Nuovo governo, vecchi problemi: la cura Kazimi salverà l’Iraq?

Dalle tensioni settarie all'eterno scontro Usa-Iran: l'esecutivo di Kazimi ha convinto il parlamento. Riuscirà a fare lo stesso con i manifestanti?

Ci sono voluti mesi per riuscire ad approdare a un nuovo esecutivo dalle ceneri del governo guidato da Abdul-Mahdi, 77enne e già vice-presidente e ministro del petrolio e delle finanze, travolto dall’ondata delle manifestazioni di protesta da un lato e dalla repressione stragista che ne è seguita. Si è trattato di un approdo sofferto costato il fallimento dei due tentativi portati avanti per formare un nuovo governo (Mohammad Tawfiq Allawi, ex ministro delle Telecomunicazioni, con cittadinanza britannica e sostenuto dai partiti vicini all’Iran, e poi Adnan Zurfi) . È stato il terzo, il capo dell’intelligence interna, Mustafa Kazimi a farcela dopo alcuni aggiustamenti dell’ultima ora e a ottenere il necessario voto favorevole del parlamento sulla nuova compagine governativa. Mancano ancora due ministri di peso, agli Esteri e al Petrolio, ma è opinione piuttosto condivisa che si sia finalmente cominciato a giocare la partita della governabilità.

LE LOGICHE SETTARIE E LA SPARTIZIONE DEL POTERE

Su quale base? Fondamentalmente su quella identificata con le parole muhahasa ta’fia che rispecchiano un sistema che noi chiameremmo di consociativismo, cioè di riparto del potere in tutte le articolazioni politico-istituzionali del Paese fra i rappresentanti etnico-settari – curdi, islamici sciiti e islamici sunniti – oppure, se si vuole, un sistema di censo virtuale costruito sulla divisione del lavoro secondo la valutazione della percentuale della popolazione afferente, rispettivamente, agli sciiti, ai sunniti e ai curdi. Intendiamoci, questo sistema non è un’esclusiva dell’Iraq in Medio Oriente e altrove; però è stato codificato nel lontano 1992 da una coalizione di gruppi politici in esilio anticipando di molto l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e della sua occupazione dopo il 2003. E ciò avvenne nell’aspettativa che la regola del partito unico del regime baathista sarebbe più potuto tornare e che nessun altro gruppo etnico o settario sarebbe stato in condizione di prevalere sugli altri. Nobile intento ma pessima soluzione, considerata col senno di poi, anche perché avallata nel tempo sia dagli Usa che da Teheran come quella che meglio garantiva la politica di influenza cui entrambi puntavano invece di propiziare la creazione di condizioni suscettibili di promuovere il consenso in base alla cittadinanza.

Ogni governo succedutosi dopo la promulgazione della Costituzione del 2005 ha sventolato la bandiera dell’inclusività (leggasi consociativismo)

Ebbene, anche Kazimi ha dovuto piegarsi a questa logica per affermare il suo governo e il suo premierato in parlamento. Ed è legittimo temere che questa “servitù” non prometta nulla di veramente costruttivo in direzione degli obiettivi di riforma del sistema complessivo di potere annunciati al Paese nel momento in cui aveva accettato l’incarico del presidente della Repubblica. Del resto, ogni governo succedutosi dopo la promulgazione della Costituzione del 2005 ha sventolato la bandiera dell’inclusività (leggasi consociativismo) ma è rimasta forte nell’opinione pubblica la percezione che dietro a questa bandiera vi fosse in realtà marginalizzazione e discriminazione. Con i risultati visti verso la fine del 2019. Rimane la speranza che la scelta fatta sia da accreditare al quel pragmatismo e a quella duttilità che negli anni hanno fatto accrescere la stima verso Kazimi da parte di un po’ di tutti i gruppi. Lo vedremo; e soprattutto lo vedrà il diretto interessato che ha subito dovuto mettere in conto la ripresa delle massicce manifestazioni di protesta in tutto il Paese dopo i primi due mesi dallo scoppio del coronavirus: da Baghdad a Nassirya a Bassora, tutte all’insegna della rivendicazione di un completo mutamento del sistema politico, della fine della corruzione, di migliori condizioni di vita, etc.

LE SFIDE DELL’ANTI-TERRORISMO

Tutto ciò mentre il neo-premier decretava il rilascio dei dimostranti dei mesi precedenti ancora in prigione, compensazioni alle famiglie delle centinaia di vittime di allora, lo sblocco dell’erogazione delle pensioni e poneva il generale Wahab al Saadi, distintosi nella lotta all’Isis, alla testa dell’anti-terrorismo. La sua credibilità è alla prova anche sul fronte del Covid-19 e soprattutto del delicato problema delle ripercussioni del crollo del prezzo del petrolio, la risorsa decisiva del Paese sotto tutti i punti di vista, dall’economico al sociale. In questo contesto si colloca l’ulteriore sfida che si pone per Kazimi: come giostrarsi tra le confliggenti strategie di influenza dell’Iran da un lato e degli Usa dall’altro. Con la postilla tutt’altro che marginale delle radici piuttosto profonde piantate dal primo, oggi peraltro in difficili condizioni socio-economiche e sanitarie, e la volontà dei secondi di incrementare la presenza politico-militare in quel Paese cardine degli equilibri di potere nella regione, mentre una parte importante della popolazione guarda ormai con criticità la loro presenza.

IL BRACCIO DI FERRO USA-IRAN

L’Iran non sembra voler demordere dalla posizione acquisita in anni di promozione della propria immagine, da ultimo nella lotta all’Isis. Gli Usa dal canto loro stanno mettendo a punto un disegno strategico che dovrebbe scattare il prossimo giugno nel corso di un incontro bilaterale programmato da tempo anche sotto la pressione del parlamento che vede in loro una vera presenza ostile. Un primo importante gesto è venuto con la decisione di consentire all’Iraq di continuare a rifornirsi di elettricità e di gas dall’Iran per altri 120 giorni senza incorrere nelle cosiddette “sanzioni statunitensi di secondo grado”; concessione accompagnata dall’esplicito favore per le annunciate misure programmatiche di Kazimi, tra le quali la tenuta di elezioni, la sottoposizione al controllo statale di tutte le forze armate e le iniziative miranti a fronteggiare i gravi problemi della sanità e dell’economia del Paese. Iniziative per le quali lo stesso Donald Trump ha fatto sapere di voler assistere il Paese nel corso di una telefonata diretta proprio a Kazimi. L’evoluzione della situazione in Iraq ci riguarda da vicino, non solo per l’importanza oggettiva del Paese ma anche per la nostra presenza in loco nel contesto Nato e Comando Multinazionale che, quantunque ridimensionata a causa del coronavirus, è integra un importante baluardo contro lo stato islamico ancora carsicamente e pericolosamente presente sul territorio iracheno.

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Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

Il Paese è sull'orlo di una guerra civile? È l'interrogativo che molti si pongono. Certo è che la crisi politica, le influenze esterne e regionali, Usa e Iran su tutti, il crollo del prezzo del petrolio e non ultimo il rischio della pandemia aumentano l'instabilità. Ma gli sbocchi potrebbero essere altri.

L’Iraq è sull’orlo della guerra civile? Questo fosco interrogativo che campeggiava con i caratteri tipici delle breaking news su una nota agenzia di notizie internazionali mi ha distolto dalle apprensive letture che da giorni faccio, come tante altre persone, sull’andamento della pandemia da coronavirus e delle sue micidiali ripercussioni sanitarie, sociali ed economiche.

Sull’Italia prima di tutto, ma anche sugli altri Paesi europei ed extraeuropei, in prima fila gli Usa di Donald Trump e la Gran Bretagna di Boris Johnson, i due negazionisti semi-pentiti della prima ora.

Mi ha distolto e mi ha spinto a cercare di comprendere la portata di quell’interrogativo ma mi ha anche indotto a interrogarmi sulla misura in cui l’esplosione del coronavirus abbia estremizzato, in me stesso e in tanti italiani, la naturale propensione a dare la priorità ai problemi nostrani.

I RISCHI DELLA PANDEMIA NEI PAESI FUORI DAI RIFLETTORI

Mi sono risposto che in questo caso specifico essa era tutto sommato comprensibile ma mi sono anche detto che il tempo era venuto per riprendere in mano le coordinate della nostra visione e attenzione del mondo. Non fosse altro che per parametrare le condizioni di vita del nostro mondo con quelle di altri Paesi meno richiamati all’attenzione ma destinati a condividere rischi analoghi se non peggiori, dato il più generale contesto in cui vivono le rispettive popolazioni.

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Da qui il campanello d’allarme suscitato in me da quell’interrogativo sull’Iraq, Paese immerso nel perimetro della cosiddetta regione Mena, cioè il Medio Oriente e l’Africa del Nord, tanto vicina a noi, che continua ad essere attraversata – dalla Libia allo Yemen per passare attraverso la Siria e appunto l’Iraq – da un garbuglio di interferenze politiche, militari ed economiche di un’affollata schiera di potenze regionali e internazionali. Pensiamo alla Turchia, all’Iran, agli Emirati e all’Arabia Saudita, ma anche alla Russia, agli Usa e, per certi versi, alla Cina.

QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DELL’IRAQ

Ebbene, questo Paese la cui popolazione sta pagando da molti anni dei prezzi alti, anzi, assai alti, sta più che mai soffrendo gli effetti di una sorta di camicia di Nesso di cui non è agevole prevedere lo sbocco finale: guerra civile? Divisione in tre parti (sciiti, sunniti e curdi) come si ipotizzava anni addietro? Subordinazione all’Iran o piuttosto agli Usa o riconquista di una propria soggettività nazionale al di là delle separazioni etniche, e/o settarie con cui deve fare i conti?

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Mi auguro che lo sbocco finale sia l’ultima ipotesi, ma certo è che la governance del Paese è da tempo indebolita, sotto il profilo della capacità istituzionale e della sicurezza interna, principalmente in connessione con la corruzione divenuta ormai strutturale, e la cattiva gestione dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-economici, la cui combinazione è stata all’origine delle dimostrazioni di protesta dapprima pacifiche e quindi rese violente dalla brutale repressione (si parla di oltre 400 morti provocate dai servizi di sicurezza) dilagate nel Paese negli ultimi mesi del 2019.

LA CRISI POLITICA SVELA LE MANOVRE DI TEHERAN

Da qui la crisi politica che ha condotto alle dimissioni del premier Adil Abd al-Mahdi, al fallimento del tentativo di formare il governo da parte di Iyad Allawi e di quello in corso da parte di Adnan al Zurfi, il nuovo premier incaricato dal presidente Barham Salih di cui è nota la scarsa propensione per un governo filo-sciita, per non dire la sua vicinanza agli Usa le cui postazioni militari sono da tempo sotto attacco.

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Una crisi nella quale si stanno disvelando le manovre addebitabili a Teheran. La visita a Baghdad di Esmail Ghaani, l’attuale capo delle Forze Quds (Guardie rivoluzionarie) giudicata improvvida anche da alcune formazioni politiche filo-iraniane ne è stata una palese dimostrazione come del resto la candidatura di marca sciita di Mustafa al Kazemi del capo dell’intelligence nazionale formulata ufficialmente da Hadi Ameri, leader dell’alleanza Fatah, e da Ammar al Hakim del Movimento nazionale della saggezza.

IL CROLLO DEL PETROLIO ESASPERATO DAL DISSIDIO RUSSO-SAUDITA

Sullo sfondo di queste dinamiche, già di per sé problematiche, l’Iraq si è trovato coinvolto dal precipizio nel quale è caduto il prezzo del petrolio a causa del calo della domanda globale esasperato dal dissidio russo-saudita in cui gli Usa si sono inseriti, interessatamente, per ottenere una ritrovata convergenza capace di farlo risalire a livelli accettabili per le finanze pubbliche dei produttori. E l’Iraq, che ha nel petrolio la sua risorsa vitale, ha ben poche armi per evitarne le perniciose conseguenze che già si stanno facendo sentire. Aggiungiamo a tutto questo la diffusione del coronavirus. È pur vero che essa, secondo le autorità irachene, non avrebbe influito sulla produzione e l’esportazione del petrolio, ma non tranquillizza il fatto che si siano già riconosciuti ufficialmente più di 1.100 casi di contagio e diverse decine di morti. Tanto più se si considera la lunga frontiera con l’Iran – il Paese che nella regione presenta numeri piuttosto preoccupanti in termini di diffusione del contagio – ufficialmente chiusa.

LO STOP DELLE ATTIVITÀ DI ADDESTRAMENTO NATO

In conclusione il futuro prossimo dell’Iraq appare alquanto cupo e bene hanno fatto la Nato e la Coalizione internazionale a decidere la sospensione delle attività di addestramento delle forze di Baghdad in cui sono impegnati anche nostri militari. Ufficialmente la causa è il coronavirus, ma la situazione di costante instabilità interna e lo stato di “quasi guerra” tra gli Stati Uniti e le milizie scite filo-iraniane presenti in Iraq potrebbe aver influito su tale saggia decisione.

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Perché la Russia non venderà missili S-300 e S400 all’Iraq

L’eventualità di un aumento dell’influenza di Mosca su Baghdad attraverso una commessa per armamenti è rinviata. Troppo vincolante l'accordo di sicurezza tra Stati Uniti e il Paese mesopotamico. Ma il Cremlino teme anche di rafforzare la posizione di Teheran e indebolire la relazione con Israele.

