PayPal si ritira da Libra, la criptovaluta di Facebook

. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, un portavoce in una mail ha scritto che PayPal «ha preso la decisione di rinunciare a un'ulteriore partecipazione».

PayPal si ritira dal gruppo di società al lavoro per lanciare Libra, la rete di pagamenti globale sulla base di criptovaluta, di Facebook. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, un portavoce in una mail ha scritto che PayPal «ha preso la decisione di rinunciare a un’ulteriore partecipazione»
nell’Associazione Libra.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa c’è alla base della viralità delle news (vere o false)

Un meccanismo seduttivo legato alla percezione di noi stessi e di come vogliamo apparire agli altri ci fa condividere le notizie sui social. Anche se sono fake. E Trump lo sa bene. Una questione di attivazioni cerebrali.

È ormai consolidata l’idea che la comunicazione pubblicitaria si serve di una modalità di influenzamento che fa appello non tanto alla ragione o ai processi cognitivi del consumatore quanto piuttosto alle sue emozioni e al suo desiderio di confermare un’identità personale e sociale. Questo spiega perché l’acquisto di prodotti o servizi avvenga non tanto per il loro valore d’uso, quanto per il significato che a essi viene attribuito da parte di un soggetto interessato ad avere un’esperienza emozionale ed estetica, o a manifestare la propria immagine, o a comunicare la propria appartenenza ai gruppi sociali di riferimento. Questo meccanismo seduttivo, tuttavia, solleva la questione dell’influenzamento attraverso la verosimiglianza o l’emozione che provoca, a dispetto della verità delle cose. Un tema che nella comunicazione mediatica, e soprattutto politica, ha assunto un ruolo determinante.

LA RICERCA DELL’AFFIDABILITÀ PASSA IN SECONDO PIANO

Si pensi per esempio al dibattito sulla veridicità delle informazioni nei canali social. In un’epoca caratterizzata dal potere delle immagini più che alla valutazione attenta delle argomentazioni, il tema di ciò che “appare verosimile” sembra oltrepassare la ricerca dell’affidabilità, assumendo di per sé una connotazione di veridicità, indipendentemente da chi comunica. Il grado di condivisione, la diffusione della notizia e la sua pervasività, divengono potenti elementi di garanzia. Spesso, anche se la notizia appare come potenzialmente falsa o addirittura ridicola, circola comunque online, venendo condivisa da migliaia di persone, molte delle quali finiscono per considerarla vera anche grazie al ricorsivo processo di diffusione sui propri network.

VIENE PREMIATA PIÙ LA TEMPESTIVITÀ CHE L’ACCURATEZZA

Non stupiamoci allora se qualche tempo fa la direttrice del Guardian, Katharine Viner, parlando dell’indebolimento dell’importanza sociale della verità ha affermato che «non è tanto importante che un fatto sia vero, è essenziale che la gente ci clicchi sopra e lo condivida». Purtroppo, la velocità di diffusione di una notizia, vera o falsa che sia, ha rivoluzionato l’ecosistema dell’informazione e finito per premiare più la tempestività che l’accuratezza.

I “PREDITTORI” DEL GRADO DI CONDIVISIONE

In questo panorama anche le neuroscienze hanno cercato di dimostrare quali siano i meccanismi che sottostanno a questa forma di seduzione, cercando di studiare se vi fossero dei “predittori” del grado di diffusione e condivisione delle notizie attraverso i social. Uno degli studi più interessanti in tale ambito è quello condotto da Scholz et al. (2017) sull’attivazione di alcune specifiche aree della corteccia di chi legge una notizia tramite Facebook. Lo studio ha permesso di identificare le notizie che avrebbero avuto maggiore probabilità di divenire virali.

