, 13 punti più dei dem. Quasi un anno prima, ai tempi dell’esecutivo gialloverde, veleggiava oltre il 36%. Speculare sul Covid-19 non sta portando frutti. Ma la Bestia di Luca Morisi non va mai in quarantena.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Augurò a una giornalista di essere stuprata, la Lega lo candida a sindaco a Merano

Nel 2014 Armanini, consigliere comunale a Merano, attaccò la cronista: «Ma perché non le mettiamo un burka e la facciamo andare in Nigeria? Forse, dopo il centesimo stupro si sveglierà». Ora il partito di Salvini dà l'ok per una sua nuova corsa a primo cittadino.

Auguri a una giornalista di essere stuprata 100 volte e sei anni dopo ti ritrovi candidato sindaco. Accade a Merano.

La Lega della città, il commissario per l’Alto Adige Maurizio Bosatra e il vice di Matteo Salvini Andrea Crippa il 4 marzo hanno dato l’ok alla candidatura a sindaco di Sergio Armanini per le prossime Comunali del 3 maggio.

«Io ci sono se voi ci siete! Posso assicurare il mio massimo impegno perché la nostra bellissima città ha l’estremo bisogno di cambiamento e di sostituzione di una classe politica focalizzata sui propri interessi ma non su quelli dei cittadini di Merano!», ha scritto su Facebook il neo candidato, aggiungendo: «Se ti piace Salvini allora vota Armanini».

🔴Adesso è ufficiale – Jetzt ist es offiziell🔴Ieri sera la Lega di Merano, il commissario per la Lega Salvini Premier…

Posted by Sergio Armanini on Wednesday, March 4, 2020

IL COMMENTO CONTRO LA GIORNALISTA DEL CORRIERE DELL’ALTO ADIGE

Tout est pardonné, dunque. Visto che nel 2014 Armanini, allora consigliere comunale e già candidato sindaco di Merano, sul profilo Fb della consigliera comunale di Bolzano di FdI Maria Teresa Tomada aveva augurato a Silvia Fabbi, giornalista del Corriere dell’Alto Adige, di essere violentata selvaggiamente da musulmani.

LEGGI ANCHE: Per un consigliere leghista mente il 90% delle donne che denuncia violenze

La sua colpa? Aver intervistato un 23enne musulmano che aveva aperto la pagina Fb «Convertirsi all’Islam». «Ma perché non le mettiamo un burka e la facciamo andare in Nigeria?», aveva commentato Armanini. «Forse, dopo il centesimo stupro si sveglierà». Evidentemente uscite del genere per Salvini & Co sono quisquilie. Dal canto suo, Armanini su Fb ora risponde a chi rispolvera l’accaduto spiegando che è tutto un fraintendimento dovuto a una traduzione sbagliata dal tedesco. All’epoca si scusò spiegando che era stata «una reazione a caldo» e anche allora si giustificò sostenendo di essere di madrelingua tedesca e di aver scritto il post in italiano. «Mi dispiace», aggiunse, «di avere offeso la giornalista, perché non era nelle mie intenzioni. Odio qualsiasi forma di violenza. Non ho voluto, e non lo farò mai, istigare la gente a usare qualsiasi forma di violenza». Disse poi di anche di conoscere «parecchie persone d’origine nigeriana che nella loro patria hanno subito qualsiasi forma di violenza».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, Regione Lombardia e Lega contro il governo Conte

Primi strappi tra governatori del Nord e l'esecutivo.Il premier chiede coordinamento, minacciando di togliere le prerogative sulla Sanità. Fontana: «Irricevibile e offensivo». E Molinari del Carroccio lo accusa di parlare «quasi da fascista». Salvini all'attacco.

La “quarantena” delle polemiche politiche pare essere finita. Dopo i primi giorni di lavoro coordinato, si registra il primo strappo tra le Regioni colpite dal coronavirus, Lombardia in testa, e il governo.

CONTE: SERVE AL COORDINAMENTO

Basta «iniziative autonome non giustificate», basta andare «in ordine sparso», perché si rischia di far danno. È stato l’appello del premier Giuseppe Conte. Se mancasse il coordinamento tra i servizi sanitari regionali, il governo potrebbe intervenire con «misure che contraggono le prerogative dei governatori». Conte ha poi spiegato che all’origine di uno dei focolai c’è stata la gestione «di un ospedale» non in linea con i protocolli. E, ovviamente si tratta di un ospedale di una Regione del Nord. Poi chiede anche ai presidenti delle Regioni fuori dall’area del contagio di non agire da soli, senza indicazioni da Roma. «Noi veniamo in maniera ignobile attaccati da un presidente del Consiglio che non sapendo di cosa parla dice che noi non seguiamo i protocolli, quando Regione Lombardia i protocolli non solo contribuisce a livello nazionale a realizzarli, ma li segue in maniera puntuale», ha risposto a stretto giro l’assessore al Welfare Giulio Gallera intervistato ad Agorà.

IL CARROCCIO ALL’ATTACCO DEL PREMIER

Ma le sue parole scatenano un putiferio e rompono il fair play che c’era stato finora anche con i governatori leghisti, riportando in primo piano lo scontro in atto con Matteo Salvini. «Conte usa parole quasi fasciste, evoca i pieni poteri, si dimetta», ha attaccato Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. «Insultare la Lega e Salvini è davvero demenziale. C’è qualcuno che gode perché i morti sono in Lombardia», ha detto Salvini su Facebook. «C’è qualcuno a sinistra, pochi per fortuna a godere dei morti… Ma voi davvero non state bene». «Ora è il momento di stare uniti e sperare o, per chi crede, pregare», ha aggiunto.

IL TAVOLO DI COORDINAMENTO PRESSO LA PROTEZIONE CIVILE

Il presidente del Consiglio intanto ha istituito un tavolo di coordinamento quotidiano tra governo e Regioni nella sede della Protezione civile. L’obiettivo è anche prevenire episodi come quello della quarantena imposta in Basilicata agli studenti che tornano dal Nord. O della sua telefonata, a conferenza stampa in corso, al presidente delle Marche Luca Ceriscioli che stava per annunciare la chiusura delle scuole: il premier gli ha chiesto di non farlo e il governatore, immediatamente, si è adeguato.

LA RISPOSTA DELLE REGIONI

Anche con i governatori del Nord, che fronteggiano il contagio, Conte sceglie la linea del filo diretto, mentre Salvini cannoneggia il governo. La situazione si è fatta incandescente nella tarda serata di lunedì quando il premier ha detto che per governare l’emergenza il governo è pronto non solo, come annunciato dal ministro Francesco Boccia, a impugnare decisioni fuori asse delle Regioni, ma anche a intervenire al loro posto in materia di Sanità. «Un’idea irricevibile e per certi versi offensiva», ha commentato il lombardo Attilio Fontana, che ha rivendicato quanto fatto dalle Regioni aggiungendo che a questo punto inizierà a ricordare di aver avvertito il governo un mese fa dei rischi di contagio. «Qualche risposta è mancata dal governo», ha attaccato pure il ligure Giovanni Toti. Si è rotto così lo spirito di unità nazionale che aveva segnato finora la gestione dell’emergenza. Conte ha annunciato anche un «tavolo con tutti i partiti» a Palazzo Chigi a cui ha intenzione di invitare anche Salvini. «Ma la smetta di speculare», ha ha sottolineato spazientito. Il leader della Lega era sembrato abbassare i toni, dicendosi pronto a collaborare con proposte e rispondere a una chiamata del premier. Ma in realtà non depone le armi, sposta solo un po’ più in là, a emergenza placata, la richiesta di dimissioni di chi nel governo si è mostrato «incapace» perché «ha aspettato il morto per agire».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Identikit del prossimo Presidente della Repubblica

Oggi può diventare capo dello Stato chi ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Quelli che sanno le cose della politica dicono, e scrivono, che la fibrillazione di questi giorni è dovuta all’avvicinarsi delle nomine nelle partecipate e, sullo sfondo, all’avvio della gara per il Quirinale

Le nomine sono un passaggio importante che in un Paese serio andrebbe affrontato con uno spirito, diciamo così, oggettivo. Chi ha fatto bene va confermato, chi no lascia.

