Con Android 11 puoi silenziare ovunque i contatti fastidiosi e tenere a bada le app spione


La nuova versione del sistema operativo Android è finalmente pronta. Le novità non sono rivoluzionarie ma renderanno gli smartphone più comodi e utili soprattutto nell'ambito della gestione delle conversazioni, della privacy, della domotica e della riproduzione musicale. Sapere quando il proprio dispositivo riceverà l'aggiornamento però non è immediato.
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“I giganti della tecnologia prosperano durante la crisi, devono pagare più tasse”: l’affondo dell’UE


Il commissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni è tornato su una questione cara ai Paesi dell'Unione: la tassazione dei colossi tecnologici nei confini europei. Il contesto è quello di una crisi che ha messo in ginocchio imprese grandi e piccole, lasciando in piedi le aziende che hanno fornito servizi essenziali durante i periodi di lockdown e distanziamento.
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“La nostra app bandita senza prove dal Play Store di Google”: lo sfogo degli sviluppatori italiani


La loro app sembrava avviata a un buon successo ma in pochi giorni è stata rimossa dal Play Store degli smartphone Android con motivazioni che hanno colto di sorpresa gli sviluppatori. Cercare di venire incontro alle richieste dei loro interlocutori non è servito: l'app, un gioco a quiz multigiocatore, è tutt'ora impossibile da scaricare.
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Il coronavirus colpisce Google e Facebook: -44,3 miliardi di pubblicità nel 2020

Secondo gli analisti di Cowen & Co, i due colossi dovrebbero chiudere l'anno rispettivamente con 28,6 miliardi (-18%) e 15,7 miliardi di dollari in meno (-19%).

Il coronavirus colpisce anche la pubblicità online e, a Google e Facebook, quest’anno potrebbe costare nel complesso 44 miliardi di dollari di minori entrate. Lo prevedono gli analisti di Cowen & Co, secondo quanto riporta Variety. Google dovrebbe chiudere il 2020 con 127,5 miliardi di fatturato netto totale, 28,6 miliardi in meno (-18%) rispetto a quanto stimato in precedenza. Per Facebook l’attesa è di 67,8 miliardi di entrate pubblicitarie, 15,7 miliardi in meno (-19%) di quanto previsto precedentemente.

I DUE COLOSSI TECNOLOGICI RESTERANNO COMUNQUE MOLTO REDDITIZI

Comunque, nonostante l’impatto negativo della pandemia di coronavirus sulla raccolta pubblicitaria, i due colossi tecnologici resteranno molto redditizi. Cowen & Co stima che il risultato operativo di Google nel 2020 sarà di 54,3 miliardi di dollari, mentre Facebook si attesterà a 33,7 miliardi.

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Come le big tech della Silicon Valley stanno affrontando il coronavirus

I colossi californiani si trovano a gestire un'emergenza insidiosa. Sono troppo grandi per non agire, ma se intervengono rischiano di esporsi ai critici su privacy e fake news. E intanto mostrano crepe anche nella gestione dello smart working.

Molti di loro hanno fatturati che superano il Pil di diversi Paesi. E ora, come Cina, Europa e Stati Uniti, le big tech della Silicon Valley si trovano a fare i conti con il coronavirus. Per i colossi digitali la diffusione del contagio rappresenta un rischio altissimo, non tanto per eventuali contraccolpi sul fatturato, ma per la loro stessa esistenza. Un doppio pericolo corso dal lato degli utenti sul fronte della privacy, e dal lato dei governi rispetto alla gestione dei contenuti. E in tutto questo il paradosso è che per Facebook, Google e Apple (solo per citarne alcune), non è contemplata la possibilità di non agire visto che ormai sono troppo grandi e influenti per restare a guardare.

NETFLIX, AMAZON E UBER RIDUCONO LE ATTIVITÀ

Il primo segnale della crisi imminente è quello arrivato da Netflix. Il colosso dello streaming ha annunciato la sospensione di molte serie in produzione come ha fatto anche la Disney e molte altre case di produzione. Ma non solo. Uber ha sospeso alcuni dei suoi servizi negli Stati Uniti, in Canada ma anche a Londra e Parigi. Mentre Amazon ha preso la decisione di ridurre le spedizioni limitandosi ai beni essenziali sia nel mercato americano che in quello britannico ed europeo, questo almeno fino al 5 aprile.

LA TASK FORCE DELLE BIG TECH CON WASHINGTON

Nel frattempo molte aziende hanno confermato l’intenzione di voler dare un contributo alla soluzione dell’emergenza. Il 15 marzo scorso diversi rappresentanti delle big tech, tra amministratori delegati, manager e finanziatori hanno preso parte a un grosso meeting alla Casa Bianca per mettere a disposizione del governo conoscenze e strategie. Tra i 45 invitati presenti c’erano esponenti di Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Per il governo era invece presente il capo del dipartimento americano per la scienza e tecnologia, Michael Kratsios.