Le persone condividono informazioni che possono migliorare le loro relazioni, farle sembrare brillanti, empatiche o apparire con una luce positiva

Secondo questi autori le persone sono interessate a leggere, o condividere, contenuti legati alle proprie esperienze personali, o alla percezione di chi sono o chi vogliono essere. Infatti, condividono informazioni che possono migliorare le loro relazioni, farle sembrare brillanti, empatiche o apparire con una luce positiva. Ovviamente questa motivazione è difficilmente dichiarabile dai soggetti in una ricerca con tecniche classiche (interviste, focus group o questionari), ma la possibilità di analizzare le aree del cervello, tramite risonanza magnetica, che si attivano durante certe azioni, permette di ipotizzare interessanti chiavi di lettura e motivazioni relative ad alcune di esse.

RICERCA SU ARTICOLI DI SALUTE

Tornando alla ricerca sulla condivisione dei contenuti, i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di volontari di valutare alcuni articoli sulla salute, pubblicati sul New York Times, e di dichiarare poi quali avrebbero letto o condiviso su internet più facilmente. Dopo aver analizzato i tracciati cerebrali relativi all’attivazione in corrispondenza con le notizie che avrebbero condiviso, hanno fatto un secondo studio sull’attivazione cerebrale in corrispondenza di una reale attivazione dei tracciati cerebrali dei partecipanti in relazione alla condivisione di questi contenuti via Facebook. Dal confronto dei risultati dei due studi si scopre una relazione precisa tra le aree che si attivano nel primo studio (relativo all’idea di condivisione) e quelle che si attivano nel secondo studio legate alla reale condivisione. Si è anche proceduto a correlare la disponibilità a condividere gli articoli di news di salute, fitness, nutrizione e benessere pubblicate sul New York Times, con quanto rilevato in realtà.

Fig. 1. Analisi attivazione con fRMI delle aree nello Studio 1 – a sinistra – e nello studio 2 – a destra. Si dimostra l’attivazione del Nucleo Striato, della Corteccia Prefrontale VentroMediale e Mediale e della Corteccia Parietale nei due studi.

CONTA L’IDEA DI CHI VORREMMO ESSERE

In questa seconda fase, si attivano i circuiti frontali che elaborano le aspettative su sé stessi nella speranza di migliorare la propria immagine agli occhi degli altri, e rafforzare le relazioni sociali. Con la seconda fase dello studio, infatti, e con la lettura di notizie interessanti che meritavano di essere condivise si attivano principalmente tre circuiti nervosi. Il primo è distribuito tra il nucleo striato e la corteccia prefrontale ventromediale ed è conosciuto come il circuito che attribuisce valore alle cose in generale. Il secondo circuito è localizzato tra la corteccia prefrontale mediale e la corteccia parietale, ed è coinvolto nell’elaborazione delle aspettative legate alla percezione di noi stessi. Infine, il terzo circuito è sempre localizzato nella corteccia prefrontale mediale ed elabora le aspettative di natura sociale, ossia quanto vogliamo essere apprezzati dagli altri. In entrambi i casi, dunque, pensiamo sempre sia ai nostri gusti personali sia a cosa ne potrebbero pensare gli altri, poiché siamo interessati a leggere e condividere contenuti che sono connessi alla nostra storia personale, ma anche alla percezione che abbiamo di chi siamo e di chi vorremmo essere (Fig. 1).

Se si vuole pubblicare una notizia di successo bisogna presentarla in modo tale che il lettore appaia migliore agli occhi degli altri quando la condividerà

Analizzando soltanto le attivazioni cerebrali è quindi possibile prevedere le notizie e i contenuti che potrebbero diventare virali. L’indagine conferma che se si vuole pubblicare una notizia di successo bisogna presentarla in modo tale che il lettore appaia migliore agli occhi degli altri quando la condividerà.

