«Tafida non deve morire», la sentenza dell’Alta Corte britannica

Il giudice ha accolto il ricorso dei genitori della bambina londinese in coma da mesi contro la decisione dei medici di staccare la ventilazione. La piccola potrebbe essere trasferita al Gaslini di Genova.

Tafida Raqeeb, la bimba di cinque anni in coma a causa di una emorragia cerebrale, non deve morire. Lo ha deciso l’Alta Corte britannica, accogliendo il ricorso presentato dai genitori contro la decisione di staccare la ventilazione presa dai medici del Royal London Hospital dove la piccola è ricoverata.

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La giudice Alistair MacDonald ha così bocciato le motivazioni dell’ospedale londinese secondo cui mettere fine alla vita di Tafida sarebbe stato «nel suo miglior interesse», poiché, pur non del tutto incosciente, la bambina non ha consapevolezza né avrebbe possibilità di ripresa.

LA PICCOLA POTREBBE ESSERE TRASFERITA A GENOVA

Tafida ora potrebbe essere ricoverata all‘ospedale Gaslini di Genova dove già lo scorso luglio la famiglia aveva chiesto di trasferirla. Il condizionale però è d’obbligo visto che il Royal London Hospital potrebbe ricorrere in appello. Il Gaslini dopo la sentenza ha ribadito la disponibilità ad accogliere la bambina. «Siamo felici di poter accogliere Tafida all’ospedale Gaslini», ha detto Paolo Petralia, direttore generale dell’istituto. «Fin da subito abbiamo offerto la disponibilità di accogliere la piccola e la sua famiglia nel nostro ospedale poiché non sempre, purtroppo, è possibile guarire, ma sempre è doveroso prendersi cura e offrire spazio di accudimento ed accoglienza».

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«Questo tempo che viene offerto a Tafida e alla sua famiglia è una condizione di dignità e qualità di vita, che da sempre al Gaslini viene offerto ai bambini di tutte le nazionalità e in tutte le condizioni», ha aggiunto Petralia. «E in questo, ancora una volta, portiamo avanti la missione del nostro fondatore, rivolta ai bambini di ogni condizione, di ogni dove e in ogni tempo».

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Gli italiani vogliono più diritti su droghe e fine vita

Sondaggio Swg commissionato dall'Associazione Coscioni: i cittadini chiedono libertà anche per aborto, fecondazione assistita e cannabis. Cappato: «Il popolo è più avanti dei capi partito».

Gli italiani vogliono più libertà e diritti su fine vita, scienza, droghe, disabilità e fecondazione assistita. È quanto è emerso da un’indagine Swg condotta su un campione di mille persone e commissionata dall’Associazione Luca Coscioni. Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione, ha così commentato i risultati: «Gli italiani si dimostrano ancora una volta più avanti dei capi partito e chiedono riforme di libertà per poter decidere sulla propria vita e sulla propria morte». Ecco tutti i risultati del sondaggio.

TESTAMENTO BIOLOGICO E FINE VITA

Il testamento biologico è conosciuto dall’83% degli intervistati, ma il 71% ignora le procedure per il rilascio delle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ossia le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi. Per l’84% la causa di questa difficoltà è da legare alla scarsa informazione resa disponibile da parte delle istituzioni. Per quel che invece riguarda il fine vita, la metà degli intervistati rileva l’assenza in un’adeguata tutela e disciplina giuridica. Aumentano poi i favorevoli a una legge che regolamenti l’eutanasia, con un 56% che dice sì in maniera incondizionata e un ulteriore 37% a sostegno di una normativa dell’accesso a determinate condizioni fisiche e di salute.

INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA

Il 73% dei cittadini italiani si dichiara favorevole all’aborto. Di questi, il 50% ritiene che sia necessario migliorare l’accesso all’Interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, permettendo il regime ambulatoriale, il trattamento a casa ed eliminando la raccomandazione al ricovero. Il 58% sostiene che la legge 194, in vigore dal 1978, sia una buona legge, ma che vada cambiata per garantire alle donne percorsi di accesso alla Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) maggiormente facilitati.

