Nick Cave e l’elegia del dolore di Ghosteen

Quanta luce dalle ferite in questi 70 minuti di sibili e di giaculatorie, interminabili ronzii, preghiere minacciose, flusso di coscienza. Dopo la morte del figlio Nick Cave ha pubblicato un disco tanto vero da suonare incredibile.

Cosa succede a un uomo che ha tentato di ammazzarsi per tutta la vita e alla fine sopravvive a suo figlio? Succede che quel superstite invecchia. Come un albero invecchia; come un ricordo.

Dopo l’overdose di dolore, e dolore, e dolore, cannibale inspiegato dolore, potente dolore, egli si ripiega; s’accartoccia nella contemplazione dello sgomento, rassegnato nella disperazione senza speranza. Spende tutte le sue parole, tutte quelle che gli restano, bruciando interrogativi in una foresta d’alberi, ragnatela di rami scarni levati a un cielo senza Dio. E quella liturgia gonfia di una fede spietata, malgrado sé, anticipa la pace che viene: perché non c’è più niente da scavare. Niente da perdere e niente da trovare. Niente da difendere. Niente da sconfiggere.

Queste vibrazioni cadono gelide, metalliche, spettrali, aghi di neve e di sangue, salgono dall’oscurità dell’incognita, del non detto e del non spiegato, dell’ingrato, si raggrumano in suoni d’attesa di qualcosa che non c’è

L’uomo ossesso declama come un pazzo, ma è lucido finalmente; sa che niente è stato mai vero, neppure queste vibrazioni che cadono gelide, metalliche, spettrali, aghi di neve e di sangue, salgono dall’oscurità dell’incognita, del non detto e del non spiegato, dell’ingrato, si raggrumano in suoni d’attesa di qualcosa che non c’è, si ritrova nell’assenza, proprio come Iddio che finché non lo trovi esiste, quando pensi d’averlo trovato vola via; così per la vita, tutto un cercare ciò che sai non esistere ma non puoi non cercare, fino all’ultimo respiro quando lo prendi davvero, quando ti prende davvero: perché ormai non c’è oltre attesa, sconfitta, non c’è più tempo, grazie a Dio non c’è più il tempo.

IN GHOSTEEN NICK CAVE FISSA UN DOLORE PERSONALE NON SPARTIBILE

E se tu sapessi, se solo tu sapessi quanta luce dalle ferite in questi 70 minuti di sibili e di giaculatorie, interminabili ronzii, preghiere minacciose, flusso di coscienza che si sgrana in un rosario di volti nell’acqua, Elvis come tuo figlio, la tua parte che manca e perciò addolora senza limite, Dio e non più Dio, Budda a illuminarti l’ovvio, «devi lasciarlo andare, devi lasciare andare ciò che è più tuo», perché questa è la vita, solo morte a scadenza, e la vita senza morte non ha senso esattamente come la morte senza vita, perché solo con il termine c’è inizio, solo nella distruzione di sé c’è catarsi.

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E adesso non è più come in Skeleton Tree, ora è l’ora in cui niente importa più, neppure queste canzoni così rinnegate, appuntite, canzoni che non sono canzoni, sono lamentazioni e vanno bene solo per chi le ha scritte, perché il dolore non è spartibile, non è trasmissibile, dunque vanno bene per chiunque, solo che non potrà connettersi con nessuno. Perché siamo soli nella camicia di forza del nostro male. Perché ciascuno resta avvolto nella propria sensibilità, nei limiti della sua intelligenza, nella misura di una comprensione personalissima, nei legacci dei suoi pregiudizi e preconcetti, nella schiavitù di ciò a cui vuole credere, nella ridda dei suoi spettri affezionati.

Ognuno emette i suoi segni: ma non importa, sono segnali stradali, stanno lì, poi che vengano intesi, e nel modo corretto, è un altro problema

Non facciamo altro che comunicare, ma è tutto inutile perché le nostre parole, i nostri segni scivolano sulle lastre di vetro della nostra coscienza, e tra quelle lastre c’è uno spazio impercettibile che nessuno può attraversare. Ognuno emette i suoi segni: ma non importa, sono segnali stradali, stanno lì, poi che vengano intesi, e nel modo corretto, è un altro problema, un problema di chi li decifra. E questo vale anche per le canzoni.

UN DISCO TANTO RIPIEGATO SU SE STESSO DA DIVENTARE EPICO

E questo vale anche per Ghosteen, tanto ripiegato da diventare epico. Tanto appassionato da riuscire indifferente. Tanto vero da suonare incredibile. Tanto sincero da non meritar pietà. Tanto ossessivo in quel ripetersi dell’attesa, «ti sto aspettando, ti sto aspettando», «sto aspettando il mio tempo, sto aspettando il mio tempo». Tanto, tanto incurante del mondo con quello che vi resta. Perché quando un uomo sopravvive a suo figlio, non ha più voglia di spiegarselo; non vuole neppure più ammazzarsi lui. Vuole solo più sofferenza, scontare colpe non sue, fino a inebetirsi, e poi annientarsi.

Nick Cave durante un concerto (foto Anthony Devlin/PA/LaPresse).

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Ogni uomo è un’isola, e dentro non ha nessuno. Neppure se stesso. Gravido di sé, abortito di sé, a ogni sorgere del sole, della luna sul mare. E in fondo e in principio è solo silenzio che soffoca il volere. Il tempo è silenzio. Dio è sibilo e gracchiare di passi, eco di meccaniche terrestri, martello pneumatico, sinfonia di fronda, fragore di lacrima, silenzio nel silenzio. L’eterna domanda, «perché?», è silenzio. La tua finestra è silenzio. Silenzio è il girasole che muore nell’arsura, inutilmente splendido. Silenzio i nostri sforzi, frastuonoso silenzio, e affogano nel vento.

