È l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia?

La divulgazione scientifica, soprattutto se connessa ai rischi di salute, è una grandissima sfida. Esulando dalle grandi logiche della comunicazione di crisi, i casi quello quello del coronavirus possono essere considerate un asset strategico per implementare modelli informativi.

Infodemia”, questo è il termine, esplicativo, scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per spiegare (e lanciare l’allarme) il rischio di una epidemia di fake news, capaci di creare allarmismo e persino panico, capaci di creare mostri e far vacillare interi settori economici. Questo infatti stanno generando le informazioni relative alle epidemie sui social al divampare del Coronavirus riportando all’attenzione la questione, rimasta irrisolta, relativa alla comunicazione scientifica e, in generale, alla gestione delle crisi transnazionali.

Infodemia indica, secondo l’Oms, quell’«abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno». La disinformazione, o meglio l’informazione fai da te, sul virus cinese e sulla sua pericolosità sta creando ulteriori effetti negativi nella gestione dell’epidemia.

Più che interrogarci sulle ragioni del fenomeno, ci dovremmo chiedere: è l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia? Il fenomeno, strettamente legato all’emotività e alla sensibilità dell’audience, rimane negli anni, nei suoi tratti caratteristici, uguale a sé stesso, mentre evolvono i mezzi con cui viene comunicato.

COMUNICARE UN’EPIDEMIA SIGNIFICA TOCCARE LA SFERA EMOTIVA

Se già in passato, attraverso i media tradizionali, le conseguenze della diffusione delle notizie scientifiche relative a possibili focolai di virus erano difficili da gestire, oggi la situazione sembra essere completamente sfuggita di mano. Attraverso piattaforme quali Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, ognuno può dire la sua, incidendo profondamente sulla percezione dell’avvenimento. Dunque, per affrontare al meglio la gestione di questo tipo di avversità è necessario ripensare il concetto di comunicazione di crisi.

L’informazione globale non consente di nascondere nulla

Come ho avuto modo più volte di ricordare in questa rubrica, nella società della post verità, le informazioni scientifiche sono sempre le più difficili da comunicare a causa del linguaggio, spesso tecnico e ostico, che viene utilizzato. Comunicare un’epidemia significa toccare la sfera emotiva del pubblico e questo, se fatto attraverso l’uso di un linguaggio poco chiaro, può comportare gravi incongruenze.

Controlli sui passeggero all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma.

Le epidemie rappresentano una grave crisi transnazionale e come tali devono essere gestite. L’informazione globale non consente di nascondere nulla. Non ci si rivolge, poi, ad un unico target, ma ad un pubblico vasto che comprende ogni strato della società. Inoltre, in questo caso, gli attori coinvolti nel processo comunicativo solo molteplici e, spesso, autorevoli: dagli Stati alle organizzazioni internazionali, dalle multinazionali ai singoli ospedali, fino alle organizzazioni non governative. Una grande sfida per i comunicatori, dunque.

SERVONO TRASPARENZA, CREDIBILITÀ E DATI AGGIORNATI E ACCESSIBILI

La comunicazione di un’epidemia dovrebbe allora essere basata su almeno alcuni principi fondamentali, che l’Oms ha ben chiarito da tempo: trasparenza, credibilità, rilevanza, tempestività e chiarezza. Una comunicazione trasparente, basata su dati aggiornati e accessibili, costituisce sicuramente la base per creare con l’opinione pubblica la fiducia necessaria ad evitare il panico. La tempestività è fondamentale per evitare che informazioni sbagliate possano dare un quadro più drammatico della realtà sulle condizioni di diffusione dei virus. L’informazione deve essere poi chiara e rilevante, deve utilizzare un linguaggio semplice e fruibile da tutte le persone.

Servono messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza

Inoltre, il messaggio, in questo caso più che mai, deve essere concreto. Non è necessario costruire storytelling sofisticati; è necessario comunicare i veri rischi presenti e come affrontarli. Messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza. Usando quando possibile testimonial credibili e conosciuti. Questa la vera sfida per la comunicazione delle emergenze sanitarie. Con cosa comunicare? Dovendoci rivolgere ad ampi strati della pololazione, di diversa estrazione cultura, età e abitudini non dovremo rinunciare a nessun mezzo di comunicazione, da quelli diretti a quelli intermediati.

