Il coronavirus colpisce Google e Facebook: -44,3 miliardi di pubblicità nel 2020

Secondo gli analisti di Cowen & Co, i due colossi dovrebbero chiudere l'anno rispettivamente con 28,6 miliardi (-18%) e 15,7 miliardi di dollari in meno (-19%).

Il coronavirus colpisce anche la pubblicità online e, a Google e Facebook, quest’anno potrebbe costare nel complesso 44 miliardi di dollari di minori entrate. Lo prevedono gli analisti di Cowen & Co, secondo quanto riporta Variety. Google dovrebbe chiudere il 2020 con 127,5 miliardi di fatturato netto totale, 28,6 miliardi in meno (-18%) rispetto a quanto stimato in precedenza. Per Facebook l’attesa è di 67,8 miliardi di entrate pubblicitarie, 15,7 miliardi in meno (-19%) di quanto previsto precedentemente.

I DUE COLOSSI TECNOLOGICI RESTERANNO COMUNQUE MOLTO REDDITIZI

Comunque, nonostante l’impatto negativo della pandemia di coronavirus sulla raccolta pubblicitaria, i due colossi tecnologici resteranno molto redditizi. Cowen & Co stima che il risultato operativo di Google nel 2020 sarà di 54,3 miliardi di dollari, mentre Facebook si attesterà a 33,7 miliardi.

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Come le big tech della Silicon Valley stanno affrontando il coronavirus

I colossi californiani si trovano a gestire un'emergenza insidiosa. Sono troppo grandi per non agire, ma se intervengono rischiano di esporsi ai critici su privacy e fake news. E intanto mostrano crepe anche nella gestione dello smart working.

Molti di loro hanno fatturati che superano il Pil di diversi Paesi. E ora, come Cina, Europa e Stati Uniti, le big tech della Silicon Valley si trovano a fare i conti con il coronavirus. Per i colossi digitali la diffusione del contagio rappresenta un rischio altissimo, non tanto per eventuali contraccolpi sul fatturato, ma per la loro stessa esistenza. Un doppio pericolo corso dal lato degli utenti sul fronte della privacy, e dal lato dei governi rispetto alla gestione dei contenuti. E in tutto questo il paradosso è che per Facebook, Google e Apple (solo per citarne alcune), non è contemplata la possibilità di non agire visto che ormai sono troppo grandi e influenti per restare a guardare.

NETFLIX, AMAZON E UBER RIDUCONO LE ATTIVITÀ

Il primo segnale della crisi imminente è quello arrivato da Netflix. Il colosso dello streaming ha annunciato la sospensione di molte serie in produzione come ha fatto anche la Disney e molte altre case di produzione. Ma non solo. Uber ha sospeso alcuni dei suoi servizi negli Stati Uniti, in Canada ma anche a Londra e Parigi. Mentre Amazon ha preso la decisione di ridurre le spedizioni limitandosi ai beni essenziali sia nel mercato americano che in quello britannico ed europeo, questo almeno fino al 5 aprile.

LA TASK FORCE DELLE BIG TECH CON WASHINGTON

Nel frattempo molte aziende hanno confermato l’intenzione di voler dare un contributo alla soluzione dell’emergenza. Il 15 marzo scorso diversi rappresentanti delle big tech, tra amministratori delegati, manager e finanziatori hanno preso parte a un grosso meeting alla Casa Bianca per mettere a disposizione del governo conoscenze e strategie. Tra i 45 invitati presenti c’erano esponenti di Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Per il governo era invece presente il capo del dipartimento americano per la scienza e tecnologia, Michael Kratsios.

Il presidente Donald Trump con il Ceo di Apple Tim Cook (a sinistra), il Ceo di Microsoft Satya Nadella (secondo da destra) e il Ceo di Amazon Jeff Bezos (primo a destra) in una riunione alla Casa Bianca nel 2017.

Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, la task force messa in piedi tra aziende e governo è arrivata da una spinta delle grandi compagnie che vogliono lavorare sulle modalità di diffusione del virus, puntando sull’elaborazione di modelli previsionali. Secondo le prime informazioni l’impulso a creare questo team di lavoro è arrivato a inizio marzo dalle stesse aziende, ma da ora la collaborazione sembra non essere partita in modo deciso. Non a caso dalle parti della Silicon Valley non hanno gradito il fatto che Donald Trump abbia ritardato la messa in sicurezza del Paese.

