Il vice di Abu Bakr al-Baghdadi è stato arrestato in Iraq

Le forze irachene hanno detto di aver fermato il numero due dell'Isis Abu Khaldoun nei pressi di Kirkuk.

La polizia irachena ha arrestato a Kirkuk Abu Khaldoun, considerato il numero due del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi. La ‘Security media cell’ irachena ha diffuso un comunicato e una foto dell’arrestato, pubblicate da Al-Arabiya. «Aveva un documento falso con il nome Shalaan Obeid. Il criminale lavorava come vice di al-Baghdadi ed era il ‘pricipe’ della provincia di Salah al-Din» afferma la nota. Al-Baghdadi, capo dell’Isis dal 2014, è stato ucciso in un raid delle forze speciali Usa in Siria lo scorso ottobre.

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Il vice di Abu Bakr al-Baghdadi è stato arrestato in Iraq

Le forze irachene hanno detto di aver fermato il numero due dell'Isis Abu Khaldoun nei pressi di Kirkuk.

La polizia irachena ha arrestato a Kirkuk Abu Khaldoun, considerato il numero due del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi. La ‘Security media cell’ irachena ha diffuso un comunicato e una foto dell’arrestato, pubblicate da Al-Arabiya. «Aveva un documento falso con il nome Shalaan Obeid. Il criminale lavorava come vice di al-Baghdadi ed era il ‘pricipe’ della provincia di Salah al-Din» afferma la nota. Al-Baghdadi, capo dell’Isis dal 2014, è stato ucciso in un raid delle forze speciali Usa in Siria lo scorso ottobre.

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Chi sono i foreign fighters dell’Isis che la Turchia vuole rispedire in Europa

Sarebbero 1.200 i cittadini europei catturati in Siria. Molti di loro sono jihadisti che Ankara è pronta a rimpatriare nei Paesi d'origine. Che però, nella mancata comunicazione tra intelligence, non sanno gestirli. Il punto.

L’11 novembre la Turchia ha espulso il primo dei combattenti stranieri dell’Isis trattenuti sul suo suolo, un americano che alla fine sembra essere stato abbandonato sul confine con la Grecia (quindi dell’Ue), rimbalzato più volte tra le polizie. «Non è un nostro problema», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono seguiti due rimpatri, uno verso la Germania l’altro verso la Danimarca, e nei giorni dopo effettuati decine di voli verso l’Europa. «Centinaia e centinaia ce ne saranno ancora», ha promesso Erdogan e fa sul serio. Chi invece a lungo ha declinato, e declina, le proprie responsabilità sulle migliaia di foreign fighter (gli stranieri partiti per combattere con l’Isis e al Qaeda in Medio Oriente) sono i maggiori governi europei: la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, disconosce questi cittadini, la Francia e il Belgio tentano di farli processare in Iraq, la Germania li accetta ma non sa ancora bene dove mettere le mani.

LE LACUNE DELLE INTELLIGENCE

Ci sono prove o sufficienti elementi per disporre custodie cautelari? È certa alle intelligence la loro identità? In alcuni casi no. Il ministero degli Esteri tedesco ha ammesso di non conoscere ancora tutti i nomi dei concittadini in partenza dalla Turchia, solo un terzo dei rientrati è sotto inchiesta. Si tratta poi di stranieri catturati (circa 2280) dalla coalizione guidata dai curdo-siriani (Ypg) durante la liberazione caotica del Nord della Siria. Combattenti jihadisti detenuti in origine nelle carceri del Rojava, regione invasa questo autunno dalle forze turco-arabe dopo l’improvviso ritiro degli americani. Nell’ultima indagine dell’Egmont Institute si stima che circa 1.200 foreign fighter dell’Europa fossero finiti nelle prigioni curde. Sarebbe stato necessario un gioco di squadra tra i dipartimenti dell’antiterrorismo per ricostruire i percorsi dei sopravvissuti: migliaia di jihadisti stranieri sono morti o dispersi in guerra, alcuni di loro erano tracciati, mentre altri in vita no. Invece i governi occidentali chiamati in causa erigono muri. 

Un foreign fighter arrestato in Italia.
Un foreign fighter arrestato in Italia.

IN ITALIA NESSUN ARRIVO

L’Italia stavolta non fa testo: era tra i Paesi dell’Ue con meno foreign fighter, anche per le dinamiche di immigrazione più recenti. Tra i circa 140 partiti dal nostro Paese, una cinquantina risultano morti, e nel totale solo 25 erano cittadini italiani: tra loro, alcuni sono rientrati in Ue e diversi sono monitorati. Non ci sarebbero italiani in arrivo dalla Turchia: anche all’estero, ha fatto notizia la storia del piccolo Elvin, identificato dall’antiterrorismo italiano nel campo dell’Isis di al Hol, in Siria, e riportato a casa grazie alla collaborazione con le forze curde attraverso un corridoio umanitario tra Damasco e il Libano. Si ha contezza anche di altri bambini italiani nel Nord-Est della Siria sotto il controllo delle Ypg, che si tentano di rimpatriare. In ogni caso le donne e i minori rappresentano un problema nel problema, anche tra i foreign fighter in Turchia: circa due terzi di questi detenuti (ovvero 700) sono bambini tratti in salvo nei combattimenti. Spesso orfani di un genitore (come Elvin della madre), quando non dell’intera famiglia.

IL DESTINO DELLE DONNE RECLUTATRICI

Alcune donne dell’Isis sono rilasciate all’arrivo in Europa, per il ruolo passivo o la mancanza di prove, seguite poi nella de-radicalizzazione come è accaduto in Germania. Altre, come un’altra tedesca subito portata in carcere a Francoforte, sono accusate di avere avuto un ruolo attivo nella rete terroristica. E, quindi, sono considerate ancora pericolose come la combattente e reclutatrice di spose per i miliziani Tooba Gondal: 25enne di origine pachistana, è cresciuta a Londra dove vorrebbe tornare dalla famiglia, ed è ben nota all’intelligence del Regno Unito che le ha vietato il soggiorno. Tooba però, più volte vedova di jihadisti e con diversi figli, ha il passaporto francese. Di conseguenza era nella lista turca di ex membri dell’Isis da rimpatriare in Francia, dove in compenso l’intelligence ha pochi elementi su di lei. Il suo caso, come quello del primo espulso americano, è emblematico del groviglio sul destino dei terroristi cittadini di Stati occidentali che non li vorrebbero indietro.

Isis foreign fighter Turchia Ue
Circa 700 membri dell’Isis europei catturati in Siria sono bambini. GETTY.

LE CITTADINANZE REVOCATE

A questo proposito, negli Stati Uniti un giudice ha appena negato la cittadinanza a una donna dell’Isis, nata e cresciuta nell’Alabama, ma figlia di un diplomatico yemenita all’Onu: condizione che le è valsa l’altolà al rientro dalla Siria. Allo stesso modo il Regno Unito ha revocato la cittadinanza a diversi jihadisti (comprese alcune convertite da Gondal) per i quali si sostiene ci sarebbero gli estremi per la cittadinanza automatica nei Paesi d’origine. E sebbene anche i britannici si siano adeguati all’ultimatum («la Turchia non è un albergo»), lasciando atterrare dei sospetti terroristi, insistono affinché siano «processati nel luogo dove sono stati commessi i crimini», cioè in Siria e in Iraq. Una posizione sostenuta anche dal Belgio, costretto ad «aprire procedure bilaterali» con Ankara, ma con Baghdad si vedrà. Le resistenze sui connazionali nell’Isis restano forti anche in Francia, dove dal 2014 sono rientrati circa 250 affiliati grazie ad accordi con la Turchia. Ma i circa 400 che erano in Siria si vorrebbe fossero giudicati e detenuti in Iraq.

IL GIRO DI DENARO TRA RAQQA, LA TURCHIA E L’UE

A Baghdad c’è la pena di morte, anche le donne dell’Isis colpevoli di gravi reati sono giustiziate, mentre in Francia sconterebbero pene in media di 10 anni. Eppure gli esperti di terrorismo raccomandano di non mettere la testa nella sabbia, anche per ragioni di sicurezza: gli ultimi attacchi non sono stati compiuti da ex foreign fighter, in un modo o nell’altro, tracciati. Ma da cani sciolti come i rifiutati dagli Usa e dall’Ue, o fanatici e fanatiche apolidi o in fuga – con i figli – dai campi di prigionia verso le tante cellule sparse dell’Isis in Siria e in Iraq. E resta il fatto che più di 1000 jihadisti siano a tutti gli effetti cittadini Ue. Vero è che neanche la Turchia può fare il poliziotto buono, sottraendosi alle responsabilità sull’Isis: il dipartimento del Tesoro Usa sta sanzionando aziende turche che hanno rifornito al Baghdadi per anni. Money transfer, cambi valute e gioiellerie aperte dai jihadisti hanno operato anche dal Gran Bazar di Istabul verso Raqqa e gli altri territori dell’Isis. Con ramificazioni in Medio Oriente e fino in Belgio, nel cuore dell’Ue.

