Gli italiani vogliono più diritti su droghe e fine vita

Sondaggio Swg commissionato dall'Associazione Coscioni: i cittadini chiedono libertà anche per aborto, fecondazione assistita e cannabis. Cappato: «Il popolo è più avanti dei capi partito».

Gli italiani vogliono più libertà e diritti su fine vita, scienza, droghe, disabilità e fecondazione assistita. È quanto è emerso da un’indagine Swg condotta su un campione di mille persone e commissionata dall’Associazione Luca Coscioni. Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione, ha così commentato i risultati: «Gli italiani si dimostrano ancora una volta più avanti dei capi partito e chiedono riforme di libertà per poter decidere sulla propria vita e sulla propria morte». Ecco tutti i risultati del sondaggio.

TESTAMENTO BIOLOGICO E FINE VITA

Il testamento biologico è conosciuto dall’83% degli intervistati, ma il 71% ignora le procedure per il rilascio delle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ossia le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi. Per l’84% la causa di questa difficoltà è da legare alla scarsa informazione resa disponibile da parte delle istituzioni. Per quel che invece riguarda il fine vita, la metà degli intervistati rileva l’assenza in un’adeguata tutela e disciplina giuridica. Aumentano poi i favorevoli a una legge che regolamenti l’eutanasia, con un 56% che dice sì in maniera incondizionata e un ulteriore 37% a sostegno di una normativa dell’accesso a determinate condizioni fisiche e di salute.

INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA

Il 73% dei cittadini italiani si dichiara favorevole all’aborto. Di questi, il 50% ritiene che sia necessario migliorare l’accesso all’Interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, permettendo il regime ambulatoriale, il trattamento a casa ed eliminando la raccomandazione al ricovero. Il 58% sostiene che la legge 194, in vigore dal 1978, sia una buona legge, ma che vada cambiata per garantire alle donne percorsi di accesso alla Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) maggiormente facilitati.

REGOLAMENTAZIONE DELLA CANNABIS

Il 53% dei cittadini è a favore della regolamentazione della cannabis e per il 61% i proventi andrebbero reinvestiti per fini sociali o in regioni depresse economicamente. Inoltre, il 68% della popolazione è favorevole a condurre maggiori studi e ricerche sull’uso delle droghe a fini terapeutici.

FECONDAZIONE ASSISTITA

L’82% degli intervistati vorrebbe norme per tutte le forme di procreazione assistita. Nello specifico, l’85% è favorevole alla diagnosi preimpianto per le malattie genetiche e il 64% alla fecondazione col seme di un donatore esterno alla coppia. Il 57% sostiene poi la fecondazione assistita per le donne single e il 42% per le coppie omosessuali.

RICERCA SCIENTIFICA E OGM

In Italia non è consentito l’utilizzo di embrioni (non idonei alla gravidanza) a fini di ricerca, motivo per cui quelli utilizzati nel nostro paese sono acquistati dall’estero. Il 65% degli italiani eliminerebbe questo divieto. Per quel che riguarda invece gli organismi geneticamente modificati il 90% degli italiani afferma di conoscerli, ma la conoscenza risulta vaga e poco approfondita.

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Cosa sappiamo sui due fratelli belgi morti a Firenze

Dries e Robbe De Ceuster, 27 e 20 anni, sono stati trovati senza vita nella loro camera d'albergo. Gli investigatori seguono la pista di un mix di alcol e droghe rivelatosi fatale.

I corpi li hanno trovati riversi sul letto, con accanto bottiglie di vino vuote e tracce di stupefacenti: sarebbe stato un mix di alcol e droga ad uccidere Dries e Robbe De Ceuster, due fratelli belgi di 27 e 20 anni trovati morti nel pomeriggio del 29 settembre in una camera di un hotel a quattro stelle in piazza Santa Maria Novella a Firenze. Dries e Robbe, che avevano madri diverse, erano in vacanza con il padre e con la compagna di quest’ultimo. E ad accorgersi della morte sarebbe stato proprio il padre che, non vedendoli né sentendoli, sarebbe andato a cercarli nella loro camera. C’era andato già una prima volta in mattinata, verso le 11.30: agli investigatori ha raccontato di averli trovati addormentati. Non vedendoli però scendere, l’uomo è tornato una seconda volta in camera e ha scoperto che i ragazzi erano entrambi morti. Immediatamente sono stati chiamati i soccorsi ma i medici del 118 non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.