IL PASTICCIO DI TRUMP CON GOOGLE

A complicare la situazione c’ha pensato lo stesso tycoon. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato l’attivazione dello stato di emergenza, ha raccontato che Google era a lavoro per creare un sito in grado di dire ai cittadini dove fare i tamponi per il Sars-CoV-2. In realtà Alphabet, la società che controlla tutte le attività del gruppo, ha smentito la notizia limitandosi a dire che una sua piccola controllata, la Verily, sta lavornado a un progetto pilota in California solo per test nella Bay area intorno a San Francisco.

LA PRIMA INSIDIA: LA RICHIESTA DI TRACCIABILITÀ

Pasticci a parte una prima convergenza tra governo e aziende potrebbe arrivare sul delicato tema della tracciablità. E proprio su questo iniziano le prime insidie per i colossi tecnologici. Secondo fonti sentite dal Washington Post il governo e alcune grosse società, Facebook e Google in testa, starebbero trattando sull’utilizzo dei dati relativi agli spostamenti degli utenti raccolti da milioni di smartphone americani. L’idea, hanno spiegato queste fonti, è quella di avere dati anonimi e aggregati che possano aiutare a tracciare una mappa della diffusione dell’infezione.

La sede di Google a Mountain View

Dirigenti del colosso di Menlo Park hanno spiegato che la volontà principale è quella di comprendere le dinamiche dietro agli spostamenti delle persone allo scopo di prevedere nuovi focolai. Per Facebook il tema è estremamente sensibile. Il rapporto di fiducia con gli utenti sul tema della privacy s’è incrinato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018. Non a caso lo stesso fondatore Mark Zuckerberg è corso ai ripari e in una serie di interviste telefoniche ha smentito che i governi gli abbiano chiesto l’accesso ai dati e che l’azienda intenda fornirli.

LE BIG TECH TRANQUILLIZZANO SULLA RACCOLTA DI DATI

Johnny Luu, portavoce di Google ha provato a tranquillizzare gli utenti sostenendo che la società sta lavorando sui dati in maniera autonoma. L’idea, ha spiegato, è che le informazioni aggregate suelle posizioni anonime presenti in Google Maps, possano fornire indicazioni sulle misure di distanziamento. Ma l’azienda, ha concluso, non intende fornire dati specifici su posizioni, movimenti e contatti degli utenti. Ma anche su questo qualcuno ha avuto da ridire.

Josh Hawley, senatore del Missouri, ha fatto notare che il piccolo progetto di Verily prevede login con l’account di Big G e che gli utenti devono dare il permesso alla piattaforma di confividere i loro dati con operatori sanitari e società tecnologiche come la stessa Google. Più netta la posizione della Apple che ha detto di aver preso parte alla task force tecnologica solo per dati clinici e all’apprendimento a distanza e che non raccoglie ed elabora i dati sulla geolocalizzazione degli iPhone.

LA DELICATA QUESTIONE DEI CONTENUTI RIMOSSI

Oltre a collaborare con le autorità per rallentare la diffusione del virus, molte aziende sono impegnate in una sorta di contenimento dell’epidemia nelle varie piattaforme. Dall’inizio di marzo Facebook ha agito in modo massiccio per eliminare migliaia di fake news e allo stesso tempo si è impegnata per bloccare quegli utenti che vendevano mascherine e altri prodotti sanitari a prezzi elevati. E il 17 marzo Zuckerberg ha presentato un portale per accedere a informazioni ufficiali e verificate sul coronavirus. Un intervento così radicale è toccato anche a YouTube che ha rimosso migliaia di video con informazioni errate sul Covid-19. Google stessa è intervenuta per eliminare dal suo store diverse app che cercavano modi di lucrare sull’epidemia e lavorato per migliorare il posizionamento nei risultati di ricerca delle fonti ufficiali.