La Russia non ha intenzione di fornire i suoi più avanzati sistemi di difesa anti-aerea all’Iraq, che comunque non si troverebbe nella posizione di poterli acquisire. È quanto ritengono osservatori vicini ai centri del potere di Mosca e di Baghdad.

L’eventualità di un drastico aumento dell’influenza del Cremlino nel Paese mesopotamico a scapito di quella americana attraverso una commessa per armamenti ad alta valenza geopolitica si era prospettata nella seconda settimana di gennaio, dopo lo scambio di ostilità tra Usa e Iran sul territorio iracheno. Ma appare quantomeno rinviata. La più letale delle sue armi convenzionali, Vladimir Putin se la riserva per obbiettivi meno ovvi. 

«Nella situazione attuale, ogni trattativa per la fornitura di missili terra-aria S-300 o S-400 è destinata ad abortire», dice a Lettera43 Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali (Riac), di cui è partner l’amministrazione presidenziale russa. «A Baghdad non ci sono indicazioni che si sia vicini all’acquisto di tali armamenti», afferma dalla capitale irachena Ali Mamouri, editor della testata specializzata in affari mediorientali Al-Monitor, rispondendo in audio-conferenza a una domanda di Lettera43.

L’ANNUNCIO DI UNA TRATTATIVA BAGHDAD-MOSCA PER NUOVE ARMI

Dopo il raid che ha ucciso il comandante iraniano Qassem Suleimani nei pressi dell’aeroporto di Baghdad e la rappresaglia di Teheran sulle basi statunitensi in Iraq, politici e funzionari iracheni, tra cui il presidente della Commissione difesa del parlamento Mohammad Reza al-Haider, altri membri della stessa commissione e l’ambasciatore a Teheran Saad Jawal Qandil avevano dichiarato a media governativi russi e al Wall Street Journal che erano in corso negoziati con Mosca «visto che gli americani ci hanno più volte deluso nel rifornirci di armi adeguate». Si era lasciato intuire che il contratto potesse essere a portata di mano. Le dichiarazioni seguivano un voto parlamentare, peraltro non vincolante ed espresso solo dalla maggioranza sciita in assenza dei deputati curdi e della maggior parte dei sunniti, a favore del ritiro delle forze Usa.

Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti

Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali

Una richiesta in tal senso è stata fatta dal premier Adel Abdul Mahdi al capo della diplomazia statunitense Mike Pompeo. L’atteggiamento di Washington è apparso confuso e contraddittorio, e non è stato del tutto chiarito dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato in cui si legge che un ritiro non è in discussione ma un riposizionamento sì. L’Iraq è legato a un accordo di sicurezza siglato con Washington nel 2008. «Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti, e in questo momento non vuole certo vederle oltremodo danneggiate da sanzioni di Washington», secondo Mamedov.

DIFFICILE PER L’IRAQ ROMPERE LA COOPERAZIONE CON GLI USA

Le batterie S-300 e S-400 sono prodotte dal gruppo russo Almaz-Antay, nella lista nera redatta dagli Usa dopo che Putin si è annesso la Crimea. La minaccia di sanzioni americane ha contribuito in passato a bloccare altre trattative tra Russia e Iraq per l’acquisto dei sistemi missilistici. L’ultima, quella aperta nel settembre del 2019 dopo attacchi di droni – israeliani, secondo Baghdad – contro installazioni della Forza di mobilitazione popolare (Pmu), milizia sciita irachena pro-Teheran.

Soldati americani in Iraq (foto Shawn Baldwin/ReflexNews/Lapresse).

Ma non è solo una questione di sanzioni. «È difficile che l’Iraq possa rompere con gli Usa», dice Mamouri. «La cooperazione tecnico-militare con la Russia probabilmente aumenterà nel prossimo futuro. Ma in termini compatibili con i rapporti con Washington». Comunque, il premier Mahdi è dimissionario: resta in carica solo per gli affari correnti e non ha il potere di mettere in discussione l’accordo di sicurezza del 2008, né di prendere decisioni strategiche quali una fornitura di S-400. «Semmai, se ne potrebbe riparlare se le prossime elezioni chiariranno il quadro politico», dice Ruslan Mamedov. In aprile in Iraq si terranno le elezioni per i governatorati locali. 

LA COOPERAZIONE RUSSIA-IRAQ IN CRESCITA DAL 2014

La cooperazione militare tra Mosca e Baghdad è aumentata sensibilmente a partire dal 2014. Con l’intervento russo in Siria, sono stati implementati contratti che hanno rafforzato gli apparati di sicurezza iracheni, e si sono moltiplicate le consegne di aerei e carri armati. Però il sistema di difesa aerea S-400, versione potenziata dell’S-300, è un altro paio di maniche. Unanimemente considerato il più efficace al mondo, può distruggere a 30 mila metri di altezza come a bassa quota tutto quello che vola nel giro di 460 chilometri, anche se l’obbiettivo viaggia a 17 mila km all’ora. Almeno dal novembre 2015 è attivo in Siria, dove di fatto ha assicurato il controllo dello spazio aereo a Bashar al-Assad e ai suoi alleati.

Gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion

È una chiave del successo dell’avventura mediorientale di Vladimir Putin. Sul piano militare, ma anche su quello politico: il potenziale sbandierato sul campo ha garantito un effetto leva utile nel far viaggiare su binari desiderabili per il Cremlino i rapporti ad hoc instaurati con i governi più o meno direttamente coinvolti nel conflitto. Per capirci: gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion. E qualsiasi aereo decolli dal Sud della Turchia, base Usa di Incirlik compresa, è a tiro non appena alza le ruote dall’asfalto.

Vladimir Putin (Foto LaPresse/AP Photo/Alexander Zemlianichenko).

A Mosca si fa notare che in un Iraq a deriva filo iraniana e anti-americana la fornitura di tali armamenti aumenterebbe indebitamente il peso geopolitico di Teheran. Con cui la Russia ha interessi in comune nella regione, ma anche divergenze. Senza contare che verrebbe inevitabilmente messa a rischio la “relazione speciale” instaurata con Israele. Gli S-400 si possono vendere alla Turchia, come avvenuto, o all’Arabia Saudita, come si sta cercando di fare. E creare così effetti divisivi tra gli Usa e i loro alleati, secondo il disegno strategico di annullare “l’eccezionalismo americano” sull’arena internazionale. Ma nelle zone di guerra combattuta, per ora della sua arma letale la Russia vuol tenersi il monopolio. 

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Il 2020 sarà un anno pieno di incognite per il Medio Oriente

Iran, Libia, Iraq, Yemen, Egitto: molti Paesi sono in fibrillazione e vedono il ritorno del protagonismo della piazza. Ma la situazione, anche se è gravida di criticità, può aprire orizzonti di positività.

Se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino», come recita il detto, il 2020 si prospetta gravido di incognite, non necessariamente gravide di criticità e anzi suscettibili di aprire orizzonti di positività. Non è cominciato bene per l’Iran questo 2020: ha perso un uomo che era un simbolo ma anche uno strumento di penetrazione politico-militare in Medio Oriente sotto le bandiere della rivoluzione islamica iraniana, dal Libano alla Siria all’Iraq a Gaza allo Yemen e ovunque vi fossero comunità sciite in terre a maggioranza sunnita.

Mi riferisco ovviamente a Soleimani, ucciso dal fuoco di droni acceso dal presidente degli Stati Uniti – un omicidio mirato come vengono chiamati asetticamente questi atti di guerra asimmetrici e di dubbia legittimabilità – per una serie di ragioni : di politica interna (l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad, l’uccisione di un combattente americano, l’impeachment) e di politica regionale (il rischio di apparire incapace di reagire a una serie di operazioni aggressive imputabili a Teheran e a suoi proxies come l’abbattimento di un drone americano, i missili sui siti petroliferi sauditi, etc.) e l’opportunità offerta del suo arrivo a Baghdad nelle vesti di un agitatore armato in casa altrui.

Mi riferisco alla clamorosa bugia degli 80 morti provocati dalla rappresaglia ordinata per dare una prima risposta all’omicidio di Soleimani messa a nudo dai servizi di diversi Paesi, in testa gli Usa naturalmente ma anche l’Iraq; bugia che non ha certo giovato all’immagine di determinazione, tempestività e forza che il regime degli Ayatollah intendeva valorizzare nel contesto regionale e oltre. Mi riferisco alle bugie usate per negare qualsivoglia responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino – con pesante bilancio di 176 vittime innocenti – e al rifiuto di consegnare la scatola nera che lo stesso regime ha dovuto in qualche modo ammettere seppure col condimento di un rinnovato attacco agli Usa.

A FEBBRAIO TEHERAN VA ALLE ELEZIONI POLITICHE

Penso che queste circostanze, al netto delle responsabilità dell’Amministrazione Trump, e non sono poche, abbiano sporcato l’immagine di un regime cui l’Europa guarda forse con un garbo non del tutto giustificato dai pur rilevanti suoi interessi economici e di sicurezza e dal rispetto della grandiosa storia di questo Paese. Immagine certo appannata sul piano internazionale. Il tutto in un contesto di grandi difficoltà interne, frutto in larga misura dal nodo scorsoio delle sanzioni Usa, che hanno provocato anche forti reazioni popolari represse nel sangue; contesti che in questi giorni si sono arricchite di sonore manifestazioni contro lo stesso Khomeini. Mentre il regime sembra incerto sul da farsi e privilegi, al momento, la logica del contenimento nella sgradevole attesa degli effetti delle nuove sanzioni di Trump. A febbraio sono previste le elezioni: saranno il primo termometro della situazione.

IN IRAQ AUMENTANO LE PROTEST ANTI USA E ANTI IRAN

L’altra incognita riguarda l’Iraq, dove un governo dimissionario fa la voce grossa con gli Usa ma fino a un certo punto visto che nel Paese e soprattutto nell’area sciita cresce la volontà di scrollarsi da dosso le influenze straniere, compresa quella iraniana oltre a quella americana, naturalmente. Le ultime mosse di Teheran non hanno favorito la sua pressione anti-americana su Baghdad e si attendono le determinazioni del presidente Barham Salih che ha rifiutato la nomina di Asaad al-Idani perché troppo ossequiente nei riguardi dei desiderata iraniani. Anche qui il Paese manifesta una diffusa aspettativa di recupero di una “identità irachena” al di là e al di sopra delle distinzioni settarie.

Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese

Anche qui con un impressionante bilancio di vittime fra i protestatari mentre Washington non intende farsi mettere alla porta in un momento in cui il governo vigente deve cedere il passo e la minaccia del terrorismo è tutt’altro che superata. Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese di nevralgica importanza per gli equilibri della regione e non solo per la sua ricchezza energetica. Ma sarà realistico ipotizzarlo?

LIBIA IN SUBBUGLIO E IL LAVORO PER UNA PACICAZIONE DIFFICILE

Il 2020 è iniziato in Libia con la minaccia di Haftar di sfondare nella capitale e liberarla della presenza dei terroristi, con ciò intendendo la Fratellanza musulmana, fermata dall’annuncio/ordine dl cessate il fuoco venuto da Putin ed Erdogan. Era prevedibile che questi due leader, attestati su posizioni contrapposte – Putin con Haftar (Tobruk) e Erdogan con Serraj (Tripoli) -, arrivassero a una tale intesa, evitando il rischio di un confronto militare che in realtà nessuno dei due voleva correre. Prevedibile pure che Haftar accettasse il cessate il fuoco all’ultimo giorno utile (il 12 gennaio) nell’evidente intento di marcare tutto il terreno conquistabile per poterlo capitalizzare, anche politicamente. Altrettanto prevedibile che lo stesso Haftar abbia minacciato una dura rappresaglia in caso di violazione della tregua (le poche sono apparentemente a lui addebitabili) e che Serraj abbia chiesto l’impossibile e cioè il ritiro del suo avversario che ovviamente non ne ha tenuto minimamente conto.

Intendiamoci, la tregua è la premessa per un’ipotesi di stabilizzazione-soluzione politica che è ancora lontana. È una sorta di parentesi che occorre riempire, auspicabilmente con la politica. Una politica che archivi l’esclusione proclamata da Haftar nei riguardi di una parte libica in ossequio ai suoi sponsor tra i quali stanno l’Egitto, che ha fatto della lotta contro l’Islam politico della Fratellanza musulmana la sua crociata, gli Emirati Arabi, l’Arabia saudita, la Francia, etc. e solo in parte la Russia. Una politica che escluda anche l’invadenza politica ed economica di una Turchia “ottomana”, che tra l’altro non sarebbe ben accolta neppure dai libici. Tutto ciò sullo sfondo di una sistemazione delle tessere sociali di un Paese che, prive del collante gheddafiano, sciolto nell’acido della sua uccisione nel 2011, si sono pericolosamente dissociate in assenza di un nuovo fattore collante. Mosca e Ankara, ancorché forti, non sono i risolutori veri e non tanto perché non siano affidabili quanto perché vi sono altri attori che debbono entrare nella partita. All’interno e all’esterno.