REGOLAMENTAZIONE DELLA CANNABIS

Il 53% dei cittadini è a favore della regolamentazione della cannabis e per il 61% i proventi andrebbero reinvestiti per fini sociali o in regioni depresse economicamente. Inoltre, il 68% della popolazione è favorevole a condurre maggiori studi e ricerche sull’uso delle droghe a fini terapeutici.

FECONDAZIONE ASSISTITA

L’82% degli intervistati vorrebbe norme per tutte le forme di procreazione assistita. Nello specifico, l’85% è favorevole alla diagnosi preimpianto per le malattie genetiche e il 64% alla fecondazione col seme di un donatore esterno alla coppia. Il 57% sostiene poi la fecondazione assistita per le donne single e il 42% per le coppie omosessuali.

RICERCA SCIENTIFICA E OGM

In Italia non è consentito l’utilizzo di embrioni (non idonei alla gravidanza) a fini di ricerca, motivo per cui quelli utilizzati nel nostro paese sono acquistati dall’estero. Il 65% degli italiani eliminerebbe questo divieto. Per quel che riguarda invece gli organismi geneticamente modificati il 90% degli italiani afferma di conoscerli, ma la conoscenza risulta vaga e poco approfondita.

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Suicidio assistito, i dubbi di Conte sulla sentenza della Consulta

Il premier dice la sua sul pronunciamento che ha riacceso il dibattito sul fine vita: «Mi sento di dubitare che esista un diritto alla morte». E sostiene l'obiezione di coscienza per i medici.

Non si placano le discussioni seguite alla sentenza della Consulta che ha legittimato, in casi analoghi a quello di Dj Fabo, il ricorso al suicidio assistito. Sul tema è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte che, pur senza esprimere giudizi perentori, non ha nascosto i suoi dubbi sulle possibili ripercussioni del parere della Corte Costituzionale.

«HO QUALCHE DUBBIO SUL DIRITTO ALLA MORTE»

«È giusto che ci sia un confronto sereno, serio, in parlamento», ha detto il presidente del Consiglio. «Non voglio far pesare la mia opinione personale: da giurista e da cattolico mentre non ho dubbi che esista un diritto alla vita, perno di tutti i diritti della persona, dico che è da dubitare ci sia un diritto alla morte. Esiste un diritto all’autodeterminazione per cui scelgo le mie cure ma scegliere di essere avviato alla morte e chiedere l’ausilio di personale qualificato può essere un po’ dubbio».

«AI MEDICI VA RICONOSCIUTA L’OBIEZIONE DI COSCIENZA»

«Per i medici quantomeno», ha aggiunto Conte, «se si stabilisse un diritto alla morte, «bisognerebbe riconoscere quantomeno l’obiezione di coscienza». In ogni caso, il premier ha ribadito l’urgenza di un intervento legislativo. «Bisogna fare una legge: ci sprona a farlo la stessa Corte costituzionale. Leggeremo la sentenza per intero quando tra un mesetto sarà depositata, ma l’intervento della Corte non può sostituire un intervento legislativo. L’avevo detto anche quando ho chiesto la fiducia in sede di replica in parlamento. Ho sollecitato le forze politiche ad assumere l’iniziativa anche perché su questi argomenti non mi sembra appropriata un’iniziativa governativa. Anche perché sono materie laceranti sul piano morale, con tante implicazioni anche filosofiche: farne una questione di governo no».

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Fine vita, la risposta dei medici alla Consulta: «Prevale il Codice deontologico»

L'ordine di Roma: «Non possiamo essere parte attiva nell'eutanasia o suicidio assistito». E chiede che a staccare la spina sia un pubblico ufficiale. La reazione dei vescovi.

La sentenza della Consulta continua a fare discutere. E ha avvicinato i vescovi all’ordine dei medici di Roma su un punto: l’obiezione di coscienza.