Il presidente Donald Trump con il Ceo di Apple Tim Cook (a sinistra), il Ceo di Microsoft Satya Nadella (secondo da destra) e il Ceo di Amazon Jeff Bezos (primo a destra) in una riunione alla Casa Bianca nel 2017.

Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, la task force messa in piedi tra aziende e governo è arrivata da una spinta delle grandi compagnie che vogliono lavorare sulle modalità di diffusione del virus, puntando sull’elaborazione di modelli previsionali. Secondo le prime informazioni l’impulso a creare questo team di lavoro è arrivato a inizio marzo dalle stesse aziende, ma da ora la collaborazione sembra non essere partita in modo deciso. Non a caso dalle parti della Silicon Valley non hanno gradito il fatto che Donald Trump abbia ritardato la messa in sicurezza del Paese.

IL PASTICCIO DI TRUMP CON GOOGLE

A complicare la situazione c’ha pensato lo stesso tycoon. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato l’attivazione dello stato di emergenza, ha raccontato che Google era a lavoro per creare un sito in grado di dire ai cittadini dove fare i tamponi per il Sars-CoV-2. In realtà Alphabet, la società che controlla tutte le attività del gruppo, ha smentito la notizia limitandosi a dire che una sua piccola controllata, la Verily, sta lavornado a un progetto pilota in California solo per test nella Bay area intorno a San Francisco.

LA PRIMA INSIDIA: LA RICHIESTA DI TRACCIABILITÀ

Pasticci a parte una prima convergenza tra governo e aziende potrebbe arrivare sul delicato tema della tracciablità. E proprio su questo iniziano le prime insidie per i colossi tecnologici. Secondo fonti sentite dal Washington Post il governo e alcune grosse società, Facebook e Google in testa, starebbero trattando sull’utilizzo dei dati relativi agli spostamenti degli utenti raccolti da milioni di smartphone americani. L’idea, hanno spiegato queste fonti, è quella di avere dati anonimi e aggregati che possano aiutare a tracciare una mappa della diffusione dell’infezione.

La sede di Google a Mountain View

Dirigenti del colosso di Menlo Park hanno spiegato che la volontà principale è quella di comprendere le dinamiche dietro agli spostamenti delle persone allo scopo di prevedere nuovi focolai. Per Facebook il tema è estremamente sensibile. Il rapporto di fiducia con gli utenti sul tema della privacy s’è incrinato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018. Non a caso lo stesso fondatore Mark Zuckerberg è corso ai ripari e in una serie di interviste telefoniche ha smentito che i governi gli abbiano chiesto l’accesso ai dati e che l’azienda intenda fornirli.

LE BIG TECH TRANQUILLIZZANO SULLA RACCOLTA DI DATI

Johnny Luu, portavoce di Google ha provato a tranquillizzare gli utenti sostenendo che la società sta lavorando sui dati in maniera autonoma. L’idea, ha spiegato, è che le informazioni aggregate suelle posizioni anonime presenti in Google Maps, possano fornire indicazioni sulle misure di distanziamento. Ma l’azienda, ha concluso, non intende fornire dati specifici su posizioni, movimenti e contatti degli utenti. Ma anche su questo qualcuno ha avuto da ridire.

Josh Hawley, senatore del Missouri, ha fatto notare che il piccolo progetto di Verily prevede login con l’account di Big G e che gli utenti devono dare il permesso alla piattaforma di confividere i loro dati con operatori sanitari e società tecnologiche come la stessa Google. Più netta la posizione della Apple che ha detto di aver preso parte alla task force tecnologica solo per dati clinici e all’apprendimento a distanza e che non raccoglie ed elabora i dati sulla geolocalizzazione degli iPhone.

LA DELICATA QUESTIONE DEI CONTENUTI RIMOSSI

Oltre a collaborare con le autorità per rallentare la diffusione del virus, molte aziende sono impegnate in una sorta di contenimento dell’epidemia nelle varie piattaforme. Dall’inizio di marzo Facebook ha agito in modo massiccio per eliminare migliaia di fake news e allo stesso tempo si è impegnata per bloccare quegli utenti che vendevano mascherine e altri prodotti sanitari a prezzi elevati. E il 17 marzo Zuckerberg ha presentato un portale per accedere a informazioni ufficiali e verificate sul coronavirus. Un intervento così radicale è toccato anche a YouTube che ha rimosso migliaia di video con informazioni errate sul Covid-19. Google stessa è intervenuta per eliminare dal suo store diverse app che cercavano modi di lucrare sull’epidemia e lavorato per migliorare il posizionamento nei risultati di ricerca delle fonti ufficiali.

