Zuckerberg è talmente nervoso che i dipendenti devono asciugargli il sudore prima degli eventi


Un aneddoto riportato all'interno di un libro in uscita su Zuckerberg e la sua azienda riferisce di come i dipendenti debbano rapportarsi con i momenti di ansia del numero uno di Facebook prima delle apparizioni in pubblico. L'azienda ha messo in dubbio la veridicità di quanto riportato, ma il dettaglio sta già facendo il giro dei social.
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I tunisini in Italia e l’iniziativa “Io spaccio” contro Salvini

Pusher di amore, diritti civili, di bellezza e fratellanza. La comunità italo-tunisina risponde (con ironia) alla citofonata di Salvini con un'iniziativa su Facebook. Per abbattere i pregiudizi e raccontare storie di integrazione.

Il video in cui Matteo Salvini citofona a una famiglia tunisina, chiedendo se spaccia (poi rimosso da Facebook per violazione della policy sulla privacy, a seguito di una segnalazione per incitamento all’odio), ha fatto molto scalpore nei giorni scorsi, non solo nel nostro Paese.

L’ambasciatore tunisino in Italia, così come dei deputati tunisini, hanno fatto sentire la loro voce, chiedendo che si scusasse; non sono mancate nemmeno le reazioni all’interno della comunità di italiani residenti in Tunisia, indignati per il gesto, ma è soprattutto la comunità tunisina residente in Italia che ha reagito in modo ironico ed originale, creando una pagina Facebook intitolata Io spaccio.

L’idea è di Ramzi Harrabi, artista e mediatore culturale, di Siracusa, in Italia da 20 anni: «Negli ultimi due anni Salvini si è permesso di attaccare più volte la comunità tunisina», spiega a Lettera43. «Quest’ultima azione», prosegue, «in particolar modo ha fatto rimanere molto male i miei connazionali. Così abbiamo fatto un po’ di autocritica: non ci siamo mai fatti sentire in queste occasioni, in Italia spesso l’immigrato non ha voce, altri parlano per lui e soprattutto si parla di richiedenti asilo, delinquenti, sfollati, che costituiscono solo una parte dell’immigrazione. Invece come migranti abbiamo la capacità di ribaltare l’immagine che spesso passa attraverso i media mainstream».

«VOGLIAMO CONTRASTARE I PREGIUDIZI CONTRO GLI IMMIGRATI»

La pagina Facebook vuole infatti mostrare proprio quell’immigrazione di cui poco si parla, un’immigrazione fatta di integrazione e successo: «Non è un’inziativa nata per attaccare Salvini», continua Harrabi ,«ma per contrastare il pregiudizio che i tunisini vengano in Italia solo per spacciare e per riunire in uno solo spazio le storie della comunità tunisina in Italia. In questo modo abbiamo risposto con ironia, facendo anche emergere le qualità dei numerosi tunisini che vivono in Italia di cui spesso non si parla». Harrabi sottolina come ci siano tante eccellenze accademiche, ma anche medici, avvocati, artisti, camerieri, operai, lavoratori onesti e umili. «In quanto tunisino», sottolinea, ‘Io spaccio’, ma non la droga, perché abbiamo un sacco di potenzialità, e sono proprio queste ultime che spacciamo nella società».

Abdelhamid #tunisino un gran lavoratore #spaccia onestà e saluta a #salvini

Posted by Io spaccio on Tuesday, January 28, 2020

Partendo dalla propria cerchia di amici e dai contatti con la comunità italo – tunisina, la pagina è cresciuta in pochissimo tempo: in una settimana, più di 7.500 i “mi piace” e più di 9.200 le persone che la seguono. Scorrendo la home, ecco in brevi video di 30 secondi (accompagnati dall’apposito hashtag #iospaccio) tunisini e italo-tunisini da tutta Italia raccontarsi e mettere in luce il loro ‘spaccio’: c’è chi spaccia giustizia, chi bellezza, fratellanza, convivenza, umanità, lealtà, turismo, cultura, arte, rispetto, amore.