IL RISCHIO DEL CONTRACCOLPO SULLA GESTIONE DEI CONTENUTI

La mossa di Facebook e YouTube era dovuta, ma in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa, perché di fatto smentisce la narrativa sulle difficoltà di controllare i contenuti generati dagli utenti. Per anni, ha scritto Politico, i giganti della Silicon Valley hanno respinto al mittente le accuse sul fatto che avrebbero dovuto fare di più. Hanno ribadito in più occasioni che esistevano limiti tecnici che non permettevano un controllo capillare dei post. Ma l’azione delle ultime settimane sembra smentire questa affermazione. Resta infatti da chiedersi cosa succederà una volta che l’emergenza sarà rientrata. D’ora in poi per le compagnie potrebbe essere difficile difendere la vecchia linea se Washington e Bruxelles dovessero metterli sotto pressione, magari su temi legati alla disinformazione politica. La lotta all’infodemia, il dilagare di informazioni sbagliate contro il virus, non solo ha rivelato un’ampia capacità regolatoria, ha anche smentito uno dei totem di Facebook, cioè che ciò che accade online abbia una volontà propria e che la libertà di espressione vada al di là del potere delle piattaforme di filtrare ciò che viene pubblicato.

LA FINE DEL MITO DELLO SMART WORKING?

L’epidemia di coronavirus ha sollevato anche un’altra questione, in parte smitizzando una delle narrative predominanti quando si parla della grandi aziende della California: quelle sui modelli di lavoro. Per anni intorno a Facebook, Google e Apple, sono circolati luoghi comuni, più o meno fondati, sulla libertà degli orari e sulla flassibilità tra casa e ufficio. L’isolamento imposto dal Covid-19 ha però dimostrato come anche le aziende più smart del pianeta siano limitate. Alphabet ha attivato le pratiche per lo smart working fin dalle prime avvisaglie. Ha chiesto ai dipendenti di rimanere a casa in attesa del kit lavorativo, con computer, monitor e altri strumenti, che sarebbe arrivato via posta. I tempi di consegna lunghissimi hanno però portato molti impiegati a prendere d’assalto la sede di San Francisco portando via dei propri uffici ogni cosa, dai portatili fino alle foto di famiglia. I pochi dipendenti rimasti a lavorare in sede hanno raccontato di uno scenario post apocalittico con uffici saccheggiati.

Il campus Apple a Cuperino

LA SOLIDARIETÀ DIMEZZATA DI FACEBOOK

Anche Facebook ha mostrato limiti evidenti. Menlo Park sta cercando di incentivare i dipendenti a lavorare da casa anche grazie a un bonus da mille dollari. Una generosità però limitata. The Intercept ha fatto notare che il bonus non arriverà ai centinaia di lavoratori a contratto che tengono vive le sue app. Non solo. Un fetta dei dipendenti è stata costretta a restare in ufficio, in particolare gli impiegati nella divisione che si occupa di rimuovere video e immagini sull’abuso di minori. Per l’azienda si tratta di contenuti troppo sensibili per essere rimossi da casa.

SE LA SEGRETEZZA DI APPLE DIVENTA UN LIMITE

Apple ha cercato di incentivare tutti i dipendenti a lavorare da casa, ma molti hanno continuato ad andare a Cupertino. L’assoluta segretezza, al limite della paranoia, intorno ad alcuni prodotti, proibisce di portare fuori dal campus prototipi o altro materiale sensibile, così per molti ingeneri questo rende praticamente impossibile rimanere in isolamento tra le mura domestiche, una situazione che ha spinto la stessa azienda a predisporre screening sanitari all’ingresso della struttura.

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Youtube sospende l’alta definizione in Ue causa coronavirus

Dopo Netflix, anche la piattaforma video di Google abbassa la qualità al livello standard per alleggerire il carico dei dati sul web. Come richiesto da Bruxelles.

YouTube ha sospeso temporaneamente l’alta definizione dello streaming abbassando la qualità al livello standard per alleggerire il carico dei dati che viaggia sulle reti Internet. L’annuncio è arrivato direttamente da Google – proprietaria della piattaforma video – e dal commissario Ue per il Digitale, Thierry Breton. Con questa decisione, i ceo di Google e Youtube, Sundar Pichai e Susan Wojcicki, si uniscono alle misure già adottate il 19 marzo da Netflix e richieste da Bruxelles per far fronte al sovraccarico che le infrastrutture stanno affrontando dall’inizio della pandemia.

