Pontida 2019,numeri da record ma flop salernitano Ernesto Sica: “Una grande emozione e forte partecipazione”

di Erika Noschese

Nessun autobus, in partenza da Salerno, per la Lega locale in occasione del grande raduno leghista in programma, fino ad oggi, a Pontida. Tanti i militanti del partito guidato a livello nazionale dall’ex ministro degli Interni Matteo Salvini che hanno raggiunto la festa della Lega con mezzi propri. Grande assente il segretario provinciale Mariano Falcone, segno forse che le polemiche interne al partito locale hanno in qualche modo distrutto quel senso di unità che li ha portati a raggiungere risultati inaspettati alle scorse elezioni. Presente, invece, l’ex sindaco di Pontecagnano Faiano Ernesto Sica che, per il secondo anno consecutivo, non ha perso l’occasione di incontrare il leader della Lega. «Un grandissimo entusiasmo, sono in compagnia del sindaco di Roscigno e sono tanti anche i partecipanti da Salerno», ha dichiarato Ernesto Sica. Solo lo scorso anno la Lega Salerno ha fatto registrare numeri da record con numerosi bus provenienti da tutta la provincia di Salerno. Quest’anno qualcosa sembra essere andato storto con le scorse elezioni europee che sembrano aver spaccato in due il partito guidato, a livello provinciale, proprio da Falcone. Intanto, sembra essere ancora in stand by la campagna tesseramento 2019 che doveva avviarsi proprio agli inizi del mese di settembre.

Consiglia

Gli insulti e le aggressioni ai giornalisti a Pontida

Al raduno della Lega il "popolo del pratone" se l'è presa con un videomaker di Repubblica: pugno alla telecamera e microfono rotto. Minacciato anche Gad Lerner. Salvini: «L'odio non abita qui».

A sentire Matteo Salvini, «l’odio e la paura non abitano a Pontida. Col sorriso si risponde agli insulti». Il problema è che gli insulti sono arrivati anche dal “popolo del pratone“. E le aggressioni pure. Nel mirino i giornalisti considerati “ostili” alla Lega. Nel giorno del grande raduno padano nella Bergamasca infatti Antonio Nasso, un cronista videomaker collaboratore de la Repubblica, è stato aggredito da un militante del Carroccio sotto il palco.

UN UOMO URLAVA: «MATTARELLA MAFIOSO»

Dopo diverse minacce verbali, un uomo gli ha rotto il microfono della telecamera rendendola inutilizzabile. Nasso, mentre faceva delle interviste sul pratone, ha sentito una persona urlare «Mattarella mafioso», replicando tra l’altro gli “apprezzamenti” rivolti il giorno prima («Mi fa schifo») al presidente della Repubblica dal deputato Vito Comencini. Si è così avvicinato per riprenderlo, ma l’uomo ha cominciato a insultarlo e minacciarlo: «Sei un provocatore, se non te ne vai ci incazziamo». A quel punto un secondo leghista ha sferrato un pugno alla telecamera rompendo il microfono.

PESANTI OFFESE A GAD LERNER

Non solo. Anche per la firma de la Repubblica Gad Lerner è stato riservato un trattamento poco accogliente. «Massone, straccione, vai a casa, figlio di 100 padri, spargi sempre merda su di noi, oggi sei tu che hai la merda, provocatore»: così decine di leghisti lo hanno attaccato duramente appena è arrivato. I contestatori lo hanno seguito minacciosamente sino all’area stampa, allestita a fianco del palco dove poi ha preso la parola Salvini. Che tra le altre cose ha detto: «Questa è l’Italia che vincerà. Qua ci sono uomini e donne con valori».

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Salvini vuole un referendum se cambia il decreto sicurezza

Il leader della Lega insiste con la propaganda sull'immigrazione: «L'Italia torna a essere un campo profughi. Smontano la mia legge? Sia il popolo a opporsi alla scelte del palazzo».

