Non è un social per iraniane

L'arresto di Sahar Tabar, che su Instagram postava foto ritoccate, è solo l'ultimo di una lunga serie. Sono anni che il governo Rouhani punisce le donne che si mostrano liberamente in Rete.

Sahar Tabar, l’influencer iraniana di 22 anni che voleva somigliare ad Angelina Jolie, è stata arrestata per blasfemia, corruzione, e istigazione alla violenza. Le immagini photoshoppate in cui sfoggiava labbra pompate come gommoni e occhi di un azzurro vitreo non sono piaciute al regime di Teheran. Così come non sono piaciuti i migliaia di follower che su Instagram seguivano Sahar, tra chi la ammirava per lo stile originale e chi, invece, la accusava di essere un’eccentrica che prendeva in giro le persone. Teheran ha deciso di risolvere il problema alla radice arrestandola. Il nome di Sahar si aggiunge a un lungo elenco di donne punite dal regime di Hassan Rouhani con l’accusa di aver usato la propria immagine (sui social o nella vita reale), in modo poco consono alla Sharia, la legge sacra dell’Islam.

Una delle foto postate da Tabar, su uno dei numerosi profili

PUBBLICA GOGNA PER CHI POSTA CONTENUTI IMMORALI

A luglio 2018 era toccato a Maedeh Hojabri, una ragazza di 18 anni con la passione per il ballo. L’arresto era scattato dopo che aveva postato sui social video in cui danzava su note occidentali, con la chioma di capelli neri al vento indossando soltanto canotta e shorts. Maedeh fu costretta a presentarsi negli studi di un programma televisivo, a promettere che non avrebbe mai più osato offendere le leggi del suo Paese. Una strategia adottata dal regime per disincentivare forme di egocentrismo e vanità. Ma che, più semplicemente, erodono i margini di libertà di espressione.

CONDANNATE LE DONNE TROPPO OCCIDENTALI

Elham Arab, Melikaa Zamani, Niloofar Behboudi, Donya Moghadam, Dana Nik, Shabnam Molavi, Elnaz Golrokh e Hamid Fadaei. Sono i nomi delle donne arrestate dal regime nel maggio del 2016. Anche in questo caso, la loro colpa fu di aver osato postare sul social fotografie “volgari” e contro la buona reputazione dell’identità nazionale. Tra le accuse, quella di «promuovere la promiscuità occidentale». Una delle arrestate, Arab, volto noto della moda, è stata costretta a chiedere pubblicamente scusa in tribunale per le fotografie aveva fatto circolare in rete.

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GIRARE SENZA VELO EQUIVALE A SICURA CONDANNA

I tempi, in Iran, sono difficili non solo per le amanti dei social. Azam Jangravi è una delle donne arrestate per essersi ribellate all’obbligo di indossare il velo in pubblico a inizio 2019. La loro denuncia rientra nel movimento di protesta pacifico My Stealthy Freedom fondato nel 2014 dalla giornalista e attivista per le donne Masih Alinejad che ora vive negli Stati Uniti. Il filo rosso della protesta è la pubblicazione di post in cui le attiviste si mostrano senza velo, in luoghi privati ma anche in mezzo alla gente. Jangravi, dopo l’arresto, ha detto di aver trovato il coraggio di sfilarsi lo hijab per la figlia di 8 anni: «Sapevo che sarei stata arrestata. Ma volevo dimostrare a mia figlia che quando sarà grande potrà mostrarsi in qualunque modo vorrà».

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Cosa mi aspetto dal governo Conte bis per noi disabili

Il premier ha cominciato il suo secondo mandato col piede giusto incontrando una delegazione delle organizzazioni e assumendo le deleghe dal ministero della Famiglia. Ora però, archiviata l'era salviniana, deve passare ai fatti.

Dal governo appena insediato mi piacciono due cose: che Matteo Salvini e la Lega non ne facciano parte e che le deleghe alla Disabilità siano passate dal ministero della Famiglia alla presidenza del Consiglio. Spero che sia l’inizio di un nuovo capitolo, per quanto riguarda le politiche e l’attenzione nei confronti delle persone con disabilità.

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Il primo governo Conte è stato uno dei più biechi e pelosi nei nostri confronti. Non ho mai sentito parlare tanto di disabilità come durante l'”era glaciale” (perché agghiacciante) gialloverde. Vero, in passato, con altre forze politiche al potere, le priorità e i diritti dei cittadini disabili erano in fondo all’agenda. Le persone con disabilità parevano essere diventate invisibili o essersi addirittura estinte.

Un ministero ad hoc non aveva senso perché noi persone con disabilità non siamo alieni. Rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”, è vero, ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a esigenze di tutti

Devono averlo creduto i ministri di allora, altrimenti non potrebbero essere giustificate certe politiche assolutamente inefficaci quando non addirittura scellerate (ricordiamo anni in cui, tanto per citare un esempio, il Fondo per la Non Autosufficienza è stato completamente azzerato).

