Il Pd abbandoni la vocazione maggioritaria di stampo prodiano

Quello che l'Emilia-Romagna può insegnare a Zingaretti: il partito coltivi il dialogo con le sardine senza fagocitarle e si apra ad alleati come la Schlein, lasciandosi alle spalle l'illusione del partito unico.

Il dopo-voto ha rilanciato la suggestione di un Pd che deve cambiare aprendosi ad altre forze e in cui possano contare persino i non iscritti.

Credo che ogni sforzo che il Pd farà per togliersi di dosso l’immagine del partito burocratico e elitario sia benvenuto e Nicola Zingaretti ha le caratteristiche anche umane del leader che può rappresentare una fase di apertura.

Tuttavia starei in guardia dal riproporre l’ipotesi del partito a vocazione maggioritaria. Se tutto ciò che si è messo in movimento in questi mesi dovesse entrare o rientrare nel Pd, elettoralmente si sposterebbero pochi voti.

IN EMILIA-ROMAGNA SI È APERTA UNA NUOVA FASE DEL CENTROSINISTRA

Il dato più interessante di questa fase, il vero segreto di un combattimento che ha arrestato l’ascesa di Matteo Salvini e forse ne ha avvicinato l’exitus politico, sta nel fatto che lo schieramento progressista si è presentato unitariamente attorno a un candidato ma rivendicando l’autonomia delle singole forze. Questo “polo” sta cambiando il Pd facendogli riscoprire la vocazione di sinistra che negli anni renziani era andata a farsi benedire e lo ha messo in condizione di dialogare senza arroganza con altri soggetti.

Il prossimo congresso del M5s potrebbe creare un raggruppamento in grado di pilotare il grillismo lontanissimo dalla destra e interlocutore scomodo della sinistra

Il primo è senza dubbi il M5s, ormai partito e come partito ormai destinato a scissioni. L’elettorato è in gran parte scappato, ma non sono state soppresse le domande a cui quel movimento aveva cercato di rispondere. Il prossimo congresso dei cinque stelle potrebbe segnarne la fine definitiva oppure creare un raggruppamento in grado di pilotare il grillismo lontanissimo dalla destra e interlocutore scomodo della sinistra. È la soluzione più opportuna perché l’idea che il movimento si squagli senza eredi lascerebbe un vuoto che oggi nessuna forza in campo è in grado di riempire.

SCHLEIN E SARDINE, LE DUE NOVITÀ DEL FRONTE PROGRESSISTA

La candidata Elly Schlein, vittoriosa in Emilia-Romagna, è un personaggio politico notevole di cui si sentiva la mancanza. Lei può rappresentare a sinistra un dopo-Vendola senza nostalgie e senza imitazioni di Nichi Vendola. È una giovane donna, combattiva, preparata, entusiasta, potrebbe diventare un soggetto significativo se decidesse di rappresentare a livello nazionale più che la versione radical della sinistra la versione moderna dell’ecologismo. Nel suo partito c’è un modello europeo che potrebbe, se sviluppato, portarla molto avanti.

Elly Schlein.

Poi ci sono le sardine a cui sconsiglierei di confluire nel Pd per il bene loro e per quello del Pd. Un movimento di popolo fonda un partito non entra in un partito che c’è. E fondando un partito deve stare attento a farne uno di tipo nuovo, cioè non burocratico, a mantenere le caratteristiche ideali che lo hanno sospinto nei favori popolari, a proporre soluzione concrete ai problemi del Paese, non necessariamente a tutti, basterà che si qualifichino su alcuni temi cruciali, e soprattutto che tenga alta la bandiera della tolleranza e della pacificazione.

ATTENZIONE ALLA SUGGESTIONE DI UN PD A VOCAZIONE MAGGIORITARIA

Credo che la sconfitta di Salvini è stata accelerata dalla sua citofonata. C’è una parte del Paese che ha il coltello fra i denti ed è quella parte che i commentatori più di moda hanno battezzato “popolo” come se fossimo di fronte a una mutazione antropologica degli italiani che avrebbe favorito caratteristiche belliche che mai hanno avuto. Invece gli italiani seguono le “rivoluzioni” ma dopo un po’ vogliono una tregua e soprattutto hanno voglia di urlare, di scontrarsi gli uni contro gli altri ma non di menare le mani.

Il contributo delle sardine può incivilire tutto il mondo politico dando voce a una Italia stanca di cialtroni

Fateci caso, in Calabria un leghista non avrebbe mai potuto vincere. Jole Santelli, che saluto caramente, non è invece un personaggio aggressivo, fa una politica di destra, ma uno di sinistra non si allarma nel vederla in cima a una grande regione. Il contributo delle sardine in questo momento è universale, può incivilire tutto il mondo politico dando voce a una Italia stanca di cialtroni, di quelli che fanno la guerra con motto «andate avanti voi che a me mi viene da ridere», con le persone deideologizzate ma socialmente pericolose perché non ci stanno con la testa (e non dico di chi sto parlando tanto si capisce lo stesso). Quindi eviterei la suggestione prodiana del partito a vocazione maggioritaria, eviterei persino la suggestione, in tema di leggi elettorali, di stampo ultra-maggioritario. Restiamo alla politica dei cento fiori.

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La sinistra ignori Salvini e gli editorialisti cerchiobottisti

Suggerisco a Zingaretti una “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere il capo della Lega, così che cuocia nel suo brodo. E lasciar perdere i consigli dei commentatori di Corriere e Repubblica.

Non so quanto tempo ci metterà la destra a liberarsi di Matteo Salvini. Molto dipende dall’ascesa di Giorgia Meloni che può innescare una gara ad eliminazione fra i due.

Da qui al momento dell’exitus di Salvini la sinistra, ovvero tutto ciò che è contrario alla destra, farebbe bene a ignorare il capo leghista. Generalmente sono contrario a strategie di questo tipo di fronte a un avversario arrembante che dice cose atroci.

Ora però siamo di fronte a un nemico che ha preso una botta molto forte, che finge che non gli sia successo nulla, che cerca, grazie ai giornali che lo appoggiano e alle televisioni amiche, di riprendere la marcia ma è visibilmente suonato, insomma un cadavere politico.

SALVINI VA IGNORATO, NON LE ISTANZE DEI SUOI ELETTORI

Due colpi nel giro di pochi mesi hanno significativamente appannato l’immagine di Salvini. Le forze che avevano puntato su di lui devono fare i conti con due cose: la prima è la strategia salviniana improntata solo su una linea di scontro, la seconda è la manifesta incapacità del capo leghista. La sua Bestia che, quando mosse i primi passi, stupì per il cinismo e la tempestività, ormai è diventata una macchina ripetitiva e lo stesso Salvini sta in tivù come Gabriele Paolini, quel personaggio che si infilava dietro i cronisti parlamentari del telegiornale con il suo faccione e che si prese un calcione dal povero Paolo Frajese.

Salvini è l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio

I piani da tenere rispetto a Salvini sono due. Uno dice che bisogna continuare ad analizzare il fenomeno di massa che è legato al suo nome, cioè analizzare quotidianamente le caratteristiche e le domande della gente che si è rivolta a lui. L’altro piano è quello che deve portare a sottolineare la totale irrilevanza del secondo Matteo. È l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio. Vince i sondaggi e perde le elezioni.

IL POPOLO CHE VIENE DAL PCI HA DIMOSTRATO DI ESISTERE ANCORA

In questi giorni e in queste ore Nicola Zingaretti sta ricevendo molti consigli. In maggioranza vengono da commentatori politici non sovranisti che avrebbero però visto volentieri la caduta dell’Emilia-Romagna per liberarsi finalmente dei “comunisti”. Non è successo e quindi, come si è già visto nelle tavole rotonde post elettorali, alzano l’asticella per il segretario del Pd e sono prodighi di suggerimenti, di indicazioni precettive, di ammonimenti che portano sempre a svalutare un voto che è di assoluta svolta.

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

Zingaretti faccia quel che gli pare ma non dia retta ai commentatori (ovviamente anche a me). Soprattutto lasci perdere quelli che non sanno più nascondere la loro tragedia personale nel vedere che malgrado errori, anche gravissimi, il mondo che viene dal Pci esiste, fa cose, è un argine contro la destra, addirittura qualche volta vince. Qui stiamo tutti bene e anche Massimo D’Alema, che ho visto qualche giorno fa, è in formissima. Rassegnatevi.

PROPONGO A ZINGARETTI LA STRATEGIA DELLA DISATTENZIONE

Ecco quindi il mio suggerimento (che Zingaretti può ignorare). La chiamerei la “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere Salvini, così che cuocia nel suo brodo. Lasciar perdere gli editorialisti di Corriere e Repubblica, in particolare i “cerchiobottisti”. Immagino che nel nostro futuro ci debba essere una sinistra rifomista che sappia volare alto, cosa impossibile se si perde la giornata a compulsare retroscena di Montecitorio, dichiarazioni di Tersesa Bellanova, editoriali pensosi. Per anni la sinistra è stata autonoma dal popolo. Ora ha iniziato, grazie alle autocritiche e alle sardine, a capire che questa connessione ci deve essere. La sinistra proclami, invece, la sua autonomia da editorialisti “cerchiobottisti” e dai giustizialisti alla Alfonso Bonafede e Marco Travaglio. Sarà una sinistra bellissima.

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La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

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Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

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Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

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L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

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Giovanni Favia commenta il tonfo del M5s a Bologna e in Emilia-Romagna

Alle Regionali del 2010, il M5s appena nato conquistava un insperato 7%. Oggi Simone Benini è fermo al 4. «La culla del Movimento è diventata la sua tomba», spiega il protagonista di quel boom finito espulso da Grillo e Casaleggio. L'intervista.

Quello del Movimento 5 stelle alle Regionali è stato «il più grande tonfo della storia repubblicana».

E segna la «tomba» del progetto là dove era nato elettoralmente, in Emilia-Romagna e a Bologna. Per questo gli Stati Generali di marzo saranno «un’operazione metafisica, che porterà a una fine mesta».

Giovanni Favia, candidato presidente del M5s in Emilia-Romagna nel 2010, consigliere regionale e poi espulso – ufficialmente – per la sua partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro Servizio Pubblico, torna ad attaccare i vertici pentastellati. E, risultati alla mano, elogia le Sardine. «Non ho simpatie per loro», dice a Lettera43.it, «ma sono i veri vincitori».

Giovanni Favia (LaPresse).

DOMANDA. Lei nel 2010 ottenne il 7%, un boom per il nascente M5s. Dieci anni dopo, Simone Benini è al 4%…
RISPOSTA. E dire che eravamo all’1% sul livello nazionale. Bologna e l’Emilia-Romagna sono state la culla del Movimento 5 stelle e ora ne sono la tomba. È il più grande tonfo della storia repubblicana non causato da alcuna bomba giudiziaria. Un partito dal 32% è quasi sceso a percentuali da prefisso telefonico: è stato il più grande inganno organizzato da un’agenzia di marketing.

Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini

Più di una volta il Movimento è stato dato per finito.
Il partito che non era né di destra né di sinistra è diventato sia di destra sia di sinistra. E ci consegna degli elettori strapazzati dalla fregatura che hanno preso. I principi del Movimento sono finiti da parecchio. Certo, il potere può avere un’onda lunga. 

Però bisogna ammettere che in questi anni sono stati raggiunti risultati impensabili…
Hanno puntato sull’ambivalenza mischiando un po’ di populismo di sinistra e un po’ di populismo di destra. Hanno creato un polpettone che ha funzionato finché erano all’opposizione. Sono stati ossessionati dalla comunicazione. E dire che era il partito che non voleva andare in tivù. Ma il successo non si è basato su un nuovo Movimento, anzi.

Quindi davvero non si può risollevare, o almeno salvare, il M5s?
Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini. Da lui è arrivato un fortuito abbraccio del cobra: con Luigi Di Maio c’era un amore politico corrisposto. Alla fine però li ha soffocati.

A proposito, cosa pensa delle dimissioni di Di Maio?
Era il capo politico, ma in realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo.