La poesia, come ogni cosa, è per chi la ruba e la piega e la piaga secondo la propria natura miserabile, i propri traumi, gli incubi e i fallimenti

E se guardi in alto, caro Nick Cave, c’è una teoria di stelle inutili, inchiodate a un un inchiostro come te: se pensi a quante stronzate hanno ispirato ai poeti, come te, i poeti, convinti di parlarci con quegli immani pezzi di sasso spenti da milioni di anni, per di più convinti di farsi ascoltare. «La poesia è per chi la sente, ognuno la vive a modo suo». Cioè il contrario di un messaggio valido, preciso. La poesia, come ogni cosa, è per chi la ruba e la piega e la piaga secondo la propria natura miserabile, i propri traumi, gli incubi e i fallimenti. Le rovine che gettiamo in faccia a tutti, e ciascuno lascia cadere in terra quelle degli altri.

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Renato Zero alla ricerca della follia perduta

Musicalità rétro, le immancabili prediche in forma di canzone e qualche sussulto. L'artista romano torna con un nuovo disco, Zero il folle, ma il suo passato lo divora e rende l'opera di una superficialità innocua.

Dice Renato Zero che lo spirito del rock è tornato a visitarlo come quando, fresco diciassettenne, scappava a Londra a fare esperienza di vita e di musica. Se per rock si intende musica tesa, pericolosa, preoccupante, allora non ci siamo: lui quella proposta l’ha difesa – citando perfino i Led Zeppelin (Il tuo safari) fino al trionfo malato di Zerofobia, 1977; poi, lenta, inesorabile, una normalizzazione perseguita per i successivi 42 anni di carriera. Se invece la prendiamo come una sintesi per dire sfrondarsi da troppi orpelli accumulati negli anni, allora ci può stare.

Il nuovo album Zero il folle, che uscito il 4 ottobre, recupera una dimensione internazionale: assemblato a Londra sotto la direzione artistica di Trevor Horn, già utilizzato per il mastodontico Amo, di sei anni fa, con sensibilità musicali portate da Phil Palmer e Alan Clark, del giro Dire Straits, e un respiro complessivamente più arioso. Ce n’era bisogno, anche se non siamo al cospetto di chissà quale rivoluzione. Quelle stagioni davvero folli, avvincenti sono definitivamente chiuse e Zero lo sa: è lo zoccolo duro dei delusi, casomai, a non farsene una ragione, ad aspettare sempre quelle atmosfere ormai consegnate all’archivio, e di conseguenza a rimanerci sempre male.

La ricerca di Zero resta ben dentro la melodia figlia del melodramma, con episodi a volte notevoli, ma via via sempre più fuori controllo

Ma Renato Zero non è quel tipo di musicista puro, capace di intercettare le vibrazioni del mondo e ridefinirle in una proposta personalissima e ardita, lui si è sempre abbeverato a una tradizione spietatamente italiana, la sua ricerca resta ben dentro la melodia figlia del melodramma, con episodi a volte notevoli, ma via via sempre più fuori controllo e sconcertanti fino alla catastrofe, un paio d’anni fa, della strampalata operazione Zerovskij, con quella pseudosinfonica che nascondeva sotto coltri di violini e di fagotti canzoni canoniche, per di più ripescate da cassetti discretamente ammuffiti. È stato così che il Nostro è riuscito a dilapidare in meno di una decade un successo che gli faceva vendere, fino al 2009, le sue brave cinque, seicentomila copie, fino alle poche migliaia, a calare, degli ultimi Amo, Alt (che pure era dignitoso) e, appunto, Zerovskji.

ZERO, ARTISTA AUTARCHICO PER ANTONOMASIA

Renato è artista da saliscendi, grandi fatiche prima, enormi trionfi, cadute fragorose e autoinflitte, riscatti prodigiosi. E tante, fin troppe cose da dire, spesso in amabile contraddizione. Alla conferenza stampa di presentazione dell’album, lo scorso 30 settembre, giorno del suo 69esimo compleanno, è riuscito a vantarsi di «avere mandato a fare in culo la borghesia» (applauso, un po’ misterioso, dal parterre di giornalisti), salvo definirsi subito dopo figlio di una famiglia borghese, che però gli ha consentito la stravaganza, la trasgressione, eccetera.

Renato Zero negli Anni 70.

Quindi ha rivendicato la sua autarchia, quell’autoprodursi completamente tutto, dischi, concerti, promozione, «non per snobismo ma perché non credo nel sistema delle multinazionali che ci prendono i soldi qua e se li spendono a casa loro: io invece difendo la musica italiana, il pizzicagnolo italiano, il cielo italiano…». Roba che Matteo Salvini non gli sta a petto. Ma non parlategli, a Renatino, di sovranismo: capace che si alza e vi pianta lì, magari dopo una scenata delle sue. Questo è l’uomo, questo è sempre stato. Ha una sua visione del mondo, a volta di saggezza popolana, a volte arruffata, e la porta avanti.

