Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?

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Mina, 80 anni di un mito atemporale

Nel panorama creativo c'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s'arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è lei.

È sempre il tempo di Mina. Ottant’anni senza età, e pare incredibile: lei ha smesso d’invecchiare da giovane, quando scomparve dopo l’ultimo concerto del 1978 alla Bussola. Una sola frase: «Mai più». Mina e non più Mina.

Da allora, s’amministra. Vive nel tempo senza tempo, cavalca epoche, rilascia ologrammi di sè. Mina è un eterno Techetechetè che conferma la fatale percezione: di Mina mai più un’altra, quella che c’è sarà per sempre. La migliore di tutti, la migliore in tutti i sensi e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge gli oceani d’inchiostro, i deserti di parole versati su di lei.

Difficile aggiungere qualcosa, eppure proviamoci, partendo dalle intriganti percezioni che confessò Luca Goldoni: quella silhouette sinuosa ed elastica, un anno filiforme al limite dell’allarme, quello dopo rotondetta abbastanza da indurre turbamento, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera; sulle doti, a che pro infierire quando Louis Armstrong la definiva «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UN GRANDE SUCCESSO MA SENZA PRENDERSI MAI TROPPO SUL SERIO

Quel che appare dai nostri personalissimi Techetechetè suggerisce tuttavia pensieri laterali: una modernità della ragazza che è atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «“Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo).

Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, gioca di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: già aveva sfidato, e vinto, i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, il primo figlio che prescindeva da calcoli di bottega. Salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?». Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d’ironia. Il suo livello più sottile, invece, qui la sua atemporalità, cova in quell’apparente sottrazione, quello schermirsi sull’argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta.

CI SONO I CANTANTI DI SUCCESSO, I CAMPIONI: POI C’È MINA

Altra spia d’eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C’è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C’è chi vivacchia sull’onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s’arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c’è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione. Mina non è mai quella di prima; allo stesso modo, ha il dono d’incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell’apparente stagnazione.

Tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom

Se uno vuol capire cos’era il boom della fine dei ’50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali, sintomo d’una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l’approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora già più problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie; nei conseguenti Settanta, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po’ stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori).

Mina nel 1967 (foto La Presse).

A quel punto la diva è già leggenda, tra pop, bossanova e jazz riveste ogni autore, non si nega una sfida, pronta all’apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l’ultimo concerto alla Bussola (c’è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire…). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora, nella sua latitanza, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi nella voce. Lei si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

UN’ARTISTA VISTUALE PRIMA DELL’AVVENTO DI INTERNET

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c’è ma non c’è, manca ma insiste di più, riaffiora opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d’autore, non sempre capita, non sempre resa al meglio, non la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano quegli eterni ritorni con Celentano. Mina celebra i sessant’anni di carriera, gli ottanta di vita fuori categoria: da sempre, da subito fa corsa su se stessa e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta così come muore un dolore. E questa non è una biografia in pillole, per l’amor di Dio, ma solo la testimonianza di uno stupor mundi che non passa ogni volta che Mina riaffiora. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per cantare, per quelle accelerazioni da Ferrari, e poi subito gli “Happy Boys”, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi… e poi.

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Dell’odio dell’innocenza, gli abissi di Paolo Benvegnù

Un disco che è un ritorno alle origini. Ma con più maturità e meno illusioni. Un lavoro duro senza ammiccamenti di sorta. La recensione.

L’artista forse sente le cose arrivare; sicuramente le sente, se no non poterebbe un disco così in un momento così.

Dell’odio dell’innocenza arriva in piena apocalisse, tutti isolati in noi stessi, impotentemente arroccati contro il morbo, e ci parla come mai prima di insofferenza, di rassegnazioni, di amore che sopravvive ma senza pretesa di antidoto.

Parla di pietre al posto di umani, di vestirsi di pietre, è disco di musica marziale e disturbata e disturbante, ove l’eterna lotta tra fuga e ritorno, catarsi e palingenesi soccombe, per la prima volta, alla constatazione: non è più sciamano Paolo Benvegnù, è un profeta arreso, di realismo raggelante come questi suoni, sibili, vibrazioni dentro un cosmo inutile. Ha congedato il gruppo storico, ha tenuto solo il bassista, il “Roccia”, Luca Baldini, come volesse riscoprirsi, come a ripiegarsi, enorme feto, dentro di sé. Anche l’etichetta è nuova, Black Candy Records, che punta molto, a ragione, su questo principe della musica d’autore che, senza smentirsi, marca la differenza con tutto il resto in circolazione.

UN LAVORO CHE CONTIENE TUTTI I BENVEGNÙ FIN DAGLI SCISMA

Ma è un lavoro, questo nuovo, che non sai come prendere. Non riesci a maneggiarlo, ti sfugge da ogni parte, dalla mente alle dita. Perché non mente, non ci prova affatto. Ma un poeta che non mente, che cos’è? Così, hai la sensazione di un già sentito e ci metti un po’ a capire che è la somma di tutto quello che hai già sentito da Benvegnù, a volte proprio ti sembra che voglia ricantarsi in modo più definito, più suo e solo suo.

Ci sono tutti i Benvegnù dentro, fin dagli Scisma, però più ossuti, asciugati; in apparenza, ma solo in apparenza, più essenziale, di sicuro più diretto. È un disco cercato, non più figlio dell’urgenza ma del tempo: «Tutto quello che mi servirà, lo prenderò», ci diceva quando le canzoni erano ancora da scrivere, da immaginare.