A marzo ci saranno gli Stati Generali. Che compito spetta all’erede di Di Maio?
È un’operazione metafisica, sarà poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno un po’ di qua, un po’ di là. Qualcuno tenterà di fare qualcosa: è una parabola a cui ho già assistito.

In questa dinamica di perdita di consensi ha inciso di più l’alleanza con il Pd o con la Lega?
È stato un destro-sinistro, come si direbbe nel linguaggio del pugilato. Forse è stata più fatale l’alleanza con il Pd. L’accordo con la Lega poteva essere giustificato con la necessità di sbloccare uno stallo politico e fare un governo. Dopo si è visto che era solo un gioco di poltrone: i moralizzatori del sistema hanno creato un sistema peggiore di quello che criticavano.

Di Maio? In realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo

Quindi il M5S non avrebbe dovuto avallare l’alleanza con alcuna forza politica?
Per stare al governo c’è bisogno di avere delle capacità, una visione. Il progetto politico non c’era, esistevano solo degli spot e dei meme su Facebook per prendersi gli applausi. Una linea ondivaga con una retorica populista. Ma adesso gli italiani lo hanno capito, si sono scottati provando il Movimento 5 stelle.

E quale impatto ci sarà sul piano nazionale?
Nonostante quello che dice Vito Crimi, si tornerà al bipolarismo. Ci sarà un post Salvini nel centrodestra, perché il bipolarismo non può sostenere un leader eccessivo come lui. Quindi ci sarà una guida diversa. A sinistra non si vede nulla. Questa fase politica è una sconfitta anche per Matteo Renzi. Non so se partirà qualcosa dal movimento delle Sardine.

Gli Stati Generali saranno poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno, qualcuno tenterà di fare qualcosa, ma è una parabola a cui ho già assistito

Pensa che le Sardine possano essere qualcosa di simile al Movimento 5 stelle?
Il leader delle Sardine si è dimostrato molto più abile di quanto si credesse nei primi giorni dopo la manifestazione di Bologna. Non ho particolari simpatie nei loro confronti, ma sono i veri vincitori di queste elezioni. Sono riusciti a occupare per 40 giorni la campagna elettorale, sia sul piano culturale che mediatico, togliendo la scena a Salvini.

Un’ultima domanda personale: Favia può tornare in politica?
Oggi non c’è lo spazio. Mi piacerebbe una realtà di centro moderato capace di andare fuori dalle vecchie logiche e dai soliti schemi. Siamo in tanti gli orfani di un progetto diverso.

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Le parole del premier Conte dopo il voto in Emilia e Calabria

Sospiro di sollievo per il governo dopo le Regionali. Affondo del presidente del Consiglio contro Salvini: «Esce come il grande sconfitto». Poi serra i ranghi: «Basta bandierine, al via agenda per il 2023».

Una sonora sconfitta per Salvini. Il premier Giuseppe Conte ha letto così l’esito del voto regionale in Emilia-Romagna del 26 gennaio. «Il voto è significativo», ha detto a un gruppo di gionalisti mentre entrava al Quirinale, «c’è chi ha tentato di renderlo un referendum sul governo» evidentemente «è rimasto deluso».

IL GRANDE SCONFITTO RESTA SALVINI

«Non ho cambiato idea», ha poi detto sempre ai cronisti rientrando a Palazzo Chigi, «avevo detto che sono appuntamenti elettorali regionali anche se per carità possiamo anche dare loro dei significati politici. C’è stato chi ha inteso fare di questo appuntamento elettorale, impropriamente, un referendum contro o pro il governo nazionale. Mi riferisco a Salvini che esce il grande sconfitto di questa competizione. I cittadini lo hanno inteso come referendum su di lui». Poi l’affondo post-elettorale sulla “citofonata” a Pilastro, quartiere di Bologna: «È indegno andare in giro a citofonare additando singoli cittadini. Mi ricorda pratiche oscurantiste del passato: è un dagli all’untore che non possiamo accettare, tantomeno da chi per 15 mesi ha fatto il ministro dell’Interno e aveva una grande responsabilità di perseguire quei reati e ora ha una grande responsabilità come leader d’opposizione. Sono scorciatoie che non possiamo accettare».

M5S IN FASE DI INCERTEZZA

Incalzato sul pesante flop del M5s Conte si è limitato a evidenziare come non ci dovrebbero essere impatti sul governo: «Il Movimento a marzo arriverà agli Stati generali che torneranno utili per rilanciare entusiasmo ed energia del M5s. Continuerò sempre più ad avere gli amici del Movimento pronti nell’azione di governo». «Il Movimento 5 stelle non ha conseguito risultati brillanti, questo è vero, ma consideriamo che il leader Di Maio si è appena dimesso, che il Movimento non si è mai strutturato a livello locale e che fino all’ultimo non si è deciso se partecipare o meno, quindi non dobbiamo essere ingenerosi. Sono arrivati a questo appuntamento in una fase di incertezza e transizione».

LE PROSSIME TAPPE DEL GOVERNO

Per quanto riguarda possibili tensioni nella maggioranza Conte ha mostrato di non essere preoccupato: «I numeri in parlamento sono diversi rispetto alle elezioni Regionali. Rispetto a un appuntamento al quale è improprio attribuire significati nazionali». Poi il nuovo appello agli azionisti dell’esecutivo: «Non vedo l’ora di incontrare le forze politiche, individuare le priorità, un cronoprogramma e un’agenda da definire nel dettaglio per il 2023. Non possiamo più permetterci smarcamenti, di piantare bandierine, la gente ci chiede azione».

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Bibbiano, il Pilastro e il Papeete sono le sconfitte simbolo di Salvini

Lega battuta da Bonaccini e dal Pd nel paese del Reggiano dove scoppiò il caso affidi strumentalizzato politicamente. Così come nel quartiere di Bologna della citofonata anti-spaccio e a Cervia, Comune dello stabilimento balneare che rimanda a mojito e «pieni poteri». Così la narrazione del Carroccio si è inceppata in Emilia-Romagna.

Una delle foto probabilmente più famose di Lucia Borgonzoni, la candidata leghista in Emilia-Romagna “oscurata” dall’ingombrante presenza di Matteo Salvini in campagna elettorale, è quella che la ritrae in parlamento, maglietta bianca e scritta nera: “Parliamo di Bibbiano“, con le lettere P e D rosse per indicare il Partito democratico. Che però a Bibbiano ha vinto nettamente alle Regionali 2020.

L’INCHIESTA ANGELI E DEMONI STRUMENTALIZZATA

All’epoca, era il settembre del 2019, si discuteva in Senato della fiducia al governo Conte 2 e la Lega stava strumentalizzando politicamente un fatto di cronaca, quella dell’inchiesta “Angeli e Demoni” sugli affidi dei minori nel paese del Reggiano.

COMUNE STORICAMENTE DI SINISTRA

Lì però, oltre quattro mesi dopo, Stefano Bonaccini ha vinto nettamente col 56,7%, lasciando la Borgonzoni al 37,43%. Il Pd ha superato il 40%, la Lega si è fermata sotto il 30. Cavalcare quelle indagini insomma non ha portato a risultati significativi: il Comune di Bibbiano è storicamente di centrosinistra e alle precedenti elezioni regionali Bonaccini aveva preso il 57%, con il Pd oltre il 50%.

LO SCONTRO POLITICO E LE ACCUSE AL SINDACO DEM

Quel caso, diventato presto arma elettorale e su cui lo scontro è degenerato coinvolgendo anche personaggi dello spettacolo come Nek e Laura Pausini, schierati con Salvini, riguarda in modo particolare il sindaco Andrea Carletti, proprio del Pd, accusato di abuso d’ufficio e falso: è finito prima ai domiciliari, poi all’obbligo di dimora, infine revocato perché secondo la Cassazione le misure erano infondate.

sindaco bibbiano carletti querele maio
Andrea Carletti.

SFIDA FINALE IN PIAZZA CON LE SARDINE

Nonostante numeri che smentivano il “sistema” Bibbiano, Salvini ha voluto fare proprio lì uno dei comizi finali della campagna elettorale, cavalcando fino in fondo la storia, ma la contro-manifestazione delle Sardine ha vinto la sfida della partecipazione.

PILASTRO, CITOFONATA AUTOGOL

Salvini ha perso anche in un’altra zona dove aveva alzato il tiro dello scontro con la famosa o famigerata citofonata: al Pilastro, il quartiere di Bologna del blitz anti-spaccio: lì il Pd ha preso il 41,9% (migliorando il risultato delle Europee 2019, quando aveva ottenuto 39,5%) e la Lega solo il 19,1%. Virginio Merola, sindaco di Bologna, ha commentato dicendo che «il Pilastro è stato il secondo Papeete di Salvini», evocando lo “strappo” estivo con cui Salvini provò a far cadere il governo per andare alle urne senza fare i conti con la possibilità della formazione di una maggioranza parlamentare alternativa a quella gialloverde.

salvini citofono spacciatori
Salvini mentre citofona ai presunti spacciatori a Bologna.

E ANCHE A CERVIA LEGA BEFFATA

La crisi la provocò mentre si trovava nello stabilimento balneare di Milano Marittima, frazione del Comune di Cervia. Dove curiosamente – anche lì – ha vinto Bonaccini, 48,8% contro il 46,1% della Borgonzoni. In tutti i luoghi simboli emiliano-romagnoli della narrazione leghista qualcosa non ha funzionato.

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Quanto hanno pesato le Sardine nella vittoria di Bonaccini

Esploso a novembre, il movimento dal basso ha gonfiato l'affluenza in Emilia-Romagna. Tirando la volata al governatore, che ai tempi del primo flash mob di Piazza Maggiore a Bologna era dato dai sondaggi in vantaggio di un punto sulla Borgonzoni. E alla fine ha vinto di quasi 8. Così le contro-manifestazioni anti-Lega hanno avuto un impatto sul voto.

A colpi di contro-manifestazioni sono riuscite a battere Matteo Salvini nelle piazze. Da Bologna a Bibbiano. Ma quanto hanno pesato davvero le Sardine nella vittoria – più larga del previsto – del candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna?

EFFETTO TRAINO SULLA PARTECIPAZIONE

Diffile quantificarlo, ma l’effetto coinvolgimento ha contribuito a ridare quota all’affluenza. I votanti sono stati il 67,67%, 30 punti in più rispetto al 2014, quando andò alle urne il 37,76% degli elettori emiliani-romagnoli. E le Sardine hanno fatto la loro parte per gonfiare questa partecipazione massiccia (sui cui subito Salvini si è preso i meriti citando Giorgio Gaber).

BONACCINI: «CI HANNO RICORDATO DELLE PIAZZE»

Bonaccini, commentando il voto, ha riconosciuto il ruolo del neonato movimento: «Ci siamo dimenticati di stare in piazza, ce l’hanno detto anche le Sardine, riempiendo le piazze e chiedendo una politica non solo fatta di volgarità e di un invito alla rabbia o al rancore, ma anche più civile e pacata». Anche il segretario dem Nicola Zingaretti le ha citate subito, nella notte elettorale fuori dal Nazareno: «Un immenso grazie al movimento delle Sardine».

AL PRIMO FLASH MOB I CANDIDATI ERANO APPAIATI

Tutto era nato il 15 novembre 2019, in quel primo flash mob di Piazza Maggiore in cui risposero oltre 6 mila persone in risposta alla narrazione salviniana e alla campagna elettorale senza scrupoli della Lega (e la citofonata del Pilastro non era ancora arrivata). Il 7 novembre secondo i sondaggi Emg i due candidati principali erano più o meno appaiati: Bonaccini 45,5%, Lucia Borgonzoni 44%. Tecné il 10 novembre riduceva ancora di più lo scarto: 46% per il governatore uscente, 45% dato alla leghista. Alla fine ha vinto il centrosinistra di quasi 8 punti. A Bologna, dove le Sardine sono nate, Bonaccini ha vinto di 130 mila voti, poco meno di quello che è stato il gap finale a livello regionale (180 mila preferenze).