La nuova arma preferita da Matteo Salvini sembra essere diventata quella del referendum. Dopo averne proposto uno per il superamento della legge elettorale, il Rosatellum, ne ha lanciato un altro possibile sull’argomento che gli è tanto caro a livello di propaganda, e cioè l’immigrazione: «Il problema è che l’Italia torna a essere un campo profughi. Lo vedremo nelle prossime settimane. Le Ong hanno festeggiato. Se smonteranno il decreto sicurezza sarà un’altra occasione di referendum, perché sia il popolo a opporsi alle scelte del palazzo. Sull’immigrazione la vedo grigia nei prossimi mesi, la vedo male», ha detto il leader della Lega da Pontida.

«A MATTARELLA BISOGNA PORTARE RISPETTO…»

L’ex ministro dell’Interno ha commentato anche le parole del deputato leghista Vito Comencini contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Mi fa schifo»): «Possono essere sbagliati i toni, bisogna sempre portare rispetto. Sicuramente sono state fatte scelte che non corrispondono alla volontà popolare. Io però non uso l’insulto e propongo agli italiani un cambiamento».

Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese

Poi Salvini è tornato sul sistema di voto, spiegando che gli alleati del centrodestra «sono d’accordo con un referendum sulla legge elettorale. Ne avevo parlato con entrambi. Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese».

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Storia del raduno leghista di Pontida tra riti e folklore

Le ampolle sacre con l'acqua del Po. Il matrimonio celtico di Calderoli. Alberto da Giussano forse mai esistito. Lapidi col dubbio della contraffazione. Da Bossi a Salvini, come si è evoluto l'appuntamento bergamasco dell'orgoglio padano che torna il 15 settembre.

Ben prima che rosari, crocifissi e madonnine prendessero piede nelle dissacranti ostensioni elettorali di Matteo Salvini, i leghisti delle origini consacravano la loro battaglia politica a ben altre divinità che nulla avevano a che fare con le radici cattoliche del nostro Paese. Su ampolle sacre prelevate dal Po, druidi e rievocazioni storiche parecchio romanzate – se non inventate di sana pianta – Umberto Bossi ha costruito il suo, folkloristico, partito. Ed è stato così almeno fino alla fatidica “notte delle scope” del 2012, quando, oltre al cerchio magico, sono state ramazzate tutte quelle note di colore che hanno anticipato la dismissione del “Nord” dal simbolo e il cambio cromatico del partito da verde a blu.

OBIETTIVO: MONITORARE GLI UMORI DEL NORD PROFONDO

Sono cambiati i leader (da Bossi a Salvini con la breve apparizione di Roberto Maroni), è cambiato persino il pantheon di riferimento, ma la marcia su Pontida è comunque rimasta nel calendario delle festività della Lega. Anzi, nel 2019 il partito acciaccato dalle giravolte agostane di Salvini prova a ripartire in grande stile proprio dal pratone della Bergamasca Tèra de Berghem») promettendo numeri da record. È l’occasione per testare non solo se l’ex titolare del Viminale ha mantenuto la sua capacità attrattiva, ma anche per monitorare gli umori di quel Nord profondo, schietto e risoluto con il quale Pontida ha sempre rappresentato una sorta di cordone ombelicale.

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Salamelle a Pontida nel 2015. (Ansa)

ORIGINI: TUTTO NACQUE CONTRO “IL BARBAROSSA”

Perché i leghisti hanno scelto proprio quel manto erboso per la loro festa più importante? Bisogna tornare indietro di diversi secoli, al 1167, quando nacque la “lega lombarda” tra cinque Comuni del Nord Italia contro l’imperatore Federico I detto “il Barbarossa”. E qui storia e mito si fondono con il folklore padano tessuto da Bossi ma, soprattutto, da Gianfranco Miglio, il costituzionalista comasco che pensò di scardinare la Costituzione, il democristiano che parlava come avrebbero parlato prima i leghisti e, oggi, i cinque stelle. Perché non si sa nemmeno se il giuramento di Pontida sia avvenuto realmente. Qualche tempo fa, sul Corriere, Dino Messina ricordava che la sola prova rinvenuta in quell’area, una lapide con l’incisione: “Federatio longobarda pontide, sub. Ausp. Alexandri III P.M. die VII aprilis MCLXVII Monaci Posuere” fosse in realtà una contraffazione. A insospettire gli studiosi proprio il termine “federatio” che, per i latinisti, non era nelle corde dello spirito dell’epoca.

