Gli effetti per l’Iran del raid contro l’Arabia Saudita

In attesa dell'assemblea Onu, l'attacco alle installazioni petrolifere ha mostrato la vulnerabiità di Riad. E, che sia partito dallo Yemen o dalla Repubblica Islamica, ha alzato la posta in gioco tra Washington e Teheran. Lo scenario.

Il 25 settembre 2019 il presidente iraniano Hassan Rohani deve intervenire all’Assemblea generale dell’Onu. Come sempre ad ogni apertura delle sessioni annuali i leader del mondo si incrociano a Palazzo di Vetro. E spesso si incontrano come vorrebbe Donald Trump con l’omologo persiano, in modo da lanciare nuove trattative sul nucleare. Ma il fatto che Rohani rifiuti colloqui sotto il ricatto delle sanzioni americane, e che Trump insista nel «dialogo senza precondizioni», fa sì che il visto per prendere parte all’assemblea a New York delle Nazioni Unite non sia stato ancora stato rilasciato dagli Usa al presidente, al ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e alla loro delegazione. Il nulla osta arriverà: gli Stati Uniti possono limitare gli spostamenti sul loro territorio, ma come Stato democratico devono garantire a tutti gli invitati a Palazzo di Vetro i diritti previsti negli accordi dell’Onu. L’ostruzionismo era tuttavia scontato, data anche la grave crisi tra l’Arabia Saudita e l’Iran nel Golfo.

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Le immagini satellitari degli impianti Aramco, in Arabia Saudita, prima e dopo l’attacco del 14 settembre 2019. GETTY.

COLPITO L’IMPIANTO PIÙ GRANDE AL MONDO

L’attacco del 14 settembre al campo di Aramco delle raffinerie di petrolio più grandi al mondo, in Arabia Saudita, è un’umiliazione per Riad e, di riflesso, fonte di imbarazzo per gli alleati americani. Il fumo nero dagli impianti era visibile dalle immagini satellitari diffuse dal Pentagono, dalle quali erano anche identificabili 17 punti di impatto: in un balzo il 5% delle forniture mondiali di greggio si è azzerato, all’apertura delle Borse il loro prezzo a barile si è impennato del 20% (il maggiore rialzo in 24 ore dalla Prima guerra del Golfo del 1990). Un colpo del genere, per i media americani che citano fonti anonime di ufficiali Usa, può averlo messo a segno solo l’Iran. Non i ribelli houthi dello Yemen, foraggiati da Teheran, che lo rivendicano. Per compierlo sarebbero stati impiegati non soltanto droni, ma missili da crociera. L’attacco, più complesso e sofisticato di quanto pensato all’inizio, sarebbe originato dal Sud-Est dell’Iran. Mentre l’erede al trono saudita Mohammad bin Salman (MbS) si appresta a quotare Aramco e, il 17 settembre, si votava in Israele.

Teheran non vuole arrivare in una posizione di sudditanza a un possibile faccia a faccia del presidente Rohani con Trump

Che l’operazione sia direttamente partita dall’Iran o che i droni di precisione, capaci di un raggio di almeno 700 chilometri, siano effettivamente un’arma in dotazione degli houthi che occupano la capitale Sanaa e il Nord dello Yemen, Teheran ha inviato – direttamete o meno – un segnale di forza. Probabilmente per non arrivare in una posizione di sudditanza a un possibile faccia a faccia del presidente Rohani con Trump. Lo Stretto di Hormuz verso il Golfo persico, snodo del 30% del commercio di petrolio globale, non è stato chiuso (come minaccia a ogni crisi l’Iran) nonostante gli incidenti alle petroliere provocati dai pasdaran e le continue frizioni con i sauditi. Ma, anche solo attraverso l’appoggio alla guerra degli houthi contro i sauditi per il controllo dello Yemen, in un giorno gli ayatollah sono riusciti a incidere sulle forniture e sul prezzo del petrolio più di quanto per mesi non abbiano fatto le sanzioni di Trump all’Iran, inasprite nella scorsa primavera. Teheran, se confermato il suo coinvolgimento, ha mostrato al mondo quanto muove – dalla disastrosa guerra all’Iraq degli Usa nel 2003 – nello scacchiere mediorientale.

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L’Arabia Saudita denuncia droni e dei missili da crociera nell’attacco all’Aramco. I frammenti. GETTY.