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La Cassazione conferma i 9 anni di carcere per la foreign fighter italiana Fatima

I giudici hanno confermato la condanna definitiva per Maria Giulia Sergio partita per la Siria nel 2014. Sentenze convalidate anche per altri quattro imputati.

Anche dalla Siria continuava, via Skype, la sua opera di proselitismo: in un messaggio del 2015 lanciò un vero e proprio proclama dello Stato Islamico in lode del ‘Califfo’ Abu Bakr al Baghdadi. Poi di lei si sono perse le tracce e non si sa se sia ancora viva.

È arrivata in contumacia la condanna definitiva per terrorismo internazionale per Maria Giulia ‘Fatima’ Sergio, la giovane radicalizzata, partita da Inzago nel Milanese, e considerata la prima foreign fighter italiana: 9 anni di reclusione, come stabilito dalla Corte d’assise d’appello di Milano un anno e mezzo fa e ora confermato dalla Cassazione.

La seconda sezione penale ha respinto, dichiarandolo inammissibile, il ricorso presentato per conto suo e di altri quattro imputati, tra cui l’albanese Aldo Kabuzi (condannato a 10 anni), l’uomo che Fatima aveva sposato e col quale era partita, e la sua ‘maestra indottrinatrice’ Haik Bushra, cittadina canadese, poi partita per l’Arabia Saudita, condannata a 9 anni. Confermate anche le condanne a Donika Coku e Seriola Kobuzi, madre e sorella di Aldo Kobuzi, a loro volta partite per la Siria, senza fare più ritorno.

IL PROSELITISMO DI FATIMA

A nessuno dei cinque sono state riconosciute le attenuanti, come aveva motivato la Corte d’appello, data anche la «pericolosità per la collettività delle azioni poste in essere». Secondo l’accusa, Fatima ha incitato i suoi familiari ad unirsi al Califfato abbracciando la lotta armata per ammazzare i “miscredenti”: la madre e il padre, poi arrestati nell’estate del 2015 perché ritenuti in procinto di partire, ed entrambi morti nel corso del procedimento, e la sorella Marianna (a sua volta finita nell’inchiesta), che dalla Campania si erano trasferiti nel piccolo paese in provincia di Milano.

LA PARTENZA PER LA SIRIA NEL 2014

Nel corso egli inquirenti hanno accertato che Fatima ha agito come una «reclutatrice» che ha aderito al programma criminale dello Stato Islamico, ma si era era anche addestrata all’uso delle armi. Nelle telefonate ai familiari spiegava di essere pronta a morire, appena le verrà consentito di passare al jihad. Fatima e Kobuzi erano partiti per andare a combattere con le milizie dell’Isis nell’autunno del 2014, di loro non si sa più nulla: risultano latitanti e non si sa se siano vivi o meno. Secondo quanto dichiarato dalla sorella, Fatima sarebbe morta già prima della condanna d’appello.

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I segreti dei Navy seal italiani in missione in Iraq contro l’Isis

I militari feriti erano parte di un contingente ristretto altamente selezionato. In missione per il training e l'assistenza ad azioni antiterrorismo non convenzionali. Cosa c'è dietro le operazioni contro i talebani e l'Isis e l'impenetrabilità sui loro ingaggi.

La Task force 44 degli incursori della marina (Goi) e dell’esercito (Col Moschin) colpita dall’attentato in Iraq rivendicato dall’Isis nell’area settentrionale tra le città di Kirkuk e Suleymania, è tra i contingenti italiani più enigmatici dell’estero. Al di là dell’incarico ufficiale di «mentoring e di training delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis», precisato nella nota della Difesa sull’accaduto, nulla si saprà nel dettaglio sulle operazioni affidate ai cinque italiani feriti nel Nord dell’Iraq il 10 novembre 2019. Fino a che punto in particolare l’assistenza ai militari del Paese, iracheni e curdi, si spinga a interventi sul campo e di che natura sia questa assistenza, è no comment.

iraq-attentato-militari-italiani

NON ADDESTRATORI DI ROUTINE

Si può ragionevolmente ipotizzare, sulla base delle missioni, che è emerso (da inchieste giornaliste o da ammissioni ex post, degli stessi governi) dalla Task force 44 in Iraq, negli anni precedenti, o della Task force gemella 45 operativa in Afghanistan contro i talebani, che i militari italiani feriti dall’ordino artigianale esploso (Ied) non fossero a sminare l’area. Un compito fin troppo elementare, come anche l’addestramento di base dei peshmerga curdi e della fanteria irachena, che l’Italia istruisce e allena con la missione Prima Parthica. Come parte della coalizione internazionale Inherent Resolve, costituita nel 2014 contro l’Isis e a guida americana.

GLI INVISIBILI DI PRIMA PARTHICA

Il centinaio di unità di elité stimate nella Task force 44 sono una parte molto ristretta dei 1.100 militari italiani (scesi poi di alcune centinaia) mandati in Iraq per contrastare l’Isis a partire dal 2014. Soprattutto sono una parte sconosciuta, non palesata all’approvazione delle missioni all’estero in parlamento. Unità impiegate semmai per formare corpi di élite antiterrorismo iracheni. Che vuol dire anche guidarli e assisterli, come avveniva nell’Operazione Sarissa in Afghanistan della Task force 45, in esplorazioni speciali, azioni talvolta dirette contro terroristi. Operazioni di cosiddetta guerra non convenzionale. Anche per trovare materiale utile per l’intelligence italiana e le alleate.

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori sono per definizione coperte dal segreto militare

L’ASSISTENZA IN AZIONI COPERTE

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori (anche di corpi scelti dei carabinieri e dell’aeronautica, presenti in task force di questa natura in Medio Oriente) sono per definizione coperte dal segreto militare: contingenti di élite, militari bravissimi in special modo sembra gli italiani, considerati i migliori addestratori al mondo e voluti per lavorare a stretto contatto soprattutto con i corpi scelti americani. Impegnati quest’ultimi in operazioni antiterrorismo, anche in Libia contro al Qaeda ma più platealmente e di recente in Iraq, che i loro vertici non avrebbero mai palesato se non a missione compita. Con la morte per esempio del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

Gli incursori del reggimento d’assalto Col Moschin (Wikipedia).

OBIETTIVO: NEUTRALIZZARE I TERRORISTI

La richiesta di una task force per l’Iraq di unità di questo tipo dall’Italia fu rivelata nel 2015 da un’inchiesta de l’Espresso che parlò di un gruppo di «pochi uomini delle forze speciali che colpiscono con discrezione ed efficacia estrema», e di «tanti istruttori, pronti però anche a combattere spalla a spalla con i soldati che addestrano». Dagli accordi di mentoring siglati – per la «neutralizzazione di bersagli di alto valore», si scriveva – , dopo l’Afghanistan che è stato un laboratorio per questo tipo di missioni antiterrorismo, erano pronte secondo indiscrezioni a essere dislocate forze simili in Somalia e in Iraq. Un anno dopo il Fatto Quotidiano tornò a raccontare della «guerra segreta dell’Italia» all’Isis.

Nel 2016 la Task force 44 fu in azione in Iraq durante le offensive contro l’Isis, allora nell’Al Anbar

L’OPERAZIONE CENTURIA

Operazioni militari condotte in Iraq dalle «forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento». Da «autorevoli fonti militari», il quotidiano aveva appreso di azioni della «Task force 44» nell’area che nel 2016 era teatro delle principali offensive anti-Isis. Un contingente selezionato, secondo le fonti, ridotto di un centinaio di unità rispetto a quello analogo in Afghanistan, come lasciava intendere anche il nome della nuova operazione Centuria. Degli italiani in azione tra Falluja e Ramadi ne parlavano allora anche i marines, per una missione inquadrata nell’intervento internazionale legittimato dall’Onu del quale è parte anche Prima Parthica. Ma «cosa ben diversa» si specificava da essa.

I NAVY SEAL ITALIANI

Del Comando interforze per le operazioni delle forze speciali (Cofs) italiane fanno parte gli incursori del 9° reggimento d’assalto della Folgore (Col Moschin), della Marina (Comsubin-Goi), del 17° stormo dell’aeronautica e il Gruppo di intervento speciale (Gis) dei carabinieri, affiancati spesso dai parà di ricognizione (185° reggimento) della Folgore e dai ranger alpini (4° reggimento). Il Gis fu creato negli Anni 70 per sconfiggere il terrorismo in Italia. In questi mesi e ancor più dalla morte di al Baghdadi, le intelligence segnalano una recrudescenza degli attacchi jihadisti nel Nord dell’Iraq, soprattutto nell’area di Kirkuk (oltre 30 solo nella prima metà di ottobre) e un aumento di cellule dell’Isis.

