Coronavirus, Regione Lombardia e Lega contro il governo Conte

Primi strappi tra governatori del Nord e l'esecutivo.Il premier chiede coordinamento, minacciando di togliere le prerogative sulla Sanità. Fontana: «Irricevibile e offensivo». E Molinari del Carroccio lo accusa di parlare «quasi da fascista». Salvini all'attacco.

La “quarantena” delle polemiche politiche pare essere finita. Dopo i primi giorni di lavoro coordinato, si registra il primo strappo tra le Regioni colpite dal coronavirus, Lombardia in testa, e il governo.

CONTE: SERVE AL COORDINAMENTO

Basta «iniziative autonome non giustificate», basta andare «in ordine sparso», perché si rischia di far danno. È stato l’appello del premier Giuseppe Conte. Se mancasse il coordinamento tra i servizi sanitari regionali, il governo potrebbe intervenire con «misure che contraggono le prerogative dei governatori». Conte ha poi spiegato che all’origine di uno dei focolai c’è stata la gestione «di un ospedale» non in linea con i protocolli. E, ovviamente si tratta di un ospedale di una Regione del Nord. Poi chiede anche ai presidenti delle Regioni fuori dall’area del contagio di non agire da soli, senza indicazioni da Roma. «Noi veniamo in maniera ignobile attaccati da un presidente del Consiglio che non sapendo di cosa parla dice che noi non seguiamo i protocolli, quando Regione Lombardia i protocolli non solo contribuisce a livello nazionale a realizzarli, ma li segue in maniera puntuale», ha risposto a stretto giro l’assessore al Welfare Giulio Gallera intervistato ad Agorà.

IL CARROCCIO ALL’ATTACCO DEL PREMIER

Ma le sue parole scatenano un putiferio e rompono il fair play che c’era stato finora anche con i governatori leghisti, riportando in primo piano lo scontro in atto con Matteo Salvini. «Conte usa parole quasi fasciste, evoca i pieni poteri, si dimetta», ha attaccato Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. «Insultare la Lega e Salvini è davvero demenziale. C’è qualcuno che gode perché i morti sono in Lombardia», ha detto Salvini su Facebook. «C’è qualcuno a sinistra, pochi per fortuna a godere dei morti… Ma voi davvero non state bene». «Ora è il momento di stare uniti e sperare o, per chi crede, pregare», ha aggiunto.

IL TAVOLO DI COORDINAMENTO PRESSO LA PROTEZIONE CIVILE

Il presidente del Consiglio intanto ha istituito un tavolo di coordinamento quotidiano tra governo e Regioni nella sede della Protezione civile. L’obiettivo è anche prevenire episodi come quello della quarantena imposta in Basilicata agli studenti che tornano dal Nord. O della sua telefonata, a conferenza stampa in corso, al presidente delle Marche Luca Ceriscioli che stava per annunciare la chiusura delle scuole: il premier gli ha chiesto di non farlo e il governatore, immediatamente, si è adeguato.

LA RISPOSTA DELLE REGIONI

Anche con i governatori del Nord, che fronteggiano il contagio, Conte sceglie la linea del filo diretto, mentre Salvini cannoneggia il governo. La situazione si è fatta incandescente nella tarda serata di lunedì quando il premier ha detto che per governare l’emergenza il governo è pronto non solo, come annunciato dal ministro Francesco Boccia, a impugnare decisioni fuori asse delle Regioni, ma anche a intervenire al loro posto in materia di Sanità. «Un’idea irricevibile e per certi versi offensiva», ha commentato il lombardo Attilio Fontana, che ha rivendicato quanto fatto dalle Regioni aggiungendo che a questo punto inizierà a ricordare di aver avvertito il governo un mese fa dei rischi di contagio. «Qualche risposta è mancata dal governo», ha attaccato pure il ligure Giovanni Toti. Si è rotto così lo spirito di unità nazionale che aveva segnato finora la gestione dell’emergenza. Conte ha annunciato anche un «tavolo con tutti i partiti» a Palazzo Chigi a cui ha intenzione di invitare anche Salvini. «Ma la smetta di speculare», ha ha sottolineato spazientito. Il leader della Lega era sembrato abbassare i toni, dicendosi pronto a collaborare con proposte e rispondere a una chiamata del premier. Ma in realtà non depone le armi, sposta solo un po’ più in là, a emergenza placata, la richiesta di dimissioni di chi nel governo si è mostrato «incapace» perché «ha aspettato il morto per agire».

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Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Identikit del prossimo Presidente della Repubblica

Oggi può diventare capo dello Stato chi ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

Quelli che sanno le cose della politica dicono, e scrivono, che la fibrillazione di questi giorni è dovuta all’avvicinarsi delle nomine nelle partecipate e, sullo sfondo, all’avvio della gara per il Quirinale

Le nomine sono un passaggio importante che in un Paese serio andrebbe affrontato con uno spirito, diciamo così, oggettivo. Chi ha fatto bene va confermato, chi no lascia.

In un Paese serio le aziende non andrebbero sottoposte a numerosi cambi di vertice ma bisognerebbe lasciare che le leadership abbiano il tempo di  realizzare un programma di medio periodo. Invece in Italia accade come per le leggi sulla giustizia, sui criteri elettorali o sulla scuola. L’ultimo che arriva fa a modo suo nella certezza che il successore butterà tutto per aria. Per le nomine il criterio meritocratico non è difficile da realizzare: si guardano le singole aziende, le si confronta con il loro recente passato, si decide se il programma di chi c’è ha avvenire e quindi si decide. Dovrebbe essere così. Dovrebbe.

GLI INTERVENTI DEL COLLE NELLA VITA POLITICA

Per il Quirinale è un terno al lotto. Il Colle è passato dall’essere raffigurato come il luogo di elezione per una figura notarile, a sede della politica-politica. Diciamo da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibili. Tanto per non fare nomi hanno dominato la scena politica sia Sandro Pertini, sia Oscar Luigi Scalfaro, sia Francesco Cossiga, sia Giorgio Napolitano con interventi spesso necessari ma non sempre rispettosi dell’autonomia della politica.

Da Giovanni Gronchi in poi il capo dello Stato è intervenuto pesantemente nella politica attiva, spesso nelle regole ma altrettanto frequentemente con esternazioni o un lavorio sotterraneo discutibil.

Sergio Mattarella è un presidente attento, che non si mette la maglietta di alcuna squadra politica e che cerca di fare l’arbitro. Talvolta esagera in timidezza. Ma nessuno può accusarlo di avere invaso campi non suoi. È però anche lui un presidente molto attivo sullo scenario della politica dove si è confrontato con una situazione inedita che ha visto l’apparente affacciarsi di un nuovo sistema politico fondato su Lega e 5 stelle che poi è crollato perché gli uni si stanno squagliando e l’altra ha uno sconsiderato alla guida del partito più forte.

IN CORSA PER IL POST MATTARELLA ANCHE CARTABIA

In queste settimane però si sono moltiplicati i boatos su chi potrebbe aspirare al Quirinale. Finalmente si sussurra anche il nome di una donna, la dottoressa Marta Cartabia che presiede l’Alta Corte. L’aspetto più surreale è che tutti i candidati, quasi sempre auto-candidati, sono del centrosinistra malgrado questa componente abbia pochi voti in parlamento. E i pettegolezzi girano in modo esasperato e spesso ingiustificato e ingiusto.

L’ANSIA DI PIACERE A DESTRA

Perché quel noto politico scrive su un ragazzo di destra ucciso dalla sinistra? Perché l’ex magistrato che ha guidato il partito dei giudici, rovinando l’Italia, fa sforzi tarantolati per accreditarsi come il legittimatore della destra di Salò? E che cosa pensa di fare l’uomo simbolo dell’Ulivo e il giovane-vecchio Dc che comanda su tutto? Tutti vengono da un mondo diventato minoritario e tutti sembrano impegnati nella corsa per piacere a destra.

UNA MAGGIORANZA QUIRINALIZIA INEDITA

Potrei continuare l’elenco facendo una scommessa. Nessuno di loro arriverà al Colle per due ragioni. La prima è che nella partita ci sono i voti dei 5 stelle, ormai “grandi elettori” privi di una guida, e soprattutto ci sono i voti della destra. Molto probabilmente potrebbe nascere una maggioranza quirinalizia inedita che faccia fuori i soliti noti. Se quello che scrivo è vero o verosimile, chi aspira al Quirinale, compreso l’attuale inquilino, deve mostrarsi come la persona che può risolvere le crisi che si succederanno da qui al voto per la Presidenza della Repubblica. Altre volte ha vinto un outsider. Lo era Pertini, lo era Scalfaro, lo è stato Giorgio Napolitano. Oggi può diventare presidente solo uno che fa cose per la Patria e che ha un passato privo di zig zag. Solo così la destra può votare uno di sinistra e viceversa. Gli altri per cortesia lascino perdere, fanno solo rumore. Sanremo è finita.

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Cosa c’è dietro la giravolta “moderata” di Salvini contro Meloni

Fratelli d'Italia cresce nei sondaggi. Così la Lega prova a reinventarsi "destra non radicale". Per costruire un'alleanza centrista che accrediti il Carroccio anche a livello internazionale. Cercando il dialogo persino con Renzi. Ma l'orizzonte di voto è rimandato almeno al 2021.

Un selfie non è bastato a siglare la tregua. La foto pubblicata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni non ha infatti smorzato le polemiche tra i duellanti del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia.

SCINTILLE FRUTTO DELLA COMPETIZIONE CHE CRESCE

Anzi, come spesso accade, i selfie trasudanti armonia sono un termometro delle tensioni in aumento e servono alla propaganda per provare a celarle. Le scintille sono il frutto della competizione, seppure negata in pubblico dall’ex ministro dell’Interno, tra i due partiti.