LE CONTRADDIZIONI DI RENATO

Ne La culla è vuota, per esempio, torna a schierarsi contro l’aborto, una sua urgenza da sempre, in controtendenza con il comune sentire progressista dei nostri giorni. Testo imbarazzante («ripopoliamola questa Italia») per un pop-rock piacevolmente sostenuto (un po’ alla Felici e Perdenti da L’imperfetto, 1994): e così siamo dentro all’album, che, come sempre, in un’ora di canzoni non risparmia contenuti e contraddizioni personali, perché lo stile è l’uomo e anche l’artista. Con La Vetrina, dove ripete uno schema pop ascoltato mille volte, si scaglia una volta di più contro il consumismo, «con le macchine veloci dove vai?», e in garage ha un parco di fuoriserie, l’ultima gli è costata una botta di 160 mila euro.

L’ultimo disco viene licenziato in quattro copertine diverse e i sorcini considerano indispensabile comperarli tutti e quattro

Ci ha messo su pure un video tragico, con le scene di un incidente truculento, roba da pubblicità progresso. Ma ai sorcini e zerofolli (la distinzione deve pur esserci, ma è roba da manicomio e la trascuriamo) va bene così e certo nel computo dei beni superflui non entrano i suoi dischi: quest’ultimo viene licenziato in quattro copertine diverse e i sorcini, che dei topolini hanno anche il cervello, considerano indispensabile comperarli tutti e quattro. Zero lo sa e se ne approfitta, tanto poi l’anatema contro la smania consumistica mette tutto a posto. La stessa Mai più da soli, già anticipata quale primo singolo addirittura lo scorso maggio, è un poppettino mosso, ben costruito, disinvolto ma per niente irresistibile, dove si canta, anzi, si ricanta per l’ennesima volta della solitudine indotta da un progresso troppo tecnologico e non abbastanza umano.

L’IMMANCABILE PREDICOZZO NON MANCA NEANCHE IN ZERO IL FOLLE

Temi, messaggi, chi segue Zero lo sa, fin troppo facili, fin troppo logori. Ma tant’è. Viaggia si prende il dovere dell’immancabile predicozzo, questo rivolto ai giovani, incitati a girare il mondo, per scoprirlo: sembra l’inno per la generazione Erasmus. Un uomo è… pare inseguire, a debitissima distanza, qualche schema del Lucio Battisti di E già, primi Anni 80; e, in verità, non avrebbe sfigurato in un album quale Via Tagliamento, che risale allo stesso 1982: piacevole, ben costruita anche nelle immagini testuali, ma niente di epocale. Tutti sospesi è ancora Anni 80, in quegli arpeggi di chitarra, in quell’incedere scandito dalle tastiere: ma la denuncia della comune rassegnazione, di un vivere ripiegato e frigido è la stessa di decine d’altri dischi, e non aggiunge più niente.

Renato Zero durante la passeggiata in via Monte Napoleone a Milano (foto Paolo Della Bella/LaPresse).

Che fretta c’è dice più o meno lo stesso, da un punto di vista ecologista: ma è prescindibile; Ufficio Reclami fa il punto su questa vita nella prospettiva dell’altra, con piglio che vuol essere ironico: ma di follia in questa filastrocca alla suor Cristina ce n’è poca e scentrata, il tema Zero lo trattò meglio con Infernale Dilemma (1987, da Zero). Quattro passi nel blu è nel ricordo dei vari Dalla, Gaetano, Mango, che forse, dal blu in cui si sperdono, sorridono indulgenti, ma non entusiasti.

QUANTO TI AMO, UNO DEI MOMENTI PIÚ ALTI DELL’ALBUM

Ogni tanto il disco sfodera qualche fremito di orgoglio. Quanto ti amo è una preghiera, anche se lo si capisce davvero solo alla fine, allora tutto il testo assume un significato altro, e alto: musicalmente riporta a L’amore sia con te rallentato (da Amore dopo amore, 1998); Figli tuoi è un’altra omelia, ma ha se non altro un bel piglio drammatico ed è forse il momento in cui Zero si ricorda del grande teatrante che seppe essere; Anni miei poteva far temere la solita sbrodolata allo specchio, invece si risolve in un canto del presente, un punto fermo sui settant’anni che incombono e ancora non lo domano, con atmosfere che ricordano Mina e un sassofono insinuante e un po’ lascivo, da boudoir Anni 70, tappezzeria pesante e vibrazioni di vita vissuta. In compenso, il brano eponimo del disco, Zero il folle, si canta addosso una volta di più, con solennità pesantuccia e le parole di sempre.

UN ARTISTA DAL PASSATO TROPPO INGOMBRANTE

Scuotere le coscienze? Non scherziamo: qui tutto è fatto per non disturbare, a meno che qualcuno non si senta messo in crisi da spunti buttati là, ma con una musicalità troppo rétro (i Trevor Horn, i Phil Palmer son nobile risacca che riporta sempre a 35, 40 anni fa), con una superficialità innocua, che sposa, oggi più di ieri, un buon senso che in realtà è senso comune. Né ad un artista da 50 anni sulla piazza si chiede di sconvolgere; tutt’al più, di salvare qualcosa dell’antica irrequietezza oltre la posa di un cappello stravagante o un paio di occhiali con le lucine a intermittenza. È che il passato non lo puoi ammazzare, il passato invade il presente, si staglia tragico e grandioso. Renato Zero non è più follia e, scusate, neppure magia, da tempo è una istituzione e nessuno si azzarda a criticarlo: tanto meno l’odiata stampa mainstream, verso la quale ostenta una diffidenza di facciata visto che son tutti amici suoi e come tali si regolano. Ma se i tempi della zerofollia sono finiti per lui, figuriamoci per noi.

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Con Testa o croce i Modà dimostrano di essere senza idee nuove

Nel disco, pubblicato di fresco, lo stile della band suona superato e le canzoni non hanno la necessaria forza per convincere davvero.