SIMBOLI: GUERRIERO CON LA SPADA E SOLE DELLE ALPI

Ma gli storici nutrono più di un interrogativo anche sull’esistenza dello stesso Alberto da Giussano, il condottiero stilizzato che per decadi è stato simbolo della Lega di Bossi (riposto poi in soffitta da Salvini assieme al “sole delle Alpi”, anche se in periodi più recenti l’attuale segretario del partito è tornato a indossare la spilletta che lo ritrae con quel suo spadone alzato). Secondo il folkore leghista, questo mitico guerriero padano avrebbe condotto alla vittoria i popoli del Nord nella storica battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 combattuta tra la Lega Lombarda e l’esercito di Federico Barbarossa. Si perde nella leggenda persino il motivo che portò Umberto Bossi, che storico non era, a rifarsi proprio alle gesta di Alberto da Giussano: c’è chi dice lo avesse semplicemente visto riprodotto sulle biciclette di marca “Legnano” inforcate da Gino Bartali. Sul sito del produttore si legge: «Già nel 1915 compare il guerriero, la spada al cielo nella destra, lo scudo nella sinistra, riproduzione del monumento ad Alberto da Giussano eretto a Legnano nel 1900».

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Un simpatizzante leghista accanto a una statua di Alberto di Giussano sulla spianata di Pontida, 19 giugno 2011. (Ansa)

PRIMO RADUNO: NEL 1990 ALLA PRESENZA DI POCHI MILITANTI

Fatti e personaggi dimenticati per secoli tornarono prepotentemente alla ribalta della cronaca politica il 25 marzo del 1990, quando Bossi organizzò la prima Woodstock del popolo padano. Sul pratone quattro gatti (leghisti e bergamaschi), su un palchetto traballante il Senatùr. Ci ritornò due mesi più tardi per fare giurare 800 consiglieri comunali, provinciali e regionali eletti tra le file della Lega Nord.

PONTIDA DI GOVERNO: QUANDO NEL 1994 SI RUPPE COL CAV

Bisogna attendere quattro anni per la prima “Pontida di governo”. Da un palco ormai più stabile e professionale, Bossi non prendeva più atto del giuramento dei suoi militanti ma giurava fedeltà a sua volta a Silvio Berlusconi. Una fedeltà che durò solo fino al 22 dicembre di quello stesso anno, quando la Lega dopo soli sette mesi staccò la spina al primo esecutivo del Cavaliere (la causa scatenante viene spesso ricondotta al famoso un invito a comparire che i magistrati recapitarono a Berlusconi, in realtà c’erano già aspri dissidi in tema di pensioni e lo stesso Bossi temeva a sua volta di essere scaricato con un ribaltone).

Umberto Bossi dal palco nel 1995. (Ansa)

NASCITA DEL TERZO POLO: LA SVOLTA DEL 1995

«Giuda, traditore, ladro con scasso e ricettatore di voti, personalità doppia, tripla e quadrupla». Le parole che Berlusconi, durante il suo discorso alla Camera del 22 dicembre 1994, indirizzò a Umberto Bossi contribuirono a fare sì che, pochi mesi dopo, sul pratone di Pontida nascesse il «terzo Polo», che si proponeva alternativo tanto al buongoverno berlusconiano quanto all’Ulivo di Romano Prodi. Su quello stesso palco, 12 mesi dopo, si manifestò plasticamente la prima divisione interna alla Lega: mentre il popolo padano giurava sulla «Costituzione del Nord» Umberto Bossi e Irene Pivetti litigavano sulla linea da tenere circa la possibilità di tornare assieme a Berlusconi (il Senatùr non ne voleva sapere). Bossi tenne il punto e Prodi, pochi mesi dopo, vinse le elezioni.

