Come sopravvivere alla giungla di Zoom

Tra smartworking e webinar, la tecnologia sta cambiando il nostro modo di lavorare e il lavoro stesso. Per questi motivi, e per evitare di affogare in un mare così torbido, è importante imparare a fare fruttare anche le più lunghe e tediose videoconferenze.

Tante sono state e tante continueranno a essere le problematiche relative alla diffusione del Covid-19 e dell’impatto che questo sta avendo e avrà sul futuro delle nostre vite.

Tra queste abbiamo a lungo sentito parlare dello smart working, di questo nuovo approccio lavorativo che poi, per alcune realtà, tanto nuovo non era.

Lavorare da casa ha costituito un vantaggio per tanti, basti pensare ai neogenitori o a tutte quelle persone che dovevano percorrere molti chilometri per raggiungere il proprio luogo di lavoro; invece, per altri aspetti, soprattutto legati all’uso delle nuove tecnologie, lo smart working sta diventando una spada di Damocle che pende sulle teste di tutti coloro che, fortunati, possono vantare ancora un lavoro stabile in un periodo così incerto.

COSÌ È CAMBIATA LA COMUNICAZIONE INTERNA

Costantemente connessi, in dovere di rendere conto a tutti i messaggi Whatsapp, le chiamate e le mail che riceviamo, la star indiscussa del lavoro da remoto è certamente la piattaforma Zoom. Sistema che, alla fine dello scorso anno, aveva ospitato 10 milioni di utenti e che oggi ne conta 200 milioni. Una conseguenza prevedibile date le potenzialità della piattaforma, talmente versatile da poter essere usata per brevi call interne o per webinar più ampi garantendo una efficace interazione tra relatori e pubblico.

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Ad aver reso famosa la piattaforma nel corso di questa pandemia, però, non sono state le sue potenzialità, ma i rischi che rappresenta. Infatti, Zoom sembra aver avuto parecchie problematiche legate ai cyber attacchi che, per forza di cosa, sono diventati sempre più frequenti: i criminali della quinta dimensione seguono sempre il denaro oggi facilmente reperibile visto il crescente numero di utenti da poter convincere a cedere credenziali e scaricare maleware. Ma al di là delle critiche relative ai temi di sicurezza della Rete, che certamente sono cospicui e necessitano di essere affrontati al più presto, le piattaforme – Zoom, come anche le più famose Teams di Microsoft o Webex di Cisco, la più antica Skype o le più nuove come Bluejeans – hanno radicalmente sconvolto il nostro modo di lavorare e la comunicazione all’interno dell’azienda.

MANTENERE L’ATTENZIONE È DIFFICILE

Le riunioni hanno assunto un connotato diverso e, talvolta, permettono addirittura di riscoprire lati caratteriali nascosti di colleghi che conosciamo da anni. Nonostante questi sistemi digitali abbiano semplificato il lavoro e le agende di molti manager, nella realtà, spesso, mantenere la concentrazione nel corso di una videoconferenza risulta essere molto difficile. Dopo 10 minuti, in una call in cui spesso partecipano molte più persone del dovuto, si perde l’attenzione e si comincia a vagare con la mente e con gli occhi all’interno della propria casella di posta elettronica. Insomma, con troppa frequenza, alla fine dell’incontro ci si ritrova ad aver perso molto tempo e ad aver recuperato qualche mail in più. Questo è dovuto al fatto che, come spiega molto bene un articolo dell’Harvard Business Review, il ruolo degli ascoltatori viene sottovalutato in questo nuovo contesto comunicativo e nel video si perdono tutti i principi imparati nei corsi di public speaking relativamente alla gestualità, all’uso dello sguardo, alla postura, al dress code.

ATTENTI ALL’EFFETTO RINGELMANN

I partecipanti a una riunione virtuale sono spesso soggetti al cosiddetto “Effetto Ringelmann”. Nel 1913, Max Ringelmann, un ingegnere architettonico francese, chiese a una squadra di persone di tirare una corda. Chiese poi a singoli individui – separatamente – di tirare la stessa corda notando che, quando le persone lavoravano come individui, si sforzavano di tirare più di quando lavoravano in squadra. Insomma, più grande è il gruppo, minore è la responsabilità che ogni individuo sente nei confronti dei suoi colleghi e degli obiettivi della squadra. Dunque, poiché come accennavo prima spesso nelle conference call ci sono molte più persone del dovuto, questo può far sì che le persone si sentano meno motivate ad ascoltare e a partecipare: meno ci si sente necessari e più ci si sente lontani dal perseguimento di una causa comune, più ci si distrae.

