Un po’ Sardina, un po’ Elly Schlein, una nota di Trap: il partito del futuro

La politica va ripensata radicalmente. Serve avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare una nuova formazione sintonizzata con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Cinque proposte per aprire il gioco.

«Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro». Siamo così contemporanei da essere costretti a riscoprire Platone.

Il dopo elezioni regionali ci consegna infatti istantanee partitiche pietose: il Movimento 5 stelle convoca Stati Generali che non hanno mai portato bene, dalla Rivoluzione francese in poi, a chi li ha convocati. Forza Italia che esulta in Calabria mentre quasi scompare in Emilia-Romagna, a conferma di due Italie sempre più divaricate. Il Pd che prima annuncia il cambio di nome ma poi ci ripensa: «Contrordine compagni».

In linea peraltro con le tante giravolte e proposte estemporanee delle forze e leader minori che sgomitano per sopravvivere.

IDEE PER AVVIARE IL RESET DI SISTEMA

Senza parole e senza futuro. Personalmente mi sento così e credo tanti come me. Convinti però sia urgente ripensare radicalmente la politica. Avviare il reset di sistema, cominciando a immaginare cornice e tratti di un partito nuovo e tale perché sintonizzato con le sensibilità e le forme organizzative che Internet e le tecnologie stanno disegnando. Ossia essere un partito, di sinistra o destra allo stesso modo se condivide questa doppia evocazione, ancorato alla triade costitutiva dell’attuale società che è digitale, mobile, social.

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E così dicendo aggiungerò che queste considerazioni sono sociologiche, un po’ immaginarie e futuriste. What if. Cosa accadrebbe se…A partire dalle Regionali che pure hanno offerto qualche novità, sia pure sotto traccia o allo stato embrionale. Che potrebbero avere sviluppi o al contrario rivelarsi effimere. Insomma il gioco delle possibilità è aperto. Le seguenti considerazioni, organizzate in 5 punti, vogliono solo aprire il gioco.

1. PARTITO.COM: L’ESEMPIO DELLE SARDINE

Il Partito.com o il partito nuovo che c’era. Il senso (paradossale) è presto detto. Allude a un partito che accoglie tutte le istanze peculiari di un ecosistema digitale. Ovvero comunicazione veloce e personalizzata. Organizzazione territoriale che sfrutta o costruisce reti civiche. Così come il data base del proprio pubblico/elettorato. Il partito.com presidia la Rete e i social. Ma allineando lo storytelling politico con le attività concrete, di informazione e mobilitazione sul territorio, che sono state prerogative del partito di massa. La logica è la stessa che viene raccomandata ai brand e alle attività commerciali di mixare l’online e l’offline. Un esempio convincente sono state le Sardine, convocatesi con un flashmob lanciato su Facebook, riuscendo però a riempire piazze reali. Con un invito e un like, ma trovandosi in piazza tutti assieme a cantare Bella Ciao.

2. IL PARTITO HUB: SULLA SCIA DI STEFANO BONACCINI

Il partito hub. L’immagine o modello di riferimento è un hub aeroportuale. Punto di partenza e arrivo dei diversi modi di militare e identificarsi in un movimento politico o in un programma. In nuce il partito hub ha fatto le prove tecniche nello schieramento che si è riconosciuto in Stefano Bonaccini. Non un cartello elettorale come già si è visto in tante tornate, ma un insieme di liste autonome e portatrici di un programma specifico. Ognuna d’esse in grado di mobilitare un proprio elettorato. Ora, onestamente, non credo che questo fosse un disegno. Tuttavia per quanto non pianificato è da questo tipo di partito aggregatore, proprio come gli aggregatori di news o siti Internet, che scaturisce la visione di una struttura partitica che fa propri i modi di condivisione costitutivi del web.

3. IL PARTITO PUZZLE: LA COMPLEMENTARIETÀ

Il partito puzzle. Riprendendo l’ultimo concetto va specificato che condividere non significa allearsi, concetto e pratica ben conosciuti alla politica tradizionale. Condividere significa non solo fare rete. Bensì fare nodo di rete, ovvero specificare le diverse funzioni all’interno del nodo, renderle complementari e integrarle. O meglio: ottimizzarle. In altre parole anziché il partito omnibus che si occupa di tutto, più partiti segmentati & associati che condividono una visione di società e un programma comune e si mobilitano su temi e argomenti specifici. Il partito puzzle è un partito virtuale al quale aderiscono movimenti, associazioni, gruppi civici, ognuno con le proprie identità e specifici interessi. Un partito che si compone e scompone alla bisogna. È mobile. Ed è tutt’altra cosa rispetto alla forma partito tradizionale organizzata in gruppi di lavoro o aree tematiche (ambiente, economia e lavoro, cultura…).

4. RAP O TRAP-PARTITO: ALLA CONQUISTA DELLA GENERAZIONE Z

Rap o Trap-partito. Cosa insegnano alla politica i cantanti rap e trap ce lo spiega una bella riflessione di Andrea Girolami che, per quanto riferita al mondo dell’informazione, dà alla politica degli ottimi consigli. I vari Ghali, Mahmood e Machete Crew pur essendo rivali, sono coinvolti in una trama comune, collaborativa, si invitano nei rispettivi concerti, si scambiano idee e consigli. Fanno squadra, per disegnare strategie, soprattutto di comunicazione, che puntino alla conquista del pubblico. Che sulla Rete è formato soprattutto da millenial e Generazione Z: ovvero persone fluide, crossmediali, che per agganciarle bisogna raccontarle bene e giuste. «Stasera live a Milano Ferruccio de Bortoli e, dall’altro lato della città, Gemitaiz. Tu da che parte stai?». Basta sostituire il nome dell’ex direttore del Corriere della Sera ai leader dei vari partiti, per rendersi conto che quasi tutti stanno ancora nel vecchio mondo. Quello pre-Rete, incarnato nella sua massima espressione da Silvio Berlusconi: il progenitore dei due Mattei (i gemelli diversi Salvini e Renzi), versione giovanilista, ma decrepita, dell’attuale tipologia di leader che a ogni latitudine è presuntuosa, vanagloriosa e irrispettosa dell’avversario. L’immagine di Nancy Pelosi che, appena Donald Trump termina il discorso sullo Stato dell’Unione trasformato in un becero comizio elettorale, ne straccia i fogli è solo l’ultima istantanea di una politica al capolinea. Almeno si spera.

5. PARTITO REPUTAZIONALE: SULLA SCIA DI ELLY SCHLEIN

Il Partito reputazionale. È ideologico e non post ideologico. Pone fine all’ultratrentennale processo di “inversione ideologica”, cioè al rovesciamento del significato di concetti fondamentali, come scrive  Jonathan Friedman in Politicamente Corretto facendo l’esempio del termine nazionalismo, che era un valore progressista negli Anni 50 e 60, e ora invece è considerato reazionario. Il partito reputazionale obbliga alla chiarezza (anche di linguaggio). Tanto che, per dirne una, la parola progressista diventa improponibile. La credibilità del partito, la sua reputazione, può essere continuamente monitorata e misurata. Un ascolto attento è la premessa per proposte e scelte efficaci. Un partito di nuova generazione, non può (non potrà) prescindere da persone e volti nuovi. Giovani e soprattutto donne, che non siano come oggi controfigure maschili, bensì persone capaci di interpretare l’attuale momento, di trasformazione distruttiva, e proporre soluzioni a problemi (questione sociale e ambientale) diventati drammatici e non più eludibili con promesse facili o richiami alla conservazione. Ossia con salvinate o melonate. La determinazione, competenza e chiarezza espositiva di Elly Schlein sono un’indicazione bipartisan di percorso e di metodo. Che già esprime leadership femminili in varie parti d’Europa e ha un autorevole  punto di riferimento in Sanna Marin, la 34enne premier finlandese.

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La sinistra ignori Salvini e gli editorialisti cerchiobottisti

Suggerisco a Zingaretti una “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere il capo della Lega, così che cuocia nel suo brodo. E lasciar perdere i consigli dei commentatori di Corriere e Repubblica.

Non so quanto tempo ci metterà la destra a liberarsi di Matteo Salvini. Molto dipende dall’ascesa di Giorgia Meloni che può innescare una gara ad eliminazione fra i due.

Da qui al momento dell’exitus di Salvini la sinistra, ovvero tutto ciò che è contrario alla destra, farebbe bene a ignorare il capo leghista. Generalmente sono contrario a strategie di questo tipo di fronte a un avversario arrembante che dice cose atroci.

Ora però siamo di fronte a un nemico che ha preso una botta molto forte, che finge che non gli sia successo nulla, che cerca, grazie ai giornali che lo appoggiano e alle televisioni amiche, di riprendere la marcia ma è visibilmente suonato, insomma un cadavere politico.

SALVINI VA IGNORATO, NON LE ISTANZE DEI SUOI ELETTORI

Due colpi nel giro di pochi mesi hanno significativamente appannato l’immagine di Salvini. Le forze che avevano puntato su di lui devono fare i conti con due cose: la prima è la strategia salviniana improntata solo su una linea di scontro, la seconda è la manifesta incapacità del capo leghista. La sua Bestia che, quando mosse i primi passi, stupì per il cinismo e la tempestività, ormai è diventata una macchina ripetitiva e lo stesso Salvini sta in tivù come Gabriele Paolini, quel personaggio che si infilava dietro i cronisti parlamentari del telegiornale con il suo faccione e che si prese un calcione dal povero Paolo Frajese.

Salvini è l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio

I piani da tenere rispetto a Salvini sono due. Uno dice che bisogna continuare ad analizzare il fenomeno di massa che è legato al suo nome, cioè analizzare quotidianamente le caratteristiche e le domande della gente che si è rivolta a lui. L’altro piano è quello che deve portare a sottolineare la totale irrilevanza del secondo Matteo. È l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio. Vince i sondaggi e perde le elezioni.

IL POPOLO CHE VIENE DAL PCI HA DIMOSTRATO DI ESISTERE ANCORA

In questi giorni e in queste ore Nicola Zingaretti sta ricevendo molti consigli. In maggioranza vengono da commentatori politici non sovranisti che avrebbero però visto volentieri la caduta dell’Emilia-Romagna per liberarsi finalmente dei “comunisti”. Non è successo e quindi, come si è già visto nelle tavole rotonde post elettorali, alzano l’asticella per il segretario del Pd e sono prodighi di suggerimenti, di indicazioni precettive, di ammonimenti che portano sempre a svalutare un voto che è di assoluta svolta.

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

Zingaretti faccia quel che gli pare ma non dia retta ai commentatori (ovviamente anche a me). Soprattutto lasci perdere quelli che non sanno più nascondere la loro tragedia personale nel vedere che malgrado errori, anche gravissimi, il mondo che viene dal Pci esiste, fa cose, è un argine contro la destra, addirittura qualche volta vince. Qui stiamo tutti bene e anche Massimo D’Alema, che ho visto qualche giorno fa, è in formissima. Rassegnatevi.

PROPONGO A ZINGARETTI LA STRATEGIA DELLA DISATTENZIONE

Ecco quindi il mio suggerimento (che Zingaretti può ignorare). La chiamerei la “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere Salvini, così che cuocia nel suo brodo. Lasciar perdere gli editorialisti di Corriere e Repubblica, in particolare i “cerchiobottisti”. Immagino che nel nostro futuro ci debba essere una sinistra rifomista che sappia volare alto, cosa impossibile se si perde la giornata a compulsare retroscena di Montecitorio, dichiarazioni di Tersesa Bellanova, editoriali pensosi. Per anni la sinistra è stata autonoma dal popolo. Ora ha iniziato, grazie alle autocritiche e alle sardine, a capire che questa connessione ci deve essere. La sinistra proclami, invece, la sua autonomia da editorialisti “cerchiobottisti” e dai giustizialisti alla Alfonso Bonafede e Marco Travaglio. Sarà una sinistra bellissima.

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Nel 2020 al voto altre sei regioni, ora sono 13 a 7 per il centrodestra

Dopo Emilia e Calabria è il turno di altre sei regioni. Tra queste Veneto, Toscana, Campania, Puglia, Marche e Liguria.

È tutta ancora in divenire la fotografia definitiva delle appartenenze politiche delle regioni, almeno in attesa della grande tornata amministrativa che si terrà nella prossima primavera e che deciderà le presidenze di altri sei territori, vale a dire Veneto, Toscana, Campania, Puglia, Marche e Liguria. La mappa dei colori è suscettibile così di altri aggiustamenti, anche in virtù del forte ribaltamento registrato dal 2014 – quando il bilancino degli schieramenti vedeva prevalere sostanzialmente il colore rosso – a oggi, con 13 regioni al centrodestra e 7 al centrosinistra.

17 MILIONI DI PERSONE VERSO LE URNE

E tutto sarà possibile, anche in virtù di quanto accaduto finora con le amministrative in Umbria, Emilia-Romagna e Calabria, tutte e tre fino al 2014 nelle mani del centrosinistra. È comprensibile che il faro della politica nazionale scandagli in lungo e in largo i ‘desiderata’ dei diversi territori visto il numero considerevole di elettori – poco più di 17 milioni – che si recheranno alle urne tra maggio e giugno. Il tutto anche in ragione di un cambiamento già nei fatti avvenuto nella composizione dei due rassemblement, con il lento ma costante consolidamento di alcune forze politiche e lo smottamento di altre, con flussi elettorali a prima vista inattesi che per forza di cose si riverbereranno sui diversi territori, (anche in termini di affluenza, come ha dimostrato il voto in Emilia Romagna dove è pressoché raddoppiata rispetto al 2014) tenendo conto tuttavia della presenza di storici ‘avamposti‘ storicamente difficili da ‘espugnare’ come possono essere ancora Toscana e Marche.

LA CONTA DELLE REGIONI BLU

Il centrodestra – il suo sorpasso è arrivato con la vittoria di Vito Bardi in Basilicata nel marzo 2019 – detiene la Lombardia, con Attilio Fontana governatore; il Friuli Venezia Giulia, in mano a Massimiliano Fedriga; la Provincia di Bolzano di Arno Kompatscher (Svp-Lega) (presidente del Trentino Alto Adige) che si posiziona nell’area autonomista ma di centrodestra; il Piemonte che ha visto Alberto Cirio sconfiggere Sergio Chiamparino; la Liguria in mano a Giovanni Toti; il Veneto tenuto saldamente da Luca Zaia; la Sicilia, dove governa Nello Musumeci; la Sardegna, conquistata da Cristian Solinas; l’Abruzzo guidato da Marco Marsilio; il Molise di Donato Toma, l’Umbria dove governa Donatella Tesei e da oggi anche la Calabria con la neogovernatrice Jole Santelli.

LE ULTIME REGIONI IN MANO AL PD

A livello territoriale andrebbe sommata inoltre anche la Provincia di Trento guidata da Maurizio Fugatti, ma fuori dai conteggi ufficiali per quanto riguarda le Regioni. Al centrosinistra rimangono Toscana (Enrico Rossi), Valle d’Aosta (Renzo Testolin), Marche (Luca Ceriscioli), Puglia (Michele Emiliano), Lazio (Nicola Zingaretti), Campania (Vincenzo De Luca) e Emilia-Romagna (Stefano Bonaccini).