L’ITALIA DEVE RECUPERE IL SUO RUOLO IN MEDIO ORIENTE

Su questo sfondo conforta solo in parte il recupero di ruolo che l’attuale governo italiano sta tentando e che a mio giudizio non dev’essere contrastato dal tradizionale ricorso a un’autoflagellazione che rischia solo di appesantire la posta in gioco, che è politica, economica e di sicurezza. La Germania, con il vertice dell’Unione europea, è nostra importante compagna di viaggio e con l’ombrello delle Nazioni Unite sta lavorando ad una Conferenza internazionale che paradossalmente trova la sua forza proprio nella sua scelta di campo a favore della “soluzione politica”. Ma si corre ancora sul filo del rasoio.

In Medio oriente è tornato il protagonismo della piazza, pesantemente contrastato dal potere locale, ma che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere

Il 2020 è iniziato anche nel segno di un nuovo protagonismo della “piazza” come si usa dire, in diversi Paesi del Medio Oriente, dall’Iraq al Libano all’Algeria e, carsicamente, anche in Egitto. Sono piazze diverse ma anche almeno tre punti in comune: la scelta della non violenza, la lotta alla corruzione e al mal governo, il recupero di un’identità nazionale liberata dal settarismo. Si tratta di un protagonismo embrionale, forse, e pesantemente contrastato dal potere locale, che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere sgombrando il campo da ambigui e controproducenti paternalismi. Il 2020 si apre inoltre nell’incerta dinamica yemenita, nell’attesa delle prossime elezioni in Israele, nell’incipiente crisi governativa in Tunisia. Sarà comunque lo si voglia vedere un anno impegnativo.

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L’Iran ha ammesso di aver abbattuto l’aereo ucraino

Il velivolo è stato scambiato per errore per un bersaglio nemico dal sistema di difesa, che era in allerta dopo l'attacco alle basi americane in Iraq.

Quattro giorno dopo la strage che ha portato alla morte di 176 persone, l’Iran ha ammesso di aver abbattuto per errore l’aereo dell’Ukraine Interntational Airlines decollato da Teheran poche ore dopo l’attacco alle basi americane in Iraq.

«La Repubblica islamica dell’Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso», ha detto il presidente Hassan Rouhani, «le indagini proseguiranno per identificare e perseguire» i responsabili di «questo sbaglio imperdonabile».

Le forze armate iraniane hanno spiegato che il Boeing è stato «erroneamente» e «involontariamente» preso di mira dalla contraerea, che lo ha scambiato per un «velivolo ostile». Il sistema di difesa era in allerta per contrastare ogni possibile ritorsione degli americani dopo l’attacco alle basi militari in Iraq. E il Boeing è stato erroneamente identificato come un bersaglio nemico.

Sebbene Teheran abbia riconosciuto la propria responsabilità, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha tuttavia affermato che «l’errore» è avvenuto in un «momento di crisi causato dall’avventurismo degli Stati Uniti».

Il premier canadese, Justin Trudeau, ha chiesto «trasparenza e giustizia» per le vittime, ricordando che 63 vittime erano canadesi, molti con doppia nazionalità iraniana.

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Le condizioni dei soldati italiani impegnati in Iraq

Sono circa mille i nostri connazionali attivi sul territorio. Di questi 400 nella base di Erbil. Nessun ferito dopo l'attacco di Teheran. La scheda.

Sarebbero tutti in salvo i soldati italiani di stanza a Erbil dopo l’attacco contro la base di Ayn al-Asad in Iraq che ospita militari americani. Proprio a Erbil si trova una parte consistente dei circa mille nostri connzionali attualmente presenti in varie località dell’Iraq. In particolare, dal 2015 è attiva la task force Land composta da militari dell’esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde.

SONO 400 GLI ITALIANI A ERBIL

I militari italiani presenti a Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, è stato ribadito, avrebbe subito conseguenze dopo l’attacco. La task force land è inquadrata nel Kurdistan training coordination center (Ktcc), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: a esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati.

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L’Iran ha bombardato due basi americane in Iraq

Almeno 80 morti. A Erbil i soldati italiani in salvo nei bunker.

Almeno 80 morti. Sarebbe questo il primo bilancio dell’attacco missilistico dell’Iran contro due basi in Iraq dove erano ospitati militari americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, per vendicare il generale ucciso dal raid Usa all’aeroporto internazionale di Baghdad.

Una pioggia di cruise e di missili balistici a corto raggio partita dal territorio iraniano e che si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil, come prima rappresaglia per l’uccisione del generale Qassem Soleimani da parte degli Usa. Secondo la tv di Stato iraniana, ci sarebbe stata anche una seconda ondata di attacchi.

Il personale del contingente militare italiano ad Erbil si è radunato in un’area di sicurezza e gli uomini si sarebbero rifugiati in appositi bunker. Risultano tutti illesi. Il Pentagono, in una nota, ha affermato che dopo aver messo al corrente dei fatti il presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva.

Intanto a Washington si è riunito il consiglio per la sicurezza nazionale alla presenza del segretario di Stato Mike Pompeo e del numero uno del Pentagono Mark Esper. Da Teheran il corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane ha annunciato come “la feroce vendetta” per l’uccisione del generale Soleimani è iniziata e ha affermato che l’operazione iniziale si è conclusa con successo e che la base di al-Asad, contro cui sarebbero stati lanciati almeno 35 missili, “è stata completamente distrutta”.

L’Iran minaccia quindi “azioni ancor più devastanti” se gli Usa dovessero decidere di rispondere. “Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio – avvertono le Guardie Rivoluzionarie – Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite in un terzo round di attacchi da parte dell’Iran”. Intanto volano le quotazioni del petrolio, balzato del 3,4% a 65 dollari, e dell’oro, a quota 1.600 dollari l’oncia ai massimi dal 2013.

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La sepoltura di Soleimani a Kerman e la vendetta ordinata da Khamenei

Una folla oceanica si è radunata nella città natale del generale. La Guida suprema vuole «un attacco diretto e proporzionato» agli interessi degli Stati Uniti in risposta alla sua uccisione.

Una folla enorme si è radunata a Kerman, cittadina dell’Iran sud-occidentale, per la sepoltura del generale Qassem Soleimani. Come lunedì a Teheran, in occasione del corteo funebre in memoria dell’ufficiale. Le cerimonie del 7 gennaio concludono i tre giorni di lutto nazionale proclamati dalla Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, per la morte del comandante delle Forze al-Quds.

L’Iran ritiene che «solo l’espulsione degli americani dalla regione» potrà vendicare il suo assassinio. Ma secondo il New York Times lo stesso Khamenei avrebbe ordinato «un attacco diretto e proporzionato» agli interessi degli Stati Uniti, che dovrà essere condotto direttamente dalle forze armate iraniane.

Nel frattempo l’Iraq ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di condannare formalmente il raid aereo americano, affinché «la legge della giunga» non domini le relazioni internazionali. Mentre la Germania ha annunciato il ritiro di parte delle sue truppe schierate nel Paese nell’ambito della della coalizione anti-Isis. Circa 30 soldati di stanza a Baghdad e Taji saranno «presto» trasferiti in Giordania e in Kuwait.

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Nuovo raid Usa: «Ucciso un comandante delle milizie filo-Iran»

Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono. Ma le Pmu smentiscono. Mentre a Baghdad in migliaia sfilano al grido di "Morte all'America".

Un nuovo raid statunitense in Iraq avrebbe ucciso un comandante del gruppo paramilitare filo-iraniano Hashed al Shaabi. Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono a Newsweek, senza citare il nome del comandante preso di mira, che secondo l’emittente iraniana Press Tv sarebbe Shibl al Zaidi, leader delle Brigate Imam Ali, milizia che fa parte delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) allineata con l’Iran. Le Pmu hanno però smentito in una nota che tra le vittime ci sia un loro comandante. L’attacco, avvenuto la sera del 3 gennaio nel Nord di Baghdad, ha colpito un convoglio provocando sei morti e tre feriti.

ANCHE IL PREMIER IRACHENO AL FUNERALE DI SOLEIMANI

Nella capitale irachena, il 4 gennaio, migliaia di persone hanno partecipato al corteo funebre del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso la notte del 3 gennaio da un raid Usa, gridando – tra la sua bara e quella del suo principale luogotenente in Iraq, Abu Mehdi al Mouhandis – “morte all’America”. Il corteo ha sfilato tra le vie del distretto di Kazimiya, dove si trova un santuario sciita. Al termine, nella zona verde di Baghdad si è tenuto un funerale nazionale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni, incluso il primo ministro Adil Abdul-Mahdi. I resti di Soleimani saranno portati in Iran dopo la cerimonia.

TEHERAN ALL’ONU: «È TERRORISMO DI STATO»

Da Teheran, intanto, l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, ha scritto una lettera al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, denunciando che «l’assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale, costituisce una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa».

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Com’è fatto il drone che ha ucciso Soleimani

Il velivolo, un MQ-9 Reaper, ha un'apertura alare di oltre 20 metri e supera i 400 km orari di velocità. È stato assistito da un MQ-1C Grey Eagle.

Con una gittata di 1.800 chilometri e la possibilità di raggiungere i 15 mila metri di altitudine l’MQ-9 Reaper, originariamente conosciuto come Predator B, è un drone sviluppato dalla statunitense General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI). È stato un velivolo di questo tipo, coadiuvato da un altro della stessa famiglia di Predator, a sparare quattro missili contro i due Suv su cui viaggiavano il generale iraniano Qassem Soleimani e altri alti ufficiali, da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad con un volo di linea proveniente da Damasco.

Il drone – che costa circa dieci milioni di dollari, sensori compresi – è in dotazione da circa dieci anni anche all’Aeronautica Militare italiana, che lo usa disarmato, per compiti di sorveglianza e ricognizione. Uno di questi esemplari, utilizzato per la missione Mare Sicuro e appartenente al Gruppo velivoli teleguidati del 32/o Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Foggia), è precipitato lo scorso novembre in Libia per cause ancora non chiarite.

Questo tipo di drone, come si legge sul sito ufficiale dell’Aeronautica statunitense, è specializzato nel condurre offensive mirate, contro target specifici. Il primo prototipo si è alzato in volo nel 2001. «Data la sua lunga autonomia, i sensori a largo raggio, le componenti di comunicazione e le armi di precisione – spiega il sito – fornisce una capacità unica di eseguire attacchi contro obiettivi di alto valore». Ma l’aereo, con un’apertura alare di oltre 20 metri e una velocità superiore ai 400 km orari, garantisce elevate prestazioni anche nelle operazioni di pattugliamento, ricerca e soccorso, così come in quelle di intelligence, sorveglianza, acquisizione di bersagli e ricognizione.

Nell’attacco condotto contro il generale Soleimani, è stato coadiuvato anche da un altro drone, l’MQ-1C Grey Eagle, anch’esso facente parte del sistema Predator, che è composto essenzialmente da tre elementi: il velivolo; la stazione di controllo a terra, una vera e propria cabina di pilotaggio che grazie ad un collegamento satellitare può guidare l’aereo durante le operazioni anche a centinaia di chilometri di distanza; una stazione di raccolta dati, dove vengono analizzate in tempo reale le immagini ricevute dal velivolo e, attraverso un nodo di telecomunicazioni, ritrasmesse alle unità operative. È

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I rischi per i militari italiani all’estero dopo l’uccisione di Soleimani

Libano, Iraq e Libia sono i fronti più esposti. Basi blindate e spostamenti limitati. Anche in patria innalzato il livello di vigilanza.

Il raid americano che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani espone a rischi anche i militari italiani all’estero, schierati nelle aree in cui l’Iran potrebbe attuare le minacciate ritorsioni. E il ministero della Difesa ha innalzato ovunque le misure di sicurezza dei contingenti, blindando le basi e limitando al minimo gli spostamenti. La decisione è stata presa dal ministro Lorenzo Guerini, che subito dopo l’attacco si è messo in contatto con il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura che gestisce tutte le operazioni italiane all’estero, e gli organismi di intelligence. Il Coi, a sua volta, mantiene un filo diretto con i nostri contingenti potenzialmente più esposti in Libano, Iraq e Libia.

CONTROLLI POTENZIATI SU AMBASCIATE E SEDI DELLE COMPAGNIE AEREE

In queste ore l’allerta è ai massimi livelli. Anche per quanto riguarda il fronte interno, la vigilanza è altissima. Non vengono segnalate minacce specifiche, ma sono stati potenziati alcuni servizi di controllo, in particolare quelli su siti riconducibili agli interessi americani e iraniani in Italia, come le rappresentanze diplomatiche o le sedi delle compagnie aeree. Mentre il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, si accinge a convocare i vertici dei servizi segreti per avere un quadro aggiornato della situazione.

IL GENERALE CAMPORINI: «LA LINEA ROSSA È STATA VARCATA»

Le ragioni dei rischi cui è esposta l’Italia li spiega il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, un ufficiale che di crisi internazionali ne ha viste parecchie: «Per la prima volta target dei raid Usa è stato non un ‘semplice’ terrorista, ma un personaggio politico di altissimo spessore. E avere attaccato il livello politico dell’avversario vuol dire avere innalzato l’escalation a un gradino dove non si era mai arrivati prima. È stata varcata la linea rossa e non sappiamo cosa c’è dietro». Secondo Camporini «è difficile dire cosa succederà ora, ma di sicuro l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Nei confronti dei soldati americani sul terreno, forse, ma le truppe Usa sono modeste. Oppure contro Israele, che è il principale alleato degli Stati Uniti nell’area. A questo riguardo ricordiamo che in Libano la situazione politica è a dir poco confusa. gli Hezbollah sono filo iraniani ed è ipotizzabile una ritorsione contro Israele che passI attraverso la ‘linea blu’, dove sono schierati 12 mila uomini delle Nazioni unite e un migliaio di italiani che hanno il comando della missione. E poi non dimentichiamo che abbiamo 800 addestratori proprio in Iraq e 300 militari in Libia, dove c’è un nostro ospedale».