FDI SALE, LA LEGA CALA: INSOFFERENZA IN VIA BELLERIO

La crescita nei sondaggi di Fdi e il trend di frenata (e qualche volta di calo) della Lega aumentano l’insofferenza dei vertici di via Bellerio, che per questo motivo hanno iniziato a studiare scenari diversi per il futuro con un orizzonte di voto alle Politiche almeno per il 2021. L’obiettivo? Un centrodestra cucito a misura di Salvini, con una costellazione di forze centriste e moderate a fare da pretoriani, anche per accreditare il (fu) Carroccio presso le cancellerie europee.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

NUOVA STRATEGIA GIÀ DALLE REGIONALI 2020

E non escludendo a priori neppure il dialogo con Italia viva di Matteo Renzi per mettere all’angolo della destra il partito guidato da Meloni. Una strategia destinata a partire fin dalle Regionali: dopo la sconfitta in Emilia-Romagna, le elezioni della primavera 2020 hanno acquisito ancora maggiore importanza per Salvini. Soprattutto nelle regioni del Sud: in Campania e in Puglia la Lega non vuole limitarsi a un ruolo ancillare.

LA LINEA DI GIORGETTI: BASTA CON TENTAZIONI DI ITALEXIT

È già stata messa a punto la macchina della propaganda leghista tutta orientata al riposizionamento “moderato” del partito, sotto la regia attenta di Giancarlo Giorgetti. L’incontro con la stampa estera ha rappresentato alla perfezione l’obiettivo di rinnovare l’immagine davanti alle diplomazie mondiali: una forza affidabile, non più anti-sistema. Giorgetti ha così piantato un paletto: basta tentazioni di Italexit. La Lega è per restare nell’Unione europea. «Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto», ha sentenziato l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Corriere, con buona pace dei parlamentari no euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.

Non ambisco a rappresentare la destra radicale

Matteo Salvini

Una frase che sembra fare il paio con il «non ambisco a rappresentare la destra radicale», pronunciata da Salvini e che ha fatto sobbalzare dalla sedia i vertici di Fdi, che hanno replicato con una buona dose di irritazione.

TRA MATTEO E GIORGIA NON SOLO DIVISIONI PERSONALI

La Lega è al lavoro, in silenzio, per svincolarsi dagli eredi di Alleanza nazionale: una presenza troppo ingombrante, perché Giorgia Meloni non è certo un alleato tenero; sa occupare la scena mediatica, talvolta rubandola proprio a Salvini. Ma non è solo una questione personale: ci sono dei dossier su cui l’intesa sarebbe difficile anche solo da immaginare. Basti pensare all’autonomia, tema finito sotto traccia ma che resta fondamentale per i governatori leghisti del Nord, Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).

Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

ALLA RICERCA DELLA STAMPELLA DI FORZA ITALIA

Al confronto i tavoli con il Movimento 5 stelle e l’allora ministra per il Sud, Barbara Lezzi, sarebbero ricordati come una passeggiata di salute. Perciò è meglio progettare un centrodestra con la Lega a fare da traino, appoggiata sulle stampelle dei moderati di Forza Italia o di quel che diventerà nei prossimi mesi visto lo sfarinamento in atto tra gli azzurri.

FIGURA CHIAVE TOTI, PIÙ CHE CARFAGNA

Anche per questa ragione Salvini continua a tenere in grande considerazione il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, fondatore del piccolo partito Cambiamo. L’auspicio è che sia lui, più che Mara Carfagna, a raccogliere l’eredità di quell’area. Del resto Toti è stato sin dal principio il più leghista dei forzisti, molto prima dell’addio al partito di Silvio Berlusconi.

Giovanni Toti e Mara Carfagna.

E RENZI SI STA DIMOSTRANDO IL MIGLIOR ALLEATO…

Tra i corridoi dei Palazzi si muove altro, con risvolti tutti da verificare. La Lega continua a studiare con interesse le mosse dell’altro Matteo, quel Renzi che si sta rivelando il miglior alleato del centrodestra nell’azione di logoramento del governo Conte 2. Nessuno ufficialmente è talmente spregiudicato da fare aperture all’ex presidente del Consiglio, nella consapevolezza che in questa fase sarebbe puro autolesionismo. Perciò viene stroncata sul nascere qualsiasi ipotesi di governo con Lega e Italia viva in questa legislatura, fosse anche un esecutivo istituzionale.

salvini renzi accordo retroscena
Matteo Salvini e Matteo Renzi.

CONVERGENZE SU PRESCRIZIONE ED ECONOMIA

Il rapporto di simpatia personale tra Salvini e Renzi è comunque un fatto assodato. In pubblico si beccano in un gioco delle parti funzionali a entrambi per legittimarsi come avversari. Ma già nelle votazioni in parlamento sulla prescrizione si sono verificate convergenze. E in materia di fisco ed economia la distanza tra i “due Mattei” non è affatto siderale.

MA SE SI VOTASSE SUBITO TUTTA LA STRATEGIA CROLLEREBBE

La strategia leghista è in ogni caso legata al fattore temporale. Un centrodestra a guida Salvini e libero da Meloni è ipotizzabile solo con un orizzonte di voto alle Politiche quantomeno nel 2021, per cercare di sgonfiare il consenso di Fratelli d’Italia. Tuttavia, in caso di un definitivo sfaldamento del Conte 2 e un eventuale ritorno al voto, non ci sarebbe scelta: la Lega dovrebbe fare i conti con la realtà dei voti e accettare l’alleanza con Fratelli d’Italia, quel partito che dallo stesso Salvini è stato relegato a rappresentare la «destra radicale».

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Salvini torna a parlare di uscita dell’Italia dall’Ue

In un live su Facebook, il leader leghista minaccia: «O si cambia, o facciamo come gli inglesi». Ma due giorni prima aveva rassicurato la stampa estera: «Non vogliamo uscire dall'Unione».

«O l’Europa cambia o non ha più senso di esistere». Sarà l’onda lunga della Brexit, ma Matteo Salvini ha cambiato di nuovo idea sull’Ue. In un live su Facebook, il leader leghista è tornato ad attaccare le istituzioni europee, con cui sembrava aver siglato una tregua almeno parziale nel periodo in cui era stato ministro, dopo anni di campagna elettorale condotta all’insegno dell’euroscetticismo, con tanto di minacce di tornare alla lira. «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore», ha detto Salvini.

LA CONFERENZA STAMPA EURO-FRIENDLY

Eppure, appena due giorni prima, Salvini aveva accolto la stampa estera a una conferenza il cui obiettivo era proprio quello di riposizionare il partito sui temi che riguardano l’Unione: «La nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica» aveva detto il 13 febbraio. Concetto ribadito dall’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti in un intervista rilasciata il giorno dopo al Corriere della Sera. Due giorni sembrano essergli bastati per cambiare radicalmente idea e tornare a minacciare una Italexit.

IL PIEDE IN DUE STAFFE

La sensazione è che Salvini cerchi da una parte una credibilità istituzionale che la sua vicinanza alle forze sovraniste europee gli aveva fatto perdere, ma che al tempo stessa non voglia cedere davanti a un elettorato scontento, che finora è stato la chiave del suo successo. Due facce, insomma, una più istituzionale e ufficiale, l’altra da uomo del popolo. Strategia confermata anche da quanto, secondo quello che riporta il Corriere, avrebbero spiegato i suoi comunicatori: una linea che è quella annunciata davanti ai giornalisti stranieri con qualche potenziale deroga su casi specifici.

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«Sono e resto della Lega di Salvini La mia militanza è indiscussa»

di Adriano Rescigno

«La mia militanza ed il mio impegno per la Lega sono indiscussi, da consigliere provinciale sono presente in tutte le battaglie del partito». Così l’ex sindaco di Pontecagnano Faiano, Ernesto Sica, il cui nome è su una ideale graticola in vista delle prossime regionali. Il consigliere provinciale che punta ad uno scranno a Palazzo Santa Lucia dunque rivendica la sua appartenenza al Carroccio: «Sono un tesserato, il mio rapporto con il partito è ottimo, vengo da tre campagne elettorali e la mia militanza è indiscussa così come il mio impegno da consigliere provinciale su ogni battaglia del partito». Sica ha le idee chiare anche sul come è possibile contrastare e vincere su Vincenzo De Luca: «Sarà una campagna elettorale dura e difficile, l’avversario è dei peggiori e la coalizione del centrodestra può trovare la sua forza all’interno di liste composte da amministratori radicati sul territorio e dal massimo delle espressioni della società civile». In merito alla “campagna acquisti” del Carroccio: «Sono felice e saluto con gioia i nuovi innesti del partito, ne vorrei sempre di più e sempre di maggior profilo per il bene di tutti, del partito e del centrodestra». Allontana dunque le voci di una sua vicinanza o riavvicinamento a Forza Italia, amore burrascoso del suo passato politico Sica che tiene a ribadire con forza la sua appartenenza al partito di Salvini: «Sono l’unico consigliere provinciale della Lega sui territori di Salerno che mai prima di me ha avuto un rappresentante del Carroccio e che costantemente è sui territori, tra le comunità per cercare di capirne e rappresentarne al meglio le istanze in tutte le sedi. Credo che questo sia il nocciolo dell’attività politica, essere vicini alle persone nei loro territori, non farli sentire abbandonati e far diminuire quel distacco troppo spesso percepibile tra istituzioni e cittadini. Per quanto mi riguarda il mio agire è esclusivamente sotto il simbolo del Carroccio»

Consiglia

«Meglio le Province che le Regioni» La Lega? «Sia meglio organizzata»

di Andrea Pellegrino

«Spero che la Lega non sia come gli altri: si faccia un congresso e ci sia rappresentatività e soprattutto tenga ben presente chi sale all’ultimo momento sul carro dei vincitori. Anzi sul Carroccio». Pino Palmieri è sindaco di Roscigno. Ha lasciato Roma, dove è stato anche consigliere regionale, per amministrare il suo comune di origine. Già da tempo è un iscritto della Lega di Matteo Salvini, fin da quando al sud era impossibile raggiungere percentuali a due cifre. «Non sono interessato a candidature, non sono interessato ad incarichi», dice Palmieri: «Sono interessato a far crescere il mio territorio e a sostenere un progetto politico che mi convince».

