Il socialismo di Sanders può attendere: Trump vincerà ancora

Ce lo insegna la storia americana. E la costante erosione dei consensi democratici, già con Obama. Certo, se il senatore del Vermont non verrà fermato alla Convention di Milwaukee, vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere il tycoon dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

Conviene mettersi tranquilli e cercare di sopravvivere. Salvo fatti nuovi, sarà Donald Trump a vincere le Presidenziali del 3 novembre prossimo.   Come ipotesi è oggi la più realistica.

Gli scommettitori americani attribuiscono al momento il 22% di possibilità a Bernie Sanders e il 7% al secondo nella scala delle probabilità fra i democratici, cioè Michael Bloomberg. A Joe Biden va attorno al 4%

Una probabile vittoria di Trump è fastidiosa perché l’uomo è di basso livello, a parte l’evidente fiuto politico, o meglio elettorale.

TRUMP E IL SUO DISPREZZO PER NATO E UE

È l’assenza di una vera politica estera che più preoccupa in Europa. La sua è un linea da sempre tipica del nazionalismo di destra americano, fatta di confronti duri nei quali gettare il peso degli Usa, di rivalse protezionistiche e non di rifiuto di ogni condizionamento. Ne deriva il suo disprezzo per gli stessi pilastri creati da Washington nel tempo come la Nato o da Washington appoggiati come Cee ed Ue. È una costante che va da Harry Truman a Bill Clinton e anche poi, nonostante i tempi mutanti, a Bush figlio e a Barack Obama, quest’ultimo peraltro poco interessato all’Europa ma non al punto da non uscire allo scoperto poco prima del referendum sulla Brexit del 2016 a favore di un’Europa unica, Regno Unito compreso. Imbaldanzito da una eventuale rielezione e dallo scampato impeachment, Trump sarebbe nel secondo mandato ancora peggio.

LA NOSTALGIA PER LA PAX AMERICANA

L’ex immobiliarista disinvolto è al timone di un Paese troppo grosso e forte per poter essere ridotto a miti consigli, se necessario, ma ormai troppo piccolo per dominare il mondo come ha fatto a lungo, determinando vari equilibri. C’è nostalgia per la Pax americana ma il primo a dichiararla più defunta di quanto non sia è proprio Trump, che la considera un impaccio agli interessi di Washington. Con lui l’America naviga senza bussola se non l’“istinto” del presidente e i suoi tweet. È chiaro che l’America è ormai post-egemonica, siamo di fronte a un nuovo equilibrio globale i cui pilastri dovrebbero essere gli Stati Uniti, ancora a lungo in grado di essere il primus inter pares, la Cina e l’Europa di Bruxelles. Forse anche l’India. 

Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale

La Russia è un caso diverso, gigante militare e nano economico, l’esatto opposto dell’Unione europea. Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale. Trump cancella questo secolo, e sarebbe un perfetto isolazionista se l’isolazionismo fosse ancora credibile, come si illude sia possibile una parte non piccola dei suoi seguaci. Del resto, difficilmente Trump saprebbe semplicemente spiegare a una scolaresca di 13enni la diplomazia americana nel 900. Trump è fra quelli che, poiché fanno la Storia, si ritengono esentati dal conoscerla.  

IL TYCOON SPINTO DALLA TENUTA DELL’ECONOMIA

È difficile scalzare un presidente in carica che si ripresenta, soprattutto se non ci sono tragedie di politica estera tipo Vietnam o un’economia pesante.

Donald Trump (Getty Images).

Con Trump l’economia è tutt’altro che in equilibrio stabile, il debito  pubblico continua a crescere come con Obama, che però doveva affrontare il crac del 2008-2011, ma Wall Street ha dato finora soddisfazioni; il reddito mediano (a metà della scala) delle famiglie è vicino ai 65 mila dollari contro i 50 mila del 2011 mentre la disoccupazione, comunque sia,  lavori precari o no, è ai minimi. Dal 1880 un presidente in carica che si ripresenta ha perso solo sei volte, e se era subentrato a un predecessore del partito opposto, come Trump, solo due volte, con S. Grover Cleveland sconfitto nel 1888 ma che tornò alla Casa Bianca nel 1893, e Jimmy Carter sconfitto nel 1980.