TRUMP HA PUNTATO TUTTO SULLA FORZA EMOZIONALE

Questo modello seduttivo, basato sulla capacità di emozionare, e a volte di sconvolgere il sistema, sembra essere stato alla base di alcune efficaci strategie di comunicazione politica. Soffermiamoci però su quella americana di Donald Trump durante la campagna elettorale 2016, senza scomodare possibili riferimenti a situazioni prettamente italiane. Analizzando il modello comunicativo di Trump, in comparazione con quello di Hillary Clinton, si può comprendere la forza emozionale che, probabilmente, è stata alla base del suo successo. Trump ha trovato il modo di farsi condividere tanto. Nelle piattaforme social (Facebook, Instagram, YouTube, Twitter) The Donald comunica senza alcun filtro, utilizzando termini coloriti e in molti casi aggressivi.

Fig. 2. Lo stile di comunicazione per immagini di Trump è coerente con una strategia della condivisione via social. Il richiamo ai colori della bandiera è sempre molto forte.

La sua comunicazione non ha quasi mai parlato alla parte razionale dell’elettorato, ma ha usato le migliori strategie della comunicazione emozionale per persuadere.

THE DONALD E UNO STILE A PROVA DI STUPIDO

Ha usato uno stile “foolproof” (a prova di stupido), trasmettendo pochi, semplici (e a volte imbarazzanti), ma forti messaggi. La semplicità del messaggio, non supportata da specifici dati o report, è stata alla base di uno stile immediato e convincente. Le parole usate sono poche e pressoché le medesime, ripetute quasi all’infinito. Ha sempre utilizzato termini semplici, chiari, univoci e reiterati permettendo di fissare più facilmente i contenuti.

COLORI DELLA BANDIERA E DISCORSI SENZA DATI

Per essere condiviso ha usato molto il potere delle immagini. Per questo motivo Trump ha spesso usato metafore e parlato principalmente con immagini. I suoi discorsi sono spesso privi di dati, statistiche o qualsiasi altro numero, poiché la sua intenzione è stata quella di inviare messaggi diretti, facilmente comprensibili, immediatamente collegabili a paure ancestrali e a logiche di separazione (noi contro loro). Anche la sua immagine è sempre stata curata per “bucare” lo schermo e richiamare, in maniera semplice ma forte, l’appartenenza al suo Paese o meglio alla sua bandiera. In genere ha sempre “indossato” i colori della bandiera americana: blu scuro il vestito, bianca la camicia e rossa o a righe rosse la cravatta (Fig. 2).

RICHIAMI AL PATRIOTTISMO E AL SOGNO AMERICANO

Quello che ha voluto comunicare è che lui è sempre stato il migliore esempio dell’America vera e dei suoi americani. Questo emergeva anche dal suo sito internet, che, ancora prima della sua elezione, sembrava essere quello del presidente degli Stati Uniti, poiché ogni parola frase o immagine richiamava gli Usa, il patriottismo e il sogno americano. Proprio perché «non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano», dovremmo preoccuparci della portata suggestiva e persuasiva di questo stile di comunicazione politica.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La sentenza Ue che impone a Facebook di cancellare contenuti simili a quelli illeciti

I giudici hanno stabilito che i togati dei vari Stati membri possono chiedere ai fornitori di servizi come quello Menlo Park di oscurare frasi o parole equivalenti a quelli già considerati rimovibili.

I prestatori di servizi di hosting come Facebook sono tenuti a rimuovere anche i contenuti identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea chiarendo che una richiesta simile da parte della magistratura non viola le disposizioni della direttiva europea sul commercio elettronico e può applicarsi a livello mondiale nell’ambito del diritto internazionale. Non solo. Nella sentenza i giudici hanno stabilito che non spetta alle piattaforme la valutazione autonoma del contenuto, ma che possono avvalersi di «tecniche e mezzi di ricerca automatizzati».