NESSUN SEGNO DI EFFRAZIONE

In albergo sono arrivati anche i poliziotti della squadra mobile e della Polizia scientifica, che hanno avviato subito le indagini. E dai primi accertamenti sono già arrivate alcune risposte: gli investigatori non hanno trovato alcun segno di effrazione alla camera né segni di violenza sui corpi dei due ragazzi. In camera, però, c’erano alcune scatole di potenti analgesici vuote, assieme ad alcune bottiglie di vino e tracce di stupefacenti. L’ipotesi al momento più probabile, anche se bisognerà attendere gli esami tossicologici, è dunque che i due siano stati stroncati da un mix di alcol e droga. E non è escluso che ad ucciderli possa aver contribuito anche lo stupefacente tagliato male, ma anche in questo caso la certezza ci sarà solo al termine degli accertamenti tecnici. Gli investigatori hanno comunque già sentito il padre di Dries e Robbe, la compagna di quest’ultimo, il personale dell’albergo che era in servizio oltre ad alcuni ospiti della struttura, che si trova a due passi dalla stazione. I poliziotti stanno anche visionando le immagini registrate dalle telecamere interne ed esterne all’hotel per ricostruire gli ultimi movimenti dei due e cercare di raccogliere quanti più elementi utili per le indagini.

VERIFICHE SUI TABULATI DEI TELEFONI CELLULARI

Secondo quanto riferito dal padre, i ragazzi avrebbero cenato con lui e la sua compagna, per poi far ritorno tutti insieme in albergo intorno alle 22.30. Bisognerà dunque capire se i due avevano già acquistato la droga precedentemente e siano rimasti tutta la sera in camera o se, invece, siano usciti nuovamente dopo essersi salutati con il padre e la compagna. In entrambi i casi, gli investigatori dovranno ricostruire i movimenti dei due per cercare di risalire a chi hanno incontrato, in quali locali sono stati e chi ha venduto loro la droga. Nelle prossime ore verranno inoltre acquisiti i tabulati dei telefoni cellulari dei giovani, per verificare le chiamate in entrata e in uscita e ricostruire gli ultimi contatti. Il fascicolo è in mano al pm Giacomo Pestelli che è pronto ad affidare l’autopsia dopo aver ricevuto una prima informativa degli investigatori, che a tarda sera erano ancora in albergo per terminare i rilievi.

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Antonio Fuoco spacciava mentre affrontava il processo

Riforniva gli abituali assuntori di sostanze stupefacenti mentre affrontava il processo per la morte della cagnolina Chicca, uccisa a calci. Resta in carcere Antonio Fuoco che ieri mattina, assistito dall’avvocato Luigi Gargiulo è rimasto in silenzio dinanzi al Gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare Pietro Indinnimeo. Solo coloro che hanno ammesso gli addebiti, nella stessa giornata di ieri hanno lasciato la casa circondariale di Fuorni per la misura alternativa dei domiciliari. E, ai domiciliari è andato anche Alessandro Maiorano, difeso da Giuseppe Russo, Ieri mattina presso la casa circondariale di Fuorni si sono svolt gli interrogatori di garanzia a carico dei 15 soggetti ammanettati lunedì mattina dagli uomini della squadra mobile di Salerno9 al termine di una laboriosa attività investigativa coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno e che ha portato alla luce una fiorente attività di spaccio che avveniva anche nei pressi di scuole e luoghi frequentati da soggetti minori. In particolare, le cessioni sono state accertate e documentate in Piazza San Francesco, nelle vicinanze del Liceo “Tasso”; al Largo Pasquale Naddeo, non distante dall’Istituto Salesiano San Domenico Savio che ospita scuole primarie e secondarie nonchéattività sportive per minori; in via Michele Pironti, a breve distanza dall’Istituto Comprensivo Calcedonia, in via Vinciprova dove sono ubicate anche alcune giostrine per bambini; al Parco Pinocchio; in via Vernieri nei pressi del cinema Apollo, nelle immediate vicinanze dell’Istituto Santa Tersa del Bambino Gesùdi via Rafastia e dall’Asl, in via Robertelli ed in altre zone della città. Le cessioni riguardavano eroina, cocaina e metadone. Il giudice per le indagini preliminari, Pietro Indinnimeo, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare a carico dei 15 soggetti coinvolti ha anche contestato l’aggravante di aver ceduto sostanze stupefacenti adulterate o commiste ad altre sostanze da taglio di pessima qualitàe tali da aumentare la potenzialità lesiva per gli acquirenti. Dunque, le dosi così tagliate potevano anche rivelarsi fatali per chi le assumeva.