GOOGLE: «CONTINUEREMO A LAVORARE CON GLI STATI MEMBRI»

«Ci impegniamo a trasferire temporaneamente tutto il traffico sulle reti europee alla definizione standard in modo predefinito e continueremo a lavorare con i governi degli Stati membri e gli operatori di rete per ridurre al minimo lo stress sul sistema, offrendo al contempo una buona esperienza agli utenti», ha commentato un portavoce di Google, precisando che, dall’inizio dell’emergenza coronavirus, YouTube ha registrato «solo alcuni picchi di utilizzo». L’iniziativa è stata accolta con favore da Bruxelles. «Apprezzo la forte responsabilità dimostrata da Pichai e Wojcicki», ha detto il commissario Breton.

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Il sito sul coronavirus che ha fatto scontrare Google e Trump è online (ma è già pieno)


Doveva servire a indirizzare medici e infermieri alla clinica o al luogo più vicino dove ottenere un tampone di diagnosi per il coronavirus, ma è stato annunciato a tutti i cittadini all'insaputa di Google, mentre a prepararlo era stata un'altra azienda sorella della casa di Mountain View. Non stupisce dunque che i preparativi siano ancora in corso.
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Gli lasciano una recensione negativa, un dentista ha costretto Google a rivelargli chi è stato


Il proprietario di uno studio dentistico ha riferito che il commento si è tradotto in un volume di affari minore, e ha manifestato la volontà di perseguire l'autore del commento per diffamazione. Il motore di ricerca si era opposto alla richiesta, ma il tribunale lo ha costretto a fornire dati che possono servire a identificare l'utente scontento.
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Infila 99 smartphone in un carretto e manda in tilt Google Maps: l’app l’ha scambiato per traffico


Il trucco ha preso di mira il sistema di rilevamento del traffico dell'app di navigazione, che si basa sulle informazioni inviategli dagli smartphone degli utenti. Depistarlo è semplice e visualizza ingorghi fantasma a tutti gli utenti collegati, rischiando di convincerli a prendere strade alternative anche quando non ce n'è bisogno.
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Il prezzo della sopravvivenza è l’adattamento: anche in Economia

Come le nostre cellule, le aziende nascono, si rinnovano, muoiono. E la tecnologia e la concorrenza fanno nascere nuove realtà più competitive e redditizie. Così è sempre stato e sempre sarà. Per fortuna.

La più piccola componente “viva” di un organismo è la cellula.

Essa infatti risponde ai requisiti tipici minimi per definire la vita: si nutre, si riproduce e muore; lo fa continuamente.

Nel corpo umano nessuna cellula è più vecchia di sette anni (vi ho appena regalato un alibi per qualunque cosa abbiate fatto più di sette anni fa: potrete sempre dire “io non ero io”). È questa continua rigenerazione che ci consente di vivere, di crescere, di guarire quando ci ammaliamo.

LO SVILUPPO INESORABILE DELLE TECNOLOGIE

In economia succede più o meno lo stesso: quando nuove tecnologie rendono disponibili nuovi prodotti o servizi, questi vengono commercializzati con un elevato margine, facendo le fortune delle società del settore. Questi elevati margini diventano ben presto un terreno aperto alla competizione, che fa calare il prezzo delle tecnologie. Questo abbassamento di prezzo rende possibili nuove tecnologie, e la storia ricomincia.

LEGGI ANCHE: Perché dovremmo ringraziare Jeff Bezos per aver debellato l’inflazione

Lo abbiamo visto accadere per la prima azienda a raggiungere il miliardo di dollari di capitalizzazione. Era il 1901 e la società era la United States Steel, nata dalla fusione di diverse aziende nel settore siderurgico. Era l’apice tecnologico di allora, ma oggi, oltre un secolo dopo, la United States Steel capitalizza più o meno quanto allora. Fai x 10 e la stessa storia ce la racconta la prima azienda ad aver superato la soglia dei 10 miliardi, nel 1955. L’auto nel Secondo Dopoguerra si apprestò a diventare un bene di consumo di massa, facendo le fortune della Fiat, dei discendenti di Henry Ford, e dell’azienda col maggior numero di dipendenti al mondo: l’aggregato industriale noto con il nome di General Motors, finita in bancarotta il 1 giugno del 2009.