SENTENZA ARRIVATA DOPO UNA CAUSA DI UNA PARLAMENTARE AUSTRIACA

Con questa sentenza la Corte Ue ha stabilito che i giudici europei hanno il diritto di chiedere la cancellazione dal web non solo dei contenuti da loro ritenuti illeciti, ma anche di quelli simili o equivalenti. E questo senza violare le norme europee nè la libertà di espressione. La vicenda ha preso le mosse dall’azione legale intentata dall’austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi, contro Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. L’esponente verde aveva chiesto di ordinare a Facebook di cancellare un commento pubblicato da un utente lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche o dal contenuto equivalente. E la Corte suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per capire come applicare la norma.

NESSUN OBBLIGO DI SORVEGLIANZA PER IL GESTORE DEL SERVIZIO

La Corte Ue ha quindi deciso che, sebbene un prestatore di servizi di hosting come Facebook non sia responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità, questo non pregiudica la possibilità di ingiungergli di porre fine o impedire una violazione, in particolare cancellando le informazioni illecite o disabilitando l’accesso alle medesime. Nella sentenza i giudici comunitari ricordano però anche che la normativa Ue vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

VIA LIBERA AI GIUDICI COMUNITARI PER CHIEDERE RIMOZIONI

Tutto ciò premesso, la Corte ha quindi sentenziato che un giudice di uno Stato membro può ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni. Inoltre, la magistratura nazionale può chiedere di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto.

LA REAZIONE DI MENLO PARK: «NON SI LIMITI LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE»

«Speriamo che i tribunali adottino un approccio proporzionato e misurato, per evitare di limitare la libertà di espressione». Così Facebook, in una nota, è intervenuto sul pronunciamento della Corte. «Questa sentenza», ha rilevato Menlo Park in una nota, «solleva interrogativi importanti sulla libertà di espressione e sul ruolo che le aziende del web dovrebbero svolgere nel monitorare, interpretare e rimuovere contenuti che potrebbero essere illegali in un determinato Paese. Su Facebook abbiamo già degli standard della Comunità che stabiliscono ciò che le persone possono e non possono condividere sulla nostra piattaforma e un processo in atto per limitare i contenuti che violano le leggi locali». «Questa sentenza si spinge ben oltre, mina il consolidato principio secondo cui un Paese non ha il diritto di imporre le proprie leggi sulla libertà di parola ad un altro Paese. Inoltre, apre la porta ad obblighi imposti alle aziende del web di monitorare proattivamente i contenuti per poi interpretare se sono ‘equivalenti’ a contenuti ritenuti illegali. Per ottenere questo diritto – conclude la nota – i tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino ‘identico’ ed ‘equivalente’ concretamente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I sostenitori ci ripensano: trema Libra di Facebook

Secondo il Wall Street Journal, alcune delle aziende che avevano appoggiato fin dalla prima ora la criptovaluta ideata da Zuckerberg stanno rivalutando la loro posizione.

La criptovaluta di Facebook non convince neanche i sostenitori della prima ora, ovvero le società che fin dall’inizio avevano appoggiato il progetto. L’ondata di critiche piovute dagli Stati Uniti e dall’Europa e l’allerta lanciata a livello globale sui rischi di Libra hanno causato crepe nella coalizione dietro Facebook per la creazione della criptovaluta. E ora Libra trema al pensiero di possibili defezioni che ne complicano il futuro. Quando Libra è stata presentata al mondo il social di Mark Zuckerberg aveva annunciato di poter contare per il suo sviluppo su 27 ‘amici importanti’, da Visa a Mastercard, da Uber a Spotify, da Vodafone a Iliad. Alcuni di questi colossi ora – riporta il Wall Street Journal – stanno ripensando e rivalutando la propria scelta di appoggiare Facebook temendo ripercussioni da parte delle autorità. Un ripensamento che si è concretizzato con la bocciatura della richiesta di Facebook di esprimere pubblicamente l’appoggio all’iniziativa. Una riluttanza che fa paura al social di Zuckerberg. I membri della Libra Association, la no profit a cui è stata designata la gestione diretta di Libra, sono stati convocati a Washington per una serie di incontri. Il 14 ottobre è invece in calendario un incontro dell’associazione a Ginevra. Si tratta di due appuntamenti cruciali, che – è il timore – potrebbero certificare l’addio di alcuni ‘amici’ dal gruppo. Defezioni importanti potrebbero mettere in pericolo il tentativo di Facebook di persuadere i consumatori ad abbondare le loro tradizionali valute per affidarsi a Libra. Ma creerebbero anche non pochi problemi alla diffusione di Libra come sistema di pagamenti. Per Facebook l’uscita di uno o più membri sarebbe uno schiaffo duro visto quanto la società ha scommesso sull’iniziativa e la sua reputazione già danneggiata. Eventuale uscite potrebbero essere infatti viste come una mancanza di fiducia non solo nell’iniziativa ma anche in Facebook.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Zuckerberg attacca la Warren in un audio rubato da una riunione di Fb