UNA LIBERTÀ PAGATA A CARO PREZZO

È uscito un album scontroso, denso di poesia, questo è inevitabile, ma per niente consolante. E se il singolo, Pietre, è irresistibile nel suo respiro serrato, come una lapidazione alle illusioni, Infinito, Pt. 2 sfida Tenco sul suo stesso terreno e Non torniamo più si spinge addirittura al cielo dell’immenso Umberto Bindi. Mentre le soluzioni soniche non rinunciano mai agli amati Radiohead, quelli meno astrusi, quelli ancora empatici. È un disco suonato benissimo, tutto in sottrazione, ma dove ogni palpito è meditato, è sorprendente. Tutto però è dichiaratamente, ostinatamente dentro il marchio di fabbrica di Benvegnù il quale rifugge da qualsiasi soluzione compiacente. Nessun richiamo a ritmi rapper o trapper, nessuna melodia inutilmente saltellante, neanche l’ombra di un ammiccare, casomai sfuriate implacabili s’alternano a dilatazioni affilate: il suo concetto di musica è da padre nobile, oggi più di sempre, alla luce di una libertà conquistata pagandone tutti i prezzi, tutti i costi sanguinosi, e dunque non transigibile.

UN RITORNO ALLA LIBERTÀ CON PIÙ MATURITÀ E MENO ILLUSIONI

Per questo è difficile un disco come Dell’odio dell’innocenza. Fin dal titolo, fin dagli intenti: non concede nulla neppure al più adorante dei fan. È un ritornare all’origine, con più maturità e meno ancora illusioni. Oggi Paolo Benvegnù non potrebbe più comporre un verso come «io lascio che le cose passino e mi sfiorino»; lo canta, sicuro, perché è suo, è la sua anima quello stupore che lo salva; ma quel trasalimento è superato, ormai piovono pietre sui nostri voli che precipitano a vite dentro a «ripugnanti evoluzioni», «ripugnanti rivoluzioni». Ormai neppure le cose ci parlano, ci salvano, forse la natura stessa è proiezione cieca e niente esiste, tranne la presunzione di esistere; niente sopravvive, meno che l’oscena voglia di ammirarsi. Lo stesso sentimento muore di frustrazione, un verso, in chiusura, come «perché è la prima volta che non voglio morire», è raggelante perché piove in un universo di stelle inutili, cadute come voglie.

Paolo Benvegnù (foto da Facebook).

Ti aspetto, dice Benvegnù, padre di famiglia, padre nobile della musica con 30 anni di carriera, e non ci si crede. Ti aspetto, ma alle mie condizioni: qui non c’è più posto per l’epica, quale epica, qui rimane la condivisione metallica di un altoparlante che t’invita a essere prudente, a misurare i tuoi passi tra quelli di altri viaggiatori in partenza, in arrivo, ma per dove? Da dove? Qui risposte non ce n’è: prenditi quello che rimane, questo straccio di poesia. Accontentati. O vai via. Fai attenzione alla copertina: non sorride, guarda fisso, ricorda in qualche modo un Iggy Pop dalla consapevolezza segnata. «Perché non c’è più niente da desiderare». E io, io sono ancora qui che faccio musica, che presento i disastri, e dopo le mie desolazioni diventano le tue, diventano quelle di tutti voi: ma mica lo faccio apposta, ma non sono io a chiamarla quella morte che respiriamo credendo di esistere. E il silenzio, che potrebbe salvarci, non ci salva, perché lo abbiamo ripudiato. E adesso che ci inghiotte, anche tu ti senti come me, ma io non sono come te e resto qui. A cantarti gli abissi che non vuoi vedere, che non puoi non vedere. Io resto qui, ma fino a quando ancora?

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Ordinary man, lo straziante congedo di Ozzy Osbourne

Nell'ultimo disco del vampiro del rock c'è tutto il suo mondo: dai cori gotici al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, fino al metallo incandescente. Un auto-epitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. La recensione.

Ozzy Osbourne sta morendo. Inutile girarci attorno, il Madman, il pazzo se ne sta andando. Lo sa anche lui, e lo canta. Tra malanni maledetti, stentate convalescenze, concerti annunciati ma tour rinunciati, ammissioni di Parkinson, appelli ai fan.

Vecchio vampiro che ancora si alimenta del sangue del loro entusiasmo, Ozzy va a morire e lo sa e lo canta nell’unico modo che sa fare. Con la solita follia, con orgoglio smisurato e una classe che non va via.

Non manca niente in quest’ultimo, davvero ultimo Ordinary Man consegnato oggi al mondo: 50 minuti per riassumere una vita scellerata, per tirar su la rete di un destino senza senso e in troppe direzioni. Così è la vita della rockstar e così è la sua morte, che arriva prima, che lascia un morto scalciante e un disco postumo in vita.

TUTTO IL MONDO DI OZZY IN 50 MINUTI

Patetico, tenero, orribile Ozzy in copertina, con le unghie laccate e il solito ghigno. E chissà quanto ci è voluto a prendere quello scatto a un malato di Parkinson. Ma dentro, dentro c’è il mondo di Ozzy.

Ozzy Osbourne con Slash (Getty Images).

C’è quel suo heavy metal che pesante lo è di certo, ma mai proprio metal, sempre sul bilico dell’hard rock. C’è la classicità che è solo sua, ma anche le sonorità disturbanti e frastuonose di oggi, magistralmente adoperate per far paura.