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Coltivava marijuana sul terrazzo, nei guai anche il padre

di Pina Ferro

Coltivava piante di marijuana sul terrazzo di casa, nei guai anche il padre di Alessandro Fasulo il quale è stato deferito all’autorità giudiziaria. Fasulo, arrestato nei giorni scorsi è attualmente sottoposto all’obbligo di presentazione ai carabinieri. Nei giorni scorsi, i finanzieri del Comando provinciale di Salerno hanno arrestato il 35enne salernitano che coltivava piante di marijuana in casa. I militari, in particolare, hanno notato delle piante sul balcone di una abitazione, del tutto simili alla marijuana, con foglie rigogliose e prossime all’infiorescenza. Decisi, quindi, ad intervenire nell’immediato, hanno perquisito l’appartamento, sequestrando 18 piante, piccole dosi di hashish e cocaina, nonché prodotti specifici per la coltivazione, quali flaconi di radicanti, fertilizzanti per lo sviluppo dell’infiorescenza ed una cesoia per la potatura. Il responsabile, con precedenti specifici, durante le operazioni ha anche cercato di sfuggire al controllo, chiudendosi in una stanza e nascondendosi dietro una poltrona; a nulla è valso il goffo tentativo. I finanzieri, dopo averlo scoperto, sentito il magistrato di turno, lo hanno tratto in arresto. Denunciato a piede libero anche il padre, con il quale il trentenne condivideva l’abitazione, adibita a vera e propria piantagione. E’ di circa 15 giorni fa, invece, l’arresto di uno spacciatore sul lungomare, fermato con 35 grammi di hashish, già confezionato in dosi pronte per essere cedute. L’uomo, portato in caserma per la successiva perquisizione, aveva addosso ulteriori 16 grammi di marijuana, occultati all’interno degli slip, unitamente a 250 euro in contanti, il ricavato dell’attività di spaccio. Formalmente residente in un centro d’accoglienza di Eboli, già da diversi anni, era in possesso di un permesso di soggiorno scaduto, pertanto ritirato dai militari operanti. Su disposizione del Gip, è stato tradotto presso il carcere di Fuorni, dov’è tuttora detenuto. L’attività svolta dalle Fiamme Gialle rientra nel più ampio dispositivo di controllo del territorio, finalizzato al contrasto dei traffici illeciti, ivi compreso quello delle sostanze stupefacenti. Dall’inizio dell’anno, infatti, è stato possibile sequestrare oltre 39 kg di sostanze stupefacenti, con la verbalizzazione di 217 soggetti, di cui 13 arrestati e 28 denunciati all’Autorità Giudiziaria. Per altri 176 è scattata invece la segnalazione alla Prefettura, in quanto la droga rinvenuta e sequestrata dai militari era detenuta per un uso personale.