In un Paese serio le aziende non andrebbero sottoposte a numerosi cambi di vertice ma bisognerebbe lasciare che le leadership abbiano il tempo di  realizzare un programma di medio periodo. Invece in Italia accade come per le leggi sulla giustizia, sui criteri elettorali o sulla scuola. L’ultimo che arriva fa a modo suo nella certezza che il successore butterà tutto per aria. Per le nomine il criterio meritocratico non è difficile da realizzare: si guardano le singole aziende, le si confronta con il loro recente passato, si decide se il programma di chi c’è ha avvenire e quindi si decide. Dovrebbe essere così. Dovrebbe.

GLI INTERVENTI DEL COLLE NELLA VITA POLITICA

Per il Quirinale è un terno al lotto. Il Colle è passato dall’essere raffigurato come il luogo di elezione per una figura notarile, a sede della politica-politica. Diciamo da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibili. Tanto per non fare nomi hanno dominato la scena politica sia Sandro Pertini, sia Oscar Luigi Scalfaro, sia Francesco Cossiga, sia Giorgio Napolitano con interventi spesso necessari ma non sempre rispettosi dell’autonomia della politica.

Da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibil.

Sergio Mattarella è un presidente attento, che non si mette la maglietta di alcuna squadra politica e che cerca di fare l’arbitro. Talvolta esagera in timidezza. Ma nessuno può accusarlo di avere invaso campi non suoi. È però anche lui un presidente molto attivo sullo scenario della politica dove si è confrontato con una situazione inedita che ha visto l’apparente affacciarsi di un nuovo sistema politico fondato su Lega e 5 stelle che poi è crollato perché gli uni si stanno squagliando e l’altra ha uno sconsiderato alla guida del partito più forte.

IN CORSA PER IL POST MATTARELLA ANCHE CARTABIA

In queste settimane però si sono moltiplicati i boatos su chi potrebbe aspirare al Quirinale. Finalmente si sussurra anche il nome di una donna, la dottoressa Marta Cartabia che presiede l’Alta Corte. L’aspetto più surreale è che tutti i candidati, quasi sempre auto-candidati, sono del centrosinistra malgrado questa componente abbia pochi voti in parlamento. E i pettegolezzi girano in modo esasperato e spesso ingiustificato e ingiusto.

L’ANSIA DI PIACERE A DESTRA

Perché quel noto politico scrive su un ragazzo di destra ucciso dalla sinistra? Perché l’ex magistrato che ha guidato il partito dei giudici, rovinando l’Italia, fa sforzi tarantolati per accreditarsi come il legittimatore della destra di Salò? E che cosa pensa di fare l’uomo simbolo dell’Ulivo e il giovane-vecchio Dc che comanda su tutto? Tutti vengono da un mondo diventato minoritario e tutti sembrano impegnati nella corsa per piacere a destra.

UNA MAGGIORANZA QUIRINALIZIA INEDITA

Potrei continuare l’elenco facendo una scommessa. Nessuno di loro arriverà al Colle per due ragioni. La prima è che nella partita ci sono i voti dei 5 stelle, ormai “grandi elettori” privi di una guida, e soprattutto ci sono i voti della destra. Molto probabilmente potrebbe nascere una maggioranza quirinalizia inedita che faccia fuori i soliti noti. Se quello che scrivo è vero o verosimile, chi aspira al Quirinale, compreso l’attuale inquilino, deve mostrarsi come la persona che può risolvere le crisi che si succederanno da qui al voto per la Presidenza della Repubblica. Altre volte ha vinto un outsider. Lo era Pertini, lo era Scalfaro, lo è stato Giorgio Napolitano. Oggi può diventare presidente solo uno che fa cose per la Patria e che ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa c’è dietro la giravolta “moderata” di Salvini contro Meloni

Fratelli d'Italia cresce nei sondaggi. Così la Lega prova a reinventarsi "destra non radicale". Per costruire un'alleanza centrista che accrediti il Carroccio anche a livello internazionale. Cercando il dialogo persino con Renzi. Ma l'orizzonte di voto è rimandato almeno al 2021.

Un selfie non è bastato a siglare la tregua. La foto pubblicata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni non ha infatti smorzato le polemiche tra i duellanti del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia.

SCINTILLE FRUTTO DELLA COMPETIZIONE CHE CRESCE

Anzi, come spesso accade, i selfie trasudanti armonia sono un termometro delle tensioni in aumento e servono alla propaganda per provare a celarle. Le scintille sono il frutto della competizione, seppure negata in pubblico dall’ex ministro dell’Interno, tra i due partiti.

FDI SALE, LA LEGA CALA: INSOFFERENZA IN VIA BELLERIO

La crescita nei sondaggi di Fdi e il trend di frenata (e qualche volta di calo) della Lega aumentano l’insofferenza dei vertici di via Bellerio, che per questo motivo hanno iniziato a studiare scenari diversi per il futuro con un orizzonte di voto alle Politiche almeno per il 2021. L’obiettivo? Un centrodestra cucito a misura di Salvini, con una costellazione di forze centriste e moderate a fare da pretoriani, anche per accreditare il (fu) Carroccio presso le cancellerie europee.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

NUOVA STRATEGIA GIÀ DALLE REGIONALI 2020

E non escludendo a priori neppure il dialogo con Italia viva di Matteo Renzi per mettere all’angolo della destra il partito guidato da Meloni. Una strategia destinata a partire fin dalle Regionali: dopo la sconfitta in Emilia-Romagna, le elezioni della primavera 2020 hanno acquisito ancora maggiore importanza per Salvini. Soprattutto nelle regioni del Sud: in Campania e in Puglia la Lega non vuole limitarsi a un ruolo ancillare.

LA LINEA DI GIORGETTI: BASTA CON TENTAZIONI DI ITALEXIT

È già stata messa a punto la macchina della propaganda leghista tutta orientata al riposizionamento “moderato” del partito, sotto la regia attenta di Giancarlo Giorgetti. L’incontro con la stampa estera ha rappresentato alla perfezione l’obiettivo di rinnovare l’immagine davanti alle diplomazie mondiali: una forza affidabile, non più anti-sistema. Giorgetti ha così piantato un paletto: basta tentazioni di Italexit. La Lega è per restare nell’Unione europea. «Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto», ha sentenziato l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Corriere, con buona pace dei parlamentari no euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.

Non ambisco a rappresentare la destra radicale

Matteo Salvini

Una frase che sembra fare il paio con il «non ambisco a rappresentare la destra radicale», pronunciata da Salvini e che ha fatto sobbalzare dalla sedia i vertici di Fdi, che hanno replicato con una buona dose di irritazione.