Da sinistra: Roberto Morotti, Andrea Garreffa, Mattia Santori e Giulia Trappoloni nel backstage della manifestazione nazionale del movimento delle Sardine a Bologna, il 19 gennaio. (Ansa)

ANCHE DALL’EUROPA APPLAUDONO

Il peso delle Sardine è stato riconosciuto anche fuori dall’Italia. Su Twitter l’europarlamentare belga liberale Guy Verhofstadt di Renew Europe si è complimentato: «Salvini ha fatto la sua vergognosa campagna elettorale in Emilia-Romagna su se stesso e le sue ambizioni, ma ha perso. I risultati mostrano la potenza dei movimenti dal basso verso l’alto come le Sardine» capaci di «resistere al populismo di estrema destra. Congratulazioni a loro!».

ORA CONGRESSO NAZIONALE A SCAMPIA

Dopo l’esito del voto, i quattro fondatori – compreso il leader Mattia Santori – si sono concessi un momento privato: un giro in centro e una foto di gruppo davanti alla basilica di San Petronio, in Piazza Maggiore, dove tutto era iniziato. Hanno assistito in casa allo spoglio delle schede poi hanno fatto una passeggiata per il centro, deserto. Commentando così: «Ora non vogliamo più ragionare a livello locale, ma a livello nazionale. Ora riflettiamo su Scampia», dove hanno organizzato un congresso per il 14-15 marzo.

Su Facebook, appena dopo la chiusura delle urne, hanno scritto: «È tempo di far calare il sipario e lavorare dietro le quinte per preparare un nuovo spettacolo con tutti voi che vorrete continuare a non essere uno spettatore qualunque. Ci vediamo a Scampia».

«UNA BELLA FAVOLA, ORA SPORCHIAMOCI LE MANI»

E ancora: «Fino a oggi siamo stati una bella favola. Ora chiudiamo il libro e sporchiamoci le mani. Qualsiasi cosa succeda. C’è chi dice che siano i gesti folli a cambiare il corso della storia, ma noi preferiamo pensare che siano i gesti ordinari a cambiare il mondo in cui viviamo».

«NON CI VEDRETE IN TIVÙ O SUI GIORNALI»

Poi hanno spiegato: «Non siamo nati per stare sul palcoscenico, ci siamo saliti perché era giusto farlo. Ma ora è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità, innanzitutto personali. Se avessimo voluto fare carriera politica l’avremmo già fatto. E invece, prima di tutto, desideriamo tornare a essere noi stessi, elettori e cittadini, parenti e amici. Per questo motivo non ci vedrete in tivù o sui giornali. La nostra responsabilità è pari a quella che si è assunta ogni persona che oggi si è infilata il cappotto ed è andata a fare una croce da protagonista».

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Che vi avevo detto? Salvini è arrivato al capolinea

La Lega perde nettamente contro il Pd di Bonaccini. Il leader del Carroccio ha vinto solo nei sondaggi e nelle tivù. Oggi è in un vicolo cieco: se si estremizza ancora prenderà botte da tutti, se farà una svolta moderata non troverà uno solo che gli crederà.

Analasi del voto facilissima. La ricreazione è finita. I cinque stelle spariscono quasi dappertutto tornando a essere piccola cosa dopo aver sfiorato grandi numeri nel recente passato. Il grande sogno di Matteo Salvini di abbattere l’Emilia-Romagna rossa e di prendere così il controllo del Paese e del centro-destra si è infranto con un atroce risveglio.

Salvini perde nettamente (bravo Stefano Bonaccini, molto bravo!) mentre aveva promesso la vittoria o almeno un testa a testa con il Pd. Il Pd è il primo partito. Nella coalizione di centro-destra si squaglia Forza Italia e fa pochi passi Giorgia Meloni. In Calabria, invece, vince alla grande Forza Italia che, con la propria lista e con le altre due liste collegate, arriva a sfiorare il 25%. Salvini perde il primato come partito, anche qui nel confronto con un Pd che paga il prezzo delle sue divisioni.

I prossimi voti regionali daranno ulteriori dispiaceri a Salvini perché in Puglia, ad esempio, ci sono buone possibilità che rivinca Michele Emiliano e in ogni caso la lista che sarà premiata nel centro-destra sarà quella della Meloni che esprime il candidato governatore, il democristianissimo Raffele Fitto.

M5S VICINO ALL’ESTINZIONE, LEGA ESTREMISTA FLOP, PD REDIVIVO

Insomma questo voto dice due cose semplici e ne aggiunge un’altra. La prima è che i pentastellati si sono spenti. Forse in un voto politico potranno recuperare elettori, ma ormai sono una forza non decisiva della politica, probabilmente destinata a estinguersi scissione dopo scissione. Dice che Salvini con la sua strategia estremistica ha fatto il pieno con il suo partito ma non ha attirato voto moderato che in Emilia-Rmagna è andato al governatore uscente e in Calabria alla deputata di Forza Italia. La ruspa si è fermata.

Nicola Zingaretti, che aveva promesso lo scioglimento del partito, deve provare almeno a riformarlo,

Il terzo elemento è che il Pd, dato per morente, è vivo e che la società italiana esprime nuovi anticorpi di fronte alla sfida guerresca di Salvini, i ragazzi e le ragazze delle sardine sono un fenomeno riproducibile. Che effetti avrà questo voto? Il governo resta in piedi, il voto anticipato si allontana, nel M5s continuerà la resa dei conti, Nicola Zingaretti, che aveva promesso lo scioglimento del partito, deve provare almeno a riformarlo, Matteo Renzi cercherà di far vedere che esiste ma anche lui ha buio davanti a sé, le sardine forse diventeranno un movimento politico stabile di sinistra.

SALVINI HA DISTRUTTO TUTTO QUELLO CHE AVEVA ACCUMULATO

E Salvini? Salvini si avvia, come ho più volte scritto, verso la parte finale della sua stagione politica. Non comanda da solo nella sua coalizione, ovvero non è più il capo indiscusso. Nel Sud resiste Silvio Berlusconi, avanza Giorgia Meloni. Il governo che aveva promesso di abbattere vivrà una vita travagliata ma vivrà una vita lunga. Il voto sarà, più o meno, alla scadenza naturale e in questo parlamento non ci sono i numeri per eleggere un presidente della repubblica salviniano.

Matteo Salvini durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna.

La scia di insuccessi di Salvini è analoga a quella di Luigi Di Maio. È facile prevedere che nel suo partito qualcuno comincerà a chiedere conto del perché nell’arco di sei mesi Salvini sia riuscito a distruggere tutto ciò che aveva accumulato. Il re è nudo, che in questo caso vuol dire che Salvini non è un leader. Mentre Di Maio può dire di aver ballato una notte sola, questo privilegio a Salvini non è mai capitato. Ha vinto solo nei sondaggi e nelle tivù Rai e berlusconiane. Oggi è in un vicolo cieco: se si estremizza ancora prenderà botte da tutti, se farà la famosa svolta moderata non troverà uno solo che gli crederà. Si faccia una birra e saluti a centro campo.

LE SARDINE NON RINUNCINO A UN PROGETTO POLITICO A SINISTRA

In questo contesto il Pd è rinato. Chi ha ascoltato i commenti in televisione durante lo spoglio ha sentito come questo partito sia stato oggetto di critiche e di lazzi da parte di tanti che sognavano oggi di dichiarare sconfitto il modello emiliano. Si devono rassegnare. Dove c’è un popolo vero e un sistema di governo efficiente, non passa la linea sfascista. La leadership zingarettiana ha dato serenità. Le scissioni di Renzi e Carlo Calenda sono state irrilevanti (un bel ciaone a tuti e due). Tuttavia al Pd serve cominciare a volare alto. Nei programmi concreti, come nel rendere stabile e più vigoroso il taglio dell’Irpef. Nelle battaglie ideali perché il voto ci dice che la destra è forte ma non conquista tutto il popolo, anzi c’è una gran parte del popolo che di fronte alla sua avanzata trova la fantasia di organizzarsi e di scendere in campo, come è accaduto con le sardine.

Torna a essere vero che una sinistra riformista con un forte respiro ideale può contrastare e battere la destra

Sarebbe un peccato se le sardine rinunciassero a svolgere un proprio ruolo nazionale nel campo del centro-sinistra con le proposte e i valori che tanto entusiasmo hanno suscitato. La loro presenza dimostra che tante analisi di questi anni si sono rivelate fasulle: non era vero che non esistono destra e sinistra, non è vero che il popolo è di destra, non è vero che sovranismo e populismo sono le ideologie egemoni. Torna a essere vero che una sinistra riformista con un forte respiro ideale può contrastare e battere la destra. Questa destra poco per volta capirà di essere forte ma di aver bisogno di avere uno/una leader seria e non un facinoroso. Per questo ho scritto e ripeto che Salvini è all’ultima battaglia. Ne combatterà tante ancora, ma in sei mesi ha rivelato di essere un pessimo capitano. Prima o poi i leghisti gli citofoneranno.

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Bonaccini, l’anti-Lega che tiene l’Emilia eclissando il Pd

Il governatore uscente si conferma alla Regione con ampio margine su Borgonzoni e infligge la prima vera sconfitta a Salvini. Un successo ottenuto grazie alla capacità di smarcarsi dalla politica nazionale. E facendo leva sul buon governo locale.

Per infliggere la prima cocente sconfitta a Matteo Salvini serviva un modenese di 53 anni, poche parole e tanti fatti, capace di anteporre in campagna elettorale il buon governo locale alle beghe della maggioranza giallorossa. Ha reso omaggio alle Sardine, Stefano Bonaccini, ma dietro il largo successo del governatore uscente in Emilia-Romagna, con quasi otto punti percentuali sulla leghista Lucia Borgonzoni, c’è soprattutto la scelta di andare avanti per la propria strada, ignorando la caciara degli avversari che lo accusavano di voler nascondere il simbolo del Pd in una tornata elettorale dall’esito alla vigilia mai così incerto «Se gli vai a dire che la devi liberare, le persone qui lo sanno perfettamente che eravamo già stati liberati 75 anni fa», ha detto il vecchio e nuovo presidente, silenziando gli slogan leghisti. Per poi aggiungere: «C’è chi ha cercato lo show suonando i campanelli. Ma l’arroganza non paga mai».

DECISIVA LA SCELTA DI UNA COALIZIONE AMPIA

D’altra parte ci ha sempre creduto Bonaccini alla possibilità di confermarsi alla guida della Regione, riuscendo nel compito di difendere il feudo del centrosinistra dal tentativo di conquista di Salvini. Nella sfida ha vinto grazie a una coalizione ampia, che comprendeva, oltre al Pd, Emilia-Romagna coraggiosa (un rassemblement della sinistra ‘governista’), Verdi, Volt, +Europa e una lista civica a suo nome. Nella sua lunga carriera politica è stato assessore in Comune a Modena, poi segretario nella sua città dei Ds, prima di guidare il Pd in Emilia-Romagna. È stato eletto per la prima volta nel novembre 2014, con un’ampia larga maggioranza sullo sfidante di allora, l’attuale sindaco leghista di Ferrara Alan Fabbri, ma con un’affluenza al voto bassissima, circa il 37%. Allora la vittoria era scontata, questa volta no.

QUALCHE RARA COMPARSA SOLO CON ZINGARETTI

Nel suo mandato da presidente, Bonaccini si vanta di aver visitato ogni singolo Comune dell’Emilia-Romagna e ha cercato di mantenere la campagna elettorale sui temi locali, tenendosi alla larga dai leader nazionali, con qualche rara eccezione per il segretario Pd Nicola Zingaretti. Ha incentrato la sua corsa sul riconoscimento dei risultati raggiunti su temi come la sanità, il lavoro e l’economia, affermando che se l’Italia fosse come l’Emilia-Romagna sarebbe un posto migliore.

UNA VITTORIA CONQUISTATA SUL TERRITORIO

Fra le sue proposte per la Regione c’è un investimento per rendere gratuiti e accessibili per tutti gli asili nido e il trasporto per gli studenti. In questi anni, anche se concentrato sul governo locale, non è stato avulso dal dibattito interno al Pd e al centrosinistra: allievo della scuola Pci, prima si è avvicinato a Renzi, per poi prenderne le distanze sostenendo, alle ultime primarie, l’attuale segretario Zingaretti. La sua campagna elettorale è stata un tour de force, cercando di raggiungere più luoghi possibile. E di respinger gli attacchi avversari sostenendo che, essendo candidato per una coalizione, non poteva utilizzare il simbolo di un solo partito nei manifesti.