IL GENERALE TRICARICO: «COLPITO UN SIMBOLO DELL’IRAN»

Un altro generale, Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e presidente della Fondazione Icsa, condivide le preoccupazioni di Camporini: «Gli Usa con l’uccisione del generale Soleimani – afferma – hanno colpito un’icona, il simbolo della forza al servizio della teocrazia nata dalla rivoluzione. È uno step fondamentale e preoccupante di un’escalation che dura da tempo e che si inserisce in un quadro già esplosivo con sullo sfondo la lotta secolare tra Iran ed Arabia Saudita, sciiti e sunniti. Si tratta di un’ulteriore, dissennata destabilizzazione dagli esiti incerti e senza apparente logica. Rabbia e odio potrebbero essere difficilmente gestibili e le reazioni potrebbero essere di natura e dimensioni imprevedibili, anche per il nostro Paese».

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Perché l’uccisione di Soleimani è un boomerang per gli Usa

Il generale era l’architetto degli equilibri in Libano, Iraq e Siria. E aveva trattato più volte con gli americani. Senza di lui in Iran e nella regione avranno mano libera gli ultraconservatori. Un rischio enorme, anche per i contingenti occidentali. Intervista a Nicola Pedde.

Un colpo grosso per le Presidenziali Usa del 2020, ma ben presto un altro boomerang in Medio Oriente per gli americani. L’omicidio mirato del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq, da parte delle forze statunitensi che per decenni avevano negoziato (non solamente sull’Iraq) con lo stratega e comandante dei pasdaran, è per Donald Trump l’ultimo asso da calare nella campagna elettorale. «L’operazione può portare internamente dei vantaggi agli Stati Uniti, ma solo a breve termine e in particolar modo al presidente americano» spiega a Lettera43.it il direttore dell’Institute of global studies (Igs) Nicola Pedde, a lungo capo-analista della Difesa e tra i più profondi conoscitori dell’Iran

ASSIST AGLI ULTRACONSERVATORI

Per il resto la decapitazione dei vertici delle milizie sciite irachene, e prima di tutto l’uccisione della mente iraniana dietro le forze sciite sparse dal 1979 in Medio Oriente, crea – in un momento di grave vuoto politico a Baghdad – un vuoto organizzativo e militare «subito colmato da Teheran con un comandante più allineato con i vertici ultraconservatori dei pasdaran». A dispetto della retorica sull’ineffabile comandante che tutto o quasi poteva in Medio Oriente, «Soleimani era un pragmatico, non certo un radicale, abituato a trattare anche con gli Stati Uniti», precisa Pedde. Cade con lui un’architrave, a garanzia della «tenuta di Paesi chiave in Medio Oriente come l’Iraq e il Libano dove operano importanti contingenti italiani».

Iraq Iran morte Soleimani Usa Trump guerra
L’Iran sciita a lutto per la morte del generale Soleimani. GETTY.

DOMANDA. Soleimani, dal 1998 a capo delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione (pasdaran) è stato ucciso dopo una lunga coabitazione tra americani e iraniani in Iraq, i governi sciiti di Baghdad erano appoggiati da entrambi. Un atto di guerra di Trump?
RISPOSTA. La conseguenza è quella. Anche se certo l’Iran non potrà vendicarsi con un’aggressione diretta. Bensì con una guerra asimmetrica con gli Stati Uniti e con i suoi alleati regionali, radicalizzando ancor di più la contrapposizione. Così monterà l’antiamericanismo nel modo più violento possibile, e salterà la tenuta del Medio Oriente.

L’Iraq ha un premier dimissionario per le proteste popolari, esplose anche contro il legame politico e militare soffocante con Teheran. Trump avrà forse cercato di approfittare del momento di debolezza dell’Iran, per spezzare il predominio sciita nell’era post-Saddam.
Ma otterrà l’esatto opposto. Soleimani aveva costruito degli equilibri regionali non solo combattendo, ma trattando più volte anche con gli americani. Non era un estremista e non la pensava sempre come gli altri vertici dei pasdaran. La sua morte dà un grande vantaggio agli ultra-conservatori iraniani: tra i Guardiani della rivoluzione si consoliderà la loro linea, annullando ogni possibilità di dialogo.

All’azzardo di Trump ha contribuito l’escalation dell’ambasciata americana in Iraq, di regia iraniana?
Il climax di questi giorni a Baghdad, nel crescendo di ostilità riaperte dalla Casa Bianca con l’Iran, ha favorito il raid contro Soleimani. Che, attenzione, serve anche come vittoria mediatica per l’imminente campagna presidenziale di Trump. Internamente, come in Iran, il colpo porta vantaggi a Trump in risposta anche all’impeachment. Ma solo a breve termine.

La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, non solo in Iraq

Come nel 2003 contro Saddam Hussein, gli Stati Uniti seminano instabilità. Tanto più in territori appena liberati dai terroristi islamici, con pericolosi vuoti di potere e popolazioni martoriate.
Senza Soleimani si apre un vaso di Pandora in tutto il Medio Oriente, con rischi enormi. Intanto in Iraq l’uccisione nel raid anche di Abu Mahdi al Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni, fa saltare la convivenza tra i militari americani e le milizie filo-iraniane. Quest’evoluzione pericolosissima trasforma la sicurezza irachena e più in generale la politica irachena.

GLI ITALIANI IN LIBANO

I contingenti Usa sono ormai sotto attacco anche delle milizie sciite, parte integrante della Difesa irachena,  che avevano lottato con loro contro l’Isis. Aumenteranno? L’Iraq si incendierà?
La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, e non solo in Iraq. Le architetture del generale Soleimani, per esempio attraverso le milizie e il partito politico Hezbollah, erano erano diventate fondanti anche in Libano.

Dove si è aperta un’altra grave crisi politica, a ridosso di Israele e della Siria dove gli Hezbollah siriani e iracheni dell’Iran hanno riconquistato i territori dall’Isis…
Territori, dall’Iraq al Libano, dove anche l’Italia ha uomini sul terreno, con contingenti importanti. Per i quali, vista la situazione, sarebbe opportuno il governo si ponesse qualche domanda.

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Chi è Esmail Qaani, il generale che sostituirà Qassem Soleimani

L'Iran ha nominato il nuovo capo delle forze Quds. Poco carismatico e diretto del predecessore, l'ufficiale può però contare sull'esperienza militare e sul supporto dell'ayatollah Khamenei.

Il generale Esmail Qaani è stato nominato dalla Guida suprema Ali Khamenei come nuovo comandante della Forza Qods dei Pasdaran dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani. Lo riferisce l’agenzia iraniana Irna. Qaani è stato finora il numero due di Soleimani. Già nel 2013, in un rapporto del think tank Aei, si faceva il nome di Qaani come possibile successore del generale, anche grazie al profondo legame che lo lega all’aytollah Khamenei. L’ufficiale è sempre stato definito come un uomo poco carismatico e meno illustre del predecessore. Ma allo stesso tempo gli è stata riconosciuta una certa capacità sul campo di battaglia, anche grazie ai profondi legami con vari leader dei guardiani della rivoluzione.

LEGGI ANCHE: Chi era il capo delle forze Quds Qassem Soleimani

L’ASCESA NEI PASDARAN DOPO LA RIVOLUZIONE

Classe 1957, Qaani è entrato nel nei Pasdaran nel 1982, tre anni dopo la rivoluzione che cacciò lo Scià di Persia. Da quel momento è stato impegnato in tutti i fronti caldi del Paese. Negli anni ’80 è rimasto ferito durante la guerra tra Iran e Iraq mentre verso la fine del decennio è stato promosso a comandante della quinta divisione Nasr. Negli anni è stato attivo anche come agente repressivo come nel caso delle sommosse contadine nel 1992 a Mashhad, mentre a metà degli anni 90 è diventato il capo dell’Ansar Corps, responsabile regionale per l’Afghanistan e il Pakistan. In quegli anni oltre a combattere i signori della droga che operavano lungo il confine, ha fornito supporto all’Alleanza del Nord in funziona anti talebana. Nel corso del decenni ha scalato altre posizioni fino a diventare il numero due di Soleimani. Non solo. Accanto all’attività di vice per le forze Quds è stato a capo della divisione di intelligence almeno fino al 2006, quando poi ha ricoperto solo il ruolo di capo in seconda.

IL TRAFFICO D’ARMI PER LE MILIZIE SOSTENUTE DA TEHERAN

Stando a diverse rilevazioni delle agenzie di intelligence, tra le operazioni più note condotte dal nuovo capo ci sarebbero quelle legate al supporto delle varie milizie sostenute dall’Iran in tutto il Medio Oriente. Qaani sarebbe infatti responsabile del traffico di armi e soldi verso gruppi armati in Afghanistan, Libano e Yemen. Non solo. Tra il 2009 e 2012 l’ex vice di Solemiani ha preso parte a diversi viaggi diplomatici tra Venezuela, Bolivia, Brasile, Gambia e Senegal, come anche Iraq e Siria.

UN ABILE MILITARE POCO CARISMATICO

Sempre secondo il rapporto dell’Aei Qaani ha la stessa dote che ha reso celebre Soleimani, una certa abilità di improvvisazione in scenari militari complessi. Quello che però frena il nuovo capo delle Quds è la sua incapacità di sembrare carismatico come il predecessore. Tanto era convincente e accalorato Soleimani nei suoi discorsi, tanto è freddo e impersonale Qaani. Gli stessi atteggiamenti allontanano i due capi: il vecchio generale era più diretto e chiaro, mentre il suo successore preferisce giri retorici e formule più burocratiche.

IL LEGAME SPECIALE CON KHAMENEI

Sia Soleimani che Qaani fanno parte dello stesso network, ma il secondo nel corso degli anni ha dimostrato di avere un forte legame con la massima guida spirituale del Paese, l’ayatollah Khamenei. I due condividerebbero amici comuni e un legame che affonda le radici nella guerra tra Teheran e Baghdad, anche grazie ad amici comuni nella fitta rete dei Pasdaran.

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Le reazioni internazionali dopo il raid Usa che ha uccso il generale Soleimani

Critiche da Iraq, Russia e Cina per la mossa di Washington. Mentre la Francia teme lo scoppio nuovo conflitto.

La preoccupazione più grande è per una nuova escalation che trascini Washington e Teheran verso la guerra. Potrebbero essere sintetizzate così le posizioni della comunità internazionale dopo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad per mano di un raid americano.

LA FRANCIA: «ORA IL MONDO È PIÙ PERICOLOSO»

Per Parigi l’uccisione di Soleimani ha reso il mondo «più pericoloso», come affermato dal ministro francese per l’Europa, Amelie de Montchalin, in un’intervista alla radio Rtl. «Quello che vogliamo soprattutto è stabilità e de-escalation», ha affermato il ministro, aggiungendo che gli sforzi della Francia «in ogni parte del mondo mirano a creare condizioni di pace o almeno di stabilità». «Il nostro ruolo», ha concluso, «non è schierarci con una parte, ma parlare a tutti».

LA RUSSIA: «COSÌ AUMENTERANNO LE TENSIONI»

Secondo Mosca l’operazione di Washington accrescerà le tensioni in tutto il Medio Oriente. «L’uccisione di Soleimani è stato un passo avventuristico che accrescerà le tensioni in tutta la regione», hanno scritto le agenzie Ria Novosti e Tass citando il ministero degli Esteri. «Soleimani ha servito con devozione la causa per la protezione degli interessi nazionali iraniani. Esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano».

LA CINA INVITA TUTTI ALLA CALMA, «SPECIALMENTE GLI USA»

Anche Pechino sceglie il basso profilo facendo appello alla calma e alla misura, da tutte le parti in causa «specialmente gli stati Uniti». «Facciamo appello alle parti coinvolte, specialmente gli Stati Uniti, affincheè si mantenga la calma e si eserciti la misura per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni», ha detto il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Geng Shuang, durante un briefing con la stampa.

IRAQ PREOCCUPATO PER UN NUOVO CONFLITTO

Il primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi ha definito la mossa americana come «un’aggressione contro l’Iraq». In un messaggio ufficiale ha inoltre avvertito che l’attacco determinerà «una pericolosa escalation» che «scatenerà una guerra devastante in Iraq e nella regione». Il premier ha poi sottolinato come Soleimani sia stato «uno dei principali simboli della vittoria contro i militanti dello Stato islamico».

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Chi era il generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso dal raid Usa

L'ufficiale a capo delle forze Quds era la punta di diamante delle operazioni di Teheran in tutto il Medio Oriente, dalla guerra civile siriana alla campagna irachena contro l'Isis. Ritratto del Rommel iraniano.