Ovviamente i social media sono lo strumento più immediato ed economico, ma non possono essere trascurati i tradizionali mezzi televisivi e cartacei, oltre ad un processo di comunicazione diretta come lettere e mail in casi puntuali ed estremi. È quindi importante mantenere un approccio strategico e integrato che permetta di avere sotto controllo le informazioni che circolano sui tutti i media e comunicare l’epidemia a ogni target. Il tempo saprà darci le risposte, quel che è certo è che siamo difronte all’inizio di una nuova era che potrebbe cambiare le regole del gioco.

GIanluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.

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Bbc News lascia a casa 450 dipendenti

La decisione di ridurre drasticamente il personale della divisione giornalistica è arrivata per raggiungere l'obiettivo di tagliare 80 milioni di sterline al bilancio 2022.

Bbc News ha annunciato il taglio di 450 posti di lavoro nella sua redazione giornalistica. I dipendenti di Bbc News sono attualmente circa 6 mila, di cui 1.700 fuori dal Regno Unito. La riduzione del personale è stata decisa per arrivare all’obiettivo di risparmiare 80 milioni di sterline nel bilancio 2022, che al netto del taglio si attesterà sui 480 milioni di sterline.

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Gian Micalessin spiega come è cambiato il giornalismo di guerra

L'inviato del Giornale racconta 30 anni di reportage. Ma anche la paura e la perdita di amici come Almerigo Grilz. E mette in guardia dall'informazione mordi e fuggi sui social. L'intervista.

Raccontare i conflitti del mondo. Quelli lontani, dimenticati, sconosciuti. E quelli più vicini. Dall’Afghanistan alla Birmania, dall’Ucraina alla ex Jugoslavia. Dall’Africa fino al Medio Oriente. Al seguito di guerriglie, eserciti e soldati di ventura. Nel deserto o nella giungla. Tra speranze, violenze e sogni. È quello che da più di 30 anni fanno Gian Micalessin e Fausto Biloslavo che hanno raccolto molti dei loro lavori nel libro Guerra, guerra, guerra, uscito per Mondadori nell’aprile del 2018 e ora in edicola con Il Giornale.

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UN’AVVENTURA COMINCIATA IN AFGHANISTAN NEL 1983

Quello scelto dagli autori è un titolo con due significati ben precisi. «Guerra tre volte perché attraverso i reportage raccontiamo i cambiamenti intercorsi nell’arco di tre decenni», spiega a Lettera43.it Gian Micalessin. Il lavoro dei due reporter, infatti, inizia al seguito dei mujaheddin nell’Afghanistan del 1983 invaso quattro anni prima dall’Unione Sovietica. «Il mondo era ancora diviso tra Usa e Urss, l’Italia si affacciava sulla scena internazionale con la missione in Libano, internet e telefoni cellulari appartenevano alla fantascienza e noi eravamo dei ragazzini poco più che ventenni», racconta il giornalista. «Sotto i nostri occhi, mentre corriamo da una guerra all’altra, si susseguono i grandi cambiamenti politici e tecnologici che modificheranno la nostra vita e il mondo. Tutto questo si  riflette, inevitabilmente, anche nelle guerre e nel nostro modo di raccontarle»

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IL RICORDO DI ALMERIGO GRILZ

Nei racconti scritti nel libro, con Micalessin e Biloslavo continua a viaggiare e vivere anche il ricordo di Almerigo Grilz, «l’amico e compagno di viaggi con cui iniziammo questa lunga avventura». Il reporter ucciso e il 19 maggio 1987 mentre raccontava la guerra civile in Mozambico, è stato il primo giornalista italiano a cadere dopo la Seconda Guerra mondiale. Ma è anche il più ignorato dagli ambienti  giornalistici del nostro Paese. «Questo libro», precisa Micalessin, «è anche un modo per contribuire al suo ricordo e a quello di altri amici persi lungo la strada».

QUELLA PAURA CHE NON SCOMPARE MAI

A distanza di oltre 30 anni, la vicinanza con la morte continua a fare paura. «La paura c’è sempre. C’è prima di partire, quando ti dici non può andare sempre bene. C’è prima di andare in battaglia perché sai che non ci sono garanzie», mette in chiaro Micalessin. «In due occasioni ho avuto più paura del solito, in Congo nel 1995 e in Iraq nel 2016.  In Congo perché andai a raccontare non una guerra, ma la seconda grande epidemia di Ebola. E lo feci direttamente dall’epicentro del contagio a Kikwit. Qui l’incubo maggiore fu ignorare, per oltre 20 giorni dopo il ritorno a casa, se il virus aveva colpito anche me». E poi nel 2016, in Iraq, quando il reporter era insieme alle milizie sciite che andavano all’attacco dell’aeroporto di Tal Afar sotto scacco dello Stato Islamico. «Alle tre di notte mia moglie, che era incinta, mi mandò l’immagine della prima ecografia in cui si vedevano i 23 millimetri di mio figlio Almerigo. Andare in battaglia alle sei di mattina con quell’immagine negli occhi non fu per niente facile». 