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La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

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Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

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Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

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L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

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Il flop M5s in Emilia-Romagna? Citofonare Bugani

Nel 2010 il M5s esordì alle Regionali con il 7% conquistato da Giovanni Favia. Dieci anni dopo è finito al 3,7%. Un declino che è il risultato di una lunga serie di errori. E il primo imputato è il "segretario" cittadino.

Con le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna si chiude il capitolo Movimento 5 stelle.

Le Sardine avevano già anticipato questo risultato.

Ad animare le piazze non erano più i grillini, ma quattro ragazzi bolognesi che, con toni ben diversi da quelli usati da Beppe Grillo nel 2007, hanno riempito Piazza Maggiore prima e Piazza VIII Agosto poi. 

L’EXPLOIT DEL 2010 E POI LA DISCESA

Alle Regionali del 2010, la lista M5s ottenne il 6% mentre il candidato presidente Giovanni Favia il 7% (161 mila voti). L’affluenza fu del 68% (simile a quella di oggi) e così i 5 stelle elessero due consiglieri regionali.

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Nel 2014, il M5s emiliano-romagnolo dava già primi segnali di crisi. I voti furono 159 mila, mentre la candidata presidente Giulia Gibertoni riuscì a ottenere 167 mila preferenze (il 13%). Grazie a un’affluenza del 37%, il M5s portò in Regione cinque consiglieri. Sempre nel 2014 il segretario regionale era Massimo Bugani che condusse la campagna elettorale mettendo la sua faccia a fianco dei fedelissimi. Dopo il risultato deludente, addossò le colpe ai soliti detrattori, senza fare la minima autocritica.

IL FLOP DI BENINI

Il risultato odierno riporta il M5s indietro nel tempo: due consiglieri eletti con il 4,7% dei voti alla lista. E con il candidato governatore Simone Benini fermo al 3,5%. Ben al di sotto dell’esordio del 2010. Benini ha infatti totalizzato 80 mila preferenze. La metà di quelle di Giovanni Favia nel 2010.

UNA FINE ANNUNCIATA DA TEMPO

Questa fine era annunciata da tempo e la responsabilità è da imputare principalmente al fautore di tutti gli insuccessi comunali e regionali: Massimo Bugani. L’uomo di Casaleggio in Emilia-Romagna ha plasmato il Movimento 5 stelle a sua immagine e somiglianza, formando le liste elettorali di fedelissimi durante le serate in pizzeria invece che in assemblea, eliminando le primarie per il sindaco di Bologna nel 2016, autoproclamandosi «candidato naturale» (alle Comunali si fermò al 16%) ed espellendo centinaia di attivisti in tutta la regione che non erano allineati.

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI INCARICHI

Ha vestito il ruolo di consigliere comunale, vice capo di gabinetto di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi e socio dell’associazione Rousseau allo stesso tempo. Lui che aveva sempre gridato contro i doppi incarichi ne ha avuti tre in colpo solo. Pur essendosi dimesso dalla segreteria di Di Maio lo scorso agosto e non essendo più socio di Rousseau (resta referente della funzione Sharing), resta comunque capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, mantenendo anche il suo posto in Consiglio comunale a Bologna.

UNA LUNGA SCIA DI INSUCCESSI

Ai motivi del declino pentastellato si devono aggiunge l’inchiesta sulle presunte firme irregolari raccolte dal M5s in occasione delle Regionali del 2014 in Emilia Romagna – che vede il braccio destro di Bugani, il consigliere comunale Marco Piazza, rinviato a giudizio con il suo collaboratore e una ex attivista – e le defezioni di consiglieri comunali e regionali che si sono ribellati ai continui voltafaccia del partito a livello nazionale. Tra i grandi risultati di Bugani va poi annoverata la perdita di Imola, conquistata dal M5s nel 2018, che ha visto la sindaca Manuela Sangiorgi dimettersi dopo appena un anno di governo. «Il M5s non esiste più. Il M5s è morto ed è morto quando è morto Gianroberto Casaleggio», si era sfogata la prima cittadina a fine ottobre in una intervista a ÈTv. «Abbiamo visto appropriarsi di ruoli apicali da parte di persone senza arte né parte, perdere 6 milioni di voti in un anno e fare finta di niente». Prima o poi, però, arriva il conto. Sono comunque serviti sette anni di gestione Bugani (2013-2019) per far capire agli emiliano-romagnoli che il M5s è totalmente cambiato e non è più il movimento trasparente e fatto di gente intellettualmente onesta che era nel 2010. Meglio tardi che mai, ma non scordiamoci i responsabili. Sono gli stessi che oggi vanno in tivù a dire «Io ve l’avevo detto che era meglio non presentarsi». Basterebbe conoscere la storia del M5s in Emilia per saper rispondere adeguatamente a queste facce di bronzo e inchiodarle alle loro responsabilità.

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L’analisi dei flussi elettorali dopo le elezioni in Emilia-Romagna 2020

Secondo un rapporto dell'Istituto Cattaneo la vittoria di Bonaccini è arrivata grazie ai voti dei grillini che lo hanno preferito a Benini. E Swg evidenzia l'effetto "Sardine" nel richiamo degli astenuti. I numeri.

Nel successo di Stefano Bonaccini alle elezioni in Emilia-Romagna ha giocato «un ruolo determinante» il voto in suo favore di molti elettori che alle Europee 2019 avevano scelto M5s. È quanto emerge da una analisi dell’Istituto Cattaneo, riguardante quattro città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna) che nel recente passato hanno espresso orientamenti più favorevoli al centrodestra.

COME È CAMBIATO IL VOTO DALLE EUROPEE

«Tutti i sondaggi pre-elettorali confermavano un distacco ridotto tra le due coalizioni», si legge nello studio, «con una eguale possibilità di vittoria per Bonaccini e Borgonzoni. In realtà, l’esito del voto ha non solo confermato la posizione del presidente regionale uscente, ma ha mostrato anche un distacco più netto (superiore ai 7 punti percentuali) a favore dello schieramento di centrosinistra». Questo risultato è «ancor più sorprendente perché, nelle scorse elezioni Europee, il centrodestra aveva raccolto nel suo insieme il 44,3% dei voti, superando il centrosinistra di 7 punti percentuali». Da dove deriva dunque il successo per Bonaccini e per il centrosinistra?

GLI ELETTORI M5S SCELGONO BONACCINI

«L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo condotto su quattro città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna)», si legge ancora nel dossier, «mette in rilievo il ruolo determinante dei cinquestelle sull’esito del voto. I due candidati hanno fatto quasi il pieno dei rispettivi elettorati, quindi le scelte degli elettori delle terze forze – in particolar modo del M5s – si sono rivelate decisive». «Molti elettori pentastellati (il 71,5% a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara) hanno scelto la candidatura di Bonaccini e solo una minoranza ha deciso di optare per il candidato del M5s (Simone Benini) o per il centrodestra di Borgonzoni.

BENINI NON HA CONVINTO GLI ELETTORI GRILLINI

Nello specifico, gli elettori del M5s alle Europee 2019 che hanno scelto Benini sono stati il 23,4% a Ferrara, il 16,6% a Parma, il 12,6% a Forlì». «Oltre a questo fattore», ha aggiunto il Cattaneo, (il più rilevante come peso negli scambi elettorali osservati in questa tornata), va evidenziata anche la capacità di Bonaccini di conquistare voti tra gli elettori delle liste di “sinistra”. Nel caso di Ferrara, ad esempio, il 61,4% di chi nel 2019 aveva votato per un partito a sinistra del PD ha scelto Bonaccini, e in misura superiore lo stesso fenomeno si è osservato anche a Forlì (71,4%)».

IL RUOLO DELL’ASTENSIONE

Secondo un’analisi di Swg per Il fatto quotidiano, un ruolo chiave è stato giocato anche da chi aveva scelto di non andare alle urne alle scorse Europee. Complessivamente il Pd ha raccolo il 69,7% dell’elettorato che nel maggio scorso aveva scelto il centrosinistra, cui si è aggiungo un 12,9% proveniente dall’astensione, un segno che nel conteggio abbia pesato anche il movimento delle Sardine. A tutto questo va aggiungo anche il 7% di altri che avevano scelto liste diverse tra dem e centrodestra.

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Cerignale, l’unico paese rosso del Piacentino

Dei 46 comuni della provincia conquistata dalla Lega solo il paese dell'Alta Val Trebbia è rimasto fedele al centrosinistra con la vittoria della lista Emilia-Romagna Coraggiosa davanti al Pd.

Un puntino rosso circondato dal blu. A guardare la mappa del voto in Emilia-Romagna realizzata da You-trend non può non cadere l’occhio su quella sorta di anomalia al confine tra il Piacentino e la Liguria.

Mentre tutta la provincia è ormai territorio della Lega di Matteo Salvini, che si è espansa anche in quel di Parma, il fortino di Cerignale – una manciata di elettori, circa 170 – è rimasto fedele alla sinistra. Unico tra i 46 comuni piacentini dove Lucia Borgonzoni ha sfiorato punte del 66%. E unico a brindare per la vittoria di Stefano Bonaccini.

Non solo. Nel paese dell’Alta Val Trebbia sembra essersi già realizzato quel bipolarismo tornato in gran voga nelle analisi post-voto. Già perché se Bonaccini qui ha incassato il 65% e Borgonzoni il 34%, il M5s è rimasto a bocca asciutta: zero.

CERIGNALE FEUDO DI EMILIA-ROMAGNA CORAGGIOSA

Passando alle liste, la vera vincitrice a Cerignale è stata la lista della sinistra ecologista capeggiata da Elly Schlein Emilia-Romagna Coraggiosa con il 55%. Il Pd si è fermato al 5%. La Lega al 16% e Fratelli d’Italia all’8%.

L’elaborazione di You Trend sui dati del ministero dell’interno.

Merito del sindaco Massimo Castelli, confermato alla guida del paese per la terza volta lo scorso maggio (tutte e tre le volte con liste civiche vicine al centrosinistra) proprio di Emilia-Romagna Coraggiosa che nell’intera regione ha conquistato il 3,79%. «Un risultato sopra ogni più rosea aspettativa», ha commentato il primo cittadino a Piacenza24. «Una lista civica, un simbolo nuovo, siamo partiti in ritardo. Aver conquistato 2.878 voti personali e 5215 in tutta Piacenza rappresenta una grande soddisfazione». A Piacenza, ha sottolineato Castelli, «abbiamo ottenuto il risultato migliore in regione e questo ci darà la possibilità di portare avanti temi a noi cari come la lotta allo spopolamento della montagna e la lotta alla marginalità».

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ALLE SCORSE EUROPEE LA VITTORIA DEL PD

A maggio 2019 Castelli era stato riconfermato primo cittadino con la lista Insieme ancora per Cerignale legata al centrosinistra con 75 voti, tradotto in percentuale l’89,28%, contro i 9 (10,71%) di Roberto Nistri. Ma anche alle Europee Cerignale si era distinta. Qui il Pd aveva preso il 46,2% (37 voti) contro il 32,5% della Lega (26 voti). Il M5s dava ancora segni di vitalità: con 4 voti era arrivato al 5% (come Forza Italia). Giusto un poco meglio era riuscita a fare Fratelli d’Italia con 5 voti (6,2%). +Europa, invece, si era arenata sul 2,5%: due i voti. Cerignale era pure allora in controtendenza: nel Piacentino la Lega aveva toccato il 45,31% contro il 19,45 del Pd e il 9,79 del Movimento 5 stelle.

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Giovanni Favia commenta il tonfo del M5s a Bologna e in Emilia-Romagna

Alle Regionali del 2010, il M5s appena nato conquistava un insperato 7%. Oggi Simone Benini è fermo al 4. «La culla del Movimento è diventata la sua tomba», spiega il protagonista di quel boom finito espulso da Grillo e Casaleggio. L'intervista.

Quello del Movimento 5 stelle alle Regionali è stato «il più grande tonfo della storia repubblicana».

E segna la «tomba» del progetto là dove era nato elettoralmente, in Emilia-Romagna e a Bologna. Per questo gli Stati Generali di marzo saranno «un’operazione metafisica, che porterà a una fine mesta».

Giovanni Favia, candidato presidente del M5s in Emilia-Romagna nel 2010, consigliere regionale e poi espulso – ufficialmente – per la sua partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro Servizio Pubblico, torna ad attaccare i vertici pentastellati. E, risultati alla mano, elogia le Sardine. «Non ho simpatie per loro», dice a Lettera43.it, «ma sono i veri vincitori».

Giovanni Favia (LaPresse).

DOMANDA. Lei nel 2010 ottenne il 7%, un boom per il nascente M5s. Dieci anni dopo, Simone Benini è al 4%…
RISPOSTA. E dire che eravamo all’1% sul livello nazionale. Bologna e l’Emilia-Romagna sono state la culla del Movimento 5 stelle e ora ne sono la tomba. È il più grande tonfo della storia repubblicana non causato da alcuna bomba giudiziaria. Un partito dal 32% è quasi sceso a percentuali da prefisso telefonico: è stato il più grande inganno organizzato da un’agenzia di marketing.

Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini

Più di una volta il Movimento è stato dato per finito.
Il partito che non era né di destra né di sinistra è diventato sia di destra sia di sinistra. E ci consegna degli elettori strapazzati dalla fregatura che hanno preso. I principi del Movimento sono finiti da parecchio. Certo, il potere può avere un’onda lunga. 

Però bisogna ammettere che in questi anni sono stati raggiunti risultati impensabili…
Hanno puntato sull’ambivalenza mischiando un po’ di populismo di sinistra e un po’ di populismo di destra. Hanno creato un polpettone che ha funzionato finché erano all’opposizione. Sono stati ossessionati dalla comunicazione. E dire che era il partito che non voleva andare in tivù. Ma il successo non si è basato su un nuovo Movimento, anzi.

Quindi davvero non si può risollevare, o almeno salvare, il M5s?
Non c’è più niente da salvare. Bisognava salvare gli italiani dal Movimento. E senza volerlo lo ha fatto Matteo Salvini. Da lui è arrivato un fortuito abbraccio del cobra: con Luigi Di Maio c’era un amore politico corrisposto. Alla fine però li ha soffocati.

A proposito, cosa pensa delle dimissioni di Di Maio?
Era il capo politico, ma in realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo.

A marzo ci saranno gli Stati Generali. Che compito spetta all’erede di Di Maio?
È un’operazione metafisica, sarà poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno un po’ di qua, un po’ di là. Qualcuno tenterà di fare qualcosa: è una parabola a cui ho già assistito.

In questa dinamica di perdita di consensi ha inciso di più l’alleanza con il Pd o con la Lega?
È stato un destro-sinistro, come si direbbe nel linguaggio del pugilato. Forse è stata più fatale l’alleanza con il Pd. L’accordo con la Lega poteva essere giustificato con la necessità di sbloccare uno stallo politico e fare un governo. Dopo si è visto che era solo un gioco di poltrone: i moralizzatori del sistema hanno creato un sistema peggiore di quello che criticavano.