Il generale Qassem Soleimani, ucciso nella notte del 3 gennaio da un raid delle forze Usa a Baghdad, per anni è stato la punta di diamante delle operazioni internazionali dell’Iran. 62 anni, una barba corta sale e pepe, il generale era a capo delle forze Quds, il braccio armato dei guardiani della rivoluzione fuori dalla repubblica islamica, fin dal 1998. Soleimani veniva considerato da tutti, sostenitori e nemici, come uno degli strateghi migliori di tutto il Medio Oriente, che a partire dal 2013 si è reso protagonista di tutti gli interventi di Teheran nell’area, dalla Siria all’Iraq, passando per lo Yemen.

LA STRATEGIA PER SALVARE ASSAD DALLA CADUTA

Una delle missioni di maggior successo per l’ufficiale iraniano è stata sicuramente la Siria. Nel 2012 Teheran lo inviò a Damasco per aiutare il malconcio esercito siriano dilaniato dalle diserzioni conseguenti allo scoppio della guerra civile un anno prima. Dopo il suo intervento le sorti del conflitto sono via via cambiate. Ridefinita la strategia sul campo, ha fatto in modo da far entrare nel conflitto il gruppo armato libanese di Hezbollah aiutando l’Iran a diventare uno degli attori fondamentali della guerra civile. Non a caso in molti sostengono che nell’estate del 2006 il generale fosse in prima linea in Libano nel conflitto tra le milizie sciite e Israele. Una strategia che ha permesso al presidente Bashar al-Assad di rimanere al potere anche grazie alle amicizie dirette dello stesso Soleimani con funzionari e militari russi, intervenuti a sostegno del regime nell’autunno del 2015.

LA CAMPAGNA IRACHENA CONTRO L’ISIS

Nel 2014 quando la città irachena di Mosul cade nelle mani dell’Isis non fu solo l’aviazione americana a intervenire. Il generale nei giorni immediatamente successivi si recò in Iraq e negli anni seguenti guidò le operazioni delle milizie sciite irachene e iraniane sul campo per contenere prima l’avanzata dello Stato islamico e poi dare il via all’offensiva che ha liberato la città nell’estate del 2017. Oltre all’aspetto militare, però Soleimani era abile a intessere relazioni politiche. In Iraq più di qualcuno ha sottolineato che era solito incontrare in segreto gli esponenti dei vari partiti alimentando e modificando le traiettorie del potere di Baghdad. Ryan Crocker, ex ambasciatori americano in Afghanistan e Iraq, ha raccontato la sua esperienza alla Bbc: «I miei interlocutori iraniani erano molto: anche se avessero informato il ministero degli Esteri, alla fine sarebbe stato il generale Soleimani a prendere le decisioni».

UN MIX TRA BOND E ROMMEL

Nel corso degli anni Soleimani è stato dato per morto diverse volte. Nel 2006 riuscì a sopravvivere a un incidente aereo, nel 2012 scampò a un’attentato contro alcuni ufficiali siriani, mentre 2015 uscì indenne dai feroci combattimenti della battaglia Aleppo. Nel 2017 la rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più influenti del mondo e per l’occasione Kenneth Pollack, ex analista della Cia, disse di lui che per tutti gli «sciiti del in Medio Oriente, è un mix di James Bond, Erwin Rommel e Lady Gaga», in riferimento non solo alle campagne militari ma anche alla sua presenza sui social molto seguita. Molto amato in patria, Soleimani è stato più volte invocato come possibile candidato alle presidenziali del 2021, anche se lui stesso ha sempre ribadito di non volersi candidare.

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Gli ultraconservatori cavalcano le proteste in Iran

I riformisti mollano Rohani dopo la repressione. E l'ala più oltranzista guadagna forza in vista delle Legislative a febbraio. Così l'autoritarismo vince sulle democrazie.

Non è secondario che nell’Iran sciita si voti a febbraio del 2020 per rinnovare il parlamento. Nella Repubblica islamica sono state appena stroncate le proteste di massa più grandi e violente del 1979: dalle testimonianze sfuggite al blocco della censura, centinaia di morti in pochi giorni, più delle circa 70 vittime (in 10 mesi) ricostruite nell’Onda verde del 2009. Migliaia gli arresti ammessi dalle autorità, chi ha mobilitato i cortei e dei loro famigliari sarebbero prelevati dalle forze di sicurezza dalle case porta a porta. Mentre in Iraq rivolte sanguinose scuotono santuari islamici come Najaf, a larga maggioranza sciita e storica influenza iraniana. Il Medio Oriente sciita, 40 anni fa mobilitato e tradito negli ideali democratici da Khomeini, tenta di rovesciare i regimi e i governi corrotti. Ma anche stavolta la repressione rafforza gli ultraconservatori in Iran e i militari iraniani approfittano delle turbolenze nell’area mediorientale. 

LA GRANDE MACCHIA DI ROHANI

Hassan Rohani è presidente dal 2013, grazie al consenso popolare degli alleati riformisti con i leader agli arresti domiciliari dalle proteste del Movimento verde contro il governo Ahmadinejad.  L’avvitamento economico – per le durissime sanzioni americane di Donald Trump – aggrava la crisi finanziaria di mese in mese, alimentando le contestazioni: già di per sé un guaio per lo schieramento di Rohani. I morti, i feriti, gli arresti e l’oscuramento per giorni di Internet e delle reti telefoniche (quest’ultimo disposto proprio da Rohani, si è scritto, in capo al Consiglio nazionale di sicurezza) macchiano il suo governo più del governo Ahmadinejad. Fuori dall’Iran nessuno sa quello che è davvero successo durante i disordini di metà novembre, alcuni racconti raccolti dalle Ong sono sconvolgenti. Ma a Teheran, a proposito di Legislative, ne ha un’idea anche qualche parlamentare. In una mozione urgente si chiede una commissione d’inchiesta sulle uccisioni e sugli arresti. 

Iran rivolte Iraq guerra pasdaran
Le rivolte nella città santa sciita di Najaf, in Iraq. GETTY.

MOUSAVI CONTRO KHAMENEI

Rohani sta perdendo tutti i voti dei riformisti. Il leader dell’Onda verde Mir Hossein Mousavi, costretto a casa con la moglie dal 2011, raramente parla in pubblico anche se da quest’anno gli è stato dato un cellulare e può guardare alcuni canali tivù. Ma quest’autunno ha fatto uscire su Internet frasi lapidarie contro la guida suprema iraniana Ali Khamenei: «Nel 1978 gli assassini erano i rappresentanti e gli agenti di un regime non religioso, mentre i cecchini del novembre 2019 sono i rappresentanti di un governo religioso. Allora il comandante in capo era lo scià, oggi è la guida suprema che ha autorità assoluta». Dal Majlis, il parlamento iraniano, la deputata riformista Parvaneh Salahshouri ha denunciato vittime adolescenti tra i morti nelle ultime proteste. E chiede sia fatta luce «sulle notizie unilaterali e umilianti diffuse dalla tivù sui manifestanti, arrabbiati e frustrati da numerosi problemi economici». Sulle reti di Stato le autorità hanno ammesso «spari ai teppisti facinorosi».

Il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran anche in Iraq

VOTO BOICOTTATO A FEBBRAIO

Le masse sono pronte a disertare il voto il 21 febbraio. Un boicottaggio che farà vincere gli ultraconservatori, i referenti politici dell’apparato di sicurezza in testa alla repressione. In prospettiva anche alle Presidenziali del 2021. Tanto più che a Rohani l’opposizione rinfaccia da sempre l’accordo sul nucleare con gli Usa, affossato da Trump ma mai decollato neanche con Barack Obama a livello economico. Mentre il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran iraniani anche in Iraq: dalle informazioni dell’intelligence americana le forze all’estero dei guardiani della rivoluzione di Khamenei hanno trasportato un arsenale di missili balistici in Iraq, approfittando della confusione e dei rinforzi chiesti dal governo amico di Baghdad. L’effetto paradossale della guerra americana a Saddam Hussein è stata, come per le sanzioni di Trump agli ayatollah, la penetrazione politica e militare dell’Iran nell’Iraq. Come già in Libano e in Siria.

Iran rivolte Iraq guerra pasdaran
Paramilitari sciiti in Iraq, alle porte di Mosul. GETTY.

L’ARSENALE DI MISSILI IN IRAQ

Dal 2003 le milizie sciite irachene (cosiddette Forze di mobilitazione popolare) dei cecchini che sparano sui manifestanti sono state costruite e armate dai pasdaran. Mentre i marines addestravano l’esercito iracheno depurato dai quadri di Saddam Hussein, i governi filosciiti che si sono succeduti a Baghdad – pilotati dagli americani quanto dall’Iran – permettevano la proliferazione di paramilitari che sta prendendo il sopravvento. In Iraq i miliziani sciiti controllano strade, ponti, infrastrutture. Dove nell’ultimo anno, a un ritmo crescente, avrebbero fatto passare in segreto missili iraniani a medio raggio (circa 1000 km) che possono raggiungere Israele. O colpire i contingenti americani nel Paese, come i cinque razzi piovuti sulla base Usa di Ayn al Asad con oltre la metà dei marines in Iraq. Armi balistiche sofisticate, capaci di cambiare traiettoria e di sviare gli scudi aerei. Come è avvenuto lo scorso settembre con l’attacco alle raffinerie saudite.

Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31 del Paese, inclusa la città santa di Mashad

LE RIVOLTE NELLE CITTÀ SCIITE

Un missile, per l’intelligence Usa, partito dall’Iran e virato poi a Nord sul Golfo persico. Per i fortini in Libano, Siria e Iraq, e per sempre nuovi e potenti armamenti, la Repubblica islamica investe miliardi dai budget statali prosciugati dal blocco dell’export e dall’inflazione rampante. In Iraq mancano i servizi e il territorio, da Nord a Sud, è devastato da attentati e guerre. Le proxy war in Medio Oriente dell’Iran logorano milioni di civili. Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31, inclusa la città santa di Mashad. In Iraq si sono rivoltati i santuari dei pellegrinaggi sciiti di Kerbala e Najaf: un duro colpo, il doppio assalto al consolato iraniano di Najaf è un attacco anche simbolico dal cuore degli sciiti. Non a caso, a parole in Iraq i religiosi sciiti si schierano «contro la corruzione» con  i manifestanti. Ma a maggior ragione l’Iran aumenta i presidi militari e anche di religiosi in Iraq. E come in Siria, è ancora l’autoritarismo a vincere.

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Il premier iracheno Abdul-Mahdi si è dimesso

Dopo due mesi di proteste e circa 400 morti, il capo del governo annuncia il passo indietro. Scaricato anche dalla massima autorità del Paese.

Il premier iracheno Adel Abdul-Mahdi ha annunciato le dimissioni. Il passo indietro, ufficializzato nel pomeriggio del 29 novembre, arriva all’indomani dell’uccisione di decine di manifestanti anti-governativi nel Sud dell’Iraq e dopo che la massima autorità religiosa sciita irachena, il Grande Ayatollah Ali Sistani, aveva invitato il parlamento iracheno a togliere la fiducia al governo di Adel Abdul Mahdi.

CINQUANTA MORTI IN 24 ORE, 400 IN DUE MESI

Solo nelle ultime 24 ore sono morti 50 manifestanti. Il bilancio complessivo delle proteste in corso da due mesi a Baghdad e nel Sud sciita è di circa 400 vittime. La mattina del 29 novembre, Adel Dakhili, il governatore della regione meridionale di Dhi Qar con capoluogo Nassiriya, teatro nelle ultime 24 ore di sanguinosi scontri tra forze di sicurezza e manifestanti, aveva annunciato le dimissioni in dissenso col governo centrale di Baghdad.

Lo spargimento di sangue è stato causato da forze venute da fuori e senza che il governo centrale informasse le autorità locali

Adel Dakhili, governatore della regione di Dhi Qar

«Lo spargimento di sangue è stato causato da forze venute da fuori della regione di Dhi Qar e senza che il governo centrale informasse le autorità locali», aveva detto Dakhili.

L’APPELLO DI SISTANI AL PARLAMENTO

La spallata decisiva ad Abdul Mahdi è arrivata poco dopo. Nella predica settimanale, tenuta da un rappresentante di Sistani durante la preghiera comunitaria islamica del venerdì nella città santa sciita di Karbala, a Sud di Baghdad, il Grande Ayatollah ha chiesto al parlamento di intervenire per cambiare l’equilibrio politico nel Paese e ascoltare le pressanti richieste della popolazione del sud del Paese. «Il parlamento, da cui il governo trae sostegno, deve rivedere la sua scelta riguardo all’esecutivo considerando gli interessi dell’Iraq», ha detto Sistani, affermando che questa scelta deve esser fatta per «proteggere il sangue dei cittadini (iracheni)».

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L’Iran “riformista” ha mostrato il suo vero volto: le forche

Centinaia di morti e migliaia di arresti per sedare le piazze in rivolta. Proteste che contagiano anche Libano e Iraq. Ma il regime change per ora è una chimera.

Centinaia di morti, cecchini che sparano dai tetti sulla folla, 3 mila arresti, forca per i manifestanti arrestati, internet bloccato da giorni nonostante gli estremi danni all’economia interna: il “riformismo” iraniano di Hassan Rohani che tanto piace all’Europa sta dando il meglio di sé nelle piazze sconvolte da una protesta popolare spontanea che è identica a quella che sconvolge da settimane le piazze libanesi e irachene.