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«Il medico esiste per curare le vite, non per interromperle», ha detto il segretario generale della Cei monsignor Stefano Russo. «È chiaro che chiediamo per i medici l’obiezione di coscienza». Russo ha precisato però che la decisione della Corte costituzionale non ha creato «una frattura» tra la Conferenza episcopale italiana e le istituzioni. «Noi siamo sempre aperti al dialogo», ha aggiunto. «Speriamo in paletti forti. Non ci può stare bene quanto deciso ed è anomalo che una sentenza così forte sia arrivata prima di un passaggio parlamentare». I vescovi hanno quindi riaffermato «il rifiuto dell’accanimento terapeutico, riconoscendo che l’intervento medico non può prescindere da una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure».

Monsignor Stefano Russo in una immagine di archivio.

I MEDICI CHIEDONO L’INTERVENTO DI UN PUBBLICO UFFICIALE

Sul nodo obiezione è arrivata anche la risposta dei medici. «Ci atterremo a quanto dice il nostro codice deontologico, cioè che anche su richiesta del paziente non possiamo compiere atti che provochino o facilitino la sua morte», ha dichiarato Antonio Magi, presidente dell’ordine dei medici di Roma. Bene ha fatto, secondo Magi, la Corte Costituzionale «a mettere dei paletti dei chiari in questa sentenza, in cui però non dice che deve essere il medico a porre fine alla vita del paziente. Noi suggeriamo che sia un pubblico ufficiale a farlo, non può essere il medico». Su chi possa essere questo pubblico ufficiale Magi ha precisato che «dovrà essere il parlamento a indicarlo nella legge che è stato chiamato a redigere». E se, per ipotesi, la legge indicasse proprio nel medico la figura che deve staccare la spina, ha messo in chiaro, «noi continueremo sempre a seguire il nostro codice deontologico, che ci consente anche di esercitare l’obiezione di coscienza». Il medico, conclude Magi, «deve fare di tutto e ha l’obbligo di evitare le sofferenze del paziente, anche con le terapie palliative, ma non può essere parte attiva nell’eutanasia o suicidio assistito».

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La sentenza sul fine vita vista da chi è malato

Gustavo Fraticelli, affetto da tetraparesi spastica da oltre 20 anni: «Amo vivere, ma quando non sarò più autonomo sceglierò di morire. Non ha senso resistere». Salvini: «Mai approverò il suicidio per legge».

E adesso che la Consulta ha aperto alla prospettiva del suicidio assistito, in attesa di una legge del parlamento, cosa può cambiare per i malati? Gustavo Fraticelli, affetto da tetraparesi spastica, ha spiegato così il suo punto di vista: «Io amo la vita, ma quando non potrò più alimentarmi e curare in modo autonomo la mia igiene personale sceglierò di morire. Non avrà più senso resistere».

«IL DIRITTO DI DECIDERE È DI OGNUNO DI NOI»

In un’intervista a Il Messaggero ha raccontato che da oltre vent’anni non è più in grado di camminare, parla a fatica e combatte per la legittimazione del fine vita. La decisione della Corte costituzionale per lui vuol dire «che da oggi possiamo finalmente considerarci più liberi. E che la Consulta ha aperto la strada a una legge adeguata». Il diritto di decidere «è di ognuno di noi, ed è giusto che anche chi non è attaccato a una macchina ma è affetto da patologie irreversibili e sofferenze insopportabili possa scegliere liberamente se vivere o morire», ha aggiunto Fraticelli. «A questo punto l’intervento legislativo dovrà essere rapido, non si potrà più ritardare».

SALVINI RESTA CONTRO IL «SUICIDIO PER LEGGE»

Non tutti hanno valutato positivamente la sentenza. Oltre alla “bocciatura” dei vescovi è arrivata quella del leader della Lega Matteo Salvini: «Il suicidio per legge non lo approverò mai», ha detto a margine di un’iniziativa a Passignano sul Trasimeno in vista delle elezioni regionali in Umbria. «Per quello che mi riguarda la vita è sacra e lo Stato che legittima il suicidio, come altri progetti di legge tipo lo spaccio di droga, non è il mio Stato».