LA PERDITA DI FOCUS E LE CONSEGUENZE SUL RENDIMENTO

Aumenta così la distrazione e aumenta il senso di fallimento e inutilità nei dipendenti che partecipano alle riunioni senza sentirsi parte costitutiva di un progetto. La perdita di focus sugli obiettivi può avere, quindi, conseguenze drammatiche, non solo sulla psicologia dell’individuo, ma sul rendimento dell’azienda stessa. Per questi motivi è necessario che i leader trovino e insegnino ai propri dipendenti a mettere a frutto queste videoconferenze, valutandone criticamente la necessità, l’utilità e gli obiettivi da raggiungere. L’effetto Ringelmann, infatti, si può ridurre seguendo alcune regole per la comunicazione efficace

ASCOLTO ATTIVO E DEFINIZIONE DI UNO SCOPO

Ascoltare quello che dicono i colleghi e i presenti alla call è essenziale per dare un taglio concreto alla conversazione e mettere a frutto il tempo a disposizione. A volte i partecipanti intervengono per esprimere il loro punto di vista senza prima ascoltare o riconoscere ciò che è stato appena detto. In risposta, quindi, le persone tendono a ripetere i punti espressi rallentando così tutta la riunione e dando vita a una conversazione disarticolata e frustrante. Questa dinamica viene amplificata in una riunione virtuale, dove le persone spesso parlano l’una sopra l’altra. Dunque, un ascolto attivo che renda gli altri partecipi e coinvolti in quello che state dicendo, aiuterà certamente a evitare inutili perdite di tempo. Focalizzarsi e ripetere i punti chiave è centrale per coinvolgere l’attenzione degli interlocutori e, per fare ciò, è importante arrivare preparati con domande e osservazioni preconfezionate. Queste indirizzeranno la conversazione e consentiranno di arrivare a conclusioni efficaci nel minor tempo possibile.

FATE DOMANDE E UNITE I PUNTINI

Altri due aspetti fondamentali per evitare di fare un buco nell’acqua è quello di non vergognarsi nel fare domande. La mancanza di gestualità, problemi di connessione e toni di voci poco calibrati possono confondere le idee rispetto a ciò che state sentendo. Chiedete. Chiedete sempre. Non solo per focalizzare nuovamente l’attenzione sul tema cruciale della videoconferenza, ma per evitare di chiudere la chiamata senza aver colto il senso di quello che è stato detto. Una volta aver posto le domande giuste, sarà importante che, a fine call, uniate i puntini di quanto detto. Appuntate su un quaderno le informazioni principali con i nomi delle persone che le hanno riportate e riflettete su quanto sentito. In questo caso più che mai, le riflessioni post-riunioni sono importanti per dare un senso al tempo investito.

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In conclusione, seppur le nuove tecnologie sembrano aver complicato alcuni aspetti lavorativi, è importante adottare subito un nuovo approccio che ci consenta di sfruttare al meglio la tecnologia e il nostro tempo. D’altronde, siamo sempre in un periodo di crisi e tutte le crisi, si sa, comportano cospicui cambiamenti di rotta e visione.

*Professore di Strategie di Comunicazione alla Luiss di Roma

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Ascoltate gli esperti, non il dottor Bot

Mentre le aziende investono in comunicazione per affrontare l’emergenza Covid-19, sul web impazzano le bufale. Per colmare il gap è necessario mettere a punto strategie in grado di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e negli esperti.

Mai come in questo momento, la condivisione del sapere e delle informazioni è diventata una pratica preziosa e necessaria.

Dalle crisi, come ho avuto modo di dire più volte, si può sempre imparare qualcosa e, in particolare in questa fase, è necessario che le conoscenze siano messe a disposizione di tutti per cercare di affrontare al meglio questa insolita realtà.

Steve Cody, Ceo e fondatore di Peppercomm, nel commentare lo studio Covid-19: Come le aziende stanno gestendo la crisi, che Peppercomm ha svolto insieme all’Institute for Public Relations, un’organizzazione no profit con sede negli Stati Uniti che sponsorizza ricerche sulle relazioni pubbliche, ha sottolineato che l’esigenza di capire come i migliori comunicatori del settore privato stiano operando in questo momento deriva dalla necessità di condividere questi risultati con altri che potrebbero avere difficoltà.