LA PARABOLA DELLA GENERAL ELECTRIC

Fai un’altra volta x 10: la prima azienda giunta a 100 miliardi di capitalizzazione, nel 1995, racconta la medesima parabola: dopo aver provveduto all’innovazione infrastrutturale degli Usa fin dalla fine del XIX secolo, la General Electric si trasformò di fatto in una finanziaria. La sua ascesa terminò nel 2000 e oggi vale un quinto rispetto ad allora e da un paio d’anni è stata anche rimossa dall’indice Dow Jones.

DOPO LE BIG TECH, L’EXPLOIT DI SAUDI ARAMCO

Il successivo x 10, arrivati a questo punto, potrebbe spaventare gli azionisti di Alphabet, Apple e Microsoft, le prime aziende a superare, nel giro di qualche settimana, la soglia di 1000 miliardi di capitalizzazione. Ma c’è un candidato più autorevole al ruolo di gigante che verrà spazzato via dallo sviluppo degli eventi, una società che fino a poco fa non era quotata e che ora che lo è ha preso lo scettro di azienda più grande del mondo: la petrolifera Saudi Aramco. La domanda di petrolio nelle economie sviluppate potrebbe aver già conosciuto i suoi massimi e l’orientamento generale, a partire dalle direttive Onu, fino alle possibili linee guida delle Banche centrali, sembra indirizzato a ridurre ovunque l’utilizzo di energia di origine fossile.

L’INNOVAZIONE RENDE TUTTO FRAGILE

Quindi gli azionisti delle grandi aziende tecnologiche americane forse non hanno bisogno di affrettarsi a sfuggire al rischio che Google o Microsoft diventino obsolete come un walkman o un videogioco Atari, ma devono ricordare che in un’economia innovativa, prima o poi le cose cambiano direzione e che ogni x 10 è venuto più velocemente del precedente, quindi potremo vedere la prima azienda da 10 mila miliardi di dollari entro la fine degli Anni 30. L’innovazione rende tutto fragile e caduco. E non dimentichiamoci che sulle big tech prima o poi arriverà l’intervento di un regolatore. Per fortuna. Significa infatti che la concorrenza abbatterà i margini esistenti e che emergeranno nuove aziende di successo; non possiamo mai sapere con certezza quali aziende saranno le vincitrici nel futuro. Un instancabile e continuo adattamento all’inesorabile e continuo cambiamento. È questo il prezzo (e il segreto) della sopravvivenza. Ce lo insegna la Natura. L’economia non è diversa.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Che cosa hanno cercato gli italiani su Google nel 2019

Nadia Toffa e Notre Dame le parole più digitate sul motore di ricerca nell'anno che sta per chiudersi. Ma ai primi posti si trovano anche Sanremo, le elezioni europee e Luke Perry.

Nadia Toffa e Notre Dame sono le parole emergenti dell’anno per gli utenti italiani di Google. La conduttrice del programma televisivo Le Iene, venuta a mancare lo scorso agosto, è anche in cima alla lista dei personaggi del 2019. La domanda più digitata dagli utenti di Google nel corso dell’anno che sta finendo è «perché è caduto il governo», ma anche «perché si chiamano Sardine», riferito al movimento che sta riempiendo le piazze italiane.

NADIA TOFFA PRIMA TRA LE RICERCHE PER IL TERZO ANNO DI FILA

Google, come ogni anno, condivide i trend più interessanti dei 12 mesi passati dividendoli in liste: ci sono le parole emergenti, i personaggi, fai da te, come fare, cosa significa, i perché, le mete di vacanza, le ricette, i biglietti degli eventi. Nelle ricerche degli italiani al primo posto emerge per il terzo anno di seguito Nadia Toffa (tra i personaggi più popolari anche nell’analisi di Twitter): è dal 2017, anno in cui rese pubblica la sua malattia, che la conduttrice de Le Iene catalizza l’attenzione degli utenti. Nella lista delle parole emergenti di Google c’è anche Notre Dame, la cattedrale di Parigi che è stata devastata da un incendio il 15 aprile 2019.