Tra qualche mese si voterà per il rinnovo dei vertici della Regione Campania, lei sarà in campo?

«Mi hanno offerto la candidatura. Io ho detto no. Anche perché sono stato consigliere regionale del Lazio e da questa esperienza ho appreso solo l’importanza delle Province e la poca utilità delle Regioni. Sono favorevole al ritorno di amministrazioni provinciali forti e rappresentative, anche al costo di abolire le regioni che sono, ad oggi, solo pachidermi istituzionali». Centrodestra. Ad oggi siamo ancora in alto mare «Penso che occorra abbandonare il tatticismo partitico a favore del progetto. Non è possibile che a sessanta giorni circa dalla presentazione delle liste non ci sia ancora l’indicazione sul candidato. Noi siamo persone che danno anima e corpo sui territori ma abbiamo bisogno di riferimenti certi».

Cosa pensa di Caldoro?

«E’ una persona perbene, pacata e preparata. Penso che abbia amministrato bene. Naturalmente non tocca a me stabilire logiche politiche o strategie che spettano ai partiti».

Un centrodestra unito pensa che sia vincente?

«L’unione fa la forza. Ora è indispensabile indicare il candidato e avviare la campagna elettorale. Il centrodestra ha un trend positivo in tutta Italia ed anche in Campania, ma naturalmente gli avversari non stanno a guardare. De Luca, inoltre, è un personaggio politico di spessore e sa bene come si fa una campagna elettorale».

Ha mai conosciuto Vincenzo De Luca?

«No, mai incontrato».

Torniamo al Carroccio..

«Io ho aderito convintamente alla Lega, anche quando era difficile farlo in questa terra. Però ora occorre una classe dirigente che sia rappresentativa, che sia capace, che sostenga noi amministratori locali. La critica non è sinonimo di abbandono, anzi è qualcosa di cui si necessita, a mio avviso, per costruire e non distruggere. Non sono interessato a candidature o incarichi, vorrei solo che questo partito non sia come gli altri. Spero in un congresso e spero che siano i tesserati ad eleggere i propri dirigenti di partito. Io ribadisco la mia appartenenza alla Lega e la mia volontà di far crescere questo partito».

Consiglia

I sondaggi politici elettorali del 10 febbraio 2020

Continua l'onda lunga delle Regionali in Emilia Romagna: Il Pd risale al 20,7%, la Lega cala al 32,3%. Stabile il M5s.

L’onda lunga delle elezioni in Emilia Romagna si fa ancora sentire sui sondaggi politici elettorali. Nelle rilevazioni di Swg per il TgLa7, il Pd continua la sua risalita passando dal 19,7% del 3 febbraio al 20,7% del 10 febbraio, la Lega cala dal 33,3% al 32,3%, il M5s passa dal 13,9% al 14%, FdI dal 10,2% al 10,8%, Forza Italia dal 6,3% al 5,4%, Italia viva dal 4,1% al 4,2%.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Salvini gela Bossi: «La Lega non ha padri nobili»

Il leader del Carroccio risponde con una frecciata alle critiche del fondatore, che in un'intervista aveva messo in dubbio la strategia nazionalista dell'ex ministro dell'Interno.

«Non ci sono più padri nobili: i padri nobili della Lega sono i 9 milioni di italiani che ci danno il voto», ha detto Matteo Salvini ai cronisti a Palermo che gli hanno chiesto se Umberto Bossi è ancora il padre nobile della Lega. Alla domanda di un cambio di leadership nella Lega, Salvini ha risposto: «Un partito che ha il 33% dei voti e l’affetto di milioni di italiani penso che risponda coi fatti». «La Lega è presente in tutta Italia e ambisce a governare ovunque», ha aggiunto.

BOSSI: «LA TESSERA NAZIONALISTA NON FA PER ME»

«Ho aderito al gruppo Lega per Salvini premier per forza di cose. Ma una tessera nazionalista mica fa per me. Ci sono tanti militanti che non approverebbero. Molti sono già andati via, attirati dal movimento Grande Nord di Roberto Bernardelli. Sbagliano prospettiva. Soffrono perché la Lega ha tolto la parola al Nord. Ma non è finito il mondo. Un recupero è possibile», aveva detto in un’intervista a Repubblica il fondatore della Lega Nord. «Evidentemente», aggiungeva Bossi, «anche cambiando leadership. Ma io ho fiducia che, essendo mutata la situazione, anche le persone possano correggersi e cambiare».

«BONACCINI È STATO BRAVO»

Il Senatur ha parlato anche esplicitamente di Salvini e della sconfitta in Emilia Romagna: «Con la linea nazionalista neanche in Emilia c’era da pensare di vincere. Bonaccini è stato bravo ad agganciarsi per tempo al treno di Lombardia e Veneto, con il progetto del regionalismo differenziato. La Lega nazionalista invece gli ha concesso uno spazio che doveva essere il suo. Come non capire che il popolo emiliano vuole raggiungere il traguardo».

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I pm di Milano non mollano l’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega

Chiesti altri sei mesi di tempo per condurre le indagini. Nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci le foto di un foglio con le percentuali dell'accordo (mai andato in porto).

La procura di Milano ha chiesto altri sei mesi di tempo per continuare a indagare sui presunti fondi russi alla Lega. Nell’inchiesta sono indagati per corruzione internazionale Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia ed ex portavoce di Matteo Salvini, l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex banchiere Francesco Vannucci.

LA DECISONE DEL GIP ENTRO DUE SETTIMANE

Sulla richiesta adesso dovrà pronunciarsi il gip Alessandra Clemente. Gli avvocati degli imputati avranno cinque giorni di tempo per depositare eventuali memorie difensive. Dopo questo termine, entro una decina di giorni, il giudice prenderà la sua decisione ed è molto probabile che la proroga verrà concessa.

L’INCONTRO ALL’HOTEL METROPOL DI MOSCA

Al centro dell’inchiesta c’è la presunta trattativa, non concretizzata ma andata in scena all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018, su una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto avere lo scopo di rimpinguare con 65 milioni di dollari le casse della Lega. Da una parte i tre indagati, dall’altra altrettanti cittadini russi.

FILE AUDIO E FOTO AGLI ATTI DEGLI INQUIRENTI

Agli atti della procura ci sono i file audio resi pubblici da BuzzFeed, ma nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci gli inquirenti hanno trovato anche le foto di un foglio con i dettagli del presunto accordo. Nell’appunto compaiono le percentuali dell’affare, su una partita di petrolio del valore di 1,5 miliardi di euro: il 4% sarebbe dovuto andare alla Lega, il 6% agli intermediari russi. La foto sarebbe stata scatta da Meranda, che poi l’avrebbe girata a Savoini e Vannucci.

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La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

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Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

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Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

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L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

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Cerignale, l’unico paese rosso del Piacentino

Dei 46 comuni della provincia conquistata dalla Lega solo il paese dell'Alta Val Trebbia è rimasto fedele al centrosinistra con la vittoria della lista Emilia-Romagna Coraggiosa davanti al Pd.

Un puntino rosso circondato dal blu. A guardare la mappa del voto in Emilia-Romagna realizzata da You-trend non può non cadere l’occhio su quella sorta di anomalia al confine tra il Piacentino e la Liguria.

Mentre tutta la provincia è ormai territorio della Lega di Matteo Salvini, che si è espansa anche in quel di Parma, il fortino di Cerignale – una manciata di elettori, circa 170 – è rimasto fedele alla sinistra. Unico tra i 46 comuni piacentini dove Lucia Borgonzoni ha sfiorato punte del 66%. E unico a brindare per la vittoria di Stefano Bonaccini.

Non solo. Nel paese dell’Alta Val Trebbia sembra essersi già realizzato quel bipolarismo tornato in gran voga nelle analisi post-voto. Già perché se Bonaccini qui ha incassato il 65% e Borgonzoni il 34%, il M5s è rimasto a bocca asciutta: zero.

CERIGNALE FEUDO DI EMILIA-ROMAGNA CORAGGIOSA

Passando alle liste, la vera vincitrice a Cerignale è stata la lista della sinistra ecologista capeggiata da Elly Schlein Emilia-Romagna Coraggiosa con il 55%. Il Pd si è fermato al 5%. La Lega al 16% e Fratelli d’Italia all’8%.

L’elaborazione di You Trend sui dati del ministero dell’interno.

Merito del sindaco Massimo Castelli, confermato alla guida del paese per la terza volta lo scorso maggio (tutte e tre le volte con liste civiche vicine al centrosinistra) proprio di Emilia-Romagna Coraggiosa che nell’intera regione ha conquistato il 3,79%. «Un risultato sopra ogni più rosea aspettativa», ha commentato il primo cittadino a Piacenza24. «Una lista civica, un simbolo nuovo, siamo partiti in ritardo. Aver conquistato 2.878 voti personali e 5215 in tutta Piacenza rappresenta una grande soddisfazione». A Piacenza, ha sottolineato Castelli, «abbiamo ottenuto il risultato migliore in regione e questo ci darà la possibilità di portare avanti temi a noi cari come la lotta allo spopolamento della montagna e la lotta alla marginalità».

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ALLE SCORSE EUROPEE LA VITTORIA DEL PD

A maggio 2019 Castelli era stato riconfermato primo cittadino con la lista Insieme ancora per Cerignale legata al centrosinistra con 75 voti, tradotto in percentuale l’89,28%, contro i 9 (10,71%) di Roberto Nistri. Ma anche alle Europee Cerignale si era distinta. Qui il Pd aveva preso il 46,2% (37 voti) contro il 32,5% della Lega (26 voti). Il M5s dava ancora segni di vitalità: con 4 voti era arrivato al 5% (come Forza Italia). Giusto un poco meglio era riuscita a fare Fratelli d’Italia con 5 voti (6,2%). +Europa, invece, si era arenata sul 2,5%: due i voti. Cerignale era pure allora in controtendenza: nel Piacentino la Lega aveva toccato il 45,31% contro il 19,45 del Pd e il 9,79 del Movimento 5 stelle.