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C’è Elton John, con cui costruire uno struggimento, e c’è Slash per ricamare di filo spinato, e c’è Chad Smith e c’è Duff McKagan perché gli Anni 80 furono la Mecca di Ozzy, e c’è Post Malone perché se proprio bisogna andarsene, meglio farlo da vivi, non da reduci. E proprio il rapper è complice di un paio di tracce sorprendenti, in particolare It’s a Raid, un gran bordello di puro Ozzy concentrato, una baraonda infernale, spastica di tempi, di ritmi spezzettati che fai fatica ad arrivare in fondo a quei 4 minuti. 

Ozzy Osbourne sul palco (Getty Images).

PEZZI ACCHIAPPA TEENAGER E PEZZI CHE EVOCANO INCUBI

Ci sono momenti fatti apposta per acchiappare adolescenti incasinati, esattamente come 40 anni fa, momenti di demoniaco ruffianismo. Ci sono passaggi costruiti, come la manierata Holy For Tonight, tra Queen e Electric Light Orchestra, e la fin troppo ozzyana Under The Graveyard, e incubi inconfondibili e realmente spaventosi quali Eat Me e Scary Little Green Men, vagamente Alice In Chains. C’è un sacco di roba e c’è tutto, dai cori gotici, di messa funebre, al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, al metallo incandescente di Goodbye

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Tutti titoli così, che sottolineano il congedo, riassumono esistenze e una volta tanto è tutto vero, non un gioco macabro per tenere in piedi il personaggio. Ozzy muore e lo sa. Ma muore a modo suo, alle sue condizioni, muore da pazzo.

E la convinzione è tale da superare il patetismo: Ordinary Man è l’autoepitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. Inciso tra indicibili fatiche – l’inferno in terra, quasi una espiazione – è riuscito insospettabilmente vibrante, ispirato, pazzo, commovente, antico e post moderno. Post tutto. Con dentro una ballata assolata di sangue, lucida di lacrime quale All My Life, così, a voce spiegata per cantare, per gridare l’orgoglio di una vita tutta sbagliata, tutta sballata, ma che adesso, tirando su la rete, trova il senso di una ragione. Trova il suo ordine. Trova la via d’uscita in quella camera di contenimento, le pareti imbottite, nessuna maniglia da dentro, che è stata la vita di Ozzy. Così è la vita di una rockstar, che si riscatta quando finisce nell’ultimo battito d’ali. E che battito è Ordinary Man! È un chiedere scusa senza pentirsi, è l’ammissione di non poter essere altro, l’addio di chi addosso ha un mantello di tempo e non può rinnegarlo. 

Ozzy Osbourne negli Anni 80 (Getty Images).

OZZY LASCIA UNO STILE, UN’EREDITÀ E UN VUOTO

Ozzy è stato il Madman, il fuori di testa, a volte imbarazzante, grottesco, caricaturale. Il decapitatore di pipistrelli e la macchietta da sitcom, il principe delle tenebre che perde i pezzi. Compatito dalle rockstar dell’Olimpo: ma lascia uno stile, una eredità, un vuoto. Lascia questo disco, straziante e bellissimo, ultimo hurrah di un pugile che vince l’ultimo incontro ma scende sul ring tremante, ammalato. Eppure non rinuncia a proclamare: «Io sono Ozzy, sono quello che sono sempre stato, e me ne vado così. A modo mio, alle mie regole: non saprei come altro fare, e tu goditi quel che resta di me, mentre mi preparo a sparire».

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Così è la morte di una rockstar: passi la vita a irriderla, a scamparla, ma poi quella arriva un attimo prima, ti lascia vivo per un po’, gioca con te così come tu hai giocato con lei e si riprende tutto. Ma ti rispetta. Rispetta il coraggio di sfidarla e ti lascia ancora il tempo per un ultimo agghiacciante meraviglioso commiato. E la canzone che battezza l’album, quella con Elton John, sarà pure quanto di più paraculo, ma non puoi non sentirti qualcosa in pancia mentre la senti: è Ozzy che se ne va, capisci? Lo capisci? E svanisce in un vento d’archi desolati. Ma sì, che tanto non cambia niente. Ma sì, che quelli come noi sono dannati, non gli basta una preghiera in articulo mortis per salvarsi. 

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Tiziano Ferro, un miracolo riuscito (a metà)

Con il nuovo cd, il cantautore cerca svecchiarsi. Anche grazie al tocco internazionale di Timbaland. Dimostrando, in questi 50 minuti di autoanalisi, il coraggio di riscriversi. Il risultato è un disco riuscito anche se con qualche caduta nel sentimentalismo prima maniera. Ma lo sforzo va comunque apprezzato.

Tiziano Ferro ha un problema, si chiama Mengoni. Marco Mengoni. Uno che, per molti motivi, gli si può sovrapporre e nei fatti lo fa e lui rischia di uscirne sbiadito.

È sempre un po’ lo specchio di Biancaneve, anche nella musica: «Chi è la popstar più bella del reame?», e lo specchio: «Qualcuna c’è che è più bella di te».

Anche così si spiega, a 40 anni o giù di lì, la scelta di voltare pagina, per non lasciarsi imbrigliare, per non ridursi a clone di se stesso, a inseguitore dell’altrui successo. Oltre all’umanissimo artistico bisogno di mettersi alla frusta, di verificarsi e verificare un pubblico assuefatto.

E allora: via il produttore storico, quel Michele Canova che ha instaurato una sorta di dittatura del gusto sul pop mainstream, dentro il sogno di una vita, il guru sonico che dai 90 detta legge nell’hiphop e nel R&B commerciale americano, dunque mondiale.