TRA MATTEO E GIORGIA NON SOLO DIVISIONI PERSONALI

La Lega è al lavoro, in silenzio, per svincolarsi dagli eredi di Alleanza nazionale: una presenza troppo ingombrante, perché Giorgia Meloni non è certo un alleato tenero; sa occupare la scena mediatica, talvolta rubandola proprio a Salvini. Ma non è solo una questione personale: ci sono dei dossier su cui l’intesa sarebbe difficile anche solo da immaginare. Basti pensare all’autonomia, tema finito sotto traccia ma che resta fondamentale per i governatori leghisti del Nord, Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).

Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

ALLA RICERCA DELLA STAMPELLA DI FORZA ITALIA

Al confronto i tavoli con il Movimento 5 stelle e l’allora ministra per il Sud, Barbara Lezzi, sarebbero ricordati come una passeggiata di salute. Perciò è meglio progettare un centrodestra con la Lega a fare da traino, appoggiata sulle stampelle dei moderati di Forza Italia o di quel che diventerà nei prossimi mesi visto lo sfarinamento in atto tra gli azzurri.

FIGURA CHIAVE TOTI, PIÙ CHE CARFAGNA

Anche per questa ragione Salvini continua a tenere in grande considerazione il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, fondatore del piccolo partito Cambiamo. L’auspicio è che sia lui, più che Mara Carfagna, a raccogliere l’eredità di quell’area. Del resto Toti è stato sin dal principio il più leghista dei forzisti, molto prima dell’addio al partito di Silvio Berlusconi.

Giovanni Toti e Mara Carfagna.

E RENZI SI STA DIMOSTRANDO IL MIGLIOR ALLEATO…

Tra i corridoi dei Palazzi si muove altro, con risvolti tutti da verificare. La Lega continua a studiare con interesse le mosse dell’altro Matteo, quel Renzi che si sta rivelando il miglior alleato del centrodestra nell’azione di logoramento del governo Conte 2. Nessuno ufficialmente è talmente spregiudicato da fare aperture all’ex presidente del Consiglio, nella consapevolezza che in questa fase sarebbe puro autolesionismo. Perciò viene stroncata sul nascere qualsiasi ipotesi di governo con Lega e Italia viva in questa legislatura, fosse anche un esecutivo istituzionale.

salvini renzi accordo retroscena
Matteo Salvini e Matteo Renzi.

CONVERGENZE SU PRESCRIZIONE ED ECONOMIA

Il rapporto di simpatia personale tra Salvini e Renzi è comunque un fatto assodato. In pubblico si beccano in un gioco delle parti funzionali a entrambi per legittimarsi come avversari. Ma già nelle votazioni in parlamento sulla prescrizione si sono verificate convergenze. E in materia di fisco ed economia la distanza tra i “due Mattei” non è affatto siderale.

MA SE SI VOTASSE SUBITO TUTTA LA STRATEGIA CROLLEREBBE

La strategia leghista è in ogni caso legata al fattore temporale. Un centrodestra a guida Salvini e libero da Meloni è ipotizzabile solo con un orizzonte di voto alle Politiche quantomeno nel 2021, per cercare di sgonfiare il consenso di Fratelli d’Italia. Tuttavia, in caso di un definitivo sfaldamento del Conte 2 e un eventuale ritorno al voto, non ci sarebbe scelta: la Lega dovrebbe fare i conti con la realtà dei voti e accettare l’alleanza con Fratelli d’Italia, quel partito che dallo stesso Salvini è stato relegato a rappresentare la «destra radicale».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini torna a parlare di uscita dell’Italia dall’Ue

In un live su Facebook, il leader leghista minaccia: «O si cambia, o facciamo come gli inglesi». Ma due giorni prima aveva rassicurato la stampa estera: «Non vogliamo uscire dall'Unione».

«O l’Europa cambia o non ha più senso di esistere». Sarà l’onda lunga della Brexit, ma Matteo Salvini ha cambiato di nuovo idea sull’Ue. In un live su Facebook, il leader leghista è tornato ad attaccare le istituzioni europee, con cui sembrava aver siglato una tregua almeno parziale nel periodo in cui era stato ministro, dopo anni di campagna elettorale condotta all’insegno dell’euroscetticismo, con tanto di minacce di tornare alla lira. «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore», ha detto Salvini.

LA CONFERENZA STAMPA EURO-FRIENDLY

Eppure, appena due giorni prima, Salvini aveva accolto la stampa estera a una conferenza il cui obiettivo era proprio quello di riposizionare il partito sui temi che riguardano l’Unione: «La nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica» aveva detto il 13 febbraio. Concetto ribadito dall’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti in un intervista rilasciata il giorno dopo al Corriere della Sera. Due giorni sembrano essergli bastati per cambiare radicalmente idea e tornare a minacciare una Italexit.

IL PIEDE IN DUE STAFFE

La sensazione è che Salvini cerchi da una parte una credibilità istituzionale che la sua vicinanza alle forze sovraniste europee gli aveva fatto perdere, ma che al tempo stessa non voglia cedere davanti a un elettorato scontento, che finora è stato la chiave del suo successo. Due facce, insomma, una più istituzionale e ufficiale, l’altra da uomo del popolo. Strategia confermata anche da quanto, secondo quello che riporta il Corriere, avrebbero spiegato i suoi comunicatori: una linea che è quella annunciata davanti ai giornalisti stranieri con qualche potenziale deroga su casi specifici.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I sondaggi politici elettorali del 10 febbraio 2020

Continua l'onda lunga delle Regionali in Emilia Romagna: Il Pd risale al 20,7%, la Lega cala al 32,3%. Stabile il M5s.

L’onda lunga delle elezioni in Emilia Romagna si fa ancora sentire sui sondaggi politici elettorali. Nelle rilevazioni di Swg per il TgLa7, il Pd continua la sua risalita passando dal 19,7% del 3 febbraio al 20,7% del 10 febbraio, la Lega cala dal 33,3% al 32,3%, il M5s passa dal 13,9% al 14%, FdI dal 10,2% al 10,8%, Forza Italia dal 6,3% al 5,4%, Italia viva dal 4,1% al 4,2%.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini gela Bossi: «La Lega non ha padri nobili»

Il leader del Carroccio risponde con una frecciata alle critiche del fondatore, che in un'intervista aveva messo in dubbio la strategia nazionalista dell'ex ministro dell'Interno.

«Non ci sono più padri nobili: i padri nobili della Lega sono i 9 milioni di italiani che ci danno il voto», ha detto Matteo Salvini ai cronisti a Palermo che gli hanno chiesto se Umberto Bossi è ancora il padre nobile della Lega. Alla domanda di un cambio di leadership nella Lega, Salvini ha risposto: «Un partito che ha il 33% dei voti e l’affetto di milioni di italiani penso che risponda coi fatti». «La Lega è presente in tutta Italia e ambisce a governare ovunque», ha aggiunto.

BOSSI: «LA TESSERA NAZIONALISTA NON FA PER ME»

«Ho aderito al gruppo Lega per Salvini premier per forza di cose. Ma una tessera nazionalista mica fa per me. Ci sono tanti militanti che non approverebbero. Molti sono già andati via, attirati dal movimento Grande Nord di Roberto Bernardelli. Sbagliano prospettiva. Soffrono perché la Lega ha tolto la parola al Nord. Ma non è finito il mondo. Un recupero è possibile», aveva detto in un’intervista a Repubblica il fondatore della Lega Nord. «Evidentemente», aggiungeva Bossi, «anche cambiando leadership. Ma io ho fiducia che, essendo mutata la situazione, anche le persone possano correggersi e cambiare».