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Salvini ha scaricato antisemitismo ed estrema destra, la Lega non ancora

Il segretario si è detto amico degli ebrei e soprattutto di Israele. Smentendo i contatti con CasaPound e neofascisti. Eppure nel suo partito non sembrano pensarla tutti nello stesso modo.

Le tempistiche a volte sono determinanti per leggere e capire gli avvenimenti.

E così, in vista della Giornata della memoria, Matteo Salvini ha organizzato un convegno a Palazzo Giustiniani contro le nuove forme dell’antisemitismo. Per dimostrare che la Lega è amica degli ebrei, che mai si permetterebbe di offenderli.

Per dire che, se diventasse premier, riconoscerebbe immediatamente Gerusalemme come capitale d’Israele. E per sottolineare, ancora, che la Lega non ha rapporti con l’estrema destra, a cominciare da CasaPound.

Peccato, però, che la realtà sia ben diversa e certamente non basta un convegno per cancellare intrecci, rapporti, dichiarazioni. Un convegno a cui, peraltro, erano assenti tutti i più alti rappresentanti dell’ebraismo italiano e romano, a cominciare da Liliana Segre, che ha preferito declinare l’invito.

Il leader della Lega Matteo Salvini, durante il convegno studio dal titolo “Le nuove forme dell’antisemitismo” a palazzo Giustiniani, il 16 gennaio 2020 (Ansa).

Non bisogna dimenticare che la Lega stessa si è opposta all’approvazione della Commissione d’inchiesta proposta dalla stessa Segre, contro i fenomeni di intolleranza.

GLI ATTACCHI LEGHISTI A LILIANA SEGRE

C’è da sorprendersi? Probabilmente no, dato che in giro per l’Italia più di un leghista ha attaccato frontalmente la senatrice. Fabio Tuiach, consigliere comunale di Trieste del Gruppo Misto (ex Lega e Forza Nuova), intervenuto durante la mozione per assegnare la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita, ha espresso in questo modo il suo parere contrario: «Segre ha detto che Gesù era ebreo: da cattolico mi sento offeso».

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La senatrice a vita Liliana Segre arriva al teatro degli Arcimboldi per un incontro con gli studenti milanesi in occasione della Giornata della memoria nel 2018. (Ansa)

Ancora più diretto è stato Riccardo Rodelli, segretario cittadino della Lega di Lecce, che su Facebook ha definito Liliana Segre una «nonnetta mai eletta», una «Mrs Doublfire di Palazzo Madama», una «vecchietta ben educata reduce dai campi di concentramento». Parole talmente gravi che hanno costretto la Lega all’espulsione del suo segretario.

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LE OFFESE A GAD LERNER A PONTIDA

Ma non sono le uniche dichiarazioni contro gli ebrei del popolo leghista. E non serve andare lontano. A settembre 2019 una folla inferocita ha attaccato Gad Lerner, presente in qualità di giornalista al raduno di Pontida, al grido di «ebreo, straccione, massone».

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Pochi mesi dopo a tornare all’attacco degli ebrei ci ha pensato Giovanni Candusso, consigliere leghista di San Daniele (Udine) che su Facebook si è lasciato andare: «Ebrei, odiati da tutti, ma stranamente, sostenuti da certa politica di parte. Da sempre sanno fare solo le vittime di comodo». Espulso anche lui. A Gorizia un altro consigliere, Stefano Altinier, alla domanda di Facebook sull’orientamento religioso ha risposto fieramente «antisemita», salvo poi scusarsi e rimuovere lo status quando è stato sollevato il caso.

QUELLE CITTADINANZE ONORARIE CONTESTATE

Che dire, poi, delle curiose scelte amministrative. Se in tante città Lega e alleati si sono opposti alla cittadinanza onoraria ancora a Segre, in altri casi si è pensato di intitolare strade a personaggi dubbi. Come nel caso di Erba, dove la Lega avrebbe voluto intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti nella persecuzione degli ebrei e aderì alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi.

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«Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto nell’occasione il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili. «Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona», ha continuato. «Per Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi». Dopo le polemiche inevitabilmente scaturite, la mozione è stata ritirata.

Militanti di Casapound issano gli striscioni del movimento neofascista.

LE AFFINITÀ CON L’ESTREMA DESTRA

Altro tema è quello dei rapporti della Lega con i movimenti di estrema destra. Inesistenti a sentire Salvini oggi. Già diverse settimane fa, ospite a Fuori dal coro, il Capitano aveva detto chiaramente che «in Italia non ci sono fascisti», salvo dimenticare due partiti come Casapound e Forza Nuova che si richiamano esplicitamente a quell’ideologia e con cui, peraltro, il Carroccio ha legami da anni.

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Sin dai tempi di Mario Borghezio, rieletto nel 2014 all’Europarlamento nella circoscrizione del centro Italia grazie anche ai voti del partito di estrema destra. E forse non è solo un caso che Borghezio scelse come suoi assistenti Mauro Antonini e Davide Di Stefano, diventati rappresentanti di spicco proprio di CasaPound.

Mario Borghezio.

Il discorso non è cambiato con Salvini: ha partecipato insieme al partito neofascista a innumerevoli manifestazioni; ha indossato felpe col brand vicino a CasaPound; ha pubblicato il suo libro-intervista con Altaforte, casa editrice di riferimento per i neofascisti. E se nell’ultimo periodo il segretario della Lega ha preferito assumere un basso profilo (pur non attaccando mai CasaPound, per esempio sullo sgombero dell’edificio di Via Napoleone III a Roma), tanti altri esponenti hanno tranquillamente continuato ad avere rapporti. A settembre 2019 si è tenuta a Verona la festa nazionale della tartaruga frecciata. Tra gli ospiti il deputato leghista Jari Colla ai senatori Simone Pillon e Andrea Ostellari.

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Altro rapporto storico è quello con un altro gruppo neofascista come Lealtà Azione. Alla tradizionale Festa del Sole dello scorso giugno a Milano c’erano Jacopo Alberti e Massimiliano Bastoni, consiglieri regionali rispettivamente in Toscana e in Lombardia; e tre europarlamentari salviniani: Angelo Ciocca, Oscar Lancini e Silvia Sardone. L’anno prima, nel 2018, c’era tra gli altri Paolo Grimoldi: deputato dal 2004 ed ex segretario della Lega in Lombardia, si è fatto conoscere anche per una polemica sul Diario di Anna Frank (tanto da presentare un’interrogazione al ministro dell’Istruzione), di cui definì alcune pagine «non adatte ai bambini» perché dai contenuti hard. Insieme a lui anche Igor Iezzi, da sempre vicino a Lealtà Azione: nel 2014, mentre ricopriva la carica di consigliere comunale a Milano, si è presentato a Palazzo Marino indossando un burqa contro la decisione dell’amministrazione Pisapia di individuare zone in cui costruire nuovi luoghi di culto. Ecco, dire che i rapporti con i neofascisti siano tramontati cozza decisamente con la realtà.

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Se il M5s piange, Salvini e Borghi non rideranno

I cinque stelle si sono sgretolati. E non sorprende nessuno. Ma chi crede che la Lega sovranista con ricette economiche folli e senza fondamento salverà questo disastrato Paese vaneggia.

Non c’è nessuna sorpresa nella crisi che ha portato il Movimento 5 stelle giù dal firmamento.

Era prevedibile il logoramento del suo leader (su delega) Luigi Di Maio,  lo erano da molti mesi le grigie a dir poco prospettive elettorali, ed era prevedibile la spaccatura fra due anime, una più “pura” e un’altra genericamente progressista, come si usa dire in Italia da tempo con vago significato. Le cose non vanno bene e una parte addossa la colpa all’altra. 

Qualcuno a parte gli aventi causa pensava forse che un Movimento – termine già in sé  destabilizzante –  con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e pantomime e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo potesse avere un brillante futuro politico?

IL BORGHISMO LEGHISTA NON RISOLVERÀ NULLA

E ugualmente, qualcuno al di fuori di quanti palpitano per i tweet salviniani (e non sono pochi) pensa forse che la Lega di Matteo Salvini,  che pure ha una storia assai diversa dal M5s e molta più esperienza, possa  gestire gli anni difficili che l’Italia sta vivendo e vivrà centrando tutto su un  non meglio precisato nazionalismo, chiamato goffamente oggi sovranismo

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Come dire: se possiamo fare a modo nostro risolviamo tutto. È stata questa nel 2018-2019 e forse è ancora la cosiddetta linea Borghi, da Claudio Borghi Aquilini, il padre dei minibot e di varie altre fantasie tra l’incredibile e il folle, portato da Salvini ai vertici del parlamento italiano. Si aspetta con una certa impazienza di sapere se le sue sparate sono ancora, nella Lega, moneta sonante (in lire naturalmente) o carta straccia. Nell’incertezza sui destini del borghismo, a ogni rafforzamento del salvinismo lo spread sale. 

I MOTIVI DEL TRIONFO DEL M5S NEL 2018

L’incredibile dell’Italia è che a fronte di nodi ormai storici, di portata cioè tale da interessare e richiedere gli sforzi non di pochi anni ma di un’intera generazione per fermare e invertire il declino socio-economico della nazione, ci sia stata una forza che sull’onda del reddito di cittadinanza e di un vago programma di “giustizia e onestà” via Internet è riuscita a dominare le ultime elezioni politiche del marzo 2018.

Qualcuno pensava forse che un Movimento con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo, potesse avere un brillante futuro politico?  

