Chi era Kirk Douglas, attore simbolo della Hollywood degli anni d’oro

Protagonista di oltre 80 film, raggiunse la notorietà grazie a due pellicole di Stanley Kubrick, "Orizzonti di gloria" e "Spartacus". Il 9 dicembre scorso aveva compiuto 103 anni.

È stato probabilmente l’ultimo dei ”duri’ della Hollywood degli anni d’oro e la leggenda vuole che si sia spaventato una volta sola quando è stato colpito da un ictus all’inizio del 1996 e arrivò in ospedale «letteralmente terrorizzato’» come si affrettarono a raccontare i medici ai cronisti. Ma poi è arrivato alla meravigliosa età di 103 anni, ictus a parte, Issur Danielovitch, vero nome di Kirk Douglas unico maschio di sette figli emigrati ebrei russi, che ha interpretato nella vita vita più o meno gli stessi personaggi nei circa 80 film che lo hanno visto protagonista in oltre 50 anni di carriera.

DAGLI INIZI IN POVERTÀ ALL’ACCADEMIA

Fisico roccioso, carattere spigoloso come ben sanno i registi che lo hanno diretto, Douglas ha affrontato con orgogliosa caparbietà la difficoltà che la vita gli ha posto davanti: dalla cronica povertà dell’infanzia ai rapporti difficile con il padre che pure lo incoraggiò nella sua carriera, alla non facile gestione dei quattro figli maschi Michael, Joel, Peter ed Eric dei quali fu padre-padrone egocentrico ed invadente. Ma il ruolo di ‘macho’ non è stato l’unico che amava ricordare in una lunga ed articolata carriera. Nato ad Amsterdam nello stato di New York il 9 dicembre 1916 da una famiglia di russi analfabeti (il padre, come ricorderà nella sua autobiografia era un “venditore di stracci”) si mantenne agli studi facendo il cameriere, poi il lottatore, poi finalmente il direttore dell’Accademia d’arte drammatica lo ammise gratuitamente per merito.

L’ESORDIO AL CINEMA GRAZE A LAUREN BACALL

Il suo esordio nel cinema dopo l’apprendistato a Broadway si deve a Lauren Bacall. Fu infatti la moglie di Bogart a segnalarlo al produttore de Lo strano amore di Marta Ivers, che segnò l’inizio della sua carriera nel 1946. Proprio ai suoi primi film faceva riferimento per parlare della versatilità della sua carriera, accanto alla Stanwyck era stato infatti un procuratore alcolizzato in Letterá a tre mogli, poi nel 1949 sarà nel film che gli darà la popolarità e una candidatura all’Oscar (Il grande campione), nei panni di un pugile egoista. Intanto due anni prima sul set de Le vie della città aveva incontrato Burt Lancaster, l’amico di una vita con cui girerà altri sedici film fino a Due tipi incorreggibili. Tutti film nei quali incarnava il classico duro. Fino alla consacrazione in film iconici come Spartacus, Orizzonti di Gloria, Il bello e il brutto.

OSCAR ALLA CARRIERA NEL 1996

Il giorno del suo compleanno da anni lo festeggiava donando agli altri: «Dare in beneficenza è un atto egoistico», diceva, «perchè mi fa stare bene». Nel 2015 insieme alla moglie Anne Buydens – anche lei centenaria -, con la quale aveva condiviso la vita per oltre 60 anni, ha donato 15 milioni di dollari ad una clinica di Los Angeles per ex attori e lavoratori di Hollywood colpiti dal morbo di Alzheimer. Nominato all’Oscar tre volte, Douglas ha ricevuto l’onorificenza più prestigiosa dell’Academy: l’Oscar alla carriera nel 1996.

IL RICORDO DEL FIGLIO MICHEAL

Dopo la morte del figlio Eric per overdose, altre tragedie colpirono l’attore negli anni Novanta: nel 1991 Douglas sopravvisse per miracolo ad un incidente di elicottero dove due dei suoi compagni di volo persero la vita. Nel 1996 un ictus gli tolse la parola. Ma tenace come sempre, con ore ed ore di terapie riabilitative, Kirk riprese almeno un po’ la capacità di comunicare fino a conquistare l’oscar e superare il secolo. Di lui, tra gli ultimi rappresentanti della Hollywood degli anni d’oro, rimane il fisico atletico, lo sguardo azzurrissimo e un inconfondibile fossettá in mezzo al mento. La notizia della morte della leggenda del cinema è stata data da suo figlio, l’attore Michael Douglas, con un post su facebook: «È con grandissima tristezza che io ed i miei fratelli annunciamo che Kirk Douglas ci ha lasciati, all’età di 103 anni. Per il mondo era una leggenda, un attore dell’epoca d’oro del cinema che ha vissuto a lungo nei suoi anni d’argento, un attivista umanitario la cui dedizione alla giustizia ha indicato uno standard al quale tutti noi possiamo aspirare. Ma per noi era solo un papà».

