Tensione alle stelle tra Conte e Gualtieri. Preoccupazione al Quirinale

Il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e Mef è altissimo, tanto che è dovuto intervenire in modo informale il Colle attraverso il segretario generale Ugo Zampetti. Due i motivi di frizione: il sostegno di 600 euro agli autonomi (troppo alto per il Tesoro) e la minaccia di strappare con l'Ue.

Perché stamattina la prima riunione della cabina di regia fra governo e opposizioni sui provvedimenti economici per affrontare l’emergenza coronavirus si è svolta nella sede del ministero per i Rapporti con il parlamento e non a Palazzo Chigi?

Perché ha visto coinvolti, con i capigruppo e i responsabili economici dei partiti di opposizione, solo il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, i viceministri dell’Economia Laura Castelli e Antonio Misiani con le sottosegretarie Cecilia Guerra e Simona Malpezzi?

Certo, c’era in video collegamento il ministro Roberto Gualtieri, ma insomma, ci si aspettava qualcosa di più. Il fatto è che negli ultimi giorni il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia è stato altissimo, tanto che è dovuto intervenire il Quirinale, seppure in modo discreto e informale attraverso il segretario generale Ugo Zampetti.

AUTONOMI ED EUROPA: I MOTIVI DI SCONTRO

I momenti più alti della querelle sono stati due. Il primo sui 600 euro da dare ai lavoratori autonomi, norma ricompresa nel primo decreto economico: per Gualtieri, spalleggiato dalla burocrazia del Tesoro, erano troppi (ai fini degli effetti sul bilancio, ovviamente), per Conte erano pochi. «Chiedi al Ragioniere generale, se non ci credi che così andiamo a put…», ha sbottato il ministro a un certo punto, rivolto al premier. Secondo momento, ancora più grave: la possibile rottura con l’Europa. Per Gualtieri, una vita passata a Bruxelles, la minaccia è come una bestemmia in Chiesa. Ma Conte manco gli parla più.

CONTE ACCUSATO DI AVER USATO IL METODO “ALPA”

Dunque, ora ciascuno va per la sua strada. Ma così non può andare avanti. Chi vince? Dopo giorni di resistenza, alla fine il Tesoro finirà per capitolare. Ma questo non significa la vittoria di Conte. Che viene accusato da tutti, 5 stelle in testa ma anche da molti esponenti di punta del Pd, di aver sbagliato le scelte degli uomini, usando quello che nella Roma dei palazzi viene definito il “metodo Alpa” (dal nome dell’avvocato con cui Conte prima lavorava), e cioè scelgo sempre l’amico fidato. In questo senso, prima di tutto gli si imputa di aver optato per Domenico Arcuri anziché per Guido Bertolaso, da tutti – per primo il numero uno della Protezione Civile Angelo Borrelli – ritenuto più idoneo a fare il commissario all’emergenza.

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LA SCELTA CONTESTATA DI VECCHIONE AL DIS

La seconda scelta che gli viene contestata è Gennaro Vecchione al Dis, da tutti ritenuto poco idoneo al ruolo e oggi oltretutto in aperto contrasto con il Copasir, presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Tanto che nella sua ultima riunione, mercoledì 25 marzo a palazzo San Macuto, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha dovuto polemicamente sollecitare il governo a trovare soluzioni per evitare che soggetti esteri possano approfittarsi del coronavirus per mettere le mani sulle realtà industriali e finanziarie italiane o per metterle in difficoltà ed ereditare così le loro quote di mercato, dopo aver inutilmente chiesto ai Servizi di fare qualcosa. Così che Conte è stato costretto a rispondere in parlamento promettendo per proteggere i più preziosi asset strategici si userà il «prossimo provvedimento normativo che stiamo predisponendo per aprile».

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Lo chiamavano Mr Emergenza: profilo di Guido Bertolaso

Ex capo della Protezione Civile. Commissario praticamente a tutto. Ora qualcuno lo vorrebbe di nuovo in sella per gestire la crisi coronavirus. E lui, stando a sentire Berlusconi, non si tirerebbe indietro. Ma intanto salgono le quotazioni di De Gennaro.

«Ci vuole uno come Guido Bertolaso a dare una mano a Palazzo Chigi in questo momento. Anzi, forse ci vuole proprio Guido Bertolaso».

A lanciare il sasso nello stagno del dibattito politico, silenziato negli ultimi giorni dall’emergenza coronavirus, è ancora una volta, Matteo Renzi tramite un video pubblicato su Facebook.

Un nome, quello dell’ex numero 1 della Protezione civile, sicuramente divisivo vista la vicinanza a Silvio Berlusconi. Che infatti ha immediatamente benedetto un suo possibile ritorno in scena: «Sono certo sia disponibile», ha commentato il Cav, «e ha già dimostrato con i miei governi di essere capace di gestire gravi emergenze in modo esemplare». Secondo alcune indiscrezioni su Bertolaso convergerebbe anche Matteo Salvini, nonostante i passati attriti. Più difficile è fare digerire il nome a Pd e ai 5 stelle (è l’uomo degli inceneritori).

Ma Bertolaso non è l’unico candidato. Salgono infatti le quotazioni di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia e attualmente presidente di Leonardo.