LE ONDE LUNGHE DEL PREDOMINIO GOP

Oggi i progressisti non esistono praticamente più fra i repubblicani, e  certamente non tutti i democratici lo sono. Le onde lunghe della politica americana sospingono ormai da quasi 50 anni i conservatori repubblicani, e il partito dal 1968 ha tenuto la presidenza  per 32 anni contro i 24 dei democratici. Il Vietnam, un errore essenzialmente dei democratici, li ha rilanciati dopo la lunga eclissi subita da Roosevelt in poi, compresa la presidenza di Dwight Eisenhower (1952-1960) repubblicana ma di conio diverso rispetto alla destra del partito, dalla quale i repubblicani di oggi, e non da oggi, discendono. Negli Anni 70 i democratici diventarono un partito decisamente di sinistra, e con George McGovern presero nel 1972 solo uno Stato, il Massachusetts, e 17 voti elettorali contro i 520 di Richard Nixon

La promessa obamiana del “grande cambiamento” restò tale. Molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. In 8 anni i democratici persero 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali

Nello sbandamento postvietnamita i repubblicani erano tornati a essere il partito dell’identità e dell’ordine, e come tali anche oggi si presentano. I democratici sono il partito del cambiamento, erano il partito delle “periferie” e quindi del Sud, sono rimasti il riferimento degli immigrati oggi soprattutto latinos. Ma il Sud è da tempo perduto, nel 2016 ha votato in massa per Trump, esclusa la sola Virginia, confermando la profezia attribuita a Lyndon Johnson dopo il Civil Rights Act del 1964: «Il Sud è perduto per una generazione». Ne sono passate due abbondanti e il Sud non è mai stato così repubblicano, e così perduto.

L’IMPRONTA DI ROOSVELT

L’America che conosciamo è stata modellata soprattutto da Franklin Roosevelt, Harry Truman, Dwight Eisenhower che oggi sarebbe una mosca bianca fra i repubblicani, John Kennedy e Lyndon Johnson. Ronald  Reagan, che pure era una costola di Barry Goldwater, il padre (non bigotto) del moderno conservatorismo politico e molto critico di Roosevelt, toccò ben poco dell’impianto del New Deal, salvo che, malauguratamente, in finanza. Ma con la sua retorica di destra quella reaganiana resta la stagione politica che più ha influenzato l’America degli ultimi 50 anni. 

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Alexandria Ocasio Cortez.

QUELLA MAGGIORANZA DEMOCRATICA EMERGENTE

Nel 2002 due politologi e commentatori, John Judis e Ruy Teixera,  scrivevano in un saggio di grande successo (The Emerging Democratic Majority) che la demografia e una nuova alleanza tra minoranze etniche, donne single, elettori con formazione universitaria e lavoratori super-specializzati era destinata a dominare la politica a lungo.

La sinistra dem è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere

Il voto in Florida che nel 2000 aveva dato la Casa Bianca ai repubblicani era un incidente, dicevano, e in effetti lo fu. Ma se avessero esaminato più attentamente la presidenza di Bill Clinton, l’uomo che finalmente e dopo la lunga marcia nel deserto aveva riportato nel 1992 i democratici alla Casa Bianca, avrebbero visto che si era trattato di un grande recupero di voti nel centrodestra dello schieramento e di un avvicinamento al sentire conservatore, ormai  forte nell’elettorato. Nell’agosto del 1996, in piena campagna elettorale per il suo rinnovo, Clinton varò i maggiori tagli mai subiti dal welfare roosveltiano e post-roosveltiano, e anche con questo vinse, e bene, a novembre di quell’anno.

LA PROMESSA DEL GRANDE CAMBIAMENTO OBAMIANO

Barack Obama sembrò incarnare nel 2008 la teoria di Judis e Teixera sulla nuova maggioranza democratica. Ma Obama suggellò la vittoria solo grazie  al disastro finanziario dell’estate a autunno 2008. Si votava con il Paese sull’orlo dell’esplosione nucleare. La promessa del “grande cambiamento” restò una promessa, molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. Negli otto anni di Obama i democratici perdevano 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali. Oggi, dopo alcuni progressi nelle midterm del 2018, controllano le due camere in 19 Stati (in 27 nel 2008) mentre i repubblicani lo fanno in 29. Obama inoltre fu il primo presidente, dopo oltre 100 anni, a essere rieletto con un netto calo di voti rispetto alla prima elezione: 3,5 milioni in meno.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

LA CORSA DI SANDERS

I tempi sono con Trump, purtroppo. E Trump ha inoltre dalla sua la chiarezza con cui annuncia agli elettori la sua politica, America First. Il verbo nazionalista è sempre chiaro soprattutto per le menti più semplici. Anche quello che forse sarà il suo avversario, il socialdemocratico Bernie Sanders che mai è stato democratico ma del partito potrebbe essere il portabandiera più probabile, è altrettanto chiaro, e questa è la sua forza con il potenziale elettorato. Vuole elementi di socialismo, come si diceva una volta in Italia, nel grande corpaccione americano. La sinistra dei democratici è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez, altre e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere. È un’operazione difficile perché molti americani hanno sempre considerato l’americanismo come una grande promessa di suo, pari anzi molto superiore, e antagonista, rispetto al socialismo. Tuttavia se Sanders andrà avanti così, non verrà fermato alla Convention democratica di Milwaukee a luglio, e otterrà un numero decente di voti elettorali, ben più di McGovern nel 1972 (non un’impresa ardua) vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere Trump dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

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