Attenzione alla catena rivolta ai contatti che installeranno l’app Immuni: è una bufala


Il messaggio invita tutti coloro che scaricheranno l'app contro Covid-19 a eliminare l'autore dagli amici di Facebook e dai contatti telefonici, per timore che l'app possa raccogliere queste informazioni. Dal codice sorgente dell'app si evince però che Immuni non è in grado di fare niente di tutto ciò, e lo stesso garante per la privacy ha dato l'ok all'utilizzo dell'app.
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I dipendenti di Facebook contro l’azienda: “Sui tweet di Trump Mark sta sbagliando”


Sono diverse le voci di dipendenti interni all'azienda che si stanno sollevando per criticare la posizione esplicitata dal numero uno Mark Zuckerberg in merito gli ultimi tweet del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Per i critici censurare le informazioni è sbagliato, ma lo è anche dare visibilità a posizioni violente e interventi mistificatori.
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La pericolosa posizione di Facebook su Trump non è libertà di espressione, è tutela del suo business


"La storia non ci giudicherà con gentilezza". Lo ha scritto un dipendente di Facebook in risposta alla decisione di non voler prendere provvedimenti per i post di Donald Trump, gli stessi limitati da Twitter. "Libertà di espressione" dice Zuckerberg, ma è davvero così? O Facebook ha troppi business da proteggere da eventuali ritorsioni di Trump?
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Cosa sta succedendo tra Twitter e Donald Trump e perché Facebook se ne sta tenendo fuori


Tra il presidente degli Stati Uniti e il social network dei cinguettii è scontro aperto. Il motivo è la decisione di quest'ultimo di praticare un fact-checking più rigoroso sui tweet controversi, a prescindere dall'autore. Il social concorrente, Facebook, dal canto suo pensa che questo genere di attività costituisca un'ingerenza nel discorso pubblico.
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Twitter fa infuriare Trump, il Presidente prepara un decreto per punire i social


Il presidente degli Stati Uniti è nuovamente ai ferri corti con il social network da lui più utilizzato per rivolgersi agli elettori. L'accusa è sempre quella di censurare le voci conservative e repubblicane, ma questa volta Trump potrebbe essere sul punto di prendere provvedimenti sotto forma di regolamentazioni più strette per le attività dei social.
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Il coronavirus colpisce Google e Facebook: -44,3 miliardi di pubblicità nel 2020

Secondo gli analisti di Cowen & Co, i due colossi dovrebbero chiudere l'anno rispettivamente con 28,6 miliardi (-18%) e 15,7 miliardi di dollari in meno (-19%).

Il coronavirus colpisce anche la pubblicità online e, a Google e Facebook, quest’anno potrebbe costare nel complesso 44 miliardi di dollari di minori entrate. Lo prevedono gli analisti di Cowen & Co, secondo quanto riporta Variety. Google dovrebbe chiudere il 2020 con 127,5 miliardi di fatturato netto totale, 28,6 miliardi in meno (-18%) rispetto a quanto stimato in precedenza. Per Facebook l’attesa è di 67,8 miliardi di entrate pubblicitarie, 15,7 miliardi in meno (-19%) di quanto previsto precedentemente.

I DUE COLOSSI TECNOLOGICI RESTERANNO COMUNQUE MOLTO REDDITIZI

Comunque, nonostante l’impatto negativo della pandemia di coronavirus sulla raccolta pubblicitaria, i due colossi tecnologici resteranno molto redditizi. Cowen & Co stima che il risultato operativo di Google nel 2020 sarà di 54,3 miliardi di dollari, mentre Facebook si attesterà a 33,7 miliardi.

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Facebook: le chiamate di gruppo in Italia sono aumentate del 1.000%

Secondo Menlo Park, «la crescita d'uso causata dal Covid-19 non ha precedenti in tutto il settore, stiamo riscontrando nuovi record di utilizzo quasi ogni giorno». Cresce il tempo trascorso sulle app, lo scambio di messaggi e anche la visualizzazione delle dirette.