«BONACCINI È STATO BRAVO»

Il Senatur ha parlato anche esplicitamente di Salvini e della sconfitta in Emilia Romagna: «Con la linea nazionalista neanche in Emilia c’era da pensare di vincere. Bonaccini è stato bravo ad agganciarsi per tempo al treno di Lombardia e Veneto, con il progetto del regionalismo differenziato. La Lega nazionalista invece gli ha concesso uno spazio che doveva essere il suo. Come non capire che il popolo emiliano vuole raggiungere il traguardo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I pm di Milano non mollano l’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega

Chiesti altri sei mesi di tempo per condurre le indagini. Nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci le foto di un foglio con le percentuali dell'accordo (mai andato in porto).

La procura di Milano ha chiesto altri sei mesi di tempo per continuare a indagare sui presunti fondi russi alla Lega. Nell’inchiesta sono indagati per corruzione internazionale Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia ed ex portavoce di Matteo Salvini, l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex banchiere Francesco Vannucci.

LA DECISONE DEL GIP ENTRO DUE SETTIMANE

Sulla richiesta adesso dovrà pronunciarsi il gip Alessandra Clemente. Gli avvocati degli imputati avranno cinque giorni di tempo per depositare eventuali memorie difensive. Dopo questo termine, entro una decina di giorni, il giudice prenderà la sua decisione ed è molto probabile che la proroga verrà concessa.

L’INCONTRO ALL’HOTEL METROPOL DI MOSCA

Al centro dell’inchiesta c’è la presunta trattativa, non concretizzata ma andata in scena all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018, su una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto avere lo scopo di rimpinguare con 65 milioni di dollari le casse della Lega. Da una parte i tre indagati, dall’altra altrettanti cittadini russi.

FILE AUDIO E FOTO AGLI ATTI DEGLI INQUIRENTI

Agli atti della procura ci sono i file audio resi pubblici da BuzzFeed, ma nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci gli inquirenti hanno trovato anche le foto di un foglio con i dettagli del presunto accordo. Nell’appunto compaiono le percentuali dell’affare, su una partita di petrolio del valore di 1,5 miliardi di euro: il 4% sarebbe dovuto andare alla Lega, il 6% agli intermediari russi. La foto sarebbe stata scatta da Meranda, che poi l’avrebbe girata a Savoini e Vannucci.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

LEGGI ANCHE: Che vi avevo detto? Salvini è arrivato al capolinea

Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

LEGGI ANCHE: Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

LEGGI ANCHE: Bibbiano, il Pilastro e il Papeete sono le sconfitte simbolo di Salvini

L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cerignale, l’unico paese rosso del Piacentino

Dei 46 comuni della provincia conquistata dalla Lega solo il paese dell'Alta Val Trebbia è rimasto fedele al centrosinistra con la vittoria della lista Emilia-Romagna Coraggiosa davanti al Pd.

Un puntino rosso circondato dal blu. A guardare la mappa del voto in Emilia-Romagna realizzata da You-trend non può non cadere l’occhio su quella sorta di anomalia al confine tra il Piacentino e la Liguria.

Mentre tutta la provincia è ormai territorio della Lega di Matteo Salvini, che si è espansa anche in quel di Parma, il fortino di Cerignale – una manciata di elettori, circa 170 – è rimasto fedele alla sinistra. Unico tra i 46 comuni piacentini dove Lucia Borgonzoni ha sfiorato punte del 66%. E unico a brindare per la vittoria di Stefano Bonaccini.

Non solo. Nel paese dell’Alta Val Trebbia sembra essersi già realizzato quel bipolarismo tornato in gran voga nelle analisi post-voto. Già perché se Bonaccini qui ha incassato il 65% e Borgonzoni il 34%, il M5s è rimasto a bocca asciutta: zero.

CERIGNALE FEUDO DI EMILIA-ROMAGNA CORAGGIOSA

Passando alle liste, la vera vincitrice a Cerignale è stata la lista della sinistra ecologista capeggiata da Elly Schlein Emilia-Romagna Coraggiosa con il 55%. Il Pd si è fermato al 5%. La Lega al 16% e Fratelli d’Italia all’8%.

L’elaborazione di You Trend sui dati del ministero dell’interno.

Merito del sindaco Massimo Castelli, confermato alla guida del paese per la terza volta lo scorso maggio (tutte e tre le volte con liste civiche vicine al centrosinistra) proprio di Emilia-Romagna Coraggiosa che nell’intera regione ha conquistato il 3,79%. «Un risultato sopra ogni più rosea aspettativa», ha commentato il primo cittadino a Piacenza24. «Una lista civica, un simbolo nuovo, siamo partiti in ritardo. Aver conquistato 2.878 voti personali e 5215 in tutta Piacenza rappresenta una grande soddisfazione». A Piacenza, ha sottolineato Castelli, «abbiamo ottenuto il risultato migliore in regione e questo ci darà la possibilità di portare avanti temi a noi cari come la lotta allo spopolamento della montagna e la lotta alla marginalità».

LEGGI ANCHE: Quanto hanno pesato le Sardine nella vittoria di Bonaccini

ALLE SCORSE EUROPEE LA VITTORIA DEL PD

A maggio 2019 Castelli era stato riconfermato primo cittadino con la lista Insieme ancora per Cerignale legata al centrosinistra con 75 voti, tradotto in percentuale l’89,28%, contro i 9 (10,71%) di Roberto Nistri. Ma anche alle Europee Cerignale si era distinta. Qui il Pd aveva preso il 46,2% (37 voti) contro il 32,5% della Lega (26 voti). Il M5s dava ancora segni di vitalità: con 4 voti era arrivato al 5% (come Forza Italia). Giusto un poco meglio era riuscita a fare Fratelli d’Italia con 5 voti (6,2%). +Europa, invece, si era arenata sul 2,5%: due i voti. Cerignale era pure allora in controtendenza: nel Piacentino la Lega aveva toccato il 45,31% contro il 19,45 del Pd e il 9,79 del Movimento 5 stelle.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini ha scaricato antisemitismo ed estrema destra, la Lega non ancora

Il segretario si è detto amico degli ebrei e soprattutto di Israele. Smentendo i contatti con CasaPound e neofascisti. Eppure nel suo partito non sembrano pensarla tutti nello stesso modo.

Le tempistiche a volte sono determinanti per leggere e capire gli avvenimenti.

E così, in vista della Giornata della memoria, Matteo Salvini ha organizzato un convegno a Palazzo Giustiniani contro le nuove forme dell’antisemitismo. Per dimostrare che la Lega è amica degli ebrei, che mai si permetterebbe di offenderli.

Per dire che, se diventasse premier, riconoscerebbe immediatamente Gerusalemme come capitale d’Israele. E per sottolineare, ancora, che la Lega non ha rapporti con l’estrema destra, a cominciare da CasaPound.

Peccato, però, che la realtà sia ben diversa e certamente non basta un convegno per cancellare intrecci, rapporti, dichiarazioni. Un convegno a cui, peraltro, erano assenti tutti i più alti rappresentanti dell’ebraismo italiano e romano, a cominciare da Liliana Segre, che ha preferito declinare l’invito.

Il leader della Lega Matteo Salvini, durante il convegno studio dal titolo “Le nuove forme dell’antisemitismo” a palazzo Giustiniani, il 16 gennaio 2020 (Ansa).

Non bisogna dimenticare che la Lega stessa si è opposta all’approvazione della Commissione d’inchiesta proposta dalla stessa Segre, contro i fenomeni di intolleranza.