ROMANTICISMO 1998: LE NOZZE CELTICHE DI CALDEROLI

Nel 1998 a Pontida Roberto Calderoli annunciò che avrebbe sposato Sabina Negri «con rito celtico». Al posto del druido d’ordinanza a officiare le nozze pagane l’ex sindaco di Milano Marco Formentini. Anni dopo la Negri raccontò ai giornali che Formentini corse da lei preoccupato chiedendole: «Come si sposavano i celti?».

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Roberto Calderoli firma autografi nel 1998. (Ansa)

RILANCIO DI BOSSI: IL 1999 POST DISFATTE ELETTORALI

Chissà se Matteo Salvini per il suo discorso di rilancio prenderà spunto da quello che fece Bossi nel 1999, una delle “Pontide” più difficili per il Senatùr e per la Lega, reduci da una serie di disfatte elettorali a ripetizione (alle Europee non raggiunsero nemmeno il 4,5%). Nessun mea culpa arrivò dal vecchio leone padano, nessuna orazione funebre fu cantata quel giorno. Sul pratone bergamasco, anzi, riecheggiarono aspre parole battagliere, degne dell’erede del mitico Alberto da Giussano: «Voi, voi… Voi del “tutto e subito” non siete padani per niente. Voi fanfaroni, pantofolai, chiacchieroni, padani dal freno tirato, voi che mi avete obbligato ad arrampicarmi sui vetri con la vostra padanità da strapazzo, voi… siete solo italiani in camicia verde». Le dimissioni furono messe solo apparentemente sul piatto: «Posso andarmene ma se mi direte di restare mi costringerete a fare cose tremende: sbatterò via i dirigenti che hanno la gotta per troppe bistecche mangiate, obbligherò a lavorare i deputati, aprirò il movimento ai nuovi padani».

SOSPESA PER MALATTIA: L’ICTUS DEL SENATÙR NEL 2004

Non ci fu alcun raduno nel 2004. Per la Lega quell’anno c’era ben poco da festeggiare: nel mese di marzo infatti Umberto Bossi venne colpito da un ictus e, nel periodo di Pontida, la sua sorte restava appesa a un filo. Tornò a calcare quel palco 12 mesi dopo, provato dalla lunga degenza ma ancora in grado di infiammare il suo popolo quando gridò «Padania libera».

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Umberto Bossi al raduno nel 2016. (Ansa)

INCHIESTE: IL 2012 TRA DIAMANTI IN TANZANIA E FONDI A CIPRO

Scoppiò nel 2012 la famosa inchiesta sui 49 milioni (per la precisione, 48.969.617 euro). L’allora tesoriere Francesco Belsito venne indagato con le accuse di truffa ai danni dello Stato e riciclaggio per la sua gestione dei rimborsi elettorali che, tra il 2008 e il 2010, almeno secondo l’accusa sarebbero finiti investiti in diamanti in Tanzania e in fondi a Cipro. La Lega non era più il partito degli onesti che combatteva contro «Roma ladrona». Nottetempo qualcuno violò il sacrario padano e trasformò la scritta che campeggia sul pratone «Padroni a casa nostra» in «Ladroni a casa nostra».

La scritta modificata in “Ladroni a casa nostra”. (Ansa)

BATTESTIMO DI SALVINI: LA RIPARTENZA DEL 2014. E ORA?

Non avvenne versando sulla testa del neo segretario l’acqua del Po ma a Pontida il battesimo di Matteo Salvini in quel delicato raduno del 2014. Appena il futuro ministro dell’Interno salì sul palco sparirono le cicatrici lasciate da Belsito, dal cerchio magico, dal “Trota” con la sua laurea albanese, dalle mutande verdi e dalla Family. Tramontava il sole delle Alpi che rappresentava la Lega conosciuta dai militanti padani fino a quel giorno, sorgeva la stella di Salvini destinata a durare almeno fino all’agosto 2019. Per capire se brillerà ancora nel firmamento sovranista bisognerà attendere il raduno del 15 settembre.