Ci fu un tempo quando i Modà erano dappertutto e Kekko-dei-Modà era dappertutto, una sigla, un marchio di fabbrica e stava dappertutto specie a Sanremo dove produceva canzoni in serie a un soldo la dozzina. Poi, come ogni bel gioco, anche questo un giorno s’inceppò e i Modà son diventati un suono lontano, che evocava antiche stagioni.

Oh, caducità delle umane cose e musicali, che ormai durano come un artista nell’autostrada del successo. Naturalmente la crisi è stata attribuita da Kekko Silvestre a overdose di trionfo, «dopo sette anni sempre in giro ero bollito, non mi divertivo più, temevo mi rubassero la vita», frase a effetto che prima o dopo dicono tutti quelli che non reggono il passo.

I Modà, come tutti, quasi tutti quelli della loro epoca musicale, non hanno il fuoco sacro dentro

In realtà, l’ispirazione cala, specie quando sei un mestierante, lo diciamo sine ira et studio, semplicemente per dire che i Modà, come tutti, quasi tutti quelli della loro epoca musicale, non hanno il fuoco sacro dentro, non hanno chissà quali obiettivi esistenziali o radici da difendere o missioni culturali da azzardare, azzeccano la formula di un successo che poi spremono come ce n’è, ma quando il limone è spremuto, lo buttano via insieme a loro stessi. E allora serve tempo.

TESTA O CROCE, L’ALBUM DEL CAMBIAMENTO CHE NON C’È

E allora, dopo 4 anni, rieccoli qua, con la solenne promessa che loro, come i Thegiornalisti, mai: mai sciogliersi, mai un Kekko solista e mai più manco a Sanremo: Silvestre la definisce «la terza vita del gruppo» e, anche qui segue il copione, assicura che lui è cresciuto, maturato, ha voglia di fare il babbo, non si riconosce nello show business, nella frenesia da combattimento, nella dipendenza da network radiofonici, tutto già visto, tutto già avuto, basta con le competizioni, adesso parla il cuore. Sì, ma il disco nuovo com’è? Al di là delle solenni promesse, che sembrano un po’ metter le mani avanti («basta con le classifiche»), come suona questo Testa o Croce, in uscita il 4 ottobre?

«E come suona?», bofonchierebbe Alberto Sordi: suona un po’ così; un po’ buzzicone, per dire ipermelodico, straretorico, impermeabile a scrupoli di misura, un disco non modaiolo ma senz’altro Modà. Già i primi due singoli d’assaggio, Quel sorriso in volto e Quelli come me, rilasciati attraverso l’estate, non avevano suscitato chissà quali sconvolgimenti; il lavoro completo, a dispetto dei proclami di cambiamento, non si discosta dalla formula della ditta; «testa o croce non esiste/se decide il cuore», la canzone che intitola l’album, e che lo apre anche, sfodera una ballata con chitarre acustiche prima di aprirsi nel ritornello urlato, a cercare l’effetto-pathos, caricato anche dal senso di malessere espresso nel brano.

CANZONI CHE DEVONO MOLTO A VASCO ROSSI, POOH E DE GREGORI

Questo schema ritorna in tutti gli altri 11 pezzi; la successiva Non te la prendere sfodera un piglio rock all’italiana, vale a dire di chitarrone caciarone ma inzuppate nella ricerca melodica, solito compromesso per raccontare di uno che non è ancora pronto a innamorarsi, perché lui, beh, non è proprio un tipo semplice: ma non c’era già il vecchio Vasco, per questa logora retorica da sciupafemmine tamarroso? Love in the ’50 rallenta e torna a un pop che fa l’occhietto, anzi gli occhioni, alle radio, altro che non ci interessano più: anche qui, siamo sul Vasco Rossi sentimental in amplesso con Wanda Osiris, anzi con Nilla Pizzi: sei bellissima e senza renderne conto mi hai rubato il cuor, e va bene che il richiamo ai Fifties autorizza certa ingenuità di repertorio (che neanche c’era: nessuna epoca è innocente), ma, insomma, dove si vada a parare non è del tutto chiaro.

C’è qualcosa di troppo costruito nel racconto, qualcosa che vuole muovere a commozione e così l’allontana

Scolastica è pure Guarda le luci di questa città, dove il riferimento, espresso, a Francesco De Gregori affiora dalla costruzione armonica così come dagli arrangiamenti; certo, poco e niente a che vedere con l’originale, ma resta uno dei momenti più dignitosi del disco, anche per un testo verboso, sì, ma non privo di qualche spunto – mentre la voce del Kekko ricorda qua e là l’enfasi facchinettiana del cantante dei Pooh; la stessa Quel sorriso in volto ha ascendenze poohiane, il piano che scandisce il tempo, gli accordi puliti, rotondi per una storia vera, due malati del manicomio che si amano in quel loro modo stralunato e irraggiungibile: ma c’è qualcosa di troppo costruito nel racconto, qualcosa che vuole muovere a commozione e così l’allontana.

TANTA RETORICA E UN GUSTO CHE SUONA GIÀ SUPERATO

Puoi leggerlo solo di sera insegue ancora ascendenze cantautorali e marca la preponderanza di Silvestre, che non uscirà mai dal gruppo semplicemente perché il gruppo è lui; «chiedimi se sono felice/chiedimi se sono capace/di amarti anche oltre le stelle/l’ho scritto già sopra la luna sono versi da sedia elettrica, senza appello»; Quelli come me è una delle due già sentite, inno alla solitudine notturna, forse con qualcosa di Cesare Cremonini, grondante retorica come tutto il disco, comunque più scorrevole; Per una notte insieme torna ad accelerare un poco il ritmo, è un momento d’ erotico abbandono sgranato in un rosario di cliché lirici e musicali; Voglio solo il tuo sorriso libera ancor più le ali dell’enfasi, a Kekko spiegato: ma il saliscendi melodico è irrimediabilmente fuori moda, il che dimostra o che questi brani sono stati concepiti anni fa, o che Silvestre nel suo periodo sabbatico si è perso qualcosa.