IL TOCCO INTERNAZIONALE DI TIMBALAND

L’intento è chiaro: svecchiare il respiro, renderlo internazionale. Timbaland produce così nove pezzi, più i due di Davide Tagliapietra (chi è? L’ex di Mietta, chitarrista, turnista, uomo da palco), più uno a cura dello stesso Ferro; più lo spirito fratino di Jovanotti, altro sogno raggiunto per Tiziano; più la serenità esistenziale che ai quattro venti dichiara d’aver raggiunto; più la tempestiva polemicuzza con Fedez; più la copertina in sfumature di grigio meditabondo. Insomma non ci si fa mancar niente, signore e signori: voilà Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo. C’è riuscito, Tiziano?

CINQUANTA MINUTI DI AUTOANALISI

Ferro non è Leonard Cohen (che esce anche lui oggi, postumo, con lo struggente Thanks for the dance, assemblato sul figlio che ha cucito suoni e musiche sulle parti vocali lasciate in eredità). Il lavoro comunque si apre con un beat lento, profondo, e un cantato che già chiarisce il senso del gioco: Vai ad amarti, forse vaghissimamente dalle influenze Massive Attack, è l’incipit di questi 50 minuti di autoanalisi dove, in effetti, la mano americana di Timbaland si sente eccome. In modo accorto, senza stravolgere la matrice dell’artista, cui anzi viene lasciato ogni spazio – il tappeto sonoro è fatto più di richiami, echi, sospensioni, battiti, ma resta sempre la voce cantante in prima linea.

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Amici per errore si sposta verso il Beck più folk, ed è un altro pezzo riuscito, sorretto da chitarre acustiche piene e pulite, contrappuntate da singole gocce di piano: rischia la melensaggine, e invece la sua semplicità cattura.

IN BALLA CON ME SI FA PALESE LA SFIDA A MENGONI

Balla con me, giustamente, aumenta le pulsazioni e qui sì che la sfida, discreta ma chiara, a Mengoni, è gettata: spunta un Jovanotti e il gioco è fatto: orecchiabilità a eccedere, risolta con un gioco scaltro di trasporti e modulazioni. Se sfida è, la è sullo stile, sull’esperienza di una semplicità ruffiana che, per usare le parole del pezzo, «ci sta». In mezzo a questo inverno è l’unica prodotta direttamente dall’artista e si sente: recupera calligrafie autoriali fin dalla intro di piano, che, di solito, annuncia qualcosa di zuccherino e però di sciapo. «C’eri tu c’eri tu c’eri tu in mezzo a questo inverno» fa tanto Pausini, ovvero il Tiziano “vecchio”, che, per paradosso, era più vecchio a 20, 30 anni di questo nuovo che ne ha 40. Insomma, il branuccio fila via senza sussulti particolari: la promessa di smielaggine è mantenuta. Come farebbe un uomo è ancora classic Ferro, ma risolta in modo più moderno e conferma che la scelta di Timbaland è stata felice davvero.

Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso

CON SECONDA PELLE TORNA IL SENTIMENTALISMO FACILE

Quanto a Seconda pelle, insiste nel romanticismo, o se si preferisce sentimentalismo anche facile – «una fotografia della fotografia» -, ma in un disco come questo è proprio il sentimento la chiave che fa entrare nel vissuto, il viatico per i conti con se stesso; se poi sia scelta autentica o solo astuta, è questione che pertiene a Ferro, basti qui dire che è un altro brano che non lascia particolari impressioni. Ma in un disco lungo, prolisso, è chiaro che non tutte le canzoni riescono col buco. Il destino di chi visse per amare è ancora e sempre autobiografia del cuore, virata al passato: la perdita è la carta d’identità, siamo fatti di assenze, di quel che abbiamo lasciato o ci ha lasciato lungo la strada. C’è un raccontarsi qui, tra nostalgie, fischi e successi, che deve anche più di qualcosa al Renato Zero della maturità. Le 3 parole sono 2 gioca sugli equilibri precari, sul ricomporre le scissioni: Tiziano l’italiano, il melodico, che si apre, a volte timidamente, a suggestioni diverse, meno nazionali, meno annunciate. È un brano emblematico dell’album, col suo oscillare tra il già sentito e sprazzi di inaspettato: Ferro avrebbe potuto osare di più, ha tenuto la briglia corta alla tanto annunciata smania di cambiamento, eppure il disco funziona.

PER RINNOVARSI È QUASI SEMPRE NECESSARIO TORNARE AI MAESTRI

Perché un disco, alla fine, vive di un suo carisma, di quella impalpabile atmosfera complessiva, e questa o c’è o non c’è. In questo senso, si può dire che l’obiettivo sia raggiunto. Casa a Natale, ad esempio, al di là di certe ingenuità testuali («di deserto sono esperto») sfodera perfino impensabili acutezze vocali alla Fabio Concato. A conferma che, per rinnovarsi, quasi sempre bisogna ritornare ai maestri.

Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo

Un uomo pop è tra i momenti più interessanti: di eleganza patinata, si ascolterebbe bene (anche) a una sfilata di moda, ma la costruzione è intrigante, il vestito sonico perfettamente bilanciato nelle sue sincopi e sospensioni, e il testo sembra quasi esaltarsi. È uno dei momenti in cui la cifra adulta di Tiziano risalta, amara, piccata, ironica ma finalmente diretta, scevra da ulteriori implicazioni. Buona (cattiva) sorte è un ballabile pseudolatino, di quelli che francamente hanno stuccato: sembra un riempitivo, o forse un acchiapparadio. Nelle pieghe dei beat si nasconde lo spettro del Battisti di metà Anni 70, ma, probabilmente, è un oltraggio non voluto.