Serve un Paese civile che investa su ricerca, cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie abbandonate a sé stesse


Matteo Salvini

Qui però la questione riguarda anche drammi e sofferenze personali: «Non entro nel merito», ha commentato l’ex ministro dell’Interno, «è una scelta che riguarda le famiglie e i medici. Serve un Paese civile che investa su ricerca, cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie abbandonate a sé stesse».

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Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito

Nel primo caso il medico, d'accordo con il paziente, stacca la spina. Nel secondo fornisce assistenza, ma è il paziente stesso a compiere l'ultimo gesto. Esistono poi le Dat, in cui si può disporre un futuro rifiuto delle cure.

La Corte costituzionale ha deciso sul caso del radicale Marco Cappato, membro dell’associazione Luca Coscioni, che fornì l’aiuto a Dj Fabo, cieco e tetraplegico, per compiere in Svizzera il suicidio assistito, una pratica oggi punita dal Codice penale. Esistono tre termini riguardo alle scelte di fine vita per porre termine alle sofferenze di una malattia irrecuperabile. Tutte hanno lo scopo di rispettare la volontà del soggetto che intende terminare la sua esistenza. Quello che differisce è chi compie il gesto.

  • EUTANASIA – Il termine deriva dal greco e letteralmente significa “buona morte”. È l’atto che provoca intenzionalmente la morte di un paziente d’accordo con la volontà di quest’ultimo. Ne esistono due tipi, che vengono messe in atto sempre in accordo con il malato: l’eutanasia attiva, ovvero quando viene praticata ad esempio un’iniezione letale e l’eutanasia passiva, quando cioè viene sospeso un farmaco salvavita come può essere l’idratazione artificiale. Può essere volontaria quando a richiederla è lo stesso soggetto che ne usufruirà, o non volontaria se altri esprimono le volontà di un soggetto terzo, come un bambino.
  • SUICIDIO ASSISTITO – È la procedura scelta da Dj Fabo nel 2017. In questo caso il paziente chiede al medico di prescrivergli dei farmaci che sarà lui stesso a decidere se ingerire: il medico quindi non agisce direttamente, ma assiste il malato collaborando con lui. Qualora si tratti di un paziente che non è in grado di bere autonomamente, il gesto è sempre del malato che aziona con i movimenti che è ancora in grado di fare il sondino collegato ai farmaci letali. E’ il paziente a decidere quando morire.
  • DAT (DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO) – Si tratta delle disposizioni che una persona maggiorenne capace di intendere e di volere decide di fornire al medico per il futuro, qualora non dovesse essere più capace di intendere e volere. Queste disposizioni possono richiedere espressamente di non essere sottoposto a trattamenti sanitari anche se salvavita. Le Dat possono essere stipulate da un notaio con una scrittura privata o con una scrittura semplice consegnata personalmente all’Ufficio dello stato civile del proprio Comune di residenza. La dichiarazione, in ogni caso, deve essere stipulata davanti a due testimoni e può essere resa anche tramite videoregistrazione. Deve essere sempre firmata a mano. Le Dat possono essere in qualunque momento revocate o modificate.

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La Consulta apre al suicidio assistito

Dopo ore di attesa la Camera di Consiglio si è pronunciata: nei casi come quello di Dj Fabo non è punibile ai sensi dell'articolo 580 chi agevola la volontà del paziente affetto da patologia irreversibile.

Una sentenza storica. Dopo ore di Camera di Consiglio la Corte Costituzionale ha stabilito che è lecito l’aiuto al suicidio nei casi come quelli di Dj Fabo. La Consulta ha infatti ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del Codice penale, a determinate condizioni, «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

«INDISPENSABILE UN INTERVENTO DEL LEGISLATORE»

In attesa di un «indispensabile intervento del legislatore», si legge nel dispositivo, la Corte Costituzionale ha «subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente».

«EVITARE ABUSI SU PERSONE VULNERABILI»

La Consulta ha previsto «specifiche condizioni e modalità procedimentali» perché è l’aiuto al suicidio rientri nelle ipotesi non punibili, «per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018».

CAPPATO: «UNA VITTORIA DI FABO E DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE»

«Da oggi in Italia siamo tutti più liberi anche quelli che non sono d’accordo», ha commentato Marco Cappato. «Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte. Ora è necessaria una legge».