SPACCIATORI NON DI DROGA, MA DI AMORE, SAPERE, DIRITTI UMANI

Ci sono persone come Monia, studentessa di giurisprudenza e mediatrice, che spaccia educazione ai diritti umani, o Sarra, italo-tunisina, funzionario della pubblica amministrazione e docente universitaria, che spaccia sapere. Oppure Khausa, che spaccia psicologia d’infanzia, Nabila, da 30 anni in Italia, con due figli romani, di cui una che entrerà nell’esercito italiano. E ancora Ouiem, fonico trascrittore presso il Tribunale di Roma e attivista dei diritti umani, Adel, medico anestesista rianimatore, da 20 anni in Italia, che consiglia di leggere la storia che lega il popolo tunisino a quello italiano.

Sono diverse anche le coppie “miste”, interreligiose e interculturali, che si sono messe in gioco

Tante storie, tanti volti, tutti accomunati dal voler mostrare una Tunisia di cui in Italia spesso si ignora l’esistenza, ma che esiste. E ancora Sonia Ben Amor, con una figlia italo-tunisina, che scrive «non permetto a Salvini di fare sentire mia figlia inadeguata. Io spaccio amore». E sono diverse anche le coppie “miste”, interreligiose e interculturali, che si sono messe in gioco: come Saddam, con moglie italiana, che ammette di spacciare interculturalità: «Siamo persone che condividono due mondi diversi, ma contemporaneamente molto vicini». La solidarietà, anche da parte di italiani, non è mancata: «È nata una solidarietà interrazziale. La gente ha captato al volo l’intento, sopratutto i tunisini si sono messi in gioco».

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Facebook rimuove il video di Salvini al citofono per «incitamento all’odio»

Lo rende noto Cathy La Torre, legale di Yassin, il 17enne bollato dal segretario leghista come spacciatore.

È incitamento all’odio. E quindi il post è stato cancellato. «Facebook ha rimosso dalla pagina di Matteo Salvini il video della vergogna: la diretta della sua citofonata a casa di Yassin».

Lo ha reso noto Cathy La Torre, l’avvocato che difende il ragazzo del Pilastro di Bologna.

LEGGI ANCHE: Salvini al citofono, i meme sui social

Il 21 gennaio il leader della Lega aveva suonato al citofono dell’appartamento chiedendo, su segnalazione di un’abitante del quartiere, se lì abitasse uno spacciatore.

L’avvocato ha pubblicato lo screenshot del messaggio con cui di Facebook ha comunicato la rimozione del post. «È la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina pagina della nostra vita democratica», ha commentato Cathy La Torre.

E' la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina…

Posted by Cathy La Torre on Tuesday, January 28, 2020

«Quella diretta», ha continuato la legale promotrice di Odiare ti costa, «ha devastato la vita di Yassin. Yassin, incensurato, 17enne italiano e giocatore di calcio, si è ritrovato in tutta Italia bollato come ‘lo spacciatore’. La rimozione del video non riparerà tutto questo. E Matteo Salvini sarà chiamato a rispondere delle sue responsabilità per le vie previste dalla legge». L’avvocato ha aggiunto che si tratta di «un segnale comunque straordinario. Un ex ministro dell’Interno vede rimosso il video di una sua incursione nella vita di una famiglia, nella sua privacy, a seguito di una segnalazione per ‘incitamento all’odio’. È una vittoria. Ma è solo la prima».

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Così Facebook può cancellare il tuo profilo improvvisamente (e potresti dover pagare per riaverlo)


La sfortunata avventura di un giornalista de Il Giornale, ha portato a galla un diabolico meccanismo con il quale, alcune aziende molto attive su Facebook, "ricattano" gli iscritti al social network che hanno pubblicato contenuti violando il diritto di copyright: "Si diventa ricchi con questo business? La risposta è si. Visto che Jukinmedia ha un fatturato annuo stimato intorno agli 8 milioni".
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Il padre naturale cerca le figlie su Facebook, ma loro non vogliono: Tribunale fa rimuovere il post