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Nel 2009 erano ancora lontani i tempi di “Prima gli italiani”. (Ansa)

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A Pontida il deputato Comencini ha attaccato Mattarella

Critiche al Capo dello Stato e cori da stadio contro Di Maio. Poi Salvini mette in guardia le Ong: «Godetevela finché potete perché noi al governo ci torniamo tra poco». Ecco cosa è avvenuto nel primo giorno di raduno leghista.

Deve ancora iniziare ufficialmente ma Pontida fa già discutere. Perché nel giorno dedicato all’adunata dei giovani leghisti, un tempo giovani padani, non sono mancate le prime forti esternazioni. Tanto dei militanti quanto dei giovanissimi politici che si sono alternati sul palco.

L’ATTACCO AL PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA

«Questo presidente della Repubblica (Sergio Mattarella, ndr), lo posso dire? Mi fa schifo. Mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34% degli italiani». L’attacco al capo dello Stato, passibilissimo di vilipendio, è stato portato avanti dal 31enne deputato veneto Vito Comencini. Per poi aggiungere: «Certo anche Pertini baciò la bara di Tito, quello che ha fatto le foibe».

Cori da stadio invece sono stati dedicati a Luigi Di Maio. «Torna a San Paolo, Di Maio torna a San Paolo», è stato il più gettonato e in riferimento al lavoro di steward allo stadio di Napoli svolto in passato dal leader politico del M5s. Il tutto mentre arrivava il rimbrotto scherzoso da parte di Salvini: «Portate rispetto al ministro degli Esteri, non facciamoci riconoscere…».

COSA CAMBIA NELLA LEGA GIOVANI

Il congresso giovanile ha portato anche alcune novità nell’esecutivo. In primis l’addio di Andrea Crippa. Che lascia il comando del congresso per intraprendere il ruolo di vicesegretario federale. Al suo posto è stato nominato Luca Toccalini, 29 anni, parlamentare lombardo ed ex dirigente degli universitari padani.

IL PD PRETENDE LE SCUSE DI COMENCINI

Le parole di Comencini al presidente della Repubblica non sono passate inascoltate. Soprattutto a Sinistra. «L’attacco a Mattarella è gravissimo. Le sue parole si configurano come vilipendio al Capo dello Stato. Chieda scusa immediatamente al presidente o mi farò promotore di una denuncia per le gravissime offese», ha detto l’esponente del Pd Stefano Pedica.

«Solidarietà al presidente Mattarella per i vergognosi e volgari attacchi lanciati da Pontida da chi dovrebbe rappresentare gli italiani…», ha scritto invece su Twitter il vicesegretario del Pd Andrea Orlando. «Le parole dell’on. Comencini sono vergognose e non commentabili. Mi auguro che il deputato leghista, Salvini e tutta la Lega chiedano al più presto scusa al Presidente della Repubblica», ha commentato il vice presidente dei senatori del Pd Franco Mirabelli. Per poi aggiungere: «In caso contrario ci troveremmo di fronte al vilipendio del nostro Capo dello Stato di cui l’esponente leghista dovrà rispondere alla magistratura. Dalla Lega abbiamo sopportato anche troppo».

SALVINI ACCOGLIE IL SUO POPOLO A BRACCIA APERTE

Il leader del Carroccio intanto si gode la sua gente e assicura: «Vedo bandiere del Leone, della Rosa Camuna, del Regno delle due Sicilie. Posso dirvi che se rimaniamo uniti gli facciamo un mazzo così». Piovono gli applausi, i cori e le urla. Poi un duplice attacco. Prima ai giornalisti che se pensavano «che, avendo perso i ministeri, avrebbe trovato una Pontida vuota e trista sappia che qui c’è la Pontida più grande e di sempre». Poi è la volta delle Ong: «Ora che i porti sono aperti, vi dico godetevela finché potete perché noi al governo ci torniamo tra poco e torneremo a difendere i confini, come un Paese normale».

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La fine del sogno berlusconiano e l’agghiacciante ritorno al ’93

Il Cav riuscì nel miracolo di ibernare la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa. Ora Lega e FdI, erede di An, non sono più divisi dal Po. Mentre Fi è ridotta ai numeri del Ccd.