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Come gli autodefensas sfidano i narcos in Messico

Mentre il governo usa l'inutile politica di “abrazos no balazos” (abbracciare, non sparare), i cittadini si armano per combattere i cartelli della droga. E a Michoacán la situazione è esplosiva. Omicidi, impunità, lotta sociale: la storia.

Il messaggio del Cartello Jalisco nuova generazione (Cjng) era chiaro: entreremo a Tepalcatepec per scacciare i narcos rivali. E non solo lo hanno lanciato con video pubblicati su internet; alcuni giorni prima dell’attacco hanno sorvolato questa cittadina di Michoacán, stato centrale del Messico, gettando dall’aereo volantini dove ribadivano alla popolazione che il problema non era con la gente comune, bensì con “El Abuelo”, Juan José Farías, uno dei fondatori degli autodefensas e successivamente alleato locale del Cjng, l’organizzazione criminale guidata da Nemesio OsegueraEl Mencho”, il narcotrafficante più ricercato al mondo.

LE AUTORITÀ INCAPACI DI AFFRONTARE I CARTELLI

Da giorni Tepalcatepec sta vivendo una lotta tra gruppi rivali che si disputano questo territorio ricco di piantagioni di avocado e limoni, oltre a laboratori per la produzione di droghe sintetiche. Michoacán, 13 anni dopo la cosiddetta “guerra al narco” dichiarata dall’allora presidente Felipe Calderón, torna a essere il centro delle lotte intestine tra cartelli, e simbolo dell’incapacità di affrontarli da parte delle autorità.

IL GOVERNO VUOLE “ABRAZOS NO BALAZOS

A pochi giorni dal resoconto annuale che ha presentato il nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador, nel quale nonostante abbia riconosciuto che la crisi in materia di sicurezza è uno dei principali problemi del Paese vi ha dedicato soltanto 40 secondi (su più di un’ora e mezza), la sua politica di “abrazos no balazos” (abbracciare, non sparare) per combattere la delinquenza non sembra dare risultati.

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Il presidente del Messico Andres Manuel Lopez Obrador. (Getty)

GUARDIA NAZIONALE DI FIANCO ALL’ESERCITO

La creazione della Guardia nazionale ha seguito le politiche dei governi precedenti di usare l’esercito nella lotta alla delinquenza organizzata, e addirittura, come pubblica El Economista, il numero dei soldati impiegati in operazioni civili ha raggiunto in 2018 la cifra record di 69 mila, ai quali all’inizio del 2019 se ne sono aggiunti altri 8 mila. La differenza è che la Guardia nazionale opera in coordinazione con le polizie di diversi livelli, per vigilare le zone più “calde” del Paese, ma con l’ordine di non intervenire.

MA NEL 2018 CI SONO STATI 100 OMICIDI AL GIORNO

Il risultato è che il 2018 si è chiuso con una quantità record di omicidi: quasi 40 mila, una media di 100 al giorno. E nei primi sei mesi del 2019 le morti violente hanno avuto un aumento del 4%. Per far fronte a questa situazione, in molte zone sono i cittadini, stanchi di subire i soprusi e lo strapotere dei narcos, a imbracciare le armi per difendersi. Ed è proprio nella zona di Tierra Caliente, nel cuore del Michoacán, come nel 2013 quando si ribellarono contro i Caballeros Templarios, che sono sorti gruppi di autodefensas per affrontare il Cjng.

CIVILI ARMATI DI MACHETE, AK-47 E MITRAGLIATRICI

Con un armamento che va da machete, vecchi fucili AK-47 e addirittura mitragliatrici Barrett calibro 50 anti-materia – armi che in alcuni casi hanno sottratto in “battaglia” ai narcos – carovane di mezzi corazzati nello stile Mad Max pattugliano le strade di cittadine dove, negli ultimi mesi, sono apparse decine di corpi smembrati o appesi a ponti e cavalcavia.