La lotta delle due ragazze e dei genitori adottivi si è conclusa grazie alla decisione del Tribunale civile di Milano, che ha imposto a Facebook di rimuovere i contenuti pubblicati dal padre biologico che costituiscono un trattamento illecito dei dati personali delle figlie. La famiglia si era rivolta direttamente a Facebook e poi al Garante per la Privacy, ottenendo però risposta negativa.
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L’avvertimento di Facebook all’Ue: servono nuove regole per internet

Lungo intervento alla Luiss di Roma di Nick Clegg, vice responsabile della Comunicazione di Menlo Park. Avvertimento sulla competizione tra le due sponde dell'Atlantico e il rischio di un web chiuso sul modello cinese.

Nuove regole, meno contrapposizione tra Usa e Ue e lotta al modello cinese. Sono solo alcuni dei temi che Nick Clegg, vice responsabile della Comunicazione di Facebook ed ex vicepremier inglese nel governo di David Cameron, ha toccato nel corso di un intervento della Luiss di Roma. «Facebook è consapevole delle proprie responsabilità e dei propri errori», ha esordito Clegg, «vogliamo collaborare con l’Ue e i governi del mondo su privacy, portabilità dei dati, linguaggio d’odio e integrità nella comunicazione politica. Internet è entrato in una nuova fase, servono nuove regole. Sono un tecno-ottimista, credo che la tecnologia possa rendere il mondo migliore».

LAVORIAMO CON L’UE SULLA PORTABILITÀ DEI DATI

«Capisco che alcuni legislatori riflettano, specialmente dopo Cambridge Analytica, ma il mio messaggio alla nuova commissione e al nuovo Parlamento Ue è questo: mettiamoci al lavoro su nuove regole», ha osservato Clegg, «Una delle aree in cui dovremmo lavorare insieme, rapidamente, è la portabilità dei dati se vogliamo un Internet aperto e competitivo dove i nuovi servizi possano competere con grandi piattaforme come Facebook. C’è una tendenza in Europa a pensare che i ‘Big data‘ siano una cattiva cosa e che siano cattive le compagnie che hanno come modello di business l’aggregazione dei dati su larga scala».

COME FUNZIONA IL MODELLO DI BUSINESS DI FACEBOOK

«Il business di Facebook è meno misterioso di quello che si pensi: recapitiamo agli utenti annunci pubblicitari basati sui dati che sono disposti a condividere con noi», ha spiegato. Per Clegg, il giusto bilanciamento tra le regole che governano la condivisione dei dati e la privacy «lo devono trovare i legislatori eletti democraticamente, in Europa e nel mondo, non società private come Facebook». «Facebook ha agito per affrontare importanti questioni etiche e sociali e ha apportato cambiamenti negli ultimi anni. Abbiamo triplicato il numero di persone, arrivando a oltre 35.000, che lavorano per proteggere la nostra piattaforma e ora siamo in grado di eliminare milioni di account falsi ogni giorno». E, a breve, ha sottolineato, annunceremo i membri «del nostro nuovo consiglio di sorveglianza indipendente, una novità istituzionale che giudica in modo indipendente controversie sul ritiro o meno dei contenuti dalla nostra piattaforma».

LA BATTAGLIA TECNOLOGICA USA-UE

L’ex vice di Cameron ha poi affrontato il tema del complesso rapporto tra le due sponde dell’Atlantico: «Pur comprendendo l’impulso politico dei decisori europei sulle società tecnologiche Usa, questi dovrebbero capire che il ridimensionamento della Silicon Valley non è una ricetta per il successo delle aziende europee». «Il prossimo Google o Alibaba potrebbe nascere in Europa se ci sono le condizioni per le aziende tecnologiche di prosperare». «L’Ue sia pioniera come ha fatto per la privacy con il Gdpr, servono nuove regole – ha ribadito Clegg – e anche il mercato unico digitale, non serve spezzettare le aziende di successo. I legislatori si impegnino per creare le giuste condizioni per il settore tecnologico e completino il grande progetto di un mercato unico digitale, un mercato senza confini, fatto da decine di milioni di consumatori», ha aggiunto l’esponente di Menlo Park.