GLI ATTACCHI LEGHISTI A LILIANA SEGRE

C’è da sorprendersi? Probabilmente no, dato che in giro per l’Italia più di un leghista ha attaccato frontalmente la senatrice. Fabio Tuiach, consigliere comunale di Trieste del Gruppo Misto (ex Lega e Forza Nuova), intervenuto durante la mozione per assegnare la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita, ha espresso in questo modo il suo parere contrario: «Segre ha detto che Gesù era ebreo: da cattolico mi sento offeso».

incontri scuole liliana segre testimonianza
La senatrice a vita Liliana Segre arriva al teatro degli Arcimboldi per un incontro con gli studenti milanesi in occasione della Giornata della memoria nel 2018. (Ansa)

Ancora più diretto è stato Riccardo Rodelli, segretario cittadino della Lega di Lecce, che su Facebook ha definito Liliana Segre una «nonnetta mai eletta», una «Mrs Doublfire di Palazzo Madama», una «vecchietta ben educata reduce dai campi di concentramento». Parole talmente gravi che hanno costretto la Lega all’espulsione del suo segretario.

LEGGI ANCHE: Che vi avevo detto? Salvini è arrivato al capolinea

LE OFFESE A GAD LERNER A PONTIDA

Ma non sono le uniche dichiarazioni contro gli ebrei del popolo leghista. E non serve andare lontano. A settembre 2019 una folla inferocita ha attaccato Gad Lerner, presente in qualità di giornalista al raduno di Pontida, al grido di «ebreo, straccione, massone».

LEGGI ANCHE: Le sfumature nere della Lega di Salvini

Pochi mesi dopo a tornare all’attacco degli ebrei ci ha pensato Giovanni Candusso, consigliere leghista di San Daniele (Udine) che su Facebook si è lasciato andare: «Ebrei, odiati da tutti, ma stranamente, sostenuti da certa politica di parte. Da sempre sanno fare solo le vittime di comodo». Espulso anche lui. A Gorizia un altro consigliere, Stefano Altinier, alla domanda di Facebook sull’orientamento religioso ha risposto fieramente «antisemita», salvo poi scusarsi e rimuovere lo status quando è stato sollevato il caso.

QUELLE CITTADINANZE ONORARIE CONTESTATE

Che dire, poi, delle curiose scelte amministrative. Se in tante città Lega e alleati si sono opposti alla cittadinanza onoraria ancora a Segre, in altri casi si è pensato di intitolare strade a personaggi dubbi. Come nel caso di Erba, dove la Lega avrebbe voluto intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti nella persecuzione degli ebrei e aderì alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi.

LEGGI ANCHE: La nostalgia del fascismo degli amministratori locali

«Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto nell’occasione il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili. «Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona», ha continuato. «Per Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi». Dopo le polemiche inevitabilmente scaturite, la mozione è stata ritirata.

Militanti di Casapound issano gli striscioni del movimento neofascista.

LE AFFINITÀ CON L’ESTREMA DESTRA

Altro tema è quello dei rapporti della Lega con i movimenti di estrema destra. Inesistenti a sentire Salvini oggi. Già diverse settimane fa, ospite a Fuori dal coro, il Capitano aveva detto chiaramente che «in Italia non ci sono fascisti», salvo dimenticare due partiti come Casapound e Forza Nuova che si richiamano esplicitamente a quell’ideologia e con cui, peraltro, il Carroccio ha legami da anni.

LEGGI ANCHE: Estratto di I Demoni di Salvini di Claudio Gatti

Sin dai tempi di Mario Borghezio, rieletto nel 2014 all’Europarlamento nella circoscrizione del centro Italia grazie anche ai voti del partito di estrema destra. E forse non è solo un caso che Borghezio scelse come suoi assistenti Mauro Antonini e Davide Di Stefano, diventati rappresentanti di spicco proprio di CasaPound.

Mario Borghezio.

Il discorso non è cambiato con Salvini: ha partecipato insieme al partito neofascista a innumerevoli manifestazioni; ha indossato felpe col brand vicino a CasaPound; ha pubblicato il suo libro-intervista con Altaforte, casa editrice di riferimento per i neofascisti. E se nell’ultimo periodo il segretario della Lega ha preferito assumere un basso profilo (pur non attaccando mai CasaPound, per esempio sullo sgombero dell’edificio di Via Napoleone III a Roma), tanti altri esponenti hanno tranquillamente continuato ad avere rapporti. A settembre 2019 si è tenuta a Verona la festa nazionale della tartaruga frecciata. Tra gli ospiti il deputato leghista Jari Colla ai senatori Simone Pillon e Andrea Ostellari.

LEGGI ANCHE: Estrema destra, mappa politica della galassia nera in Italia

Altro rapporto storico è quello con un altro gruppo neofascista come Lealtà Azione. Alla tradizionale Festa del Sole dello scorso giugno a Milano c’erano Jacopo Alberti e Massimiliano Bastoni, consiglieri regionali rispettivamente in Toscana e in Lombardia; e tre europarlamentari salviniani: Angelo Ciocca, Oscar Lancini e Silvia Sardone. L’anno prima, nel 2018, c’era tra gli altri Paolo Grimoldi: deputato dal 2004 ed ex segretario della Lega in Lombardia, si è fatto conoscere anche per una polemica sul Diario di Anna Frank (tanto da presentare un’interrogazione al ministro dell’Istruzione), di cui definì alcune pagine «non adatte ai bambini» perché dai contenuti hard. Insieme a lui anche Igor Iezzi, da sempre vicino a Lealtà Azione: nel 2014, mentre ricopriva la carica di consigliere comunale a Milano, si è presentato a Palazzo Marino indossando un burqa contro la decisione dell’amministrazione Pisapia di individuare zone in cui costruire nuovi luoghi di culto. Ecco, dire che i rapporti con i neofascisti siano tramontati cozza decisamente con la realtà.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Se il M5s piange, Salvini e Borghi non rideranno

I cinque stelle si sono sgretolati. E non sorprende nessuno. Ma chi crede che la Lega sovranista con ricette economiche folli e senza fondamento salverà questo disastrato Paese vaneggia.

Non c’è nessuna sorpresa nella crisi che ha portato il Movimento 5 stelle giù dal firmamento.

Era prevedibile il logoramento del suo leader (su delega) Luigi Di Maio,  lo erano da molti mesi le grigie a dir poco prospettive elettorali, ed era prevedibile la spaccatura fra due anime, una più “pura” e un’altra genericamente progressista, come si usa dire in Italia da tempo con vago significato. Le cose non vanno bene e una parte addossa la colpa all’altra. 

Qualcuno a parte gli aventi causa pensava forse che un Movimento – termine già in sé  destabilizzante –  con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e pantomime e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo potesse avere un brillante futuro politico?

IL BORGHISMO LEGHISTA NON RISOLVERÀ NULLA

E ugualmente, qualcuno al di fuori di quanti palpitano per i tweet salviniani (e non sono pochi) pensa forse che la Lega di Matteo Salvini,  che pure ha una storia assai diversa dal M5s e molta più esperienza, possa  gestire gli anni difficili che l’Italia sta vivendo e vivrà centrando tutto su un  non meglio precisato nazionalismo, chiamato goffamente oggi sovranismo

LEGGI ANCHE: Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Come dire: se possiamo fare a modo nostro risolviamo tutto. È stata questa nel 2018-2019 e forse è ancora la cosiddetta linea Borghi, da Claudio Borghi Aquilini, il padre dei minibot e di varie altre fantasie tra l’incredibile e il folle, portato da Salvini ai vertici del parlamento italiano. Si aspetta con una certa impazienza di sapere se le sue sparate sono ancora, nella Lega, moneta sonante (in lire naturalmente) o carta straccia. Nell’incertezza sui destini del borghismo, a ogni rafforzamento del salvinismo lo spread sale. 