Il Vecchio continente non vuole prenderne atto, ma è evidente che la rivolta popolare libanese, quella irachena e quella iraniana hanno la stessa origine e lo stesso, identico avversario: il modello di potere degli ayatollah.

Tra tutti gli slogan urlati nelle piazze iraniane, risalta «Chissenefrega della Palestina!», perfetta sintesi della rivolta contro gli enormi costi sociali che ha l’impegno militare “rivoluzionario” all’estero dei Pasdaran.

L’IRAN VUOLE ESPORTARE LA RIVOLUZIONE KHOMEINISTA

Identico e uno solo, il centro di comando che ordina di sparare sulla folla a Teheran, a Beirut o a Baghdad: i Pasdaran e i paramilitari agli ordini di quel generale Ghassem Suleimaini che era volato due settimane fa nella capitale irachena promettendo sangue nelle strade «come ben sappiamo fare in Iran». Simili, se non identici, peraltro gli slogan delle piazze iraniane, irachene e libanesi: la corruzione, i soprusi, la fame, i miliardi per le spese militari a scapito del welfare. Tutti prodotti dal modello di regime che l’Iran ha esportato in Iraq e Libano: la rivoluzione khomeinista.

L’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: la distruzione di Israele

L’Europa non ne vuole prendere atto, ma l’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: esportare la rivoluzione iraniana, processo nel quale passaggio fondamentale è la distruzione di Israele. Per questo obiettivo il regime degli ayatollah ha investito decine di miliardi di dollari per foraggiare da cinque anni le Brigate Internazionali sciite che hanno mantenuto sul trono il macellaio Bashar al Assad e trasformato l’Iraq in un protettorato iraniano, per riempire gli arsenali siriani di missili destinati a Israele, per finanziare la Jihad islamica che spara razzi -iraniani- da Gaza su Israele e per sostenere i ribelli sciiti Houti in Yemen.

Le proteste in Iraq.

L’originalità del “modello iraniano” è stata di affiancare alle forze di fatto egemoni nel Paese (il blocco militare incentrato sui Pasdaran, che controlla anche l’economia iraniana) che gestiscono l’esportazione della rivoluzione khomeinista in Medio Oriente, con un apparato amministrativo di governo dalle forme, ma non dalla sostanza, riformista col volto pacioccone di Rohani. Questa duplicità non è stata colta dall’Europa, che ha assistito complice, dopo la normalizzazione della collocazione internazionale dell’Iran voluta da Barack Obama con l’accordo sul nucleare, alla espansione dell’egemonia politica e militare dell’Iran su Iraq, Siria, Yemen e Libano.

NON ESISTE UNA OPPOSIZIONE POLITICA VERA AI REGIMI

Non è la prima volta che il “riformismo iraniano” spara a zero sulla folla, l’ha fatto nel 1999, l’ha fatto conto l’Onda Verde del 2008, l’ha fatto nel 2017 e 2018 e lo rifá oggi. La novità, enorme, è che ormai la reazione contro il regime, contro il centro di comando iraniano unisce le piazze iraniane a quelle irachene e libanesi. Un fenomeno clamoroso e inedito, acuito dall’effetto delle sanzioni promosse da Donald Trump dopo la sua denuncia dell’accordo sul nucleare.

Forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie

Detto questo, non è possibile a oggi farsi illusioni sull’effetto di questa rivolta agli ayatollah contemporanea nei tre Paesi. Né in Iran, né in Libano esiste una opposizione politica, dei partiti, che sappiano e possano dare uno sbocco alla formidabile protesta popolare. Queste forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie. Dunque, nessun regime change in vista in Iran o in Libano nel breve periodo, ma comunque una situazione di estrema instabilità alla quale purtroppo il regime degli ayatollah può essere tentato di reagire affiancando alla più feroce repressione interna una situazione bellica calda contro Israele o nel Golfo.

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I militari feriti in Iraq sono tornati in Italia

Sono sbarcati a Ciampino, accolti dai ministri Guerini e Di Maio. Poi sono stati trasferiti all'ospedale del Celio.

Il C130 dell’Aeronautica militare con a bordo i militari italiani feriti nell’attentato in Iraq è atterrato alle 16.43 del 13 novembre all’aeroporto romano di Ciampino. Ad accogliere i feriti, oltre ai familiari, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli. A bordo dell’aereo, proveniente dalla base di Ramstein, in Germania, hanno viaggiato anche alcuni familiari giunti il 12 novembre nella città tedesca con un velivolo messo a disposizione dalla Difesa.

Pochi minuti dopo l’atterraggio del C130 cinque ambulanze militari e pulmini si sono recati sotto bordo del velivolo dalla rappresentanza del 31esimo stormo dell’Aeronautica. A seguire i ministri Guerini e Di Maio, con accanto il capo di stato maggiore della Difesa Vecciarelli, il capo di stato maggiore dell’esercito generale Salvatore Farina ed il capo di stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, hanno incontrato i militari e i familiari. Pochi minuti, lontano dagli occhi della stampa, per poi fare ritorno nella sala di rappresentanza. I militari sono poi stati trasferiti all’ospedale militare del Celio.

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Le missioni italiane all’estero in numeri

Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.

L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.

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E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.

Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).

IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA

Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».

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DAL 2004 A OGGI SPESI 17 MILIARDI

Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.

CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA

Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.

DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA

Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.

IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO

Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».

Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).

L’IMPEGNO IN NORD AFRICA

Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.

IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Mission e Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis. 

Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).

IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN

Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.

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I segreti dei Navy seal italiani in missione in Iraq contro l’Isis

I militari feriti erano parte di un contingente ristretto altamente selezionato. In missione per il training e l'assistenza ad azioni antiterrorismo non convenzionali. Cosa c'è dietro le operazioni contro i talebani e l'Isis e l'impenetrabilità sui loro ingaggi.

La Task force 44 degli incursori della marina (Goi) e dell’esercito (Col Moschin) colpita dall’attentato in Iraq rivendicato dall’Isis nell’area settentrionale tra le città di Kirkuk e Suleymania, è tra i contingenti italiani più enigmatici dell’estero. Al di là dell’incarico ufficiale di «mentoring e di training delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis», precisato nella nota della Difesa sull’accaduto, nulla si saprà nel dettaglio sulle operazioni affidate ai cinque italiani feriti nel Nord dell’Iraq il 10 novembre 2019. Fino a che punto in particolare l’assistenza ai militari del Paese, iracheni e curdi, si spinga a interventi sul campo e di che natura sia questa assistenza, è no comment.

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NON ADDESTRATORI DI ROUTINE

Si può ragionevolmente ipotizzare, sulla base delle missioni, che è emerso (da inchieste giornaliste o da ammissioni ex post, degli stessi governi) dalla Task force 44 in Iraq, negli anni precedenti, o della Task force gemella 45 operativa in Afghanistan contro i talebani, che i militari italiani feriti dall’ordino artigianale esploso (Ied) non fossero a sminare l’area. Un compito fin troppo elementare, come anche l’addestramento di base dei peshmerga curdi e della fanteria irachena, che l’Italia istruisce e allena con la missione Prima Parthica. Come parte della coalizione internazionale Inherent Resolve, costituita nel 2014 contro l’Isis e a guida americana.

GLI INVISIBILI DI PRIMA PARTHICA

Il centinaio di unità di elité stimate nella Task force 44 sono una parte molto ristretta dei 1.100 militari italiani (scesi poi di alcune centinaia) mandati in Iraq per contrastare l’Isis a partire dal 2014. Soprattutto sono una parte sconosciuta, non palesata all’approvazione delle missioni all’estero in parlamento. Unità impiegate semmai per formare corpi di élite antiterrorismo iracheni. Che vuol dire anche guidarli e assisterli, come avveniva nell’Operazione Sarissa in Afghanistan della Task force 45, in esplorazioni speciali, azioni talvolta dirette contro terroristi. Operazioni di cosiddetta guerra non convenzionale. Anche per trovare materiale utile per l’intelligence italiana e le alleate.

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori sono per definizione coperte dal segreto militare

L’ASSISTENZA IN AZIONI COPERTE

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori (anche di corpi scelti dei carabinieri e dell’aeronautica, presenti in task force di questa natura in Medio Oriente) sono per definizione coperte dal segreto militare: contingenti di élite, militari bravissimi in special modo sembra gli italiani, considerati i migliori addestratori al mondo e voluti per lavorare a stretto contatto soprattutto con i corpi scelti americani. Impegnati quest’ultimi in operazioni antiterrorismo, anche in Libia contro al Qaeda ma più platealmente e di recente in Iraq, che i loro vertici non avrebbero mai palesato se non a missione compita. Con la morte per esempio del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

Gli incursori del reggimento d’assalto Col Moschin (Wikipedia).

OBIETTIVO: NEUTRALIZZARE I TERRORISTI

La richiesta di una task force per l’Iraq di unità di questo tipo dall’Italia fu rivelata nel 2015 da un’inchiesta de l’Espresso che parlò di un gruppo di «pochi uomini delle forze speciali che colpiscono con discrezione ed efficacia estrema», e di «tanti istruttori, pronti però anche a combattere spalla a spalla con i soldati che addestrano». Dagli accordi di mentoring siglati – per la «neutralizzazione di bersagli di alto valore», si scriveva – , dopo l’Afghanistan che è stato un laboratorio per questo tipo di missioni antiterrorismo, erano pronte secondo indiscrezioni a essere dislocate forze simili in Somalia e in Iraq. Un anno dopo il Fatto Quotidiano tornò a raccontare della «guerra segreta dell’Italia» all’Isis.

Nel 2016 la Task force 44 fu in azione in Iraq durante le offensive contro l’Isis, allora nell’Al Anbar

L’OPERAZIONE CENTURIA

Operazioni militari condotte in Iraq dalle «forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento». Da «autorevoli fonti militari», il quotidiano aveva appreso di azioni della «Task force 44» nell’area che nel 2016 era teatro delle principali offensive anti-Isis. Un contingente selezionato, secondo le fonti, ridotto di un centinaio di unità rispetto a quello analogo in Afghanistan, come lasciava intendere anche il nome della nuova operazione Centuria. Degli italiani in azione tra Falluja e Ramadi ne parlavano allora anche i marines, per una missione inquadrata nell’intervento internazionale legittimato dall’Onu del quale è parte anche Prima Parthica. Ma «cosa ben diversa» si specificava da essa.

I NAVY SEAL ITALIANI

Del Comando interforze per le operazioni delle forze speciali (Cofs) italiane fanno parte gli incursori del 9° reggimento d’assalto della Folgore (Col Moschin), della Marina (Comsubin-Goi), del 17° stormo dell’aeronautica e il Gruppo di intervento speciale (Gis) dei carabinieri, affiancati spesso dai parà di ricognizione (185° reggimento) della Folgore e dai ranger alpini (4° reggimento). Il Gis fu creato negli Anni 70 per sconfiggere il terrorismo in Italia. In questi mesi e ancor più dalla morte di al Baghdadi, le intelligence segnalano una recrudescenza degli attacchi jihadisti nel Nord dell’Iraq, soprattutto nell’area di Kirkuk (oltre 30 solo nella prima metà di ottobre) e un aumento di cellule dell’Isis.

DINAMICA E ZONA INCERTE

I militari del commando italiano colpiti dalla bomba artigianale avanzavano a piedi: nel convoglio c’erano anche blindati, ma un pattuglia era a terra. In una zona non ancora identificata con precisione. Da fonti proprie, l’agenzia Ansa ha riportato che si tratterebbe della zona di Suleymania, dentro la Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Altre fonti indicano invece l’area a Sud-Ovest di Kirkuk, sul confine interno con la regione, dove avrebbe ora sede la Task Force 44, proprio con il compito di addestrare corpi scelti iracheni di antiterrorismo e forze speciali curde. A la Repubblica più ufficiali dei peshmerga hanno smentito un coinvolgimento curdo nelle operazioni dell’attacco agli italiani.

Fino a che punto l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie?

I reparti antiterrorismo Gis dei carabinieri.

CON I CORPI SCELTI DI BAGHDAD?

I connazionali si sarebbero invece trovati in una zona dove erano attive le forze di Baghdad. Sunniti, non è escluso anche sciiti sostenuti dai reparti speciali all’estero dei pasdaran iraniani. E fino a che punto la formazione e l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie contro cellule o gruppi dell’Isis? Al confine con il Kurdistan iracheno sarebbe entrata in azione anche l’aeronautica. Un contingente di addestratori italiani molto specializzati, del corpo dei carabinieri, opera poi anche a Baghdad con gli agenti della polizia federale da dislocare nelle zone liberate dall’Isis. La maggioranza dei militari di Prima Parthica (circa 350) si trova invece a Erbil.

LA RIVENDICAZIONE DELL’ISIS

Nella capitale del Kurdistan iracheno si addestrano di routine i peshmerga. A scanso di equivoci, la Task force 44 non ha mai fatto parte neanche della brigata di fanteria Friuli in missione, fino al marzo 2019, a presidio della diga di Mosul dopo la liberazione della capitale irachena dei territori dell’Isis. L’attacco in Iraq agli italiani, rivendicato dall’Isis, è avvenuto alla vigilia dell’anniversario della strage di Nassiriya il 12 novembre 2003. Ma si ritiene che non avesse come target gli italiani. Piuttosto genericamente chi combatte sul campo i terroristi islamici, come il primo ottobre per la bomba al convoglio militare in Somalia. Dove opera un’altra task force speciale italiana contro gli al Shabaab.