FERRO HA TROVATO IL CORAGGIO DI RISCRIVERSI E VA APPREZZATO

Della chiusura (salvi i due remix in appendice) s’incarica il brano eponimo, Accetto miracoli con le sue ambizioni classicheggianti: tutto è sorretto dal piano, sopra discreti battiti sintetici e una brezza d’archi; è il momento del bilancio definitivo, almeno per ora. Il miracolo, musicalmente parlando, non c’è, c’è una canzone che sconta tutti i limiti di una generazione artistica e che tenta orgogliosamente di sciogliersi da quei limiti. Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso, e meno sugli eredi possibili.


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The Supreme, anche i bimbiminkia nel loro piccolo spaccano

Un linguaggio incomprensibile in un tappeto sonoro su misura. Il disco d'esordio del giovane rapper romano in 24 ore ha stracciato ogni record. Un album che è come una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva. E ci dice molto dei tempi in cui viviamo.

È difficile per chi abbia più di 16 anni capire, raccontare il successo folgorante di Tha Supreme, questo hip hopper, questo rapper classe 2001 che con un primo disco uscito da una settimana ha sbancato, anzi ha «spuaccuato», come direbbe Sfera Ebbasta.

Difficile non compiacere per il rischio di tradirsi e risultare “out of time”, obsoleto, superato: meglio fare quello mentalmente aperto, che mente a se stesso e a chi lo legge, tessere – per pararsi il culo, come stanno facendo tutti – l’elogio di un anonimo ragazzino romano, Davide Mattei, che però come pseudonimo, Tha Supreme, è già un mito e vogliono farlo passare per epocale. E qui serve un passettino indietro, piccolo perché la storia è esigua.

L’imberbe Davide si rivela, sedicenne, con un pezzo per Salmo, Perdonami, ripetuto da altri brani singoli, tutti fortunati, che via via vanno a costruire l’ossatura dell’album d’esordio, 23 6451, venti episodi, alcuni con le stelline nostrane del rap/trap/hiphop, Salmo, Mahmood, Marracash, Lazza, Nitro, Dani Faiv, Gemitaiz e Madman.

23 6451, UN DISCO D’ESORDIO DA RECORD

Il disco esce, targato Epic/Sony, e in poche ore razzola record a manetta: tutti e 20 i brani nella top 50 Italia, sette nella Top 200 global di Spotify, 13 milioni di streaming nel giro di 24 ore. Fine della storia, per ora. Ma anche inizio. Perché tutto parte da qui, e tutto da qui sarà possibile. Di fronte a questi numeri, il recensore medio si spertica nelle lodi automatiche: scampa alla tempesta di rabbia social degli adolescenti, passa nel novero di quelli che hanno capito l’incomprensibile, perché capaci di sintonizzarsi sui linguaggi delle giovani generazioni, bla, bla, bla.

È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito

Ecco, il linguaggio: ingrediente primario di Tha Supreme. Perché non c’è. È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito, e quindi a maggior ragione seducente: «Ciascuno ci trova quello che vuole», spiegano i recensori che hanno capito, come a dire la scomparsa del senso compiuto, universalmente accettato per comunicare. Tutto e il contrario di tutto, che è anche un bell’esercizio, volendo, di viltà: lo stesso dei politici, che si smentiscono mentre affermano.

Tranne quando Tha Supreme vuol farsi capire: allora i concetti li scandisce chiari, mitragliati, ripetuti, ma chiari e, vedi caso, sono regolarmente termini-sirene, che seducono i fanciulli: le canne, il fumo, la scuola no, «una puttana quindi figlio di puttana», il profluvio strategico di turpiloquio da scuola dell’obbligo, anzi del non obbligo, perché c’è l’espresso, irriverente invito a segarla. «MilevolacintatumifaiunbelBIP». Per fomentare, è chiaro, la ribellione alla panna che tanto funziona oggi: «coglionerottilcazzo», non manca neppure l’afflato sul qualunquista-grillesco, «politicidimmerda».

TESTI INCOMPRENSIBILI SU UN TAPPETO SONORO PERFETTAMENTE CALIBRATO

La trovata del pidgin non è nuova, molti artisti, quando compongono, lo fanno in un inglese stralunato, masticato lì per lì: poi ci metton sopra le parole dei testi. La genialata di Supreme è quella di lasciare, debitamente rifinito, la masticatura per quella che è, velocissima, trapanante. Ne esce una totale apparente mancanza di senso, una licenza dal senso che fa il paio con il suono: morbido, fruibile, perfettamente calibrato – il lavoro figura composto e prodotto dallo stesso Mattei, in realtà si deve alla Salmo Crew che sviluppa un flusso ossessivo e raffinato, bilanciando influenze americane, senza strafare, con istanze squisitamente locali.

I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata

È una inoffensività apparentemente aggressiva (7rapper ma1 è una fiondata particolarmente riuscita), di sicuro molto ben costruita: funziona bene da cellulare come da impianto stereo (e questo è aspetto da non sottovalutare assolutamente), come sottofondo come da ispirazione diretta. I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, figlia dell’incomprensione, che sfocia nella passione per i piaceri facili, edonistici come le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata.