COOPERAZIONE E CONDIVISIONE SONO CENTRALI

Cooperazione e condivisione sono dunque alla base dell’operato delle aziende che, nel rispetto dei loro valori e dei propri obiettivi, cercano di comunicare e diffondere al meglio il proprio sapere, guadagnando la fiducia degli interlocutori. Lo studio internazionale ha rivelato che più di tre quarti dei dirigenti della comunicazione (81%) hanno dichiarato che la funzione di comunicazione della loro azienda è stata «importante» o «molto importante» per rispondere al Covid-19. Inoltre, nel comunicare informazioni sulla pandemia, l’81% degli intervistati ha dichiarato che i dipendenti sono una priorità «alta» o «essenziale».

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Il settore privato si sta, dunque, reinventando, impiegando una varietà di strumenti per comunicare con i propri dipendenti, tra cui piattaforme interne, applicazioni mobili e hotline. Queste hanno anche compiuto sforzi per aumentare le pratiche igienico-sanitarie e, alcune aziende, come dimostrato dallo studio, hanno addirittura fatto della propria intranet un hub Covid-19. La mobilitazione è dunque reale. In Italia, in queste settimane di emergenza, si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà portate avanti da piccole e grandi imprese. Enel, Eni, Snam, il gruppo Rana, Ferrero, Gucci, Armani, sono tantissime le imprese che si stanno facendo avanti per fare la loro parte. Infatti, più della metà (53%) degli intervistati ha dichiarato che le loro aziende stanno aiutando o pianificano di aiutare le persone colpite dalla crisi. Ma mentre il settore privato e i comunicatori si stanno orientando in questo senso, cosa succede nel web?

LA RETE INVASA DA FAKE NEWS E BOT

Un mare torbido. Così appare Internet agli occhi di chi lo naviga. “Virus cinese”, “virus di Wuhan”, “ospedale trincea”, “guerra contro il virus”. Questo il linguaggio utilizzato sui media che ricalca spesso la politica e che rischia di creare sentimenti contrastanti nei cittadini. Proprio quei sentimenti che, con strategia e tecnologia, i comunicatori, le organizzazioni, le associazioni e le aziende stanno cercando di combattere. Come riportato da molti giornali, alcuni dei quali anche internazionali, la metafora del Paese in guerra è particolarmente rischiosa nell’emergenza che stiamo affrontando.

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Colpe, eroismi e invasioni non aiuteranno il mondo a uscire dalla pandemia, né a dipingere questa per quello che è. Ma come se non bastasse, la quinta dimensione sembra essere sotto attacco. Secondo un’analisi realizzata per Formiche dal Lab R&D di Alkemy SpA, in collaborazione con Deweave, Luiss Data Lab e Catchy, il 46,3% dei post su Twitter pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia sarebbe stata generata da bot. I bot sono account automatizzati creati con lo specifico scopo di diffondere l’hashtag e, come questi, ce ne sono molti altri che infettano internet. Non solo manipolazione, la proporzione delle fake news è aumentata così tanto da richiedere un intervento addirittura dello stesso WhatsApp. La richiesta di controlli sul nuovo coronavirus su WhatsApp supera già quanto registrato durante le campagne elettorali in Argentina, Brasile, Colombia, Spagna, India e Turchia. L’applicazione di messaggistica di Facebook ha così deciso di contattare l’International Fact-Checking Network per esplorare i modi per supportare i fact-checker. Con più di 1.000 richieste di Covid-19 fact-checker al giorno, alcune delle organizzazioni che fanno parte dell’alleanza CoronaVirusFacts / DatosCoronaVirus hanno passato l’ultima settimana ad analizzare i modi per soddisfare la gigantesca richiesta di informazioni affidabili.

GLI UTENTI NON CREDONO AGLI ADDETTI AI LAVORI

Dunque, mentre le aziende hanno riscoperto l’importanza della comunicazione e stanno investendo ulteriormente in questo settore, sul web e sui social spopolano le fake news che interferiscono con il lavoro di chi pianifica ed esercita una comunicazione trasparente ed efficiente. Il problema principale, però, non risiede nel fatto che la gente accetti qualsiasi informazione, messaggio o input: il problema è che la gente non crede all’expertise degli addetti ai lavori e non rispetta le raccomandazioni, peggiorando così la situazione.