I cinque stelle portavano infatti in parlamento 348 eletti provenienti per lo più dal nulla, la voce del popolo insomma, e stravincevano grazie alla distribuzione di denaro pubblico, in larghe zone del Paese e con risultati spesso plebiscitari. La falange parlamentare pentastellata partiva con numeri superiori a quelli avuti dalla Dc nelle ultime elezioni politiche della Prima Repubblica, nel 1992 (348 eletti scesi ora a 325 dopo varie defezioni contro i 313 Dc di 28 anni fa) e quasi pari a quelli dei parlamentari democristiani del 1987 (359). Nemmeno con il cambio di alleanze, Lega prima e Pd adesso, sono riusciti a combinare un granché oltre al reddito di cittadinanza. Cioè la distribuzione di mance elettorali, non sempre ma spesso, con un costo complessivo di circa 470 milioni di euro al mese, secondo stime ricavate dagli ultimi dati Inps.  

LA BATTAGLIA ELETTORALE PER QUOTA 100

Avendo i 5 stelle il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini pensò bene di prepararsi al voto politico che poi si tenne il 4 marzo 2018 con Quota 100,  cioè la parziale correzione della legge Fornero, consentendo fino a tutto il 2021 di andare in pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di versamenti, in aggiunta alla precedente cosiddetta “opzione donna”. Nulla da dire, anzi una correzione più che giusta per lavori pesanti e usuranti, caso più citato l’edilizia, dove dopo i 60 anni spesso il fisico è meno adatto a certi compiti. Ma poiché a Salvini interessavano i voti, non si è limitato a categorie e ruoli specifici e ha spinto un provvedimento che ha visto, per esempio, una notevole adesione di dipendenti pubblici, settore dove il lavoro usurante, cioè pesante, non è particolarmente diffuso. 

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento

E adesso il segretario generale CgilMaurizio Landini, è all’attacco della legge Fornero (che, sia chiaro, ha vari punti da rivedere, a partire dall’adeguamento troppo rigido alle aspettative medie di vita) e chiede il pensionamento per tutti a 62 anni, richiesta in linea con un sindacato che ormai ha il suo nerbo di iscritti in pensionati e pensionandi. E per nulla in linea con le risorse disponibili e un serio patto generazionale. I giovani o semi-giovani sono infatti chiamati a pagare quello che mai potranno a suo tempo ricevere. Ma si premiano gli elettori pensionandi di oggi, per i minipensionati imbufaliti di domani si vedrà.  

LE RISORSE NAZIONALI NON SONO ELASTICHE

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero,  per arrivare alla recentissima affermazione di Salvini «siamo noi leghisti i veri socialisti», c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento (e in parte lo sono, fino a quando ci si può indebitare), e che la logica distributiva possa continuare indisturbata. Dietro a questo c’è la grave sottovalutazione di almeno tre dati di fondo.

IL DRAMMA DEL CROLLO DEMOGRAFICO

La prima e più drammatica realtà è il crollo demografico, che ha portato  nella fascia 0-24 anni a 6 milioni di italiani in meno rispetto alla fascia 55-84; in pratica dagli Anni 90 la natalità è crollata, e milioni di legittime decisioni individuali legate alla sfera più personale e sacra hanno creato un grosso problema collettivo, che pesa molto sulla mancata crescita economica del Paese

Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante

Chi è totalmente contrario all’immigrazione fa male a ignorarlo. È un buco demografico che non accenna a ridursi e ormai segna profondamente la realtà italiana e la segnerà fino a fine secolo, anche se la natalità in futuro dovesse riprendere tassi meno distruttivi. In questo  siamo una anomalia in Europa, dove ovunque o quasi la natalità è bassa ma non ai livelli italiani, e anche per questo la crescita altrove nella Ue è stata nell’ultimo quindicennio più alta. 

LA SCURE DEL DEBITO PUBBLICO E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ

La seconda realtà che se non affrontata diventerà drammatica, e già in parte lo è, è il debito pubblico, che deve cominciare a diminuire dopo aver trovato politici sufficientemente coraggiosi e capaci di dire al Paese la verità. Non basta il calo del disavanzo primario, deve scendere il debito in assoluto. La terza è la perdita di competitività produttiva e l’indebolimento in vari settori industriali, finora compensato dalla vitalità complessiva del sistema, ma occorre occuparsene seriamente.

LE RISPOSTE INSUFFICIENTI DI M5S E CARROCCIO

Il mondo dei 5 stelle e della loro robustissima, numericamente, compagine ministeriale viene da un altro pianeta rispetto a questi problemi e i più fra loro nemmeno sanno bene di che si tratta. Il vate di Sant’Ilario, Beppe Grillo, sa fare a proposito solo degli spettacolini, non troppo diversi dalla pantomima messa in scena nel febbraio 2018 sotto la statua ginevrina a  Rousseau (Jean-Jacques), patrono della semidefunta piattaforma web grillina per la democrazia diretta. Salvini è diverso, ha un vero partito a confronto, non ha giocato la carta fasulla de “la Rete” ma quella più pericolosa del nazionalismo, pericolosa perché nell’Europa di oggi ben poche soluzioni sono strettamente nazionali. In particolare a fronte di problemi serissimi come i tre indicati (demografia, debito, competitività economica) Salvini, che pure sulla demografia alcune cose le ha dette, ha giocato la carta del borghismo.

LE FROTTOLE NO EURO E NAZIONALISTE

Il borghismo è il principio per cui se tutto torna nazionale, e “facciamo da noi”, risolviamo tutto. Sono indimenticabili  le campagne no euro di Borghi e Salvini e gli attacchi costanti alla Ue, a proposito e a sproposito. Il borghismo è la scelta nazionalistica, a partire dalla follia davvero incredibile di una banca centrale nazionale, basta euro e basta Bce, che potrebbe finalmente colmare il debito riappropriandosi del potere di creare moneta, così, all’infinito. Questo Borghi ha detto e voluto far credere. È la strada già percorsa con risultati disastrosi in Argentina da Juan Domingo Perón. Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante. Salvini parla adesso anche di socialismo, in Emilia-Romagna, una terra  che dal socialismo di vari colori (anche quello nero) è stata per oltre un secolo affascinata. Il suo è un socialismo nazionale, ovviamente, lo si può dire scartando nettamente ogni parentela con il lontano passato, ogni analogia con la violenza di allora, e ogni rischio per la democrazia oggi inesistente, ma sempre di socialismo nazionale si tratta. Questo se Salvini resterà fedele al borghismo e alle sue ricette demagogiche e false, fatte di soluzioni facili per problemi difficili.   

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Cosa sapere delle Regionali in Emilia-Romagna

Salvini, con Borgonzoni, tenta l'impresa di scippare al centrosinistra il fortino rosso. Ma deve fare i conti con il governatore uscente Bonaccini, smarcatosi dal Pd e sostenuto dalle Sardine. Una guida.

Il primo appuntamento elettorale del 2020, le Regionali in Emilia-Romagna, è anche il più importante per le sorti del governo giallorosso.

Se il Pd perdesse il fortino rosso e il M5s subisse l’ennesima batosta elettorale, la crisi del Conte bis sarebbe dietro l’angolo. Almeno così va minacciando Matteo Salvini.

L’unica cosa certa, almeno secondo gli ultimi sondaggi, è che si prospetta una corsa all’ultimo voto tra la leghista Lucia Borgonzoni, e il governatore uscente Stefano Bonaccini

Domenica 26 gennaio gli emiliano-romagnoli sono chiamati però a scegliere tra sette candidati. Oltre a Bonaccini e Borgonzoni, corrono Simone Benini per il Movimento 5 stelle, Laura Bergamini (Partito Comunista), Marta Collot (Potere al Popolo), Stefano Lugli (L’Altra Emilia Romagna) e Domenico Battaglia (Movimento 3V – Vaccini Vogliamo Verità).

BONACCINI “SCARICA” IL PD E CERCA LA RICONFERMA

Non sarà una competizione facile per Bonaccini. Il candidato del centrosinistra rischia di essere danneggiato dalla debolezza nazionale del Partito democratico e dalla crescita senza sosta di Salvini & Meloni. Nonostante i risultati ottenuti durante i cinque anni del mandato, la partita sarà al fotofinish.

Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna.

Situazione che ha spinto Bonaccini a non cavalcare in campagna elettorale loghi e bandiere del Pd, ma puntare tutto sulla sua figura. Modenese di Campogalliano, 53 anni, è stato prima bersaniano (Primarie 2012), poi renziano (Primarie 2013) – fu proprio l’ex segretario a nominare l’allora segretario Pd dell’Emilia-Romagna responsabile Enti locali del partito – quindi zingarettiano.

BORGONZONI, LA FRONTWOMAN DI SALVINI

Da tempo in Emilia-Romagna la Lega erode terreno al centrosinistra. Basti pensare al 33,8% ottenuto da Salvini alle Europee 2019 (col Pd fermo al 31,2%), alla vittoria del leghista Alan Fabbri alle Amministrative di Ferrara dello scorso anno o, ancora prima (2016), all’inedito ballottaggio Pd-Lega per la carica di sindaco a Bologna. Risultato portato a casa proprio da Borgonzoni. Bolognese, classe 1976, cresciuta in una famiglia di sinistra, è nipote del pittore partigiano Aldo Borgonzoni. Ma anche suo padre Giambattista è di sinistra e durante la campagna elettorale si è fatto ritrarre assieme alla sardina Mattia Santori.

La candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni (Lega).

Un passato da barista al Link, storico centro sociale bolognese, consigliera comunale del Carroccio e senatrice, quando venne nominata sottosegretaria ai Beni culturali del governo gialloverde, ospite alla trasmissione radio Un giorno da pecora, ammise: «Non leggo un libro da tre anni». Un peccato perdonabile, soprattutto se riuscisse a regalare a Salvini un risultato storico nella regione rossa.