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Cosa prevede il ddl Cirinnà su fine vita e farmaco letale

Il testo, presentato in Senato da firmatari Pd, M5s, Leu e Psi, cancella il «gap di tempo» per chi decide di far cessare «sofferenze intollerabili». Ed è rivolto a persone con «patologie irreversibili».

Il suo nome è già legato alla legge sulle unioni civili. Ora la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà si è impegnata in un’altra battaglia in tema di diritti civili, quella del fine vita: è la prima firmataria di un disegno di legge che prevede l’introduzione del “farmaco letale“. L’obiettivo? «Consentire a chi già sta morendo di poterlo fare secondo la propria visione della dignità del morire», ha spiegato. Il testo, presentato mercoledì 25 settembre 2019 in Senato, è stato sottoscritto anche da Tommaso Cerno (Pd), Loredana De Petris (Liberi e uguali), Matteo Mantero (Movimento 5 stelle), Riccardo Nencini (Partito socialista italiano), Paola Nugnes (Leu) e Roberto Rampi (Pd).

TRA VALORE DELLA VITA E TUTELA DELL’AUTODETERMINAZIONE

Il provvedimento interviene sul delitto di aiuto al suicidio previsto dall’articolo 580 del codice penale (che lo equipara all’istigazione al suicidio) e che secondo Cirinnà «non assicura più il bilanciamento tra il valore della vita e la tutela dell’autodeterminazione garantita dall’articolo 32 della Costituzione».

LA CONSULTA AVEVA INVITATO A LEGIFERARE

La Corte costituzionale aveva chiesto alle Camere di legiferare sul fine vita entro settembre 2019 proprio per colmare il vuoto legislativo. Il parlamento però non ha trovato mai un’intesa. Dunque niente eutanasia nel calendario dei lavori dell’Aula di settembre. Un caso che è diventato anche politico, con il centrodestra in pressing per il rinvio della sentenza della Consulta. Che era attesa il 24 settembre, salvo poi slittare al 25.

IL FARMACO CHE ELIMINA IL GAP DI TEMPO

Ora, fuori tempo massimo, il parlamento ci riprova. Anche se l’argomento costituisce uno scoglio tra il premier Giuseppe Conte e il Vaticano. La legislazione, ha spiegato Cirinnà, «consente una doppia scelta di rinuncia ai trattamenti sanitari e di sedazione profonda. Ma lascia un gap di tempo che con la nostra proposta potrebbe essere abbreviata: abbiamo infatti inserito la possibilità del farmaco letale».

SOLO PER CHI HA «PATOLOGIE IRREVERSIBILI»

Naturalmente, è stato precisato, l’induzione farmacologica della morte è rivolta solo a pazienti «con patologia irreversibile», «fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili» e capaci «di prendere libere decisioni».

Il parlamento è l’organo che deve legiferare in questa materia, non è tema da governo, che invece deve fare un passo indietro


Monica Cirinnà

I firmatari hanno spiegato che si tratta di «una proposta in più tra le tante che sono già state depositate», precisando che sono tutti concordi nel sottolineare che «non ci sono linee di partito su questo tema, ma solo diverse sensibilità. Noi vogliamo che queste sensibilità si incontrino». L’auspicio, è stato spiegato nel corso di una conferenza stampa, è che il parlamento riesca a fare un sintesi di tutti i testi presentati, con un’ampia «trasversalità». Perché è il parlamento, ha infine concluso Cirinnà, «l’organo che deve legiferare in questa materia, non è tema da governo. Quest’ultimo deve fare un passo indietro».

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Asse Conte-Vaticano: il primo scoglio è l’eutanasia

I rapporti tra Santa Sede e il premier sono buoni. Ma fino a un certo punto. Dopo l'esperienza fallimentare del governo pentaleghista, il primo banco di prova sarà il dibattito sul dossier. Con un M5s diviso e la Consulta pronta a pronunciarsi.