Me lo ricordo quell’autunno del 1993. Fu l’autunno della Dc, travolta da Tangentopoli al debutto dell’elezione diretta dei sindaci, legge voluta dal democristiano Antonio Gava e rivelatasi fatale per il partito. La Dc fu esclusa dai ballottaggi a Milano, Roma, Napoli. Sul podio progressista saliva regolarmente il Pds di Achille Occhetto, su quello opposto si alternavano la Lega a Nord e il Msi al Sud.

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IL MIRACOLO DELLA BALENA AZZURRA

All’improvviso la Dc sperimentò l’eterogenesi dei fini: nate per puntellare l’egemonia democrisiana, le leggi maggioritarie finirono per accelerarne la decomposizione, aprendo la via alla successione di una destra bicefala, leghista a Nord e missina al Sud. Pochi mesi dopo, il miracolo berlusconiano fulminò la vittoria di Occhetto, e stravolse i connotati della nascente Seconda Repubblica: si materializzò dal nulla una balena azzurra appena più piccola di quella bianca, ma capace di alleare le due destre nemiche tra di loro. Berlusconi si alleò a Nord con Umberto Bossi e a Sud con Gianfranco Fini, li portò entrambi al governo, ma ne fece per 20 anni due comprimari, tarpando le ali al processo che dal ’93 in poi ne avrebbe fatto gli eredi dell’elettorato democristiano.

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COSÌ BERLUSCONI IBERNÒ LA DC

Il capolavoro di Berlusconi è stato di aver ibernato la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa: la pulsione reazionaria della destra italiana è stata temperata prima dalla mitezza della ispirazione Dc, poi dagli usi di mondo del geniale fondatore di Forza Italia. Il Pdl fu il trionfo di questo disegno: per la prima volta un partito di centro raggiungeva i consensi della Dc, la destra di An veniva incorporata, quella di Bossi lateralizzata.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

FINISCE IL SOGNO DI ETERNITÀ DEMOCRISTIANA

Poi sono venuti gli errori: una gestione munifica delle alleanze ha consegnato il Veneto alla Lega, e poi il Piemonte, e infine la Lombardia, core business del regolamento di conti tra padani e azzurri. Il monocolore leghista nel Nord ha cancellato qualsiasi velleità egemonica di Forza Italia. L’implosione del Pdl ha costretto gli ex An a rimettere a mare una scialuppa, e la energica e volitiva Giorgia Meloni in pochi anni l’ha trasformata in una corazzata quasi eguale a quella di An, e ormai più solida e confortevole della stessa Forza Italia. Il risultato è un agghiacciante ritorno al 1993, con le due destre non più divise dal Po: Meloni esiste anche a Nord e la Lega sfonda anche a Sud. Venticinque anni dopo gli eredi di Bossi e Fini si riprendono lo spazio e il tempo perduto. Il meraviglioso sogno della eternità democristiana perpetuata dal Cavaliere si è interrotto, con Forza Italia ridotta ai numeri del Ccd, e le destre insediate senza contraddizione sulle praterie conservatrici.

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L’Espresso e Fanpage: «Consulenze di Savoini pagate dalla Regione»

Due inchieste giornalistiche tornano sull'ex portavoce di Salvini, presunto intermediario tra la Lega e il governo russo. Secondo le testate, avrebbe ricevuto laute consulenze da società controllate della Regione lombardia.

Gianluca Savoini avrebbe ottenuto «una lauta consulenza offerta da una controllata dalla Regione Lombardia, il cui azionista di maggioranza è appunto il Pirellone». Lo scrive il settimanale L’Espresso in un’anticipazione di un servizio sul presidente dell’associazione Lombardia-Russia al centro dell’inchiesta milanese sui presunti fondi russi alla Lega, che sarà pubblicato domenica 15 settembre.