Nella registrazione, trapelata dalle stanze di Menlo Park, il fondatore del social network si lascia andare con i dipendenti: «La candidata dem è una minaccia esistenziale».

Mark Zuckerberg attacca Elizabeth Warren, la candidata democratica alla Casa Bianca in ascesa nei sondaggi ritenuta una «minaccia esistenziale». In una registrazione audio ottenuta da The Verge e che risale allo scorso luglio, l’amministratore delegato di Facebook si rivolge ai dipendenti e, oltre ad attaccare Warren, non risparmia critiche neanche alle aziende rivali. Zuckerberg critica la senatrice del Massachusetts per la sua proposta di «spezzettare» le grandi società tecnologiche.«Se sarà eletta, scommetto che avremo una battaglia legale e che vinceremo. Non voglio avere nessuna azione legale con il nostro governo, ma se qualcuno minaccia allora si combatte», ha detto Zuckerberg, secondo il quale lo smembramento delle Big Tech, che «sia Facebook o Google o Amazon non risolverà i problemi. E non renderà le interferenze sulle elezioni meno probabili. Anzi le renderà più probabili perché le aziende non potranno coordinarsi e lavorare insieme».

LA PRESA IN GIRO DI TWITTER

Una battuta Zuckerberg la riserva anche a Twitter che, in termini di sicurezza, non può fare quanto Facebook. «Twitter non può fare un buon lavoro come noi. Hanno lo stesso tipo di problemi ma non possono investire. I nostri investimenti in sicurezza sono superiore agli interi ricavi» di Twitter, aggiunge.

LA RISPOSTA DELLA CANDIDATA WARREN

La replica della Warren non si è fatta attendere. «Dobbiamo cambiare il sistema corrotto che consente ad aziende giganti come Facebook di portare avanti pratiche anti concorrenziali, calpestare i diritti sulla privacy dei consumatori e le loro responsabilità di tutelare la nostra democrazia», ha twittato la candidata dem.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Facebook vuole esentare i post dei politici dal fact checking

D'ora in poi toccherà agli utenti stessi verificare la veridicità di quanto condiviso sui social dai loro rappresentanti.

Facebook non eseguirà più il fact-checking sui post dei politici perché i loro messaggi fanno notizia e possono essere di pubblico interesse. Ad annunciarlo è stato Nick Clegg, ex vice premier britannico e ora a capo della comunicazione globale della società di Menlo Park. «Non crediamo che per noi sia un ruolo appropriato fare da arbitro nel dibattito politico», ha spiegato, «e non vogliamo impedire che il discorso di un politico raggiunga il suo elettorato e sia oggetto di dibattito pubblico». Con questa decisione, d’ora in poi toccherà agli utenti verificare la veridicità di quanto sostenuto dai politici sui social. Allo stesso modo, sarà sempre compito loro dimostrare la falsità delle parole riportate.