I Modà.

Una vita non mi basta ha chitarre e sviolinate e ritmo squadrato, possiamo azzardare in territorio Negrita (e non è un valore aggiunto)? Non respiro è fin troppo pedissequa di Lucio Dalla fin dai ricami di pianoforte, naturalmente a galattica distanza; La fata è un’altra ballata ipermelodica e iperinnocua; Quel sorriso Giogiò, infine, è la bonus track con la figlia di Kekko che ricanta Quel sorriso in volto con un insopportabile effetto Zecchino d’Oro e va bene che vuoi goderti la paternità, ma è un problema tuo, no? Perché deve diventarlo anche di chi ti ascolta?

Il loro stile, il loro modo di fare canzoni suona superato più che classico,

Francamente, è difficile credere che i Modà torneranno ai fasti di un tempo: il loro stile, il loro modo di fare canzoni suona superato più che classico, e i brani nuovi non hanno la necessaria forza per convincere quel pubblico di riferimento, di romanticoni alla buona, che a questo punto è troppo giovane per farsi sedurre oppure troppo maturo per ritornare. I pregi, volendo, stanno nell’inattualità della proposta ad ogni livello: sonoro, stilistico, lirico; i difetti, esattamente nella stessa cosa.

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Masters vol. 2 di Lucio Battisti, un tesoro anche in streaming

Una selezione imperdibile di 48 gemme remixate. Questa volta l'opera è disponibile anche formato digitale, nonostante le (inutili) proteste dei puristi del suono.

«Oggi, 29 settembre…» Lucio Battisti sbarca online. Dove in effetti c’era già, bastava cercare. Ma è per dire che da domenica la sua produzione è ufficialmente disponibile, sia pure limitata alla fase con Mogol, sulle piattaforme di streaming; contestualmente, esce il secondo capitolo dei Masters, i nastri originari, remixati con procedimento sofisticatissimo, altre 48 tracce dopo le 60 della prima ondata, due anni fa; e anche questi, disponibili su vinile e su cd, non faticheremo a reperirli anche nei formati mp3 o flac.

E si apre la querelle: giusto, sbagliato rilanciare Lucio sul digitale? Ma come, lui che al suono, all’ascolto, dedicava una attenzione spasmodica, lui che era capace di vegliare una notte intera su una linea di basso, e pretendeva di insegnare a chitarristi nobili quali Alberto Radius il movimento di una singola pennata per un singolo passaggio di un singolo brano?

Domanda inutile: con questo criterio si dovrebbe proibire il formato digitale anche per Bach, Chet Baker o Frank Zappa o i Rolling Stones. Ma no: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi… Battisti cercalo dove ti pare, basta che lo trovi. Va bene la mania dei puristi, ma bisogna pur capire anche dove va il mondo e, se possibile, adeguarsi nel migliore dei modi.

LUCIO BATTISTI DOVREBBE ESSERE STUDIATO NELLE SCUOLE DI MUSICA

C’è un impoverimento clamoroso, poche storie, nella musica in particolare italiana, la spazzatura rap-trap già mostra la corda ma il puzzo aleggia e chissà per quanto resterà; oggi la ricchezza tonale, strumentale, ritmica, i particolari, le sfumature di un qualsiasi brano di Battisti sono roba da marziani, e in un’epoca in cui i computer facevano ancora poco o niente: usciva tutto dalla testa e dalle dita del talento, ci sono parti di chitarra (suonate da Ivan Graziani, per esempio) che restano memorabili per la loro incisività, ci sono soluzioni sulle doppie voci, sulle terze, le seste, i rivolti, sull’uso particolarissimo di una pentatonica, che un giovane dovrebbe studiarle per anni, prima di osare.

Lucio Battisti negli Anni 60 (foto LaPresse).

Battisti, vogliamo dire, è materia scolastica, da alta scuola musicale, è l’autodidatta supremo che inventa un linguaggio; era anche l’uomo che, mettendo da parte la tradizione melodica, o meglio rinverdendola a suo modo, conosceva le radici anglosassoni a memoria e sapeva come trasfonderle in una proposta italiana, sì, ma in modo del tutto originale: se in Sudamerica s’inzuppa di ritmi, di suggestioni, poi torna e le riscrive in modo inarrivabile su Anima Latina.

Scopre l’Inghilterra e, con Jeoff Westley, confeziona il gioiello supremo, Una donna per amico

Se va in America, non fa il turista ma assorbe le nuove rimiche al confine con la disco, quel suono secco, duro, ribattuto, e ci tira fuori La batteria, il contrabbasso eccetera prima e Io, tu, noi tutti poi; scopre l’Inghilterra e, con Jeoff Westley, confeziona il gioiello supremo, Una donna per amico, le cui sonorità, così pulite, calde, precise, non possono invecchiare: ed è musica italiana, italianissima per concezione, per gusto, per genius loci, ma allo stesso tempo non lo è più.