Di Maio? In realtà era un omino in mano a un’agenzia di marketing e di quello che era il suo principale cliente, Beppe Grillo

Quindi il M5S non avrebbe dovuto avallare l’alleanza con alcuna forza politica?
Per stare al governo c’è bisogno di avere delle capacità, una visione. Il progetto politico non c’era, esistevano solo degli spot e dei meme su Facebook per prendersi gli applausi. Una linea ondivaga con una retorica populista. Ma adesso gli italiani lo hanno capito, si sono scottati provando il Movimento 5 stelle.

E quale impatto ci sarà sul piano nazionale?
Nonostante quello che dice Vito Crimi, si tornerà al bipolarismo. Ci sarà un post Salvini nel centrodestra, perché il bipolarismo non può sostenere un leader eccessivo come lui. Quindi ci sarà una guida diversa. A sinistra non si vede nulla. Questa fase politica è una sconfitta anche per Matteo Renzi. Non so se partirà qualcosa dal movimento delle Sardine.

Gli Stati Generali saranno poco più di un regolamento di conti interno. Porterà a una fine mesta. Alcuni si ricicleranno, qualcuno tenterà di fare qualcosa, ma è una parabola a cui ho già assistito

Pensa che le Sardine possano essere qualcosa di simile al Movimento 5 stelle?
Il leader delle Sardine si è dimostrato molto più abile di quanto si credesse nei primi giorni dopo la manifestazione di Bologna. Non ho particolari simpatie nei loro confronti, ma sono i veri vincitori di queste elezioni. Sono riusciti a occupare per 40 giorni la campagna elettorale, sia sul piano culturale che mediatico, togliendo la scena a Salvini.

Un’ultima domanda personale: Favia può tornare in politica?
Oggi non c’è lo spazio. Mi piacerebbe una realtà di centro moderato capace di andare fuori dalle vecchie logiche e dai soliti schemi. Siamo in tanti gli orfani di un progetto diverso.

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Le parole del premier Conte dopo il voto in Emilia e Calabria

Sospiro di sollievo per il governo dopo le Regionali. Affondo del presidente del Consiglio contro Salvini: «Esce come il grande sconfitto». Poi serra i ranghi: «Basta bandierine, al via agenda per il 2023».

Una sonora sconfitta per Salvini. Il premier Giuseppe Conte ha letto così l’esito del voto regionale in Emilia-Romagna del 26 gennaio. «Il voto è significativo», ha detto a un gruppo di gionalisti mentre entrava al Quirinale, «c’è chi ha tentato di renderlo un referendum sul governo» evidentemente «è rimasto deluso».

IL GRANDE SCONFITTO RESTA SALVINI

«Non ho cambiato idea», ha poi detto sempre ai cronisti rientrando a Palazzo Chigi, «avevo detto che sono appuntamenti elettorali regionali anche se per carità possiamo anche dare loro dei significati politici. C’è stato chi ha inteso fare di questo appuntamento elettorale, impropriamente, un referendum contro o pro il governo nazionale. Mi riferisco a Salvini che esce il grande sconfitto di questa competizione. I cittadini lo hanno inteso come referendum su di lui». Poi l’affondo post-elettorale sulla “citofonata” a Pilastro, quartiere di Bologna: «È indegno andare in giro a citofonare additando singoli cittadini. Mi ricorda pratiche oscurantiste del passato: è un dagli all’untore che non possiamo accettare, tantomeno da chi per 15 mesi ha fatto il ministro dell’Interno e aveva una grande responsabilità di perseguire quei reati e ora ha una grande responsabilità come leader d’opposizione. Sono scorciatoie che non possiamo accettare».

M5S IN FASE DI INCERTEZZA

Incalzato sul pesante flop del M5s Conte si è limitato a evidenziare come non ci dovrebbero essere impatti sul governo: «Il Movimento a marzo arriverà agli Stati generali che torneranno utili per rilanciare entusiasmo ed energia del M5s. Continuerò sempre più ad avere gli amici del Movimento pronti nell’azione di governo». «Il Movimento 5 stelle non ha conseguito risultati brillanti, questo è vero, ma consideriamo che il leader Di Maio si è appena dimesso, che il Movimento non si è mai strutturato a livello locale e che fino all’ultimo non si è deciso se partecipare o meno, quindi non dobbiamo essere ingenerosi. Sono arrivati a questo appuntamento in una fase di incertezza e transizione».

LE PROSSIME TAPPE DEL GOVERNO

Per quanto riguarda possibili tensioni nella maggioranza Conte ha mostrato di non essere preoccupato: «I numeri in parlamento sono diversi rispetto alle elezioni Regionali. Rispetto a un appuntamento al quale è improprio attribuire significati nazionali». Poi il nuovo appello agli azionisti dell’esecutivo: «Non vedo l’ora di incontrare le forze politiche, individuare le priorità, un cronoprogramma e un’agenda da definire nel dettaglio per il 2023. Non possiamo più permetterci smarcamenti, di piantare bandierine, la gente ci chiede azione».

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Bibbiano, il Pilastro e il Papeete sono le sconfitte simbolo di Salvini

Lega battuta da Bonaccini e dal Pd nel paese del Reggiano dove scoppiò il caso affidi strumentalizzato politicamente. Così come nel quartiere di Bologna della citofonata anti-spaccio e a Cervia, Comune dello stabilimento balneare che rimanda a mojito e «pieni poteri». Così la narrazione del Carroccio si è inceppata in Emilia-Romagna.

Una delle foto probabilmente più famose di Lucia Borgonzoni, la candidata leghista in Emilia-Romagna “oscurata” dall’ingombrante presenza di Matteo Salvini in campagna elettorale, è quella che la ritrae in parlamento, maglietta bianca e scritta nera: “Parliamo di Bibbiano“, con le lettere P e D rosse per indicare il Partito democratico. Che però a Bibbiano ha vinto nettamente alle Regionali 2020.

L’INCHIESTA ANGELI E DEMONI STRUMENTALIZZATA

All’epoca, era il settembre del 2019, si discuteva in Senato della fiducia al governo Conte 2 e la Lega stava strumentalizzando politicamente un fatto di cronaca, quella dell’inchiesta “Angeli e Demoni” sugli affidi dei minori nel paese del Reggiano.

COMUNE STORICAMENTE DI SINISTRA

Lì però, oltre quattro mesi dopo, Stefano Bonaccini ha vinto nettamente col 56,7%, lasciando la Borgonzoni al 37,43%. Il Pd ha superato il 40%, la Lega si è fermata sotto il 30. Cavalcare quelle indagini insomma non ha portato a risultati significativi: il Comune di Bibbiano è storicamente di centrosinistra e alle precedenti elezioni regionali Bonaccini aveva preso il 57%, con il Pd oltre il 50%.

LO SCONTRO POLITICO E LE ACCUSE AL SINDACO DEM

Quel caso, diventato presto arma elettorale e su cui lo scontro è degenerato coinvolgendo anche personaggi dello spettacolo come Nek e Laura Pausini, schierati con Salvini, riguarda in modo particolare il sindaco Andrea Carletti, proprio del Pd, accusato di abuso d’ufficio e falso: è finito prima ai domiciliari, poi all’obbligo di dimora, infine revocato perché secondo la Cassazione le misure erano infondate.

sindaco bibbiano carletti querele maio
Andrea Carletti.

SFIDA FINALE IN PIAZZA CON LE SARDINE

Nonostante numeri che smentivano il “sistema” Bibbiano, Salvini ha voluto fare proprio lì uno dei comizi finali della campagna elettorale, cavalcando fino in fondo la storia, ma la contro-manifestazione delle Sardine ha vinto la sfida della partecipazione.

PILASTRO, CITOFONATA AUTOGOL

Salvini ha perso anche in un’altra zona dove aveva alzato il tiro dello scontro con la famosa o famigerata citofonata: al Pilastro, il quartiere di Bologna del blitz anti-spaccio: lì il Pd ha preso il 41,9% (migliorando il risultato delle Europee 2019, quando aveva ottenuto 39,5%) e la Lega solo il 19,1%. Virginio Merola, sindaco di Bologna, ha commentato dicendo che «il Pilastro è stato il secondo Papeete di Salvini», evocando lo “strappo” estivo con cui Salvini provò a far cadere il governo per andare alle urne senza fare i conti con la possibilità della formazione di una maggioranza parlamentare alternativa a quella gialloverde.

salvini citofono spacciatori
Salvini mentre citofona ai presunti spacciatori a Bologna.

E ANCHE A CERVIA LEGA BEFFATA

La crisi la provocò mentre si trovava nello stabilimento balneare di Milano Marittima, frazione del Comune di Cervia. Dove curiosamente – anche lì – ha vinto Bonaccini, 48,8% contro il 46,1% della Borgonzoni. In tutti i luoghi simboli emiliano-romagnoli della narrazione leghista qualcosa non ha funzionato.

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Che vi avevo detto? Salvini è arrivato al capolinea

La Lega perde nettamente contro il Pd di Bonaccini. Il leader del Carroccio ha vinto solo nei sondaggi e nelle tivù. Oggi è in un vicolo cieco: se si estremizza ancora prenderà botte da tutti, se farà una svolta moderata non troverà uno solo che gli crederà.

Analasi del voto facilissima. La ricreazione è finita. I cinque stelle spariscono quasi dappertutto tornando a essere piccola cosa dopo aver sfiorato grandi numeri nel recente passato. Il grande sogno di Matteo Salvini di abbattere l’Emilia-Romagna rossa e di prendere così il controllo del Paese e del centro-destra si è infranto con un atroce risveglio.

Salvini perde nettamente (bravo Stefano Bonaccini, molto bravo!) mentre aveva promesso la vittoria o almeno un testa a testa con il Pd. Il Pd è il primo partito. Nella coalizione di centro-destra si squaglia Forza Italia e fa pochi passi Giorgia Meloni. In Calabria, invece, vince alla grande Forza Italia che, con la propria lista e con le altre due liste collegate, arriva a sfiorare il 25%. Salvini perde il primato come partito, anche qui nel confronto con un Pd che paga il prezzo delle sue divisioni.

I prossimi voti regionali daranno ulteriori dispiaceri a Salvini perché in Puglia, ad esempio, ci sono buone possibilità che rivinca Michele Emiliano e in ogni caso la lista che sarà premiata nel centro-destra sarà quella della Meloni che esprime il candidato governatore, il democristianissimo Raffele Fitto.

M5S VICINO ALL’ESTINZIONE, LEGA ESTREMISTA FLOP, PD REDIVIVO

Insomma questo voto dice due cose semplici e ne aggiunge un’altra. La prima è che i pentastellati si sono spenti. Forse in un voto politico potranno recuperare elettori, ma ormai sono una forza non decisiva della politica, probabilmente destinata a estinguersi scissione dopo scissione. Dice che Salvini con la sua strategia estremistica ha fatto il pieno con il suo partito ma non ha attirato voto moderato che in Emilia-Rmagna è andato al governatore uscente e in Calabria alla deputata di Forza Italia. La ruspa si è fermata.

Nicola Zingaretti, che aveva promesso lo scioglimento del partito, deve provare almeno a riformarlo,

Il terzo elemento è che il Pd, dato per morente, è vivo e che la società italiana esprime nuovi anticorpi di fronte alla sfida guerresca di Salvini, i ragazzi e le ragazze delle sardine sono un fenomeno riproducibile. Che effetti avrà questo voto? Il governo resta in piedi, il voto anticipato si allontana, nel M5s continuerà la resa dei conti, Nicola Zingaretti, che aveva promesso lo scioglimento del partito, deve provare almeno a riformarlo, Matteo Renzi cercherà di far vedere che esiste ma anche lui ha buio davanti a sé, le sardine forse diventeranno un movimento politico stabile di sinistra.

SALVINI HA DISTRUTTO TUTTO QUELLO CHE AVEVA ACCUMULATO

E Salvini? Salvini si avvia, come ho più volte scritto, verso la parte finale della sua stagione politica. Non comanda da solo nella sua coalizione, ovvero non è più il capo indiscusso. Nel Sud resiste Silvio Berlusconi, avanza Giorgia Meloni. Il governo che aveva promesso di abbattere vivrà una vita travagliata ma vivrà una vita lunga. Il voto sarà, più o meno, alla scadenza naturale e in questo parlamento non ci sono i numeri per eleggere un presidente della repubblica salviniano.

Matteo Salvini durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna.

La scia di insuccessi di Salvini è analoga a quella di Luigi Di Maio. È facile prevedere che nel suo partito qualcuno comincerà a chiedere conto del perché nell’arco di sei mesi Salvini sia riuscito a distruggere tutto ciò che aveva accumulato. Il re è nudo, che in questo caso vuol dire che Salvini non è un leader. Mentre Di Maio può dire di aver ballato una notte sola, questo privilegio a Salvini non è mai capitato. Ha vinto solo nei sondaggi e nelle tivù Rai e berlusconiane. Oggi è in un vicolo cieco: se si estremizza ancora prenderà botte da tutti, se farà la famosa svolta moderata non troverà uno solo che gli crederà. Si faccia una birra e saluti a centro campo.

LE SARDINE NON RINUNCINO A UN PROGETTO POLITICO A SINISTRA

In questo contesto il Pd è rinato. Chi ha ascoltato i commenti in televisione durante lo spoglio ha sentito come questo partito sia stato oggetto di critiche e di lazzi da parte di tanti che sognavano oggi di dichiarare sconfitto il modello emiliano. Si devono rassegnare. Dove c’è un popolo vero e un sistema di governo efficiente, non passa la linea sfascista. La leadership zingarettiana ha dato serenità. Le scissioni di Renzi e Carlo Calenda sono state irrilevanti (un bel ciaone a tuti e due). Tuttavia al Pd serve cominciare a volare alto. Nei programmi concreti, come nel rendere stabile e più vigoroso il taglio dell’Irpef. Nelle battaglie ideali perché il voto ci dice che la destra è forte ma non conquista tutto il popolo, anzi c’è una gran parte del popolo che di fronte alla sua avanzata trova la fantasia di organizzarsi e di scendere in campo, come è accaduto con le sardine.

Torna a essere vero che una sinistra riformista con un forte respiro ideale può contrastare e battere la destra

Sarebbe un peccato se le sardine rinunciassero a svolgere un proprio ruolo nazionale nel campo del centro-sinistra con le proposte e i valori che tanto entusiasmo hanno suscitato. La loro presenza dimostra che tante analisi di questi anni si sono rivelate fasulle: non era vero che non esistono destra e sinistra, non è vero che il popolo è di destra, non è vero che sovranismo e populismo sono le ideologie egemoni. Torna a essere vero che una sinistra riformista con un forte respiro ideale può contrastare e battere la destra. Questa destra poco per volta capirà di essere forte ma di aver bisogno di avere uno/una leader seria e non un facinoroso. Per questo ho scritto e ripeto che Salvini è all’ultima battaglia. Ne combatterà tante ancora, ma in sei mesi ha rivelato di essere un pessimo capitano. Prima o poi i leghisti gli citofoneranno.

