L’alto magistero del maestro Domenico Faliero

Il flautista della costiera amalfitana spentosi l’ultimo dell’anno, centenario, è stato il capostipite della scuola di flauto della prestigiosa scuola di flauto dell’Orfanotrofio Umberto I, che continua nei suoi allievi oggi, eccellenti solisti e maestri

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Si è spento centenario, nella giornata dell’ultimo dell’anno, il flautista Domenico Faliero, primo flauto dell’orchestra della Rai di Roma, già docente presso il Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. E’ lui il capostipite della schiatta di flautisti che Salerno, prima con il Liceo musicale “G.Martucci”, dell’Orfanotrofio Umberto I, poi con il conservatorio, ha immesso nel mondo della grande musica. Domenico Faliero, sguardo fiero degli uomini della Costiera Amalfitana, ha consacrato la sua vita allo studio di questo strumento, che domina la sezione dei legni. Ha insegnato all’istituto Umberto I dagli anni del secondo dopoguerra, creando una vera e propria scuola che giunge fino ai giorni nostri e il cui seme è stato gettato anche nelle leve più giovani. Abbiamo raccolto il ricordo di due suoi allievi, Elio Furciniti, il quale una volta ultimata la scuola di musica ha fatto tutt’altro, e Gaetano Schiavone, flauto dell’opera di Roma, che non ha mai interrotto i contatti con il suo maestro. Entrambi ci hanno rivelato l’estrema serietà e la continua richiesta di studio, per la ricerca della perfezione. Nell’ ora di stacco, il maestro Faliero non riposava mai, ma continuava la sua recherche, ispirata dalla scuola francese, lui perfezionatosi con Arrigo Tassinari, che ricordiamo primo esecutore in Italia della Sonatina di Darius Milhaud, della Sonata di Paul Hindemith e anche di Syrinx di Claude Debussy, del Concerto di Jacques Ibert con l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, nonché il Maestro di Severino Gazzelloni, divenne il sostituto proprio dell’icona del flautismo italiano. La scuola di Domenico Faliero è stata sempre una scuola generosissima, donata con il flauto tra le mani, in modo che i piccoli allievi potessero imitare il bellissimo suono del loro maestro e apprendere, così, più facilmente le gemme più preziose della letteratura flautistica. Verrebbe da disegnare quasi un albero genealogico, poiché dalla scuola di Domenico Faliero sono usciti Gaetano Schiavone, flauto dell’Opera di Roma, quindi docente del conservatorio romano e a sua volta maestro di Paolo Taballione  oggi Primo Flauto Solista della “Bayerische Staatsoper”, Antonio Minella I flauto della Sinfonica di Palermo, poi docente a Bari, e ancora Franco Battimelli, con il quale ha poi studiato Antonio Senatore, docente qui al Martucci, e primo flauto nell’orchestra del Teatro Verdi, spesso affiancato dai suoi allievi, e ancora Domenico Giordano, già docente del nostro Conservatorio, Domenico Alfano primo flauto del Comunale di Bologna, e una miriade di eccellenti strumentisti che portano nel mondo l’essenza del flautismo italiano e della scuola di fiati, intrisa di melodia e virtuosismo spinto. Memorabile il concerto, di cui vi è nota in una pubblicazione americana di un suo concerto al Casinò Sociale, nell’aprile del 1956, nel corso del quale spiccò l’esecuzione del quinto concerto Brandeburghese di Johann Sebastian Bach, che salutò al cembalo Raffaele Ronga e Giuseppe Prencipe al violino, con l’orchestra da camera del liceo, diretta dal maestro Domenico Stabile. Domenico Faliero, infatti, rivela Gaetano Schiavone,  faceva ascoltare spesso Bach agli allievi proprio perchè  gli elementi di quella musica, nell’unità di una configurazione ideale, in un sistema aperto, sono il supporto materiale di una memoria che non divide in modo meccanico l’antico dal moderno, ma agisce in modo più complesso, mettendo in crisi la visione lineare della sua epoca, confondendo volutamente i tempi, mescolando le cronologie, ponendo gli uni accanto agli altri, elementi di epoche e provenienze differenti. Il risultato è appunto quello di un “archivio” che consegna al presente la possibilità di riattivare continuamente il proprio rapporto con l’origine, che è alla radice stessa della sua nozione di bellezza. Gli aneddoti non mancano certo tra i ricordi degli allievi, nei confronti di un maestro così amato e rispettato. Elio Furciniti ci racconta che il Maestro Faliero si adattava a fare anche l’istitutore, per arrotondare la misera paga elargita dall’istituto, ma non era minimamente nelle sue corde far rispettare regole e norme quasi militari, con sanzioni e punizioni, e al momento di prendere una di queste decisioni, puntualmente spariva, e non era ben visto dalla direzione, in questo compito. Il liceo Musicale all’epoca riceveva spesso visite di eminenze della musica, che venivano a Salerno o per scegliere e seguire la crescita dei migliori allievi o per assoldarli nelle formazioni militari. “Un giorno – ricorda Gaetano Schiavone – in classe si presentò il secondo flauto dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano. Il Maestro Faliero, mi invitò ad eseguire qualcosa per ricevere un giudizio dal suo collega, ma i miei compagni mi avevano giocato un tiraccio: la boccoletta dello strumento era stata spalmata di peperoncino. Appoggiatevi le labbra sopra cominciò a bruciare tutto e cominciai a fermarmi ogni tre o quattro battute, rimediando una magra figura, ma non dissi niente, se non al maestro in camera caritatis. Uno scappellotto del maestro lo ricordo ancora – continua Gaetano Schiavone – Ero al secondo corso e avevo davanti uno dei famosi trenta studi di Raffaele Galli. Il maestro non ne voleva sapere di andare avanti e mi faceva sempre ripetere, evidentemente, io non riuscivo a capire l’andamento dell’articolazione, e lui voleva ci arrivassi a intenderlo da solo. All’ennesima richiesta di ripetere, sbruffai tra me: non alzai nemmeno gli occhi dal leggìo che lo schiaffo mi colpì sonoramente, giustamente dico oggi, poiché Domenico Faliero è stato sempre prima Maestro di vita, poi di Musica, due cose inscindibili”.

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