IL VIAGGIO INDIMENTICABILE IN BIRMANIA

Uno dei reportage a cui Micalessin è più affezionato e che viene raccontato anche su Guerra Guerra Guerra, è un lungo viaggio nel Sud-Est dell’Asia. «Nel 1985 io e Almerigo tornammo nelle terre dei Karen in Birmania per realizzare uno speciale di Jonathan, la trasmissione condotta da Ambrogio Fogar sul giornalismo di guerra. Viaggiammo per un mese seguendo una colonna di combattenti che prima risalì il fiume Salween e poi con gli elefanti attraversò le giungle e le montagne del Paese spingendosi ai limiti estremi dei territori controllati da questa minoranza dimenticata ancora in guerra». Un viaggio avventuroso in una terra fuori dal tempo e dalla civiltà che Micalessin sogna di rifare. «Ancora oggi sogno di tornare a inseguire quelle lunghe colonne di elefanti e uomini immergendomi in un reportage lontano dalle frenesie dei collegamenti via satellite e degli articoli quotidiani».

INTERNET E I SOCIAL HANNO SOSTITUITO IL “VECCHIO” GIORNALISMO

Già, perché il giornalismo è cambiato. E purtroppo lo spazio per raccontare le guerre dimenticate è sempre di meno. «Al tempo stavamo via mesi e quando tornavamo vendevamo le nostre storie alle grandi reti televisive che le mandavano in onda come se fossero state girate qualche ora prima. Oggi sarebbe impossibile, i telefonini e internet ci raccontano quel che succede anche nei posti dove i giornalisti non arrivano», spiega il reporter. Questo, però, diffonde solo la sensazione di sapere tutto e conoscere tutto anche senza il tramite dei professionisti, perché «quel che vediamo e conosciamo è solo un post o un tweet, non certo un racconto giornalistico vissuto in prima persona». 

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Chi è De Michele, il giornalista vittima dell’agguato ad Aversa

Il direttore di CampaniaNotizie.com, già minacciato più volte in passato, preso di mira da un gruppo di ignoti che hanno sparato 10 colpi contro di lui.

Il giornalista casertano Mario De Michele, direttore di Campanianotizie.com, ha denunciato ai carabinieri di essere stato vittima di un agguato a colpi di arma da fuoco a Gricignano d’Aversa; ignoti hanno sparato contro di lui dieci proiettili ad altezza d’uomo, sei dei quali hanno centrato la sua macchina. «Si tratta di un episodio di una gravità inaudita che dimostra come il Casertano sia una zona ad altissima densità criminale» scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania, Sandro Ruotolo. Lo stesso De Michele ha scritto un articolo all’indomani dell’agguato spiegando l’accaduto e ribadendo la sua voglia di continuare a lavorare.

http://www.campanianotizie.com/editoriali/96-editoriali/152883-agguato-cado-avanti-ma-ho-paura-fiducia-nello-stato.html

Posted by Mario De Michele on Friday, November 15, 2019

Il fatto è avvenuto, secondo quanto riferito dal giornalista, ieri sera nei pressi di un’area oggetto di speculazione edilizia, nella zona della Nato. A sparare – ha denunciato De Michele – sarebbero stati due uomini a bordo di un’auto. «Sono stati dieci i proiettili esplosi ad altezza d’uomo, quindi per uccidere», scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania, Sandro Ruotolo.

«Chiediamo alla magistratura», proseguono, «che si indaghi in ogni direzione per chiarire quanto accaduto. Al collega, al quale siamo vicini in questo momento difficile, va garantita la massima tutela per l’incolumità sua e di chi gli è vicino. Sappiamo che la Prefettura di Caserta si è già attivata. Il dovere dei giornalisti adesso è quello di non lasciarlo solo e di andare ad illuminare le storie che stava raccontando. Dobbiamo essere la sua scorta mediatica. Tra l’altro, l’agguato è l’ultima e più grave aggressione subita dal direttore di Campanianotizie. Solo lunedì scorso il cronista fu fermato a Sant’Arpino da due persone che lo hanno minacciato e schiaffeggiato per quello che aveva scritto su Orta di Atella, la sua auto fu colpita ripetutamente con una mazza ferrata».

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