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L’Emilia Romagna è salva: nel governo ora è resa dei conti M5s-Pd

Il premier Conte tira un sospiro di sollievo per la mancata vittoria della Lega. Ma dentro l'esecutivo il Partito democratico cercherà di mettere sotto il Movimento. Con rischi di nuove fibrillazioni nella maggioranza.

Riavviare l’azione del governo su basi più solide. Sterilizzare le intemerate di Matteo Renzi e governare le fibrillazioni M5s. È la scommessa che attende Giuseppe Conte. Chiudono le urne delle regionali in Emilia Romagna e Calabria, si apre una difficile verifica di governo. Al tavolo del cronoprogramma, che il Pd chiede di convocare al più presto per affrontare i nodi finora rinviati, gli alleati devono definire come andare avanti. E farlo, è l’obiettivo di Conte, in maniera il più possibile compatta.

CONTE CERCA DI RILANCIARE IL GOVERNO

Il premier, che trascorre la giornata in famiglia a Roma e con la famiglia segue lo spoglio, vuole superare l’impasse generata dalle regionali dando all’azione del governo – a prescindere dal risultato di un voto che ha sempre definito “locale”, ma che ha grandi ripercussioni sui diversi pesi nell’esecutivo – un orizzonte di legislatura, che porti al 2023 passando per l’elezione del presidente della Repubblica prevista nel 2022. Per farlo, spiega Conte, serve “sangue freddo”: per questo chiamerà subito a confrontarsi governo e leader di maggioranza.

IL PD ORA CERCA IL SUO PREMIO

Nicola Zingaretti, che ha già anticipato l’avvio di un percorso congressuale, annuncia che il Pd sarà “esigente”, soprattutto dopo la vittoria in Emilia Romagna e la scomparsa del M5s. Renzi, che indicherà le strategie future il prossimo fine settimana nella prima assemblea nazionale di Iv, già ha chiarito che continuerà a essere il “pungolo” di Conte e del governo. Il M5s attraversa la sua fase più complicata: dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, martedì si dovrebbe scegliere il nuovo capo delegazione al governo – in “ballottaggio” ci sarebbero Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli – in una riunione dei membri del governo cui seguirà un’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento.

LE FIBRILLAZIONI NELL’ESECUTIVO NON SONO FINITE

Fare sintesi e superare le fibrillazioni, per trovare davvero un rilancio, non è affatto scontato. Su un dato sono quasi tutti d’accordo in maggioranza: comunque vada nei prossimi giorni, è difficile che ci sia da parte di qualcuno una spinta alle elezioni invocate da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Tra i Dem c’è chi – a dire il vero da mesi – non le esclude come antidoto alla palude. Ma deputati e senatori (tutti, tranne forse quelli di Lega e Fdi) non hanno nessuna voglia di tornare al voto, sapendo che la prossima volta si eleggeranno non più 945 parlamentari ma 600.

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Le elezioni regionali confermano l’irrilevanza del M5s

I pentastellati escono con le ossa rotte dalla competizione in Emilia Romagna e Calabria. E pensare che alle Politiche del 2018 avevano fatto il pieno di voti. Salvini: «Sono scomparsi». E Zingaretti celebra il ritorno del bipolarismo.

C’è uno spettro che si aggira sulla scena politica italiana. Il Movimento 5 stelle esce con le ossa rotte anche dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Elezioni alle quali l’ex capo politico, Luigi Di Maio, non avrebbe nemmeno voluto presentarsi, ma è stato costretto a farlo dalla base e da alcuni maggiorenti pentastellati, il cui obiettivo principale forse era proprio quello di indebilire ulteriormente la sua leadership.

L’Emilia-Romagna e la Calabria non sono due terre qualunque per il Movimento. Nella prima il M5s è nato con il VaffaDay e ha avuto il primo sindaco, eleggendo Federico Pizzarotti a Parma. Qui alle Politiche del 2018 aveva preso il 27,5%, diventando il primo partito e superando di un punto il Pd. Mentre alle ultime Europee si è fermato al 12%. In Calabria le dimensioni della disfatta sono ancora più macroscopiche: nel 2018 i pentastellati fecero il botto con il 43,4% dei consensi, mentre il successo alle Europee è stato molto più contenuto (26,7% contro il 22,6% della Lega).

I risultati delle regionali del 26 gennaio sono impietosi e confermano l’irrilevanza cui il M5s sembra ormai essersi condannato in modo irreversibile. Secono le proiezioni, infatti, in Emilia la coalizione che sostiene Simone Benini si è fermato sotto al 4%, mentre in Calabria i consensi accreditati a Francesco Aiello (“scomunicato” dal presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra) sarebbero inferiori all’8%. Scavalcato anche dal civico Tansi, ex presidente della Protezione civile.

Commentando a caldo i risultati, il leader della Lega Matteo Salvini ne ha approfittato per affondare il colpo contro gli ex alleati di governo, ai quali adesso spera di rosicchiare altri voti: «Se i dati del M5s csaranno confermati, il Movimento scompare dalla regione Emilia-Romagna e quasi scompare anche dalla Calabria. È evidente che domani a Roma qualcosa cambierà».

Meno dure, ma ugualmente significative le parole del segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Non mi permetto di dire nulla al M5s, ma c’è un travaglio che è sotto gli occhi di tutti. Si sta tornando a un sistema bipolare. Come accaduto in Calabria e in Emilia Romagna, si sceglie tra i due principali contendenti. Lo dico da alleato, non da avversario». Quello che Zingaretti non dice, però, è che una legge elettorale proporzionale potrebbe fare da salvagente ai pentastellati. E il Germanicum sostenuto dal Pd va esattamente in questa direzione.

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Chi è Jole Santelli, nuova governatrice della Calabria

La pasionaria di Forza Italia ha raccolto il 53% dei voti. È la prima donna alla guida della Regione, nessuna prima di lei ci aveva provato.

Jole Santelli si avvia a scalzare il centrosinistra dalla guida della Regione ed è in pista per fregiarsi del titolo di prima donna governatrice della Calabria, incassando con un largo margine sul candidato civico sostenuto dal Pd Pippo Callipo. Indicata negli ambienti parlamentari come la “pasionaria” azzurra, la Santelli, è una forzista della prima ora e con il partito di Berlusconi ha acquisito una lunga esperienza politica.

Cosentina, 52 anni, laureata in giurisprudenza, con specializzazione in Diritto e Procedura penale all’Università La Sapienza, è già alla quinta legislatura in Parlamento, dove è entrata per la prima volta nel 2001. Dal 2001 al 2006 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Giustizia nel secondo e terzo Governo Berlusconi ed è stata sottosegretario al Lavoro e Politiche sociali da maggio a dicembre 2013 nel Governo Letta.

Da cinque anni, su nomina diretta del leader Silvio Berlusconi, è la coordinatrice di Forza Italia in Calabria. Dal 28 giugno del 2016 e fino alle dimissioni del 9 dicembre scorso, quando si è iniziato a parlare della sua possibile candidatura alla guida della Regione, è stata vicesindaco e assessore alla Cultura al Comune di Cosenza affiancando il sindaco Mario Occhiuto, la cui candidatura è stata bloccata per un veto posto dalla Lega.

Attualmente riveste l’incarico di vice presidente della Commissione parlamentare antimafia. Recentemente ha reso noto di essere in cura al reparto di Oncologia dell’ospedale di Paola, affermando di non avere mai nascosto la sua malattia e di avere intenzione di ribellarvisi. Jole Santelli è stata sostenuta da sei liste: Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Santelli presidente, Udc e Casa della libertà.

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I risultati delle elezioni regionali 2020 in Calabria

Urne chiuse alle 23. I primi exit poll danno Jole Santelli in vantaggio con il 49-53%. Staccato Pippo Callipo al 29-33%.

Urne chiuse alle 23 in Calabria per le elezioni regionali 2020. In questo articolo verranno pubblicati i risultati in tempo reale. Secondo i primi exit poll di OpinioRai, Jole Santelli è davanti con il 49-53%, mentre Pippo Callipo è staccato con il 29-33%.

LEGGI ANCHE: I risultati delle elezioni regionali 2020 in Emilia Romagna

Santelli, deputata di Forza Italia di lungo corso ed ex vice sindaca di Cosenza, è sostenuta da tutto il centrodestra. È la prima donna a candidarsi alla guida della regione Calabria. Il Pd ha schierato invece Callipo, imprenditore del tonno, sceso in campo dopo lunghe trattative interne. In campo anche Francesco Aiello per il M5s e il civico Carlo Tansi, ex capo della Protezione civile regionale.

Alle ore 19 l’affluenza ha raggiunto il 35,52%, contro il 34,68% delle precedenti elezioni. A Reggio Calabria ha votato il 38,99 (36,23 nel 2014), a Cosenza il 45,75% (40,26 nel 2014). A Crotone l’affluenza più bassa: 36,84%.

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I risultati delle elezioni regionali 2020 in Emilia Romagna

Il candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini in vantaggio (47%-51%) sull'avversaria del centrodestra Lucia Borgonzoni (44%-48%) per i primi exit poll.

Secondo i primi exit poll delle elezioni regionali in Emilia Romagna il candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini è in vantaggio sull’avversaria del centrodestra Lucia Borgonzoni. A quanto riferisce la rilevazione di Swg per il TgLa7, Bonaccini avrebbe una forchetta tra il 47% e il 51% dei voti mentre la Borgonzoni tra il 44% e il 48%.

EFFETTO SARDINE SULL’AFFLUENZA

È stata riscontrata un’impennata dell’affluenza per queste elezioni regionali dovuta probabilmente al movimento delle Sardine. Ora il candidato del centrosinistra Bonaccini crede nella vittoria. Alle 19 in Emilia aveva votato il 58,82%, quasi il doppio rispetto a sei anni fa. Affluenza cresciuta anche in Calabria, dove il vantaggio del centrodestra sembra incolmabile. Appello al voto su Facebook di Salvini. Le urne chiuderanno alle 23, poi i primi exit poll e lo scrutinio.

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Se il M5s piange, Salvini e Borghi non rideranno

I cinque stelle si sono sgretolati. E non sorprende nessuno. Ma chi crede che la Lega sovranista con ricette economiche folli e senza fondamento salverà questo disastrato Paese vaneggia.

Non c’è nessuna sorpresa nella crisi che ha portato il Movimento 5 stelle giù dal firmamento.

Era prevedibile il logoramento del suo leader (su delega) Luigi Di Maio,  lo erano da molti mesi le grigie a dir poco prospettive elettorali, ed era prevedibile la spaccatura fra due anime, una più “pura” e un’altra genericamente progressista, come si usa dire in Italia da tempo con vago significato. Le cose non vanno bene e una parte addossa la colpa all’altra. 

Qualcuno a parte gli aventi causa pensava forse che un Movimento – termine già in sé  destabilizzante –  con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e pantomime e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo potesse avere un brillante futuro politico?

IL BORGHISMO LEGHISTA NON RISOLVERÀ NULLA

E ugualmente, qualcuno al di fuori di quanti palpitano per i tweet salviniani (e non sono pochi) pensa forse che la Lega di Matteo Salvini,  che pure ha una storia assai diversa dal M5s e molta più esperienza, possa  gestire gli anni difficili che l’Italia sta vivendo e vivrà centrando tutto su un  non meglio precisato nazionalismo, chiamato goffamente oggi sovranismo

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Come dire: se possiamo fare a modo nostro risolviamo tutto. È stata questa nel 2018-2019 e forse è ancora la cosiddetta linea Borghi, da Claudio Borghi Aquilini, il padre dei minibot e di varie altre fantasie tra l’incredibile e il folle, portato da Salvini ai vertici del parlamento italiano. Si aspetta con una certa impazienza di sapere se le sue sparate sono ancora, nella Lega, moneta sonante (in lire naturalmente) o carta straccia. Nell’incertezza sui destini del borghismo, a ogni rafforzamento del salvinismo lo spread sale. 

I MOTIVI DEL TRIONFO DEL M5S NEL 2018

L’incredibile dell’Italia è che a fronte di nodi ormai storici, di portata cioè tale da interessare e richiedere gli sforzi non di pochi anni ma di un’intera generazione per fermare e invertire il declino socio-economico della nazione, ci sia stata una forza che sull’onda del reddito di cittadinanza e di un vago programma di “giustizia e onestà” via Internet è riuscita a dominare le ultime elezioni politiche del marzo 2018.

Qualcuno pensava forse che un Movimento con vate simbolo e garante Beppe Grillo, maestro di boutade e padrone del palcoscenico solo in termini di spettacolo e avanspettacolo, potesse avere un brillante futuro politico?  

I cinque stelle portavano infatti in parlamento 348 eletti provenienti per lo più dal nulla, la voce del popolo insomma, e stravincevano grazie alla distribuzione di denaro pubblico, in larghe zone del Paese e con risultati spesso plebiscitari. La falange parlamentare pentastellata partiva con numeri superiori a quelli avuti dalla Dc nelle ultime elezioni politiche della Prima Repubblica, nel 1992 (348 eletti scesi ora a 325 dopo varie defezioni contro i 313 Dc di 28 anni fa) e quasi pari a quelli dei parlamentari democristiani del 1987 (359). Nemmeno con il cambio di alleanze, Lega prima e Pd adesso, sono riusciti a combinare un granché oltre al reddito di cittadinanza. Cioè la distribuzione di mance elettorali, non sempre ma spesso, con un costo complessivo di circa 470 milioni di euro al mese, secondo stime ricavate dagli ultimi dati Inps.  

LA BATTAGLIA ELETTORALE PER QUOTA 100

Avendo i 5 stelle il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini pensò bene di prepararsi al voto politico che poi si tenne il 4 marzo 2018 con Quota 100,  cioè la parziale correzione della legge Fornero, consentendo fino a tutto il 2021 di andare in pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di versamenti, in aggiunta alla precedente cosiddetta “opzione donna”. Nulla da dire, anzi una correzione più che giusta per lavori pesanti e usuranti, caso più citato l’edilizia, dove dopo i 60 anni spesso il fisico è meno adatto a certi compiti. Ma poiché a Salvini interessavano i voti, non si è limitato a categorie e ruoli specifici e ha spinto un provvedimento che ha visto, per esempio, una notevole adesione di dipendenti pubblici, settore dove il lavoro usurante, cioè pesante, non è particolarmente diffuso. 

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento

E adesso il segretario generale CgilMaurizio Landini, è all’attacco della legge Fornero (che, sia chiaro, ha vari punti da rivedere, a partire dall’adeguamento troppo rigido alle aspettative medie di vita) e chiede il pensionamento per tutti a 62 anni, richiesta in linea con un sindacato che ormai ha il suo nerbo di iscritti in pensionati e pensionandi. E per nulla in linea con le risorse disponibili e un serio patto generazionale. I giovani o semi-giovani sono infatti chiamati a pagare quello che mai potranno a suo tempo ricevere. Ma si premiano gli elettori pensionandi di oggi, per i minipensionati imbufaliti di domani si vedrà.  