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Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Il nuovo movimento è la vera novità della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Questi ragazzi hanno risposto alla mancanza di ideali, di memoria e di partecipazione della sinistra. E se Bonaccini riuscirà a sconfiggere la Lega sarà soprattutto merito loro.

Sciogliersi nel movimento. Dai situazionisti ai partiti e partitini post-sessantotto questo slogan è risuonato mille volte in altrettante assemblee movimentiste.

Ora quel che si invocava tra i militanti di Lotta Continua o Avanguardia Operaia si ripropone e auspica per il Pd. Che dopo avere annunciato, per bocca del suo segretario Nicola Zingaretti, il prossimo, imminente cambio di nome non gli resta che sciogliersi, appunto. Nel movimento delle Sardine. Sardinizzarsi. Se vuole avviare un percorso di rinnovamento che non sia solo nominale, di cosmetica politica, bensì di mutamento sostanziale di prospettiva e di classe dirigente.

Non quindi come – pensando male – credo abbiano in animo di fare gli attuali dirigenti. Ovvero cooptare i giovani leader di un movimento che è esploso appena comparso. Che ha riempito le piazze al primo appello via social. E che ha fatto quel che avrebbe dovuto fare e non ha fatto il Pd e in generale tutto il centrosinistra: chiamare, scendere in strada e contrastare la sedicente «guerra di liberazione dell’Emilia-Romagna rossa», lanciata dalla Lega di Matteo Salvini.

LA PARTITA SI GIOCA SUL VOTO DEI GIOVANI

È fra i giovani e nel voto giovanile che si gioca la partita e che il presidente uscente Stefano Bonaccini può sperare di vincere. Va ricordato infatti che nelle ultime elezioni regionali ha votato solo il 37% del corpo elettorale emiliano-romagnolo: record storico di disaffezione per la politica e di non voto giovanile.

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Ora le cause della disaffezione elettorale sono note e hanno molto a che fare con l’inadeguatezza della classe politica nel suo complesso. Ma che per quanto riguarda il Pd sono esemplarmente riassunte, e oserei dire illuminate, dalle figure dei due ultimi ex-segretari, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, che sono usciti dal partito e ne hanno fondato uno nuovo. 

UNA POLITICA TRA IL TRAGICO E IL RIDICOLO

La coesistenza di tragico e ridicolo in questi ultimi anni del Partito democratico è peraltro speculare al fronte avversario. Che è peggio sul piano delle idee e della proposta politica, della modernizzazione del Paese e dell’avvio di riforme strutturali vere. Ma che proprio per questo riesce a intercettare più profittevolmente insoddisfazione e malcontento popolare. Giocando duro e sporco con le paure e le speranze delle persone. Proponendo ricette semplici e soluzioni immediate a problemi complessi e di portata epocale. Facendo leva sull’immiserimento culturale delle classi popolari e anche dei ceti medi.

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Solo così, cose fuori dal mondo e dalla storia, come l’ultimo Muro del comunismo da abbattere in Emilia-Romagna, possono essere prese sul serio. Ancorché servite con le gote rubizze e l’occhio lucido di Salvini che bacia le coppe, pone il Parmigiano Reggiano come valore assoluto dopo la mamma, il papà e il Natale, si presenta a Maranello indossando la felpa rossa e a Brescello sentenzia che oggi Peppone voterebbe Lega.

I competitori di Salvini vivono in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita

Di nuovo però altrettanto stupefacente è che a tale narrazione il centrosinistra intero non abbia risposto a tono. Limitandosi alle ironie, però facili, e lasciando il territorio nella disponibilità assoluta di Salvini. Che se ha una qualità, una sola, è di essere un demagogo che non ha paura di niente. Di alternare come se niente fosse sceneggiate truci, come l’ultima del citofono suonato all’abitazione del supposto spacciatore, e buffonate invereconde, come il balletto su TikTok a uso dei giovanissimi, che però lo hanno spernacchiato alla grande.

LA SINISTRA HA DIMENTICATO LA SUA STORIA

«Viviamo nel vuoto, ma è un vuoto ricco di segni». La citazione di Henri Lefebvre sulla nostra contemporaneità s’applica mirabilmente a Salvini e al salvinismo. Segnalando come viceversa i suoi competitori vivano in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita. Comunisti ma sui generis: libertari, conviviali, aperti. Agli antipodi della predicazione populista e sovranista che oggi va di moda e che ha fatto breccia anche nella “rossa Emilia”. Alla faccia di quel che Palmiro Togliatti ripeteva ai compagni: «Ha un futuro chi ha una storia».

Quella delle Sardine è stata una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi

Oggi quel che resta di un partito che negli Anni 80 aveva ancora più di 300 mila iscritti è quasi niente. Tanto da dovere alzare la bandiera della buona amministrazione del presidente uscente, rinunciando anche a qualsiasi, anche minima, chiamata alle armi ideologica. Tant’è che il verde è diventato il colore dominante della comunicazione elettorale di Bonaccini, senza nemmeno più una sottolineatura, un accenno, una virgola di rosso. 

LA PACIFICA CHIAMATA LE ARMI DELLE SARDINE

Che questa scelta “condominiale” rischiasse di essere perdente in una campagna elettorale giocata tutta dal centrodestra sull’ideologia, sulla mobilitazione di piazza e il coinvolgimento emotivo è stata l’intuizione e la scommessa delle Sardine. Una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi.

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Una contrapposizione gentile, ma risoluta al salvinismo: «l’Emilia non si Lega» è statolo slogan scandito in tutte le piazze della regione. Ben più mobilitante del claim elettorale di Bonaccini: «Emilia-Romagna un passo avanti». Le facce nuove e giovani delle Sardine sono state la vera sorpresa di una competizione che si è riaccesa e che forse annuncia una fase in cui la storia ricomincia di nuovo. Mi chiedevo infatti, e con me tanti, come un popolo di sinistra, qual è stato quello emiliano-romagnolo per decenni, potesse avere smarrito completamente gli orientamenti ideali condivisi da più generazioni. E le Sardine hanno offerto una prima risposta. No, quella storia di associazionismo democratico e internazionalismo, di cooperazione e riformismo non si Lega proprio.  

IL M5S, DA PARTITO POST-IDEOLOGICO A PARTITO POST IT

Insomma se Bonaccini vincerà lo dovrà molto più alle Sardine che ai dati positivi della sua amministrazione: non sufficienti per vincere una sfida elettorale diventata una posta nazionale. L’inizio o la fine di una stagione politica. Non epocale, come hanno scritto molti. Perché già era accaduto nel 1999 che la rossa Bologna cessasse di essere tale. Tuttavia in grado di segnalare un’altra novità, che conferma il ritorno di una politica “calda” e non interpretabile come contratto, bensì come contrapposizione di valori e visioni del mondo: il partito che si definisce o meglio definiva post-ideologico, il M5s, né di sinistra né di destra, si sta rivelando in realtà un partito post-it. Cartoleria politica, usa e getta. Soprattutto se i suoi pochi voti risultassero decisivi per fare perdere l’alleato di governo.

ALL’ITALIA SERVE UNA SVEGLIA IDEOLOGICA

È l’energia identitaria e la sveglia ideologica suscitate dalla scesa in campo delle Sardine che hanno fatto la differenza. Restituita la dimensione popolare e di piazza alla sinistra. Le due piazze occupate simultaneamente da Salvini e le Sardine nel luogo forse più simbolico dello scontro, Bibbiano, sono state la plastica rappresentazione di una realtà che un paio di mesi fa nessuno avrebbe mai immaginato. Una piazza della paura («Giù le mani dai bambini») soverchiata, come presenza, da una piazza allegra, festosa e perfino spiritosa («Salvini suona a Willy»). Che al di là del risultato elettorale e perfino della politica restituisce l’idea e la pratica di una società, quale è quella italiana, che da troppi anni boccheggia, arretra, sopravvive. Incapace di risolversi fra malinconia e rabbia. Perciò più che mai bisognosa di positività e ottimismo, di idee coraggiose e facce nuove.

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Cosa sapere delle Regionali in Emilia-Romagna

Salvini, con Borgonzoni, tenta l'impresa di scippare al centrosinistra il fortino rosso. Ma deve fare i conti con il governatore uscente Bonaccini, smarcatosi dal Pd e sostenuto dalle Sardine. Una guida.

Il primo appuntamento elettorale del 2020, le Regionali in Emilia-Romagna, è anche il più importante per le sorti del governo giallorosso.

Se il Pd perdesse il fortino rosso e il M5s subisse l’ennesima batosta elettorale, la crisi del Conte bis sarebbe dietro l’angolo. Almeno così va minacciando Matteo Salvini.

L’unica cosa certa, almeno secondo gli ultimi sondaggi, è che si prospetta una corsa all’ultimo voto tra la leghista Lucia Borgonzoni, e il governatore uscente Stefano Bonaccini

Domenica 26 gennaio gli emiliano-romagnoli sono chiamati però a scegliere tra sette candidati. Oltre a Bonaccini e Borgonzoni, corrono Simone Benini per il Movimento 5 stelle, Laura Bergamini (Partito Comunista), Marta Collot (Potere al Popolo), Stefano Lugli (L’Altra Emilia Romagna) e Domenico Battaglia (Movimento 3V – Vaccini Vogliamo Verità).

BONACCINI “SCARICA” IL PD E CERCA LA RICONFERMA

Non sarà una competizione facile per Bonaccini. Il candidato del centrosinistra rischia di essere danneggiato dalla debolezza nazionale del Partito democratico e dalla crescita senza sosta di Salvini & Meloni. Nonostante i risultati ottenuti durante i cinque anni del mandato, la partita sarà al fotofinish.

Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna.

Situazione che ha spinto Bonaccini a non cavalcare in campagna elettorale loghi e bandiere del Pd, ma puntare tutto sulla sua figura. Modenese di Campogalliano, 53 anni, è stato prima bersaniano (Primarie 2012), poi renziano (Primarie 2013) – fu proprio l’ex segretario a nominare l’allora segretario Pd dell’Emilia-Romagna responsabile Enti locali del partito – quindi zingarettiano.

BORGONZONI, LA FRONTWOMAN DI SALVINI

Da tempo in Emilia-Romagna la Lega erode terreno al centrosinistra. Basti pensare al 33,8% ottenuto da Salvini alle Europee 2019 (col Pd fermo al 31,2%), alla vittoria del leghista Alan Fabbri alle Amministrative di Ferrara dello scorso anno o, ancora prima (2016), all’inedito ballottaggio Pd-Lega per la carica di sindaco a Bologna. Risultato portato a casa proprio da Borgonzoni. Bolognese, classe 1976, cresciuta in una famiglia di sinistra, è nipote del pittore partigiano Aldo Borgonzoni. Ma anche suo padre Giambattista è di sinistra e durante la campagna elettorale si è fatto ritrarre assieme alla sardina Mattia Santori.

La candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni (Lega).

Un passato da barista al Link, storico centro sociale bolognese, consigliera comunale del Carroccio e senatrice, quando venne nominata sottosegretaria ai Beni culturali del governo gialloverde, ospite alla trasmissione radio Un giorno da pecora, ammise: «Non leggo un libro da tre anni». Un peccato perdonabile, soprattutto se riuscisse a regalare a Salvini un risultato storico nella regione rossa.

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I 5 STELLE PROVANO A RIPARTIRE DA BENINI

Sono lontani i tempi in cui Parma diventava la Stalingrado grillina grazie a Federico Pizzarotti (ora sostenitore di Bonaccini). Oggi i pentastellati sembrano destinati – e rassegnati – a un clamoroso ridimensionamento, anche rispetto alle Europee dello scorso anno, quando in regione dovettero accontentarsi del 12,9%. Si spiega quindi perché Luigi Di Maio avrebbe preferito evitare di correre a questo appuntamento, se non fosse stato per Rousseau che ha decretato tutt’altro.