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Dopo il calcio, Cristiano Ronaldo sogna il cinema di Hollywood

Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».

«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».

LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO

Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».

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Scorsese spiega come guardare The Irishman correttamente

Il premio Oscar implora di non guardare il suo nuovo gangster movie sullo smartphone e di non spezzettarlo come una serie: «L'effetto emotivo va perduto».

Martin Scorsese implora: non guardate The Irishman sul cellulare. «Se volete vedere uno dei miei film, o in generale la maggior parte dei film, per favore non guardateli su un telefonino. Guardateli su un iPad, meglio se un grande iPad», ha detto il regista, che nel 2012 ha girato uno spot per l’iPhone, al critico della rivista Rolling Stone, Peter Travers, dopo i primi giorni dell’approdo della sua ultima fatica cinematografica su Netflix.

«NON SPEZZETTATE IL FILM»

The Irishman ha segnato uno spartiacque nel dibattito su come fare e vedere cinema dopo che Netflix e gli altri colossi dello streaming hanno rivoluzionato la televisione.

Tre ore e mezza di lunghezza, l’affresco sul sicario irlandese coinvolto nella scomparsa del boss del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa è una sfida all’attenzione dello spettatore, tanto che alcuni fan hanno creato una guida a come spezzare il film in quattro puntate come se fosse una miniserie. Formato, questo, esplicitamente bocciato da Scorsese: «Perché il punto di questo film è l’accumulo dei dettagli. C’è un effetto cumulativo alla fine del film, per via del quale devi vederlo dall’inizio alla fine in una sola sessione».

«NON C’È NIENTE DI MALE NELLE SERIE, MA QUESTA NON LO È»

«Non c’è nulla di male con le serie, ma il mio film non è una serie», ha detto il regista a Entertainment Weekly riferendosi in particolare agli ultimi 20 minuti del film in cui il protagonista Frank Sheeran (Robert De Niro al suo nono film con Scorsese) si vede cadere addosso tutte le decisioni prese nel corso della vita abbracciando la vita dei gangster e allontanandosi dalla famiglia. L’effetto emotivo finale – ha spiegato il regista – sarebbe andato perduto se non guardato assieme al resto della pellicola.

L’EFFETTO DI THE IRISHMAN SUL BOX OFFICE

The Irishman, dopo tre settimane in un numero limitato di sale dove continua ad essere ancora proiettato, è arrivato su Netflix il 27 novembre, alla vigilia del ponte di Thanksgiving e la presenza di un film d’autore accanto alle mille proposte di cinema e tv della piattaforma in streaming ha avuto un effetto al box office nordamericano dove tra mercoledì e domenica, grazie soprattutto al record di Frozen 2 (123 milioni) sono stati venduti biglietti per 264 milioni di dollari, il 16 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo calo, secondo gli esperti, non è stato provocato solo dal maltempo che ha imperversato per tutto il ponte della festa soprattutto sugli stati degli Ovest: ha avuto una parte anche l’arrivo su Netflix del film di Scorsese, uno dei più attesi della stagione e sicuramente tra i candidati agli Oscar.

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È morto Robert Evans, produttore de Il Padrino

Per decenni rappresentò il volto glamour di Hollywood. Nel '66 l'ingresso alla Paramount e negli anni 70 il successo con Coppola e Polanski.

Il produttore di Hollywood, Robert Evans è morto. Lo riporta i media americani. Aveva 89 anni. Ha prodotto Il Padrino e Chinatown. Con le sue sette mogli, Robert Evans incarnava il glamour di Hollywood. nessuno dei suoi matrimoni è durato più di tre anni e uno è stato annullato dopo soli nove giorni. Nel 1966 a soli 36 anni è stato nominato alla guida della produzione dello studio Paramount, che con lui è tornato a splendere con i film di Francis Ford Coppola e Roman Polanski.

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