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L’Isis ha rivendicato l’attacco ai militari italiani in Iraq

La notizia è stata riportata da Site. L'attentato ha provocato cinque feriti di cui tre gravi.

Il marchio dell’Isis sull’attentato ai militari italiani. Il sedicente Stato islamico ha rivendicato l’attacco in Iraq. L’attacco ha provocato cinque feriti di cui tre gravi. La notizia è stata riportata da Site.

IL MESSAGGIO CONTRO I «CROCIATI»

Sull’agenzia ufficiale del Califfato Amaq è apparso questo messaggio: «Con il favore di Dio, l’esercito dell’Isis ha preso di mira un veicolo 4×4 che trasportava membri della coalizione internazionale crociata e dell’antiterrorismo dei Peshmerga, nella zona di Qarajai, a Nord della zona di Kafri (nel distretto di Kirkuk, ndr), con l’esplosione di un ordigno. Questo ha causato la distruzione del veicolo e il ferimento di quattro crociati e di quattro apostati».

VERTICE IN PROCURA A ROMA

Intanto si è svolto in procura, a Roma, un vertice tra magistrati e carabinieri del Ros in relazione all’accaduto. All’attenzione del pm Sergio Colaiocco una prima informativa su quanto avvenuto. Una ricostruzione sulla quale gli inquirenti hanno mantenuto il più stretto riserbo, anche per ragioni di sicurezza legate al fatto che nella zona dell’attentato, a circa 100 chilometri da Kirkuk, sono tutt’ora presenti militari delle forze speciali italiane. I pm romani procedono per il reato di attentato con finalità di terrorismo.

DI MAIO HA INFORMATO I COLLEGHI A BRUXELLES

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio invece ha guidato la delegazione italiana al Consiglio Esteri dell’Unione europea, a Bruxelles, dove ha informato i colleghi sull’attacco. Tra i temi affrontati anche il Libano. Di Maio ha poi lasciato la riunione per rientrare a Roma, senza rilasciare dichiarazioni.

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La giravolta del M5s sulla presenza italiana in Iraq

Di Maio dice che la missione in cui sono stati feriti cinque soldati italiani «incarna tutti i nostri valori». Ma nel 2015 la pensava diversamente.

All’indomani dell’attentato in Iraq dove sono rimasti feriti cinque militari italiani, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha commentato: « La missione in Iraq è una missione di formazione ai militari iracheni che combattono contro l’Isis. È una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare».

IL MESSAGGIO DI DI MAIO AI SOLDATI FERITI IN IRAQ

«I militari italiani coinvolti nell’attentato di ieri non sono in pericolo di vita, ma due hanno ferite serie», ha spiegato il ministro ricordando che i nostri contingenti sono «tra i più apprezzati» non solo per la professionalità ma anche per «il cuore» che mettono nella loro missione. Il 10 novembre, Di Maio aveva commentato a mezzo social: «Sto seguendo con dolore e apprensione quel che è accaduto in Iraq ai nostri militari, coinvolti in un attentato. Il mio primo pensiero va a loro, alle loro famiglie e a tutti i nostri uomini e donne in uniforme che ogni giorno rischiano la vita per garantire la nostra sicurezza».

LA POSIZIONE DI M5S E DI MAIO NEL 2015

La posizione del capo politico del Movimento 5 stelle sulla presenza italiana in Iraq non è però sempre stata questa. Nel 2015, come ricorda La Stampa, l’attuale ministro degli Esteri diceva un secco «no a un intervento italiano in Iraq», schierandosi con il fondatore del Movimento Beppe Grillo contro il governo allora guidato da Matteo Renzi. La posizione del Movimento 5 stelle e di Di Maio, sottolinea il quotidiano torinese, non riguardava soltanto raid aerei, ma un intervento tout court.

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Ciò che resta del clan al Baghdadi e dei fedelissimi dell’ex capo dell’Isis

Una moglie, una sorella, un figlio e altri parenti del sedicente Califfo morto il 26 ottobre sono finiti in manette. Tutti catturati in Turchia o al confine siriano. Il fratello Abu Amza invece è svanito nel nulla. Cosa sappiamo della famiglia del super-terrorista.

Dalla morte dell’ideologo e fondatore dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi si susseguono le notizie di catture di suoi famigliari nella zona di confine tra la Siria e la Turchia.

Prima, nell’ordine temporale di cattura da quel che se ne sa, una moglie e un figlio. Poi una sorella, suo marito e la nuora con prole. Domani chissà. L’intelligence turca si è svegliata dopo la lunga e cruenta operazione del Pentagono che la notte del 26 ottobre ha distrutto un grande compound fortificato dove, almeno dal maggio scorso, risiedeva il leader dell’Isis con pochi intimi. A una ventina di chilometri dalla Turchia, in una zona di influenza turca, ricostruita dalla Turchia e amministrata da ribelli islamisti addestrati in Turchia. Di certo quel che affiora dagli arresti compiuti da Ankara – non confermati dagli alleati americani della Nato – è che dopo la disfatta al Baghdadi, come da informative dei curdo-siriani e degli 007 iracheni, poteva contare solo sulla più stretta parentela.

LE MOGLI CATTURATE

Troppi dell’inner circle hanno parlato. Lo avrebbe tradito anche una delle quattro mogli che si ritiene avesse preso in sposa al Baghdadi. Arrestata dall’intelligence irachena all’inizio del 2019, insieme a un corriere dell’Isis avrebbe rivelato informazioni preziose per la Cia sulla fuga di al Baghdadi verso l’Ovest della Siria. In quei mesi altri diversi suoi aiutanti di punta catturati sarebbero stati interrogati in Iraq, spifferando le abitudini del sedicente califfo. Dalla ricostruzione data in pasto all’opinione pubblica dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan solo questo novembre, un’altra moglie del super-terrorista con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa sarebbe stata arrestata già il 2 giugno 2018 in territorio turco.

Asma Fawzi Muhammad al-Qubaysi, una delle presunte mogli di al Baghdadi arrestata dai turchi (Ansa).

Asma Fawzi al Qubaysi, prima moglie di al Baghdadi, sarebbe stata individuata alla frontiera nella provincia di Hatay, insieme con una figlia che si presentava come Leila Jabeer, mentre tentavano di sconfinare sotto false identità.

ALCUNI MEMBRI DEL CLAN SAREBBERO IN FUGA VERSO LA TURCHIA

Peccato che gli americani, a quanto pare, per un anno e mezzo non avessero avuto comunicazione di tutto questo. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di «non poter confermare nulla» di quanto affermato da Erdogan. Neanche la cattura, annunciata dalla Turchia sempre all’inizio di novembre, della sorella 65enne di al Baghdadi, Rasmiya Awad. Scovata in una roulotte con la famiglia e con i cinque nipoti, anche questa «miniera di informazioni» si riparava non lontano dal luogo di intercettazione della prima moglie: la provincia siriana confinante Azaz, che guarda Antiochia e Alessandretta. Il presidente turco rivendica arresti nel clan di al Baghdadi «quasi a doppia cifra», sfidando di fatto Donald Trump. Nel gruppo anche un figlio del sedicente califfo, dall’identità, è stato assicurato, «accertata dal Dna». Altri membri della cerchia ristretta tenterebbero invece di entrare in Turchia dal Nord-Ovest della Siria dove al Baghdadi aveva trovato fiancheggiatori.

Rasmiya Awad, ritenuta la sorella di al Baghdadi (Ansa).

I CORRIERI TRADITORI

Il sedicente califfo viveva asserragliato in un una ridotta con tunnel nel villaggio di Barisha, a sud-ovest di Azaz e del cantone curdo di Afrin riconquistato dai turchi nel 2018. Anche lui a un passo dal valico per la provincia di Hatay. L’intelligence di Ankara rivendica anche un ruolo nell’uccisione di al Baghdadi ben superiore all’appoggio logistico e allo spazio aereo messi a disposizione per le operazioni americane: Ismael al Ethawi, un altro corriere e aiutante di punta del capo dell’Isis fermato all’inizio di quest’anno, avrebbe contribuito al successo del blitz Usa. Sebbene dagli ufficiali di sicurezza americani sia filtrato che per identificare di al Baghdadi a Barisha è stato decisivo l’apparato di sicurezza curdo-siriano delle brigate Ypg nemiche di Erdogan. Un finto fedelissimo del leader dell’Isis, suo assistente agli spostamenti e con un fratello morto a causa dei terroristi, ha portato per vendetta ai curdi campioni di sangue e capi di biancheria. 

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

IL FRATELLO CHE MANCA ANCORA ALL’APPELLO

Risparmiata nel blitz, la talpa è stata trasportata in un luogo sicuro a incassare la maxi ricompensa. Degli altri uccisi e dei sopravvissuti nell’operazione americana non si hanno nomi. Tra i famigliari di al Baghdadi morti insieme a lui potrebbero esserci due mogli, stando al resoconto di Trump. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché la Difesa di Washington ha confermato genericamente l’uccisione di tre donne, lasciando vaga anche l’identità dei minori (11, sempre secondo il presidente Usa) tratti in salvo dalle unità speciali durante il blitz. Poche ore dopo, un aiutante saudita di al Baghdadi è stato ucciso in altre operazioni antiterrorismo Usa nel Nord della Siria, condotte contro i gruppi qaedisti più estremisti che davano protezione ai vertici dell’Isis. Nulla invece si sa ancora del destino di uno dei cinque fratelli di al Baghdadi, nome di battaglia Abu Hamza, a lui pare molto vicino. 

isis baghdadi ucciso
Il sedicente Califfo al Baghdadi morto il 26 ottobre scorso.

DUBBI SUL SUCCESSORE DI AL BAGHDADI

Buio fitto anche sul successore di al Baghdadi. Sempre il Dipartimento di Stato Usa ha confessato di non sapere «quasi niente» di Abu Ibrahim al Hashemi al Qurayshi, designato con un proclama ufficiale. Gli analisti dell’intelligence cercano di ricostruirne l’identità e i trascorsi: dietro il nome probabilmente di battaglia, per gli esperti potrebbe celarsi il super-ricercato (5 milioni di dollari di taglia) Hajji Abdullah al Afari il cui nome spicca in alcuni documenti interni dell’Isis. Un altro suo pseudonimo sarebbe il primo nome circolato come successore di al Baghdadi al Haj Abdullah Qardash, in un comunicato attribuito all’Isis ma diverso dai quelli diffusi dai canali ufficiali della rete jihadista. Cinquantenne, iracheno di origine turcomanne, al Afari sarebbe un ex maggiore dell’esercito di Saddam Hussein, radicalizzato nella prigione di Camp Bucca come al Baghdadi. Con lui avrebbe anche in comune gli studi islamici, ma un background militare parecchio più forte.

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Le proteste in Iraq che uniscono sciiti e sunniti

Come in Libano, la società si unisce contro il governo. Le manifestazioni hanno contagiato tutti. E a Baghdad migliaia tra studenti e dipendenti pubblici sfidano i cecchini delle milizie. Il quadro della ribellione.

Migliaia di iracheni aspettano le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, spinte dal parlamento ma ancora ritardate. Sfidano il coprifuoco, radunandosi nella piazza Tahrir di Baghdad, diventata il simbolo della Primavera irachena. Anche se stavolta l’Iraq è più simile al Libano: si sfila in tutte le città, da Bassora e Nassiriya nel meridione sunnita, alle città sante sciite di Kerbala e Najaf, nonostante le pallottole sparate dai miliziani e gli oltre 250 morti. Un’unità nelle proteste che, come nel Paese dei cedri, non si vedeva da anni. Grandi manifestazioni sono attese per tutto il fine settimana contro una «classe politica da eliminare». Il motore delle contestazioni, che possono segnare una nuova svolta dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, è il pessimo stato economico del secondo produttore di petrolio dell’Opec. Mancano i servizi di base e il lavoro per una popolazione per oltre il 60% è di giovani: gli introiti statali (per il 90% dal greggio) vengono redistribuiti tra le élite corrotte che, come in Libano, si spartiscono settariamente gli incarichi di potere.

Iraq proteste Tahrir
Studentesse in chador alle manifestazioni di Kerbala, Iraq. (Getty).

DAI CENTRI SUNNITI ALLE CITTÀ SANTE

La gente chiede «indietro tutti i soldi» che hanno preso, vuole «l’Iran fuori dal Paese». Le dimostrazioni si sono propagate il primo ottobre, dalle periferie della capitale e verso il centro e il Sud dell’Iraq, grazie al tam tam su Facebook contro la rimozione del numero due dell’antiterrorismo Abdul Wahab al Saadi, internazionalmente riconosciuto come il generale che ha sconfitto l’Isis in Iraq, sciita ma cresciuto a molto apprezzato nelle zone sunnite. L’atto del governo Mahdi è stato interpretato come l’ennesimo gesto di sudditanza verso l’Iran: un giogo che sta esasperando anche aree come Kerbala e Najaf, storicamente il cuore della religione e della cultura sciita in Medio Oriente. Dopo i centri sunniti, anche le due città sante si sono ribellate: nelle proteste del 24 ottobre, almeno 18 manifestanti sono rimasti uccisi, secondo fonti mediche e della sicurezza, negli scontri iniziati nella notta. Ma la durezza delle milizie sciite che aprono il fuoco contro di loro non ferma i giovani sciiti che stanno  diventando la maggioranza tra i dimostranti.