FANPAGE: «PIÙ DI 2 MILA EURO AL MESE DA FNM»

Il sito Fanpage.it scende ancor più nel dettaglio, scrivendo che, a partire da giugno 2019, l’ex portavoce di Matteo Salvini «ha iniziato a percepire un compenso mensile di 2.600 euro da Fnm Spa», Ferrovie Nord Milano, società quotata in Borsa «e amministrata da un altro leghista storico: l’ex parlamentare e già vicepresidente regionale Andrea Gibelli». L’ufficio stampa di Fnm fa sapere che «per prassi aziendale» la società «non fornisce informazione e/o commenti sui propri rapporti contrattuali». Le due testate aggiungono che Gianluca Savoini avrebbe ottenuto anche una consulenza pagata dalla società privata Ernst&Young.

GLI ARTICOLI CHE FECERO SCATTARE L’INCHIESTA A MILANO

Nella sua inchiesta il settimanale parla di «consulenze e collaborazioni, pagate soprattutto con denaro pubblico. Più di 4 mila euro al mese di soldi pubblici», si legge nell’anticipazione sul sito web de L’Espresso, «che affluiscono nel conto corrente di Savoini». Dopo i primi articoli del settimanale la procura di Milano ha aperto un’inchiesta.

L’ESPRESSO: «VERSAMENTI A SAVOINI PER UN SOFTWARE DI TRADUZIONE»

L’anticipazione del servizio, a firma di Giovanni Tizian, parla di una collaborazione dell’ex portavoce di Matteo Salvini con Global Shared Services Srl una società della galassia Ernst & Young. «In piena bufera scatenata dalle rivelazioni sulla trattativa del Metropol, il 25 giugno 2019, Global Service stacca un sostanzioso bonifico a Savoini». Secondo Fanpage.it, la cifra su quel bonifico sarebbe di 71.400 euro per «un contratto di collaborazione professionale relativo allo sviluppo commerciale di un software linguistico di traduzione automatica». Savoini, presunto intermediario tra la Lega e gli uomini del presidente russo Vladimir Putin, è anche vicepresidente del Corecom, l’organismo che si occupa del controllo del sistema delle comunicazioni regionali.

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Due dossier «da brividi» sulla Rai sovranista pronti per Conte

Il segretario della vigilanza Anzaldi parla di «pluralismo negato, qualità a zero e ascolti sprofondati». Un sistema «marcio e deviato» su cui il premier deve «pretendere un cambio di passo».

Due dossier «da brividi» sui 14 mesi della Rai sotto il governo giallo-verde e sugli ultimi giorni, dalla crisi ai primi passi del governo Pd-M5s, pronti da inviare al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, appena verrà fatta la nomina, al nuovo sottosegretario alle Telecomunicazioni. Il deputato Pd Michele Anzaldi segretario della commissione di vigilanza della televisione pubblica è determinato a fare una sorta di operazione trasparenza su quella che si può chiamare la Rai sovranista: «Tocca anche a loro pretendere un cambio di passo vero, netto, profondo», ha spiegato parlando del premier e del futuro sottosegretario.

Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza della Rai.

«RAI FUORI CONTROLLO, SISTEMA MARCIO E DEVIATO»

Il giudizio di Anzaldi è tutto negativo: «Ascolti sprofondati. Qualità ridotta a zero. Pluralismo puntualmente negato. Un decadimento totale. C’è una emergenza informazione. Tocca al Pd creare una task force di monitoraggio e di denuncia. C’è una Rai fuori controllo, c’è un sistema completamente marcio. Completamente deviato. Un incidente giornalistico dietro l’altro e nessuna consapevolezza di quello che sta accadendo».

