La Bce non può fare come la Fed, sostenerlo è demenziale

Gli Stati Uniti sono una nazione da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Chi pensa al loro modello deve sapere che come minimo serve un superministero Ue dell’Economia che, se necessario, possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi.

La fine dell’avventura europea è il rischio che incombe sull’Italia e su altri, e sull’intero quasi secolare progetto europeo (incominciò già prima del 1950), se l’eccezionale peso economico che il coronavirus ci costringe a pagare non vedrà un minimo indispensabile di unità e solidarietà. Gli europei si ricorderanno chi c’era e chi non c’era nel momento del bisogno, ha ammonito il 26 marzo di fronte a un Europarlamento vuoto (erano quasi tutti in teleconferenza, dati i tempi), la presidente della Commissione dell’Unione europea, l’ex ministro tedesco Ursula von der Leyen.

Poi la Realpolitik della scena interna tedesca l’ha costretta a una marcia indietro, faremo la nostra parte, ma no eurobond/coronabond, parola vietata in Germania e altrove. E poi ancora un’altra correzione, a fronte dell’irritazione italiana e non solo: faremo comunque qualcosa di importante. Presto, si spera.

Non è che in 70 anni si sia fatto poco per avvicinare i popoli europei, impresa lunga e contrastata come si è visto, svaniti gli entusiasmi iniziali. Tutt’altro. Ma ora, aldilà della facciata dell’Unione che rimarrebbe chissà quanto a lungo, è in gioco la sostanza, e c’è il rischio di un rapido svuotamento. È già vuota, dicono molti all’attacco della Ue in Italia, espressione più nota i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e i loro più tipici collaboratori, alla Claudio Borghi.

Tutti questi però si guardano bene dal chiedersi e dal chiedere alle folle a che punto sarebbe la situazione finanziaria, italiana e di altri, e il nostro spread, senza l’euro e gli acquisti illimitati della Bce. Giocano solo sul negativo, sull’Europa matrigna, non dicono dove e come piantare le tende andando via dall’Europa alla riscoperta della vera madre nazionale, e nazionalista. Si fermano qui, al nazionalismo puro e semplice, e inarticolato. Sono leader?

L’ITALIA NON È SOLA COME LA GRECIA

Esistono invece possibili vie d’uscita che, ma qui non resta che incrociare le dita, potrebbero offrire risposte positive all’appello della von der Leyen (in sintesi un «occorre agire insieme da europei»), ma con alla fine, fuori dall’emergenza, una gestione più europea delle politiche di bilancio, un patto di stabilità rafforzato e non solo, un potere centrale vero e proprio che ci dice che cosa non va nel nostro bilancio e alla fine, se lo ritiene, se appoggiato dal Parlamento europeo, ci obbliga a cambiarlo. Ci piacerà?

Come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini

Sarebbe infatti un’ulteriore e grossa cessione di sovranità per tutti. Negli ultimi giorni è emerso per l’Italia un dato non disprezzabile in questi tempi terribili: non siamo soli come la Grecia alcuni anni fa, ma esiste un fronte con gli iberici, l’appoggio della Francia e altri disposti a sfidare il rigore nordico, comprensibile in termini contabili, suicida in termini politici. Una mediazione tra le due logiche è urgente, e il Consiglio Ue ha accettato il 26 maggio due settimane di tempo, chiamando “rinvio” quello che è stato per ora un fallimento. Ma tutto è affidato a Giuseppe Conte e a Roberto Gualtieri, all’appoggio che Mario Draghi ha lanciato loro con la sua uscita sul Financial Times, alla sagacia di uomini e donne dell’Economia e della Farnesina e dei loro omologhi in alcune altre capitali, alla mediazione di Bruxelles e Francoforte, e al buon senso di tutti.

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Per l’Italia non è semplice però invocare uno sforzo corale mentre al governo e all’opposizione ci sono forze che hanno compiuto grandi balzi in avanti nel 2018 grazie a facili promesse elettorali incompatibili con gli impegni di bilancio. Quando la nebbia si alzerà sulle paludi del miasma virale sarà chiaro, è questione di settimane, come e quanto la pesantezza del conto economico potrà cambiare gli italiani. L’Italia è oggi uno dei due simboli dello scontro in corso fra i partner dell’Unione. L’altro è la Germania, con in avanscoperta l’Olanda. Ma come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini, e dire,cosa nota, che sono come al solito rigidi, craponi e ottusi. Tedeschi, insomma.

