Perché il diritto alla scienza protegge dal coronavirus (e non solo)

Gli studi sulle riviste specializzate sono sottoposti a paywall. Una limitazione, insieme con censure e informazioni errate da parte dei governi, che danneggia la collettività. Ma con la nuova emergenza le cose potrebbero cambiare, anche grazie all'impegno di chi diffonde online gratuitamente articoli e analisi. Come spiega Federico Binda, ricercatore all'università di Ratisbona dell'associazione Luca Coscioni.

Se il Covid-19 si diffonde tanto rapidamente, la colpa è anche di un‘informazione che non viaggia all’adeguata velocità, anzi, spesso viene deliberatamente negata in nome di interessi economici.

Il diritto alla scienza, sancito dall’Onu, ci viene negato ogni giorno, in tutti i Paesi, in modi e forme diverse. Lo fanno in maniera evidente i governi che nascondono le notizie a fini propagandistici, ma anche quelli che non consentono la libera circolazione di articoli e studi scientifici quasi sempre coperti dai paywall delle riviste specializzate.

Questi temi, al centro del Congresso Mondiale sulla “Libertà di Scienza” che si è tenuto ad Addis Abeba il 25 e 26 febbraio, suonano drammaticamente attuali in questi giorni di emergenza.

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«In piena emergenza coronavirus», ha spiegato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, «la pronta risposta legata alla chiusura di aeroporti e costruzioni di ospedali non è coincisa con un’adeguata circolazione di pubblicazioni scientifiche, disponibili al pubblico tecnico solo a pagamento, impedendo così la libera diffusione degli studi fatti dagli scienziati di tutto il mondo».

«SERVONO INFORMAZIONI ATTENDIBILI CONSULTABILI DA TUTTI»

Che una pronta e immediata condivisione del sapere sia alla base di un’adeguata risposta all’emergenza lo conferma anche Federico Binda, matematico e ricercatore presso l’Università di Regensburg (Ratisbona, Germania), membro dell’associazione Luca Coscioni e dello Steering committee di Science for Democracy. «Il regolamento dell’Oms prevede la costruzione di infrastrutture adeguate», spiega a Lettera43.it, «il che significa avere più letti negli ospedali, ma anche una cultura scientifica che dia informazioni attendibili consultabili da tutti, a partire dal personale sanitario».

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Federico Binda, ricercatore dell’Università di Ratisbona (foto Lorenzo Ceva Valla).

DOMANDA. E questo non è successo?
RISPOSTA. All’inizio sicuramente no. Non quando il governo cinese ha obbligato a ritrattare il medico di Wuhan che per primo aveva lanciato l’allarme su casi di polmonite atipica. E non era successo nemmeno durante l’ultima epidemia di ebola in Africa occidentale, quando i medici che operavano sul territorio non avevano accesso agli studi sulla malattia pubblicati 30 anni prima.

E ora?
Ora questi meccanismi sembrano essere saltati. Stiamo assistendo a una rapida condivisione di dati all’interno della comunità scientifica. Ci sono centinaia di nuovi studi online, piattaforme dedicate per l’individuazione delle sequenze genetiche. Ci sono strutture che ci consentono di far circolare questo genere di informazioni create spontaneamente dai ricercatori che hanno messo i loro studi a disposizione di tutti prima ancora di inviarli a qualche rivista.

Com’è partita questa condivisione?
A dare il via sono stati degli attivisti che hanno preso da una piattaforma pirata con migliaia di articoli tutto il materiale riguardante la famiglia dei coronavirus, caricandolo su un altro archivio dedicato. Alla fine gli editori hanno deciso di “liberare” gli articoli di letteratura scientifica sul tema. Ma rimangono i paywall su tutto il resto.

Quali sono i Paesi in cui il diritto alla scienza è più minacciato?
La sua violazione è diffusa e massiccia in tutto il mondo. Almeno le democrazie hanno degli strumenti che consentono ai cittadini di portare avanti certe istanze, facendo addirittura causa agli Stati che violano il diritto alla scienza grazie alla codificazione di quest’ultimo in sede Onu.