LE RISORSE NAZIONALI NON SONO ELASTICHE

Dietro a reddito di cittadinanza, Quota 100, abolizione della legge Fornero,  per arrivare alla recentissima affermazione di Salvini «siamo noi leghisti i veri socialisti», c’è l’idea che le risorse nazionali siano elastiche e aumentabili a piacimento (e in parte lo sono, fino a quando ci si può indebitare), e che la logica distributiva possa continuare indisturbata. Dietro a questo c’è la grave sottovalutazione di almeno tre dati di fondo.

IL DRAMMA DEL CROLLO DEMOGRAFICO

La prima e più drammatica realtà è il crollo demografico, che ha portato  nella fascia 0-24 anni a 6 milioni di italiani in meno rispetto alla fascia 55-84; in pratica dagli Anni 90 la natalità è crollata, e milioni di legittime decisioni individuali legate alla sfera più personale e sacra hanno creato un grosso problema collettivo, che pesa molto sulla mancata crescita economica del Paese

Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante

Chi è totalmente contrario all’immigrazione fa male a ignorarlo. È un buco demografico che non accenna a ridursi e ormai segna profondamente la realtà italiana e la segnerà fino a fine secolo, anche se la natalità in futuro dovesse riprendere tassi meno distruttivi. In questo  siamo una anomalia in Europa, dove ovunque o quasi la natalità è bassa ma non ai livelli italiani, e anche per questo la crescita altrove nella Ue è stata nell’ultimo quindicennio più alta. 

LA SCURE DEL DEBITO PUBBLICO E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ

La seconda realtà che se non affrontata diventerà drammatica, e già in parte lo è, è il debito pubblico, che deve cominciare a diminuire dopo aver trovato politici sufficientemente coraggiosi e capaci di dire al Paese la verità. Non basta il calo del disavanzo primario, deve scendere il debito in assoluto. La terza è la perdita di competitività produttiva e l’indebolimento in vari settori industriali, finora compensato dalla vitalità complessiva del sistema, ma occorre occuparsene seriamente.

LE RISPOSTE INSUFFICIENTI DI M5S E CARROCCIO

Il mondo dei 5 stelle e della loro robustissima, numericamente, compagine ministeriale viene da un altro pianeta rispetto a questi problemi e i più fra loro nemmeno sanno bene di che si tratta. Il vate di Sant’Ilario, Beppe Grillo, sa fare a proposito solo degli spettacolini, non troppo diversi dalla pantomima messa in scena nel febbraio 2018 sotto la statua ginevrina a  Rousseau (Jean-Jacques), patrono della semidefunta piattaforma web grillina per la democrazia diretta. Salvini è diverso, ha un vero partito a confronto, non ha giocato la carta fasulla de “la Rete” ma quella più pericolosa del nazionalismo, pericolosa perché nell’Europa di oggi ben poche soluzioni sono strettamente nazionali. In particolare a fronte di problemi serissimi come i tre indicati (demografia, debito, competitività economica) Salvini, che pure sulla demografia alcune cose le ha dette, ha giocato la carta del borghismo.

LE FROTTOLE NO EURO E NAZIONALISTE

Il borghismo è il principio per cui se tutto torna nazionale, e “facciamo da noi”, risolviamo tutto. Sono indimenticabili  le campagne no euro di Borghi e Salvini e gli attacchi costanti alla Ue, a proposito e a sproposito. Il borghismo è la scelta nazionalistica, a partire dalla follia davvero incredibile di una banca centrale nazionale, basta euro e basta Bce, che potrebbe finalmente colmare il debito riappropriandosi del potere di creare moneta, così, all’infinito. Questo Borghi ha detto e voluto far credere. È la strada già percorsa con risultati disastrosi in Argentina da Juan Domingo Perón. Il nazionalismo, come una volta anche certi tipi di internazionalismo, è come un gas che riempie facilmente il vuoto cerebrale; il guaio è che è un gas asfissiante. Salvini parla adesso anche di socialismo, in Emilia-Romagna, una terra  che dal socialismo di vari colori (anche quello nero) è stata per oltre un secolo affascinata. Il suo è un socialismo nazionale, ovviamente, lo si può dire scartando nettamente ogni parentela con il lontano passato, ogni analogia con la violenza di allora, e ogni rischio per la democrazia oggi inesistente, ma sempre di socialismo nazionale si tratta. Questo se Salvini resterà fedele al borghismo e alle sue ricette demagogiche e false, fatte di soluzioni facili per problemi difficili.   

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Le elezioni regionali 2020 in Calabria in diretta

In campo Jole Santelli (centrodestra), Pippo Callipo (Pd), Francesco Aiello (M5s) e il civico Carlo Tansi. I dati sull'affluenza e il live del voto.

Urne aperte domenica 26 gennaio in Calabria per le elezioni regionali. Si vota dalle 7 alle 23, come in Emilia-Romagna.

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In campo per il centrodestra c’è Jole Santelli, deputata di Forza Italia e vice sindaca di Cosenza fino a dicembre 2019. Il Pd ha deciso di puntare sull’imprenditore Pippo Callipo, mentre il M5s schiera il docente universitario Francesco Aiello, che ha avuto il via libera dalla piattaforma Rousseau.

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Il quarto candidato è il civico Carlo Tansi, ex capo della Protezione civile regionale, che si è dato l’obiettivo di raccogliere il voto degli “scontenti” degli altri tre schieramenti.

I RISULTATI DELLA TORNATA PRECEDENTE

Le ultime elezioni regionali in Calabria si sono tenute il 23 novembre 2014. Sono state indette in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato (marzo 2015), a causa delle dimissioni del governatore uscente Giuseppe Scopelliti. Le elezioni sono state vinte da Mario Oliverio, candidato del centrosinistra, con oltre il 61% dei voti. L’affluenza è stata del 44,07% (rispetto al 59,26% precedente).

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Le elezioni regionali 2020 in Emilia Romagna in diretta

Il voto in una delle roccaforti rosse è un test per il Pd e per la tenuta del governo, che prova a rimarcarne il carattere locale. Ma è difficile prevedere le conseguenze di una vittoria del centrodestra. La diretta della giornata e l'affluenza.

Le elezioni regionali di oggi in Emilia Romagna «non sono sul governo e non riguardano la sua sopravvivenza, né la mia», ha ribadito in questi giorni Giuseppe Conte. Rassicurazioni di rito della vigilia, ma la verità è che nessuno può valutare quanto sarebbe intenso il terremoto nel caso il Pd, uno dei partner dell’attuale esecutivo, perdesse una delle sue storiche roccaforti a vantaggio del centrodestra.

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Il premier confida che «i risultati saranno positivi, ma che sarebbe sbagliato deprimersi se non saranno soddisfatte le attese». Per quanto riguarda l’altro azionista di maggioranza del governo, il M5s, i giochi sembrano già fatti e ci si aspettano percentuali sotto il 10%. Così come l’esito finale sembra già deciso in Calabria, dove il centrodestra ha un ampio vantaggio.

LE DUE CAMPAGNE ELETTORALI CONTRAPPOSTE

Tra centrodestra e centrosinistra tutti gli ultimi sondaggi disponibili prima del voto davano un testa a testa. La candidata della Lega Lucia Borgonzoni ha puntato, con il suo leader Matteo Salvini, a dare un significato nazionale alle Regionali, mentre l’uomo del Pd e attuale presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha cercato di rimarcare il carattere locale della tornata.

I RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL 2014

Alle elezioni regionali del 2014 la coalizione del centrosinistra con candidato presidente Bonaccini aveva ottenuto il 49,69% dei voti, contro il 29,7% del centrodestra e il 13,27% del M5s.

LA DIRETTA

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Il giorno del giudizio su Emilia Romagna e Calabria

Salvini twitta: «Prima li mandiamo a casa domenica, poi andiamo a dare l'avviso di sfratto anche al governo tasse, sbarchi e manette». Governo e maggioranza attendono l'esito del voto. Mentre Bonaccini, punta alla rielezione:«L'Emilia Romagna li stupirà».

Emilia Romagna e Calabria si preparano al voto, il 26 grnnaio, per il
rinnovo dei consigli regionali e l’elezione dei nuovi Governatori. Nella giornata di silenzio elettorale, Salvini twitta: «Prima li mandiamo a casa domenica, poi andiamo a dare l’avviso di sfratto anche al governo tasse, sbarchi e manette». Governo e maggioranza attendono l’esito del voto. Mentre Bonaccini, punta alla rielezione:«L’Emilia Romagna li stupirà».

SANTELLI OTTIMISTA IN CALABRIA, L’APPELLO AL VOTO DI CALLIPO


In Calabria, la candidata del centrodestra Jole Santelli sente ‘un buon vento’ mentre il suo avversario, Pippo Callipo, lancia un appello: «Più votiamo e meno peserà il voto clientelare».

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Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Il nuovo movimento è la vera novità della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Questi ragazzi hanno risposto alla mancanza di ideali, di memoria e di partecipazione della sinistra. E se Bonaccini riuscirà a sconfiggere la Lega sarà soprattutto merito loro.

Sciogliersi nel movimento. Dai situazionisti ai partiti e partitini post-sessantotto questo slogan è risuonato mille volte in altrettante assemblee movimentiste.

Ora quel che si invocava tra i militanti di Lotta Continua o Avanguardia Operaia si ripropone e auspica per il Pd. Che dopo avere annunciato, per bocca del suo segretario Nicola Zingaretti, il prossimo, imminente cambio di nome non gli resta che sciogliersi, appunto. Nel movimento delle Sardine. Sardinizzarsi. Se vuole avviare un percorso di rinnovamento che non sia solo nominale, di cosmetica politica, bensì di mutamento sostanziale di prospettiva e di classe dirigente.

Non quindi come – pensando male – credo abbiano in animo di fare gli attuali dirigenti. Ovvero cooptare i giovani leader di un movimento che è esploso appena comparso. Che ha riempito le piazze al primo appello via social. E che ha fatto quel che avrebbe dovuto fare e non ha fatto il Pd e in generale tutto il centrosinistra: chiamare, scendere in strada e contrastare la sedicente «guerra di liberazione dell’Emilia-Romagna rossa», lanciata dalla Lega di Matteo Salvini.

LA PARTITA SI GIOCA SUL VOTO DEI GIOVANI

È fra i giovani e nel voto giovanile che si gioca la partita e che il presidente uscente Stefano Bonaccini può sperare di vincere. Va ricordato infatti che nelle ultime elezioni regionali ha votato solo il 37% del corpo elettorale emiliano-romagnolo: record storico di disaffezione per la politica e di non voto giovanile.

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Ora le cause della disaffezione elettorale sono note e hanno molto a che fare con l’inadeguatezza della classe politica nel suo complesso. Ma che per quanto riguarda il Pd sono esemplarmente riassunte, e oserei dire illuminate, dalle figure dei due ultimi ex-segretari, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, che sono usciti dal partito e ne hanno fondato uno nuovo. 

UNA POLITICA TRA IL TRAGICO E IL RIDICOLO

La coesistenza di tragico e ridicolo in questi ultimi anni del Partito democratico è peraltro speculare al fronte avversario. Che è peggio sul piano delle idee e della proposta politica, della modernizzazione del Paese e dell’avvio di riforme strutturali vere. Ma che proprio per questo riesce a intercettare più profittevolmente insoddisfazione e malcontento popolare. Giocando duro e sporco con le paure e le speranze delle persone. Proponendo ricette semplici e soluzioni immediate a problemi complessi e di portata epocale. Facendo leva sull’immiserimento culturale delle classi popolari e anche dei ceti medi.

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Solo così, cose fuori dal mondo e dalla storia, come l’ultimo Muro del comunismo da abbattere in Emilia-Romagna, possono essere prese sul serio. Ancorché servite con le gote rubizze e l’occhio lucido di Salvini che bacia le coppe, pone il Parmigiano Reggiano come valore assoluto dopo la mamma, il papà e il Natale, si presenta a Maranello indossando la felpa rossa e a Brescello sentenzia che oggi Peppone voterebbe Lega.

I competitori di Salvini vivono in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita

Di nuovo però altrettanto stupefacente è che a tale narrazione il centrosinistra intero non abbia risposto a tono. Limitandosi alle ironie, però facili, e lasciando il territorio nella disponibilità assoluta di Salvini. Che se ha una qualità, una sola, è di essere un demagogo che non ha paura di niente. Di alternare come se niente fosse sceneggiate truci, come l’ultima del citofono suonato all’abitazione del supposto spacciatore, e buffonate invereconde, come il balletto su TikTok a uso dei giovanissimi, che però lo hanno spernacchiato alla grande.

LA SINISTRA HA DIMENTICATO LA SUA STORIA

«Viviamo nel vuoto, ma è un vuoto ricco di segni». La citazione di Henri Lefebvre sulla nostra contemporaneità s’applica mirabilmente a Salvini e al salvinismo. Segnalando come viceversa i suoi competitori vivano in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita. Comunisti ma sui generis: libertari, conviviali, aperti. Agli antipodi della predicazione populista e sovranista che oggi va di moda e che ha fatto breccia anche nella “rossa Emilia”. Alla faccia di quel che Palmiro Togliatti ripeteva ai compagni: «Ha un futuro chi ha una storia».

Quella delle Sardine è stata una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi

Oggi quel che resta di un partito che negli Anni 80 aveva ancora più di 300 mila iscritti è quasi niente. Tanto da dovere alzare la bandiera della buona amministrazione del presidente uscente, rinunciando anche a qualsiasi, anche minima, chiamata alle armi ideologica. Tant’è che il verde è diventato il colore dominante della comunicazione elettorale di Bonaccini, senza nemmeno più una sottolineatura, un accenno, una virgola di rosso. 

LA PACIFICA CHIAMATA LE ARMI DELLE SARDINE

Che questa scelta “condominiale” rischiasse di essere perdente in una campagna elettorale giocata tutta dal centrodestra sull’ideologia, sulla mobilitazione di piazza e il coinvolgimento emotivo è stata l’intuizione e la scommessa delle Sardine. Una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi.

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Una contrapposizione gentile, ma risoluta al salvinismo: «l’Emilia non si Lega» è statolo slogan scandito in tutte le piazze della regione. Ben più mobilitante del claim elettorale di Bonaccini: «Emilia-Romagna un passo avanti». Le facce nuove e giovani delle Sardine sono state la vera sorpresa di una competizione che si è riaccesa e che forse annuncia una fase in cui la storia ricomincia di nuovo. Mi chiedevo infatti, e con me tanti, come un popolo di sinistra, qual è stato quello emiliano-romagnolo per decenni, potesse avere smarrito completamente gli orientamenti ideali condivisi da più generazioni. E le Sardine hanno offerto una prima risposta. No, quella storia di associazionismo democratico e internazionalismo, di cooperazione e riformismo non si Lega proprio.  