IL RISCHIO DEL CONTRACCOLPO SULLA GESTIONE DEI CONTENUTI

La mossa di Facebook e YouTube era dovuta, ma in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa, perché di fatto smentisce la narrativa sulle difficoltà di controllare i contenuti generati dagli utenti. Per anni, ha scritto Politico, i giganti della Silicon Valley hanno respinto al mittente le accuse sul fatto che avrebbero dovuto fare di più. Hanno ribadito in più occasioni che esistevano limiti tecnici che non permettevano un controllo capillare dei post. Ma l’azione delle ultime settimane sembra smentire questa affermazione. Resta infatti da chiedersi cosa succederà una volta che l’emergenza sarà rientrata. D’ora in poi per le compagnie potrebbe essere difficile difendere la vecchia linea se Washington e Bruxelles dovessero metterli sotto pressione, magari su temi legati alla disinformazione politica. La lotta all’infodemia, il dilagare di informazioni sbagliate contro il virus, non solo ha rivelato un’ampia capacità regolatoria, ha anche smentito uno dei totem di Facebook, cioè che ciò che accade online abbia una volontà propria e che la libertà di espressione vada al di là del potere delle piattaforme di filtrare ciò che viene pubblicato.

LA FINE DEL MITO DELLO SMART WORKING?

L’epidemia di coronavirus ha sollevato anche un’altra questione, in parte smitizzando una delle narrative predominanti quando si parla della grandi aziende della California: quelle sui modelli di lavoro. Per anni intorno a Facebook, Google e Apple, sono circolati luoghi comuni, più o meno fondati, sulla libertà degli orari e sulla flassibilità tra casa e ufficio. L’isolamento imposto dal Covid-19 ha però dimostrato come anche le aziende più smart del pianeta siano limitate. Alphabet ha attivato le pratiche per lo smart working fin dalle prime avvisaglie. Ha chiesto ai dipendenti di rimanere a casa in attesa del kit lavorativo, con computer, monitor e altri strumenti, che sarebbe arrivato via posta. I tempi di consegna lunghissimi hanno però portato molti impiegati a prendere d’assalto la sede di San Francisco portando via dei propri uffici ogni cosa, dai portatili fino alle foto di famiglia. I pochi dipendenti rimasti a lavorare in sede hanno raccontato di uno scenario post apocalittico con uffici saccheggiati.

Il campus Apple a Cuperino

LA SOLIDARIETÀ DIMEZZATA DI FACEBOOK

Anche Facebook ha mostrato limiti evidenti. Menlo Park sta cercando di incentivare i dipendenti a lavorare da casa anche grazie a un bonus da mille dollari. Una generosità però limitata. The Intercept ha fatto notare che il bonus non arriverà ai centinaia di lavoratori a contratto che tengono vive le sue app. Non solo. Un fetta dei dipendenti è stata costretta a restare in ufficio, in particolare gli impiegati nella divisione che si occupa di rimuovere video e immagini sull’abuso di minori. Per l’azienda si tratta di contenuti troppo sensibili per essere rimossi da casa.

SE LA SEGRETEZZA DI APPLE DIVENTA UN LIMITE

Apple ha cercato di incentivare tutti i dipendenti a lavorare da casa, ma molti hanno continuato ad andare a Cupertino. L’assoluta segretezza, al limite della paranoia, intorno ad alcuni prodotti, proibisce di portare fuori dal campus prototipi o altro materiale sensibile, così per molti ingeneri questo rende praticamente impossibile rimanere in isolamento tra le mura domestiche, una situazione che ha spinto la stessa azienda a predisporre screening sanitari all’ingresso della struttura.

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Youtube sospende l’alta definizione in Ue causa coronavirus

Dopo Netflix, anche la piattaforma video di Google abbassa la qualità al livello standard per alleggerire il carico dei dati sul web. Come richiesto da Bruxelles.

YouTube ha sospeso temporaneamente l’alta definizione dello streaming abbassando la qualità al livello standard per alleggerire il carico dei dati che viaggia sulle reti Internet. L’annuncio è arrivato direttamente da Google – proprietaria della piattaforma video – e dal commissario Ue per il Digitale, Thierry Breton. Con questa decisione, i ceo di Google e Youtube, Sundar Pichai e Susan Wojcicki, si uniscono alle misure già adottate il 19 marzo da Netflix e richieste da Bruxelles per far fronte al sovraccarico che le infrastrutture stanno affrontando dall’inizio della pandemia.

GOOGLE: «CONTINUEREMO A LAVORARE CON GLI STATI MEMBRI»

«Ci impegniamo a trasferire temporaneamente tutto il traffico sulle reti europee alla definizione standard in modo predefinito e continueremo a lavorare con i governi degli Stati membri e gli operatori di rete per ridurre al minimo lo stress sul sistema, offrendo al contempo una buona esperienza agli utenti», ha commentato un portavoce di Google, precisando che, dall’inizio dell’emergenza coronavirus, YouTube ha registrato «solo alcuni picchi di utilizzo». L’iniziativa è stata accolta con favore da Bruxelles. «Apprezzo la forte responsabilità dimostrata da Pichai e Wojcicki», ha detto il commissario Breton.

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Gli lasciano una recensione negativa, un dentista ha costretto Google a rivelargli chi è stato


Il proprietario di uno studio dentistico ha riferito che il commento si è tradotto in un volume di affari minore, e ha manifestato la volontà di perseguire l'autore del commento per diffamazione. Il motore di ricerca si era opposto alla richiesta, ma il tribunale lo ha costretto a fornire dati che possono servire a identificare l'utente scontento.
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