Musicalmente l’album è ridondante, prolisso, venti momenti, quasi tutti brevi o brevissimi, ma non c’è solo la tachicardia ritmica, ogni tanto affiorano conati melodici (Gua10; Blun7 A Swishland, che dovrebbe raccontare del desiderio di cambiare fumo), e sono i momenti in cui la capacità compositiva, sfrondata un po’ dell’ottundimento sintetico-ritmico mostra drammaticamente la corda. Altri sprazzi sono un po’ così: Parano1a K1d schiera Fabri Fibra, ma paga pesante tributo a J-Ax; M12ano, con Mara Sattei, chiarisce il gusto minorenne ai tempi di X Factor: qualcosa di troppo lontano, anche per chi sia appena uscito dalla fase puberale, per essere davvero compreso. Ma c’è perfino, nel pezzo con Salmo, Sw1n60, una sorta di strampalato swing, tanto per non farsi mancare niente: «Dellascenarapneholepallepiene, guardachegrandestocazzochemene, pensocolcazzoperchémiconviene».

UN ALBUM PIENO DI IDEE RICICLATE MA CHE RIESCE AD ANDARE OLTRE

A un disco come questo, ci si può solo girare intorno: è una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva (la copertina, che cita Dalì, è a sua volta tripudio citazionista, ovviamente adeguato ai tempi: il coniglio Bunny, carte da gioco, astronavi, finta originalità, trita e ritrita). Con gli ospiti che fanno gli ospiti, Mahmood recita Mahmood e così via. Un mondo di idee riciclate ma insospettate da chi non ha abbastanza tempo addosso da scoprire qualcosa di remoto, dunque di nuovo.

Tutto calcolato per un disco di record perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana

Cinica truffa, ma fatta come si deve. Tredici milioni di streaming in 24 ore. I beat giusti nei cervelli giusti. Spirali di fumo ovunque, come giustificazione all’apatia, all’impossibilità, perfino al vittimismo da «politici ci avete tolto i sogni ci avete rubato il futuro e noi allora ci sballiamo ci sbattiamo di canne sempre ogni traccia ogni momento come se non ci fosse un domani come se non ci fosse un’altra dieta».

Eppure in questa monotonia rap, in questa polluzione del già sentito, c’è come un punto e a capo. Come uno spingersi oltre. Come se la totale, assoluta vacanza concettuale avesse raggiunto nuove misure, travolto vecchi limiti. Come se la cura formale diventasse funzionale come mai prima. C’è un avatar di Tha Supreme, lo trovate, mastodontico pupazzo, nelle stazioni dei treni di Milano e di Roma. Tutto calcolato per un disco di record, effimeri magari, ma perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana, e per questa volta la dittatura del politicamente corretto che si fotta, anzi chesifotta, yo yo yo, raga raga raga.

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Gianna si tuffa nel passato e fa davvero La differenza

Nell'ultimo disco della Nannini si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli. C'è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l'unicità dell'artista.

Gianna Nannini è di quelli che possono piacere e non piacere, con il suo modo da scavezzacolla di buona famiglia, di Gian Burrasca col culo parato, la ricca borghesia senese che ti permette di fare quello che vuoi, vizi capricci pretese, tanto se caschi, caschi in piedi.

Lei voleva fare la rockstar, e l’ha fatto. Anzi ha cominciato proprio da dura, per poi via via normalizzarsi, come succede a chi ha un successo esagerato. Ma la gavetta l’ha avuta, le sue porte da sfondare le ha avute: e le ha sfondate.

S’è anche persa, come è doveroso per una rockstar, dandosi al caos, allo sbando, all’ossessione da coca («Ne ero dipendente, non restavo mai senza», ha detto qualche tempo fa a Vanity Fair).

CON LA DIFFERENZA GIANNA RITORNA AL PASSATO

Allo stesso tempo, quelle pose zompettanti che nascondevano Rossini, «questo amore è una camera a gas», potevano irritare i puristi, potevano indurre a dire: chi vuoi prendere in giro, Giannina? Noi non ce la beviamo. Ma lei tirava dritto per la sua strada, faceva come sempre il comodo suo, giocava con la sua libertà viziata ma imprescindibile, si permetteva una figlia fuori tempo massimo, facendo incazzare i moralisti, faceva dischi magari non sempre a fuoco, e teneva botta: una sua raccolta, qualche anno fa, arrivò a vendere la per questi tempi astronomica cifra di cento e passa mila copie. Anche se il rock, vero o presunto, era sempre più lontano. Anche se altri generi, altre facce premevano. Lei avanti, dritta a modo suo.

A 63 anni arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità

È che i conti si fanno alla fine, ci vuole una vita per capire chi si è e soprattutto per dimostrarlo. Poi, a 63 anni, arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità. Non nel senso che Gianna sia snaturata o rinnegata, tutt’altro: c’è se mai una diversità che fa la differenza, c’è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l’unicità: io sono altro da voi, e posso esserlo perché me lo sono guadagnato e non ho bisogno di rincorrere le mode. Faccio corsa su di me e, per quanto possa coinvolgere qualche ragazzino, sia chiaro che sono io a condurre il gioco.

Ed è andata a Londra, dove vive per lo più attualmente, in cerca di aspirazioni e ispirazioni, e poi è finita a Nashville, perché serviva incontrare certi sogni, certe radici magari immaginifiche ma non meno forti. Ed è arrivato questo punto e a capo, dove si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli.