IL M5S, DA PARTITO POST-IDEOLOGICO A PARTITO POST IT

Insomma se Bonaccini vincerà lo dovrà molto più alle Sardine che ai dati positivi della sua amministrazione: non sufficienti per vincere una sfida elettorale diventata una posta nazionale. L’inizio o la fine di una stagione politica. Non epocale, come hanno scritto molti. Perché già era accaduto nel 1999 che la rossa Bologna cessasse di essere tale. Tuttavia in grado di segnalare un’altra novità, che conferma il ritorno di una politica “calda” e non interpretabile come contratto, bensì come contrapposizione di valori e visioni del mondo: il partito che si definisce o meglio definiva post-ideologico, il M5s, né di sinistra né di destra, si sta rivelando in realtà un partito post-it. Cartoleria politica, usa e getta. Soprattutto se i suoi pochi voti risultassero decisivi per fare perdere l’alleato di governo.

ALL’ITALIA SERVE UNA SVEGLIA IDEOLOGICA

È l’energia identitaria e la sveglia ideologica suscitate dalla scesa in campo delle Sardine che hanno fatto la differenza. Restituita la dimensione popolare e di piazza alla sinistra. Le due piazze occupate simultaneamente da Salvini e le Sardine nel luogo forse più simbolico dello scontro, Bibbiano, sono state la plastica rappresentazione di una realtà che un paio di mesi fa nessuno avrebbe mai immaginato. Una piazza della paura («Giù le mani dai bambini») soverchiata, come presenza, da una piazza allegra, festosa e perfino spiritosa («Salvini suona a Willy»). Che al di là del risultato elettorale e perfino della politica restituisce l’idea e la pratica di una società, quale è quella italiana, che da troppi anni boccheggia, arretra, sopravvive. Incapace di risolversi fra malinconia e rabbia. Perciò più che mai bisognosa di positività e ottimismo, di idee coraggiose e facce nuove.

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Cosa sapere delle Regionali in Emilia-Romagna

Salvini, con Borgonzoni, tenta l'impresa di scippare al centrosinistra il fortino rosso. Ma deve fare i conti con il governatore uscente Bonaccini, smarcatosi dal Pd e sostenuto dalle Sardine. Una guida.

Il primo appuntamento elettorale del 2020, le Regionali in Emilia-Romagna, è anche il più importante per le sorti del governo giallorosso.

Se il Pd perdesse il fortino rosso e il M5s subisse l’ennesima batosta elettorale, la crisi del Conte bis sarebbe dietro l’angolo. Almeno così va minacciando Matteo Salvini.

L’unica cosa certa, almeno secondo gli ultimi sondaggi, è che si prospetta una corsa all’ultimo voto tra la leghista Lucia Borgonzoni, e il governatore uscente Stefano Bonaccini

Domenica 26 gennaio gli emiliano-romagnoli sono chiamati però a scegliere tra sette candidati. Oltre a Bonaccini e Borgonzoni, corrono Simone Benini per il Movimento 5 stelle, Laura Bergamini (Partito Comunista), Marta Collot (Potere al Popolo), Stefano Lugli (L’Altra Emilia Romagna) e Domenico Battaglia (Movimento 3V – Vaccini Vogliamo Verità).

BONACCINI “SCARICA” IL PD E CERCA LA RICONFERMA

Non sarà una competizione facile per Bonaccini. Il candidato del centrosinistra rischia di essere danneggiato dalla debolezza nazionale del Partito democratico e dalla crescita senza sosta di Salvini & Meloni. Nonostante i risultati ottenuti durante i cinque anni del mandato, la partita sarà al fotofinish.

Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna.

Situazione che ha spinto Bonaccini a non cavalcare in campagna elettorale loghi e bandiere del Pd, ma puntare tutto sulla sua figura. Modenese di Campogalliano, 53 anni, è stato prima bersaniano (Primarie 2012), poi renziano (Primarie 2013) – fu proprio l’ex segretario a nominare l’allora segretario Pd dell’Emilia-Romagna responsabile Enti locali del partito – quindi zingarettiano.

BORGONZONI, LA FRONTWOMAN DI SALVINI

Da tempo in Emilia-Romagna la Lega erode terreno al centrosinistra. Basti pensare al 33,8% ottenuto da Salvini alle Europee 2019 (col Pd fermo al 31,2%), alla vittoria del leghista Alan Fabbri alle Amministrative di Ferrara dello scorso anno o, ancora prima (2016), all’inedito ballottaggio Pd-Lega per la carica di sindaco a Bologna. Risultato portato a casa proprio da Borgonzoni. Bolognese, classe 1976, cresciuta in una famiglia di sinistra, è nipote del pittore partigiano Aldo Borgonzoni. Ma anche suo padre Giambattista è di sinistra e durante la campagna elettorale si è fatto ritrarre assieme alla sardina Mattia Santori.

La candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni (Lega).

Un passato da barista al Link, storico centro sociale bolognese, consigliera comunale del Carroccio e senatrice, quando venne nominata sottosegretaria ai Beni culturali del governo gialloverde, ospite alla trasmissione radio Un giorno da pecora, ammise: «Non leggo un libro da tre anni». Un peccato perdonabile, soprattutto se riuscisse a regalare a Salvini un risultato storico nella regione rossa.

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I 5 STELLE PROVANO A RIPARTIRE DA BENINI

Sono lontani i tempi in cui Parma diventava la Stalingrado grillina grazie a Federico Pizzarotti (ora sostenitore di Bonaccini). Oggi i pentastellati sembrano destinati – e rassegnati – a un clamoroso ridimensionamento, anche rispetto alle Europee dello scorso anno, quando in regione dovettero accontentarsi del 12,9%. Si spiega quindi perché Luigi Di Maio avrebbe preferito evitare di correre a questo appuntamento, se non fosse stato per Rousseau che ha decretato tutt’altro.

Una foto di Simone Benini presa dal suo profilo Facebook.

E sempre su Rousseau è stato scelto il candidato: l’apicoltore e informatico Simone Benini. Forlivese di 49 anni, si è aggiudicato il ticket d’ingresso alla competizione con appena 355 voti, ma la gara rischia di riservagli più oneri e che onori. Dei quattro consiglieri regionali uscenti a 5 stelle, due hanno rinunciato alla candidatura a presidente, uno si è ritirato a vita privata e l’ultimo oltre al passo indietro ha dichiarato che voterà per Bonaccini.

IL FUTURO DELLE SARDINE

Dai risultati in Emilia-Romagna non dipende solo il destino del governo, ma anche quello delle Sardine.

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La manifestazione delle Sardine in piazza VIII agosto a Bologna.

Protagoniste della campagna elettorale, il movimento nato proprio a Bologna deve capire cosa farà da grande. In caso di vittoria leghista, rischia di vedere soffocata ogni velleità di respiro nazionale. Ma anche in caso contrario, le incognite non mancano. Se vincesse Bonaccini, le Sardine continueranno a nuotare nelle acque dem nella nuova organizzazione a cui sta lavorando Zingaretti oppure pensano a un soggetto politico tutto loro?

COME SI VOTA

Si vota il 26 gennaio, in un’unica giornata, dalle 7 alle 23. L’Assemblea legislativa è composta da 50 consiglieri, compreso il presidente della Giunta regionale. Di questi, 40 sono eletti con criterio proporzionale sulla base di liste circoscrizionali concorrenti. Secondo l’articolo 10 della legge regionale 21 del 2014, l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome del candidato o dei due candidati compresi nella stessa lista.

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Nel caso di espressione di due preferenze, devono riguardare sessi diversi, pena l’annullamento della seconda preferenza. Ciascun elettore può, a scelta: votare solo per un candidato alla carica di presidente tracciando un segno sul relativo rettangolo; votare per un candidato alla carica di presidente e per una delle liste a esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare disgiuntamente per un candidato alla carica di presidente e per una delle altre liste a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste; votare a favore solo di una lista tracciando un segno sul contrassegno: in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente. Qualora l’elettore esprima il voto a favore di un candidato presidente e per più di una lista, è ritenuto valido il solo voto al candidato mentre saranno ritenuti nulli i voti di lista.

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Vinca o perda, è l’ultima battaglia di Salvini

Il leader della Lega ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro. Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare ancora un mondo dominato dall'odio e da un luddismo antiumanitario. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone.

Oggi termina la campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria. In realtà non terminerà davvero.

Matteo Salvini continuerà ben oltre il limite di legge a fare casino. Lo ha già fatto prima di lui Silvio Berlusconi, ormai ridotto a penoso comprimario di una destra irriconoscibile.

Il dato saliente della vita pubblica italiana non è più lo scontro fra visioni del mondo, progetti, programmi, personalità. Salvini è riuscito a portarci là dove nessuno avrebbe mai immaginato che saremmo stati: a uno scontro in cui l’odio divide le case, le città, si alimenta di dolori che, qualunque sia stata la ragione che li ha provocati, diventano oggetto di campagna politica contro altre persone. Non c’è un tempo nel passato in cui si possano riconoscere i tratti di questa barbarie salviniana.

BONACCINI E SARDINE HANNO ARGINATO LA BESTIA

Comunque vada per Stefano Bonaccini e per le Sardine, dobbiamo loro riconoscenza. A Bonaccini per aver opposto ragione e sentimento  alle infamie della Bestia. Alle Sardine per aver re-introdotto nella vita pubblica concetti elementari di civiltà. Non è un paradosso che questa battaglia stia avvenendo nell’Emilia-Romagna, una terra carica di simboli opposti nella storia politica del Paese.

Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità

Quello che agli intellettuali moderati che fiancheggiano Salvini non hanno capito è che il respiro del loro capo e del suo movimento sta diventano affannoso, che ormai gli resta solo la proclamazione della guerra civile perché ha bruciato tutti i ponti della politica e non può più tornare indietro.

LA FAVOLA DELLA SVOLTA MODERATA DI SALVINI

Appena poche settimane fa sui giornali alcuni commentatori si baloccavano per la svolta moderata che a loro sembrava Salvini avesse intrapreso. Non era vero. Non può diventare moderato. Può accadere che il suo mondo vinca e che si liberi di lui, ma Salvini è strutturalmente la rivincita del passato più remoto con i mezzi della modernità. Penso che il salvinismo stia arrivando al punto di non ritorno perché ha invaso tutto il campo e non può più retrocedere di fronte a qualsiasi manifestazione di umanità e di civiltà. È un feroce luddismo antiumanitario quello che viene praticato da questo facinoroso di poco pensiero e di parole tenute insieme dalla colla della violenza. Leggete i giornali che lo sostengono. Vittimisti e violenti, vogliono dirigere tutto, dalla politica alla fede, nella consapevolezza che una volta che il vento girerà i loro citofoni saranno intasati.

Solo un drappello di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4

L’ultimo sforzo che emiliani, romagnoli e calabresi devono fare non dirà, tuttavia, la parola finale in uno scontro che terminerà solo con la “distruzione politica” di questo mostro politico che sembra creato in un laboratorio da uno scienziato pieno di rancori e frustrazioni. In politica, come nella vita, vince la pazienza. Solo gli stupidi potevano immaginare che il Movimento 5 stelle sarebbe durato più a lungo di una mezza stagione. Solo un drappello – formazione militare così chiamata perché diretta da un ufficiale di rango inferiore – di giornalisti e di intellettuali disperati può sognare che il mondo del futuro lo decideranno Vittorio Feltri, Mario Giordano o Rete4. Giocate, divertitevi, fate casino. Ma avete già il fiatone. Vi citofoneremo.  

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Emilia-Romagna: la campagna elettorale dalla A alla Z

Dalla B di Bibbiano alla S di Sardine, fino alla T di Tortellini.

Dai tortellini (di pollo) a Bibbiano. Dal citofono al digiuno. Dal caso Gregoretti alle Sardine. La battaglia elettorale per l’Emilia-Romagna arrivata agli sgoccioli, è stata all’ultimo sangue. E la ricordiamo qui dalla A alla Z.

A – A.A.A CERCASI BORGONZONI

La candidata della Lega e del centrodestra, Lucia Borgonzoni, è stata notata più per le gaffe (come scambiare Ferrara per Bologna) che per i suoi comizi. Oscurata da Matteo Salvini, preferisce l’arena social. Secondo l’Espresso, la senatrice leghista nell’ultimo mese ha speso nel digitale 23 mila euro. Secondo a lei solo Salvini, che ha speso sempre nell’ultimo mese 13 mila euro in sponsorizzazioni dirette agli emiliano-romagnoli. Bonaccini è fermo a poco più di 4.500 euro.

B – BIBBIANO

È stato il centro della campagna elettorale, e non solo. Basta ricordare la t-shirt con la scritta “Parlateci di Bibbiano” indossata a Palazzo Madama proprio da Borgonzoni. Il 23 gennaio il centro del Reggiano è addirittura diviso tra Salvini – alle 18 in piazza della Repubblica – e Sardine – alle 19 nell’adiacente piazza Libero Grassi.

C- CITOFONO

Una delle ultime uscite dell’ex ministro dell’Interno. Al Pilastro, quartiere di Bologna, Salvini ha citofonato a un cittadino tunisino – di cui ha reso note le generalità – chiedendo se lui e il figlio (minorenne) fossero spacciatori come indicato da una residente. Il tutto a favore di telecamere e microfono.

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Il 17enne e il padre stanno valutando una denuncia. Mentre il blitz rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico: l’ambasciatore della Tunisia Moez Sinaoui l’ha definito «una deplorevole provocazione fatta in maniera illecita, senza rispetto per il domicilio privato di una famiglia tunisina, divulgata in maniera ostentata all’opinione pubblica».

D- DIGIUNO

Dopo aver assaggiato, baciato e instagrammato coppe, salumi, formaggi e cappelletti, Salvini ha proclamato uno sciopero della fame di 24 ore come forma di protesta per la vicenda Gregoretti. L’iniziativa è stata lanciata sui social e su un sito ad hoc dove ha raccolto 4.500 adesioni. Non esattamente un successone.

E – ENDORSEMENT

Tempo di elezioni, tempo di tifo. Per Salvini e Borgonzoni è sceso in campo l’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic. Un altro assist potrebbe arrivare da Arrigo Sacchi, ex allenatore del Milan e ct della Nazionale, che presenterà giovedì sera il libro La coppa degli immortali. Sugli inviti, il simbolo Forza Italia-Berlusconi per Borgonzoni. Sempre per Borgonzoni si è schierata Serena Grandi. Per Bonaccini si sono invece spesi il pallavolista del Modena Igor Zaytsev e e l’allenatore di volley Julio Velasco che vive in Emilia-Romagna: «Sostengo Stefano Bonaccini, perché ha fatto un buon lavoro ed è un uomo del popolo», ha detto. Per il governatore uscente anche l’attore Ivano Marescotti, lo chef Massimo Bottura e Francesco Guccini.