IL RISCHIO DI LEGGI CHE LIMITINO LA CRESCITA

«Una cattiva regolamentazione potrebbe portare l’Europa indietro di anni, con il rischio di soffocare la nascita di nuove imprese europee». Secondo uno studio di Copenhagen Economics, citato da Clegg, «le app di Facebook hanno aiutato a generare più di 200 miliardi di vendite nell’ultimo anno e 3 milioni di posti di lavoro. Non siamo una società che guadagna alle spalle dei consumatori europei senza restituire nulla», ha sottolineato, «L’Europa è un fattore determinante per il successo di Facebook, così come il successo di Facebook è un fattore nella crescita delle società e dell’economia europea».

UN INTERNET APERTO CONTRO IL MODELLO CINESE

Per Facebook, e Clegg, una delle principali minacce all’attuale sistema è dato dalla “chiusura” della rete: «Mentre parliamo è in corso una lotta per l”anima’ di Internet. Perché esiste già un’altra Internet ed è quella cinese, basata su valori molto diversi come il controllo stradale, la censura, la sorveglianza, la separazione dei suoi utenti dall’Internet globale. E alcuni paesi, in misura maggiore o minore, stanno iniziando a seguire l’esempio della Cina». «Ora», ha continuato, «è più importante che mai, che i legislatori europei e statunitensi capiscano che è tempo di venire allo scoperto per preservare l’Internet aperto, globale e accessibile come tutti lo conosciamo».

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Facebook spiega ai giudici che CasaPound è «odio organizzato»

Il social network ha presentato un reclamo contro l'ordinanza del tribunale di Roma che aveva chiesto di riattivare l'account del movimento neofascista: «Abbiamo una policy sulle organizzazioni pericolose».

Facebook ha presentato un reclamo contro l‘ordinanza del Tribunale di Roma che il 12 dicembre scorso aveva ordinato al social di riattivare gli account di CasaPound. «Ci sono prove concrete che CasaPound sia stata impegnata in odio organizzato e che abbia ripetutamente violato le nostre regole. Per questo motivo abbiamo presentato reclamo», fa sapere un portavoce di Facebook.

«ABBIAMO UNA POLICY SULLE ORGANIZZAZIONI PERICOLOSE»

«Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in ‘odio organizzato’ di utilizzare i nostri servizi», ha dichiarato il portavoce di Facebook.

«LE REGOLE VALGONO AL DI LÁ DELLA IDEOLOGIA»

«Partiti politici e candidati, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia». Il reclamo di Facebook è contro l’ordinanza con cui il 12 dicembre il tribunale civile di Roma ha ordinato al social network la riattivazione immediata della pagina Facebook di CasaPound, oltre che del profilo personale e della pagina pubblica dell’amministratore Davide Di Stefano. Tali account erano stati disattivati da Facebook il 9 settembre.

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Facebook e Instagram down: ancora problemi per i social di Zuckerberg

I due siti irraggiungibili per diverso tempo e in diverse zone del mondo, dall'Europa agli Stati Uniti. Su Twitter un fiume di segnalazioni sotto gli hashtag #facebookdown e #instagramdown.

Pomeriggio difficile per i social di Mark Zuckerberg. Nella giornata del 28 novembre sia Facebook che Instagram sono risultati irraggiungibili per diverso tempo in varie parti del mondo.

SEGNALAZIONI DALL’EUROPA AL SUD AMERICA

Sul sito Downdetector sono state migliaia le segnalazioni di malfunzionamento per i due social network. A livello geografico, le segnalazioni hanno coinvolto l’Europa, il Nord America e il Sud America. Diverse centinaia di segnalazioni hanno riguardato la chat Messenger. Su Twitter diversi utenti stanno postando messaggi con gli hashtag #facebookdown e #instagramdown. C’è chi non è riuscito ad accedere a Facebook e ha pubblicato lo screenshot dell’avviso visualizzato sul social: «Facebook al momento non è disponibile a causa di un’operazione di manutenzione e dovrebbe tornare a essere disponibile tra pochi minuti».