DINAMICA E ZONA INCERTE

I militari del commando italiano colpiti dalla bomba artigianale avanzavano a piedi: nel convoglio c’erano anche blindati, ma un pattuglia era a terra. In una zona non ancora identificata con precisione. Da fonti proprie, l’agenzia Ansa ha riportato che si tratterebbe della zona di Suleymania, dentro la Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Altre fonti indicano invece l’area a Sud-Ovest di Kirkuk, sul confine interno con la regione, dove avrebbe ora sede la Task Force 44, proprio con il compito di addestrare corpi scelti iracheni di antiterrorismo e forze speciali curde. A la Repubblica più ufficiali dei peshmerga hanno smentito un coinvolgimento curdo nelle operazioni dell’attacco agli italiani.

Fino a che punto l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie?

I reparti antiterrorismo Gis dei carabinieri.

CON I CORPI SCELTI DI BAGHDAD?

I connazionali si sarebbero invece trovati in una zona dove erano attive le forze di Baghdad. Sunniti, non è escluso anche sciiti sostenuti dai reparti speciali all’estero dei pasdaran iraniani. E fino a che punto la formazione e l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie contro cellule o gruppi dell’Isis? Al confine con il Kurdistan iracheno sarebbe entrata in azione anche l’aeronautica. Un contingente di addestratori italiani molto specializzati, del corpo dei carabinieri, opera poi anche a Baghdad con gli agenti della polizia federale da dislocare nelle zone liberate dall’Isis. La maggioranza dei militari di Prima Parthica (circa 350) si trova invece a Erbil.

LA RIVENDICAZIONE DELL’ISIS

Nella capitale del Kurdistan iracheno si addestrano di routine i peshmerga. A scanso di equivoci, la Task force 44 non ha mai fatto parte neanche della brigata di fanteria Friuli in missione, fino al marzo 2019, a presidio della diga di Mosul dopo la liberazione della capitale irachena dei territori dell’Isis. L’attacco in Iraq agli italiani, rivendicato dall’Isis, è avvenuto alla vigilia dell’anniversario della strage di Nassiriya il 12 novembre 2003. Ma si ritiene che non avesse come target gli italiani. Piuttosto genericamente chi combatte sul campo i terroristi islamici, come il primo ottobre per la bomba al convoglio militare in Somalia. Dove opera un’altra task force speciale italiana contro gli al Shabaab.

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L’Isis ha rivendicato l’attacco ai militari italiani in Iraq

La notizia è stata riportata da Site. L'attentato ha provocato cinque feriti di cui tre gravi.

Il marchio dell’Isis sull’attentato ai militari italiani. Il sedicente Stato islamico ha rivendicato l’attacco in Iraq. L’attacco ha provocato cinque feriti di cui tre gravi. La notizia è stata riportata da Site.

IL MESSAGGIO CONTRO I «CROCIATI»

Sull’agenzia ufficiale del Califfato Amaq è apparso questo messaggio: «Con il favore di Dio, l’esercito dell’Isis ha preso di mira un veicolo 4×4 che trasportava membri della coalizione internazionale crociata e dell’antiterrorismo dei Peshmerga, nella zona di Qarajai, a Nord della zona di Kafri (nel distretto di Kirkuk, ndr), con l’esplosione di un ordigno. Questo ha causato la distruzione del veicolo e il ferimento di quattro crociati e di quattro apostati».

VERTICE IN PROCURA A ROMA

Intanto si è svolto in procura, a Roma, un vertice tra magistrati e carabinieri del Ros in relazione all’accaduto. All’attenzione del pm Sergio Colaiocco una prima informativa su quanto avvenuto. Una ricostruzione sulla quale gli inquirenti hanno mantenuto il più stretto riserbo, anche per ragioni di sicurezza legate al fatto che nella zona dell’attentato, a circa 100 chilometri da Kirkuk, sono tutt’ora presenti militari delle forze speciali italiane. I pm romani procedono per il reato di attentato con finalità di terrorismo.

DI MAIO HA INFORMATO I COLLEGHI A BRUXELLES

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio invece ha guidato la delegazione italiana al Consiglio Esteri dell’Unione europea, a Bruxelles, dove ha informato i colleghi sull’attacco. Tra i temi affrontati anche il Libano. Di Maio ha poi lasciato la riunione per rientrare a Roma, senza rilasciare dichiarazioni.

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L’Isis ha ucciso due sacerdoti nel Nord-Est della Siria

L'agguato è avvenuto nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane. Pubblicata la foto del documento d'identità di una delle due vittime.

Due sacerdoti cristiani sono stati uccisi nel Nord-Est della Siria in un agguato rivendicato dall’Isis. Due sicari hanno aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Secondo i media locali il duplice omicidio è avvenuto nel distretto di Busayra, nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane.

LEGGI ANCHE: La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il gruppo terroristico ha pubblicato un messaggio sui social network con la foto del documento d’identità di uno dei due preti: si tratta di Ibrahim Hanna Bidu, appartenente alla Chiesa armena cattolica della regione orientale siriana della Jazira. Non si conosce l’identità del secondo prelato e non è chiaro se l’altra vittima fosse effettivamente un prete o un accompagnatore.

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La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il primo miliziano a essere rimpatriato è stato un cittadino americano. Nelle prigioni di Ankara ci sono 1.200 terroristi.

La Turchia ha espulso il primo foreign fighter dell’Isis detenuto nelle sue carceri. Si tratta di un cittadino americano, secondo quanto riferito dal portavoce del ministero dell’Interno. Altri sette jihadisti tedeschi del Califfato saranno espulsi giovedì.

PRONTI AL RIMPATRIO ANCHE UN DANESE E UN TEDESCO

«Un terrorista straniero americano è stato espulso dalla Turchia dopo che tutti i passaggi» burocratici «sono stati completati», ha spiegato il portavoce di Ankara, Ismail Catakli. Entro l’11 novembre saranno espulsi anche «un terrorista foreign fighter tedesco» e uno danese, che si trovavano in centri di detenzione per stranieri, ha aggiunto il portavoce, che non ha fornito altre informazioni per identificare i jihadisti.

ERDOGAN PROMETTE L’ESPULSIONE DEI FOREIGN FIGHTER

L’intenzione del governo di Recep Tayyip Erdogan di avviare i rimpatri, anche di miliziani che sono stati privati della cittadinanza dai loro Paesi, era stata anticipata nei giorni scorsi.

«Che vi piaccia o no, che ritiriate o no le loro cittadinanze, vi rimanderemo i membri dell’Isis, che sono la vostra gente, vostri cittadini», aveva anticipato il ministro dell’Interno Suleyman Soylu venerdì. Per Ankara è una prima risposta agli alleati Nato, accusati di averle voltato le spalle nell’offensiva contro le milizie curde in Siria, «schierandosi con i terroristi».

Non è chiaro come Ankara intenda forzare la mano in caso di mancato accordo con gli Stati di destinazione, visto che diversi accordi internazionali, tra cui la Convenzione di New York del 1961, vietano l’espulsione di apolidi.

Nelle prigioni turche ci sono 1.200 combattenti dell’Isis, tra cui diversi occidentali ed europei. Non ci sarebbero combattenti italiani. Altri 287 jihadisti del Califfato, in gran parte stranieri, sono stati catturati da Ankara dopo la sua offensiva lanciata il 9 ottobre contro i curdi nel Nord Est della Siria. Dalle ultime informazioni disponibili, i foreign fighter che hanno avuto un legame con l’Italia sarebbero circa 140, di cui una cinquantina morti. Gli italiani e i naturalizzati italiani sarebbero però solo 25 e di questi 4 risultano deceduti e 8 già rientrati in Europa e costantemente monitorati dagli apparati di sicurezza.

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Ciò che resta del clan al Baghdadi e dei fedelissimi dell’ex capo dell’Isis

Una moglie, una sorella, un figlio e altri parenti del sedicente Califfo morto il 26 ottobre sono finiti in manette. Tutti catturati in Turchia o al confine siriano. Il fratello Abu Amza invece è svanito nel nulla. Cosa sappiamo della famiglia del super-terrorista.

Dalla morte dell’ideologo e fondatore dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi si susseguono le notizie di catture di suoi famigliari nella zona di confine tra la Siria e la Turchia.

Prima, nell’ordine temporale di cattura da quel che se ne sa, una moglie e un figlio. Poi una sorella, suo marito e la nuora con prole. Domani chissà. L’intelligence turca si è svegliata dopo la lunga e cruenta operazione del Pentagono che la notte del 26 ottobre ha distrutto un grande compound fortificato dove, almeno dal maggio scorso, risiedeva il leader dell’Isis con pochi intimi. A una ventina di chilometri dalla Turchia, in una zona di influenza turca, ricostruita dalla Turchia e amministrata da ribelli islamisti addestrati in Turchia. Di certo quel che affiora dagli arresti compiuti da Ankara – non confermati dagli alleati americani della Nato – è che dopo la disfatta al Baghdadi, come da informative dei curdo-siriani e degli 007 iracheni, poteva contare solo sulla più stretta parentela.