AI PRIMI POSTI SANREMO, LUKE PERRY E IL VOTO EUROPEO

Seguono Sanremo, le elezioni europee, l’attore Luke Perry, morto il 4 marzo scorso, e noto per aver recitato nella serie televisiva Beverly Hills 90210. Poi il governo, Joker, personaggio del film interpretato da Joquin Phoenix che ha vinto Il Leone d’Oro a Venezia, Mia Martini, Mahmood (che ha vinto il Festival di Sanremo 2019 con il brano Soldi) e il personaggio dei fumetti Thanos. Tra le ricerche più curiose, segno dei tempi, come fare domanda per navigator (la nuova figura professionale prevista nel decreto del reddito di cittadinanza per aiutare i cittadini a trovare un lavoro); cosa significa Macchu Picchu; mentre la meta di vacanze al top è Zanzibar e la ricetta emergente è di nuovo la pastiera napoletana

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I fondatori di Google Page e Brin lasciano il controllo di Alphabet a Sundar Pichai

Gli storici creatori del motore di ricerca più usato al mondo hanno deciso di fare un passo indietro cedendo tutto all'attuale Ceo. I due manterranno il posto nel cda ma non avranno più voce in capitolo sulle strategie del gruppo.

Svolta storica per “Big G.” Larry Page e Sergey Brin, storici fondatori di Google, hanno deciso di lasciare la guida di Alphabet. I due creatori del motore di ricerca più famoso del mondo hanno deciso di fare un passo indietro dopo la ristrutturazione societaria di quattro anni fa, cedendo il potere all’attuale amministratore delegato di Google Sundar Pichai. Secondo quanto scrive The Verge i due rimarranno comunque nella società e conserveranno i loro posti nel consiglio di amministrazione, ma non avranno più voce in capitolo nella gestione del gruppo.

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La stretta di Google contro le fake news negli spot elettorali

Mountain View ha vietato a politici e candidati di prendere di mira categorie di utenti sulla base della loro affiliazione. Anche Fb corre ai ripari.

Stretta di Google sugli spot elettorali. Nel tentativo di fermare il dilagare della fake news in vista degli appuntamenti elettorali in Gran Bretagna prima e negli Stati Uniti poi, Mountain View vieta a politici e candidati di prendere di mira intere categorie di utenti ed elettori sulla base della loro affiliazione politica. Ma anche di mirare gli spot sulla base degli interessi degli utenti captati dal loro navigare online. Resta invece ancora possibile mirare le proprie pubblicità sulla base del genere e dell’età. La mossa di Google punta a stemperare le critiche contro la Silicon Valley, accusata da più parti di non aver fermato le interferenze russe sulle elezioni americane del 2016. Critiche che hanno riguardato soprattutto Twitter e Facebook.

TWITTER ANTICIPA TUTTI

La società che cinguetta è corsa di recente ai ripari, decidendo di vietare del tutto gli spot elettorali sulla sua piattaforma. Una mossa che ha spiazzato e aumentato la pressione sul social di Mark Zuckerberg. Facebook ha finora resistito a ogni modifica ma sembrerebbe pronta a tornare sui suoi passi. Secondo indiscrezioni, il colosso sta infatti valutando modifiche e lo sta facendo in contatto con gli inserzionisti democratici e repubblicani. La campagna di Donald Trump è una delle più attive su Facebook: da quando è esploso lo scandalo dell’Ucraina il 18 settembre ha lanciato sulla piattaforma circa 5.500 spot, il 40% dei quali con almeno un riferimento all’impeachment.

L’INCONTRO TRUMP-ZUCKERBERG

Zuckerberg ha avuto di recente modo di incontrare privatamente il presidente americano: lo scorso ottobre è andato a cena alla Casa Bianca su invito dello stesso Trump. I contenuti dell’incontro non sono stati resi noti, ma non è escluso che i due si siano soffermati sugli spot elettorali su Facebook, tema caro ai democratici e soprattutto alla candidata Elizabeth Warren che, nella sua piattaforma, ha anche lo smembramento di Facebook e di altri big tecnologici divenuti troppo potenti e una minaccia della democrazia.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Convinta della pericolosità di Facebook e Google è anche Amnesty International: la loro sorveglianza onnipresente è una minaccia sistemica per i diritti umani, denuncia l’associazione augurandosi un cambio radicale del loro modello di business. Le critiche di Amnesty vanno così ad alimentare il dibattito intorno ai social, che nei prossimi appuntamenti elettorali vedono un esame da dover superare a ogni costo.