DAL REGGAE AL ROCK DURO, LA NANNINI NON SI TRADISCE MAI

L’album si presenta col primo singolo, l’eponimo La differenza che ha accenti vocali alla Brunori Sas (o non sarà il contrario?): è subito un colpo dritto al centro, una ballata che non vuole travolgere ma avvolgere, dove tutto è calibrato, dalla strofa al ritornello che si apre, ma senza esagerare, con l’intensità controllata che ci vuole. Romantico e bestiale è un reggae sporco, fatto con Dave Stewart, e dà modo a Gianna di liberare la parte più istintiva, se si vuole istrionica, ma qui ancora misurata, su bordoni d’organo. Motivo torna alla ballata e potrebbe sapere di risaputo, appesantita dalla pochezza interpretativa e compositiva di Coez; ma in questo album breve, 36 minuti e andare, di elaborata essenzialità, niente va sprecato e anche questo pezzo, in sé piuttosto ruffiano e tra i più deboli della raccolta, si salva nell’economia complessiva del lavoro.

Si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese

Molto meglio Gloucester Road, arpeggiata in pizzico di dita, inglese ma in fondo italiana, perfino napoletana, il sapore è quello del vecchio compagno di «notti magiche» Edoardo Bennato. L’aria sta finendo sfodera il rock venato di country, si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese; discretamente mainstream, senza dubbio, e qua e là affiorano certe tentazioni liriche a gola spiegata; ma trovala, una che dopo tanta strada ancora non si fa scrupolo nel tirare fuori questa carica, più matura, forse anche più sincera di prima nel ritornare ad una certa idea de “l’America”.

NEL DISCO NON MANCANO LA VENA CANTAUTORIALE E LE MELODIE ITALIANE

Più canonica, subito dopo, Canzoni buttate, per dire più cantautorale, la classica canzone destinata ad essere adorata, adottata dagli hardcore fan. Per oggi non si muore continua il gioco, solo asciugandolo un poco: rinchiudendosi in un microcosmo emotivo e fisico, qui Gianna canta per tutti ma soprattutto per se stessa, come sotto la doccia o dentro un bicchiere di whisky; ed è una melodia italiana quella che dipana sotto flussi morbidi di chitarre elettriche. Simpaticamente celentanesca Assenza, giusta giusta per cavarne fuori un secondo singolo, e vedrete se non sarà così.

La cantautrice e musicista italiana Gianna Nannini posa per i fotografi durante il photocall per la presentazione del suo ultimo album ‘La differenza’.

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A chi non ha risposte, e siamo già in vista della fine, è piuttosto di routine ma serve a ricordare che qui c’è una interprete inconfondibile, tuttora in grado di alternare il registro roco, aggressivo con quello alto, quasi adolescenziale, sempre con quella intensità tra folk e il melodramma; e la coda col controcanto di una corista soul è un modo interessante di uscirne. L’esito di Liberiamo va sul sicuro, è Every breath you take dei Police, che poi è Stand by me di Ben E. King: in questi casi non conta il giro armonico standard, conta la capacità di rileggerlo con intensità adeguata: la Nannini non è una blueswoman, ma ha abbastanza esperienza e talento per cavarsela.

UN ALBUM IMPORTANTE DI UNA ARTISTA DI TALENTO

E così Gianna reimpacchetta il passato e lo riporta a casa. Fa un giro lungo, dall’Inghilterra all’America, mette nel sacco quello che conta, che serve, poi lo sparpaglia per confezionare un album importante, ambizioso, coraggioso nella sua scaltra onestà. C’è una purezza, una bellezza di suono che rende il disco godibilissimo specialmente in cuffia. C’è la sfida, sfrontata, evidente, di consegnarsi a una sensibilità poetica personale, dunque fuori tempo – niente ammiccamenti qui, niente costruzioni buone per Spotify, solo la riaffermazione di un talento consapevole della sua storia ma che allo stesso tempo non rinuncia a rinfrescarsi, solo alle sue condizioni. Ci sono i limiti, ma c’è anche tanta vitalità, tanta forza, l’orgoglio e l’entusiasmo che alla fine ti fa dire: però, mica male questa Nannini. E chi se l’aspettava, così cazzuta ancora.

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Lucio Dalla, un miracolo senza tempo (anche rimasterizzato)

A 40 anni di distanza esce la Legacy Edition del disco del 1979. E riaffiora la poetica stralunata ma accessibile del cantautore bolognese. Un lavoro con tre "inediti" che è un documento della coscienza che non abbiamo più.

«Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi» ed era il 1979 e un decennio si chiudeva di passioni e di fumo, di spari e di piombo, di musica e di utilitarie nuove, di una dimensione metropolitana caotica e seducente.

IL DISCO DELLA SVOLTA

Crescevamo e Lucio Dalla era lì, col suo disco della svolta, un anno e mezzo in classifica, un milione e passa di copie vendute, canzoni più commerciali di prima, ma in modo intelligente, ma indimenticabili. La sinfonia di Notte, il sogno d’amore tenero e squallido di Anna e Marco, gl’incubi un po’ sinistri di Tango, la luce molto sinistra visionaria de La Settima Luna, il congedo da un’epoca di L’Anno Che Verrà. E l’elegia suprema per Milano.

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E noi ci si camminava dentro, sulle nostre scarpe da tennis fino a scuola o nei meandri della città, si camminava su quegli accordi ritmati di piano, sul climax che arrivava ma non lo capivamo, era solo una bella canzone da portarsi dentro, dentro la città che avvolgeva e stordiva e eccitava, dentro di noi che come alberi si cresceva inesorabili.

Il cantautore bolognese Lucio Dalla nel 2011.