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Questo atteggiamento è certamente dovuto alla crescente sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti degli esperti, delle istituzioni e della politica. Le tante denunce che ci vengono raccontate ai telegiornali nei confronti di chi contravviene alle regole vigenti in Italia per fronteggiare l’emergenza non sono un caso isolato, basti ricordare che la diffusa diffidenza dei funzionari – tra gli altri fattori – ha portato 100 mila residenti di New Orleans a ignorare gli avvertimenti di evacuazione e a subire la piena forza dell’uragano Katrina. Tutto questo è segnale di profonda sfiducia in un sistema che, al contrario, dovrebbe tutelare i cittadini.

FACT-CHECKING PER RAFFORZARE LA FIDUCIA NELLE FONTI CERTIFICATE

Ecco perché il fact-checking di Facebook, Twitter o WhatsApp è necessario quanto importante per rafforzare la nostra fiducia nelle notizie reali. Lo scrupoloso controllo delle notizie è vitale per evitare fraintendimenti e, soprattutto, per garantire che i cittadini facciano attenzione alle notizie diffuse dagli enti certificati e dalle istituzioni. Bisogna quindi, non solo puntare sulla comunicazione e seguire attenti protocolli a questa relativi, ma è necessario elaborare una strategia coordinata in grado di stimolare l’attenzione e risvegliare la fiducia nei cittadini.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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La Banda ultralarga è ancora senza incentivi

Nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora nulla si è mosso. Il rischio è che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. Il punto.

I fondi per aiutare famiglie e scuole ad avere la banda ultralarga ci sono. La volontà politica, stando alle votazioni in parlamento, non manca. E la necessità di sfruttare quelle risorse per mettersi in linea con gli obiettivi europei, è impellente.

Ma gli incentivi sulla connessione veloce a Internet sono in stand-by, vittime della burocrazia: navigano a una velocità ultralenta.

Eppure già nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora non ci sono grossi passi in avanti, nonostante l’approvazione di tre risoluzioni nel dicembre scorso che andavano nella direzione di portare avanti l’iniziativa. Così è concreto il rischio che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. 

PER RENDERE APPETIBILE IL SERVIZIO SERVONO INCENTIVI

Il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha garantito di voler destinare prima possibile quei soldi per dare seguito alle misure previste e finanziate. L’intento è quello di aiutare cittadini, scuole e piccoli imprenditori con un sostegno economico per l’acquisto di servizi della banda ultralarga, ossia gli abbonamenti alla connessione a Internet ad alta velocità. Il problema è l’andamento lento della procedura.

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Per questo la deputata del Partito democratico, Enza Bruno Bossio, ha chiesto chiarimenti sulla tempistica presentando un’interrogazione in commissione Trasporti alla Camera: «Gli incentivi sono necessari a rendere appetibile il servizio. Altrimenti è come avere un tram, bello, pulito ed efficiente, ma troppo costoso soprattutto per alcune fasce sociali. Non lo usa nessuno», ha detto la parlamentare dem a Lettera43.it, ribadendo la necessità di usare i voucher digitali fin dai prossimi mesi.

VOUCHER DIGITALI PER SCUOLE E FAMIGLIE CON ISEE SOTTO I 20 MILA EURO

La sottosegretaria allo Sviluppo, Mirella Liuzzi, ha spiegato che l’obiettivo dei voucher digitali è «la copertura di tutte le scuole e di tutti i centri per l’impiego», ponendo «particolare attenzione alle famiglie con Isee sotto i 20 mila euro, attraverso la copertura totale del costo dell’abbonamento, prevedendo una rimodulazione graduale per le famiglie sopra tale soglia». Dunque, grande attenzione alle classi meno abbienti e agli edifici pubblici. Nel dettaglio, ha sottolineato Liuzzi, «questa chiave di riparto di base permetterà di destinare 202 milioni di euro alle scuole e ai centri per l’impiego, mentre la quota dei fondi per le piccole e medie imprese e le famiglie sarà rispettivamente di 536 milioni di euro». Cifre da considerare al netto dei costi di gestione del soggetto attuatore Infratel Italia, la società in house del Mise indicata come soggetto attuatore dei Piani banda larga e ultra larga.