LEGGI ANCHE: Fake news e strategie di fact checking

SUI CONTENUTI CHE POSSONO INCITARE ALLA VIOLENZA

«Quando un politico condividerà contenuti su cui precedentemente è stata fatta una verifica», ha poi aggiunto Clegg, «abbiamo in programma di ridimensionarli, far visualizzare nel post il fact-checking delle notizie e rifiutarne l’inclusione negli annunci pubblicitari». Cioè rifiutare la sponsorizzazione. Riguardo ai contenuti che possono incitare alla violenza e comportare un rischio per la sicurezza, Clegg ha invece spiegato che «verranno fatte delle valutazioni globali che terranno conto degli standard internazionali sui diritti umani».

IL RUSSIAGATE E L’ALLARME FAKE NEWS

Dopo l’apertura dell’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, nella quale si sospettavano ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le presidenziali Usa 2016, su Facebook e altre piattaforme social si è acceso un faro sulla diffusione delle fake news. Il social network di Zuckerberg ha così cominciato a stringere accordi con testate giornalistiche e fact checker indipendenti per verificare le notizie.

COME FUNZIONA IL FACT CHEKING DI FACEBOOK

Facebook ha creato un modello di machine learning per identificare i contenuti potenzialmente falsi sulla propria piattaforma. Dopo la segnalazione, foto, articoli e video sono inviati ai fact checker per essere valutati. Il loro responso ha una doppia funzione: se da una parte stabilisce l’attendibilità o la falsità dell’informazione, dall’altra contribuisce a istruire l’intelligenza artificiale che apprende sia dalla propria esperienza, sia da quella umana.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Quattro proposte concrete per una Webtopia

La Rete e i social sono campi di battaglia. Per questo servono una sorta di Convenzione di Ginevra 2.0 e controlli più stringenti. Ed è ora che i giganti del Tech riconoscano ai cittadini-utenti sfruttati una micro royalty.

«La gente chiede la libertà di parola come compenso per la libertà di pensiero che raramente usa». La citazione di Kierkegaard mette al giusto posto, ovvero liquida come improponibili, quasi tutte le rivendicazioni attuali del diritto al free speech. Per la semplice ragione che dire quel che si pensa, in assoluta libertà, è da un po’ di anni uno sport mondiale.

LEGGI ANCHE:Attenzione, i Nuovi mostri siamo (anche) noi

Siano offese, rivendicazioni serie o stupidaggini conclamate, la rissa è ormai quotidiana. Ad alimentarla in forme e intensità che ci riportano al Medioevo è stato il web. Con buona pace di quanti continuano a credere nel valore intrinsecamente emancipatorio della tecnologia.

INTERNET CI RENDE STUPIDI?

Eppure è del 2010 il libro di Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? E del 2017 il saggio di Manfred Spitzer Demenza digitale che rispondeva sì, la nuova tecnologia ci rende stupidi. Ma ancora più datate sono due ricerche che faremmo bene a rileggere con attenzione. La prima del 1976, condotta dall’Università di California a San Diego su una gruppo condominiale, che ha evidenziato come le relazioni di vicinato possano incrementare l’amicizia, ma forse di più l’inimicizia. Della serie: più ci conosciamo, meno ci sopportiamo. Come peraltro mostra il primato della famiglia come luogo di angherie e violenze fra i suoi membri.

LEGGI ANCHE: La guerra dei memi è aperta, vietato tirarsi indietro

La seconda, del 2007, curata da tre psicologi dell’Università di Harvard, ha scoperto le cascate di dissomiglianza. Ovvero che quante più informazioni ricevo di persone diverse da me, tanto meno quelle persone mi piacciono. Prova è che il problema immigrati è cresciuto sino a diventare un’emergenza nazionale, mano a mano che quella massa di disperati ci è diventata familiare. A forza di immagini servite tutte le sere e su tutti i tg.