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I 5 STELLE PROVANO A RIPARTIRE DA BENINI

Sono lontani i tempi in cui Parma diventava la Stalingrado grillina grazie a Federico Pizzarotti (ora sostenitore di Bonaccini). Oggi i pentastellati sembrano destinati – e rassegnati – a un clamoroso ridimensionamento, anche rispetto alle Europee dello scorso anno, quando in regione dovettero accontentarsi del 12,9%. Si spiega quindi perché Luigi Di Maio avrebbe preferito evitare di correre a questo appuntamento, se non fosse stato per Rousseau che ha decretato tutt’altro.

Una foto di Simone Benini presa dal suo profilo Facebook.

E sempre su Rousseau è stato scelto il candidato: l’apicoltore e informatico Simone Benini. Forlivese di 49 anni, si è aggiudicato il ticket d’ingresso alla competizione con appena 355 voti, ma la gara rischia di riservagli più oneri e che onori. Dei quattro consiglieri regionali uscenti a 5 stelle, due hanno rinunciato alla candidatura a presidente, uno si è ritirato a vita privata e l’ultimo oltre al passo indietro ha dichiarato che voterà per Bonaccini.

IL FUTURO DELLE SARDINE

Dai risultati in Emilia-Romagna non dipende solo il destino del governo, ma anche quello delle Sardine.

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La manifestazione delle Sardine in piazza VIII agosto a Bologna.

Protagoniste della campagna elettorale, il movimento nato proprio a Bologna deve capire cosa farà da grande. In caso di vittoria leghista, rischia di vedere soffocata ogni velleità di respiro nazionale. Ma anche in caso contrario, le incognite non mancano. Se vincesse Bonaccini, le Sardine continueranno a nuotare nelle acque dem nella nuova organizzazione a cui sta lavorando Zingaretti oppure pensano a un soggetto politico tutto loro?

COME SI VOTA

Si vota il 26 gennaio, in un’unica giornata, dalle 7 alle 23. L’Assemblea legislativa è composta da 50 consiglieri, compreso il presidente della Giunta regionale. Di questi, 40 sono eletti con criterio proporzionale sulla base di liste circoscrizionali concorrenti. Secondo l’articolo 10 della legge regionale 21 del 2014, l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome del candidato o dei due candidati compresi nella stessa lista.

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Nel caso di espressione di due preferenze, devono riguardare sessi diversi, pena l’annullamento della seconda preferenza. Ciascun elettore può, a scelta: votare solo per un candidato alla carica di presidente tracciando un segno sul relativo rettangolo; votare per un candidato alla carica di presidente e per una delle liste a esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare disgiuntamente per un candidato alla carica di presidente e per una delle altre liste a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare a favore solo di una lista tracciando un segno sul contrassegno: in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente. Qualora l’elettore esprima il voto a favore di un candidato presidente e per più di una lista, è ritenuto valido il solo voto al candidato mentre saranno ritenuti nulli i voti di lista.

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Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il leader della Lega sta sfasciando la classe dirigente locale della Lega. Sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, si svelerà come il capo del Carroccio sia un bluff.

Ogni tanto in Italia qualcuno proclama che si è di fronte alla battaglia decisiva, quella che delineerà l’identikit definitivo del vincitore e consegnerà il perdente alle lacrime. Ora questa data sembra essere domenica 26 gennaio quando gli abitanti della regione tradizionalmente più rossa d’Italia dovranno scegliere fra un presidente efficiente ma rappresentante dell’ancien regime e una candidata improvvisata che il suo leader sospinge con le mille trovate inventate da un club di simpatici imbroglioni che si fa chiamare la Bestia.

Non succederà niente di epocale, invece. Sarà un dolore e un danno la sconfitta di Stefano Bonaccini, persona seria e capace. Sarà un problema la vittoria della Virginia Raggi in salsa emiliana. Al tempo stesso sarà una boccata d’ossigeno la conferma del caro Bonaccini e l’inizio della nuova via crucis per Matteo Salvini, il più vetusto arnese della politica con sul groppone sentenze che fanno invidia ai tanto deprecati partiti della Prima repubblica.

Non succederà, quindi, niente di epocale perché nessuno dei fenomeni in campo è in grado di stabilizzare l’Italia ovvero di radunare attorno a sé un durevole e importante blocco elettorale che possa esprimere una classe dirigente.

LA LEGA LABORATORIO PER LA CLASSE DIRIGENTE LOCALE NON C’È PIÙ

Per Salvini siamo di fronte al tema classico se sia o non sia in grado di governare il Paese. Sappiamo solo che sa come sfasciarlo. Per di più negli anni della sua guida della Lega sta disperdendo le competenze che avevano fatto del Carroccio di Umberto Bossi un bel laboratorio di classe dirigente locale. Oggi siamo di fronte a un partito di urlatori, roba da Rete 4. Questo Salvini, come scrivo da tempo e ormai se ne sono accorti anche altri, dovrà anche fare i conti con la destra rappresentata da Giorgia Meloni, tostissima politica, che è riuscita a trovare un equilibrio fra nostalgia e presente. Un vero osso duro per quel pasticcione di Salvini.

L’eventuale vittoria di Salvini avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini

Il popolo che segue il leader della Lega non ha più una fisionomia tale da definirlo come blocco elettorale in grado di esprimere una idea di Paese. Non c’è più dietro la Lega la fabbrica del Nord e del Nord Est, ovvero ci sarà pure ma sempre meno come fabbrica e sempre più come imprenditore incazzato. Anche qui roba da Rete 4. Insomma l’eventuale vittoria di Salvini, lo dico per suggerire agli intellettuali moderati di destra un po’ di prudenza nel soccorrerlo, avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini. Insomma se Giorgetti and company diranno: «Ora basta, ragazzo, fatti una birretta e lasciaci lavorare». Per la Lega vittoriosa si aprirà la stessa stagione feroce e distruttiva che sta vivendo il Movimento 5 stelle.

IN CASO DI SCONFITTA LA SINISTRA DEVE FARE TABULA RASA

Se perderà Bonaccini la sinistra scoprirà per l’ennesima volta di stare sulle palle al Paese e non avrà altra scelta se non quella di accantonare tutta, dicesi tutta, la sua classe dirigente. Non c’è accordo con Luigi de Magistris, non c’è lusinga verso le sardine che possa salvarla: prego andare a casa. Si ricomincia riunificando la sinistra, restituendo radici e storia a un grande movimento di emancipazione.

Il segretario della Lega Matteo Salvini durante il giro elettorale alla fiera di Rimini.

Se invece Bonaccini riuscirà nell’impresa di restituire Luicia Borgonzoni al suo papà, la sinistra e Giuseppe Conte avranno la possibilità di tirare un sospiro di sollievo, ma poco alla volta questo sospiro tornerà a essere asmatico, perché i polmoni politici non funzionano più. Resta la speranza che le sardine ci sorprendano. Resta la certezza che la strada per tirar fuori l’Italia da questa melma sarà lunga e faticosa. Ma ci vorrà una vera rivoluzione, pacifica ovviamente, perché la scena è occupata da mezze calzette prive di progetto, di ambizione grandi, di moralità, di senso di responsabilità.

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Ora Salvini si è messo a citofonare ai presunti spacciatori di Bologna

Il leader della Lega nel quartiere periferico del Pilastro si è fatto indicare da una residente i pusher della zona. Tunisini. Mentre i giornalisti riprendevano e polizia e carabinieri guardavano. L'ultima provocazione della propaganda elettorale della destra in Emilia-Romagna.

La nuova frontiera della propaganda elettorale in Emilia-Romagna di Matteo Salvini? Citofonare a presunti spacciatori, ovviamente stranieri, indicati dai residenti della zona a Bologna. Il tutto sotto i riflettori delle telecamere, dicendo i nomi delle persone coinvolte violando dunque la loro privacy, con diversi giornalisti che non hanno fatto domande o avuto da ridire. Il leader della Lega era anche circondato da alcuni agenti delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri, che hanno assistito a ciò che è accaduto.

UNA SESSANTENNE COME GUIDA

La scenetta è avvenuta in via Deledda, nel cuore del quartiere popolare del Pilastro. Salvini si è presentato con Anna Rita Biagini, una cittadina 60enne sostenitrice leghista, che spiegato a chi suonare. E l’ex capo del Viminale ha subito eseguito: «Buona sera signora, suo figlio è uno spacciatore? Siete quelli del primo piano?».

«NECESSARIO RIPULIRE LA ZONA»

Poi ha aggiunto: «È necessario ripulire questa zona dallo spaccio e dalla criminalità». E ringraziando la signora, l’ha elogiata così: «Magari ci fossero in ogni zona delle persone che amano così tanto il proprio quartiere».

I CONTESTATORI: «DA MINISTRO CHE FACEVI AL PAPEETE?»

A qualcuno l’ispezione improvvisata da Salvini non è piaciuta. Dei contestatori, che hanno cantato “Bella ciao” e avevano anche delle sardine di cartone, gli hanno urlato: «Vergogna! Quando eri ministro cosa facevi al Papeete?».

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L’audio di Piazza Pulita che imbarazza la Lega a Ferarra

A una consigliera comunale "dissidente" sarebbe stato offerto un lavoro a tempo indeterminato in cambio delle sue dimissioni. Bonaccini: «Sembra una cosa grave».

«Tu ti togli dal cazzo, come giustamente, ingiustamente anzi, il vice sindaco auspicava. E noi ti diamo un lavoro». L’audio, mandato in onda su La7 dalla trasmissione Piazza Pulita, mette in imbarazzo la Lega a Ferrara, nell’ultimo miglio della campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna.

A parlare è Stefano Solaroli, vice capogruppo del partito di Matteo Salvini in consiglio comunale. Mentre la persona che in cambio di un posto di lavoro dovrebbe farsi da parte è Anna Ferraresi, consigliera comunale “dissidente” del Carroccio a Ferrara, nel frattempo uscita dal partito con cui era in conflitto. In ballo un contratto a tempo indeterminato come hostess in una società di servizi.