I MOTIVI DEL TRIONFO DEL M5S NEL 2018

L’incredibile dell’Italia è che a fronte di nodi ormai storici, di portata cioè tale da interessare e richiedere gli sforzi non di pochi anni ma di un’intera generazione per fermare e invertire il declino socio-economico della nazione, ci sia stata una forza che sull’onda del reddito di cittadinanza e di un vago programma di “giustizia e onestà” via Internet è riuscita a dominare le ultime elezioni politiche del marzo 2018.

Qualcuno pensava forse che un Movimento con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo, potesse avere un brillante futuro politico?  

I cinque stelle portavano infatti in parlamento 348 eletti provenienti per lo più dal nulla, la voce del popolo insomma, e stravincevano grazie alla distribuzione di denaro pubblico, in larghe zone del Paese e con risultati spesso plebiscitari. La falange parlamentare pentastellata partiva con numeri superiori a quelli avuti dalla Dc nelle ultime elezioni politiche della Prima Repubblica, nel 1992 (348 eletti scesi ora a 325 dopo varie defezioni contro i 313 Dc di 28 anni fa) e quasi pari a quelli dei parlamentari democristiani del 1987 (359). Nemmeno con il cambio di alleanze, Lega prima e Pd adesso, sono riusciti a combinare un granché oltre al reddito di cittadinanza. Cioè la distribuzione di mance elettorali, non sempre ma spesso, con un costo complessivo di circa 470 milioni di euro al mese, secondo stime ricavate dagli ultimi dati Inps.  

LA BATTAGLIA ELETTORALE PER QUOTA 100

Avendo i 5 stelle il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini pensò bene di prepararsi al voto politico che poi si tenne il 4 marzo 2018 con Quota 100,  cioè la parziale correzione della legge Fornero, consentendo fino a tutto il 2021 di andare in pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di versamenti, in aggiunta alla precedente cosiddetta “opzione donna”. Nulla da dire, anzi una correzione più che giusta per lavori pesanti e usuranti, caso più citato l’edilizia, dove dopo i 60 anni spesso il fisico è meno adatto a certi compiti. Ma poiché a Salvini interessavano i voti, non si è limitato a categorie e ruoli specifici e ha spinto un provvedimento che ha visto, per esempio, una notevole adesione di dipendenti pubblici, settore dove il lavoro usurante, cioè pesante, non è particolarmente diffuso. 

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento

E adesso il segretario generale CgilMaurizio Landini, è all’attacco della legge Fornero (che, sia chiaro, ha vari punti da rivedere, a partire dall’adeguamento troppo rigido alle aspettative medie di vita) e chiede il pensionamento per tutti a 62 anni, richiesta in linea con un sindacato che ormai ha il suo nerbo di iscritti in pensionati e pensionandi. E per nulla in linea con le risorse disponibili e un serio patto generazionale. I giovani o semi-giovani sono infatti chiamati a pagare quello che mai potranno a suo tempo ricevere. Ma si premiano gli elettori pensionandi di oggi, per i minipensionati imbufaliti di domani si vedrà.  

LE RISORSE NAZIONALI NON SONO ELASTICHE

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero,  per arrivare alla recentissima affermazione di Salvini «siamo noi leghisti i veri socialisti», c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento (e in parte lo sono, fino a quando ci si può indebitare), e che la logica distributiva possa continuare indisturbata. Dietro a questo c’è la grave sottovalutazione di almeno tre dati di fondo.

IL DRAMMA DEL CROLLO DEMOGRAFICO

La prima e più drammatica realtà è il crollo demografico, che ha portato  nella fascia 0-24 anni a 6 milioni di italiani in meno rispetto alla fascia 55-84; in pratica dagli Anni 90 la natalità è crollata, e milioni di legittime decisioni individuali legate alla sfera più personale e sacra hanno creato un grosso problema collettivo, che pesa molto sulla mancata crescita economica del Paese

Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante

Chi è totalmente contrario all’immigrazione fa male a ignorarlo. È un buco demografico che non accenna a ridursi e ormai segna profondamente la realtà italiana e la segnerà fino a fine secolo, anche se la natalità in futuro dovesse riprendere tassi meno distruttivi. In questo  siamo una anomalia in Europa, dove ovunque o quasi la natalità è bassa ma non ai livelli italiani, e anche per questo la crescita altrove nella Ue è stata nell’ultimo quindicennio più alta. 

LA SCURE DEL DEBITO PUBBLICO E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ

La seconda realtà che se non affrontata diventerà drammatica, e già in parte lo è, è il debito pubblico, che deve cominciare a diminuire dopo aver trovato politici sufficientemente coraggiosi e capaci di dire al Paese la verità. Non basta il calo del disavanzo primario, deve scendere il debito in assoluto. La terza è la perdita di competitività produttiva e l’indebolimento in vari settori industriali, finora compensato dalla vitalità complessiva del sistema, ma occorre occuparsene seriamente.

LE RISPOSTE INSUFFICIENTI DI M5S E CARROCCIO

Il mondo dei 5 stelle e della loro robustissima, numericamente, compagine ministeriale viene da un altro pianeta rispetto a questi problemi e i più fra loro nemmeno sanno bene di che si tratta. Il vate di Sant’Ilario, Beppe Grillo, sa fare a proposito solo degli spettacolini, non troppo diversi dalla pantomima messa in scena nel febbraio 2018 sotto la statua ginevrina a  Rousseau (Jean-Jacques), patrono della semidefunta piattaforma web grillina per la democrazia diretta. Salvini è diverso, ha un vero partito a confronto, non ha giocato la carta fasulla de “la Rete” ma quella più pericolosa del nazionalismo, pericolosa perché nell’Europa di oggi ben poche soluzioni sono strettamente nazionali. In particolare a fronte di problemi serissimi come i tre indicati (demografia, debito, competitività economica) Salvini, che pure sulla demografia alcune cose le ha dette, ha giocato la carta del borghismo.

LE FROTTOLE NO EURO E NAZIONALISTE

Il borghismo è il principio per cui se tutto torna nazionale, e “facciamo da noi”, risolviamo tutto. Sono indimenticabili  le campagne no euro di Borghi e Salvini e gli attacchi costanti alla Ue, a proposito e a sproposito. Il borghismo è la scelta nazionalistica, a partire dalla follia davvero incredibile di una banca centrale nazionale, basta euro e basta Bce, che potrebbe finalmente colmare il debito riappropriandosi del potere di creare moneta, così, all’infinito. Questo Borghi ha detto e voluto far credere. È la strada già percorsa con risultati disastrosi in Argentina da Juan Domingo Perón. Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante. Salvini parla adesso anche di socialismo, in Emilia-Romagna, una terra  che dal socialismo di vari colori (anche quello nero) è stata per oltre un secolo affascinata. Il suo è un socialismo nazionale, ovviamente, lo si può dire scartando nettamente ogni parentela con il lontano passato, ogni analogia con la violenza di allora, e ogni rischio per la democrazia oggi inesistente, ma sempre di socialismo nazionale si tratta. Questo se Salvini resterà fedele al borghismo e alle sue ricette demagogiche e false, fatte di soluzioni facili per problemi difficili.   

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa sapere delle Regionali in Emilia-Romagna

Salvini, con Borgonzoni, tenta l'impresa di scippare al centrosinistra il fortino rosso. Ma deve fare i conti con il governatore uscente Bonaccini, smarcatosi dal Pd e sostenuto dalle Sardine. Una guida.