Membri di un gruppo di autodefensa in Messico. (Getty)

LA RIVOLTA DI “EL ABUELO” CONTRO EL MENCHO

Tepalcatepec è il fulcro di questa lotta. Lì la situazione è diventata più complessa da quando Farías, “El Abuelo”, ex leader degli autodefensas con una importante base sociale nella cittadina e poi socio del Cjng (che nel 2013 aiutò fornendo loro armi per combattere Los Templarios), ha costituito il suo cartello e si è rivoltato contro il suo vecchio alleato, El Mencho.

VIDEO MESSAGGI SU INTERNET ALLA CITTADINA

«Se volete che finisca questa guerra, cacciate “El Abuelo” e il suo cartello da Tepalcatepec, e vedrete che tornerà la tranquillità in questa cittadina», legge, in un messaggio da parte del “signor Mencho” alla cittadina e al governo federale, un incappucciato circondato da uomini armati di AK-47 e mitragliatrici Barrett, in uno dei video che il Cjng ha postato su internet.

DOPO I CAVALIERI TEMPLARI, SOTTO A CHI TOCCA

Ma gli unici a rispondere a questi messaggi sono gli autodefensas; con le armi. «Sei anni fa ci siamo giocati la vita per scacciare i Cavalieri Templari a suon di fucilate, e adesso non lasceremo che entrino “quelli di Jalisco” (il Cjng)”, ha dichiarato al giornale spagnolo El País Héctor Zepeda, “Teto”, leader di uno questi gruppi armati nella cittadina di Coahuayana, Michoacán. «E tu credi che a questi bastardi bisogna dare abbracci e non sparargli, come propone il governo», ha ribadito l’autodefensa ironizzando sulla politica di López Obrador.

LOTTA SOCIALE IN BUONA PARTE DEL PAESE

Politica che qui – e non solo – criticano in molti. Da una parte, per l’incapacità di risolvere una lotta sociale che si estende per buona parte del Paese, provocando vittime civili e militari, come il colonnello Víctor Manuel Maldonado, morto in uno scontro con un gruppo armato, a Ziracuaretiro, Michoacán, nell’agosto del 2019. Addirittura nel vicino paese Los Reyes un gruppo di cittadini ha aggredito un convoglio militare con vanghe e scope.

Soldati per le strade messicane. (Getty)

IL PRESIDENTE SI PREOCCUPA DEL CHAPO IN CARCERE

Sebbene il presidente abbia mandato un messaggio di cordoglio per la morte dell’ufficiale e di conforto alle forze armate, il suo silenzio di fronte alle critiche e altre sue dichiarazioni inopportune hanno suscitato forti critiche nell’opinione pubblica. Soprattutto l’annuncio, su petizione della madre di Joaquín “El Chapo” Guzmán, a proposito dell’inizio delle pratiche necessarie perché lei e le sorelle del narco incarcerato negli Stati Uniti possano andare a visitarlo nella prigione di New York. «Una condanna di carcere a vita, in un carcere ostile, duro e inumano, sì che commuove», ha dichiarato sulla pena all’ergastolo inflitta a “El Chapo”.

I MOTIVI PER COMMUOVERSI SONO ALTRI

In un Paese dove le carceri sono sovraffollate, dove l’impunità supera il 98% e migliaia di persona passano anni in prigione senza avere diritto a un regolare processo, dove il narcotraffico (dei quali uno dei principali e sanguinari boss è proprio Joaquín Guzmán) ha provocato negli ultimi 12 anni più di 250 mila morti, di motivi per commuoversi ce ne sono a migliaia.

AGRICOLTORI MINACCIATI E SOTTO SCORTA

A pochi chilometri da Tepalcatepec, Hipólito Mora vive trincerato nel suo ranch della località La Ruana. Vigilato notte e giorno da poliziotti e uomini armati, non può nemmeno uscire senza scorta. L’agricoltore di limoni e fondatore degli autodefensas nel 2013 sa che la sua testa ha un prezzo, e molti – governo, polizia, cartelli e alcuni suoi antichi compagni delle autodifese (che lui considera narcos) – sono pronti a riscuotere la taglia.