«MI SEI VENUTA IN MENTE TU PERCHÉ SEI UNA ROMPICAZZO»

Solaroli, nell’audio, va avanti così: «Tu sai che c’è quel servizio del trenino e che c’è bisogno di una hostess che accolga le persone e gli spieghi un po’ come funziona. A me sei venuta in mente te prima di tutto perché sei una rompicazzo, così ti cavo dai coglioni e non ti vedo più. Tu sai che è incompatibile con il ruolo di consigliere. Questo non te lo devo dire io. Nicola (Lodi, vice sindaco leghista di Ferrara, ndr) è d’accordo. Ne ho parlato con Alan (Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ndr) e mi ha detto: “Se a lei va bene, a me va bene”. Se lo sputi fuori mi brucio io, eh».

M5S E PD ALL’ATTACCO

«Se le accuse venissero confermate, ci troveremmo di fronte a una situazione in cui la politica utilizza il Comune come un ufficio di collocamento per beghe e lotte interne», ha attaccato Simone Benini, candidato del M5s alla presidenza dell’Emilia-Romagna, «Fabbri dovrebbe dimettersi immediatamente». Più cauto il candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini: «Non ho ancora visto il servizio di Piazza Pulita, da quello che leggo sembra una cosa grave, soprattutto da parte di chi in questi giorni dichiara che se vince non ci sarà più bisogno di tessere di partito o di sindacato».

IL SINDACO DI FERRARA PRENDE LE DISTANZE E MINACCE QUERELE

Il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, ha preso subito le distanze dal comportamento del suo vice capogruppo: «Si tratta di una vicenda certamente deprecabile, ma che mi vede totalmente estraneo e che rimane tutta da verificare. Solo quando la vicenda sarà più chiara prenderò le dovute decisioni in merito e assumerò eventuali provvedimenti. Nel frattempo mi riservo di querelare chiunque abbia intenzione di infangare il buon nome della nostra amministrazione».

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La Consulta prende tempo sul referendum per la legge elettorale

Il verdetto arriverà giovedì 16 gennaio. E la decisione dei giudici potrebbe incidere sul destino della legislatura.

La decisione era attesa per il 15 gennaio. Ma la Consulta ha deciso di prendersi un altro po’ di tempo per esprimersi sull’ammissibilità del referendum chiesto da otto Regioni guidate dal centrodestra (Veneto, Sardegna, Lombardia, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria e Basilicata), con la spinta decisiva della Lega. Il verdetto dei giudici arriverà quindi giovedì 16 gennnaio.

L’obiettivo dei promotori della consultazione è abolire la parte proporzionale dell’attuale legge elettorale, il Rosatellum. E la sentenza della Corte Costituzionale, secondo molti osservatori, potrebbe incidere sul destino della legislatura.

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Taglio dei Parlamentari, raggiunto il numero di firme per referendum in Senato

Alle 13.30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle sottoscrizioni e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

Al Senato è stato raggiunto e superato il numero minimo di firme (64) per presentare il quesito del referendum contro il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti parlamentari, secondo cui, nelle ultime ore, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti. Alle 13:30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle firme e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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Chi sono i candidati al governo della Calabria

È corsa a quattro per le elezioni del 26 gennaio 2020: Jole Santelli per il centrodestra, Pippo Callipo, per il centrosinistra, Francesco Aiello per il Movimento 5 Stelle e l'outsider Carlo Tansi.

È corsa a quattro in Calabria dove il 26 gennaio 2020 sono in programma le elezioni regionali. A puntare alla poltrona di Governatore ci sono, per il centrodestra, la deputata e coordinatrice regionale di Forza Italia Jole Santelli, sostenuta da sei liste (Fi, Fratelli d’Italia, Lega, Santelli presidente, Udc, Cdl); l’imprenditore Pippo Callipo, che ha dalla sua il Pd, una lista filiazione dell’associazione Io resto in Calabria, i Democratici e progressisti e 10 idee per la Calabria, formazione quest’ultima sulla quale però pende la scure di una possibile esclusione. Della partita anche il docente universitario Francesco Aiello, per il Movimento 5 Stelle e per la lista Calabria Civica, e l’ex capo della Protezione civile regionale Carlo Tansi, sostenuto dalle liste Tesoro Calabria, Calabria Pulita e Calabria Libera.

EX PD CON FRATELLI D’ITALIA

Ricompattato il fronte dopo le fibrillazioni legate al “niet” di Matteo Salvini ad Mario Occhiuto, il centrodestra ritrova l’unità intorno alla candidata presidente Jole Santelli e schiera tanti uscenti e alcune singolari new entry. Il consigliere regionale Giuseppe Neri, eletto nella passata legislatura con la lista Democratici e progressisti, emanazione diretta del Pd, è ad esempio candidato con Fratelli d’Italia. L’Udc, altro partito che è a fianco della fedelissima di Silvio Berlusconi, ospita nelle sue fila anche Antonio Scalzo, eletto nel Pd e che, sempre in quota dem, è stato per un periodo presidente del Consiglio regionale, transitato di recente nei Moderati, vicini a Raffaele Fitto.

GLI SCONTENTI A SINISTRA

Novità anche dalle parti del candidato Pippo Callipo, che é riuscito a imporre le sue condizioni sulla formazione delle liste. Scende in campo con l’industriale del tonno anche l’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole, in lista con il Pd, messa fuori gioco a suo tempo dallo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune che amministrava ma assolta, di recente, dall’accusa di avere agevolato la cosca di ‘ndrangheta degli Arena. Punta alla conferma anche il presidente uscente del Consiglio regionale, Nicola Irto. In lizza anche Maria Saladino, già in corsa per la segreteria nazionale del Partito democratico. Non mancano, da una parte e dall’altra, i mugugni degli esclusi: dall’ex Pd Enzo Ciconte, dato in approdo nel centrodestra, che ha optato per il ritorno alla professione medica (é primario cardiologo) a Francesco D’Agostino, che ha espresso tutto il suo disappunto per il veto posto da Callipo sul suo conto.

AIELLO E TANSI «LIBERI DALLA CASTA»

Acque decisamente più tranquille per il candidato pentastellato Aiello, che sottolinea la «pulizia» delle proprie liste, e per il civico Tansi. Che dichiara: «Noi restiamo liberi dalla casta».

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Il senatore Ugo Grassi passa dal M5s alla Lega

Salvini lo accoglie a braccia aperte. Di Maio durissimo su Facebook: «Quelli come lui ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Il senatore Ugo Grassi ha lasciato il gruppo parlamentare del M5s per passare a quello della Lega. Il giurista napoletano, eletto nel 2018 nel collegio uninominale di Avellino, l’11 dicembre ha votato in dissenso sulla risoluzione con cui la maggioranza ha dato mandato al premier Giuseppe Conte di proseguire la trattativa sul Mes in sede europea.

SALVINI LO ACCOGLIE A BRACCIA APERTE

Il leader della Lega, Matteo Salvini, lo ha accolto con calore: «Diamo il benvenuto al senatore Grassi. Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Sulla riforma della giustizia e sul rilancio delle università italiane col senatore Grassi lavoreremo bene».

DI MAIO FURIOSO SU FACEBOOK

Opposto il commento del capo politico del M5s, Luigi Di Maio, affidato a una diretta video su Facebook: «Senatori come Grassi possono passare alla Lega, ma non raccontino balle. Dicano che il tema non è il Mes, ma che gli hanno proposto altre contropartite. Il mercato delle vacche a cui stiamo assistendo è la solita logica dei voltagabbana che noi abbiamo sempre combattuto. Ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Grassi, da parte sua, ha scritto una lettera per rendere pubblici i motivi che lo avrebbero spinto a cambiare gruppo: «Il mio dissenso non nasce da un mio cambiamento di opinioni, bensì dalla determinazione dei vertici del M5s di guidare il Paese con la granitica convinzione di essere i depositari del vero e di poter assumere ogni decisione in totale solitudine. Gli effetti di questo modo di procedere sono così gravi ed evidenti (a chi vuol vedere), da non dover neppure essere esposti. Basti l’esempio della gestione dell’ex Ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi».

GRASSI: «LA LEGA MI OFFRE UNA SECONDA OPPORTUNITÀ»

Il senatore ha quindi rievocato l’esperienza del governo Conte I, quando avrebbe avuto modo di «comprendere che molti dei miei obiettivi politici erano condivisi dal partito partner di governo», ovvero dalla Lega. Lo stesso partito che oggi «mi offre una seconda opportunità per raggiungere quegli obiettivi, forte di una reciproca stima costruita nei mesi appena trascorsi e a fronte di un evidente fallimento della mia iniziale esperienza». Ma per Di Maio non basta: «Senatori come Grassi dicano semplicemente che vogliono cambiare casacca e tradire il mandato che i cittadini gli hanno dato. Non c’è nulla di male. Ma vadano a casa, altrimenti a quella lettera alleghino anche un listino prezzi sul mercato delle vacche».

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Perquisizioni della Finanza sui fondi della Lega

Le Fiamme gialle nella sede dell'Associazione Maroni presidente. Operazione nell'ambito dell'inchiesta sui famigerati 49 milioni confiscati al partito di Salvini.

Fondi della Lega, ci risiamo. La guardia di finanza ha eseguito una serie di perquisizioni nell’ambito dell’indagine della procura di Genova sui famigerati 49 milioni confiscati in via definitiva al partito di Matteo Salvini. Le verifiche, secondo quando si è appreso, riguarderebbero in particolare l’Associazione Maroni presidente.

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I sondaggi politici elettorali del 9 dicembre 2019

Lega saldamente al primo posto, ma in calo di quasi un punto percentuale. Cresce il Pd, stabile il M5s. Ancora in ascesa il partito di Calenda.

Sondaggi senza grossi scossoni quella pubblicati da Swg per il TgLa7 nella serata del 9 dicembre. Dopo la crescita dell’ultima rilevazione (+0,7%) la Lega di Matteo Salvini fa segnare una nuova battuta d’arresto, ma si conferma comunque al 33% dal 33,8% della settimana precedente. Guadagna ancora terreno, invece, il Partito democratico, che nelle intenzioni di voto degli italiani conquista 0,3 punti percentuali, fermandosi al 18%.