Una foto di Simone Benini presa dal suo profilo Facebook.

E sempre su Rousseau è stato scelto il candidato: l’apicoltore e informatico Simone Benini. Forlivese di 49 anni, si è aggiudicato il ticket d’ingresso alla competizione con appena 355 voti, ma la gara rischia di riservagli più oneri e che onori. Dei quattro consiglieri regionali uscenti a 5 stelle, due hanno rinunciato alla candidatura a presidente, uno si è ritirato a vita privata e l’ultimo oltre al passo indietro ha dichiarato che voterà per Bonaccini.

IL FUTURO DELLE SARDINE

Dai risultati in Emilia-Romagna non dipende solo il destino del governo, ma anche quello delle Sardine.

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La manifestazione delle Sardine in piazza VIII agosto a Bologna.

Protagoniste della campagna elettorale, il movimento nato proprio a Bologna deve capire cosa farà da grande. In caso di vittoria leghista, rischia di vedere soffocata ogni velleità di respiro nazionale. Ma anche in caso contrario, le incognite non mancano. Se vincesse Bonaccini, le Sardine continueranno a nuotare nelle acque dem nella nuova organizzazione a cui sta lavorando Zingaretti oppure pensano a un soggetto politico tutto loro?

COME SI VOTA

Si vota il 26 gennaio, in un’unica giornata, dalle 7 alle 23. L’Assemblea legislativa è composta da 50 consiglieri, compreso il presidente della Giunta regionale. Di questi, 40 sono eletti con criterio proporzionale sulla base di liste circoscrizionali concorrenti. Secondo l’articolo 10 della legge regionale 21 del 2014, l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome del candidato o dei due candidati compresi nella stessa lista.

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Nel caso di espressione di due preferenze, devono riguardare sessi diversi, pena l’annullamento della seconda preferenza. Ciascun elettore può, a scelta: votare solo per un candidato alla carica di presidente tracciando un segno sul relativo rettangolo; votare per un candidato alla carica di presidente e per una delle liste a esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare disgiuntamente per un candidato alla carica di presidente e per una delle altre liste a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare a favore solo di una lista tracciando un segno sul contrassegno: in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente. Qualora l’elettore esprima il voto a favore di un candidato presidente e per più di una lista, è ritenuto valido il solo voto al candidato mentre saranno ritenuti nulli i voti di lista.

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Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Il leader della Lega ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro. Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare ancora un mondo dominato dall'odio e da un luddismo antiumanitario. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone.

Oggi termina la campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria. In realtà non terminerà davvero.

Matteo Salvini continuerà ben oltre il limite di legge a fare casino. Lo ha già fatto prima di lui Silvio Berlusconi, ormai ridotto a penoso comprimario di una destra irriconoscibile.

Il dato saliente della vita pubblica italiana non è più lo scontro fra visioni del mondo, progetti, programmi, personalità. Salvini è riuscito a portarci là dove nessuno avrebbe mai immaginato che saremmo stati: a uno scontro in cui l’odio divide le case, le città, si alimenta di dolori che, qualunque sia stata la ragione che li ha provocati, diventano oggetto di campagna politica contro altre persone. Non c’è un tempo nel passato in cui si possano riconoscere i tratti di questa barbarie salviniana.

BONACCINI E SARDINE HANNO ARGINATO LA BESTIA

Comunque vada per Stefano Bonaccini e per le Sardine, dobbiamo loro riconoscenza. A Bonaccini per aver opposto ragione e sentimento  alle infamie della Bestia. Alle Sardine per aver re-introdotto nella vita pubblica concetti elementari di civiltà. Non è un paradosso che questa battaglia stia avvenendo nell’Emilia-Romagna, una terra carica di simboli opposti nella storia politica del Paese.

Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità

Quello che agli intellettuali moderati che fiancheggiano Salvini non hanno capito è che il respiro del loro capo e del suo movimento sta diventano affannoso, che ormai gli resta solo la proclamazione della guerra civile perché ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro.

LA FAVOLA DELLA SVOLTA MODERATA DI SALVINI

Appena poche settimane fa sui giornali alcuni commentatori si baloccavano per la svolta moderata che a loro sembrava Salvini avesse intrapreso. Non era vero. Non può diventare moderato. Può accadere che il suo mondo vinca e che si liberi di lui, ma Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità. Penso che il salvinismo stia arrivando al punto di non ritorno perché ha invaso tutto il campo e non può più retrocedere di fronte a qualsiasi manifestazione di umanità e di civiltà. È un feroce luddismo antiumanitario quello che viene praticato da questo facinoroso di poco pensiero e di parole tenute insieme dalla colla della violenza. Leggete i giornali che lo sostengono. Vittimisti e violenti, vogliono dirigere tutto, dalla politica alla fede, nella consapevolezza che una volta che il vento girerà i loro citofoni saranno intasati.

Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4

L’ultimo sforzo che emiliani, romagnoli e calabresi devono fare non dirà, tuttavia, la parola finale in uno scontro che terminerà solo con la “distruzione politica” di questo mostro politico che sembra creato in un laboratorio da uno scienziato pieno di rancori e frustrazioni. In politica, come nella vita, vince la pazienza. Solo gli stupidi potevano immaginare che il Movimento 5 stelle sarebbe durato più a lungo di una mezza stagione. Solo un drappello – formazione militare così chiamata perché diretta da un ufficiale di rango inferiore – di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone. Vi citofoneremo.  

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Chi sono gli impresentabili alle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria

Lo ha comunicato il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra. Uno in Emilia-Romagna e due in Calabria.

Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra ha presentato la lista degli impresentabili alle elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Nel primo caso si tratta di un candidato che ha riportato sentenza di condanna in primo grado e per la legge Severino, qualora eletto, sarebbe sospeso dalla carica.

Per la Calabria sono invece due i candidati in posizione rilevante ai sensi del Codice di autoregolamentazione; una terza posizione verrà definita nel corso della giornata di giovedì.

I PASSAGGI PER LA COMPILAZIONE DELLE LISTE

Morra ha spiegato che il lavoro sulle liste avviene in tre fasi: prima vengono ottenute le liste elettorali, poi queste vengono trasmesse alla Procura nazionale antimafia per un primo controllo, infine i dati vengono trasmessi dalla Procura nazionale. La commissione nazionale Antimafia a questo punto compie una ricerca per ottenere la documentazione relativa a tutti i carichi pendenti dei candidati e acquisire le sentenze passate in giudicato.

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Perché l’Emilia-Romagna è la croce di Zingaretti

Il futuro del segretario Pd è legato a doppio filo con il voto del 26 gennaio. In caso di sconfitta, certo. Ma anche di vittoria risicata. Essendo rimasto in panchina per tutta la campagna elettorale, l'eventuale tenuta del centrosinistra sarebbe attribuita solo alle Sardine. Lo scenario.

Non sarà una domenica qualunque per Nicola Zingaretti. Il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna è un crocevia del suo destino politico.

Nessuno, in caso di sconfitta, osa pronunciare la parola dimissioni in queste ore: nei giorni che precedono le elezioni prevale lo spirito unitario e qualsiasi polemica viene messa da parte, spingendo per la vittoria.

Ma il tema c’è, eccome. Anche se il diretto interessato ostenta ottimismo e nega l’eventualità di fare un passo indietro.

PER ZINGARETTI UNA PARTITA GIOCATA IN PANCHINA

Eppure, ironia della sorte, il segretario del Partito democratico gioca la sua partita dopo essere stato in panchina durante la campagna elettorale: salvo gli incontri programmati nell’ultima settimana, è stato visto poco in giro al fianco del candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini. Il presidente uscente della Regione Emilia-Romagna ha puntato su di sé, sulla sua amministrazione, promuovendo elettoralmente una lista civica forte con il suo nome. E lasciando molto sullo sfondo il Pd. Come se non bastasse, sul territorio i veri avversari mediatici della Lega sono i possibili competitor del partito di Zingaretti: le Sardine, che si riconoscono sempre più nella guida di Mattia Santori.

ANCHE UNA VITTORIA DI MISURA CAUSEREBBE UN MEZZO TERREMOTO

Nonostante le professioni di ottimismo, Zingaretti si trova in una lose-lose situation. In caso di sconfitta sarebbe difficile evitare la bufera, mentre di fronte a una vittoria di misura non ci sarebbero motivi per gioire. «Se il prevedibile ko in Umbria ha provocato fibrillazioni, figuriamoci cosa potrebbe accadere con una sconfitta in Emilia-Romagna», ammette un deputato della maggioranza off the records, come preferiscono esprimersi tutti in questo rush finale di campagna elettorale. Salvo fare gli scongiuri: «Comunque non andrà male, vedrete». L’unico a parlare chiaro è il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio. «Ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla», ammette.

UNA LEADERSHIP IN DISCUSSIONE

Tra le possibili conseguenze ci sono le dimissioni del segretario. Un tema su cui nessuno si sbilancia. Fino alla mezzanotte di venerdì, ultimo minuto utile della campagna elettorale, l’ordine di scuderia è di fare quadrato. E nel caso di débâcle, la decisione spetterebbe solo a Zingaretti. Ma nessuno sarebbe pronto a salire sulle barricate per difenderlo. Con un’ulteriore amarezza per il presidente della Regione Lazio: passare alla storia come il segretario delle sconfitte; onorevoli, come alle Europee, ma pur sempre sconfitte. Proprio lui che ha vinto le elezioni quando il Pd perdeva dappertutto. Anche per questo motivo l’Emilia-Romagna è una scialuppa a cui aggrapparsi.

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Ma non è solo il Pd ad avere il timore dell’eventuale conquista dell’Emilia-Romagna da parte di Matteo Salvini. La vittoria del centrodestra è una mina sul percorso di crescita delle Sardine, che sono viste come il “nuovo” contro le destre. Un inizio con il ko non sarebbe il massimo. Ma si tratta pur sempre di un aspetto marginale: il tonfo del Pd sarebbe talmente forte da aprire delle praterie nel campo del centrosinistra. Per il movimento che anima le piazze sarebbe un’ammaccatura, ma riparabile. Poi, del resto, il candidato è Bonaccini, non una Sardina.

IL RISCHIO DI UNA NARRAZIONE SARDINO-CENTRICA

La preoccupazione ai vertici di largo del Nazareno è che nemmeno la riconferma di Bonaccini possa dare nuovo slancio alla leadership di Zingaretti, pur mettendola al riparo dalla buriana. «Conta comprendere l’entità dell’eventuale successo. I numeri sono fondamentali per fare un’analisi», dice una fonte dem. Una vittoria risicata, ragionano negli ambienti di partito, finirebbe per essere attribuita all’effetto Sardine. La ribalta per Santori&Co. è già pronta per l’uso con una narrazione tutta sardino-centrica: indicati come i nuovi salvatori del centrosinistra. Per il movimento che sta prendendo forma in queste settimane potrebbe essere proprio questo il miglior esito possibile, un successo di misura da intestarsi all’istante.

LE PARTITE APERTE CON IL CONGRESSO

Insomma, il risultato del voto in Emilia-Romagna è incerto, così come le conseguenze che potrà produrre. Solo un fatto è sicuro: dopo il voto è attesa un’accelerazione verso il congresso del Pd, peraltro già annunciato da Zingaretti in un’ottica di cambiamento e allargamento del partito. «Bisogna studiare la tempistica adeguata, visto che ci sono le altre Regionali in primavera», spiegano ancora dagli ambienti dem. Ma, al netto delle date, sembra farsi largo un’idea: comunque vada sarà congresso vero, primarie incluse, per mettere in gioco tutti gli incarichi, non solo il nome del partito.

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Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il leader della Lega sta sfasciando la classe dirigente locale della Lega. Sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, si svelerà come il capo del Carroccio sia un bluff.