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È cominciata la rivoluzione dei computer quantistici

Risolta in tre minuti un'operazione che a un normale processore richiederebbe 10mila anni. Il risultato è pubblicato su Nature.

Atteso da decenni, il computer quantistico non è mai stato così reale: lo dimostra l’esperimento coordinato da Google e condotto fra Germania e Stati Uniti nel quale la macchina ha risolto in poco più di 3 minuti un’operazione che a un normale computer richiederebbe 10.000 anni. Il risultato è pubblicato su Nature dal gruppo del fisico John Martinis, di Google e dell’Università della California a Santa Barbara.

UN PROCESSORE DA 53 QUBIT

Alla ricerca hanno partecipato la Nasa, il California Institute of Technology (Caltech) e, per la Germania, l’Università di Aachen e il Centro Ricerche Jülich. «È un risultato di scienza fondamentale, fatto con un capolavoro di ingegneria tecnologica», ha detto Tommaso Calarco, del Centro Jülich e fra i responsabili del progetto sulle tecnologie quantistiche finanziato dalla Commissione Europea con un miliardo di euro in dieci anni e che vede l’Italia in prima fila con il Consiglio Nazionale delle Ricerche(Cnr). I ricercatori hanno realizzato un programma, una sorta di gioco matematico, che non ha ancora applicazioni e che il computer quantistico di Google, chiamato ‘Sycamore’, ha risolto in poco più di tre minuti. Merito di un processore con 53 qubit, le unità di informazione di base dei computer del futuro. «L’architettura non è nuova, ma il balzo in avanti è avere utilizzato insieme 53 qubit, che danzano all’unisono», ha rilevato Calarco.

CAPACITÀ DI REGISTRARE PIÙ DATI SIMULTANEAMENTE

«Finora – ha aggiunto – il record era intorno a una ventina. Nei computer tradizionali i dati sono immagazzinati uno per volta, sotto forma di una successione di bit. I computer quantistici, invece, sfruttano le proprietà delle particelle, come la possibilità di esistere contemporaneamente in luoghi diversi. Questo aspetto – ha aggiunto – consente a un computer quantistico di registrare simultaneamente più dati nella propria memoria». È come se dovessimo cercare un cliente in un grande albergo: un computer tradizionale dovrebbe controllare le stanze una per una, quello quantistico invece riesce a fare la stessa ricerca in un sol colpo, con un enorme risparmio di tempo. «È un risultato molto importante», ha detto Augusto Smerzi, dell’Istituto Nazionale di Ottica del Cnr. «Dimostra infatti per la prima volta – ha concluso – che un dispositivo quantistico può svolgere operazioni in tempi molto più brevi dei computer tradizionali più potenti». Per Raffaele Mauro, della società no-profit Endeavor Italia, «è un grande risultato, ma c’è ancora molto da fare, con hardware e software come future sfide». Non mancano, intanto, le polemiche: la stessa rivista Nature riporta sul suo sito quelle sollevate dalla Ibm, secondo la quale il suo supercomputer tradizionale più potente, chiamato Summit e grande come un campo di basket, avrebbe potuto risolvere il problema in soli due giorni e mezzo e non in 10.000 anni.

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La nuova battaglia degli editori francesi contro Google

La Francia è il primo Paese che ha tradotto in legge nazionale la direttiva Ue sul copyright. Risultato: Big G ha semplicemente rifiutato di negoziare un compenso con l'industria dei media e ne ha oscurato i contenuti. Ora editori e presidenza della Repubblica sono pronti a ricorrere all'authority.