IL GAP INFRASTRUTTURALE CON IL RESTO D’EUROPA

La velocizzazione del progetto è necessaria anche per portare l’Italia al passo con l’Europa. Dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, la strategia nazionale per la banda ultralarga ha fissato un obiettivo preciso: garantire entro il 2020 la copertura, con reti ultraveloci, ad almeno l’85% della popolazione italiana, compresi edifici pubblici, poli industriali, principali località turistiche e snodi logistici. Il gap infrastrutturale è ancora rilevante. Stando ai dati consultabili sul sito dedicato alla banda ultralarga, nel 2018 l’Italia era ferma al 58% per la tecnologia Next generation access (Nga), che garantisce una connessione superiore ai 30 Megabit al secondo, rispetto all’80% dell’Europa. Va ancora peggio se si parla della connessione superveloce Nga-Vhcn (Very high capacity networks), attestata al 12,1% nella Penisola in confronto al 58% europeo. Dunque, le operazioni da realizzare in contemporanea sono due: il completamento dell’infrastruttura e lo stimolo all’acquisto del servizio, ossia i voucher digitali.

LE RAGIONI DEI RITARDI ITALIANI

La distribuzione delle risorse, seguendo i parametri annunciati, sarà attuata con un decreto del Mise. Il traguardo appare tuttavia lontano da raggiungere. Un passaggio fondamentale è il confronto con gli Enti locali, in particolare le Regioni, che devono segnalare le richieste e le necessità dei territori, con le quali mettere nero su bianco i dettagli sulla ripartizione dei voucher digitali. Ma non solo. Successivamente è necessaria un’altra interlocuzione con l’Unione europea. E in ultima istanza si potrà procedere, come ha spiegato la sottosegretaria Liuzzi, «al lancio della consultazione pubblica al fine di acquisire i pareri degli stakeholder. Gli elementi raccolti forniranno la base della notifica formale e, una volta ottenuta l’approvazione da parte della Commissione europea, sarà pubblicato il Decreto del Ministero dello sviluppo economico». Una serie di step che rinviano l’efficacia dei voucher almeno all’estate prossima.

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Il creatore della Rete ha lanciato il Contratto per salvare il web

Tim Berners-Lee ha presentato il suo manifesto per «rendere Internet più sicuro e utile per tutti». Il documento rivolto a governi, aziende e cittadini.

Il creatore del web, Tim BernersLee, ha lanciato ufficialmente il suo piano per aggiustare Internet. Lo riporta l’Agi. La Word Wide Web Fondation, una società no profit creata dallo scienziato inglese, ha già ottenuto il sostengo dei giganti tecnologici come Facebook, Google e Microsoft. È lo stesso Berners-Lee ad annunciare il progetto su Twitter: «Se noi non riusciamo a difendere la libertà del web aperto, rischiamo una distopia digitale di disuguaglianza radicale e abuso dei diritti. Dobbiamo agire ora».

Nel tweet Berners-Lee condivide il link a un sito, contractfortheweb.org, dove sono elencati i nove principi del suo Contratto per il web. Tre riguardano i governi: assicurare che ognuno possa connettersi alla rete; fare in modo che tutta la rete internet sia sempre accessibile; rispettare i diritti fondamentali della privacy e dei dati personali.

I PUNTI PER LE AZIENDE E I CITTADINI

Tre riguardano le aziende: avere sempre prezzi accessibili per i servizi di connessione; rispettare e proteggere la privacy e i dati delle persone per creare fiducia a chi accede alla rete; sviluppare tecnologie che valorizzino il meglio dell’umanità, arginandone i lati peggiori. Tre riguardano invece i cittadini: essere creatori e collaboratori del web; costruire community forti e rispettare la civiltà del discorso pubblico e la dignità umana; lottare per la rete.

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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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E allora Dante? Tanto vale bannare anche l’Inferno

Se il sommo vivesse oggi, probabilmente il suo account verrebbe censurato. Il rancore, i tradimenti e gli inganni appartengono alla natura umana. Per questo l’idea di “disinfettare” i social dai sentimenti negativi è un’impresa tanto impossibile quanto assurda.

L’odio esiste. E così pure l’invidia, la cattiveria, la gelosia, la concupiscenza, l’avidità, il tradimento, la perversione.