DALLA RIMASTERIZZATO COME BATTISTI

Quarant’anni dopo è ancora tutto qui con Lucio Dalla – Legacy Edition (Sony). C’è ultimamente questa moda, perché il mercato deve pur rigenerare se stesso, in continuazione, questa moda di rimasterizzare i dischi a 24 bit/192KHZ, sigle di cui l’ascoltatore medio sa niente ma rappresentano, «la migliore definizione attualmente possibile», si dice. E in effetti è così, ascoltare roba antica che è stata scomposta, ripulita e ricombinata con nitore cristallino e profondità inusitata, te la fa riscoprire, ti sembra d’esser lì, in studio, quando veniva incisa. Quando veniva partorita. È già successo con Lucio Battisti, adesso tocca all’altro immenso Lucio.

DALL’ERA ROVERSI ALLA POETICA STRALUNATA

Punto di svolta della sua carriera, il disco omonimo con lui di faccia, la cuffietta di lana, Dio quella cuffia, portata estate e inverno, cosa ci fosse sotto meglio non sapere. Finiva un’altra decade cruciale e Dalla era pronto, archiviato il periodo col poeta Roversi che aveva intuizioni meravigliose, «Nuvolari ha 50 chili d’ossa, Nuvolari ha un fisico eccezionale», è piccolo, deforme come un ulivo contorto, ma indistruttibile inarrivabile italiano, «gli uccelli dell’aria perdono le ali quando passa Nuvolari».

Lucio Dalla e Tazio Nuvolari a cui dedicò una canzone.

Stille di poesia, ma il pubblico non era preparato, non capiva e poi quel Roversi in studio si vedeva poco, lui cercava la ribalta di piazza, l’impegno politico ma Lucio aveva già capito, la fine delle passioni ideologiche era lì, i cantautori classici avevano un po’ rotto i coglioni, meglio starsene defilato, giocar di sponda e spingere su una poetica ironica, stralunata ma accessibile. Con musicisti di prima scelta, parte session men della Rca, parte degli Stadio in fieri, come il chitarrista Ricky Portera.

UN VERO PERIODO DI GRAZIA

Lucio Dalla è disco di soluzioni sonore sofisticate ma accattivanti e sta qui il suo miracolo: difficile, criptico, ma a suo modo immediato, consumabile, le atmosfere cambiano di continuo e sono tutte belle. È sempre Dalla ma un altro Dalla, è per il pubblico ma poco gli concede. Poi verrà il seguito, ancora omonimo, Dalla, altri occhi in copertina, altre canzoni indimenticabili, tutte, Balla balla ballerino, Futura, La sera dei miracoli, era un periodo di grazia quello.

LA DIFFERENZA TRA VECCHIO E CLASSICO

Lucio Dalla non è un album vecchio, è un album classico. Nasce già fuori dal tempo, come le cose immortali. Non ti stancherai mai di sentirlo e ancor più dopo questo lifting sonico.

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Dentro, ci stanno tre inediti che inediti non sono, due sono versioni in studio di motivi consolidati, Angeli, prestata all’inizio a un altro piccoletto fenomenale, Bruno Lauzi (che bella che resta, però) e Ma come fanno i marinai, con De Gregori, che non ha bisogno di chiose. L’ultimo bonus è Stella di Mare in inglese, e va bè, che ce ne facciamo mai.

Due pezzi che meritavano di stare nell’album originale, ma allora andava così, c’erano limiti per un lp, poi si pensava che oltre quei 35, 38 minuti il pubblico si stancasse. Ma come stancarsi di canzoni come queste?

Dalla e De Gregori durante la tournée Banana Republic.

UN’OPERA FINALMENTE COMPLETA

In ogni modo, finalmente i due orfanelli perduti rifluiscono in quest’opera omnia e non ne escono più. Il loro posto era lì, dall’inizio, e ascoltare questo disco nella sua completezza è qualcosa di struggente come l’ingenuità sfiorita che ti faceva ragazzo, che inseguirai sempre più invecchiando. Col cuore appresso a una donna, una «donna senza cuore, chissà se ci pensano ancora, chissà».

Lucio Dalla.

GIÙ LE MANI DA L’ANNO CHE VERRÀ

C’è un libretto con varie testimonianze, Dente, Di Martino, Colapesce, insomma gli emuli, che mai arriveranno alla statura di Dalla, e i produttori Colombini e Biancani della Fonoprint, e ci sono le illustrazioni di Alessio Baronciani, i dischi storici diventano cimeli, oggetti da conservare, si può capire. Ma è il loro contenuto, volatile ed eterno, a contare davvero. Perché poi finisce nell’anima e non finisce d’intossicarla stupendamente. «La settima luna, era quella del luna park, lo scimmione s’aggirava». È roba che ci appartiene, alla quale apparteniamo. È roba suonata davvero e quelle sonorità com’erano intelligenti, e azzeccate, e squisite.

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Così si facevano i dischi, così non si fanno più oggi che L’anno che verrà è ridotto a una maledetta colonna sonora del Capodanno Rai con tutti quei disperati che stappano e ballano e fanno il trenino e invece è una poesia di cristallo bagnato di lacrime. Ma che avete da smandrappare, non le sentite quelle parole, i «sacchi di sabbia vicino alla finestra», la paura da respirare, e la speranza impossibile, «ogni Cristo scenderà dalla croce», e la resa definitiva al dolore, «vedi vedi vedi caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare». Non lo capite che dovete lasciarla stare la storia di un anno in meno che rimane? Dovrebbero vietarla, L’anno che verrà come sigla. Dopo 40 anni, un disco così è un documento della coscienza che non abbiamo più.

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