FACEBOOK: «AL LAVORO PER TORNARE ALLA NORMALITÀ»

«Sappiamo che alcune persone stanno riscontrando delle difficoltà nell’accedere alla famiglia delle app di Facebook», ha detto un portavoce del gruppo. «Stiamo lavorando per riportare tutto alla normalità il più velocemente possibile».

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La marcia delle Sardine

Il movimento su Facebook: «Circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo». Poi la denuncia: «Veniamo diffamati ogni giorno da alcuni media». I prossimi appuntamenti a Reggio-Emilia, Rimini e Parma. Lavori in corso per Firenze e Milano.

Adesso che anche Matteo Salvini vuole andare in mezzo a loro, magari per provocarle, i prossimi appuntamenti delle Sardine – il movimento nato da Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Giulia Trappoloni, che ha portato in piazza Maggiore a Bologna 12 mila persone a altre 9 mila in piazza Grande a Modena – si annunciano particolarmente “caldi”.

Le piazze fanno paura.Perché sono piene di gente.Perché sono libere.Perché hanno rovinato il tappeto rosso che la…

Posted by 6000sardine on Tuesday, November 19, 2019

«Oggi ci sono circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra», scrivono su Facebook i promotori, avvertendo però che sui social network «si moltiplicano gli account falsi che approfittano dell’immagine delle Sardine per seminare odio e sminuire il potente messaggio che le piazze stanno lanciando».

Sabato 23 novembre toccherà a Reggio-Emilia, dove è in programma un flash mob sebbene non sia prevista una visita elettorale del leader della Lega. Nella città emiliana il leader del Carroccio ha già fatto tappa il 9 novembre. L’appuntamento è alle 18.30 in Piazza Prampolini, davanti al Municipio, cuore del centro storico reggiano.

Mentre domenica 24 novembre le Sardine si sposteranno a Rimini, dove Salvini inaugurerà una nuova sede della Lega. «La Vecchia Pescheria si trasformerà in una fucina di creatività e resistenza. Sarà arte e libertà, anarchia e potenza, sarà follia e bellezza. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Perché fa più rumore un mare in silenzio che un pirata che urla. Salvini e la sua macchina del marketing hanno già dichiarato che il capitan Pesce Palla verrà in piazza a “conoscere” le sardine. Quindi oltre alla vostra sardina preparate un bel pesce palla da ragalargli. E poi giù di selfie così è contento. Tutto rigorosamente in silenzio. Lui non capirà, ma non importa».

Il 25 novembre sarà la volta di Parma, ma il movomento sta lavorando anche a un flash mob il 30 novembre a Firenze. Si punta anche all’Umbria e sempre su Facebook è spuntata una pagina «Le sardine di Milano». Una data ufficiale ancora non c’è, ma gli aderenti crescono rapidamente. Come quelli di Torino, che si avviano a superare quota 20mila.

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Come funziona Facebook Pay, il nuovo servizio per i pagamenti digitali

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app..

Facebook entra ufficialmente nel mondo dei pagamenti digitali. La società annuncia Pay, destinato agli utenti che usano l’ecosistema di app della società guidata da Mark Zuckerberg, cioè Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp, e che “offrirà alle persone un’esperienza di pagamento comoda, sicura e coerente” tra tutte le applicazioni. Facebook Pay debutterà questa settimana negli Stati Uniti, per poi diffondersi in altri Paesi, potrà essere utilizzato per fare acquisti, effettuare donazioni o trasferire denaro.

“Facebook Pay si basa su infrastrutture finanziarie e su partnership già esistenti ed è separato dal portafoglio Calibra che si appoggerà al network Libra”, precisa la società. Il servizio supporterà la maggior parte delle principali carte di credito e debito, anche PayPal.