Sette secoli fa, Dante prese manciate di personaggi imputabili di queste colpe e li schiaffò in nove cerchi infernali, scrivendo uno dei capolavori della letteratura universale.

Eppure, se il sommo poeta vivesse oggi, probabilmente il suo account Alighieri65 verrebbe bannato sui social insieme all’hashtag #inferno, troppo aggressivo e fomentatore di risse verbali.

L’idea di “disinfettare” i social dai sentimenti negativi è un’impresa tanto impossibile quanto assurda e anti-umana

SE I PERSONAGGI DANTESCHI AVESSERRO AVUTO I SOCIAL…

Come ti permetti di mettere Semiramide tra i lussuriosi? E Farinata degli Uberti tra gli eretici? Per non dire di Maometto tra i seminatori di odio. Purtroppo per loro, i personaggi danteschi non avevano Internet e non potevano controbattere alla dannazione inflitta loro dal poeta fiorentino, se la tenevano e basta, senza discussioni. Altrimenti, avrebbero potuto postare su Instagram le foto delle loro punizioni, dal fango puzzolente al sangue bollente, passando per i sarcofaghi infuocati e le acque gelide del Cocito. Queste otterrebbero molti like, non c’è dubbio, e anche molti tentativi di emulazione in giro per tutto il globo.

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IL RANCORE ATTRAVERSA LA STORIA DEL MONDO

Un paradosso per dire che la polemica sui fomentatori di odio in Rete non tiene conto del fatto che il rancore attraversa la storia del mondo in tutte le sue forme, tanto che senza lussuria, senza inganni e tradimenti, senza avidità e delitto, non esisterebbe nessuna letteratura, né cinema, nessuna narrazione che troveremmo interessante. L’idea di “disinfettare” i social dai sentimenti negativi è un’impresa tanto impossibile quanto assurda e anti-umana.

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Meglio imparare a difendersi, piuttosto, a incassare senza sentirsi distrutti, a ignorare e passare oltre. Come peraltro insegna la stessa senatrice Liliana Segre, quando dice: «Che perdita di tempo stare lì ad augurare la morte a una 90enne. Mi fanno pena, vanno curati». Il problema vero, semmai, è proprio la quantità di persone che hanno tutto questo tempo da perdere. Potrebbero stare nel quarto cerchio dell’Inferno dantesco, quello dove gli avari e i prodighi, divisi in due schiere, si scontrano facendo rotolare per l’eternità massi di pietra lungo la circonferenza del cerchio. Forse, gli odiatori della Rete si trovano già in quel girone, solo che non se ne sono accorti.

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Internet compie 50 anni, ma il 50% del mondo non è connesso

L'infrastruttura tecnologica nacque il 29 ottobre 1969 con una prima comunicazione tra l'università di Los Angeles e il Research Institute di Stanford. Dai primi esperimenti alla diffusione globale: storia di una rivoluzione.

Internet ha spento 50 candeline. La rete di telecomunicazioni più estesa al mondo dopo quella telefonica ha attraversato mezzo secolo di storia. Dal primo scambio di informazioni tra due computer, riuscito solo in parte, fino ai giorni nostri, in cui ad essere connessi sono miliardi di oggetti come la tv o il contatore della luce, ha rivoluzionato il modo di lavorare, di comunicare e in sostanza di vivere. Eppure la metà della popolazione globale è ancora esclusa da questa rivoluzione, mentre gli oggetti connessi hanno superato la quota di 20 miliardi.

DALLA PRIMA TRASMISSIONE AL WEB

Tutto ha inizio il 29 ottobre 1969 in California, quando l’università di Los Angeles invia il primo pacchetto di dati al Research Institute di Stanford. Nei piani doveva essere trasmessa la parola “login”, ma gli informatici riuscirono a inviare solo le prime due lettere, poi il sistema andò in crash. La rete non si chiamava ancora internet, ma Arpanet: era un progetto voluto da un’agenzia del dipartimento della Difesa statunitense, l’Arpa (Advanced research projects agency), e collegava appena quattro terminali. Da quel primo collegamento la tecnologia è progredita e la rete si è estesa. Ma per far decollare internet servivano ancora un paio di decenni e l’intervento di Tim Berners-Lee. Nel 1989 il “papà del web” presentò un saggio al Cern di Ginevra che rappresentava la base teorica del World wide web, mentre nel 1991 fu online il primo sito web. Il web è uno degli ingredienti che hanno decretato il successo di internet.

