Cinque cose da sapere sullo Yom Kippur

La comunità ebraica celebra la festa più sacra della tradizione. Vietato mangiare, bere e fare sesso. Ma le nubili sono invitate a cercare l'amore.

La comunità ebraica festeggia lo Yom Kippur, la giornata dell’espiazione e del digiuno. È considerata la celebrazione più sacra e importante del calendario della tradizione. Ha inizio al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri, e prosegue finché non compaiono in cielo le stelle della notte successiva. In quest’unico giorno dell’anno, nessun fedele teme l’angelo del male, poiché durante lo Yom Kippur il popolo ebraico è protetto dal pericoloò

A QUESTA FESTA SI DEVE L’ESPRESSIONE “CAPRO ESPIATORIO”

In passato, nella giornata dell’espiazione, il popolo ebraico offriva al tempio di Gerusalemme due capri da sacrificare per liberarsi dalle colpe commesse. Erano esemplari molto simili e spettava al sacerdote fare un’estrazione a sorte tra i due animali, per decidere chi sarebbe stato immolato all’altare dei sacrifici. E quale, invece, sarebbe stato condotto lungo una zona desertica fuori dal tempio, lontano da Gerusalemme, per esser fatto precipitare in un precipizio. Attraverso questa pratica il popolo ebraico scaricava sugli animali condannati a morire i torti commessi verso il prossimo e verso dio. L’espiazione poteva dirsi conclusa.

PER PURIFICARSI LE COLPE SONO CEDUTE A GALLI E GALLINE

Durante lo Yom Kippur non si mangia, non si beve, non si fa sesso. Ma è vietato anche indossare indumenti di pelle o di cuoio ed è proibito lavarsi o cospargersi creme sul corpo. Alla vigilia della festa, al mattino presto, la tradizione prevede che gli uomini si facciano roteare per tre volte un gallo sopra la propria testa. Le donne fanno la stessa cosa, ma con una gallina. Il tutto mentre viene pronunciata una preghiera. È una prassi che ormai viene rispettata da pochi seguaci, ma la logica che c’è dietro è la stessa del capro: scaricare su un animale le colpe dell’individuo. Alla fine di questa pratica, il gallo viene ucciso e dato in pasto ai poveri, affinché lo mangino prima che le ore di digiuno abbiano inizio. Altro momento previsto: il mikveh, un rituale per depurarsi, mondarsi da ogni scoria ed essere così pronti a celebrare la festa.

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UNA GIORNATA PER CERCARE L’AMORE

Un tempo, nel corso di queste 25 ore di festa, le donne nubili uscivano vestite di bianco e cominciavano a danzare davanti agli uomini. L’obiettivo? Farsi scegliere come sposa, apporfittando della solennità del momento. Gli abiti bianchi indossati da ognuna di loro dovevano prima passare attraverso il rituale purificatore del mikveh. E, soprattutto, dovevano essere presi in prestito. Nessuna donna, infatti, poteva approfittare del momento per sfoggiare la sua ricchezza. Né, viceversa, doveva sentirsi umiliata dall’appartenenza a una bassa classe sociale.  

LA TUNISIA È IL PRIMO PAESE CHE LO HA RICONOSCIUTO FESTA NAZIONALE

Lo Yom Kippur in Isarele è considerato festa nazionale. E nel 2015 anche le Nazioni unite l’hanno riconosciuta come giornata ufficiale. Ma non fu lo Stato israleiano a considerare questa celebrazione come festa nazionale. Lo ha preceduto la Tunisia nel 1924, quando ancora era sotto l’egida francese, attraverso l’emissione di due decreti. Nei documenti si specificava che la comunità ebraica nel Paese, durante il giorno sacro dello Yom Kippur, aveva il diritto di non vedersi richiesto alcun “pagamento, alcuna cambiale, vaglia postale, assegno, conto corrente, fondo o obbligazione con cedola. Né alcun reclamo può essere presentato durante il giorno ebraico”.

IN ITALIA CIRCA 30 MILA EBREI STANNO FESTEGGIANDO

Nel mondo ci sono circa 13 milioni e 500 mila ebrei. Avevano toccato l’apice poco prima della seconda guerra mondiale, quando superarono la soglia dei 16 milioni. Ma durante l’Olocausto ne furono uccisi 6 milioni e la comunità non ha mai più raggiunto le percentuali precedenti la seconda guerra mondiale. Nel nostro paese, gli ebrei italiani iscritti alle 21 comunità presenti sul territorio sono circa 30 mila (su una popolazione di 57 milioni di cittadini). Circa la metà di loro si è stabilita a Roma, mentre circa 10 mila ebrei si trovano a Milano. Il resto è sparso tra comunità cosiddette medie o piccole, tra cui Torino, Firenze, Trieste, Livorno, Venezia. per quanto riguarda invece le sinagoghe, invece, quelle integre sono circa una sessantina. Nelle 24 ore dello Yom Kippur, le sinagoghe delle principali città sono affollate, e in alcuni casi occorre comprare un biglietto per entrare.

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È morto Marko Feingold, l’uomo che salvò 100 mila ebrei dallo sterminio

Sopravvisse lui stesso a quattro campi di concentramento. A 106 anni continuava ad andare nelle scuole per raccontare gli orrori dello sterminio nazifascista.

È morto a Salisburgo all’età di 106 anni Marko Feingold, l’uomo sopravvissuto a quattro campi di concentramento nazisti che salvò nel Dopoguerra 100 mila ebrei. Nonostante la sua età, continuava ad andare nelle scuole a raccontare le follie del periodo nazifascista.

FACEVA PASSARE GLI EBREI PER EX INTERNATI ITALIANI

Feingold ha aiutato tra il 1945 e il 1947 100 mila ebrei diretti in Palestina, accompagnandoli dall’Austria verso l’Italia. Per convincere le guardie, faceva passare i fuggiaschi per ex internati italiani. Nato nel 1913 a Banska Bystrica, nell’attuale Slovacchia, e cresciuto a Vienna, è stato arrestato dai nazisti nel 1939. Durante gli anni prigionia, è passato dai campi di Auschwitz, Neuengamme, Dachau e Buchenwald. Nel 1945 è stato liberato dagli americani, quando pesava 40 chili. Dopo il 1947, si è trasferito a Salisburgo, la città in cui è morto, dove ha inaugurato un negozio di abbigliamento e dove era responsabile della sinagoga.

«MI VOLEVANO SPEDIRE NELL’ALDILÀ»

La sua testimonianza è stata raccontata nel libro Unfassbare Wunde della giornalista Alexandra Foderl-Schmid e del fotografo Konrad Rufus Muller. «Mi volevano spedire nell’aldilà, da campo di concentramento a campo di concentramento», si legge tra le pagine del testo, «oggi invece sono ancora qui». E quando gli chiedevano se credesse in Dio, rispondeva così: «Sono un credente poco praticante… Vista la serie di coincidenze nella mia vita, qualcosa deve pur esserci».

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