IL PESO DEI LANDER ORIENTALI DELLA GERMANIA

Per capire l’ascendente dei sentimenti neonazionalisti tedeschi applicati ora al caso Unione europea occorre mettere insieme due grandi episodi della storia tedesca ed europea recente e due unioni monetarie, quella fra Germania Ovest e Germania Est del 1991 e il progetto euro avviato a Maastricht nel dicembre dello stesso anno e perfezionato nel 1998 con la molto discussa – in Germania soprattutto – inclusione dell’Italia. Fu tenacemente voluta da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e molti altri, e dal cancelliere Helmut Kohl, ma non certo dal suo intero governo, come i documenti ottenuti nel 2012 dallo Spiegel hanno dimostrato. E per niente dal suo sfidante al voto del 1998, Gerhard Scrhöder, che vinse e lo spodestò anche a causa dell’euro, come Kohl scriverà nelle sue memorie, senza peraltro rinnegare l’euro, tutt’altro.

I nazionalpopulisti tedeschivogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco

In pochi anni molti  tedeschi dell’Ovest furono spesso spaventati due volte, e la seconda volta più ancora quelli dell’Est, e naturalmente tutti si ricordano molto più queste paure che non i vantaggi ottenuti e regalati al Paese da chi ha voluto queste mosse, Kohl essenzialmente. Furono spaventati dai costi di un’unione monetaria 1 a 1 con la vecchia e inesistente valuta orientale, e dai costi di un euro che sostituiva il loro solidissimo deutsche mark. Era stata questa moneta la bandiera della rinascita tedesca dal 1948, simbolo di una nuova Germania fondata sul successo economico e non più sul militarismo, perno monetario dell’Europa, una Germania pienamente occidentalizzata come Konrad Adenauer, il grande renano sempre sospettoso della Prussia, aveva tenacemente voluto.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. GETTY.

Questa profonda occidentalizzazione, naturale da tempo nella Germania renana e meno altrove, è però del tutto ovviamente mancata dal 1945 al 1991 ai sei Länder orientali. Per loro l’unificazione tedesca è stato il ricongiugimento al sognato deutsche mark, e a questo molti di loro sono rimasti, a una moneta tedesca, un sogno tedesco, un nazionalismo tedesco. Sanno poco del progetto europeo, costretti come erano al tempo a suonare un’altra campana. Per il 20% circa e forse più sono sostanzialmente neonazisti o comunque “giustificazionisti”, per il resto nazionalisti o nazionalpopulisti. Sostanzialmente antieuropei come ogni buon nazionalista, vogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco. Sono arrivati al Bundestag, prima assenti, con ben 94 deputati nel 2017 quando democristiani e socialdemocratici ne perdevano 65 e 40. Non si può genericamente imprecare contro la Germania, come molti in Italia stanno facendo oggi, senza sapere queste cose. Sapendole, si può continuare a imprecare se si vuole, c’è spazio per farlo, ma non più da sprovveduti.

LA BCE NON PUÒ ESSERE COME LA FED, CHI LO DICE NON CONOSCE LA POLITICA

Quanto a noi, abbiamo rispettato alcuni aspetti delle regole Ue di bilancio, quelle dell’avanzo primario in sostanza, ma non abbiamo quasi mai imbrigliato la dinamica crescente del debito, anzi. E le previsioni di molti, tedeschi e altri, ministri deputati e alti funzionari, sono state confermate. Non solo, abbiamo leader politici di primo piano e loro accoliti che continuano a sparare fesserie colossali, e di successo direbbero i sondaggi.  «Il gioco è sempre lo stesso, i tedeschi vogliono far pagare il debito pubblico italiano ai risparmiatori italiani», tuona la Meloni. A parte che non si tratta in senso stretto di pagare nessun debito, ma di invertirne la tendenza, chi dovrebbe sopportare il grosso di questa operazione, i tedeschi, o altri? È logico che il ruolo principale spetterà agli italiani. O no?

Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni

E ancora Meloni: «Se la Ue fosse una cosa seria, sul modello degli Usa, ci penserebbe la Bce che, come la Fed, dovrebbe avere il compito di garantire la crescita e favorire il lavoro». Oh pensosa, americanista signora! Qui siamo alla demenza, anche se la frase è da tempo ripetuta da molti, al bar soprattutto. Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Una Bce come la Fed? Come minimo serve un superministero Ue dell’economia che se necessario possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi o altrove, naturalmente con un europarlamento che lo giustifichi democraticamente. Le starebbe bene, signora?