LE MOGLI CATTURATE

Troppi dell’inner circle hanno parlato. Lo avrebbe tradito anche una delle quattro mogli che si ritiene avesse preso in sposa al Baghdadi. Arrestata dall’intelligence irachena all’inizio del 2019, insieme a un corriere dell’Isis avrebbe rivelato informazioni preziose per la Cia sulla fuga di al Baghdadi verso l’Ovest della Siria. In quei mesi altri diversi suoi aiutanti di punta catturati sarebbero stati interrogati in Iraq, spifferando le abitudini del sedicente califfo. Dalla ricostruzione data in pasto all’opinione pubblica dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan solo questo novembre, un’altra moglie del super-terrorista con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa sarebbe stata arrestata già il 2 giugno 2018 in territorio turco.

Asma Fawzi Muhammad al-Qubaysi, una delle presunte mogli di al Baghdadi arrestata dai turchi (Ansa).

Asma Fawzi al Qubaysi, prima moglie di al Baghdadi, sarebbe stata individuata alla frontiera nella provincia di Hatay, insieme con una figlia che si presentava come Leila Jabeer, mentre tentavano di sconfinare sotto false identità.

ALCUNI MEMBRI DEL CLAN SAREBBERO IN FUGA VERSO LA TURCHIA

Peccato che gli americani, a quanto pare, per un anno e mezzo non avessero avuto comunicazione di tutto questo. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di «non poter confermare nulla» di quanto affermato da Erdogan. Neanche la cattura, annunciata dalla Turchia sempre all’inizio di novembre, della sorella 65enne di al Baghdadi, Rasmiya Awad. Scovata in una roulotte con la famiglia e con i cinque nipoti, anche questa «miniera di informazioni» si riparava non lontano dal luogo di intercettazione della prima moglie: la provincia siriana confinante Azaz, che guarda Antiochia e Alessandretta. Il presidente turco rivendica arresti nel clan di al Baghdadi «quasi a doppia cifra», sfidando di fatto Donald Trump. Nel gruppo anche un figlio del sedicente califfo, dall’identità, è stato assicurato, «accertata dal Dna». Altri membri della cerchia ristretta tenterebbero invece di entrare in Turchia dal Nord-Ovest della Siria dove al Baghdadi aveva trovato fiancheggiatori.

Rasmiya Awad, ritenuta la sorella di al Baghdadi (Ansa).

I CORRIERI TRADITORI

Il sedicente califfo viveva asserragliato in un una ridotta con tunnel nel villaggio di Barisha, a sud-ovest di Azaz e del cantone curdo di Afrin riconquistato dai turchi nel 2018. Anche lui a un passo dal valico per la provincia di Hatay. L’intelligence di Ankara rivendica anche un ruolo nell’uccisione di al Baghdadi ben superiore all’appoggio logistico e allo spazio aereo messi a disposizione per le operazioni americane: Ismael al Ethawi, un altro corriere e aiutante di punta del capo dell’Isis fermato all’inizio di quest’anno, avrebbe contribuito al successo del blitz Usa. Sebbene dagli ufficiali di sicurezza americani sia filtrato che per identificare di al Baghdadi a Barisha è stato decisivo l’apparato di sicurezza curdo-siriano delle brigate Ypg nemiche di Erdogan. Un finto fedelissimo del leader dell’Isis, suo assistente agli spostamenti e con un fratello morto a causa dei terroristi, ha portato per vendetta ai curdi campioni di sangue e capi di biancheria. 

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

IL FRATELLO CHE MANCA ANCORA ALL’APPELLO

Risparmiata nel blitz, la talpa è stata trasportata in un luogo sicuro a incassare la maxi ricompensa. Degli altri uccisi e dei sopravvissuti nell’operazione americana non si hanno nomi. Tra i famigliari di al Baghdadi morti insieme a lui potrebbero esserci due mogli, stando al resoconto di Trump. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché la Difesa di Washington ha confermato genericamente l’uccisione di tre donne, lasciando vaga anche l’identità dei minori (11, sempre secondo il presidente Usa) tratti in salvo dalle unità speciali durante il blitz. Poche ore dopo, un aiutante saudita di al Baghdadi è stato ucciso in altre operazioni antiterrorismo Usa nel Nord della Siria, condotte contro i gruppi qaedisti più estremisti che davano protezione ai vertici dell’Isis. Nulla invece si sa ancora del destino di uno dei cinque fratelli di al Baghdadi, nome di battaglia Abu Hamza, a lui pare molto vicino. 

isis baghdadi ucciso
Il sedicente Califfo al Baghdadi morto il 26 ottobre scorso.

DUBBI SUL SUCCESSORE DI AL BAGHDADI

Buio fitto anche sul successore di al Baghdadi. Sempre il Dipartimento di Stato Usa ha confessato di non sapere «quasi niente» di Abu Ibrahim al Hashemi al Qurayshi, designato con un proclama ufficiale. Gli analisti dell’intelligence cercano di ricostruirne l’identità e i trascorsi: dietro il nome probabilmente di battaglia, per gli esperti potrebbe celarsi il super-ricercato (5 milioni di dollari di taglia) Hajji Abdullah al Afari il cui nome spicca in alcuni documenti interni dell’Isis. Un altro suo pseudonimo sarebbe il primo nome circolato come successore di al Baghdadi al Haj Abdullah Qardash, in un comunicato attribuito all’Isis ma diverso dai quelli diffusi dai canali ufficiali della rete jihadista. Cinquantenne, iracheno di origine turcomanne, al Afari sarebbe un ex maggiore dell’esercito di Saddam Hussein, radicalizzato nella prigione di Camp Bucca come al Baghdadi. Con lui avrebbe anche in comune gli studi islamici, ma un background militare parecchio più forte.

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L’annuncio della Turchia: iniziano lunedì le espulsioni di jihadisti

Il ministro degli Interni Suleyman Soylu a muso duro contro i Paesi europei: «Che vi piaccia o no, che ritiriate o no le loro cittadinanze, vi rimanderemo i membri dell'Isis, che sono la vostra gente, vostri cittadini». Gli italiani sono poco più di una decina.

A muso duro contro l’Europa. «Sono vostri, fatene quello che volete», ha detto il ministro degli Interni turco Suleyman Soylu venerdì 8 novembre, annunciando che lunedì 11 novembre la Turchia inizierà l’espulsione verso i Paesi d’origine dei jihadisti dell‘Isis catturati dalla Turchia. «Che vi piaccia o no, che ritiriate o no le loro cittadinanze, vi rimanderemo i membri dell’Isis, che sono la vostra gente, vostri cittadini».

100 FOREIGN FIGHTER BRITANNICI E POI FRANCESI E OLANDESI

Per Ankara è una prima risposta agli alleati Nato, accusati di averle voltato le spalle nell’offensiva contro le milizie curde in Siria, «schierandosi con i terroristi». Non è stato precisato quali saranno i Paesi inizialmente coinvolti, né come Ankara intenda forzare la mano in caso di mancato accordo con gli Stati di destinazione, visto che diversi accordi internazionali, tra cui la Convenzione di New York del 1961, vietano l’espulsione di apolidi. Oltre 100 sono i presunti jihadisti cui la Gran Bretagna ha ritirato il passaporto, tra cui figure note come Jack Letts, alias Jihadi Jack, o Shamima Begum, fuggita in Siria a 15 anni per unirsi all’Isis. Casi analoghi riguarderebbero Francia e Olanda. L’ultimatum non dovrebbe invece preoccupare l’Italia. Nelle prigioni turche, si apprende da fonti qualificate di intelligence e antiterrorismo, non ci sarebbero infatti combattenti del nostro Paese.

GLI ITALIANI SONO SOLO 13

Dalle ultime informazioni disponibili, i foreign fighter che hanno avuto un legame con l’Italia sarebbero circa 140, di cui una cinquantina morti. Gli italiani e i naturalizzati italiani sarebbero però solo 25 e di questi 4 risultano deceduti e 8 già rientrati in Europa e costantemente monitorati dagli apparati di sicurezza.

I 4 COMBATTENTI ITALIANI NEI CAMPI DI DETENZIONE CURDI

In Siria è stato invece arrestato, dopo esser stato catturato dai curdi e dagli americani, Samir Bougana, italo-marocchino di 24 anni partito nel 2013 per andare a combattere prima con Al Qaeda e poi con l’Isis. L’uomo è già in carcere in Italia. Nei campi di detenzione sotto controllo curdo, almeno fino all’offensiva di Ankara, tra Al Hol, Ayn Issa e Roj, si troverebbero invece almeno 4 combattenti italiani: Alice Brignoli e suo marito italo-marocchino Mohammed Koraichi con i 3 figli, Sonia Khediri, italo-tunisina e moglie di Abu Hamza al Abidi, figura di spicco del Califfato ucciso in combattimento, e Meriem Rehaily, 23enne padovana di origine marocchina, condannata per arruolamento con finalità di terrorismo. Anche loro avrebbero 2 figli ciascuna. Nelle carceri turche sono al momento detenuti complessivamente 1.149 jihadisti legati al Califfato, mentre almeno 242 sono i foreign fighter di 19 Paesi catturati in Siria dall’inizio un mese fa dell’operazione militare Fonte di Pace e pronti a essere rimandati a casa.