F – FERRARA

La città estense è uno dei simboli della corsa di Salvini in Emilia-Romagna. Dopo 74 anni di centrosinistra, alle ultime Comunali è infatti passata alla Lega con il sindaco Alan Fabbri che ha vinto con il  56,77% dei consensi al ballottaggio.

G – GREGORETTI

Salvini sarà processato come ha stabilito la Giunta per le immunità del Senato grazie al voto degli stessi leghisti. Un argomento in più da cavalcare in campagna elettorale.

H- H24

Un’altra gaffe di Borgonzoni che al Paladozza il 14 novembre scorso aveva promesso, in caso di vittoria, ospedali aperti H24. «Saranno aperti di notte, di sabato e di domenica, come in Veneto». «Informo la cittadinanza che in Emilia-Romagna anche questo fine settimana il servizio sanitario sarà attivo, efficace ed efficiente come sempre», aveva commentato Bonaccini.

I – IMPRESENTABILI

La commissione Antimafia ha reso note le liste degli impresentabili. Per l’Emilia Romagna è Mauro Malaguti di Giorgia Meloni-Fratelli d’Italia che ha riportato una sentenza di condanna in primo grado per peculato con rito abbreviato.

L -LOOK

Bonaccini si è presentato in campagna con un nuovo look: barba un po’ hipster e occhiali a goccia. Il dimagrimento, invece, è dovuto a questioni di salute. «A 9 anni fui operato al cuore, operazione molto complicata allora. Ho un’aritmia che mi accompagnerà tutta la vita, a gennaio ho avuto un problemino di salute, per fortuna non c’erano problemi gravi ma il cardiologo mi ha consigliato di perdere 10kg», ha raccontato a Di Martedì. «Allora mi sono messo a dieta e ho fatto un po’ di attività fisica».

M – MOVIMENTO 5 STELLE

Ha deciso di correre da solo, senza alleanze con il Pd. Il candidato è Simone Benini che su Rousseau ha ottenuto 335 preferenze. Un frontman di cui anche Danilo Toninelli non ricorda il nome… «Sono veramente felice di essere insieme al nostro candidato presidente Daniele Zanichelli», ha detto l’ex ministro durante una tappa elettorale a Guastalla, confondendolo con un deputato M5s che in realtà non si chiama Daniele ma Davide.

N – NAZIONALE

L’orizzonte del voto in Emilia-Romagna va ben oltre i confini regionali. In caso di vittoria Salvini chiederà con più forza nuove elezioni. Non solo: per il segretario dem Nicola Zingaretti, pure in caso di vittoria risicata, la strada sarà tutta in salita.

P- PD

Il partito con i suoi simboli è scomparso dalla campagna di Bonaccini. Che ha preferito puntare sulla persona e sui risultati ottenuti. Assenti dalle piazze emiliano-romagnole anche i big dem.

R- ROCCAFORTE

L’Emilia-Romagna è una delle ultime roccaforti del centrosinistra. Una sua caduta sarebbe un terremoto. Ma esiste ancora una roccaforte rossa?

S – SARDINE

Le vere protagoniste della campagna elettorale. Il movimento guidato da Mattia Santori, è nato in Piazza Maggiore il 14 novembre contro la deriva sovranista e contro l’odio in Rete. Di piazza in piazza, le Sardine si sono moltiplicate in tutta Italia e ora si preparano a un congresso.

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T – TORTELLINO

Qui è partita la campagna elettorale. I tortellini al pollo da offrire in piazza Maggiore per San Petronio anche ai musulmani hanno scatenato tradizionalisti, sovranisti e Lega.

U – UBIQUITÀ

Quella di Salvini che in questa campagna ha battuto ogni paesino, ogni città e ogni piccolo centro.

V – VESPA

L’ultima polemica è nata proprio a causa del salotto di Vespa. L’intervento di Matteo Salvini nello spot di Porta a Porta, trasmesso il 22 gennaio durante l’intervallo della partita di Coppa Italia Juventus-Roma, ha violato la par condicio. La Rai ha ammesso l’errore ed è corsa ai ripari: Zingaretti avrà a disposizione esattamente lo stesso tempo durante il primo break di Don Matteo.

Z- ZUPPI

L’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, ha scritto alla fine del 2019 il libro Odierai il prossimo tuo, definito un manifesto anti-sovranista. Non solo. L’Arcidiocesi di Bologna e la Cei hanno preso una posizione netta in vista delle Regionali: «Desideriamo sottolineare che è solamente il principio di fraternità che riesce a far stare assieme libertà e uguaglianza. In una società bensì giusta, ma non fraterna, la democrazia, prima o poi, cede il passo alle tante forme, oggi ritornate di moda, di sovranismi e populismi. Non possiamo tollerare che ciò abbia a realizzarsi nella nostra Emilia-Romagna».

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Chi sono gli impresentabili alle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria

Lo ha comunicato il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra. Uno in Emilia-Romagna e due in Calabria.

Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra ha presentato la lista degli impresentabili alle elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Nel primo caso si tratta di un candidato che ha riportato sentenza di condanna in primo grado e per la legge Severino, qualora eletto, sarebbe sospeso dalla carica.

Per la Calabria sono invece due i candidati in posizione rilevante ai sensi del Codice di autoregolamentazione; una terza posizione verrà definita nel corso della giornata di giovedì.

I PASSAGGI PER LA COMPILAZIONE DELLE LISTE

Morra ha spiegato che il lavoro sulle liste avviene in tre fasi: prima vengono ottenute le liste elettorali, poi queste vengono trasmesse alla Procura nazionale antimafia per un primo controllo, infine i dati vengono trasmessi dalla Procura nazionale. La commissione nazionale Antimafia a questo punto compie una ricerca per ottenere la documentazione relativa a tutti i carichi pendenti dei candidati e acquisire le sentenze passate in giudicato.

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Ho avuto amici fascisti, ma non avrò mai un amico salviniano

La vera destra, anche quella nostalgica, non ha nulla a che vedere con il leader della Lega. Peccato che molti intellettuali d'area e pure moderati non se ne rendono conto. In caso di una sua vittoria anche per questi personaggi ci sarà poco da festeggiare. Perché l'Italia sarà a un passo dalla guerra civile.

Ho amici fascisti. Li ho sempre avuti. In verità nella mia famiglia, malgrado i miei due nonni ferrovieri socialisti e mio padre socialista anche lui (e poi comunista), c’erano molti fascisti soprattutto fra gli zii più cari.

Ho di loro un ricordo dolce anche se per anni hanno tentato di portarmi noiosamente dalla loro parte non riuscendovi.

Gli amici fascisti li ho trovati nella scuola e, dopo, nella vita. Li ho avuti anche negli anni in cui ragazzi di destra e di sinistra si menavano come fabbri e io stesso, pur essendo piccolo e nero, partecipavo all’organizzazione delle nostre squadre di autodifesa dai fasci.

NON CONFONDIAMO IL FASCISMO CON IL SALVINISMO

Oggi da uomo di una certa età (formula ce vuol dire “vecchio”) ho trovato nuovi amici e colleghi e fra questi anche tanti che sono di destra e fascisti. Negli anni da parlamentare ricordo le lunghe chiacchierate con Gennaro Malgieri e altri amici dello schieramento opposto. Insomma, non ho mai alzato muri né sono stati alzati contro di me. Era ovvio che evitavamo le discussioni troppo divisive. Ci rispettavamo. Scrivo queste cose per dire che non riuscirei, invece, ad avere un amico salviniano.

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L’amico fascista era “famiglia, legge e ordine”, ammirava dittatori che io detestavo, aveva una idea della storia del Ventennio molto indulgente. Alcuni di noi di sinistra poco alla volta cominciammo anche a capire il loro dolore e, non condividendole, le ragioni dei ragazzi che dopo la caduta del Duce restarono da quella parte. Mio padre, che ebbe un riconoscimento per aver combattuto in reparti dell’aeronautica che parteciparono alla parte finale della guerra contro i nazisti, andò a prendere suo fratello minore scappato a Milano per arruolarsi nelle Repubblica di Salò. Tuttora considero le parole di Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante sulla pietà verso gli sconfitti, i ragazzi morti dall’altra parte, come una pietra miliare della civiltà.

Se vincerà Salvini non so per quanto tempo la destra potrà festeggiare. La sinistra ha fatto cazzate, tante, ma il mondo per il quale molti di voi tifano sarà tutto vostro. Vi citofoneremo

L’INDECENTE CAMPAGNA ELETTORALE IN EMILIA-ROMAGNA

Matteo Salvini non c’entra con questa storia, con questo intrigo di sentimenti così contraddittori, con queste due Italie che si sono combattute, anche ferocemente, ma che hanno tentato di stare assieme, anche quelli, nostalgici del regime, che non si sentono cittadini di questa Repubblica. Salvini è invece un facinoroso guerrafondaio che vuole spingere gli italiani a combattersi. Non ha un progetto per il dopo. Non dobbiamo temere, o sperare, che voglia lo stato corporativo, meno o più sindacati, meno o più libertà di stampa.

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L’orizzonte di Salvini è rinchiuso nell’idea che si esce di casa e si spara (per ora verbalmente) contro chi non ti piace, soprattutto se nero o se rosso. La sua campagna elettorale in Emilia-Romagna è stata forse la più indecente manifestazione di politica divisiva che l’Italia abbia mai avuto. Eppure veniamo dagli scontri fra la Chiesa e Baffone, dagli anatemi reciproci. Ma nessuno mai era andato all’assalto personale contro cittadini di diversa etnia o opinione politica. 

L’ITALIA RISCHIA UNA NUOVA GUERRA CIVILE

Mi dispiace molto che molti intellettuali di destra non colgano la grande differenza che c’è fra la loro cultura e quella di Salvini. Capisco Sinisa Mihajilovic, e gli auguro lunga vita: la sua concezione morale e politica è fondata sul sostegno ai protagonisti della pulizia etnica, ma noi italiani del 2020 che c’entriamo con quella cultura? C’è poi una fascia di intellettuali moderati assillati da decenni dal tema della rottura dell’egemonia comunista. Eppure se scriviamo la storia degli ultimi decenni la cultura non l’hanno governata i comunisti ma i giustizialisti, i cerchiobottisti, tutti gli allievi del “mielismo”.

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Se vincerà Salvini non so per quanto tempo questi personaggi e la destra tutta intera potranno festeggiare. Quando si renderanno conto che con Salvini l’Italia sarà a un passo dalla guerra civile sarà forse troppo tardi. La sinistra ha fatto cazzate, tante, ma il mondo che vedremo e per il quale molti di voi tifano e lavorano sarà tutto vostro. Vi citofoneremo. 

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Perché l’Emilia-Romagna è la croce di Zingaretti

Il futuro del segretario Pd è legato a doppio filo con il voto del 26 gennaio. In caso di sconfitta, certo. Ma anche di vittoria risicata. Essendo rimasto in panchina per tutta la campagna elettorale, l'eventuale tenuta del centrosinistra sarebbe attribuita solo alle Sardine. Lo scenario.

Non sarà una domenica qualunque per Nicola Zingaretti. Il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna è un crocevia del suo destino politico.

Nessuno, in caso di sconfitta, osa pronunciare la parola dimissioni in queste ore: nei giorni che precedono le elezioni prevale lo spirito unitario e qualsiasi polemica viene messa da parte, spingendo per la vittoria.

Ma il tema c’è, eccome. Anche se il diretto interessato ostenta ottimismo e nega l’eventualità di fare un passo indietro.

PER ZINGARETTI UNA PARTITA GIOCATA IN PANCHINA

Eppure, ironia della sorte, il segretario del Partito democratico gioca la sua partita dopo essere stato in panchina durante la campagna elettorale: salvo gli incontri programmati nell’ultima settimana, è stato visto poco in giro al fianco del candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini. Il presidente uscente della Regione Emilia-Romagna ha puntato su di sé, sulla sua amministrazione, promuovendo elettoralmente una lista civica forte con il suo nome. E lasciando molto sullo sfondo il Pd. Come se non bastasse, sul territorio i veri avversari mediatici della Lega sono i possibili competitor del partito di Zingaretti: le Sardine, che si riconoscono sempre più nella guida di Mattia Santori.

ANCHE UNA VITTORIA DI MISURA CAUSEREBBE UN MEZZO TERREMOTO

Nonostante le professioni di ottimismo, Zingaretti si trova in una lose-lose situation. In caso di sconfitta sarebbe difficile evitare la bufera, mentre di fronte a una vittoria di misura non ci sarebbero motivi per gioire. «Se il prevedibile ko in Umbria ha provocato fibrillazioni, figuriamoci cosa potrebbe accadere con una sconfitta in Emilia-Romagna», ammette un deputato della maggioranza off the records, come preferiscono esprimersi tutti in questo rush finale di campagna elettorale. Salvo fare gli scongiuri: «Comunque non andrà male, vedrete». L’unico a parlare chiaro è il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio. «Ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla», ammette.

UNA LEADERSHIP IN DISCUSSIONE

Tra le possibili conseguenze ci sono le dimissioni del segretario. Un tema su cui nessuno si sbilancia. Fino alla mezzanotte di venerdì, ultimo minuto utile della campagna elettorale, l’ordine di scuderia è di fare quadrato. E nel caso di débâcle, la decisione spetterebbe solo a Zingaretti. Ma nessuno sarebbe pronto a salire sulle barricate per difenderlo. Con un’ulteriore amarezza per il presidente della Regione Lazio: passare alla storia come il segretario delle sconfitte; onorevoli, come alle Europee, ma pur sempre sconfitte. Proprio lui che ha vinto le elezioni quando il Pd perdeva dappertutto. Anche per questo motivo l’Emilia-Romagna è una scialuppa a cui aggrapparsi.

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Ma non è solo il Pd ad avere il timore dell’eventuale conquista dell’Emilia-Romagna da parte di Matteo Salvini. La vittoria del centrodestra è una mina sul percorso di crescita delle Sardine, che sono viste come il “nuovo” contro le destre. Un inizio con il ko non sarebbe il massimo. Ma si tratta pur sempre di un aspetto marginale: il tonfo del Pd sarebbe talmente forte da aprire delle praterie nel campo del centrosinistra. Per il movimento che anima le piazze sarebbe un’ammaccatura, ma riparabile. Poi, del resto, il candidato è Bonaccini, non una Sardina.

IL RISCHIO DI UNA NARRAZIONE SARDINO-CENTRICA

La preoccupazione ai vertici di largo del Nazareno è che nemmeno la riconferma di Bonaccini possa dare nuovo slancio alla leadership di Zingaretti, pur mettendola al riparo dalla buriana. «Conta comprendere l’entità dell’eventuale successo. I numeri sono fondamentali per fare un’analisi», dice una fonte dem. Una vittoria risicata, ragionano negli ambienti di partito, finirebbe per essere attribuita all’effetto Sardine. La ribalta per Santori&Co. è già pronta per l’uso con una narrazione tutta sardino-centrica: indicati come i nuovi salvatori del centrosinistra. Per il movimento che sta prendendo forma in queste settimane potrebbe essere proprio questo il miglior esito possibile, un successo di misura da intestarsi all’istante.