Ogni tanto in Italia qualcuno proclama che si è di fronte alla battaglia decisiva, quella che delineerà l’identikit definitivo del vincitore e consegnerà il perdente alle lacrime. Ora questa data sembra essere domenica 26 gennaio quando gli abitanti della regione tradizionalmente più rossa d’Italia dovranno scegliere fra un presidente efficiente ma rappresentante dell’ancien regime e una candidata improvvisata che il suo leader sospinge con le mille trovate inventate da un club di simpatici imbroglioni che si fa chiamare la Bestia.

Non succederà niente di epocale, invece. Sarà un dolore e un danno la sconfitta di Stefano Bonaccini, persona seria e capace. Sarà un problema la vittoria della Virginia Raggi in salsa emiliana. Al tempo stesso sarà una boccata d’ossigeno la conferma del caro Bonaccini e l’inizio della nuova via crucis per Matteo Salvini, il più vetusto arnese della politica con sul groppone sentenze che fanno invidia ai tanto deprecati partiti della Prima repubblica.

Non succederà, quindi, niente di epocale perché nessuno dei fenomeni in campo è in grado di stabilizzare l’Italia ovvero di radunare attorno a sé un durevole e importante blocco elettorale che possa esprimere una classe dirigente.

LA LEGA LABORATORIO PER LA CLASSE DIRIGENTE LOCALE NON C’È PIÙ

Per Salvini siamo di fronte al tema classico se sia o non sia in grado di governare il Paese. Sappiamo solo che sa come sfasciarlo. Per di più negli anni della sua guida della Lega sta disperdendo le competenze che avevano fatto del Carroccio di Umberto Bossi un bel laboratorio di classe dirigente locale. Oggi siamo di fronte a un partito di urlatori, roba da Rete 4. Questo Salvini, come scrivo da tempo e ormai se ne sono accorti anche altri, dovrà anche fare i conti con la destra rappresentata da Giorgia Meloni, tostissima politica, che è riuscita a trovare un equilibrio fra nostalgia e presente. Un vero osso duro per quel pasticcione di Salvini.

L’eventuale vittoria di Salvini avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini

Il popolo che segue il leader della Lega non ha più una fisionomia tale da definirlo come blocco elettorale in grado di esprimere una idea di Paese. Non c’è più dietro la Lega la fabbrica del Nord e del Nord Est, ovvero ci sarà pure ma sempre meno come fabbrica e sempre più come imprenditore incazzato. Anche qui roba da Rete 4. Insomma l’eventuale vittoria di Salvini, lo dico per suggerire agli intellettuali moderati di destra un po’ di prudenza nel soccorrerlo, avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini. Insomma se Giorgetti and company diranno: «Ora basta, ragazzo, fatti una birretta e lasciaci lavorare». Per la Lega vittoriosa si aprirà la stessa stagione feroce e distruttiva che sta vivendo il Movimento 5 stelle.

IN CASO DI SCONFITTA LA SINISTRA DEVE FARE TABULA RASA

Se perderà Bonaccini la sinistra scoprirà per l’ennesima volta di stare sulle palle al Paese e non avrà altra scelta se non quella di accantonare tutta, dicesi tutta, la sua classe dirigente. Non c’è accordo con Luigi de Magistris, non c’è lusinga verso le sardine che possa salvarla: prego andare a casa. Si ricomincia riunificando la sinistra, restituendo radici e storia a un grande movimento di emancipazione.

Il segretario della Lega Matteo Salvini durante il giro elettorale alla fiera di Rimini.

Se invece Bonaccini riuscirà nell’impresa di restituire Luicia Borgonzoni al suo papà, la sinistra e Giuseppe Conte avranno la possibilità di tirare un sospiro di sollievo, ma poco alla volta questo sospiro tornerà a essere asmatico, perché i polmoni politici non funzionano più. Resta la speranza che le sardine ci sorprendano. Resta la certezza che la strada per tirar fuori l’Italia da questa melma sarà lunga e faticosa. Ma ci vorrà una vera rivoluzione, pacifica ovviamente, perché la scena è occupata da mezze calzette prive di progetto, di ambizione grandi, di moralità, di senso di responsabilità.

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La manifestazione delle Sardine a Bologna

Il movimento torna nel capoluogo emiliano a una settimana dalle Regionali. Santori: «Siamo 40 mila».

Piazza VIII agosto si è riempita per l’evento delle Sardine, tornate nel capoluogo emiliano, da dove tutto era partito, a una settimana dalle elezioni regionali. «Ci sono già 35-40mila persone», ha detto Mattia Santori. Il ‘concertone’ si è aperta con l’inno ‘6000 (siamo una voce)’ del cantautore ravennate MaLaVoglia. «Siamo qui per dire che un’alternativa effettivamente c’è e da una piccola piazza si può arrivare a una grande piazza e addirittura a cambiare il risultato delle elezioni», ha aggiunto Santori. «La nostra speranza è che queste piazze si traducano in partecipazione elettorale, in una presa di coscienza».

«LE ELEZIONI SONO UN PUNTO DI SVOLTA»

«Tra una settimana c’è un punto di svolta: si capirà se siamo destinati a decenni di squadrismo digitale o ad aprire una nuova epoca fatta di democrazia, relazioni e partecipazione», ha proseguito Santori. «La vera attenzione è cosa succederà se il sovranismo, che era dato per strafavorito, perderà le elezioni su cui ha giocato tutte le carte, anche le sporche: sarebbe segnale per tutta la politica italiana e non solo, molto importante».

IL MESSAGGIO DI GUCCINI

Intanto le Sardine continuano a ottenere sostegno da più parti. Per Francesco Guccini, la loro apparizione «è stata come un raggio di sole dopo che piove per un mese: uno respira». Il cantautore ha incontrato i leader del movimento e il video è stato proiettato in piazza VIII Agosto a Bologna. «Le sardine hanno dato voce a un mucchio di gente con cui la sinistra aveva perso contatto. La sinistra, tutti quei vari gruppi». Più Europa ha donato al movimento una bandiera europea di 50 metri quadrati. «Oggi ho voluto portare in piazza questa bandiera perché solo in Europa, con l’Europa e per l’Europa l’Italia può rinascere più democratica più prospera e più giusta», ha spiegato Arcangelo Macedonio, candidato di +E a Bologna alle regionali dell’Emilia-Romagna.

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Matteo Salvini non molla sulla piazza di Bibbiano

Il leader della Lega ha confermato il comizio elettorale del 23 gennaio. La piazza del paese finito sotto in riflettori per lo scandalo degli affidi illeciti era stata richiesta anche dalle Sardine.

Nessun passo indietro di Matteo Salvini sulla chiusura della campagna elettorale in Emilia Romagna il 23 gennaio a Bibbiano, il paese al centro dello scandalo affidi. L’ex vicepremier ha quindi deciso di ignorare la richiesta delle Sardine. Il movimento bolognese avevano infatti giocato d’anticipo chiedendo l’autorizzazione di occupare la piazza in quella stessa data prima che lo facessero i leghisti. Con la promessa di rinunciarvi solo se il partito di Salvini avesse fatto lo stesso. Ma l’ex ministro degli Interni non cede come ha confermato il 18 gennaio a Maranello: «Noi le promesse le manteniamo, lo avevamo promesso a quelle mamme e a quei papà», ha detto.

IL REGOLAMENTO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DÀ RAGIONE ALLA LEGA

D’altronde la mossa delle Sardine era più che altro simbolica perché, in base al regolamento della campagna elettorale, la precedenza ce l’hanno i candidati al voto regionale del 26 gennaio, e dunque a Salvini a sostegno di Lucia Borgonzoni in corsa per il centrodestra in Emilia-Romagna.

BORGONZONI: «NON MI DEVO VERGOGNARE PER LA MAGLIETTA SU BIBBIANO»

«È una vergogna, una cosa che grida vendetta al mondo», ha aggiunto il leader della Lega sempre sull’inchiesta sugli affidi illeciti. Presente alla kermesse del partito anche la stessa Borgonzoni: «Tra i vari insulti che ricevo quotidianamente c’è anche l’invito a vergognarsi per avere indossato quella maglietta su Bibbiano. A vergognarsi dovrebbe essere chi non ha controllato quello che doveva controllare, non io, non noi. Fosse stato anche solo un bambino rubato ai genitori, definirlo semplice raffreddore non è una vergogna, è uno schifo», ha detto la candidata del centrodestra alle Regionali. E sul risultato del 26 gennaio non ha dubbi: «Qui non vinciamo e basta. Vinciamo bene, li mandiamo a casa qui, poi a Roma e ci riprendiamo questo bellissimo Paese», ha concluso lei.

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Il primato della Borgonzoni: essere più incompetente della Raggi

Sarebbe del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidasse a una candidata estranea all'abc della buona amministrazione e sorretta da un leader che bacia eroticamente salami. Se dovesse vincere in Emilia-Romagna significherebbe davvero che la sinistra sta sulle palle a tutti.

La Lega punta a scippare un primato al Movimento 5 stelle. Indubbiamente Virginia Raggi è la sindaca peggiore della storia di Roma, ha battuto persino Gianni Alemanno, e credo sia fra le peggiori nell’intero panorama italiano. Vedere la serie storica e fare le comparazioni.

La cosa che più ha colpito in questi anni è la sua totale indifferenza non solo alle critiche ma anche all’evidenza dei suoi fallimenti. E la città ha borbottato, qualche volta ha protestano, poi ha deciso di aspettare che passi la nottata. Matteo Salvini è un competitivo naturale. Come avrebbe potuto ancora accettare che il fratello separato Luigi Di Maio si attestasse, per interposta Raggi, al vertici di una classifica italiana?

Da qui l’idea di Lucia Borgonzoni, nota prima della candidatura per le sue comparsate televisive che mostravano la sua totale estraneità all’abc della politica e dell’amministrazione. Del resto lei stessa si era vantata di non leggere libri, forse convinta dal suo capo che è meglio un moijto sul comodino che un libro di Italo Calvino. Ebbene questa signora ha buone possibilità, sospinta dal vento elettorale leghista, di diventare presidente dell’Emilia-Romagna scalzando Stefano Bonaccini, che ha la colpa di essere competente e di non dire cazzate.

BORGONZONI, UNA CANDIDATA DEL TUTTO INADEGUATA

La campagna elettorale della Borgonzoni è tipo “vedo e non vedo”, in questo senso è molto sexy. Talvolta la portano in giro preferibilmente muta e quando non riescono a farla tacere lei riesce a dire cose che in tempi normali e in un Paese normale la spingerebbero immediatamente verso le scuole serali. Invece sembra che la battaglia sarà all’ultimo sangue. Ci hanno spiegato che voteranno Borgonzoni i penultimi (che in questo modo confermeranno la legittimità di questa singolare posizione) e l’Emilia interna, arrabbiatissima perchè non vede luce nel welfare riformista regionale.

Se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti

Non so. Ho difficoltà a fare l’analisi del voto dopo le urne, figuratevi prima. Possono dire solo che se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti. Perché era persino comprensibile che un pezzo di sinistra votasse la sconosciuta Raggi, è del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidi alla Borgonzoni sorretta da un leader che bacia eroticamente salami (citare Freud?).

BONACCINI PUÒ DIMOSTRARE CHE UN BUON POLITICO VALE PIÙ DELLE CHIACCHERE

Le ragioni per cui la sinistra può stare talmente sulle palle da portare alla vittoria della Borgonzoni sia su Bonaccini sia sul primato della Raggi sono diverse ma nell’espressione “stiamo sulle palle” si mescolano fatti politici, fenomeni psicologici, ripulse personali, insomma quel grumo di antipatie costruite in lunghi anni di potere. Io credo in Bonaccini a cui è affidato il doppio compito di difendere il baluardo emiliano-romagnolo e di dimostrare che se alcuni di noi stanno sulle palle al popolo, altri no.

Da sinistra, Stefano Bonaccini, Bianca Berlinguer e Lucia Borgonzoni (foto Roberto Monaldo/LaPresse).