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Il piccolo Alvin è tornato in Italia dalla Siria

Il bimbo di 11 portato via nel 2014 dalla madre che voleva arruolarsi nell'Isis è atterrato a Fiumicino. Ha passato gli ultimi anni in un campo profughi prima di essere ritrovato dal padre.

È tornato oggi in Italia Alvin, il bimbo di 11 anni di origine albanese portato via dall’Italia nel dicembre del 2014 dalla mamma che voleva unirsi all’Isis. Il piccolo, la cui madre sarebbe morta in un’esplosione, era finito poi nel campo profughi di Al Hol, a Nord Est della Siria, dove è stato ritrovato. Alvin è stato trasferito con un volo di linea dell’Alitalia, giunto poco dopo le 7.00 all’aeroporto di Roma Fiumicino da Beirut.

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La Turchia dice di aver arrestato altri famigliari di al-Baghdadi

Ankara ha confermato di aver arrestato almeno 10 parenti del defunto leader dell'Isis. Tra questi anche uno dei figli.

Il numero di familiari del defunto leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi che sono stati catturati dalla Turchia è «vicino alla doppia cifra». Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che il 6 novembre aveva annunciato la cattura di una moglie dell’autoproclamato Califfo, Asma Fawzi Muhammad al-Qubaysi, dopo quella della sorella maggiore, del cognato, della loro nuora e di 5 figli.

Secondo il leader di Ankara, che ha parlato prima di partire per una visita in Ungheria, altri membri della «cerchia ristretta» di al-Baghdadi starebbero cercando di entrare in Turchia per fuggire dalla Siria.

Il presidente turco ha anche confermato che con la moglie di al-Baghdadi, la Turchia ha catturato anche un figlio del defunto leader dell’Isis, il cui «Dna è stato confermato». «La moglie era nelle nostre mani da un anno, un anno e mezzo», ha aggiunto il leader di Ankara.

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Torna in Italia Alvin, il bimbo portato via dalla madre arruolata nell’Isis

Il bambino era stato preso dalla mamma nel 2014 ed era andato con lei in Siria. Dove vive nel campo profughi di al Hol. Lei sarebbe morta in un'esplosione.

Sta tornando in Italia, dopo ricerche da parte dello Scip della Polizia e del Ros dei carabinieri, il bimbo di 11 anni portato da Barzago (Lecco) in Siria dalla madre Valbona, che lasciò il marito e padre del bimbo per arruolarsi nell’Isis, il 17 dicembre 2014. Il ragazzino di nome Alvin, la cui madre sarebbe morta in un’esplosione, si trovava nel campo profughi di Al Hol in Siria. A Milano, dove pende un procedimento sulla donna coordinato dal pm Alberto Nobili, il gup Guido Salvini attivò le ricerche della donna e del figlio. Il bambino potrebbe rientrare in Italia già l’8 novembre.

«SI RICORDA DELL’ITALIA»

«Ricorda di avere avuto dei pregressi in Italia, il minore», ha spiegato in un verbale di fine settembre, di fronte al gup di Milano Guido Salvini, un investigatore del Ros dei carabinieri raccontando passo passo le ricerche per ritrovare e riportare in Italia il bambino. Una foto del piccolo, che veniva da personale della Croce Rossa, è stata mostrata al padre «che ha riconosciuto nel minore il figlio».

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La Turchia ha catturato la moglie di al-Baghdadi

il presidente Recep Tayyip Erdogan ha confermato che una delle consorti del Califfo è stata catturata. Ma Ankara non ha fornito altri dettagli.

Nuovo colpo della Turchia alla cerchia di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Isis ucciso il 27 ottobre in un blitz americano nel nord della Siria: dopo aver annunciato nei giorni scorsi la cattura della sorella maggiore, Ankara ha rivelato di avere in mano anche una delle quattro mogli dell’autoproclamato Califfo.

Mentre gli Usa hanno condotto una «gigantesca campagna di comunicazione» sulla morte di al-Baghdadi, «noi abbiamo preso sua moglie, lo dico oggi per la prima volta, ma non abbiamo creato clamore. Continueremo a lavorare in questo senso», ha detto il presidente Recep Tayyip Erdogan in un discorso ad Ankara.

Nessun dettaglio è stato finora reso noto sulle circostanze della cattura, né quando sia avvenuta esattamente. Segreta resta al momento anche l’identità della donna. Le informazioni al riguardo saranno diffuse «presto», ha assicurato il ministro della Difesa turco Hulusi Akar.

LE POSSIBILI MOGLI DEL CALIFFO

Secondo le notizie di intelligence disponibili, il defunto leader dell’Isis aveva quattro mogli, il massimo consentito dalla legge islamica. Tra queste, un’irachena conosciuta come Nour, figlia di un suo stretto collaboratore, Abu Abdullah al-Zubaie, e una donna di cui si sa che venne arrestata in Libano nel 2014 e liberata l’anno dopo in uno scambio di prigionieri. Un’altra ex moglie irachena, Saja al-Dulaimi, lo avrebbe abbandonato nel 2009 mentre era incinta della figlia.

IL VALORE DELL’ARRESTO DELLA SORELLA DI AL BAGHDADI

Solo un paio di giorni fa era stata catturata la sorella maggiore di al-Baghdadi, in questo caso subito identificata come la 65enne Rasmiya Awad, con tanto di diffusione di una foto segnaletica. La donna, definita dagli 007 turchi «una miniera d’oro» sul piano delle informazioni di intelligence, era stata fermata in compagnia di marito, nuora e 5 figli ad Azaz, località nel nord-ovest della Siria sotto il controllo di Ankara sin dal 2016 a seguito dell’operazione militare Scudo d’Eufrate, condotta proprio conto il sedicente Califfato. Non è stato indicato tuttavia se abbia anche portato alla cattura della cognata.

ANKARA RIMARCA LA LOTTA AL TERRORSMO

Per la Turchia è comunque l’occasione di ribadire il suo impegno nella lotta ai jihadisti, dopo la valanga di accuse da tutto il mondo di aver aperto spazi per un ritorno dell’Isis con la sua offensiva militare in Siria contro le milizie curde, che invece l’avevano sconfitto sul campo e ne detenevano migliaia di combattenti nelle loro prigioni.

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La Turchia minaccia di rimpatriare i jihadisti europei

Si tratta dei foreign fighters passati sotto la custodia di Ankara dopo l'offensiva contro i curdi in Siria.

«I membri dell’Isis nelle nostre mani saranno rimandati nei loro Paesi d’origine anche se sono stati privati della loro cittadinanza». Lo ha detto il ministro dell’interno turco Suleyman Soylu, a proposito dei jihadisti passati sotto la custodia di Ankara dopo l’offensiva contro i curdi in Siria, tra cui ci sarebbero numerosi europei.

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Le proteste in Iraq che uniscono sciiti e sunniti

Come in Libano, la società si unisce contro il governo. Le manifestazioni hanno contagiato tutti. E a Baghdad migliaia tra studenti e dipendenti pubblici sfidano i cecchini delle milizie. Il quadro della ribellione.

Migliaia di iracheni aspettano le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, spinte dal parlamento ma ancora ritardate. Sfidano il coprifuoco, radunandosi nella piazza Tahrir di Baghdad, diventata il simbolo della Primavera irachena. Anche se stavolta l’Iraq è più simile al Libano: si sfila in tutte le città, da Bassora e Nassiriya nel meridione sunnita, alle città sante sciite di Kerbala e Najaf, nonostante le pallottole sparate dai miliziani e gli oltre 250 morti. Un’unità nelle proteste che, come nel Paese dei cedri, non si vedeva da anni. Grandi manifestazioni sono attese per tutto il fine settimana contro una «classe politica da eliminare». Il motore delle contestazioni, che possono segnare una nuova svolta dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, è il pessimo stato economico del secondo produttore di petrolio dell’Opec. Mancano i servizi di base e il lavoro per una popolazione per oltre il 60% è di giovani: gli introiti statali (per il 90% dal greggio) vengono redistribuiti tra le élite corrotte che, come in Libano, si spartiscono settariamente gli incarichi di potere.

Iraq proteste Tahrir
Studentesse in chador alle manifestazioni di Kerbala, Iraq. (Getty).