Per utilizzare Facebook Pay, sarà necessario aggiungere il metodo di pagamento dalle impostazioni dell’applicazione oppure sceglierlo quando si effettua un pagamento. “Gli utenti già usano i pagamenti sulle nostre app per fare acquisti, fare donazioni per una causa oppure mandare denaro. Facebook Pay renderà più semplici queste transazioni, mentre continuerà a mantenere le informazioni di pagamento sicure e protette”, spiega in un post ufficiale Deborah Liu, Vice Presidente Marketplace and Commerce di Facebook, sottolineando che i numeri di carta e conto bancario verranno archiviati e crittografati in modo sicuro.

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Il futuro di Facebook tra fact-checking, credibilità e censura

Il social network di Zuckerberg è uno spazio vitale per politici ed elettori. Ma la decisione di non sottoporre a controlli gli annunci a pagamento, preceduta da un discorso del suo fondatore sulla libertà di espressione, rendono la natura e la piattaforma sempre più controversa, trasformandola in un’enorme azienda pubblicitaria con il solo scopo di espandersi.

Dopo oltre 15 anni di esistenza, Facebook continua a detenere il primato di social network più usato al mondo con ben 2,38 miliardi di utenti attivi mensili. Proprio dal 2004, anno della sua fondazione, il social e il suo creatore, Mark Zuckerberg, sono al centro di continui dibattiti e aspre polemiche.

Non da ultima, la controversia relativa all’eliminazione dei profili che si sono esposti a favore delle popolazioni curde. Come accaduto per l’oscuramento di altri account, Facebook ha motivato le sue azioni sostenendo che nel social «non c’è spazio per le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri».

Sembrerebbe, dunque, che Facebook abbia intrapreso costanti azioni di controllo al fine di incoraggiare, nello spazio digitale, la possibilità di esprimersi e creare un ambiente sicuro, impedendo atti di violenza. Limitare, per quanto possibile, l’inneggiamento alle azioni di guerra e all’odio che violano gli standard della community rappresenta uno dei pilastri della politica di Facebook.

QUEL VIDEO FAKE SU BIDEN PUBBLICATO DA TRUMP

Questa politica, però, sembra in netto contrasto con la decisione dell’azienda di non sottoporre a fact-checking gli annunci a pagamento dei politici, dando spesso vita a controversie e alimentando la diffusione di fake news. Non si tratta solo del fatto che molti degli amministratori delle pagine pro-curdi oscurati sostengano di non aver violato gli standard dei social e di aver pubblicato esclusivamente articoli tratti da agenzie stampa e testate locali, sempre con il loro permesso e sempre con la fonte segnalata in calce, ma della questione legata alla pubblicità politica, alla diffusione dei suoi messaggi spesso falsi e, talvolta, addirittura diffamatori. Il recente video pubblicato del presidente statunitense Donald Trump, promosso a pagamento, è un caso esemplare ma non isolato.

Sorprendente che uno dei leader più influenti al mondo abbia utilizzato la pubblicità a pagamento su Facebook per screditare un rivale

Nel video veniva riportata la (falsa) promessa fatta da Joe Biden, uno dei principali candidati alle primarie dei Democratici per le elezioni del 2020, al governo ucraino. Questo avrebbe infatti garantito un miliardo di dollari in cambio del licenziamento del procuratore generale che stava indagando sul figlio Hunter. Sorprendente, dunque, che uno dei leader più influenti al mondo abbia utilizzato la pubblicità a pagamento su Facebook per screditare un rivale. Alla luce di questi fatti, Elizabeth Warren, candidata del Partito democratico delle Presidenziali del 2020, ha deciso di sfidare Facebook sponsorizzando una fake news proprio su Mark Zuckerberg, nella quale si affermava che il fondatore del social appoggiasse l’attuale presidente degli Stati Uniti.

GLI STRUMENTI DI FACEBOOK CONTRO DIFFAMAZIONE E CENSURA NON BASTANO

Una lotta alla luce del giorno che non sembra avere fine a breve. La possibilità di fare appello predisposta da Facebook nel 2018, nel caso si verifichino casi controversi di censura o diffamazione, garantendo il ripristino dei contenuti quando riconosciuti come vittime di errore, non sembra bastare, anzi. Un piccolo diversivo che dimostra come le guerre non si giochino esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche, e forse soprattutto, su quelli dell’informazione.