IL CANZONIERE BATTISTIANO NON VIENE ROVINATO DAL DIGITALE

Perdersi un simile patrimonio “solo” perché in digitale? Ma oggi un ragazzino trova molto più semplice scaricare, condividere o abbeverarsi a Spotify, che ci vuoi fare? Ma oggi non tutti possono godere dell’ ascolto lussureggiante di un impianto super alta fedeltà con le puntine giuste, i diffusori giusti, le valvole giuste eccetera; d’altra parte, un buon paio di cuffie o di auricolari, magari bluetooth, assicurano un ascolto più che dignitoso, visto che finalmente chi produce i dischi ha imparato a comprimere il suono nel modo giusto e non si ascolta quasi più, salvo da profeti del fai-da-te, quell’orrore impastato che pare registrato da uno smartphone.

Lucio Battisti durante il Cantagiro del 1969 (foto LaPresse).

Chi scrive ha potuto gustare appunto le due raccolte Masters, rimasterizzate a 24 bit/192 KHZ dai nastri originali con scomposizione e ricombinamente delle singole tracce su ogni strumento, sia in cuffia che tramite un impianto bluetooth di costo contenuto, e può testimoniare una resa accettabile: davvero è come ascoltare questo irripetibile canzoniere per la prima volta.

UN ARTISTA CHE HA SEMPRE INNOVATO PRIMA DEGLI ALTRI

Il mondo non si ferma, e sarebbe criminale rinunciare all’opera omnia di Lucio Battisti per una mera questione di puntiglio o di snobismo. Tutto il resto, le battaglie legali tra la vedova e Mogol, le speculazioni, i «Lucio non avrebbe gradito», lasciano il tempo che trovano. Ammesso poi che siano fondate: Battisti è sempre arrivato prima degli altri in tutto, nella concezione del suono, nell’esplorazione delle possibilità tecniche, la sua elettronica minimale avrebbe anticipato stilemi e direzioni, che ne sappiamo noi che proprio lui avrebbe cassato le possibilità offerte dal ventunesimo secolo? Quello che importa, comunque, è non rinunciare a un tesoro: e tutte le canzoni di Lucio Battisti sono perle, nessuna esclusa, le più note come le meno conosciute, il lungo periodo con Mogol come quello dei dischi bianchi, fondamentali i primi due, più involuti gli altri. Ma è sempre Battisti, e tanto basta.

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Halloween ’73, caccia alle streghe di Frank Zappa

Si arricchisce la produzione sterminata del genio di Baltimora: il prossimo 25 ottobre esce un boxset di quattro cd a tiratura limitata che racchiude materiale inedito e concerti live.

Come guadagnare da defunti e vivere felici. Prendiamo Frank Zappa, scomparso da 26 anni, che in questa sua infinita assenza ha già pubblicato quanto nei 26 anni della sua carriera frenetica e attiva: siamo sui 160 titoli, equamente spartiti nelle due fasi.

Rapacità mercantile della famiglia, si dirà: prima la vedova nera, Gail, poi i figli, Dweezil e Ahmet, a saccheggiare l’archivio. Fatto è che Zappa, il cui approccio in questo senso era jazzistico, aveva saggiamente curato le sue emissioni con maniacale puntiglio, quasi avvertisse una fine prematura e quindi a futura memoria. Tutto quel che scriveva, incideva, suonava su un palco finiva registrato, lavorato, rifinito. E così ogni uscita di un catalogo pressoché sconfinato in effetti ha un proprio senso, non solo per la stellare qualità delle formazioni, delle esecuzioni, quanto in virtù di una diversità di suono, di stile, di resa che si legittima di per sé, e che scatena un senso sovrabbondante in termini di confronto, di testimonianza artistica.

UN MANIACO DELLA PERFEZIONE CON UNA PRODUZIONE STERMINATA

Il convulso tourbillon di formazioni, di band a supporto, sempre diverse ma sempre composte da musicisti di levatura superiore, di per sé rende irripetibile, e quindi imperdibile qualsiasi album dal passato più o meno remoto. Pertanto si spiegano le colossali riedizioni di dischi epocali, come Lumpy Gravy, come Uncle Meat o lo stesso folgorante esordio del 1966, Freak Out!, così si motivano i fluviali cofanetti legati a determinati periodi: solo il contesto di Halloween, i tradizionali concerti per la festa pagana che Frank celebrava con raffiche di spettacoli, sfoderano tutto il loro perché.

Zappa, nella sua indomabile polemica contro stili e stilemi di vita americana, era però un tipico americano, ancorato all’autonomia imprenditoriale

E allora, dopo i dischi “originali” del 1977, del 1980, i bootleg del 1983 e di altre annate, piovono postumi i cofanettoni con l’intera produzione legata prima allo stesso ’77, adesso – prestissimo, il prossimo 25 ottobre – al 1973. Confezioni sestuple, quadruple, con tutti gli show del periodo, corredati dalle registrazioni delle prove – che il nasuto di Baltimora pretendeva forsennatamente perfette, esasperando i suonatori.

Frank Vincent Zappa (foto LaPResse).

Zappa, nella sua indomabile polemica contro stili e stilemi di vita americana, era però un tipico americano, ancorato all’autonomia imprenditoriale; e i suoi discendenti continuano la tradizione, corredando queste emissioni nel modo riccamente kitsch che contraddistingueva l’inimitabile genitore: libretti, gadget, pupazzi di Frank formato zombie o comunque legato alla celebre ricorrenza lugubre.