Questa gente non capisce nessun’altra lingua, e non c’è bisogno di parlare con loro, perché non si può parlare con il diavolo


Il contadino Hipólito Mora

«Abbracciare e non sparare?», risponde al reporter de El País rispetto alla politica di López Obrador. «Magari il governo si mettesse nei panni di noi contadini. Hanno ricominciato a sequestrare e a far pagare il pizzo, e non c’è altra soluzione che imbracciare di nuovo le armi. Questa gente non capisce nessun’altra lingua, e non c’è bisogno di parlare con loro, perché non si può parlare con il diavolo».

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Sconti di pena in Appello per i ragazzi di Zio Ciro

di Pina Ferro

Sconto di pena in appello per i ragazzi di “Zio Ciro” che in primo grado avevano scelto di essere giudicati con il rito dell’abbreviato. La Corte di Appello ha riqualificato l’imputazione definendolo fatto di lieve entità. Il procuratore generale a seguito della requisitoria aveva chiesto la conferma della sentenza emessa in primo grado. Al termine della camera di consiglio i giudici hanno confermato la condanna applicando la pena di: 4 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione per Ciro Marigliano Junior, nipote del boss (in primo grado gli erano stati inflitti 6 anni e 8 mesi); 4 anni a Michele Marigliano (in primo grado 5 anni e 4 mesi); 4 anni a Simone Iacovazzi (in primo grado 5 anni e 4 mesi); 3 anni ad Alessandrina Capezzolo (6 anni e nove mesi in primo grado); 4 anni ad Armando Mastrogiovanni (10 anni in primo grado); 6 anni a Luigi Natella (16 anni in primo grado); 4 anni a Mauro Natella (7 anni); 2 anni a Alfonso Frungillo (2 anni e 8 mesi). Assolto Salvatore Fraccella per non aver commesso il fatto. Pienamente soddisfatto del risultato ottenuto il collegio difensivo formanto tra gli altri da Luigi Gargiulo, Pierluigi Spadafora e Antonietta Cennamo. Gli imputati erano stati arrestati nel novembre del 2016 insieme ad altri soggetti accusati di gestire uno spaccio di droga in città. L’attività investigativa prese il via la sera del 14 settembre del 2014 a seguito del ferimento di Armando Mastrogiovanni, avvenuto dinanzi al Sea Garden. All’indirizzo di Mastrogiovanni furono esplosi sei colpi di arma da fuoco. A seguito di indagini fu individuato e arrestato il responsabile Costabile Verrone. Alla base del gesto vi erano vecchi rancori. Quello fu il primo tassello di un puzzle che pian piano è stato composto e che ha portato i carabinieri a far emergere la piazza di spaccio nella zona orientale della città. Le successive indagini poi hanno fatto emergere la rete di spaccio. Le indagini portarono ad accertare l’esistenza di due gruppi criminali, strettamente legati a Ciro Marigliano junior e a Luigi Natella. All’apice dell’organizzazione non c’erano, pero, Marigliano junior e Na- ̀ tella.Loro, secondo la pubblica accusa erano un gradino sotto “zio Ciro”, cioè Ciro Marigliano senior, esponente di spicco della criminalitàorganizzata.

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Viaggio nel boschetto di Rogoredo, piazza dello spaccio milanese

Madri, giovani ragazze, adolescenti vivono in questa terra di nessuno. Dove per 8 euro o vendendo il proprio corpo è possibile acquistare un'ora di sballo. Il reportage.

Con il passeggino e i due figli piccoli si avventura tra i cespugli per acquistare una dose. Nessuno scrupolo quando si tratta di eroina. Chi la conosce dice che è una ragazza calabrese poco più che 30enne. «I pochi soldi che ha a disposizione li guadagna prostituendosi», aggiunge chi, come lei, frequenta il famigerato boschetto di Rogoredo, periferia Sud di Milano, la più grande piazza di spaccio del Nord Italia, dove una dose di eroina costa meno di 5 euro.