Proprio su quest’ultimo punto si è soffermato lo stesso Mark Zuckerberg nel discorso da lui stesso tenuto un paio di settimane fa, all’università di Georgetown. Facendo eco al linguaggio del XVIII secolo, quando la gente ha iniziato a parlare di giornalisti della stampa come un «quarto patrimonio», che coesiste con tre livelli esistenti nel parlamento britannico, Zuckerberg ha definito Facebook come parte del «Fifth Estate». Il termine degli Anni 60, che si riferisce a una controcultura di giornalisti e intellettuali esterni critici nei confronti della società tradizionale, è associato all’omonima rivista anarchica nordamericana di Detroit, che lottava, tra l’altro, contro il capitalismo.

LE CONTRADDIZIONI DI ZUCKERBERG

Singolare, dunque, come Zuckerberg parli e sponsorizzi la sua azienda, quando invece Facebook sembra essere diventato uno dei fiori all’occhiello del capitalismo di sorveglianza, canale di disinformazione con fini di lucro che, talvolta, si appella ai propri “community standard” per oscurare profili e pagine, spesso in maniera erronea. Nel corso del suo discorso Zuckerberg ha più volte sottolineato l’importanza della libertà di parola che lui stesso e la sua azienda cercano di garantire e preservare.

Dinnanzi a tanto disordine, l’azienda dovrà essere frenata dalla regolamentazione

Un quadro distorto, dunque, rispetto al funzionamento della piattaforma stessa. Quel che è certo è che, dinnanzi a tanto disordine, l’azienda dovrà essere frenata dalla regolamentazione e se nell’Unione europea gli utenti di internet hanno il «diritto di essere dimenticati», questo non sembra ancora essere vero per la piattaforma e il suo fondatore e gli utenti, politici e non, dovranno prestare sempre maggiore attenzione ai messaggi che intendono far passare attraverso questo strumento.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Germania, nuova legge contro il neonazismo: Facebook deve denunciare le svastiche

Un pacchetto di nove misure che tra le altre cose impongono a Facebook di denunciare i post che istigano all'odio e in cui compaiono le svastiche.

Regole più dure e soprattutto aggiornate all’era dei social network per combattere il neonazismo e l’estremismo di destra. Il governo tedesco ha varato il 30 ottobre un pacchetto di misure in nove punti per combattere «odio ed estremismo di destra» fra l’altro costringendo i social network a denunciare alla polizia minacce di morte e post con svastiche. Il varo, ha spiegato l’agenzia Dpa, è avvenuto dopo l’assassinio del politico Walter Luebcke a inizio giugno e l’attacco alla sinagoga di Halle di questo mese con l’uccisione di due passanti e il ferimento grave di altri due.

I SOCIAL OBBLIGATI A RIFERIRE A UNA NUOVA CELLULA DI POLIZIA

I gestori delle reti sociali come ad esempio Facebook saranno obbligati a segnalare ad una nuova «postazione centrale» della polizia minacce di morte, istigazioni all’odio e crimini politici come l’uso di simboli vietati, riferisce l’agenzia con implicito riferimento alla croce uncinata. Inoltre il codice penale sarà integrato con norme contro «i crimini d’odio» che esorta a compiere, o anche solo minimizza, alcuni reati. Il pacchetto prevede fra l’altro maggior protezione per i politici locali, uno più stretto scambio di informazioni fra i servizi segreti interni federali e regionali, il controllo se chi richiede un porto d’armi è un estremista.

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Negli Usa arriva Facebook News: test a New York e Los Angeles

Il social network lancia la nuova sezione dedicata alle Notizie, a cui lavora un team di giornalisti.