Un amico del Vaticano è stato confermato a Palazzo Chigi? Sì, ma fino a un certo punto. Il rapporto fra i vertici della Chiesa e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono certamente buoni, tuttavia Oltretevere attendono prudentemente la prova dei fatti. In fondo c’è stato anche un Conte 1.

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LA METAMORFOSI DI CONTE

Ma procediamo con ordine. Nelle tumultuose e bizzarre vicende della politica italiana, Giuseppe Conte autonominatosi «avvocato del popolo» poco più di un anno fa, quando si accingeva a guidare l’esecutivo cinque stelle-Lega, è diventato, in 14 mesi – secondo la definizione che ne ha dato l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini – «l’avvocato del palazzo». Il che, paradossalmente, in un Paese abituato a governi dalla durata spesso brevissima e a legislature monche, potrebbe sembrare quasi un complimento (per quanto involontario). Quasi la certificazione che Conte si sa muovere bene nei corridoi pieni di trappole della politica. Dunque da signor nessuno, da testa di legno nelle mani dei due vicepremier Luigi Di Maio e Salvini, a novello Giulio Andreotti la trasformazione del premier è stata rapidissima, anche nell’immaginario dei media

conte bis discorso fiducia
Il premier Giuseppe Conte.

L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

Sullo sfondo del passaggio fra il primo Conte e il Conte bis non poteva mancare il Vaticano, altro ex potere forte che fino a non molto tempo fa faceva e disfaceva i governi e le relative maggioranze della Repubblica. D’altro canto ha suscitato un certo effetto, a fine agosto, la fotografia del papa che parla con il premier ancora solo incaricato e gli regala un rosario. Conte, solo poche ore prima, aveva ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Sergio Mattarella, lui sì un vero ex Dc, ma anche uno dei padri fondatori dell’Ulivo e del centrosinistra nella Seconda Repubblica. 

Papa Francesco (foto di Tiziana Fabi/Afp-LaPresse).

LA RETE DI CONTE OLTRETEVERE

Papa Francesco e Giuseppe Conte si erano visti per pochi ma simbolici minuti, nella basilica vaticana al termine dei funerali del cardinale Achille Silvestrini, in passato diplomatico di lungo corso del Vaticano, uno degli artefici della Ostpolitik verso i Paesi dell’ex Cortina di ferro, e poi alla guida della fondazione Villa Nazareth, istituzione benefica e culturale rivolta a giovani universitari e controllata dalla Segreteria di Stato vaticana. Villa Nazareth è a sua volta collegata alla fondazione Domenico Tardini onlus che gestisce beni e strutture. In quest’ambiente ha pure studiato e si è formato Conte il quale è tuttora membro del comitato scientifico della fondazione Domenico Tardini. Vicepresidente di quest’ultima, per capire il contesto, è monsignor Claudio Maria Celli, uno degli artefici, da parte vaticana, del nuovo corso dei rapporti fra Santa Sede e Cina suggellato dall’accordo per la nomina condivisa dei vescovi fra autorità governative cinesi e vaticane, un po’ come avveniva con le monarchie europee di un tempo.

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Non si dimentichi, in tal senso, che Conte ha sottoscritto gli accordi commerciali con la Cina di Xi Jinping nell’ambito del progetto denominato Nuova via della Seta, mossa del governo gialloverde comunque apprezzata Oltretevere. Villa Nazareth è un’istituzione attraverso la quale, discretamente, sono passati e passano alti prelati, politici, economisti, banchieri che partecipano a incontri, convegni, giornate di studio (Giovanni Bazoli, per dire, è nel consiglio di amministrazione). Non c’è insomma solo il San padre Pio di Pietrelcina della natìa Puglia nel bagaglio cattolico di Conte, ma anche la frequentazione con la più esclusiva diplomazia vaticana.

Matteo Salvini bacia il rosario durante la manifestazione sovranista di Milano.