DAI CENTRI SUNNITI ALLE CITTÀ SANTE

La gente chiede «indietro tutti i soldi» che hanno preso, vuole «l’Iran fuori dal Paese». Le dimostrazioni si sono propagate il primo ottobre, dalle periferie della capitale e verso il centro e il Sud dell’Iraq, grazie al tam tam su Facebook contro la rimozione del numero due dell’antiterrorismo Abdul Wahab al Saadi, internazionalmente riconosciuto come il generale che ha sconfitto l’Isis in Iraq, sciita ma cresciuto a molto apprezzato nelle zone sunnite. L’atto del governo Mahdi è stato interpretato come l’ennesimo gesto di sudditanza verso l’Iran: un giogo che sta esasperando anche aree come Kerbala e Najaf, storicamente il cuore della religione e della cultura sciita in Medio Oriente. Dopo i centri sunniti, anche le due città sante si sono ribellate: nelle proteste del 24 ottobre, almeno 18 manifestanti sono rimasti uccisi, secondo fonti mediche e della sicurezza, negli scontri iniziati nella notta. Ma la durezza delle milizie sciite che aprono il fuoco contro di loro non ferma i giovani sciiti che stanno  diventando la maggioranza tra i dimostranti.

LA SOCIETÀ CONTRO LA CORRUTTELA

Tra loro ci sono ex paramilitari delle brigate sciite mandate in Siria a combattere l’Isis che «poi non hanno avuto niente dal governo». Donne in chador protestano a Kerbala per i figli senza lavoro (al 25% la disoccupazione giovanile nell’ultima statistica nazionale rilasciata nel 2017). I dipendenti pubblici per gli stipendi bassissimi. A Baghdad migliaia di studenti hanno interrotto le lezioni nelle scuole e all’università, per accamparsi a Tahrir. Come in Libano si cantano anche versioni di Bella Ciao e spuntano cappelli di Che Guevara. Invocando le dimissioni di Mahdi, centinaia di ragazzi hanno occupato la torre abbandonata tra la Green Zone istituzionale e piazza Tahrir, dove i cecchini delle milizie sciite erano appostati per sparare sulla folla. L’antiterrorismo a proteggere gli edifici sensibili da «elementi indisciplinati» nega l’uso di armi da fuoco contro i civili, come fanno a Kerbala le autorità. La responsabilità viene scaricata sulle milizie filo-iraniane Khorasani e Badr. Nella Green zone sarebbero arrivate anche «unità dei Guardiani della rivoluzione» dei pasdaran.

Iraq proteste Tahrir
Medici e farmacisti protestano per i salari pubblici in Iraq. (Getty).

AL SADR TRASCINA GLI SCIITI

Un ufficiale di intelligence del ministero dell’Interno reputa la «reazione così dura perché l’Iran non vuole minacce»: dal primo ottobre si stimano circa 250 morti, 8 mila feriti e altre migliaia di arresti in Iraq. Ufficialmente il governo Mahdi ha condannato le violenze contro i civili ed è stata aperta un’inchiesta. Ma in Iraq sono soprattutto i paramilitari delle brigate sciite ad aver combattuto l’Isis, guidate dai pasdaran. E alle stesse si deve la sicurezza in diverse zone. Come i predecessori, il premier Mahdi è vincolato alle direttive di Teheran: le responsabilità non saranno appurate e la repressione non si fermerà. A Kerbala i testimoni hanno raccontato sotto anonimato di aver visto sparare di uomini a volto coperto, temendo ritorsioni. La società protesta anche contro la mollezza e l’impotenza degli ultimi governi, e con gli iracheni – contro Mahdi – si è schierato il leader sciita Moqtada al Sadr. Il religioso, ex capo milizia vincitore (senza maggioranza) delle ultime elezioni con il suo movimento nazional-populista Sairoon agita le folle sciite, spaccando il fronte che l’Iran vorrebbe unito.

Senza una nuova legge elettorale il premier Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui

SPARTIZIONE ETNICO-RELIGIOSA

A Najaf anche alcuni giovani chierici sono scesi in strada. Nella Tahrir di Baghdad i manifestanti arrivano da centri a centinaia di chilometri di distanza. Dei cortei hanno marciato, respinti dai lacrimogeni, verso i centri di potere nella Green zone e al parlamento. Chiedono, come in Libano, una  «nuova legge elettorale» prima che «nuove elezioni». Altrimenti «anche Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui». L’ultimo premier iracheno, ex ministro delle Finanze e del petrolio, sciita ma indipendente, è diventato capo del governo a 76 anni nel 2018, dopo mesi di consultazioni dalle Legislative. Nel post Saddam, il sistema politico che si imposto dall’invasione americana prevede un capo di Stato curdo (tra il 15% e il 20% della popolazione), un premier sciita (il 60% degli iracheni) e un capo del parlamento sunnita (il 15%-20%). Ogni blocco etnico-religioso si spartisce entrate e prebende tra l’establishment. Le comunità – tutte – restano senza servizi e welfare. Per Transparency l’Iraq è il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

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Chi è il nuovo leader dell’Isis Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi

Il gruppo terroristico ha confermato la morte di Abu Bakr al-Baghdadi e ha comunicato il nome del suo successore.

L’Isis ha un nuovo leader: il suo nome è Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi. L’annuncio è stato fatto dal nuovo portavoce del gruppo terroristico, Abu Hamza al-Quraishi, che in un audio ha rivelato il nome del successore di Abu Bakr al-Baghdadi. L’Isis ha inoltre confermato la morte di al-Baghdadi e del suo portavoce, Abu al-Hassan al-Muhajir.

Il messaggio esorta inoltre i seguaci dello Stato islamico a rispondere all’appello fatto da al-Baghdadi nel suo ultimo messaggio, pubblicato a settembre, in cui incitava i jihadisti a liberare i combattenti dell’Isis catturati dai campi e dalle carceri e a reclutare nuovi adepti. Il messaggio includeva una minaccia agli Stati Uniti a non festeggiare la loro morte e prometteva che il gruppo avrebbe continuato a combattere dentro e fuori dal Medio Oriente.

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Il video del raid che ha portato all’uccisione di al-Baghdadi

Le immagini condivise su Twitter dall' Us Central Command mostrano le forze americane avvicinarsi al compound.

Il Pentagono pubblica le prime immagini del raid che ha portato all’uccisione del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. Il video condiviso su Twitter dall’ Us Central Command mostra le forze americane avvicinarsi al compound.

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Chi è il traditore (e ora milionario) di Abu Bakr al Baghdadi

Il n.1 dell'Isis "consegnato" agli Usa da un fedelissimo, arabo sunnita, che voleva vendicarsi per l'uccisione di un parente da parte del Califfato. I 25 milioni di taglia sono suoi. Come prove della sua affidabilità spediva biancheria intima e tracce di sangue del suo leader.

Chi ha tradito Abu Bakr al Baghdadi? Un fedelissimo. Che si è così intascato i 25 milioni di dollari della taglia che pendeva sulla testa del califfo. L’uomo voleva vendicarsi dopo l’assassinio di un suo parente da parte dell’Isis. E così ha decretato la fine del suo leader, su cui comunque restano ancora diverse domande aperte.

SI OCCUPAVA DEGLI SPOSTAMENTI DEL CALIFFO

A ricostruire la storia e l’identikit dell’informatore che ha permesso di individuare il nascondiglio dove si trovata al Baghdadi è stato il Washington Post. L’arabo sunnita si occupava in particolare degli spostamenti di al Baghdadi, per questo era sempre a conoscenza dei luoghi in cui il leader dello Stato islamico si nascondeva. Da tempo era diventato un informatore delle milizie curde alleate degli Stati Uniti.

FUORI DAL PAESE PER RIFARSI UNA VITA

Decisiva per la sua attendibilità è stata la consegna dei pezzi di biancheria intima e del campione di sangue che hanno permesso di risalire al Dna di al Baghdadi. La “talpa” sarebbe stata presente durante il raid delle forze Usa e solo due giorni dopo sarebbe stato “esfiltrato” insieme con la famiglia, portato fuori dal Paese per proteggerlo e rifarsi una nuova vita. Con 25 milioni a disposizione.

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Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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I resti di al Baghdadi in mare, presto il video del raid

Il Pentagono ha confermato che i resti del leader Isis hanno fatto la stessa fine di Osama Bin Laden. Polemiche negli Usa per l'annuncio di Trump.

I resti di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Isis che si è fatto esplodere nel raid americano in Siria, sono stati dispersi in mare. Come quelli dell’ex leader di al Qaida, Osama bin Laden. Ad annunciarlo sono stati i vertici del Pentagono, rivelando anche che nell’operazione sono state catturate due persone e che il video del blitz sarà diffuso, almeno in parte, nei prossimi giorni, dopo l’iter di declassificazione.