Il primo appuntamento elettorale del 2020, le Regionali in Emilia-Romagna, è anche il più importante per le sorti del governo giallorosso.

Se il Pd perdesse il fortino rosso e il M5s subisse l’ennesima batosta elettorale, la crisi del Conte bis sarebbe dietro l’angolo. Almeno così va minacciando Matteo Salvini.

L’unica cosa certa, almeno secondo gli ultimi sondaggi, è che si prospetta una corsa all’ultimo voto tra la leghista Lucia Borgonzoni, e il governatore uscente Stefano Bonaccini

Domenica 26 gennaio gli emiliano-romagnoli sono chiamati però a scegliere tra sette candidati. Oltre a Bonaccini e Borgonzoni, corrono Simone Benini per il Movimento 5 stelle, Laura Bergamini (Partito Comunista), Marta Collot (Potere al Popolo), Stefano Lugli (L’Altra Emilia Romagna) e Domenico Battaglia (Movimento 3V – Vaccini Vogliamo Verità).

BONACCINI “SCARICA” IL PD E CERCA LA RICONFERMA

Non sarà una competizione facile per Bonaccini. Il candidato del centrosinistra rischia di essere danneggiato dalla debolezza nazionale del Partito democratico e dalla crescita senza sosta di Salvini & Meloni. Nonostante i risultati ottenuti durante i cinque anni del mandato, la partita sarà al fotofinish.

Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna.

Situazione che ha spinto Bonaccini a non cavalcare in campagna elettorale loghi e bandiere del Pd, ma puntare tutto sulla sua figura. Modenese di Campogalliano, 53 anni, è stato prima bersaniano (Primarie 2012), poi renziano (Primarie 2013) – fu proprio l’ex segretario a nominare l’allora segretario Pd dell’Emilia-Romagna responsabile Enti locali del partito – quindi zingarettiano.

BORGONZONI, LA FRONTWOMAN DI SALVINI

Da tempo in Emilia-Romagna la Lega erode terreno al centrosinistra. Basti pensare al 33,8% ottenuto da Salvini alle Europee 2019 (col Pd fermo al 31,2%), alla vittoria del leghista Alan Fabbri alle Amministrative di Ferrara dello scorso anno o, ancora prima (2016), all’inedito ballottaggio Pd-Lega per la carica di sindaco a Bologna. Risultato portato a casa proprio da Borgonzoni. Bolognese, classe 1976, cresciuta in una famiglia di sinistra, è nipote del pittore partigiano Aldo Borgonzoni. Ma anche suo padre Giambattista è di sinistra e durante la campagna elettorale si è fatto ritrarre assieme alla sardina Mattia Santori.

La candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni (Lega).

Un passato da barista al Link, storico centro sociale bolognese, consigliera comunale del Carroccio e senatrice, quando venne nominata sottosegretaria ai Beni culturali del governo gialloverde, ospite alla trasmissione radio Un giorno da pecora, ammise: «Non leggo un libro da tre anni». Un peccato perdonabile, soprattutto se riuscisse a regalare a Salvini un risultato storico nella regione rossa.

LEGGI ANCHE: Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

I 5 STELLE PROVANO A RIPARTIRE DA BENINI

Sono lontani i tempi in cui Parma diventava la Stalingrado grillina grazie a Federico Pizzarotti (ora sostenitore di Bonaccini). Oggi i pentastellati sembrano destinati – e rassegnati – a un clamoroso ridimensionamento, anche rispetto alle Europee dello scorso anno, quando in regione dovettero accontentarsi del 12,9%. Si spiega quindi perché Luigi Di Maio avrebbe preferito evitare di correre a questo appuntamento, se non fosse stato per Rousseau che ha decretato tutt’altro.

Una foto di Simone Benini presa dal suo profilo Facebook.

E sempre su Rousseau è stato scelto il candidato: l’apicoltore e informatico Simone Benini. Forlivese di 49 anni, si è aggiudicato il ticket d’ingresso alla competizione con appena 355 voti, ma la gara rischia di riservagli più oneri e che onori. Dei quattro consiglieri regionali uscenti a 5 stelle, due hanno rinunciato alla candidatura a presidente, uno si è ritirato a vita privata e l’ultimo oltre al passo indietro ha dichiarato che voterà per Bonaccini.

IL FUTURO DELLE SARDINE

Dai risultati in Emilia-Romagna non dipende solo il destino del governo, ma anche quello delle Sardine.

sardine-evento-bologna
La manifestazione delle Sardine in piazza VIII agosto a Bologna.

Protagoniste della campagna elettorale, il movimento nato proprio a Bologna deve capire cosa farà da grande. In caso di vittoria leghista, rischia di vedere soffocata ogni velleità di respiro nazionale. Ma anche in caso contrario, le incognite non mancano. Se vincesse Bonaccini, le Sardine continueranno a nuotare nelle acque dem nella nuova organizzazione a cui sta lavorando Zingaretti oppure pensano a un soggetto politico tutto loro?

COME SI VOTA

Si vota il 26 gennaio, in un’unica giornata, dalle 7 alle 23. L’Assemblea legislativa è composta da 50 consiglieri, compreso il presidente della Giunta regionale. Di questi, 40 sono eletti con criterio proporzionale sulla base di liste circoscrizionali concorrenti. Secondo l’articolo 10 della legge regionale 21 del 2014, l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome del candidato o dei due candidati compresi nella stessa lista.

LEGGI ANCHE: La campagna elettorale dalla A alla Z

Nel caso di espressione di due preferenze, devono riguardare sessi diversi, pena l’annullamento della seconda preferenza. Ciascun elettore può, a scelta: votare solo per un candidato alla carica di presidente tracciando un segno sul relativo rettangolo; votare per un candidato alla carica di presidente e per una delle liste a esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare disgiuntamente per un candidato alla carica di presidente e per una delle altre liste a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare a favore solo di una lista tracciando un segno sul contrassegno: in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente. Qualora l’elettore esprima il voto a favore di un candidato presidente e per più di una lista, è ritenuto valido il solo voto al candidato mentre saranno ritenuti nulli i voti di lista.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il leader della Lega sta sfasciando la classe dirigente locale della Lega. Sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, si svelerà come il capo del Carroccio sia un bluff.

Ogni tanto in Italia qualcuno proclama che si è di fronte alla battaglia decisiva, quella che delineerà l’identikit definitivo del vincitore e consegnerà il perdente alle lacrime. Ora questa data sembra essere domenica 26 gennaio quando gli abitanti della regione tradizionalmente più rossa d’Italia dovranno scegliere fra un presidente efficiente ma rappresentante dell’ancien regime e una candidata improvvisata che il suo leader sospinge con le mille trovate inventate da un club di simpatici imbroglioni che si fa chiamare la Bestia.

Non succederà niente di epocale, invece. Sarà un dolore e un danno la sconfitta di Stefano Bonaccini, persona seria e capace. Sarà un problema la vittoria della Virginia Raggi in salsa emiliana. Al tempo stesso sarà una boccata d’ossigeno la conferma del caro Bonaccini e l’inizio della nuova via crucis per Matteo Salvini, il più vetusto arnese della politica con sul groppone sentenze che fanno invidia ai tanto deprecati partiti della Prima repubblica.

Non succederà, quindi, niente di epocale perché nessuno dei fenomeni in campo è in grado di stabilizzare l’Italia ovvero di radunare attorno a sé un durevole e importante blocco elettorale che possa esprimere una classe dirigente.