LA PIAZZA DI SPACCIO SI ALLARGA

Un mondo oscuro che si è allargato a macchia d’olio anche oltre il confine della città in senso stretto, sempre sui binari della linea Lodi-Milano, fermandosi – per il momento – al Quartiere Affari di San Donato Milanese. Stessa gestione, stesso target: non solo giovani in cerca di emozioni forti, ma anche 60enni affascinati dallo sballo a buon mercato e dal sesso con ragazzine.

Un blitz delle Forze dell’ordine nel boschetto di Rogoredo.

A spingere i pusher a spostarsi dal boschetto è stato l’annuncio alla presenza degli allora ministri Matteo Salvini e Danilo Toninelli – il 6 agosto, vigilia della crisi di governo – di potenziare la stazione di Rogoredo per decongestionare la mobilità metropolitana: più collegamenti dell’alta velocità, biglietterie aperte con orario prolungato, più parcheggi. E, contestualmente, maggiori controlli di forze dell’ordine con presidi fissi della polizia ferroviaria e della polizia di Stato almeno fino alle 22.30.

OGNI OGGETTO RUBATO VIENE CONVERTITO IN DOSI

Per ora però al boschetto di Rogoredo si continua a spacciare di tutto: dal Fentanyl, l’oppiaceo sintetico che negli Stati Uniti ha già causato migliaia di morti, all’eroina “gialla” importata dall’Afghanistan dalla mafia nigeriana, con un principio attivo anche superiore al 50% con picchi del 70%, mentre negli anni tragici della tossicodipendenza da eroina si andava dall’1 al 10/15%. A Rogoredo non si vende solo la droga, ma tutto il kit necessario per farsi e non solo. Passeggini, biciclette, oggetti preziosi, borse. Qualsiasi oggetto rubato qui viene convertito in dosi.

Materassi e immondizia nel boschetto di Rogoredo.

C’È UN TARIFFARIO PER OGNI SERVIZIO

Una volta scesi dal treno si entra nel bosco della droga o nella foresta di San Donato, come è già stata ribattezzata. Qui arrivano tossicodipendenti da ogni regione d’Italia. Persone di ogni età tra i 15 e i 60 anni cercano una dose. Ognuno ha in mano una cartina con i percorsi per trovarla. L’eroina la recuperano sottoterra perché per gli spacciatori è diventato troppo rischioso il passaggio a mano. C’è un tariffario per ogni servizio. Oltre alla dose, con 8 euro ti danno anche una siringa nuova, un accendino e un cucchiaino. In omaggio i pusher garantiscono un materasso per massimo un’ora. Chi non ha soldi a sufficienza è disposto a vendere il proprio corpo. Il “trattamento di lusso” si consuma in una tenda canadese rossa. Oltre alla droga, ti forniscono anche il preservativo. Nonostante questo sono sempre di più le ragazze che rimangono incinta in questo degrado.

Forze dell’ordine nell’area della periferia Sud di Milano considerata la piazza di spaccio principale del Nord Italia.

TOSSICODIPENDENTE NONOSTANTE UNA FIGLIA NEONATA

Una di queste è Eleonora, 29 anni, ucraina. A maggio aveva partorito in una cascina a pochi metri dal boschetto di Rogoredo, ma a distanza di quattro mesi è subito ritornata. «Grazie a mio figlio sono riuscita a stare lontano dal boschetto almeno la mattina quando vado ad accudirlo», spiega la donna. «Ma non ho smesso di drogarmi. Qui a Rogoredo siamo una famiglia. I miei amici frequentano tutti questa zona e anche una mia amica è rimasta incinta ed è al quinto mese». Storie come questa sono all’ordine del giorno nei 65 ettari a due passi dalla terza stazione ferroviaria di Milano.