La violazione del diritto alla scienza è diffusa in tutto il mondo. Almeno le democrazie hanno strumenti che consentono ai cittadini di portare avanti certe istanze, facendo addirittura causa agli Stati che lo calpestano

L’Italia come è messa?
Viola il diritto alla scienza in molti modi, per esempio quando si rifiuta di adottare politiche ragionevoli sul tema degli Ogm nonostante i nostri coltivatori denuncino ogni anno gravi problemi di approvvigionamento di materie prime come il mais a causa degli attacchi di parassiti.

E la Cina?
La Cina è un esempio ambiguo. Da una parte c’è stata la repressione del regime contro la diffusione di informazioni da parte di un operatore sanitario, dall’altra sono stati però i ricercatori cinesi fra i primi a condividere in modo libero le sequenze genetiche che stavano man mano scoprendo.

Ma perché l’informazione scientifica non circola liberamente?
È un circolo vizioso. La carriera dei ricercatori è basata su un criterio strettamente reputazionale. Per andare avanti è necessario pubblicare su prestigiose riviste che, in questo modo, possono esercitare un fortissimo potere sulla comunità scientifica, costretta a pagare per restare aggiornata.

E come si rompe questo circolo vizioso?
Dando all’autore del lavoro scientifico il diritto di archiviare e diffondere un articolo indipendentemente dall’averlo già pubblicato su una rivista. Purtroppo in Italia, dove i ricercatori vengono valutati su parametri quantitativi, siamo molto indietro su questo punto.

La Cina ha ricevuto il plauso dell’Oms perché grazie a misure di contenimento draconiane è riuscita ad abbattere il numero medio di contagiati. Gli altri Paesi non stanno facendo lo stesso

Le misure messe in atto per fermare la pandemia sono sufficienti?
A livello mondiale è molto difficile dare una risposta. La Cina ha ricevuto il plauso dell’Oms perché grazie a misure di contenimento draconiane è riuscita ad abbattere il numero medio di contagiati, passato in poche settimane da 3,87 a 0,3. Gli altri Paesi non stanno mettendo in piedi le stesse misure.

Che ne pensa della stretta decisa dal nostro governo?
Il virus nel nostro Paese ha già una percentuale di mortalità più alta di quella cinese. Forse è ancora presto per trarre conclusioni ma siamo su una curva che richiede misure di contenimento molto stringenti.

E invece non è ancora successo.
Si sono fatti degli errori. Abbiamo ricevuto un mix tra indicazioni chiare, come la chiusura delle scuole, e un po’ meno chiare, per esempio su chi può andare al lavoro e chi no.

E mentre le informazioni si pagano, le bufale, invece, circolano gratis…
L’Oms ha messo in piedi epi-win.com, un sito con domande e risposte precise per combattere quella che è stata definita Infodemia, l’epidemia di informazioni errate, di fake news che si diffondono sia sui social sia sui media tradizionali. Il punto è che è necessario anche avere un livello adeguato di preparazione media della popolazione, e in Italia non c’è.

Il fatto che pure il presidente del Consiglio abbia fatto la sua prima dichiarazione sul tema coronavirus in una diretta Facebook dimostra che ci troviamo davanti a un’anomalia. Qui è saltato tutto, ogni tipo di gerarchia delle fonti

In questo contesto, forse, i social network e Whatsapp non sono i media migliori attraverso cui diffondere informazione.
Il fatto che pure il presidente del Consiglio abbia fatto la sua prima dichiarazione sul tema coronavirus in una diretta Facebook, solo successivamente ripresa sui siti istituzionali, è la dimostrazione che ci troviamo davanti a un’anomalia. Qui è saltato tutto, ogni tipo di gerarchia delle fonti, è chiaro. Come ci si può stupire che circolino le catene di Sant’Antonio su Whatsapp?

Come dovrebbero comportarsi gli Stati?
Basterebbe rispettare le leggi, ovvero gli obblighi internazionali che si sono sottoscritti. Non siamo pronti perché non abbiamo un numero adeguato di letti e medici e perché abbiamo troppi detenuti nelle carceri. Questi che ora vediamo tutti insieme sono esempi di violazioni di obblighi costituzionali o di diritti internazionali che sono stati ratificati.

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