AL FIANCO DI SIRCHIA DURANTE LA SARS

Sicuramente a Bertolaso il cv non manca. Prima di essere l‘uomo in felpa cui affibbiare ogni grana italiana, è un medico, per di più specializzato in malattie tropicali (Master of Science in Public Health presso la Liverpool School of Tropical Medicine). Tra gli incarichi ricoperti anche quello di commissario straordinario per l’emergenza polmonite atipica. Scelto da Berlusconi nel 2003 per assistere l’allora ministro alla Salute Girolamo Sirchia nel periodo della Sars, finì per diventare più operativo del ministro stesso. «Il ministro della Salute è stato commissariato», accusò non a caso Rosy Bindi. Un rischio che si potrebbe ripresentare. Chiunque sarà nominato, potrebbe infatti commissariare Angelo Borrelli, capo della Protezione civile delegato all’emergenza coronavirus che gode della fiducia del premier Giuseppe Conte.

UN COMMISSARIO CHE PIACE AL CENTRODESTRA E AL CENTROSINISTRA

Una cosa è certa: Bertolaso fermo non ha mai saputo stare. Ci sarebbe il suo zampino anche dietro l‘apertura dello Spallanzani, l’ospedale romano che in queste settimane abbiamo imparato a conoscere. «Nel ’96 mi chiama Cosentino, assessore Ds della giunta Rutelli, per affidarmi lo Spallanzani, costruito e mai aperto», raccontò lui stesso. «Lo avverto: guardi che io sono amico di Andreotti. Mi risponde che non importa». Una volta si definì «democristiano», forse in onore all’amico Andreotti («un maestro»), ma presto divenne parecchio caro al centrosinistra. Fu Romano Prodi infatti a volerlo capo del dipartimento della Protezione Civile nel 1996.

Guido Bertolaso-

IL SOGNO DELLA PROTEZIONE CIVILE SPA

Fu poi scelto da Francesco Rutelli per gestire, nel 2000, l’organizzazione del Giubileo. Raccontò Rutelli: «A un certo punto monsignor Dziwisz si avvicina e dice: “Il papa vuole andare in mezzo ai ragazzi”. “Impossibile”, rispondiamo. “Insiste. Vuole andare”. E così Guido si mette alla guida della papamobile e apre la folla come il mar Rosso. Un vero miracolo». L’evento fu un miracolo tale che a Bertolaso nel 2005 vennero affidati pure i funerali di Giovanni Paolo II. Nel 2001 fu Berlusconi a volerlo alla guida della macchina della Protezione civile, incarico che ha mantenuto fino a novembre 2010. Erano gli anni d’oro. Quelli in cui il Cav vaneggiava di una Protezione Civile “Spa” che potesse agire al di fuori delle regole sulla trasparenza degli appalti per rispondere tempestivamente a ogni emergenza e di un Guido Bertolaso possibile ministro.

L’UOMO PER OGNI EMERGENZA

Durante la seconda esperienza al governo di Prodi, Bertolaso fu scelto come commissario straordinario per l‘emergenza rifiuti in Campania. Scelta condivisa anche da Silvio Berlusconi che lo nominò sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’Emergenza rifiuti. D’estate vanno in fumo ettari di macchia mediterranea? I roghi li estingue Bertolaso. Accade uno tsunami dall’altra parte del mondo? Si muove Bertolaso. Mezzo Paese frana con le alluvioni? Il fango lo spala Bertolaso. C’è da monitorare il Vesuvio? Arriva Bertolaso che lo monitora e forse lo placa pure. Riesce a uscirne bene anche quando accadono tragedie. È il caso del G8 di Genova. Bertolaso aveva messo agli atti da tempo il suo dissenso: «Non è la città più adatta». E infatti.

Guido Bertolaso durante la campagna elettorale a sindaco di Roma (Ansa)

LA CANDIDATURA (NAUFRAGATA) A SINDACO DI ROMA

I disastri li combinò invece in politica. Nel 2015, circa un anno prima delle Amministrative, venne scelto da tutto il centrodestra come candidato sindaco della Capitale. «Correrò per vincere», assicurò. Ma iniziò a inanellare una lunga serie di scivoloni. In una intervista a Repubblica arrivaò persino a dire: «Alle Comunali 2008, fra Rutelli e Alemanno votai per Rutelli». Non contento, aggiunse: «Sfida Rutelli-Berlusconi. Chi ha fatto la campagna elettorale di Rutelli? Io». In un’altra occasione, sparò a zero su Salvini: «Odia Roma» (dirà in seguito che scherzava) mentre sui rom argomentò: «Io mi metto sempre dalla parte dei più deboli e i rom sono una categoria che è stata vessata e penalizzata». Apriti cielo. La Lega Nord non volle più sapere di sostenerlo. «Salvini temeva diventassi ingombrante», sibilò a Panorama. Pure Fratelli d’Italia prese le distanze.

I PROCESSI E LE ASSOLUZIONI

E poi ci sono i processi. Da quello per il presunto coinvolgimento nello scandalo del G8 de La Maddalena, nei cui incartamenti finì un po’ di tutto, massaggi e favori di natura sessuale in cambio di appalti. Bertolaso ne uscì immacolato: il fatto non sussiste, sentenziarono i magistrati. Poi ci fu il processo Grandi Rischi bis in cui era accusato di aver sottovalutato i rischi di un possibile terremoto all’Aquila e di avere persino censurato gli allarmi. Anche qui assoluzione piena per non avere commesso il fatto. Una volta sbottò: «M’hanno accusato di ogni nefandezza, dallo sversamento illegale al procurato allarme passando per l’omicidio colposo. Pure di avere inviato troppi cessi all’Aquila. Tutto archiviato o prescritto». Già, le prescrizioni. Per il processo del G8 assicurò di non volersene avvalere, ma cambiò poi idea quando, nel 2007, il Pm chiese l’intervenuta prescrizione: «Il primo grado è durato 8 anni, poi ci sarebbe l’Appello e infine la Cassazione. E io dovrei stare ad aspettare?». Troppa attesa per l’uomo del fare.

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