PRIME CONTESTAZIONI CONTRO IL PRESIDENTE

Un successo? Certamente sì per Donald Trump, che però in un’America spaccata a metà è finito comunque nel mirino delle polemiche. «È stato come guardare un film», aveva detto il presidente del raid, seguito «in diretta» nella Situation Room della Casa Bianca. Ora però spuntano i dubbi che sia stata la sua fervida immaginazione a fargli vedere e sentire gli ultimi minuti di vita del capo dell’Isis e che la sua foto mentre seguiva il blitz sia stato uno scatto in posa. Dubbi che si mescolano alle crescenti polemiche per aver informato dell’operazione Vladimir Putin ma non i vertici democratici. E alle inattese contestazioni il 28 ottobre a Chicago e il 27 durante una finale di baseball allo stadio di Washington Dc, dove Trump ha incassato un sonoro ‘buuu’ dal pubblico, che ha anche gridato ‘lock him up’, ‘arrestatelo’, come urlavano i suoi fan contro Hillary Clinton.

I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DI TRUMP

È stato il New York Times il primo a mettere in dubbio il macabro racconto della morte del Califfo offerto in diretta tv dal tycoon, secondo cui al Baghdadi è scappato «nel panico totale» in un tunnel senza uscita ed è morto «come un codardo, piangendo e gridando», prima di farsi saltare in aria con un giubbotto esplosivo insieme ai tre figli. Secondo il quotidiano, quelle del raid delle forze speciali Usa erano solo immagini della sorveglianza aerea, prive di audio. Immagini peraltro di una casa-bunker avvolta nel buio della notte, dove americani e jihadisti erano distinti a stento dalle tracce termiche. Non solo: di Baghdadi braccato nel tunnel il commander in chief non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell’Isis, infatti, sono stati ripresi dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano compiendo il raid. Video che sarebbero stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa.

LE DIFFERENZE COL RAID DEL 2011 CHE UCCISE BIN LADEN

Ad una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico del tycoon, il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all’oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia «parlato probabilmente con i comandanti sul campo» per farsi dare tutte le informazioni. Esper ha glissato anche in conferenza stampa e ha frenato gli entusiasmi di Trump, ammonendo che la situazione in Siria «resta complessa». Ad offuscare il successo del raid anche lo scatto che immortala il presidente al centro della Situation Room con a fianco i vertici della Casa Bianca e del Pentagono, tutti rigorosamente in giacca e cravatta. Pete Souza, l’ex fotografo ufficiale di Obama, ha detti che si tratta di una foto costruita ad arte, troppo simmetrica e statica, scattata – dati alla mano – un’ora e mezza dopo l’inizio dell’operazione, quindi non in diretta. E la contrappone alla sua famosa foto di quella stessa stanza quando fu ucciso Bin Laden nel 2011, con Obama in camicia senza cravatta e un giubbotto scuro e gli altri membri dell’amministrazione in ordine sparso e in un’atmosfera di tensione estrema, restituita dalla segretaria di Stato Hillary Clinton sconvolta con la mano sulla bocca.

L’IRONIA DEI SOCIAL E LA RABBIA DEI DEM

I social hanno commentato con sarcasmo. «Foto scattata quasi due ore dopo? Stavano aspettando Trump che era andato a giocare a golf», ha commentato un utente di Twitter. «Probabilmente stavano guardando Fox News», ha cinquettato un altro citando la tv preferita del tycoon. «La prossima volta non guardate l’obiettivo della macchina fotografica, sembrerà meno in posa», ha suggerito un altro ancora. Più forti dei dubbi e dei sarcasmi sono però le critiche al presidente per aver tenuto all’oscuro del blitz la speaker della Camera Nancy Pelosi e altri importanti dirigenti dem, tra cui Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence che sovrintende all’indagine di impeachment. «Temevo fughe di notizie, Schiff è la più grande talpa di Washington», ha tagliato corto Trump, ormai in rotta totale con l’opposizione.

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Eliminato al-Baghdadi, agli Usa resta da sciogliere il nodo iraniano

Nonostante l'annunciato disimpegno in Siria, l'intelligence americana ha continuato la guerra al terrorismo nell'area. Dove c'è un'altra grande priorità: il contenimento dell'influenza di Teheran.

Il presidente Donald Trump ha motivo di esultare per la notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi. E noi, con lui, abbiamo ragione di accoglierla con favore, sperando che sia confermata, naturalmente, viste le responsabilità di questo personaggio giunto alla ribalta dell’attenzione pubblica internazionale con l’annuncio della nascita del Califfato (29 giugno 2014 a Mosul, in Iraq), poi con l’adesione alla sua chiamata alle armi da parte di decine di migliaia di foreign fighter provenienti da mezzo mondo; e infine con la lunga scia di sangue e di violenze di ogni genere lasciata dietro di sé, direttamente o comunque in suo nome in Medio Oriente, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti.

LA STRISCIANTE RIPRESA DELL’ISIS NELLE AREE DI ORIGINE

Alla sconfitta militare dell’Isis in territorio siriano e iracheno (2016-2017) mancava davvero questo epilogo che tra l’altro è giunto in un momento in cui andavano crescendo le preoccupazioni per la strisciante ripresa di quell’organizzazione nelle stesse aree di origine e altrove manifestate dalle Nazioni Unite e dai servizi di sicurezza europei nonché, proprio nei giorni scorsi, dallo stesso ministro degli Esteri americano Mike Pompeo che aveva dichiarato alla Cbs: «È complicato, ci sono posti dove l’Isis è più forte oggi che tre o quattro anni addietro anche se la sua complessiva capacità di attacco è resa molto più difficile». Quest’epilogo è avvenuto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Barisha, un piccolo villaggio nella provincia di Idlib, nella Siria occidentale, che continua a essere rifugio di ribelli siriani di ogni tipo, da Al-Qaeda a miliziani caucasici e all’Isis per l’appunto.

LA GUERRA AL TERRORISMO È RIMASTO OBIETTIVO PRIORITARIO

Alle parole di esultanza di Trump hanno fatto eco quelle di Mazloum Abdi, il comandante dello Sdf di cui i curdi costituiscono il pilastro fondamentale: «Un successo storico dovuto al lavoro di intelligence svolto con gli Stati Uniti», ha dichiarato. Anche Ankara si è meritata un robusto ringraziamento per il do ut des intercorso tra Idlib e il benestare sul confine. E qui una constatazione: l’attacco americano è avvenuto a circa 60 km a ovest di Aleppo, dunque in una zona area sulla quale gli americani sono sostanzialmente assenti. Ciò significa che al di là della sua presenza fisica, l’intelligence americana non ha mai abbandonato la guerra al terrorismo, uno degli obiettivi primari perseguiti dall’Amministrazione americana in Siria (coalizione internazionale lanciata nel 2014). 

GLI INTERESSI AMERICANI IN SIRIA

In quest’ottica si spiega anche la decisione della stessa Amministrazione di rinforzare la propria presenza nell’area a Est dell’Eufrate: per difendere dalle milizie dell’Isis i pozzi petroliferi di quell’area, si afferma. Ma allora, vien da chiedersi, come si concilia tutto ciò con il tanto sbandierato e criticato ritiro delle truppe americane? Penso che si spieghi con l’erraticità del presidente Trump, certamente, ma anche con la capacità di organizzazione, militare e di intelligence, che l’Amministrazione americana riesce comunque a esprimere rispetto all’obiettivo fondamentale della lotta al terrorismo jihadista. E quello non secondario di salvaguardarsi un ruolo al tavolo negoziale sul futuro della Siria.

IL CONTENIMENTO DELL’INFLUENZA IRANIANA

Resta il rammarico che il ruolo dei curdi, determinanti nella sconfitta di quel terrorismo, non sia stato considerato come fondamentale anche se il plauso del comandante per l’uccisione di Al Baghdadi lascerebbe intendere che la ferita del “tradimento” sia stata in buona misura sanata. E resta il quesito relativo all’altra grande priorità americana nell’area medio-orientale: il contenimento dell’influenza iraniana. Chissà se e in che misura le proteste in atto in Libano e in Iraq contengano anche un’affiorante criticità nei riguardi di Teheran oltre alle cause più evidenti e riconoscibili quali la corruzione e la governance. Intanto Trump si crogiola e pensa al credito che con quest’operazione gli verrà in chiave elettorale. Mentre si attendono i commenti di Mosca, pure ringraziata da Trump, di Teheran e di Damasco.

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Tutte le volte che al Baghdadi era stato dato per morto

Il leader dell'Isis, ucciso a Idlib in un raid delle forze speciali Usa, era stato dato per spacciato almeno cinque volte dalla caduta di Mosul.

Ucciso in raid aerei della Coalizione internazionale o dell’aviazione irachena, ferito e paralizzato, in fuga tra Mosul e Raqqa. La notizia dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi in un raid americano questa notte nel Nord Ovest della Siria è l’ultima di una serie sulla morte del leader dell’Isis che hanno contribuito a farlo diventare una figura leggendaria. Questa volta, però, la notizia della morte è stata confermata dal presidente Usa Donald Trump in un discorso alla nazione e ci sarebbero prove schiaccianti a conferma della sua identità.