Facebook lancia negli Stati Uniti una nuova sezione del suo social dedicata alle notizie. Si chiama News e per ora, spiega l’azienda in un post, è in fase di test su un gruppo di utenti, a cui fornirà notizie nazionali e locali in alcune aree metropolitane come New York e Los Angeles. Un team di giornalisti sceglierà le notizie del giorno da mettere in evidenza. Facebook ha lavorato al progetto per mesi. La novità arriva proprio in una fase in cui il social è alle prese con la proliferazione di fake news.

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L’audizione al Congresso di Zuckerberg su Libra e fake news

Incontro teso tra il fondatore di Facebook e i deputati dem. Sul tavolo non solo le preoccupazioni per la criptovaluta, ma anche la possibilità che le pubblicità influenzino le presidenziali del 2020.

Avrebbe dovuto rispondere solo sul progetto Libra. Ma alla fine Mark Zuckerberg si è trovato a dover difendere Facebook da tutti i fronti, dalla sua criptovaluta alla pubblicità politica fino alla pedopornografia. Che l’audizione alla commissione servizi finanziari della camera non sarebbe stata facile per il numero uno del social è apparso chiaro da subito. La deputata democratica Maxine Waters aprendo i lavori ha accusato Facebook di aver «consentito le interferenze sulle elezioni, violato le leggi sui diritti civili» e ora, come se non bastasse, vuole creare il ‘ZuckBuck’, ovvero Libra. Zuckerberg, ha incalzato Waters, «forse pensa di essere al di sopra della legge».

Durissimo anche lo scambio con la deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez che ha concentrato le sue domande sia sullo scandalo di Cambridge Analytica che soprattutto sulle pubblicità. In particolare la congresswoman dem ha chiesto al Ceo: «Voglio solo capire quanto ci possiamo spingere in là. Volendo io posso lanciare un post sponsorizzato indirizzato a repibblicani dicendo che hanno votato a favore del Green New Deal?», ottenendo solo un laconico «probabilmente».

LA DIFESA: «ADS POLITICI SOLO UNA PICCOLA PARTE DELLE NOSTRE ARRIVITÀ»

L’amministratore delegato di Facebook ha ascoltato impassibile tutte le accuse bipartisan piovute sulla sua società ed è passato alla difesa. Per quanto riguarda il voto, Zuckerberg ha osservato come i deep fake sono fra le «minacce emergenti» con cui Facebook si trova a fare i conti in vista delle elezioni del 2020. Sulla pubblicità politica ha poi ribadito che la piattaforma non effettuerà alcun fact checking, entrando così a gamba tesa nel dibattito sulla libertà di parola. «Una percentuale molto piccola delle nostra attività deriva dalla pubblicità politica e non giustifica tale tipo di controversia», ha spiegato.

IL MURO DI MENLO PARK SU LIBRA

Alla deputata repubblicana del Missouri, Ann Wagner, che lo ha attaccato sulla pedopornografia accusandolo di non fare abbastanza ha risposto: «Lavoriamo più di ogni altra società per identificare questo tipo di comportamento». Zuckerberg ha poi difeso a spada tratta Libra, la criptovaluta che può essere un rimedio contro le disuguaglianze e può contribuire al rilancio dell’infrastruttura finanziaria americana che è «datata»: la minaccia di una criptovaluta cinese rappresenta una delle ragioni importanti per approvare Libra, ha spiegato. Certo è un’iniziativa «complessa e rischiosa. Non so se funzionerà», ha detto il capo di Menlo Park, ammettendo che Facebook non è il «messaggero ideale per il progetto, abbiamo avuto diversi problemi negli ultimi anni e sono sicuro che molti speravano che fosse chiunque altro ma non Facebook a portare avanti questa idea”» Parole che implicitamente si riferivano alla reputazione e alla credibilità del social, travolto da una serie di scandali sulla privacy. Libra, ha voluto precisare, non aspira a essere una moneta sovrana, non vuole entrare nell’arena politica. Poi per rassicurare ulteriormente ha detto che Facebook è pronta a non partecipare a Libra nel caso in cui non ci fosse il via libera delle autorità americane. Rassicurazioni che comunque non sembrano soddisfare.

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