HALLOWEEN ’73, QUATTRO DISCHI PIENI DI INEDITI

Ecco allora Halloween ’73, custom box se di quattro cd a tiratura limitata coi i due concerti completi di Chicago (dall’anno successivo Frank avrebbe stabilito definitivamente la sede dei concerti Halloween a New York), maschera e guanti “FRANKenZAPPA”. A cura di Ahmet Zappa e dal ‘Vaultmeister’ Joe Travers, la confezione sfoggia pure un booklet di 40 pagine con note dettagliate di Travers, Ruth Komanoff Underwood e Ralph Humphrey, insieme a diverse foto inedite. I due spettacoli integrali coprono tre dischi, il quarto contiene le registrazioni inedite delle prove, e tutto gira sui diversi formati, compresi quelli digitali per lo streaming e il download.

Nelle note Ruth Underwood e Ralph Humphrey raccontano la eccitante, estenuante avventura di suonare con questo provocatore inesausto

Dopo il tour europeo concluso nel settembre del ’73, Zappa tanto per cambiare smantellò il gruppo reclutando nuove forze: a Ian Underwood (fiati e tastiere) e Jean Luc-Ponty (violino) subentrarono Chester Thompson alla batteria e Napoleone Murphy Brock – scoperto per caso alle Hawaii, dove il sassofonista si esibiva con una formazione estemporanea – alla voce, sax e flauto.

Nelle note Ruth Underwood – che pure con Zappa ebbe non poche e non lievi divergenze – e Ralph Humphrey raccontano la eccitante, estenuante avventura di suonare con questo provocatore inesausto che non aveva tempo se non un presente sparato nel futuro, quella “transizione perpetua”, quella agitazione creatrice che lui avrebbe condensato nel concetto di “continuità concettuale”, astrusa intuizione che lambiva il principio di indeterminazione di Heinsenberg. Un concetto difficile da chiarire ma riassumibile nella percezione di un inevitabile legame che racchiudeva ogni istante della produzione artistica, le cui innumerevoli molecole – sonore, testuali, relazionali, mediatiche – si influenzavano totalmente ciascuna con ogni altra.

LA MUSICA DI ZAPPA, DALLA MUSICA NEOSINFANICA ALL’ALT JAZZ

Tutto è difficile con questo compositore totale, ma niente è trascurabile: neppure i momenti più ostici e pretenziosi, perché, sottotraccia, anche quei momenti rimandano alle ulteriori dimensioni del discorso complessivo, dall’estrema varietà dei generi al turpiloquio sarcastico alla dimensione dell’osceno dei testi e delle atmosfere alla critica ragionata e spietata.

Quella di Frank Zappa è una giostra impazzita ma lucida di variazioni sul tema della musica e della vita

Tornando all’imminente boxset di Halloween ’73, una delle ragioni che lo rendono appetibile è che sfodera le prime esecuzioni dal vivo di brani freschi, di due album – in realtà un doppio “contettuale”, scandito in due uscite ravvicinate fra il 1973 e il 1974, Overnite Sensation e (Apostrophe), che marcavano una nuova fase stilistica con brani apparentemente più fruibili, commerciali, che difatti rilanciarono clamorosamente le quotazioni di questo dr House il cui bastone era una chitarra.

In realtà, l’estrema complessità delle partiture zappiane non si smentiva, era semplicemente velata da un livello di comprensione più immediato. Poi sarebbero giunte le favolose produzioni di metà Anni 70, che lo stesso Napoleon giudica «il periodo migliore di e con Frank», e via via album sempre più ostici, dalla musica neosinfonica all’elettronica all’alt jazz alla pseudocameristica del Settecento, risolta al synclavier, in una giostra impazzita ma lucida di variazioni sul tema della musica e della vita. Vita che non finisce mai, per noi zappiani incurabili: è stato calcolato che, prima di svuotare tutti i magazzini coi master di Frank, al ritmo di due, tre pubblicazioni l’anno, dovrebbe passare un altro mezzo secolo. Insomma finiremo prima noi. Ma ci va benissimo così.

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Bruce Springsteen, il più americano degli anti-americani

Cantando gli ultimi, gli emarginati e criticando il sistema è finito per diventare una icona a stelle e strisce. Alfiere della più ancestrale cultura Usa. Non senza qualche sublime contraddizione. Auguri Boss.

Per il ragazzo Bruce è più difficile. Quell’aria salutista, muscolare, niente vizi, solo virtù. E invece ha 70 anni anche lui e una carriera intrapresa nel 1973, Greeting from Asbury Park, NJ e già si capiva la storia.

BRUCE SPRINGSTEEN, RADICI & BUSINESS

Quelle radici, così incancellabili, quelle tradizioni da bravo ragazzone americano che un giorno si sarebbe fatto strada. Un paio d’anni e – boom – Born to run è il primo classico pieno di classici. La strada è aperta, è tracciata. Continua con The River, cresce ancora con Nebraska, fino alla deflagrazione di Born in the Usa e poi il ragazzone diventa l’America tout cour e non si ferma più. Anche con cadute di gusto, concessioni all’eccessivo commercio, dischi evitabili, concerti ridondanti, estenuanti – «tornate domani per la seconda parte», lo sfotteva Keith Richards.

Concerti che sono estenuanti elegie per gli ultimi, ma se non hai il reddito dei primi non entri. Perché Bruce Springsteen, detto il Boss, è una multinazionale, proprio come quelle megacorporation che tanto attacca nelle sue canzoni, e, si sa, in una company se gli affari non crescono, sempre, comunque, è la fine: è il capitalismo, bellezza.