LE ORIGINI DI AL BAGHDADI

Baghdadi, al secolo Awwad al Badri, nasce da una famiglia sunnita nel 1971 a Samarra, in Iraq, città simbolo dello sciismo, e cresce a Baghdad dove vive fino al 2004 con due mogli e sei bambini. Nel 2003, durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq, Awwad, allora trentaduenne, forma un gruppuscolo armato e si unisce alle formazioni jihadiste. Nel 2004 finisce nelle mani dei soldati americani e viene imprigionato a sud di Baghdad. Una volta libero si avvicina ad al Qaeda in Iraq, che diventa ‘Stato islamico dell’Iraq’. Alla morte del capo Abu Omar al Baghdadi, il 18 aprile del 2010, i vertici del gruppo nominano leader proprio Awwad che prende il nome di Abu Bakr. Un mese dopo, il 16 maggio, annuncia l’alleanza con al Qaida, guidata da Ayman al Zawahiri. Ma poco dopo comincia a sfidare l’autorità del medico egiziano, successore di Bin Laden (ucciso nel 2011). Con l’inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal Nord e dall’Est della Siria, gli uomini di Baghdadi risalgono facilmente l’Eufrate e prendono Raqqa senza colpo ferire, proprio come è successo poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014.

Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di Baghdadi che ha ormai rotto con al Qaeda – e su cui gli Usa hanno intanto messo una taglia milionaria – conquista i cuori di migliaia di giovani disadattati di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire. Quindi la consacrazione definitiva con il celebre sermone alla moschea di Mosul che annuncia la nascita dello ‘Stato islamico’.

TUTTE LE MORTI DEL CALIFFO

In quell’anno cominciano a diffondersi le notizie sulla morte del Califfo. Già il 10 novembre 2014, l’Iraq afferma che il leader jihadista è rimasto ferito in un raid aereo iracheno ad Al Qaim, nella provincia occidentale di Al Anbar, mentre l’allora ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari, si spinse a scrivere su Twitter che Baghdadi era stato ucciso. Il Pentagono conferma di aver colpito un convoglio di leader dell’Isis vicino a Mosul, ma senza poter confermare quale fosse la sorte di Baghdadi. Solo sei mesi dopo, nell’aprile del 2015, un nuovo annuncio diffuso da alcuni media iraniani e iracheni, e ripreso da siti online panarabi di scarsa autorevolezza, secondo cui Baghdadi sarebbe morto in un ospedale israeliano sulle Alture del Golan, dopo essere rimasto ferito in un raid aereo. Sempre nel 2015, ancora il governo iracheno rende noto che il Califfo è rimasto coinvolto in un raid dell’aviazione di Baghdad nell’ovest del Paese e che è stato «portato via d’urgenza», ma senza saper precisare se fosse rimasto ferito. Il giorno dopo, il 12 ottobre, fonti mediche locali riferirono che Baghdadi non risultava né tra i feriti né tra i morti dell’operazione. L’11 giugno del 2016, è la tv di Stato di Damasco a riferire che Baghdadi è stato ucciso in un raid su Raqqa il giorno prima. Poi ancora la presunta morte in un raid russo sulla stessa città siriana a maggio, che Mosca precisa di non poter confermare al 100 per cento. Poi le notizie si diradano.

L’ULTIMO APPELLO AI JIHADISTI

Ma a settembre del 2017 si diffonde un nuovo audio nel quale il Califfo cita i suoi seguaci a continuare la guerra santa. A marzo del 2019 gli 007 iracheni sostengono che il capo dell’Isis sia nascosto nel deserto lungo il confine tra Siria e Iraq. Il mese dopo, per la prima volta dopo cinque anni, Baghdadi compare in un video di 18 minuti in cui parla della «guerra ai crociati», ma anche di temi d’attualità come la battaglia di tra forze curde e jihadisti a Baghuz, roccaforte dell’Isis in Siria, combattuta a fine marzo. Lo scorso settembre, l’ultimo segnale: un audio intitolato ‘Agite!’ in cui il capo dell’Isis esorta i jihadisti a raddoppiare gli sforzi nel campo della predicazione, dei media, militare e della sicurezza.

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Media Usa: «Al Baghdadi ucciso in un raid in Siria»

Il leader dell'Isis si sarebbe fatto esplodere dopo un'incursione delle forze speciali americane vicino a Idlib. Trump: «Qualcosa di grande è successo». Conferenza stampa alle 15.

Abu Bakr al Baghdadi si sarebbe ucciso dopo un breve scontro a fuoco con i soldati Usa entrarti nel compound dove si nascondeva. Avrebbe azionato il detonatore di un giubbotto esplosivo facendosi saltare in aria. Lo raccontano fonti del Pentagono a Newsweek. Il leader dell’Isis è stato colto dal raid mentre era con alcuni familiari. Due delle mogli sarebbero rimaste uccise probabilmente travolte dall’esplosione.

ALLE 15 DICHIARAZIONE DI TRUMP

Il presidente americano Donald Trump rilascerà una dichiarazione domenica alle 9.00 del mattino locali, ore 15 italiane. Al momento non è chiaro cosa Trump annuncerà. Il presidente per ora non ha rilasciato alcune indicazione limitando a un tweet: «Qualcosa di molto grande è appena accaduto!».

Al Baghdadi è stato dato per morto diverse volte dal 2014, quando apparve per la prima volta in un video mentre teneva un sermone alla moschea di Mosul. Solo il test del Dna potrà dare la certezza che il leader dell’Isis sia davvero morto. Lo riferiscono alla Cnn una fonte della Difesa americana e un’altra fonte informata.

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Le cose da sapere sulle proteste che scuotono l’Iraq

Da giorni migliaia di giovani manifestano contro carovita e carenza di servizi. In particolare a Baghdad e nel Centro-Sud. Le cause di una situazione esplosiva, che non risparmia i Paesi vicini.

Da alcuni giorni l’Iraq è attraversato da violente proteste. I cittadini hanno iniziato a scendere in piazza in massa a fine settembre per protestare contro il carovita e contro la carenza di servizi. L’epicentro è la capitale Baghdad, ma disordini si sono verificati anche Nassiriya, Baaquba e nei distretti di Muthanna e Diwaniya. Il bilancio provvisorio è di 19 morti – tra cui un bambino – e centinaia di feriti.

LE CAUSE DELLA PROTESTA: UN PAESE SENZA SERVIZI NÉ PROSPETTIVE

La protesta è portata avanti da migliaia di persone, in larga parte giovani senza lavoro e studenti universitari, provenienti dalle periferie e dalle impoverite località del Centro-Sud iracheno. Si tratta di aree dove i partiti-milizia sciiti avevano fatto fortuna negli anni scorsi grazie alla guerra contro l’Isis. Una volta finita la guerra, i nuovi signori della guerra cooptati dal governo non distribuiscono più ricchezza alla massa di “diseredati” di una delle regioni più ricche di petrolio di tutto il Medio Oriente. Con l’acqua potabile e l’elettricità razionate, con un accesso sempre più limitato a servizi sanitari e scolastici di qualità, senza lavoro e senza prospettive di poter emigrare all’estero, gli iracheni hanno dato sfogo alla loro rabbia, in una situazione descritta dagli analisti come «esplosiva».

LA RISPOSTA (GIÀ SENTITA) DEL GOVERNO: VIA A UNA COMMISSIONE AD HOC

Il 3 ottobre, la presidenza della Repubblica, il governo e il parlamento iracheni hanno annunciato la formazione di una commissione inter-istituzionale che prenda in considerazione le richieste dei manifestanti. Nell’annuncio si fa riferimento, senza però entrare nei dettagli operativi, della necessità di formare una commissione che avvii riforme urgenti per «far fronte alla corruzione e alla disoccupazione», che si occupi «della ricostruzione (post-guerra) e dell’assistenza sociale». Già nei mesi scorsi in occasione di analoghe proteste popolari verificatesi nel sud dell’Iraq il governo aveva annunciato una commissione che studiasse misure contro corruzione e disoccupazione senza di fatto darne seguito.

UN MALCONTENTO SENZA FRONTIERE: PROTESTE DAL LIBANO ALLA GIORDANIA

Le proteste in Iraq si aggiungono a quelle avvenute di recente in Libano e in Egitto, al malcontento in Giordania. Nei giorni scorsi in Libano, dove una popolazione di meno di 4 milioni di persone vive accanto a circa 1 milione di profughi siriani, centinaia di persone sono scese in piazza per chiedere un intervento del governo contro la crisi economica. Nelle settimane scorse si era invece riaccesa in Egitto la fiamma delle proteste, incentrate sul tema dei diritti politici. In Giordania, gli insegnanti delle scuole pubbliche sono in rivolta, ma il malcontento avvolge ampi settori delle comunità del regno hascemita. Analisti locali notano che, al di là delle differenze tra i contesti nazionali, la regione si sta infiammando a causa delle crescenti disparità e dell’assenza di strategie di inclusione dei settori più vulnerabili delle società. Anche in Siria, ai problemi di sicurezza si aggiungono i segnali di una insofferenza sociale accentuata dalle conseguenze di otto anni di guerra.

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