Bonaccini ha tutte le caratteristiche per fare l’impresa. Ha fatto e detto cose serie. Non rappresenta quell’ idealtipo di funzionario comunista bacchettone. Soprattutto ci risparmierà la scena terribile che avremmo fra qualche anno di una Bergonzoni cacciata con i forconi perché se la Raggi può contare sulla pazienza cinica dei romani, gli emiliano-romagnoli presi per il sedere non la butteranno in chiacchiere. Fra i tanti discorsi da fare sulla sinistra che deve nascere spetterà a Bonaccini applicare una antica regola della nostra tradizione culturale: mostrare come la prassi sia in grado di innovare la teoria e quindi un buon amministratore vale più delle chiacchiere di tanti politici e politologi di destra e di sinistra.

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L’ultimo sondaggio prima delle elezioni in Emilia Romagna

Testa a testa tra Bonaccini e Borgonzoni a 18 giorni dal voto: il candidato di centrosinistra dato tra il 45 e il 49% dei consensi, quella di centrodestra tra il 43 e il 47%.

Nell’ultimo sondaggio prima delle elezioni in Emilia Romagna è testa a testa tra il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini e la rivale di centrodestra Lucia Borgonzoni, con il primo dato tra il 45 e il 49% dei consensi e la seconda tra il 43 e il 47%. Lo fa sapere una rilevazione di Swg per il TgLa7.

Un risultato simile emerge da un sondaggio realizzato da Emg Acqua. Bonaccini, infatti, è indicato al 46,5% delle preferenze degli elettori, mentre Borgonzoni insegue con il 43,5%. Molto staccato il candidato del Movimento 5 Stelle Simone Benini, fermo al 6,5%. Le liste che sostengono i due principali candidati sono invece al 45%. La Lega si confermerebbe primo partito, superando il Pd (29,5% contro il 28%). La lista ‘Bonaccini presidente’ è accreditata di un 12%, mentre le altre liste di centrosinistra sono date al 5%. All’8% è data Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia al 4%, la lista civica di Lucia Borgonzoni al 3% e le altre allo 0,5%. Il Movimento 5 Stelle è segnalato al 7%, le altre liste al 3,5%.

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Bonaccini, solitario y final ma non triste

Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.

Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.

Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.

Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.

LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA

La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.

Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire

Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.

UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE

Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.

Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.

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Bonaccini apre la campagna elettorale per le Regionali in Emilia-Romagna

Il candidato di centrosinistra alle Regionali 2020 apre la campagna elettorale a Bologna. Tra i presenti anche Romano Prodi.

Dopo le Sardine, in Piazza Maggiore a Bologna arriva il centrosinistra. Sabato si è infatti aperta ufficialmente la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna sfidato dalla leghista Lucia Borgonzoni alle Regionali del 2020. Almeno 10 mila le persone presenti. «È una piazza bellissima», ha detto Bonaccini salendo sul palco: «Mi hanno detto che è venuto anche Romano Prodi, gli mando un grande abbraccio».

I SINDACI CON IL PRESIDENTE DI REGIONE

In piazza, coperta dalle bandiere del Pd, anche il sindaco Virginio Merola, quello di Modena Gian Carlo Muzzarelli e il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune. «Ora a Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza», ha scritto su Facebook Pizzarotti. «Non contro qualcuno ma per l’Emilia Romagna. Per la nostra terra, con entusiasmo come non avveniva da anni. Sto con Stefano Bonaccini, sto con l’Emilia Romagna libera e forte, con questa piazza incredibile. Sto con chi parla di coraggio e non di paura».

Ora a #Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza. Non contro qualcuno ma per l'Emilia Romagna. Per la…

Posted by Federico Pizzarotti on Saturday, December 7, 2019

IL SOSTEGNO DI ITALIA VIVA

Al fianco di Bonaccini anche Italia viva. «Non abbiamo mai avuto un solo dubbio sul fatto che Stefano fosse il migliore candidato possibile per questa regione», ha detto il deputato renziano Marco Di Maio. «Bonaccini ha dimostrato in questi cinque anni di essere all’altezza del compito di guidare l’Emilia-Romagna, una delle più avanzate d’Europa e del mondo, capace di migliorare in questi anni tutti gli indicatori economici». «Non solo condividiamo il programma e le azioni svolte da Bonaccini in questi anni», ha aggiunto, «ma ci legano a lui anche battaglie comuni che in questi giorni stiamo conducendo come quella per la cancellazione della plastic-tax, tema particolarmente avvertito in Emilia-Romagna dove vi è la più alta concentrazione di imprese legate a questo comparto».

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Per Zingaretti la crisi del M5s accelera il ritorno del bipolarismo

Il segretario del Pd analizza così le difficoltà dei pentastellati dopo il voto su Rousseau per le regionali in Emilia-Romagna e Calabria. E apre alla riforma della legge elettorale con la Lega.

All’indomani del voto su Rousseau con cui la base del M5s ha deciso che il partito deve correre alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria, è arrivata l’analisi politica del segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

Secondo il leader dei dem, i tempi sono maturi per un ritorno del bipolarismo. Zingaretti ha detto infatti che «il processo politico va verso una netta bipolarizzazione».

Ed è chiaro che nel futuro «il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista. Il travaglio, che rispettiamo, e le difficoltà del M5s hanno origine nell’accelerazione di questo scenario e accentuano una crisi di sistema che va rapidamente affrontata con gli strumenti della democrazia».

L’analisi si collega alla posizione del Pd sulla riforma della legge elettorale. I dem vorrebbero «evitare una legge puramente proporzionale», puntando piuttosto a introdurre meccanismi che «aiutino la semplificazione e la formazione di coalizioni di governo chiare e stabili, con un impianto maggioritario». Per questo «non va fatta cadere la proposta di Giancarlo Giorgetti», numero due della Lega, «di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi».

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L’impatto del voto “emiliano” di Rousseau sul governo Pd-M5s

Di Maio dopo la scelta degli iscritti di presentarsi alle Regionali: «Nessuna ripercussione per l'esecutivo». E ribadisce: «Parlamentari ed esponenti locali ci chiedono di non allearci». Ma tra i dem sono al lavoro i "pontieri". Perché si teme una dispersione di preferenze che penalizzerà Bonaccini. Una cena con tutti i ministri ha provato a smorzare le tensioni.

E adesso? Rousseau ha votato, la linea di Luigi Di Maio è stata sconfessata. Gli iscritti al Movimento 5 stelle chiamati a esprimersi hanno deciso che bisogna correre alle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna e Calabria, contrariamente a quanto voleva il capo politico grillino. Una scelta che avrà ripercussioni sul governo giallorosso? Lo stesso Di Maio ha scacciato fantasmi: «No, non ce ne saranno», ha detto al termine della cena con gli altri ministri. Ma le nubi sull’esecutivo restano.

DI MAIO: «TUTTI I NOSTRI CI CHIEDONO DI NON ALLEARCI»

Innanzitutto il M5s vuole presentarsi da solo. Anche se su questo aspetto non è stato interpellato Rousseau: «Non lo facciamo votare perché tutti i nostri parlamentari e i consiglieri hanno chiesto di non allearci alle Regionali», ha ribadito Di Maio.

BOCCIA: «NOI ANDIAMO AVANTI E VINCIAMO ANCHE DA SOLI»

Eppure nel Partito democratico qualcuno continua a lasciare la porta aperta. Come il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Allearsi con noi? Lo spero per loro. Noi andiamo avanti e vinciamo anche da soli. Stefano Bonaccini è stato il presidente migliore per l’Emilia-Romagna».

SCAMBI DI BATTUTE ALLA CENA DELLE TENSIONI

Nella serata di giovedì 21 novembre il premier Giuseppe Conte ha riunito i ministri a cena. E ovviamente si è parlato anche della scelta del M5s di correre alle Regionali. Stando a quanto raccontato da più di un partecipante, tra gli esponenti dei diversi partiti di governo ci sarebbero stati scambi di battute, dal tono per lo più scherzoso.

TIMORI PER LA DISPERSIONE DEL VOTO ALLE REGIONALI

Ma, al di là delle dichiarazioni, qualche preoccupazione è trapelata per le ripercussioni che potrebbe avere anche sul governo la scelta annunciata da Di Maio di correre da soli (per parlare alla stampa il leader M5s ha lasciato il Consiglio dei ministri a riunione in corso). I dem temono che la dispersione del voto possa favorire i candidati del centrodestra, in particolare in Emilia-Romagna («Speriamo di no», ha commentato un ministro).

PONTIERI DEM AL LAVORO PER INDURRE A UN RIPENSAMENTO

Ma più d’uno nel Pd confida che i “pontieri” in azione aprano una discussione nel Movimento, che induca il ripensamento. Per quacuno «è vero che gli esponenti locali hanno chiesto a Di Maio di non allearsi, ma tra i loro dirigenti la questione è aperta: tanti volevano escludere la candidatura proprio per evitare i rischi che la scelta di correre divisi comporta anche per il governo. Vedremo nei prossimi giorni». Ma un collega è stato più pessimista: «Mi sembra un caso chiuso».

LO STESSO RISTORANTE DOVE CONTE PORTÒ SALVINI

La cena, al di là di questo, come è andata? Si è inserita tra un Consiglio dei ministri serale e un vertice mattutino. Conte ha invitato fuori la sua squadra di governo in un ristorante nel centro di Roma dove un anno prima portò Di Maio e Matteo Salvini per placare lo scontro che si era aperto sulla manovra. Non andò benissimo alla fine. «Le sorti dei governi non si decidono a tavola», ha risposto sorridendo Conte a chi gli ha sottolineato che il precedente non faceva ben sperare.

VOLTI SCURI TRA I MINISTRI GRILLINI

Anche questa volta in effetti i motivi di tensione tra alleati non sono mancati, a partire dal voto su Rousseau. A tavola si è parlato di Emilia-Romagna e Calabria, sono state fatte battute, ci si è punzecchiati. All’ingresso, subito dopo il Cdm, si è notato qualche volto scuro, soprattutto tra i ministri M5s. A microfoni spenti più d’uno ha ammesso che il voto di gennaio è delicato anche per la tenuta del governo.

TUTTO OFFERTO DA CONTE E FIORI ALLE MINISTRE

Il premier, che ha offerto la cena a tutti e regalato fiori alle ministre, è stato l’ultimo ad arrivare, intorno alle 23, al termine di un lungo Cdm, e l’ultimo ad andare via, verso l’una. Tavolo per 22: c’erano i rappresentanti di tutti i partiti. E a un certo punto è spuntata anche la torta, per festeggiare il compleanno di Lorenzo Guerini, con “tanti auguri a te” cantato in coro tra applausi e risate.

ARCHIVIATA L’IDEA DI UN CONCLAVE DI MAGGIORANZA

L’idea era quella di fare squadra: Conte aveva annunciato un “conclave” con i leader di maggioranza, forse un’idea del tutto archiviata. Per ora è bastata una cena post-Cdm, a base di amatriciana e cicoria. I ministri sono arrivati e andati via alla spicciolata, a piedi, in auto o in vespa come il dem Peppe Provenzano. Di Maio è stato il primo a entrare, poco dopo è toccato alla renziana Teresa Bellanova: tra gli ultimi Dario Franceschini («Che c’è di strano se ceniamo insieme?»), Luciana Lamorgese, Roberto Gualtieri e infine Conte.

DOSSIERI SCOTTANTI SU ILVA, ALITALIA E MES

Nell’attesa si è bevuto prosecco. E il presidente del Consiglio ha scherzato con i giornalisti: «Vi do una notizia, ho cucinato io», prima di assicurare che «non c’è alcun litigio, nessuna tensione». Ma i dossier scottanti sono tanti, dal voto di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria che fa temere ripercussioni sul governo, a Ilva e Alitalia, fino al Mes, di cui si deve discutere in un vertice mattutino convocato alle 8.30 di venerdì. All’uscita dal ristorante si ostentavano sorrisi, dentro si brindava e si scherzava. Basta una cena per risolvere i problemi e iniziare davvero a fare squadra? Conte ha cercato ancora la battuta: «Se non ne basta una, ne facciamo due».

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I sondaggi del 20 novembre 2019 sulle elezioni in Emilia Romagna

Il candidato del centrosinistra Bonaccini avanti nelle preferenze sulla leghista Borgonzoni. Ma tra le liste è testa a testa.

In vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna, il 68% degli elettori avrebbe al momento più fiducia nel candidato democratico Stefano Bonaccini, contro il 45% riservato alla leghista Lucia Borgonzoni. A rivelarlo è un sondaggio Ixè condotto per la trasmissione CartaBianca in onda su Rai 3.

TESTA A TESTA TRA LE LISTE

Sugli scenari di voto alle liste siamo di fronte a un testa e testa. Una eventuale alleanza del centrosinistra con il M5s vedrebbe il centrodestra avanti con il 33,1%, dietro invece il centrosinistra con il 31,6. In caso contrario (ossia se il centrosinistra decidesse di correre smarcandosi dal Movimento) le preferenze vedrebbero sempre la lista di centrodestra leggermente in testa con il 34,0% rispetto al 33,7 del centrosinistra.

IL PD QUATTRO PUNTI DAVANTI ALLA LEGA

Una preferenza confermata dalle intenzioni di voto relative ai singoli partiti, che vedono in testa il Pd con il 34,3%, in crescita di tre punti percentuali rispetto alle elezioni Europee dello scorso maggio. Cala invece nei sondaggi la Lega, che in Emilia Romagna scende dal 33,8% al 30,9% rispetto al voto europeo. Stessa sorte per il Movimento 5 Stelle, in perdita di due punti percentuali, mentre cresce Fratelli d’Italia passando dal 4,7% delle europee al 6%.

SUL PIANO NAZIONALE FRENA IL CARROCCIO

Sul piano nazionale, la Lega registra dopo settimane una battuta d’arresto e scende al 31,9 da 32,6% dei consensi della scorsa settimana. In lieve crescita il Pd al 21,2 dal 21 mentre il Movimento Cinque Stelle ferma la sua discesa al 16,3. Nella maggioranza cresce ancora Iv che arriva al 4,6 dal 4,3. All’opposizione sale Fdi al 9,9 dal 9,6 mentre sale Fi dal 7,3 al 7,5. In crescita +Europa al 3,1 dal 2,7.

Nota Metodologica: Soggetto realizzatore: istituto Ixè srl. Soggetto acquirente: Rai – Cartabianca Metodologia: indagine quantitativa campionaria metodo di Raccolta dati: telefono fisso (cati), mobile (cami) e via web (cawi) universo: popolazione italiana maggiorenne campione intervistato: rappresentativo (quote campionarie e ponderazione) in base a: genere, età, zona di residenza, ampiezza comune, votato 2018/2019 dimensione campionaria: 1.000 casi (margine d’errore massimo 3,10%) periodo di rilevazione: dal 18 al 19 novembre 2019.

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La marcia delle Sardine

Il movimento su Facebook: «Circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo». Poi la denuncia: «Veniamo diffamati ogni giorno da alcuni media». I prossimi appuntamenti a Reggio-Emilia, Rimini e Parma. Lavori in corso per Firenze e Milano.

Adesso che anche Matteo Salvini vuole andare in mezzo a loro, magari per provocarle, i prossimi appuntamenti delle Sardine – il movimento nato da Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Giulia Trappoloni, che ha portato in piazza Maggiore a Bologna 12 mila persone a altre 9 mila in piazza Grande a Modena – si annunciano particolarmente “caldi”.

Le piazze fanno paura.Perché sono piene di gente.Perché sono libere.Perché hanno rovinato il tappeto rosso che la…

Posted by 6000sardine on Tuesday, November 19, 2019

«Oggi ci sono circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra», scrivono su Facebook i promotori, avvertendo però che sui social network «si moltiplicano gli account falsi che approfittano dell’immagine delle Sardine per seminare odio e sminuire il potente messaggio che le piazze stanno lanciando».

Sabato 23 novembre toccherà a Reggio-Emilia, dove è in programma un flash mob sebbene non sia prevista una visita elettorale del leader della Lega. Nella città emiliana il leader del Carroccio ha già fatto tappa il 9 novembre. L’appuntamento è alle 18.30 in Piazza Prampolini, davanti al Municipio, cuore del centro storico reggiano.

Mentre domenica 24 novembre le Sardine si sposteranno a Rimini, dove Salvini inaugurerà una nuova sede della Lega. «La Vecchia Pescheria si trasformerà in una fucina di creatività e resistenza. Sarà arte e libertà, anarchia e potenza, sarà follia e bellezza. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Perché fa più rumore un mare in silenzio che un pirata che urla. Salvini e la sua macchina del marketing hanno già dichiarato che il capitan Pesce Palla verrà in piazza a “conoscere” le sardine. Quindi oltre alla vostra sardina preparate un bel pesce palla da ragalargli. E poi giù di selfie così è contento. Tutto rigorosamente in silenzio. Lui non capirà, ma non importa».

Il 25 novembre sarà la volta di Parma, ma il movomento sta lavorando anche a un flash mob il 30 novembre a Firenze. Si punta anche all’Umbria e sempre su Facebook è spuntata una pagina «Le sardine di Milano». Una data ufficiale ancora non c’è, ma gli aderenti crescono rapidamente. Come quelli di Torino, che si avviano a superare quota 20mila.

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Salvini in Emilia-Romagna: «Facciamo cadere il secondo Muro di Berlino»

L'appello del leader della Lega agli elettori durante un comizio a Carpi.

Matteo Salvini ha chiesto agli elettori dell’Emilia-Romagna di aiutarlo in quella che lui considera un’impresa storica: «Datemi una mano a far sì che qui possa cadere il secondo Muro di Berlino, tutti insieme ce la faremo». È stato questo il passaggio più applaudito dell’intervento del leader della Lega a Carpi, in provincia di Modena, davanti a qualche centinaio di sostenitori. Il riferimento, ovviamente, è alle prossime elezioni regionali, in programma il 26 gennaio del 2020.

Poi, rivolto a un gruppo di contestatori, Salvini ha aggiunto: «L’Emilia è una terra che merita molto di più. Non vedo l’ora che arrivi il 26 gennaio, quando finalmente dopo 50 anni si potrà scegliere il cambiamento. I contestatori non sono l’Emilia, sono una trentina di nostalgici che non si sono resi conto che il Muro è crollato».

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Le sfide regionali del 2020: dall’Emilia alle Marche, un anno di campagna elettorale

Si comincia a gennaio con la battaglia delle battaglie nella ex roccaforte comunista. Poi Calabria, Toscana, Liguria, Puglia e Veneto. Le cose da sapere.

Il centrodestra ha vinto senza se e senza ma, in Umbria. Complici gli scandali con protagonista un centrosinistra che aveva governato per cinquant’anni e una ricostruzione post terremoto mai conclusa e che ha deluso tanti. Ma soprattutto – sul fronte Cinque Stelle – un’alleanza di governo mal digerita da circa metà dell’elettorato e sul fronte della destra un ritorno all’opposizione capace di rinvigorire la campagna elettorale. Il cocktail però potrebbe ripetersi anche altrove: sono diverse infatti e delicate le competizioni elettorali del prossimo anno. E si comincia con la sfida delle sfide per la sinistra: la fu roccaforte Emilia Romagna.

EMILIA ROMAGNA: GENNAIO

In Emilia Romagna il presidente uscente del Pd Stefano Bonaccini ha dichiarato speranzoso: «Si può vincere». Una esternazione che fino a cinque anni fa sarebbe stata impensabile: la sinistra vinceva di default. In ogni caso per i dem Bonaccini resta il candidato, mentre il M5s finora oscillava tra l’idea di appoggiarlo e quella di non presentare una propria lista. Ora però l’Umbria sembra aver modificato gli equilibri con Manlio Di Stefano, che come riporta Repubblica, propone: «Escluderei alleanze in Emilia e Calabria». Il centrodestra invece sembra schierare la leghista Lucia Bergonzoni, anche se manca ancora il nulla osta del partito in ascesa di Fratelli d’Italia.

CALABRIA: DICEMBRE O GENNAIO

In realtà potrebbe esserci un voto anche prima: quello in Calabria, che potrebbe essere persino a dicembre. Ma molto dipende dal primo attore in scena: il presidente uscente Mario Oliverio che vorrebbe anticipare i tempi per bruciare gli avversari. Sotto indagine, il suo nome per il Pd è da archiviare. Lo stesso a parti ribaltate, accade nel centrodestra: Forza Italia ha proposto Mario Occhiuto: un rinvio a giudizio sulle spalle che lo rende mal digeribile a Salvini. Si attendono scintille.

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L’Emilia-Romagna ultimo banco di prova per il Pd e il governo

Il voto del 26 gennaio decisivo per le sorti dei dem, ma anche dell'alleanza di governo. Salvini il 14 novembre a Bologna per lanciare la volata a Borgonzoni. Bonaccini prova a compattare i suoi.

Dopo la disfatta in Umbria, l’Emilia-Romagna è sempre più l’ultimo fortino attorno al quale si barrica il centrosinistra. Il voto del 26 gennaio avrà così un valore ben superiore al semplice destino della Regione ‘rossa’ per definizione: non solo perché per la prima volta c’è il rischio concreto di una vittoria del centrodestra, ma soprattutto per la tenuta stessa del governo.

BONACCINI TIENE A DISTANZA LE RIPERCUSSIONI NAZIONALI

Anche per questo, Stefano Bonaccini, il governatore uscente in corsa per il bis, ha ribadito la necessità di slegare l’appuntamento da ogni valenza nazionale: «Qui possiamo vincere, non siamo l’Umbria. Ma dobbiamo pensare all’Emilia-Romagna, non a se vivrà o cadrà l’esecutivo». Salvini, però, fiuta il bersaglio grosso. Una vittoria che sarebbe storica. Senza precedenti. «Il Pd ha sempre considerato questa Regione come cosa sua e invece è di tutti», ha attaccato il leader della Lega da Perugia: «Non c’è niente di scritto, per la prima volta nella storia dopo 50 anni, la partita è aperta». E ha dato appuntamento al 14 novembre quando sarà a Bologna, al palazzetto dello sport, per aprire la corsa di Lucia Borgonzoni, la sua fedelissima, scelta per sfidare Bonaccini: «Ho già la testa lì. Lo schema è lo stesso: un candidato governatore bravo, in gamba, esperto come è Lucia. Firmerei per una vittoria e un’altra sconfitta del Milan», ha scherzato.

L’APPELLO DEL GOVERNATORE USCENTE

In casa Pd, invece, c’è molta meno voglia di sorridere. La sconfitta in Umbria era prevedibile, ma di certo non di queste dimensioni. Una sberla che rischia concretamente di mettere a repentaglio il tentativo di alleanza larga che Bonaccini sta cercando di costruire, una rete che va dalla sinistra di governo fino al M5s. «Il mio è un appello a tutti: se non si vuole consegnare l’intero Paese agli altri bisogna mettersi insieme. Insieme per le cose da fare, non contro qualcuno», l’auspicio del governatore. Un messaggio inviato anche e soprattutto al M5s: «Lo ribadisco: se qui ci sarà un accordo coi cinque stelle sarà sui contenuti e sul progetto. Sono pronto a confrontarmi in qualsiasi momento per verificare insieme le tante cose che ci uniscono e per discutere anche laicamente delle cose su cui non siamo d’accordo».

AMPLIARE LO SPETTRO DELLE ALLEANZE

Lo schema a cui sta lavorando Bonaccini prevede un ventaglio di alleanze il più largo possibile. «Tanta più gente, tante più forze politiche, tanti più sindaci, anche civici, vorranno dare una mano, tanto più saremo capaci di dialogare e parlare con più persone possibili», il suo pensiero, a costo di causare qualche mal di pancia ai suoi stessi compagni di partito: «Da cinque anni sono abituato a girare sul territorio: si stia meno negli uffici e più tra la gente: vedrete che si danno risposte migliori», la stoccata inviata ai «troppi che commentano, anche dal livello nazionale». La convinzione a cui si aggrappa il governatore è che l’Emilia-Romagna sia una storia differente dall’Umbria: «Qui partiamo da una condizione molto diversa, sia per le cose fatte, ma soprattutto perché noi abbiamo un progetto per il futuro. È dura, ma possiamo vincere».

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