FACEBOOK CONTRO FORZA NUOVA E CASAPOUND

Bene. Queste due pulsioni o effetti si sono intensificati via via che il mondo digitale si è allargato a un numero di persone enorme. Che rilasciano sempre più informazioni su se stesse, potendo nel contempo farsi in modo crescente gli affari degli altri. È tenendo presente questa relazione o spirale informativa che possiamo valutare i fatti e le discussioni scaturite dal provvedimento di Facebook nei confronti di Casa Pound e Forza Nuova bannate per istigazione all’odio. Chiedendoci preliminarmente come e se un privato può arrogarsi il diritto di togliere la voce a qualcuno? Perché questa è la questione principale, non schierarsi a difesa dei fascisti del terzo millennio e neppure plaudire la decisione di Facebook. Fermo restando che gli hater, seriali o di giornata e di qualsiasi orientamento siano, vanno colpiti, perseguiti e puniti.

LE REGOLE DEL SISTEMA DIGITALE

Il primo, fondamentale punto è che la consapevolezza e la decisione che servono vanno velocemente indirizzate a definire un aggiornato quadro d’insieme, meglio di sistema, della società digitale. Le regole attuali risalgono sostanzialmente alla Telecommunications Act varata negli Usa nel 1996, che fra le altre cose distingueva fra piattaforme e media/editori, consentendo a Google, Facebook e agli altri giganti del web di appropriarsi di contenuti senza pagare e di non dovere rispondere di ciò che veniva e viene pubblicato sulle loro piattaforme. Sono dunque regole che non regolano più niente e che hanno consentito ai vari Larry Brin, Mark Zurckerbeg, Jeff Bezos di realizzare enormi profitti a scapito anche di tutti i media tradizionali e di sfruttare gli utenti e consumatori dei loro servizi in modi mai visti prima.

L’ERA DEL CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA

Questa profonda distorsione ha dato vita al capitalismo di sorveglianza che, come scrive la sociologa Soshama Zuboff in The Age for Surveillance Capitalism e nel libro bianco su Big data, privacy e democrazia, è un’aberrazione, una distorsione del capitalismo digitale.

LEGGI ANCHE: Come sopravvivere al panico da protezione dei dati personali

Un’appropriazione indebita delle nostre private esperienze che sono diventate merce, materia prima da rivendere, dati su cui costruire campagne pubblicitarie e di marketing predittivo. Il fatto poi che questa merce e questa materia prima non vengano pagate rappresenta la ragione fondamentale che ha reso possibile la rapidissima accumulazione di profitti giganteschi.

LA SVOLTA COMUNITARIA DEL GDPR

Da qua, dunque, bisogna partire. Un importante passo, dopo anni di discussioni inutili, è stato fatto a livello comunitario con il Gdpr (General Data Protection Regulation) che è entrato in vigore il 25 maggio 2018, sostituendo la precedente direttiva comunitaria del 1995. Ora i cittadini/utenti hanno più potere per richiedere alle aziende di rivelare o eliminare i dati personali in loro possesso; i regolatori potranno avviare azioni in tutta la Ue disponendo di un’unica giurisdizione; le loro azioni di controllo potranno sanzionare eccessi o frodi sino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato globale dell’azienda.

IL DIBATTITO SUL RAPPORTO TRA PUBBLICO E PRIVATO

Resta però tutto da definire il rapporto fra pubblico e privato, fra amministrazioni e gestori dei servizi web&social che hanno rilevantissime audience. Può il settore pubblico riservarsi una sorta di golden share? E, viceversa, può il privato avere il diritto di concedere o revocare a suo insindacabile giudizio la possibilità di essere presenti su un social network? E, ancora, può un utente rivendicare il diritto assoluto a dire e scrivere ciò che gli pare e piace senza essere chiamato a risponderne, sia in termini penali che economici? Questi sono alcuni degli interrogativi che necessitano però di una classe politica e di una complessiva governance con idee chiare e visioni di futuro realistiche. Cosa questa che al momento, e non solo in Italia, non c’è.