LA SOCIETÀ CONTRO LA CORRUTTELA

Tra loro ci sono ex paramilitari delle brigate sciite mandate in Siria a combattere l’Isis che «poi non hanno avuto niente dal governo». Donne in chador protestano a Kerbala per i figli senza lavoro (al 25% la disoccupazione giovanile nell’ultima statistica nazionale rilasciata nel 2017). I dipendenti pubblici per gli stipendi bassissimi. A Baghdad migliaia di studenti hanno interrotto le lezioni nelle scuole e all’università, per accamparsi a Tahrir. Come in Libano si cantano anche versioni di Bella Ciao e spuntano cappelli di Che Guevara. Invocando le dimissioni di Mahdi, centinaia di ragazzi hanno occupato la torre abbandonata tra la Green Zone istituzionale e piazza Tahrir, dove i cecchini delle milizie sciite erano appostati per sparare sulla folla. L’antiterrorismo a proteggere gli edifici sensibili da «elementi indisciplinati» nega l’uso di armi da fuoco contro i civili, come fanno a Kerbala le autorità. La responsabilità viene scaricata sulle milizie filo-iraniane Khorasani e Badr. Nella Green zone sarebbero arrivate anche «unità dei Guardiani della rivoluzione» dei pasdaran.

Iraq proteste Tahrir
Medici e farmacisti protestano per i salari pubblici in Iraq. (Getty).

AL SADR TRASCINA GLI SCIITI

Un ufficiale di intelligence del ministero dell’Interno reputa la «reazione così dura perché l’Iran non vuole minacce»: dal primo ottobre si stimano circa 250 morti, 8 mila feriti e altre migliaia di arresti in Iraq. Ufficialmente il governo Mahdi ha condannato le violenze contro i civili ed è stata aperta un’inchiesta. Ma in Iraq sono soprattutto i paramilitari delle brigate sciite ad aver combattuto l’Isis, guidate dai pasdaran. E alle stesse si deve la sicurezza in diverse zone. Come i predecessori, il premier Mahdi è vincolato alle direttive di Teheran: le responsabilità non saranno appurate e la repressione non si fermerà. A Kerbala i testimoni hanno raccontato sotto anonimato di aver visto sparare di uomini a volto coperto, temendo ritorsioni. La società protesta anche contro la mollezza e l’impotenza degli ultimi governi, e con gli iracheni – contro Mahdi – si è schierato il leader sciita Moqtada al Sadr. Il religioso, ex capo milizia vincitore (senza maggioranza) delle ultime elezioni con il suo movimento nazional-populista Sairoon agita le folle sciite, spaccando il fronte che l’Iran vorrebbe unito.

Senza una nuova legge elettorale il premier Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui

SPARTIZIONE ETNICO-RELIGIOSA

A Najaf anche alcuni giovani chierici sono scesi in strada. Nella Tahrir di Baghdad i manifestanti arrivano da centri a centinaia di chilometri di distanza. Dei cortei hanno marciato, respinti dai lacrimogeni, verso i centri di potere nella Green zone e al parlamento. Chiedono, come in Libano, una  «nuova legge elettorale» prima che «nuove elezioni». Altrimenti «anche Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui». L’ultimo premier iracheno, ex ministro delle Finanze e del petrolio, sciita ma indipendente, è diventato capo del governo a 76 anni nel 2018, dopo mesi di consultazioni dalle Legislative. Nel post Saddam, il sistema politico che si imposto dall’invasione americana prevede un capo di Stato curdo (tra il 15% e il 20% della popolazione), un premier sciita (il 60% degli iracheni) e un capo del parlamento sunnita (il 15%-20%). Ogni blocco etnico-religioso si spartisce entrate e prebende tra l’establishment. Le comunità – tutte – restano senza servizi e welfare. Per Transparency l’Iraq è il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

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L’Iran non mollerà la presa su Baghdad e Beirut

Le proteste in corso minacciano l'egemonia che Teheran ha instaurato in Iraq e Libano. E a cui gli ayatollah non hanno intenzione di rinunciare. Anche a costo di far scorrere il sangue.

L’Iran ha inviato i suoi sgherri a sparare nelle strade di Baghdad, Bassora e Kerbala in Iraq e mobilitato Hezbollah in quelle di Beirut e Tripoli in Libano per una ragione molto semplice: Teheran si considera –ed è- la potenza egemone nell’area e non intende permettere, a costo di far scorrere il sangue, che i due governi alle sue dirette dipendenze vadano in crisi. La stessa Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha rivendicato apertamente il ruolo repressivo –e assassino- dei propri emissari in Iraq e Libano sostenendo che «l’insicurezza e i disordini in questi due paesi sono stati creati dagli Stati Uniti, dal regime sionista e dal denaro di alcuni paesi reazionari». Dunque, secondo la massima autorità politica iraniana, tutto è lecito, ogni repressione è auspicabile contro le manovre del nemico americano e sionista (e saudita). Che questa sia la realtà d’altronde lo sanno bene anche i manifestanti iracheni che a centinaia di migliaia stanno occupando da settimane le piazze, tanto che sempre più spesso nei cortei vengono bruciate proprio le immagini dello stesso Khamenei.

Il fatto è che da un decennio, sostanzialmente grazie alle amministrazioni Obama e al suo scellerato deal sul nucleare, l’Iran ha liberamente potuto sviluppare un ferreo padrinato su Iraq e Libano. La golden share del governo di Baghdad e di quello di Beirut è infatti saldamente nelle mani degli ayatollah iraniani. In Libano, addirittura, dal punto di vista formale, perché Hezbollah, che è l’architrave della compagine governativa libanese, riconosce formalmente quale suo leader e guida politica proprio Khamenei. In Iraq, va ricordato, alla piena egemonia iraniana sul governo centrale va attribuita quella politica settaria e di discriminazione sociale e politica dei sunniti che dal 2013 in poi ha contribuito a formare addirittura la base del consenso popolare per il “Califfato” dell’Isis, vissuto da alcune tribù sunnite quale estremo e ultimo argine alla “dittatura” sciita-iraniana.

L’EGEMONIA MILITARE DI TEHERAN

Una egemonia politica che peraltro si poggia su una piena egemonia militare. Dopo il collasso dell’esercito iracheno nel 2014, che permise all’Isis la conquista di Mosul, sono state le “Brigate Internazionali sciite” con i loro 15 mila miliziani, guidate dal generale dei Pasdaran Qasem Soleimaini, a ricostruire il nerbo delle forze armate di Baghdad e della stessa offensiva contro l’Isis sul terreno. In Libano il fallimento totale della nuova missione Unifil iniziata nel 2006, che aveva il compito unico di affiancare l’esercito nazionale per disarmare Hezbollah, e che invece ne ha permesso l’ammodernamento e l’espansione degli armamenti sino al possesso di un enorme arsenale missilistico, ha fatto del Partito di Dio (formalmente diretto da Teheran, lo ripetiamo) l’unica vera forza militare del Paese a detrimento di forze armate ufficiali assolutamente subordinate.

QUALE FUTURO PER L'”AUTUNNO ARABO”?

In questo contesto, l’Iran ritiene di potere e dovere reprimere con violenza le manifestazioni popolari di oggi esattamente come ha fatto e fa sul suo territorio. Sono infatti impressionanti le analogie tra la repressione in Iraq e in misura minore in Libano e lo schiacciamento dell’Onda Verde del 2009 in Iran: fuoco sulla folla, squadracce di incappucciati, sparatorie ad alzo zero, denuncia dell’intrusione del “nemico americano e sionista”, ecc… Si vedrà ora se la formidabile mobilitazione popolare di questi due Paesi, se questo nuovo “autunno arabo”, troverà la forza per continuare o dovrà cedere all’usura del tempo. Il fatto che abbia conseguito un primo risultato con le dimissioni del premier Saad Hariri in Libano è comunque un buon segno.

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Iraq, spari contro una manifestazione a Kerbala: 18 morti

Uomini mascherati hanno aperto il fuoco contro un sit-in nella città santa non lontano a Baghdad. Centinaia le persone ferite.

Uomini mascherati hanno sparato sui manifestanti nella città santa di Karbala, a sud di Baghdad, uccidendo decine di persone. Secondo un funzionario iracheno il bilancio dell’attacco è di almeno 18 morti. Centinaia, invece, le persone rimaste ferite.

GIORNI DI PROTESTA IN TUTTO L’IRAQ

Da giorni sono in corso proteste popolari in tutto il centro e il sud dell’Iraq, abitato in prevalenza da sciiti, contro il carovita, la corruzione e la mancanza di servizi pubblici. Un testimone ha raccontato che decine di manifestanti si trovavano in alcune tende montate in una piazza della città quando sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco sparati da un’auto in corsa. Sempre secondo il testimone, che ha voluto mantenere l’anonimato, a quel punto sono arrivati uomini mascherati vestiti di nero che hanno cominciato a sparare contro i manifestanti.

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La sanguinosa repressione contro i manifestanti in Iraq

Dopo le 149 vittime di inizio ottobre, altro bagno di sangue a Baghdad e nel Sud del Paese: almeno 73 morti e 3.500 feriti.

Sale a 73 uccisi e 3.500 feriti in due giorni il bilancio della sanguinosa repressione governativa in Iraq della seconda ondata di proteste popolari contro il carovita e la corruzione tra venerdì 25 ottobre e domenica 27 ottobre a Baghdad e in diverse città del Sud del Paese. Lo riferisce l’Osservatorio iracheno per i diritti umani. Molte persone sono state uccise con spari di bombole di gas lacrimogeni esplosi dai poliziotti a distanza ravvicinata alla testa dei manifestanti, stando a foto diffuse dall’Osservatorio.

LA REPRESSIONE DI INIZIO OTTOBRE AVEVA FATTO 149 MORTI

Già ai primi di ottobre, in una settimana erano stati uccisi 149 civili dalla repressione delle forze di sicurezza e da non meglio precisati uomini armati. Dal 1 al 6 ottobre anche sei poliziotti erano stati uccisi nelle violenze tra Baghdad e le città del Sud sciita dominate da milizie filo-iraniane. Ai manifestanti di venerdì 25 e sabato 26 ottobre si sono aggiunti il 27 gli studenti delle scuole secondarie e delle università che hanno chiuso i loro battenti domenica, normale giorno feriale in Iraq (il venerdì è il giorno di riposo settimanale).

Il parlamento iracheno è pronto a riunirsi a Baghdad per discutere delle misure da prendere di fronte alle ripetute proteste popolari

I manifestanti, che sabato erano riusciti a occupare la centrale piazza Tahrir di Baghdad, sono rimasti nella piazza per tutta la notte tra domenica e lunedì. Intanto, il 28 ottobre le autorità locali delle città del Sud del Paese hanno tolto il coprifuoco, imposto da venerdì. Il parlamento iracheno è pronto a riunirsi a Baghdad per discutere delle misure da prendere di fronte alle ripetute proteste popolari. La sera del 24 ottobre il premier iracheno Adel Abdel Mahdi, insediatosi un anno fa, aveva difeso in un discorso tivù le annunciate riforme sociali ed economiche.

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L’Iraq torna in piazza dopo la repressione di inizio ottobre

Nuove manifestazioni in tutto il Paese. Un morto e diversi feriti.

Nuove proteste popolari per il carovita e la corruzione scuotono l’Iraq. I dimostranti sono scesi in strada il 25 ottobre a Baghdad e in altre città del Centro e del Sud del Paese, tre settimane dopo la sanguinosa repressione (oltre 100 morti in sei giorni) delle proteste verificatesi all’inizio di ottobre. Nella notte – riferiscono media iracheni e panarabi – ci sono stati a Baghdad i primi cortei di giovani manifestanti e si sono registrati scontri con la polizia nell’area della Zona verde della capitale. La situazione s’è scaldata ulteriormente con il passare delle ore. Il bilancio è di almeno un morto e decine di feriti. Secondo il ministero dell’Interno, anche 60 poliziotti sono stati feriti negli scontri.

LACRIMOGENI E PALLOTTOLE DI GOMMA CONTRO I MANIFESTANTI

Immagini televisive da Baghdad hanno mostrato le forze di polizia sparare lacrimogeni, colpi di arma da fuoco in aria, e pallottole di gomma in direzione dei manifestanti nei pressi della Zona verde. Alla vigilia delle manifestazioni, il ministero dell’Interno aveva sollecitato le forze di sicurezza a esercitare moderazione durante le proteste, evitando che si ripetano le violenze di inizio mese.

IN SEI GIORNI 157 MORTI

Il 22 ottobre la commissione d’inchiesta governativa incaricata di fare luce sull’uccisione di manifestanti tra il 1 e il 6 ottobre scorso a Baghdad e in altre città del paese, ha riferito che il bilancio dei disordini in quei giorni è di 157 morti, di cui 149 civili e sei poliziotti. Il 70% delle vittime è stato colpito da colpi letali alla testa e al petto da non meglio identificati cecchini col volto coperto. Secondo il rapporto, tra il 1 e il 6 ottobre le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza in diverse occasioni. I risultati dell’inchiesta puntano anche il dito contro non meglio precisati uomini armati autori di uccisioni di manifestanti.

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