La battaglia si combatte in Francia, ma riguarda tutta l’Unione europea, visto che Google sta cercando di fatto di affossare la direttiva Ue sul copyright. E su questo fronte le parole di Jean-Michel Bayet, presidente de La Depeche du Midi, quotidiano del Sud della Francia, e dell’Alliance de la presse d’information générale, associazione degli editori francese, sono chiarissime: «Siamo furiosi! C’è una legge e nessuno ha il diritto di aggirarla, alterando la democrazia», . La platea, nella sede del gruppo Les Echos-Le Parisien, poco lontano dalla Tour Eiffel, lo ascolta preoccupata. Nel mirino di Bayet e degli editori francesi, Google, che non si adatta alle nuove regole sul copyright dettate dalla direttiva europea sull’informazione on line. La Francia è stata il primo Paese a tradurre in legge nazionale – entrata in vigore il 24 ottobre – la direttiva Ue che ha creato il principio del «diritto connesso» il copyright sulle informazioni dei media che il più grande motore di ricerca del web snocciola fra i risultati di chi fa una ricerca.

IL RIFIUTO DI GOOGLE DI NEGOZIARE

Il principio varato dovrebbe consentire agli editori dei giornali, sempre più in difficoltà per la loro diffusione e per la raccolta pubblicitaria di fronte ai giganti del web, di negoziare soprattutto con Google e Facebook una remunerazione per l’utilizzo dei loro contenuti in Rete. Ma un mese fa, Google ha fatto sapere di rifiutare ogni trattativa su queste basi, e per conformarsi alla legge francese ha modificato i propri parametri. In concreto, se vogliono evitare che i risultati con contenuti della propria testata vengano oscurati (rimarrebbe soltanto un titolo e un link, niente foto, vignette o testi), gli editori devono garantire la gratuità a Google. Per evitare di perdere milioni di lettori utenti del web, la stragrande maggioranza dei media francesi è costretta al momento a non reclamare quanto sarebbe dovuto in base alla legge. Ma gli editori sono determinati a dare battaglia: «La nostra», ha rincarato Bayet davanti a un pubblico di editori, direttori di giornali e agenzie, giornalisti, «è una battaglia di libertà. Google ci mette in una situazione terribile, quella di scegliere fra la peste e il colera. Ma noi difenderemo i nostri interessi e non ci piegheremo di fronte a Google».

RICORSO ALL’AUTHORITY PER FARE DELLA FRANCIA UN CASO SIMBOLO

«La settimana prossima presenteremo un ricorso all‘Authority della concorrenza. Loro fanno della Francia un caso simbolico, quello che succede qui accadrà anche altrove. È un chiaro caso di abuso di posizione dominante». «La stampa ha perso in 10 anni il 50% dei suoi introiti pubblicitari», ha rincarato Pierre Louette, presidente del gruppo editoriale Les Echos-Le Parisien. «Google e Facebook raccolgono il 90% della pubblicità. Noi perdiamo copie e perdiamo lettori. Se questa è la fase di transizione verso il mondo digitale, possiamo osservare che al momento di sono due piattaforme dominanti: una, Google, ha privatizzato la ricerca on line, l’altra, Facebook, ha privatizzato l’agorà, la ‘piazza pubblica’». Un documento firmato da oltre un migliaio di professionisti del settore e da personalità europee, ha lanciato un appello all’Ue per «rafforzare i testi affinché Google non possa più aggirarli», utilizzando «tutte le misure possibili contro l’abuso di posizione dominante».

ANCHE L’ELISEO PRESENTA IL SUO RICORSO

«Non ci arrenderemo», ha commentato il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. In una dichiarazione all’agenzia France Presse, che presenterà all’Antitrust una propria denuncia non facendo parte dell’Alliance, Google sottolinea che il proprio motore di ricerca «aiuta gli internauti a trovare contenuti di attualità presso molte fonti e i risultati sono basati sulla pertinenza, non su accordi commerciali. Gli editori – secondo Big G – non hanno mai avuto così tanta scelta rispetto al modo in cui i loro contenuti vengono mostrati su Google». Un portavoce ha sottolineato che la legge “non impone una remunerazione per la pubblicazione di link e gli editori europei già incassano somme significative per gli 8 miliardi di visite che ricevono ogni mese dai navigatori web che fanno ricerche su Google».

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