LE EVOLUZIONI SUCCESSIVE

Oggi si contano più di un miliardo e mezzo di siti, ma per renderli accessibili sono stati necessari anche i motori di ricerca – come Google ad esempio – che consentono di trovare la pagina a cui vogliamo collegarci nel mare magnum della rete. Altro elemento chiave è la chiocciolina, il simbolo della posta elettronica che è nata nel 1971 dalla mente del programmatore Ray Tomlinson. Attualmente, secondo i dati raccolti da Statista, nel mondo si scambiano 293 miliardi di email al giorno. Fondamentali, poi, sono stati i progressi che hanno portato i computer, inizialmente grandi quanto una stanza, a farsi personali e tanto piccoli da stare sulle ginocchia, e ad essere affiancati dagli smartphone. Tutto questo, però, non è alla portata di tutti.

SOLO METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE È CONNESSA

Secondo l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), alla fine del 2018 gli utenti di internet erano 3,9 miliardi, pari al 51,2% della popolazione mondiale. In altre parole, poco meno della metà degli abitanti del pianeta non ha ancora accesso a internet. Nel frattempo il numero di oggetti connessi ha ampiamente superato quello delle persone. Dalla lavatrice all’auto, dalle luci di casa a macchinari in fabbrica, l’internet delle cose si prepara a dar vita alla prossima grande rivoluzione, non senza timori sulla privacy e la sicurezza. Oggi si contano 26 miliardi di oggetti collegati a internet, e secondo gli analisti la cifra balzerà sa 75 miliardi entro il 2025, con un impatto economico potenziale di 11mila miliardi di dollari

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Storia del Wi-Fi che compie 20 anni

Il 30 settembre 1999 la tecnologia senza fili diventava disponibile per il grande pubblico. I prossimi passi? Satelliti, 5G e Internet delle cose.

Il Wi-Fi compie 20 anni. Il 30 settembre 1999, infatti, lo standard che consente agli utenti di Internet di navigare senza fili venne reso disponibile per i prodotti in commercio, dando il via a una rivoluzione nella trasmissione dei dati in formato digitale.

La tecnologia Wi-Fi è stata prima protagonista della connettività casalinga e aziendale, poi si è diffusa sugli smartphone, nei luoghi pubblici e anche sugli aerei. La prossima frontiera è portare un Wi-Fi di luce sui satelliti per le telecomunicazioni in orbita nello spazio.

I primi esperimenti legati allo sviluppo della tecnologia Wi-Fi risalgono al 1971, con gli studi su una rete wireless basata sulle comuni frequenze radiotelevisive UHF. Dal 1985 la sperimentazione si è intensificata, in particolare negli Stati Uniti, e nel giro di pochi anni sono arrivati i primi risultati: nel 1991 sono stati prodotti i primi dispositivi wireless, mentre nel 1997 nasceva la prima versione ufficiale del protocollo denominato “IEEE 802.11”. Due anni più tardi, nel 1999, è stata la volta del protocollo 802.11b, del nome stesso Wi-Fi e del relativo logo. Nello stesso anno si è formata anche la Wi-Fi Alliance, associazione che detiene il marchio commerciale in base al quale vengono venduti la maggior parte dei prodotti dotati di tale tecnologia.

«Oggi il Wi-Fi è una delle tecnologie di rete in più rapida crescita. Grazie a questa, Internet è accessibile anche in quei luoghi in cui non è possibile avere un’infrastruttura cablata, o dove i costi di tale investimento sono elevati», spiega Alberto Degradi, Enterprise Networking Leader Sud Europa di Cisco, azienda che fa parte della Wi-Fi Alliance.

Il prossimo standard sarà il Wi-Fi 6, che dovrebbe debuttare entro il 2019. Si tratta di una tecnologia sviluppata sulla base delle stesse innovazioni wireless del 5G e che guarda allo sviluppo dell’Internet delle Cose (IoT), cioè all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, dalle auto agli elettrodomestici alle smart cities. Secondo uno studio di Cisco, nel 2022 saranno 165 milioni i dispositivi e le connessioni IoT sulle reti mobili italiane. Nel 2017 erano poco più di 97,6 milioni. Aumenterà anche il traffico prodotto da ogni utente su rete mobile: 8,5 gigabyte al mese in media nel 2022, contro i 2,3 al mese del 2017.

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