QUATTRO IDEE PER UN DIBATTITO

Si possono tuttavia suggerire, ma giusto per avviare una discussione produttiva, quattro idee/proposte. La prima: che si riconosca che Facebook, Twitter, Youtube e gli altri servizi web con contenuti informativi sono ormai a tutti gli effetti dei social media, quindi non più o non solo reti sociali ma media di comunicazione di massa, con tutto ciò che ne consegue sul piano della responsabilità su ciò che si pubblica. Secondo punto: preso atto che il web è diventato un campo di battaglia, luogo di conflitti furenti che promettono disastri epocali, bisogna almeno istituire una sorta di “Convenzione di Ginevra per le guerre culturali 2.0”. Terzo: vanno introdotti strumenti di moderazione obbligati. Nella fattispecie che Facebook, in Italia, dove ha 30 milioni di utenti, assuma non meno di 50 moderatori per ogni provincia. Che farebbero giusto più di 5 mila comunicatori in grado di bilanciare le perdite di occupati che continua a registrare il mercato editoriale tradizionale.

LEGGI ANCHE: Benvenuti nell’era degli psicopatici al potere

L’IDEA DI UNA MICRO ROYALTY PER GLI UTENTI

Quarto suggerimento, avanzato da Peter Lewis nel recente saggio Webtopia: riconoscere alle persone il possesso dei propri dati personali. Ovvero il diritto di ricevere una royalty, un compenso economico, ogni qualvolta una marca/marchio li utilizzi per fini commerciali. Sarebbero micro-pagamenti, ma su larga scala e aggregati a livello globale, potrebbero essere il modo per cominciare a redistribuire la grande ricchezza generata dall’economia digitale. «In un mondo in cui i nostri dati vengono utilizzati per sviluppare algoritmi che alla fine sostituiscono molti dei nostri lavori, un certo valore ci potrebbe essere restituito tramite conti individuali costantemente integrati con questi pagamenti di micro royalty. Proprio come uno scrittore ha diritti sulle sue parole o un compositore sulla sua musica, perché», si chiede Lewis, «l’impronta digitale che creiamo non dovrebbe essere di nostra proprietà?».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Forza Nuova vuol fare causa a Facebook per le pagine oscurate

La formazione di estrema destra guidata da Roberto Fiore intende percorrere le vie legali contro il gigante di Menlo Park. Due giorni fa chiuse decine di pagine legate al movimento e a Casapound.

La segreteria nazionale di Forza Nuova ha dato mandato al proprio ufficio legale di procedere contro Facebook Italia per il reato di diffamazione e per tutti i reati relativi all’attentato alle libertà di opinione commessi a danno del movimento. «Solo allora», ha annunciato Roberto Fiore leader del movimento, «potremo sapere se Roma continua a splendere come faro del diritto o se l’asse politico-mediatico Fiano-Zuckerberg avrà avuto la meglio anche sui diritti universalmente riconosciuti». L’attacco è arrivato due giorni dopo il blocco da parte del gigante di Menlo Park di diversi profili legati all’organizzazione di estrema destra, compresi quelli di Casapound. Fonti del social avevano spiegato che la chiusura dei profili e delle pagine era dettata da violazioni della policy.

ANNUNCIATE MANIFESTAZIONI IN DIECI CITTÀ

L’ufficio legale, fa aggiunto Forza Nuova, «raccoglierà tutte le richieste per danni avanzate dalle migliaia di persone che hanno visto le proprie pagine di interesse lavorativo cancellate. Il processo penale avrà la funzione di sollevare la questione politica ai più alti livelli giuridici». Nel frattempo i vertici del movimento hanno spiegato che sono previste altre dieci manifestazioni in altrettante città italiane per difendere il proprio diritto alla libertà di opinione e di pensiero. Catania, Catanzaro, Caserta, Foggia, Roma, Perugia, Ravenna, Verona, Torino, Milano saranno le dieci città su cui convergeranno i militanti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it