A FRATELLI D’ITALIA E LEGA IL DOPPIO DEL TEMPO CHE A CONTE

Tra quelli che definisce «incidenti giornalistici», Anzaldi cita la scelta del Tg2 di dedicare «alla manifestazione di Fratelli d’Italia e Lega fuori Montecitorio il doppio del tempo che concede al primo discorso di Giuseppe Conte da premier del governo M5s-Pd. Così si calpesta l’abc del giornalismo e vedere l’Ordine che si gira dall’altra parte non mi va giù». L’Ordine dei giornalisti, secondo Anzaldi, dovrebbe «richiamare e sanzionare», ma serve «una presa di coscienza collettiva. Tocca all‘amministratore delegato Salini e ai direttori di reti e tg spiegare al Paese che quello che è successo in questi mesi non succederà mai più». La Rai, aggiunge Anzaldi, «ha una sola vera trasmissione in prima serata di approfondimento politico, CartaBianca, e Bianca Berlinguer decide di far spiegare agli italiani la crisi politica da Mauro Corona, uno che di mestiere fa lo scalatore». Per Anzaldi, «Salvini e Di Maio hanno lottizzato ogni spazio. Una fame di spartizione e di occupazione che fa paura»; «va ripristinata la legalità», facendo anche «piena luce sulla storia opaca e piena di omissioni che ha portato all’elezione di Marcello Foa a presidente del Cda». Il segretario Vigilanza Rai sottolinea di aver chiesto «da mesi l’accesso agli atti, ora mi aspetto che lo faccia anche il M5s. Perchè la strada è una sola: restituire alla Rai un presidente di garanzia come prevede la legge».

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I sondaggi politici elettorali del 12 settembre 2019

La Lega resta prima al 33,3%. Controsorpasso di Forza Italia (7,8%) su Fratelli d'Italia (7%). Pd al 23%, M5s al 19%. Il 58% sarebbe andato al voto.

Se si votasse il 12 settembre la Lega sarebbe il primo partito con il 33,3% dei consensi seguita dal Pd al 23%. Sono i dati che emergono dal sondaggio Emg Acqua condotto per la trasmissione di Rai3 Agorà. Il Movimento Cinque Stelle otterrebbe il 19,7% delle preferenze, Forza Italia il 7,8%, Fratelli d’Italia il 7%. Più Europa arriverebbe al 2,6%, La Sinistra all’1,8%.

IL 58% SAREBBE ANDATO ALLE ELEZIONI

Secondo il sondaggio, dopo la caduta del governo gialloverde sarebbe stato meglio andare alle elezioni per il 58% degli elettori. La decisione di dar vita ad un nuovo governo è invece promossa dal 39% delle persone. Tra gli elettori del Pd sono il 78% gli elettori per i quali è stato meglio formare un nuovo governo, e il 19% quelli che avrebbero preferito le elezioni; mentre tra gli elettori M5s la percentuale di chi avrebbe preferito andare alle urne sale al 39%, contro un 60% che ritiene sia stato meglio formare un nuovo esecutivo.

Nota Metodologica: Autore: EMG Acqua; Committente/Acquirente:RAI PER AGORA’; Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel; Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.865 casi; intervallo fiduciario delle stime: ±2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 93%); rifiuti/sostituzioni: 135 (tasso di rifiuti: 7%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 10 settembre 2019.

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No a un nuovo processo per i Bossi sui fondi della Lega

Confermata la sentenza in Appello di non luogo a procedere nei confronti di Umberto e di suo figlio Renzo. Condanna invece per l'ex tesoriere Belsito.

La Cassazione ha confermato la sentenza di non luogo a procedere per l’ex leader della Lega, Umberto Bossi, e per suo figlio Renzo nell’ambito del filone milanese del procedimento sui fondi del Carroccio.

LA PROCURA VOLEVA ESTENDERE LA QUERELA DI SALVINI

Per l’ex segretario della Lega e suo figlio non è previsto dunque alcun nuovo processo, dopo che la Suprema corte ha respinto il ricorso della procura di Milano, che chiedeva di estendere anche ai due Bossi la querela presentata dal leader della Lega Matteo Salvini nei confronti del solo ex tesoriere Francesco Belsito, accusato di appropriazione indebita in merito alla vicenda della truffa elettorale.

CONFERMATA LA CONDANNA A BELSITO

Confermata anche la condanna inflitta in Appello proprio a Belsito, che è accusato di appropriazione indebita su querela avanzata dal segretario della Lega Matteo Salvini. L’ex tesoriere era stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa, dalla corte di Appello di Milano il 23 gennaio 2019. Ora la Suprema Corte ha respinto il ricorso di Belsito contro la condanna.

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