L’emergenza coronaviurs ha ridisegnato i rapporti sociali. Stare a casa significa ridurre i contatti vis-à-vis con amici, parenti e colleghi. Questo vuol dire che, per parlare e/o vedersi con più persone, occorre usare la tecnologia, in particolare chat e video chat. E l’utilizzo di questi strumenti è cresciuto esponenzialmente dall’inizio della crisi. Da quando il Covid-19 ha colpito l’Italia, infatti, le chiamate di gruppo su Messenger e WhatsApp sono aumentate, in termini di tempo, di oltre il 1.000%, secondo i dati resi noti da Facebook in un post sul blog dell’azienda firmato da due vicepresidenti, Alex Schultz e Jay Parikh.

L’andamento delle chiamate di gruppo in Italia nel 2020 (fonte: Facebook)

RADDOPPIANO LE VISUALIZZAZIONI DELLE DIRETTE SU FACEBOOK E INSTAGRAM

Il tempo trascorso dagli italiani sulle app dell’ecosistema Facebook, che comprende Instagram, Messenger e WhatsApp, è aumentato del 70% dall’inizio della crisi, si legge nel post. Nell’ultimo mese lo scambio di messaggi è cresciuto del 50%, mentre le visualizzazioni delle dirette, Instagram e Facebook Live, sono raddoppiate nell’arco di una settimana.

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FACEBOOK: «CRESCITA NON HA PRECEDENTI IN TUTTO IL SETTORE»

A livello globale, «la crescita d’uso causata dal Covid-19 non ha precedenti in tutto il settore, stiamo riscontrando nuovi record di utilizzo quasi ogni giorno», scrivono Schultz e Parikh. «Mantenere la stabilità durante questi picchi di utilizzo è più difficile del solito ora che la maggior parte dei nostri dipendenti lavora da casa», continuano i due vicepresidenti. Tuttavia, assicurano, «stiamo lavorando per mantenere le nostre app funzionanti senza problemi, rendendo i nostri sistemi più efficienti e aggiungendo la capacità richiesta».

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Come le big tech della Silicon Valley stanno affrontando il coronavirus

I colossi californiani si trovano a gestire un'emergenza insidiosa. Sono troppo grandi per non agire, ma se intervengono rischiano di esporsi ai critici su privacy e fake news. E intanto mostrano crepe anche nella gestione dello smart working.

Molti di loro hanno fatturati che superano il Pil di diversi Paesi. E ora, come Cina, Europa e Stati Uniti, le big tech della Silicon Valley si trovano a fare i conti con il coronavirus. Per i colossi digitali la diffusione del contagio rappresenta un rischio altissimo, non tanto per eventuali contraccolpi sul fatturato, ma per la loro stessa esistenza. Un doppio pericolo corso dal lato degli utenti sul fronte della privacy, e dal lato dei governi rispetto alla gestione dei contenuti. E in tutto questo il paradosso è che per Facebook, Google e Apple (solo per citarne alcune), non è contemplata la possibilità di non agire visto che ormai sono troppo grandi e influenti per restare a guardare.

NETFLIX, AMAZON E UBER RIDUCONO LE ATTIVITÀ

Il primo segnale della crisi imminente è quello arrivato da Netflix. Il colosso dello streaming ha annunciato la sospensione di molte serie in produzione come ha fatto anche la Disney e molte altre case di produzione. Ma non solo. Uber ha sospeso alcuni dei suoi servizi negli Stati Uniti, in Canada ma anche a Londra e Parigi. Mentre Amazon ha preso la decisione di ridurre le spedizioni limitandosi ai beni essenziali sia nel mercato americano che in quello britannico ed europeo, questo almeno fino al 5 aprile.

LA TASK FORCE DELLE BIG TECH CON WASHINGTON

Nel frattempo molte aziende hanno confermato l’intenzione di voler dare un contributo alla soluzione dell’emergenza. Il 15 marzo scorso diversi rappresentanti delle big tech, tra amministratori delegati, manager e finanziatori hanno preso parte a un grosso meeting alla Casa Bianca per mettere a disposizione del governo conoscenze e strategie. Tra i 45 invitati presenti c’erano esponenti di Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Per il governo era invece presente il capo del dipartimento americano per la scienza e tecnologia, Michael Kratsios.