Invariate le preferenze per il Movimento 5 stelle che rimane stabile al 15,5%. Segno negativo invece sia per Fratelli d’Italia che per Italia viva. I partiti di Giorgia Meloni e Matteo Renzi perdono rispettivamente 0,2 e 0,3 punti. In leggera crescita Forza Italia, che recupera 0,2 punti percentuali, al 5,3% dal precedente 5,1%. Andamento positivo anche per il neonato partito Azione di Carlo Calenda, che sale al 3,5%.

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Lega sotto il 30%, lontani i tempi del 35% di luglio

In calo Salvini. Ma le intenzioni di voto si spostano verso la Meloni: Fratelli d'Italia dall'8,6% di ottobre all'11,3%. Il M5s scivola al 18,1%. Pd al 18,7%. Italia viva al 3,5%. Forza Italia recupera al 6,5%. I sondaggi Demos.

Praticamente un travaso di voti. Da Matteo Salvini a Giorgia Meloni. Sempre più a destra. Secondo il sondaggio Demos per la Repubblica domenica 8 dicembre 2019 la Lega è scesa sotto il 30%, esattamente al 29,5%, in leggero calo rispetto al 30,2% di ottobre, ma ormai lontana dal 35,3 di luglio. In contemporanea però ha fatto boom Fratelli d’Italia, passando dall’8,6% di ottobre all’11,3%, molto avanti rispetto al 6,5% di settembre.

CONTINUA LA CRISI DEI CINQUE STELLE

Il Movimento 5 stelle si è confermato in crisi, scivolando al 18,1%, mentre due mesi prima era al 20,6%. Piccola flessione per il Partito democratico, al 18,7%: in ottobre era al 19,1%. E un leggerissimo progresso di Forza Italia: il partito di Silvio Berlusconi è salito al 6,5% rispetto al 6,1% di ottobre.

IN CALO RENZI, SALGONO LEU E +EUROPA

In calo Italia viva di Matteo Renzi, che è passata dal 3,9% di ottobre all’attuale 3,5%. Infine avanzata per Liberi e uguali, balzati dal 2,4% di ottobre all’attuale 3,2% e piccolo progresso anche per +Europa, dal 2,1% di ottobre al 2,4% di oggi.

La rilevazione è stata condotta nei giorni 2-6 dicembre 2019 da Demetra con metodo mixed mode (CatiCamiCawi). Il campione intervistato (N=1276, rifiuti/sostituzioni/inviti 8070) è rappresentativo per i caratteri socio-demografici e la distribuzione territoriale della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni (margine d’errore 2,7%).

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«Il Pd in psichiatria», bufera sull’assessore leghista Icardi

Il responsabile alla Sanità della Regione Piemonte: «Ricoverare i residuati bellici della Sinistra torinese». I dem in rivolta: «Parole deliranti».

Una «torre psichiatrica», nella quale «ricoverare i residuati bellici della Sinistra torinese». L’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, il leghista Luigi Icardi, replica così alle critiche del Pd in materia di edilizia sanitaria. Parole messe nero su bianco in un comunicato, che scatena l’immediata reazione dei democratici, con tanto di richiesta di intervento immediato da parte del governatore, Alberto Cirio, e minacce di denunce. Dopo le foto davanti alla tomba del Duce dell’addetto stampa dell’assessora Chiara Caucino, anche lei della Lega, la giunta di centrodestra guidata da Alberto Cirio si trova a dover gestire un’altra polemica.

«RICOVERIAMO LA SINISTRA IN UNA TORRE PSICHIATRICA»

«Sto pensando di modificare il Piano di edilizia sanitaria con la costruzione di una torre psichiatrica, nella quale ricoverare i residuati bellici della Sinistra torinese», scrive Icardi, cui evidentemente non sono andate giù le critiche dell’opposizione sul Parco della Salute di Torino e sugli altri progetti di edilizia sanitaria. Un invito, quello dell’assessore Icardi, «a riportare l’attenzione alla realtà dei fatti», che ha suscitato la pronta reazione del Pd.

IL PD IN RIVOLTA

«Il presidente Cirio prenda immediatamente le distanze da queste dichiarazioni deliranti», scrive su Facebook il segretario metropolitano, «mentre noi continuiamo a lavorare per sostenere un progetto fondamentale per il futuro della sanità e della città di Torino, loro fanno battutacce da bar. Abbiamo superato ogni limite, daremo mandato ai nostri legali per verificare se sussistono le condizioni per una denuncia». Si dice «sconcertato» dalle frasi «gravemente offensive» di Icardi anche il capogruppo Pd al Consiglio regionale del Piemonte, Domenico Ravetti.

GLI APPELLI AL PRESIDENTE CIRIO

«Facciamo fatica a credere che possano essere pronunciate da un assessore regionale», sostiene parlando di «una reazione volgare nei confronti di consiglieri regionali che pongono domande e formulano critiche nell’esercizio delle loro prerogative». Un comportamento «senza giustificazioni», conclude, «chiederemo a Cirio di intervenire a tutela del Consiglio regionale. Forse Icardi non è adatto a ricoprire il suo ruolo».

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Il Pd insiste sull’alleanza M5s-sinistra per arginare Salvini

Franceschini: «Costruiamo un campo contro questa destra o ci ritroviamo la Lega a Palazzo Chigi». Ma l'agenzia di rating Fitch: «Le tensioni tra i giallorossi mettono a rischio il governo».

Non riescono a trovare un’intesa sulla riforma della prescrizione. Erano in disaccordo a proposito di legge elettorale, salvo poi trovare una convergenza sul proporzionale. Li divide lo ius soli. E anche in tema di nomine Rai si sono sfidati a colpi di veti incrociati. Nonostante tutto, Partito democratico e Movimento 5 stelle sembrano orientati a prolungare la loro esperienza insieme. Soprattutto da parte piddina. Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo nonché capodelegazione dem nel governo Conte II, ha detto a Porta a porta: «Al di là delle differenze, bisogna arrivare alla prospettiva di un’alleanza M5s-sinistra».

IN COMUNE C’È L’AVVERSARIO DA BATTERE

Un aspetto in comune pare ci sia: l’avversario da battere. «Per fermare questa destra bisogna arrivarci, la partita è troppo delicata per fermarsi. Va costruita questa prospettiva nel Paese, un campo che eviti Matteo Salvini a Palazzo Chigi e abbia alla base dei principi etici e politici», ha aggiunto Franceschini.

«GLI ITALIANI NON SONO DIVENTATI ESTREMISTI»

Poi bisogna sempre fare i conti col consenso elettorale, visto che stando ai sondaggi il centrodestra è a un passo dal 50%. Franceschini però non crede «che gli italiani siano diventati estremisti, intercettano un sentimento, lo cavalcano e i voti vanno in quella direzione. Bisogna costruire un campo competitivo contro quella destra estrema, e siamo competitivi solo stando insieme, lo dicono i numeri».

MA L’INCERTEZZA POLITICA CREA ALLARMI

Il guaio è che stando assieme spesso si finisce a litigare. E non a caso Fitch è preoccupata per il clima di incertezza politica che persiste in Italia e che rappresenta un fattore di rischio per un’economia che resta praticamente in stagnazione. È l’allarme che si legge nel capitolo nel Global Economic Outlook pubblicato dall’agenzia di rating: «I negoziati sulla legge di bilancio del 2020 hanno messo in evidenza le tensioni politiche tra il M5s e il Pd. Le complesse relazioni tra le due formazioni rappresentano un rischio per la durata dell’esecutivo per l’intera legislatura».

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Chiesto il processo per il tesoriere della Lega

Al centro dell'inchiesta, un presunto finanziamento illecito da 40 mila euro concordato, tra il 2015 e il 2016, con l'allora patron di Esselunga Caprotti.

I pm di Milano Stefano Civardi e Gianluca Prisco hanno chiesto il rinvio a giudizio per il tesoriere della Lega Giulio Centemero per un presunto finanziamento illecito da 40 mila euro concordato, tra il 2015 e il 2016, con il patron di Esselunga Bernardo Caprotti (morto nel 2016). Finanziamento che doveva andare all’associazione ‘Più voci’, di cui Centemero era legale rappresentante, ma che sarebbe andato al Carroccio per rimpinguare le casse di Radio Padania. L’inchiesta era stata chiusa a ottobre.

Stando ai pm, Caprotti e Centemero avevano concordato un finanziamento di 150 mila euro, ma alla fine i soldi incassati dal Carroccio per risanare le casse di Radio Padania sarebbero stati “solo” i 40 mila euro contestati

Stando alle indagini della procura milanese, inizialmente Caprotti e Centemero avevano concordato un finanziamento per ‘Più voci‘ di 150 mila euro e poi, però, alla fine i soldi incassati dal Carroccio per risanare le casse di Radio Padania sarebbero stati “solo” i 40 mila euro contestati nell’imputazione. Gli inquirenti, infatti, avrebbero trovato traccia di bonifici dalla ‘Più voci’ verso Radio Padania. Dopo la richiesta di processo, verrà fissata l’udienza preliminare al termine della quale il giudice deciderà se mandare o meno a giudizio Centemero.

L’ALTRA INDAGINE SUL CASO PARNASI

Centemero, capogruppo della Lega in Commissione Finanze e tesoriere del Carroccio, è anche indagato, tra l’altro, nell’inchiesta romana, chiusa nelle scorse settimane, su un presunto finanziamento illecito da 250 mila euro, sempre all’associazione ‘Più voci’, da parte dell’imprenditore romano Luca Parnasi. Fascicolo della procura di Roma che vede indagato anche Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Partito democratico, poi passato nelle fila di Italia Viva, per un altro presunto finanziamento illecito da Parnasi.

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