L’AVVERTIMENTO DI ROHANI

I pasdaran controllano il governo iracheno sciita e, attraverso gli Hezbollah, quello libanese. Dalle rivolte del 2011 sono tornati in Yemen e con il regime di Bashar al Assad ricostruiscono la Siria. Da dove, come dal Paese dei cedri, lambiscono Israele. Se davvero Trump o chi verrà dopo di lui ritirerà i contingenti Usa dall’Iraq, dalla Siria e anche dall’Afghanistan, non potrà prescindere dall’Iran per i governi e la sicurezza di questi Paesi. Non a caso il presidente americano ha dovuto ammettere di «non cercare un regime change» a Teheran. Rohani vuole porlo di fronte a questa realtà quando velatamente, come dopo l’attacco in Arabia Saudita, invita Riad a «prendere lezione dall’avvertimento». «Non hanno colpito ospedali, non hanno colpito scuole o il bazar di Sanaa», (sottinteso al contrario dei raid in Yemen contro i civili sferrati da MbS), ha commentato mentre le gerarchie militari e i vertici politici smentivano la regia dell’Iran, «hanno colpito un centro industriale per mettervi in guardia».

I NERVI SCOPERTI DI RIAD 

Ricostruire la traiettoria dell’attacco, con un’indagine realmente indipendente, è il passaggio tecnicamente e politicamente più difficile. Certo non dà lustro all’Arabia Saudita che i droni e, a quanto sostenuto, i missili da crociera siano sfuggiti agli scudi e agli altri sistemi di sicurezza. Anche dei Paesi limitrofi se il lancio è partito a Nord, come denunciano i militari sauditi senza fornire prove. Lasciare un margine di incertezza è un altro indice della debolezza di Riad che ammette di «investigare ancora sul punto esatto di lancio», «senza dubbio sponsorizzato dall’Iran». Oltreoceano anche il segretario di Stato americano Mike Pompeo, il 18 settembre a colloquio a Riad con MbS, è convinto «dell’atto di guerra di Teheran». Ma, al solito, Trump non va oltre perché non vuole la guerra. Continua ad aumentare le sanzioni contro Teheran: sulla pelle degli iraniani strozzati dalla crisi, gli eredi di Khomeini non taglieranno le spese militari e per l’influenza in Medio Oriente. Con buona pace di Trump, che forse dovrà rinunciare all’incontro all’Onu con Rohani.

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Trump e Rohani hanno negato l’incontro all’Onu

Un portavoce di Teheran: «Non parleranno a New York». The Donald ha smentito un faccia a faccia «senza alcuna condizione». Ma l'aveva annunciato il suo segretario di Sato Pompeo.

Nessun incontro, almeno per ora. Il presidente iraniano Hassan Rohani non ha «in programma» un faccia a faccia con il suo omologo americano Donald Trump a margine dell’Assemblea generale dell’Onu l’ultima settimana di settembre a New York. Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, spiegando di non ritenere «che questo tipo di incontro avrà luogo a New York».

«LE DICHIARAZIONI DI TRUMP DURANO MENO DI 24 ORE»

Mousavi, citato dall’Irna, ha spiegato: «Come ha detto il presidente Rohani, l’Iran non vuole colloqui solo per fare una foto, ma eventuali negoziati dovrebbero avere un’agenda in grado di portare risultati tangibili». Il portavoce ha quindi fatto riferimento alle «contraddizioni nelle dichiarazioni di Trump» circa la sua intenzione di incontrare Rohani «senza condizioni», affermando che «questa confusione tra i governanti Usa sull’Iran è stata ricorrente durante la sua presidenza» e che quindi «nessuno può contare sulle dichiarazioni di Trump perché durano meno di 24 ore».

SANZIONI E RESTRIZIONI DI MOVIMENTO IMPOSTE DAGLI USA

Mousavi ha aggiunto che il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha intenzione di accompagnare il presidente iraniano a New York se ci dovessero essere le condizioni necessarie, in riferimento alle sanzioni e alle restrizioni di movimento imposte da Washington al capo della diplomazia di Teheran.

TRUMP CONTRO LE «FAKE NEWS», MA NE AVEVA PARLATO POMPEO…

In precedenza Trump aveva smentito su Twitter di essere pronto a vedere Rohani senza condizioni: «Le fake news stanno dicendo che desidero incontrare l’Iran “senza alcuna condizione”. Questa è una dichiarazione non corretta (come sempre!)», ha scritto il presidente americano. Peccato però che l’abbia dichiarato pochi giorni prima il suo segretario di Stato, Mike Pompeo.

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