Il presidente Donald Trump con il Ceo di Apple Tim Cook (a sinistra), il Ceo di Microsoft Satya Nadella (secondo da destra) e il Ceo di Amazon Jeff Bezos (primo a destra) in una riunione alla Casa Bianca nel 2017.

Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, la task force messa in piedi tra aziende e governo è arrivata da una spinta delle grandi compagnie che vogliono lavorare sulle modalità di diffusione del virus, puntando sull’elaborazione di modelli previsionali. Secondo le prime informazioni l’impulso a creare questo team di lavoro è arrivato a inizio marzo dalle stesse aziende, ma da ora la collaborazione sembra non essere partita in modo deciso. Non a caso dalle parti della Silicon Valley non hanno gradito il fatto che Donald Trump abbia ritardato la messa in sicurezza del Paese.

IL PASTICCIO DI TRUMP CON GOOGLE

A complicare la situazione c’ha pensato lo stesso tycoon. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato l’attivazione dello stato di emergenza, ha raccontato che Google era a lavoro per creare un sito in grado di dire ai cittadini dove fare i tamponi per il Sars-CoV-2. In realtà Alphabet, la società che controlla tutte le attività del gruppo, ha smentito la notizia limitandosi a dire che una sua piccola controllata, la Verily, sta lavornado a un progetto pilota in California solo per test nella Bay area intorno a San Francisco.

LA PRIMA INSIDIA: LA RICHIESTA DI TRACCIABILITÀ

Pasticci a parte una prima convergenza tra governo e aziende potrebbe arrivare sul delicato tema della tracciablità. E proprio su questo iniziano le prime insidie per i colossi tecnologici. Secondo fonti sentite dal Washington Post il governo e alcune grosse società, Facebook e Google in testa, starebbero trattando sull’utilizzo dei dati relativi agli spostamenti degli utenti raccolti da milioni di smartphone americani. L’idea, hanno spiegato queste fonti, è quella di avere dati anonimi e aggregati che possano aiutare a tracciare una mappa della diffusione dell’infezione.

La sede di Google a Mountain View

Dirigenti del colosso di Menlo Park hanno spiegato che la volontà principale è quella di comprendere le dinamiche dietro agli spostamenti delle persone allo scopo di prevedere nuovi focolai. Per Facebook il tema è estremamente sensibile. Il rapporto di fiducia con gli utenti sul tema della privacy s’è incrinato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018. Non a caso lo stesso fondatore Mark Zuckerberg è corso ai ripari e in una serie di interviste telefoniche ha smentito che i governi gli abbiano chiesto l’accesso ai dati e che l’azienda intenda fornirli.

LE BIG TECH TRANQUILLIZZANO SULLA RACCOLTA DI DATI

Johnny Luu, portavoce di Google ha provato a tranquillizzare gli utenti sostenendo che la società sta lavorando sui dati in maniera autonoma. L’idea, ha spiegato, è che le informazioni aggregate suelle posizioni anonime presenti in Google Maps, possano fornire indicazioni sulle misure di distanziamento. Ma l’azienda, ha concluso, non intende fornire dati specifici su posizioni, movimenti e contatti degli utenti. Ma anche su questo qualcuno ha avuto da ridire.

Josh Hawley, senatore del Missouri, ha fatto notare che il piccolo progetto di Verily prevede login con l’account di Big G e che gli utenti devono dare il permesso alla piattaforma di confividere i loro dati con operatori sanitari e società tecnologiche come la stessa Google. Più netta la posizione della Apple che ha detto di aver preso parte alla task force tecnologica solo per dati clinici e all’apprendimento a distanza e che non raccoglie ed elabora i dati sulla geolocalizzazione degli iPhone.