L’ex ministro per la Famiglia e la Disabilità, il leghista Lorenzo Fontana.

L’ERA SALVINIANA NON CI HA RISPARMIATO NEMMENO L’OBLIO

Non è stato simpatico, in quei tempi, accorgerci sulla nostra pelle che per i rappresentanti politici di turno noi cittadini con disabilità contavamo meno di zero. Ma almeno sulle questioni che ci riguardavano regnava un silenzio condiviso. L’era salviniana invece non ci ha risparmiato nemmeno l’oblio: siamo stati usati come oggetto di propaganda, ci hanno fatto credere di essere una delle loro priorità ma di fatto ci hanno concesso solo briciole nella speranza di ammansirci e accaparrarsi i nostri voti. Che schifo. Ora vedremo cosa accadrà con il nuovo esecutivo.

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NOI DISABILI SIAMO PRIMA DI TUTTO CITTADINI

A parte il fatto che durante i suoi 14 mesi di vita non ho visto il ministero della Disabilità particolarmente attivo, continuo a ribadirne l‘inutilità. Non aveva senso di esistere perché le persone con disabilità sono cittadini come tutti gli altri che devono solo essere messi in condizione di usufruire delle stesse opportunità di cui gode il resto della popolazione. Anche le priorità sono le medesime, non siamo alieni anche se è vero che rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”. Ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a questioni ed esigenze comuni a tutti.

La cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza


Un esempio? Riprogettare l’impianto urbano secondo i principi della Progettazione Universale, che non significa solo abbattere le barriere architettoniche: non può essere ritenuta un politica ad hoc per noi persone con disabilità ma, al contrario, sarebbe di giovamento alla comunità. Lo stesso discorso vale per il lavoro, tanto è vero che oggi il ruolo del disability manager si sta trasformando in diversity manager, ovvero un esperto nella gestione delle differenze individuali in ambito aziendale, non specificatamente legate alla presenza di una condizione di disabilità.

UN PRIMO PASSO IMPORTANTE

Se un ministero ad hoc è inutile, invece la delega in materia di disabilità in capo al premier Giuseppe Conte mi sembra potenzialmente una buona strategia. Un ministero per la Disabilità, oltre a essere ghettizzante e quindi pericoloso, favorisce il meccanismo della delega. Promuovere politiche innovative che puntino a una reale partecipazione delle persone con disabilità alla vita, sociale, politica ed economica di questo Paese dovrebbe e deve essere l’obiettivo di tutti i ministeri, ognuno secondo le competenze specifiche attinenti alla sua materia.

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IN ITALIA SERVE UNA SVOLTA RADICALE

Fatto salvo questo, prevedere una regia è sensato, a patto che sia di sostanza e non di forma. Ha senso perché in Italia urge più che mai una svolta radicale nel modo in cui vengono considerate le persone con disabilità. In generale, a parte poche illuminate eccezioni, la cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza. Ogni tanto, di fronte a criticità lampanti e inderogabili, si interviene con qualche singolo provvedimento a mettere pezze ma non certo a risolverle.

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Il premier Giuseppe Conte.

CHIEDIAMO PROTAGONISMO E AUTODETERMINAZIONE

Servono linee politiche e strategiche di ampio respiro, non singole leggi o provvedimenti pensati per scalfire la punta dell’iceberg ma non certo per gestirne l’imponente massa che rimane sott’acqua. Abbiamo bisogno di qualcuno che osi rischiare e ribalti la prospettiva generale da cui si guardano e gestiscono le questioni che ci riguardano. È necessaria una rivoluzione culturale che investa sia i vertici sia la base del potere, cioè gli elettori: per troppo tempo siamo stati considerati oggetti di intervento, ora vogliamo riconoscerci e veder riconosciuti il nostro protagonismo e la nostra autodeterminazione. Chiedo al nuovo governo di non arroccarsi su un piedistallo per lanciarci ogni tanto qualche occhiata furtiva, ma di sedere al tavolo con noi, ascoltare la nostra voce per collaborare e promuovere una nuova cultura della disabilità e riformulare interamente le politiche a nostro favore. Le sfide sono tante, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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SIGNOR PREMIER, ORA PASSI DALLE PAROLE AI FATTI

Devo ammettere che Conte, sotto questo aspetto, ha iniziato con il piede giusto, incontrando una delegazione di organizzazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, per un primo confronto in sede di consultazioni. Ho apprezzato molto questo gesto che sembrerebbe andare nella direzione tracciate dalla Convenzione Onu che traccia le basi per una reale collaborazione con le rappresentanze dei cittadini con disabilità. È stato un bel buongiorno. Mi auguro che a questo primo segnale positivo ne seguano altri altrettanto utili. Durante gli ultimi mesi siamo stati inondati di vacue parole. È giunto il momento di passare ai fatti.

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