LA SINTONIA CON LA SANTA SEDE NELLA CRITICA A SALVINI

Inoltre, con il passaggio al governo Conte bis, il premier non ha disdegnato di ispirarsi alle posizioni assunte dalla Santa Sede per criticare apertamente l’uso politico dei simboli religiosi – il rosario e il crocifisso – fatto da Salvini, leader di quel nazionalismo xenofobo combattuto apertamente da Francesco che non ha esitato a paragonare certe correnti di sovranismo identitario al periodo in cui in Europa andarono al potere fascismo e nazismo. 

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LE RASSICURAZIONI CIRCA IL TEMA DELL’EUTANASIA

La svolta del governo M5s-Pd è stata insomma ben accolta in Vaticano e anche negli ambienti della Cei: l’eccesso di conflittualità e violenze verbale, il rischio di una rottura con l’Europa e del prevalere di derive razziste e anti-democratiche sono state ragioni sufficienti per far apprezzare li cambio di maggioranza parlamentare e di governo. Da parte sua, Conte, intervenendo durante il dibattito sulla fiducia, ha voluto dare garanzie su una questione ben precisa che sta a cuore alle gerarchie ecclesiastiche. Entro il prossimo 24 settembre infatti, in base a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, il parlamento dovrebbe legiferare sul tema dell’eutanasia. I tempi sono strettissimi e il rischio che la Consulta supplisca ancora una volta al ritardo della politica è reale.

Il presidente della Cei, Cardinal Gualtiero Bassetti.

IL NODO DELLA DEPENALIZZAZIONE

Conte, a Palazzo Madama, affrontando la questione ha detto: «Posso solo raccomandare che sarebbe opportuno incentivare il ricorso alle cure palliative, le misure per alleviare la sofferenza dei malati inguaribili e rafforzare la formazione bioetica degli operatori sanitari». Una posizione molto simile a quella sostenuta dalla Chiesa. Lo stesso capo dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti l’11 settembre ha sollevato con allarme la questione chiedendo al parlamento di non abdicare alle sue funzioni e ha proposto una via d’uscita legislativa per scongiurare la depenalizzazione da parte della Corte Costituzionale. «La via più percorribile», ha sottolineato, «sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso». Il cardinale ha indicato insomma un possibile punto di mediazione politica.

LA REVISIONE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Ma Bassetti è andato oltre invocando pure la «revisione» della legge sulle Disposizioni antipate di trattamento (il testamento biologico). Il cardinale ha chiesto che idratazione e alimentazione vengano escluse dai trattamenti sanitari la cui interruzione è consentita (da qui, per la Chiesa, nascerebbe la deriva eutanasica da cui discende il dibattito odierno. Del resto questa è la posizione sempre sostenuta dal cardinal Camillo Ruini). Resta il fatto che all’interno della stessa maggioranza esistono sulla questione eutanasia posizioni differenti, e lo stesso Conte ha spiegato di non aver voluto inserire il tema nel programma di governo perché sono in gioco diritti fondamentali e quindi le convinzioni etiche di ciascuno. Nel libero spazio del gioco parlamentare si potrebbero così formare maggioranze inedite fondate sul principio del voto di coscienza

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini.

IMMIGRAZIONE E FAMIGLIA: GLI ALTRI BANCHI DI PROVA

La Chiesa si aspetta novità anche sul fronte immigrazione. Le modifiche dei decreti Sicurezza sono già previste nell’accordo che ha sancito l’alleanza fra Pd e M5s, ma qui bisogna vedere i tempi e le modalità. La gestione Salvini del fenomeno migratorio è stata criticata da più parti e definita fallimentare soprattutto in relazione ai rapporti con l’Europa. Nessuno però è intenzionato, su un tema così delicato, la lasciare campo libero agli attacchi del leader leghista. In Vaticano, dunque, osservano e seguono con attenzione la strana e originale fase politica italiana, appoggiano il tentativo Conte ma sono al medesimo tempo ben consapevoli che il percorso del governo potrebbe anche essere assai accidentato. Primo vero banco di prova sarà la legge di Bilancio dalla quale la Chiesa si attende provvedimenti in favore delle famiglie. Tuttavia Oltretevere sono ben consapevoli che all’inizio del 2022 si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e quel traguardo viene giudicato comunque importante da raggiungere.

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