LA DELICATA QUESTIONE DEI CONTENUTI RIMOSSI

Oltre a collaborare con le autorità per rallentare la diffusione del virus, molte aziende sono impegnate in una sorta di contenimento dell’epidemia nelle varie piattaforme. Dall’inizio di marzo Facebook ha agito in modo massiccio per eliminare migliaia di fake news e allo stesso tempo si è impegnata per bloccare quegli utenti che vendevano mascherine e altri prodotti sanitari a prezzi elevati. E il 17 marzo Zuckerberg ha presentato un portale per accedere a informazioni ufficiali e verificate sul coronavirus. Un intervento così radicale è toccato anche a YouTube che ha rimosso migliaia di video con informazioni errate sul Covid-19. Google stessa è intervenuta per eliminare dal suo store diverse app che cercavano modi di lucrare sull’epidemia e lavorato per migliorare il posizionamento nei risultati di ricerca delle fonti ufficiali.

IL RISCHIO DEL CONTRACCOLPO SULLA GESTIONE DEI CONTENUTI

La mossa di Facebook e YouTube era dovuta, ma in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa, perché di fatto smentisce la narrativa sulle difficoltà di controllare i contenuti generati dagli utenti. Per anni, ha scritto Politico, i giganti della Silicon Valley hanno respinto al mittente le accuse sul fatto che avrebbero dovuto fare di più. Hanno ribadito in più occasioni che esistevano limiti tecnici che non permettevano un controllo capillare dei post. Ma l’azione delle ultime settimane sembra smentire questa affermazione. Resta infatti da chiedersi cosa succederà una volta che l’emergenza sarà rientrata. D’ora in poi per le compagnie potrebbe essere difficile difendere la vecchia linea se Washington e Bruxelles dovessero metterli sotto pressione, magari su temi legati alla disinformazione politica. La lotta all’infodemia, il dilagare di informazioni sbagliate contro il virus, non solo ha rivelato un’ampia capacità regolatoria, ha anche smentito uno dei totem di Facebook, cioè che ciò che accade online abbia una volontà propria e che la libertà di espressione vada al di là del potere delle piattaforme di filtrare ciò che viene pubblicato.

LA FINE DEL MITO DELLO SMART WORKING?

L’epidemia di coronavirus ha sollevato anche un’altra questione, in parte smitizzando una delle narrative predominanti quando si parla della grandi aziende della California: quelle sui modelli di lavoro. Per anni intorno a Facebook, Google e Apple, sono circolati luoghi comuni, più o meno fondati, sulla libertà degli orari e sulla flassibilità tra casa e ufficio. L’isolamento imposto dal Covid-19 ha però dimostrato come anche le aziende più smart del pianeta siano limitate. Alphabet ha attivato le pratiche per lo smart working fin dalle prime avvisaglie. Ha chiesto ai dipendenti di rimanere a casa in attesa del kit lavorativo, con computer, monitor e altri strumenti, che sarebbe arrivato via posta. I tempi di consegna lunghissimi hanno però portato molti impiegati a prendere d’assalto la sede di San Francisco portando via dei propri uffici ogni cosa, dai portatili fino alle foto di famiglia. I pochi dipendenti rimasti a lavorare in sede hanno raccontato di uno scenario post apocalittico con uffici saccheggiati.

Il campus Apple a Cuperino

LA SOLIDARIETÀ DIMEZZATA DI FACEBOOK

Anche Facebook ha mostrato limiti evidenti. Menlo Park sta cercando di incentivare i dipendenti a lavorare da casa anche grazie a un bonus da mille dollari. Una generosità però limitata. The Intercept ha fatto notare che il bonus non arriverà ai centinaia di lavoratori a contratto che tengono vive le sue app. Non solo. Un fetta dei dipendenti è stata costretta a restare in ufficio, in particolare gli impiegati nella divisione che si occupa di rimuovere video e immagini sull’abuso di minori. Per l’azienda si tratta di contenuti troppo sensibili per essere rimossi da casa.

SE LA SEGRETEZZA DI APPLE DIVENTA UN LIMITE

Apple ha cercato di incentivare tutti i dipendenti a lavorare da casa, ma molti hanno continuato ad andare a Cupertino. L’assoluta segretezza, al limite della paranoia, intorno ad alcuni prodotti, proibisce di portare fuori dal campus prototipi o altro materiale sensibile, così per molti ingeneri questo rende praticamente impossibile rimanere in isolamento tra le mura domestiche, una situazione che ha spinto la stessa azienda a predisporre screening sanitari all’ingresso della struttura.

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