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Noi continuiamo a mettere in campo gente come il Borghi, mai sufficientemente sbertucciato tanto le spara grosse, che sa solo fare battute e avanzare proposte lunatiche. Nei giorni scorsi Ferdinando Giugliano, economista e commentatore di buon livello, invitava via tweeter a riflettere su quanto già Bce e Bruxelles fanno da giorni per sostenere i Paesi europei e sull’importanza degli acquisti di titoli per l’Italia, e parlava di «…credibilità e potenza di fuoco della Bce». Tweet beffardo di Borghi in risposta, quattro parole: «credibilità…potenza di fuoco…». Ogni commento è superfluo. O Borghi, proviamo a farne a meno? «Sono abbastanza indigeno», scriveva nel 1946 Corrado Alvaro, dimenticato oggi forse perché troppo sincero nella denuncia dei mali nazionali e regionali italiani, «per rendermi conto dell’animo con cui i miei connazionali lavorano inconsciamente a rovinarsi la reputazione».

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Le mosse di Fed e Bce per contrastare il coronavirus

Si tratta della prima misura "emergenziale" dalla crisi del 2008. L'annuncio raffredda lo spread che scende a 161. Intanto la Bce pensa a finanziamenti diretti alle Pmi.

Per arginare la crisi innescata dal coronavirus, la Fed taglia i tassi di interesse di mezzo punto. Si tratta del primo taglio di “emergenza” dalla crisi finanziaria del 2008.

Il coronavirus richiede una «risposta su più fronti», ha spiegato il presidente della Banca centrale Usa Jerome Powell, «dalle autorità sanitarie, dalle autorità di bilancio e dalla politica monetaria che può sostenere l’attività economica, rafforzare la fiducia ed evitare una stretta delle condizioni finanziarie». La Fed, ha aggiunto, si attende che l’economia torni a «una solida crescita». Infine ha ricordato che il coronavirus ha «cambiato materialmente l’outlook dell’economia americana».

IL PRESSING DI TRUMP SULLA FED

Sforzi che non hanno soddisfatto Donald Trump che, secondo la Cnbc, non sarebbe stato informato del taglio. In una serie di tweet, il presidente ha chiesto alla Fed di agire in modo più incisivo e di «svolgere un ruolo da leader» allentando maggiormente la politica monetaria.

Powell ha risposto alle richieste del presidente ricordando che le decisioni della Federal Reserve «sono prese nell’interesse degli americani». senza tener «conto di considerazioni politiche».

LA BCE STUDIA FINANZIAMENTI DIRETTI ALLE PMI

Dall’altra parte dell’Atlantico la Bce, sempre per fronteggiare la crisi, starebbe invece pensando a un meccanismo di finanziamento diretto alle Pmi colpite. Lo scrive la Reuters sottolineando come Francoforte potrebbe utilizzare delle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Tltro) direttamente alle Pmi anche se «non c’è una decisione imminente» perché il lavoro preparatorio prenderà tempo. La Bce ha già condotto, dal 2014, tre operazioni Tltro attraverso le banche. La Tltro III, annunciata a marzo 2019, è ancora in corso.

CALA LO SPREAD, MILANO LIEVEMENTE POSITIVA

Intanto il taglio della Fed ha avuto i suoi effetti in Italia. Lo spread Btp-Bund è sceso a 161 punti base, in forte calo da 176 della chiusura di lunedì. Questo perché gli investitori guardano con interesse ad altri interventi delle banche centrali contro l’impatto economico della diffusione crescente del coronavirus. Piazza Affari ha chiuso in leggero rialzo: +0,43% a 21.748 punti, mentre il Ftse All share in crescita dello 0,47% a quota 23.625.

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Morto Paul Volcker, il banchiere anti inflazione di Carter e Reagan

Sconfisse gli effetti dello choc petrolifero anni 70. E la sua Volcker rule rese più difficile gli investimenti speculativi delle banche.

Paul Volcker, l’economista statunitense che ha guidato la Federal Reserve nell’era Carter-Reagan e famoso per la aver sconfitto l‘inflazione negli anni ’80 è morto all’età di 92 anni. Volcker è stato anche presidente del comitato consultivo per la ripresa economica sotto la presidenza di Barack Obama dal febbraio 2009 sino al gennaio 2011 ed è l’ideatore della cosiddetta ‘Volcker Rule‘, la norma inserita nella riforma di Wall Street dopo la crisi degli anni 2000 per rendere più difficile alle banche fare investimenti speculativi. Democratico, Volcker, fu nominato presidente della Federal Reserve nell’agosto 1979 dal presidente Jimmy Carter e fu riconfermato nel 1983 dal presidente Ronald Reagan che lo sostituirà con Alan Greenspan solo a metà del secondo mandato nel 1987. Fu protagonista assoluto della lotta alla cosiddetta stagflazione degli anni ’70 provocata dalla crisi petrolifera, con la sua politica monetaria shock di innalzamento dei tassi nonostante un’inflazione e una disoccupazione oltre il 10%. Nonostante le critiche e le difficoltà iniziali fu un successo, con un ritorno dell‘inflazione su valori normali all’inizio degli anni ’80.

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