LE PARTITE APERTE CON IL CONGRESSO

Insomma, il risultato del voto in Emilia-Romagna è incerto, così come le conseguenze che potrà produrre. Solo un fatto è sicuro: dopo il voto è attesa un’accelerazione verso il congresso del Pd, peraltro già annunciato da Zingaretti in un’ottica di cambiamento e allargamento del partito. «Bisogna studiare la tempistica adeguata, visto che ci sono le altre Regionali in primavera», spiegano ancora dagli ambienti dem. Ma, al netto delle date, sembra farsi largo un’idea: comunque vada sarà congresso vero, primarie incluse, per mettere in gioco tutti gli incarichi, non solo il nome del partito.

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Matteo Salvini farà presto la fine di Luigi Di Maio

Il leader della Lega sta sfasciando la classe dirigente locale della Lega. Sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, si svelerà come il capo del Carroccio sia un bluff.

Ogni tanto in Italia qualcuno proclama che si è di fronte alla battaglia decisiva, quella che delineerà l’identikit definitivo del vincitore e consegnerà il perdente alle lacrime. Ora questa data sembra essere domenica 26 gennaio quando gli abitanti della regione tradizionalmente più rossa d’Italia dovranno scegliere fra un presidente efficiente ma rappresentante dell’ancien regime e una candidata improvvisata che il suo leader sospinge con le mille trovate inventate da un club di simpatici imbroglioni che si fa chiamare la Bestia.

Non succederà niente di epocale, invece. Sarà un dolore e un danno la sconfitta di Stefano Bonaccini, persona seria e capace. Sarà un problema la vittoria della Virginia Raggi in salsa emiliana. Al tempo stesso sarà una boccata d’ossigeno la conferma del caro Bonaccini e l’inizio della nuova via crucis per Matteo Salvini, il più vetusto arnese della politica con sul groppone sentenze che fanno invidia ai tanto deprecati partiti della Prima repubblica.

Non succederà, quindi, niente di epocale perché nessuno dei fenomeni in campo è in grado di stabilizzare l’Italia ovvero di radunare attorno a sé un durevole e importante blocco elettorale che possa esprimere una classe dirigente.

LA LEGA LABORATORIO PER LA CLASSE DIRIGENTE LOCALE NON C’È PIÙ

Per Salvini siamo di fronte al tema classico se sia o non sia in grado di governare il Paese. Sappiamo solo che sa come sfasciarlo. Per di più negli anni della sua guida della Lega sta disperdendo le competenze che avevano fatto del Carroccio di Umberto Bossi un bel laboratorio di classe dirigente locale. Oggi siamo di fronte a un partito di urlatori, roba da Rete 4. Questo Salvini, come scrivo da tempo e ormai se ne sono accorti anche altri, dovrà anche fare i conti con la destra rappresentata da Giorgia Meloni, tostissima politica, che è riuscita a trovare un equilibrio fra nostalgia e presente. Un vero osso duro per quel pasticcione di Salvini.

L’eventuale vittoria di Salvini avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini

Il popolo che segue il leader della Lega non ha più una fisionomia tale da definirlo come blocco elettorale in grado di esprimere una idea di Paese. Non c’è più dietro la Lega la fabbrica del Nord e del Nord Est, ovvero ci sarà pure ma sempre meno come fabbrica e sempre più come imprenditore incazzato. Anche qui roba da Rete 4. Insomma l’eventuale vittoria di Salvini, lo dico per suggerire agli intellettuali moderati di destra un po’ di prudenza nel soccorrerlo, avrà un senso solo se sarà seguita dall’accantonamento di Salvini. Insomma se Giorgetti and company diranno: «Ora basta, ragazzo, fatti una birretta e lasciaci lavorare». Per la Lega vittoriosa si aprirà la stessa stagione feroce e distruttiva che sta vivendo il Movimento 5 stelle.

IN CASO DI SCONFITTA LA SINISTRA DEVE FARE TABULA RASA

Se perderà Bonaccini la sinistra scoprirà per l’ennesima volta di stare sulle palle al Paese e non avrà altra scelta se non quella di accantonare tutta, dicesi tutta, la sua classe dirigente. Non c’è accordo con Luigi de Magistris, non c’è lusinga verso le sardine che possa salvarla: prego andare a casa. Si ricomincia riunificando la sinistra, restituendo radici e storia a un grande movimento di emancipazione.

Il segretario della Lega Matteo Salvini durante il giro elettorale alla fiera di Rimini.

Se invece Bonaccini riuscirà nell’impresa di restituire Luicia Borgonzoni al suo papà, la sinistra e Giuseppe Conte avranno la possibilità di tirare un sospiro di sollievo, ma poco alla volta questo sospiro tornerà a essere asmatico, perché i polmoni politici non funzionano più. Resta la speranza che le sardine ci sorprendano. Resta la certezza che la strada per tirar fuori l’Italia da questa melma sarà lunga e faticosa. Ma ci vorrà una vera rivoluzione, pacifica ovviamente, perché la scena è occupata da mezze calzette prive di progetto, di ambizione grandi, di moralità, di senso di responsabilità.

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Regionali 2020 in Calabria: candidati e liste

La corsa è a quattro ma la vera sfida è tra Filippo Callipo, per il centrosinistra e Jole Santelli, frontwoman del centrodestra, data per favorita. Il M5s punta su Aiello, reduce dalle polemiche interne. Chiude le candidature l'outsider Tansi.

Anche se rimasto nel cono d’ombra delle elezioni in Emilia-Romagna cruciali, a detta dei più, per la sopravvivenza dello stesso governo, il 26 gennaio sarà la volta di un altro importante appuntamento elettorale: le Regionali in Calabria, tra le ultime regioni (assieme a Puglia e Campania, dove si voterà entro la primavera) ancora “rosse” nel Sud Italia.

Centrosinistra e centrodestra si trovano in situazioni affini con partiti che, sul territorio, registrano defezioni e spaccature. Tutto questo rende incerta fino all’ultimo anche questa partita.

I QUATTRO CANDIDATI E IL PASSO INDIETRO DEI “RIBELLI”

Saranno quattro i candidati che concorreranno per la presidenza della Regione. Filippo, detto Pippo, Callipo per il centrosinistra, Jole Santelli per il centrodestra, Francesco Aiello in rappresentanza del Movimento 5 stelle e il civico Carlo Tansi. Come già si anticipava, però, sia il Pd sia Forza Italia arrivano a questo appuntamento provati da divisioni importanti. Da un lato, si è verificato lo strappo del governatore uscente del centrosinistra Marco Oliverio, inizialmente intenzionato a ripresentarsi per tentare di ottenere il secondo mandato e ritiratosi solo a seguito delle pressioni del segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti. Sul fronte forzista, invece, situazione analoga animata dalla volontà di Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, di correre in solitaria, contro la sua stessa lista. Ma anche qui alla fine ha prevalso la linea imposta a Silvio Berlusconi da Matteo Salvini.

L’IMPRENDITORE CORTEGGIATO DAI 5 STELLE CHE CORRE CON IL PD

La decisione dell’imprenditore 73enne Filippo Callipo di schierarsi con il Partito democratico ha colto di sorpresa tutti, tanto i dem quanto i 5 stelle, che da tempo lo corteggiavano per le sue fiere posizioni contro la ‘ndrangheta (nel 2010 Callipo si candidò alla presidenza della Regione sostenuto da Radicali e Italia dei Valori con la civica “Io resto in Calabria”, dalla frase che l’imprenditore del tonno in scatola pronunciò dopo aver subito un attentato intimidatorio nel suo stabilimento).

Filippo Callipo, candidato del centrosinistra (Ansa).

Appena Callipo ha annunciato la sua candidatura, lo scorso novembre, è stato subito sostenuto da Zingaretti nella speranza di ottenere l’appoggio convergente (che non è arrivato) dei pentastellati. Decisione, questa, che ha imposto di sacrificare l’altro candidato, il presidente uscente Oliverio divenuto scomodo a seguito della decisione della Procura della Repubblica di Catanzaro di chiedere il suo rinvio a giudizio per peculato, in relazione a un’inchiesta su presunte irregolarità nell’uso dei fondi per la promozione turistica nella regione. Tre le liste a sostegno di Callipo: Pd, Democratici e Progressisti e Io resto in Calabria.

JOLE SANTELLI, LA CORSA DELL’EX SOTTOSEGRETARIA

Le politiche spartitorie all’interno del centrodestra hanno consentito a Silvio Berlusconi di avanzare un proprio candidato per la corsa in Calabria. Si tratta di Jole Santelli, strafavorita dai sondaggi. Cosentina, classe 1968, avvocat e forzista della prima ora. È stata sottosegretaria alla Giustizia (dal 2001 al 2006) nel secondo e terzo governo Berlusconi e sottosegretaria al Lavoro e Politiche sociali (da maggio a dicembre 2013) nel governo Letta. Attualmente è deputata di Fi.

Jole Santelli, candidata del centrodestra alla Regione Calabria (La Presse).

Vicesindaco e assessore alla Cultura al comune di Cosenza guidato dal sindaco Mario Occhiuto, ha rischiato di doversi fronteggiare proprio con il suo primo cittadino, rientrato solo all’ultimo nei ranghi. Contro la candidatura di Occhiuto si era subito espresso Matteo Salvini (lo scorso ottobre il leader leghista aveva avvertito Berlusconi: «Servono ovunque candidati nuovi, specchiati. Se uno ha il Comune in bancarotta come fa a fare il governatore? È come candidare la Raggi a presidente del Consiglio»). Santelli sarà sostenuta da sei liste: Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Santelli presidente, Casa della libertà e Udc.

AIELLO, IL PENTASTELLATO SOTTO FUOCO AMICO

Non è stata certamente una campagna elettorale facile per il rappresentante dei pentastellati, il 54enne Francesco Aiello, appoggiato anche da  lista Calabria Civica. E questo non solo per lo stato confusionale in cui versa a livello nazionale il Movimento, ma anche per i tanti inciampi che si sono succeduti dopo che su Rousseau un pugno di voti (con 1.150 sì contro 1.017 no) gli ha regalato l’accesso alla competizione. La prima bordata è arrivata nemmeno 24 ore dopo l’ufficializzazione della candidatura, quando sui media è iniziata a circolare la notizia secondo cui la casa del professore ordinario di Politica economica all’Università della Calabria (tra i fondatori del sito economico opencalabria.com), situata a Carlopoli (Catanzaro), sarebbe stata edificata in difformità al progetto originale.

Francesco Aiello, candidato del M5s (LaPresse).

Ma il colpo più duro da sopportare è stato quello sferrato da Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia tra i più accaniti oppositori della linea Di Maio, che senza mezzi termini ha definito «inaccettabile» la candidatura perché Aiello non aveva rivelato la parentela con un boss mafioso morto da tempo. «O sei consapevole del fatto di avere un cugino ammazzato a pallettoni nel 2014 in una faida che finora ha causato sei morti», ha detto Morra, «o hai qualche problema con il principio di realtà. Inoltre se lo sapevi e l’hai omesso scientemente allora c’è un problema di buona o cattiva fede».

L’INCOGNITA DI CARLO TANSI, IL GEOLOGO ANTI ‘NDRANGHETA

Se la partita sarà indecisa fino all’ultima scheda elettorale lo si deve anche alla presenza di un candidato in grado di erodere consensi a tutti gli schieramenti. È il geologo 57enne Carlo Tansi, ricercatore del Cnr, ecologista (fa parte di Legambiente) e apertamente schierato contro la ‘ndrangheta (ha aderito all’associazione Libera).

L’ex capo della Protezione civile calabrese Carlo Tansi, sostenuto dalle liste “Tesoro Calabria”, “Calabria Pulita” e “Calabria Libera” (da Facebook-Ansa).

Ex numero 1 della Protezione civile calabrese, attualmente è consigliere comunale di San Luca, centro dell‘Aspromonte (dove non si votava da 11 anni) e considerato uno dei fortini della ‘ndrangheta. Tansi è appoggiato dalle liste civiche Tesoro Calabria, Calabria Libera e Calabria Pulita. 

ORARI E MODALITÀ DEL VOTO

Si vota nella sola giornata di domenica 26 gennaio, dalle 7 alle 23. Ciascun elettore può votare per un solo candidato alla carica di presidente tracciando un segno su un nome (il voto si intende espresso alla lista o alla coalizione collegate); votare per un candidato e per una delle liste collegate tracciando un segno anche sul simbolo di una lista; votare direttamente per una lista tracciando un segno sul simbolo corrispondente (in tale caso andrà a favore del candidato collegato). Non è invece ammesso il voto disgiunto. Il voto esprimibile è uno solo. In Calabria non vige la regola della doppia preferenza purché di sesso diverso.

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Matteo Salvini non molla sulla piazza di Bibbiano

Il leader della Lega ha confermato il comizio elettorale del 23 gennaio. La piazza del paese finito sotto in riflettori per lo scandalo degli affidi illeciti era stata richiesta anche dalle Sardine.

Nessun passo indietro di Matteo Salvini sulla chiusura della campagna elettorale in Emilia Romagna il 23 gennaio a Bibbiano, il paese al centro dello scandalo affidi. L’ex vicepremier ha quindi deciso di ignorare la richiesta delle Sardine. Il movimento bolognese avevano infatti giocato d’anticipo chiedendo l’autorizzazione di occupare la piazza in quella stessa data prima che lo facessero i leghisti. Con la promessa di rinunciarvi solo se il partito di Salvini avesse fatto lo stesso. Ma l’ex ministro degli Interni non cede come ha confermato il 18 gennaio a Maranello: «Noi le promesse le manteniamo, lo avevamo promesso a quelle mamme e a quei papà», ha detto.

IL REGOLAMENTO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DÀ RAGIONE ALLA LEGA

D’altronde la mossa delle Sardine era più che altro simbolica perché, in base al regolamento della campagna elettorale, la precedenza ce l’hanno i candidati al voto regionale del 26 gennaio, e dunque a Salvini a sostegno di Lucia Borgonzoni in corsa per il centrodestra in Emilia-Romagna.

BORGONZONI: «NON MI DEVO VERGOGNARE PER LA MAGLIETTA SU BIBBIANO»

«È una vergogna, una cosa che grida vendetta al mondo», ha aggiunto il leader della Lega sempre sull’inchiesta sugli affidi illeciti. Presente alla kermesse del partito anche la stessa Borgonzoni: «Tra i vari insulti che ricevo quotidianamente c’è anche l’invito a vergognarsi per avere indossato quella maglietta su Bibbiano. A vergognarsi dovrebbe essere chi non ha controllato quello che doveva controllare, non io, non noi. Fosse stato anche solo un bambino rubato ai genitori, definirlo semplice raffreddore non è una vergogna, è uno schifo», ha detto la candidata del centrodestra alle Regionali. E sul risultato del 26 gennaio non ha dubbi: «Qui non vinciamo e basta. Vinciamo bene, li mandiamo a casa qui, poi a Roma e ci riprendiamo questo bellissimo Paese», ha concluso lei.

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