LA LEGA LABORATORIO PER LA CLASSE DIRIGENTE LOCALE NON C’È PIÙ

Per Salvini siamo di fronte al tema classico se sia o non sia in grado di governare il Paese. Sappiamo solo che sa come sfasciarlo. Per di più negli anni della sua guida della Lega sta disperdendo le competenze che avevano fatto del Carroccio di Umberto Bossi un bel laboratorio di classe dirigente locale. Oggi siamo di fronte a un partito di urlatori, roba da Rete 4. Questo Salvini, come scrivo da tempo e ormai se ne sono accorti anche altri, dovrà anche fare i conti con la destra rappresentata da Giorgia Meloni, tostissima politica, che è riuscita a trovare un equilibrio fra nostalgia e presente. Un vero osso duro per quel pasticcione di Salvini.

L’eventuale vittoria di Salvini avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini

Il popolo che segue il leader della Lega non ha più una fisionomia tale da definirlo come blocco elettorale in grado di esprimere una idea di Paese. Non c’è più dietro la Lega la fabbrica del Nord e del Nord Est, ovvero ci sarà pure ma sempre meno come fabbrica e sempre più come imprenditore incazzato. Anche qui roba da Rete 4. Insomma l’eventuale vittoria di Salvini, lo dico per suggerire agli intellettuali moderati di destra un po’ di prudenza nel soccorrerlo, avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini. Insomma se Giorgetti and company diranno: «Ora basta, ragazzo, fatti una birretta e lasciaci lavorare». Per la Lega vittoriosa si aprirà la stessa stagione feroce e distruttiva che sta vivendo il Movimento 5 stelle.

IN CASO DI SCONFITTA LA SINISTRA DEVE FARE TABULA RASA

Se perderà Bonaccini la sinistra scoprirà per l’ennesima volta di stare sulle palle al Paese e non avrà altra scelta se non quella di accantonare tutta, dicesi tutta, la sua classe dirigente. Non c’è accordo con Luigi de Magistris, non c’è lusinga verso le sardine che possa salvarla: prego andare a casa. Si ricomincia riunificando la sinistra, restituendo radici e storia a un grande movimento di emancipazione.

Il segretario della Lega Matteo Salvini durante il giro elettorale alla fiera di Rimini.

Se invece Bonaccini riuscirà nell’impresa di restituire Luicia Borgonzoni al suo papà, la sinistra e Giuseppe Conte avranno la possibilità di tirare un sospiro di sollievo, ma poco alla volta questo sospiro tornerà a essere asmatico, perché i polmoni politici non funzionano più. Resta la speranza che le sardine ci sorprendano. Resta la certezza che la strada per tirar fuori l’Italia da questa melma sarà lunga e faticosa. Ma ci vorrà una vera rivoluzione, pacifica ovviamente, perché la scena è occupata da mezze calzette prive di progetto, di ambizione grandi, di moralità, di senso di responsabilità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ora Salvini si è messo a citofonare ai presunti spacciatori di Bologna

Il leader della Lega nel quartiere periferico del Pilastro si è fatto indicare da una residente i pusher della zona. Tunisini. Mentre i giornalisti riprendevano e polizia e carabinieri guardavano. L'ultima provocazione della propaganda elettorale della destra in Emilia-Romagna.

La nuova frontiera della propaganda elettorale in Emilia-Romagna di Matteo Salvini? Citofonare a presunti spacciatori, ovviamente stranieri, indicati dai residenti della zona a Bologna. Il tutto sotto i riflettori delle telecamere, dicendo i nomi delle persone coinvolte violando dunque la loro privacy, con diversi giornalisti che non hanno fatto domande o avuto da ridire. Il leader della Lega era anche circondato da alcuni agenti delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri, che hanno assistito a ciò che è accaduto.

UNA SESSANTENNE COME GUIDA

La scenetta è avvenuta in via Deledda, nel cuore del quartiere popolare del Pilastro. Salvini si è presentato con Anna Rita Biagini, una cittadina 60enne sostenitrice leghista, che spiegato a chi suonare. E l’ex capo del Viminale ha subito eseguito: «Buona sera signora, suo figlio è uno spacciatore? Siete quelli del primo piano?».

«NECESSARIO RIPULIRE LA ZONA»

Poi ha aggiunto: «È necessario ripulire questa zona dallo spaccio e dalla criminalità». E ringraziando la signora, l’ha elogiata così: «Magari ci fossero in ogni zona delle persone che amano così tanto il proprio quartiere».

I CONTESTATORI: «DA MINISTRO CHE FACEVI AL PAPEETE?»

A qualcuno l’ispezione improvvisata da Salvini non è piaciuta. Dei contestatori, che hanno cantato “Bella ciao” e avevano anche delle sardine di cartone, gli hanno urlato: «Vergogna! Quando eri ministro cosa facevi al Papeete?».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’audio di Piazza Pulita che imbarazza la Lega a Ferarra

A una consigliera comunale "dissidente" sarebbe stato offerto un lavoro a tempo indeterminato in cambio delle sue dimissioni. Bonaccini: «Sembra una cosa grave».

«Tu ti togli dal cazzo, come giustamente, ingiustamente anzi, il vice sindaco auspicava. E noi ti diamo un lavoro». L’audio, mandato in onda su La7 dalla trasmissione Piazza Pulita, mette in imbarazzo la Lega a Ferrara, nell’ultimo miglio della campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna.

A parlare è Stefano Solaroli, vice capogruppo del partito di Matteo Salvini in consiglio comunale. Mentre la persona che in cambio di un posto di lavoro dovrebbe farsi da parte è Anna Ferraresi, consigliera comunale “dissidente” del Carroccio a Ferrara, nel frattempo uscita dal partito con cui era in conflitto. In ballo un contratto a tempo indeterminato come hostess in una società di servizi.

«MI SEI VENUTA IN MENTE TU PERCHÉ SEI UNA ROMPICAZZO»

Solaroli, nell’audio, va avanti così: «Tu sai che c’è quel servizio del trenino e che c’è bisogno di una hostess che accolga le persone e gli spieghi un po’ come funziona. A me sei venuta in mente te prima di tutto perché sei una rompicazzo, così ti cavo dai coglioni e non ti vedo più. Tu sai che è incompatibile con il ruolo di consigliere. Questo non te lo devo dire io. Nicola (Lodi, vice sindaco leghista di Ferrara, ndr) è d’accordo. Ne ho parlato con Alan (Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ndr) e mi ha detto: “Se a lei va bene, a me va bene”. Se lo sputi fuori mi brucio io, eh».

M5S E PD ALL’ATTACCO

«Se le accuse venissero confermate, ci troveremmo di fronte a una situazione in cui la politica utilizza il Comune come un ufficio di collocamento per beghe e lotte interne», ha attaccato Simone Benini, candidato del M5s alla presidenza dell’Emilia-Romagna, «Fabbri dovrebbe dimettersi immediatamente». Più cauto il candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini: «Non ho ancora visto il servizio di Piazza Pulita, da quello che leggo sembra una cosa grave, soprattutto da parte di chi in questi giorni dichiara che se vince non ci sarà più bisogno di tessere di partito o di sindacato».

IL SINDACO DI FERRARA PRENDE LE DISTANZE E MINACCE QUERELE

Il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, ha preso subito le distanze dal comportamento del suo vice capogruppo: «Si tratta di una vicenda certamente deprecabile, ma che mi vede totalmente estraneo e che rimane tutta da verificare. Solo quando la vicenda sarà più chiara prenderò le dovute decisioni in merito e assumerò eventuali provvedimenti. Nel frattempo mi riservo di querelare chiunque abbia intenzione di infangare il buon nome della nostra amministrazione».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it