LE SPLENDIDE CONTRADDIZIONI DEL BOSS

Strano, però, il destino del Boss. Quello di uno che finisce sempre in splendida contraddizione, eppure gli si perdona tutto, o quasi. Prendiamo proprio il clamoroso, devastante successo di Born in the Usa: formalmente è una denuncia della guerra, del militarismo, del Vietnam, della risacca di rovine tornate in patria, rottami umani incapaci di adeguarsi, di ritrovarsi; ma il piglio enfatico del brano lo rende subito qualcosa di opposto, un inno americano, la consacrazione della potenza: il Boss è diventato Capitan America, il presidente Ronald Reagan tenta di appropriarsene: «Il futuro della nostra nazione cova nei cuori di tutti noi. Ma anche nelle canzoni di tanti artisti amati dai giovani americani: come quelle di Bruce Springsteen».

Bruce Springsteen nel 1975.

Lui si dissocia, ma quel video, quel video grondante bandiere a stellestrisce, trasudante orgoglio nazionale dice qualcosa oltre gli intenti e si sa che il pubblico capisce quello che vuole, prende quel che gli conviene e non c’è niente da fare: Capitan America è qui, il suo diventa un supersuccesso, mettila come vuoi ma se non c’era lo zampino di Ronald…

UN’AMERICA FATTA DI DISEREDATI ED EMARGINATI

Bruce ha già deciso la sua missione: proporre una sua idea dell’America, una certa idea che ha a che fare coi marginali, coi diseredati e con la critica al sistema dei vincenti, così tipicamente statunitense. Lo fa con una coerenza artistica inossidabile, ma dovrà scontrarsi col suo stesso successo, planetario, inarginabile, e con le critiche che, a quei livelli, non può più scampare: se ricorda la vicenda di un afroamericano liquidato dalla polizia in American Skin (41 shots), il corpo degli agenti di New York gli si mette contro.

Se recupera Pete Seeger, in fama di comunista, gli boicottano album e tour; se si schiera contro i repubblicani, in favore di John Kerry, di Barack Obama, non manca chi storce il naso, non del tutto a torto dato l’approccio spesso militante, enfatico e un po’ ingenuo del ragazzone. E che resta da fare se non mescolare il diavolo degli affari con l’acqua santa delle buone cause? Così per tutti, ma per Springsteen in modo più marcato, più drammatico.

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IL RECUPERO DELLA CULTURA POPOLARE USA

In realtà, questo artista ha altri meriti all’attivo. Stanno proprio nel recupero di una tradizione anti-americana, così americana: non parte dal blues elettrico, quello a riesumarlo ci pensa l’ondata inglese, lui riparte dal retaggio folk impegnato dei Seeger, dei Guthrie, anche del primo Dylan. Quando Bob diventa poeticamente autoreferenziale, resta Bruce a farsi carico di una tradizione difficile e pesante, se la mette sulle spalle, la rinverdisce, la riattualizza.

Barack Obama conferisce la medaglia presidenziale della libertà a Bruce Springsteen.

È Tom Joad, è Steinbeck, è Furore, è Devil & Dust, è l’amarezza che non cerca più consolazione. È perfino The Rising, quell’America ferita al cuore delle Torri Gemelle, che vuole capire, che vuole spiegazioni. Springsteen, con la forza del suo carisma planetario, ha creato nel corso di una carriera infinita qualcosa di inestimabile per l’America: le ha riportato una parte fondamentale della sua cultura popolare, ancestrale. Lui, cantore dei miserabili scoperto, ecco un’altra sublime contraddizione, da John Hammond, rampollo dei Vanderbilt, quanto a dire il supercapitalismo americano nella sua squisita essenza.

Bruce Springsteen durante il tour in Australia del 2017.

L’ITALIA E IL TENTATO RECUPERO DEL FOLK SOCIALE

È qualcosa che, per dire, in Italia è mancato quasi completamente. Certo, anche qui si è tentato tra gli Anni 60 e i 70 un recupero del folk sociale, destinato a finire nel solito gran casino all’italiana con il Nci (Nuovo Canzoniere Italiano) che accumulava le forsennate scissioni tipiche della sinistra, i dibattiti onanistici, le dispute patetiche, infantili su cosa fosse pop e cosa folk e quale il vero folk e quale il folk meno schierato, e i vari Giaime Pintor, Roberto Leydy, Giovanna Marini, Alessandro Portelli, Umberto Mosca a pontificare e scannarsi su questioni di lana caprina, e l’Unità e il Pane e le Rose e tante, troppe parole egocentriche, fino a un riflusso sociale, sociologico ma forse prima ancora fisiologico.

L’ULTIMO MERAVIGLIOSO SUCCESSO A 70 ANNI

In America no. Ci sono stati testimoni di una storia, e Springsteen è stato tra questi ed è stato tra i più rilevanti, tra i più ascoltati. Fino all’ultimo, recente, meraviglioso Western Stars, dove si riprende quella inesausta tradizione di storie tragiche, di baratri, di solitudini che aspettano una morte liberatrice, però “rivestite di nuovi colori”, di brezze orchestrali, di una freschezza densa, grave, solenne. Un disco adulto, suonato da gente adulta, colmo di una musicalità pop, ma di totale rigore. Lui, che un innovatore non è stato mai, sforna un capolavoro inatteso all’alba dei 70 anni. Mentre i nostri senatori, che le radici non le hanno, che del background non si curano, replicano in modo sempre più estenuato loro stessi, quel melodismo di maniera, datato, corroso, incapace di sporgersi fuori dalla propria claustrofobia. Bruce Springsteen non ha ancora finito, il ragazzone continua a percorrere, ogni tanto perdendosi, la strada della memoria, che non finisce mai. Sai com’è, quando uno è Capitan America può fare tutto e il contrario di tutto. O quasi.

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