UN SOSTEGNO AI GENITORI CHE CERCANO I PROPRI FIGLI

Molti degli avventori sono poco più che adolescenti eppure sono già nell’inferno della tossicodipendenza. «Quando mi avvicino ai giovani cerco di farlo con l’affetto e le attenzioni di un padre», racconta a Lettera43.it Simone Feder, psicologo della Casa del Giovane di Pavia, tra i primi a scendere in strada per liberare Rogoredo dalla droga. «Credo fortemente in loro e nel potenziale di ognuno, cerco di capire le loro risorse e far leva su di esse, senza caricarli di aspettative che rischiano di allontanarli e farli sentire incompresi. Operativamente chiedo un contatto telefonico, li aggancio e non li lascio soli. Gli irrecuperabili non esistono». Per Feder in quest’area sarebbe necessario «un luogo dove si possa ascoltare, accogliere e indirizzare» anche i genitori dei ragazzi quando «i loro figli spariscono o non si fanno trovare». Per questo è nato il Progetto Rogoredo con il coordinamento della prefettura di Milano e la supervisione di Ats (Agenzie di tutela della salute): l’obiettivo è coinvolgerele istituzioni insieme ad alcuni enti del territorio e non per rafforzare le attenzioni socio-sanitarie e tentare di agganciare i ragazzi per aiutarli a cambiare vita.

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Seicento euro per portare mezzo chilo di droga in carcere

di Pina Ferro

Seicento euro, questa la somma che avrebbe incassato se fosse riuscita ad introdurre all’interno del carcere di Fuorni, ben mezzo chilo di sostanza stupefacente di sostanza stupefacente. La mission a cui era destinata è fallita. Raffaella Siciliano, di Pagani e moglie di Aniello D’Auria, 39 anni, (detenuto presso la casa circondariale di Salerno per spaccio) è stata tradita dalla strana agitazione mostrata nel corso dei controlli pre colloqui posti in atto dagli agenti della polizia penitenziaria. I fatti sarebbero accaduti nella mattinata dello scorso 11 settembre. La donna aveva raggiunto il penitenziario di Salerno per far visita al marito. Prima di dare via ai colloqui tra detenuti e familiari degli stessi è prassi procedere ad accurati controlli a carico dei visitatori al fine di evitare situazioni non consentite. All’atto di tali controlli una delle agenti in servizio ha notato che la donna si presentava alquanto agitata, un atteggiamento immotivato e che ha destato non pochi sospetti. A questo punto la poliziotta, addetta ai pre colloqui, ha proceduto ad un accurata perquisizione della visitatrice. Nell’ispezionare le scarpe, la divisa ha rinvenuto, occultati sotto le solette delle scarpe degli strani involucri. La successiva perquisizione personale ha portato al rinvenimento e sequestro di 500 grammi di stupefacenti suddivisi tra hashish e cocaina ed un mini cellulare occultati sia nelle parti intime che nel reggiseno. A questo punto del sequestro è stato posto a conoscenza il comandante del reparto, il commissario Gianluigi Lancellotta che, immediatamente ha notiziato il magistrato di turno il quale ha disposto l’arresto della signora con l’accusa di detenzione di stupefacenti da introdurre all’interno del penitenziario salernitano. Interrogata, la moglie di D’Auria ha affermato di aver accettato l’incarico di portare la droga in carcere in quanto le era stata offerta una ricompensa di 600 euro. Ma, la stessa pare non abbia fatto alcun accenno a colui che le aveva affidato l’incarico e, a chi era destinata la droga. Sicuramente l’intente quantitativo, la più alta quantità mai sequestrata in carcere a Salerno, era destinato a qualcuno che intende gestire il traffico di stupefacenti all’interno dell’istituto di pena. Nelle ore successive, con il supporto degli uomini della Squadra Mobile di Salerno, la perquisizione è stata estesa anche all’abitazione di Raffaella Siciliano dove è stata rinvenuta una pistola contraffatta. Non è la prima volta che nelle carceri campane accadono episodi del genere. La polizia penitenziaria con i pochi mezzi e poco personale a disposizione riesce a garantire la sicurezza dei penitenziari. Intanto, proseguono gli appelli al capo del personale circa le difficoltà che continuano a vivere quotidianamente i poliziotti.

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