Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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L’impeachment e il caos in Iowa picconano l’idea di democrazia in Usa

La posizione dei repubblicani nel processo per l'impeachment da un lato, i pasticci nel voto alle Primarie democratiche dall'altro alimentano la sensazione di impotenza. Anche le elezioni, unico modo per lasciarsi alle spalle questa amministrazione, si dimostrano fallimentari.

Sono arrivata da qualche giorno a Milano, e tutti, dal tassista al panettiere, mi hanno chiesto come va con Donald Trump in America. «Però l’economia va bene»: la conversazione finisce sempre così.

Mi rimane sempre un po’ di amaro in bocca quando sento dire che in fondo Trump ha fatto anche del bene. Un po’ come dire che in fondo i treni arrivavano in orario quando c’era quello là. L’amaro in bocca è dovuto anche al fatto che una certa disinformazione è arrivata fino a qui. Sì, perché, benché sia vero che per alcuni americani, specialmente dopo la riforma fiscale, le cose vadano benone, rimangono sempre i problemi della sanità, dei servizi finanziari federali per gli anziani, dei tagli (sempre più frequenti) a tutti i servizi sociali, per dirne solo alcuni.

Ma soprattutto, rimane un’America divisa, inquietante. Sembra ormai che le fondamenta della nazione che si autodefinisce la più democratica del Pianeta si stiano sgretolando. Per rendersene conto è sufficiente riguardare il discorso sullo Stato dell’Unione che Trump ha trasformato in un comizio provocando la dura reazione di Nancy Pelosi.

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Nancy Pelosi strappa il discorso di Donald Trump.

TRUMP HA CANCELLATO OGNI LIMITE

Tornando al processo di impeachment, che Donald Trump abbia agito in modo anticostituzionale, mettendo i suoi interessi personali (la vittoria alle prossime elezioni) prima degli interessi della nazione non è più in discussione. Che abbia fatto di tutto per intralciare la giustizia, nemmeno. Qualche repubblicano ha provato a dire che la sua vittoria nel 2020 è di interesse nazionale, che tutto quello che si fa per vincere, alla fine, lo si fa per interesse della nazione e non per motivi personali. Ma sono discorsi che non stanno né in cielo né in terra, anche i bambini lo sanno. Perché se fosse così, allora dove si stabilisce il limite da non oltrepassare

IMPOTENTI DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA

Eppure, come ormai sappiamo tutti, i testimoni cruciali come John Bolton e Mick Mulvaney non sono stati ammessi al processo al Senato dando a Trump la certezza di cavarsela, anche questa volta. Sembra che malgrado tutti gli sforzi fatti dai democratici, non si riesca a fermare una persona senza scrupoli come questo presidente. Questo crea un senso di impotenza di fronte all’ingiustizia. Anche gli strumenti pensati per combatterla sembrano inefficaci.

I PASTICCI DEL VOTO DEM IN IOWA

Come se non bastasse, sono arrivati i pasticci delle votazioni in Iowa dove si svolgevano i caucus dem. A parte l’imbarazzo dei democratici davanti al disordine e alla confusione a cui assistiamo ancora oggi, la sensazione è che, ancora una volta, la democrazia ormai sia solo un ideale del passato. Si vota, ma non si riescono a contare le schede. Si cerca di dare voce al popolo sovrano, ma ci si trova di fronte a un fallimento, a all’impossibilità di avere risposte chiare. Chi vuole lasciarsi alle spalle l’era buia e controversa dell’amministrazione Trump, ha ancora un’ultima possibilità per farlo: votare contro, anche se ormai anche le elezioni sembrano presentare dei rischi.

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In Iowa si sono svolti i caucus democratici.

La prima cosa che i responsabili dei seggi dell’Iowa hanno chiarito, infatti, è che questo caos non è dovuto ad alcuna interferenza estera, ma a un malfunzionamento dell’app usata per votare. Perché sanno bene che il rischio di un’infiltrazione c’è ed è reale, ma non vogliono disilludere chi partecipa alle elezioni. Insomma, i due eventi più importanti degli ultimi anni, l’impeachment e le elezioni, per ora sembrano dare a questo Paese così diviso, più delusioni che risposte, più perplessità che certezze. 

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Smacco a Trump in Louisiana: rieletto governatore dem

Gli elettori hanno dato nuovamente fiducia all'uscente John Edwards. Un chiaro segnale per The Donald e i Repubblicani a meno di un anno dalle presidenziali.

La Louisiana ha preferito i democratici ai repubblicani scegliendo di confermare John Edwards come governatore dello Stato. Il Edwards ha battuto la concorrenza del candidato repubblicano Eddie Rispone confermandosi inoltre come unica guida dem alla guida di uno Stato del profondo Sud americano.

SCHIAFFO A DONALD TRUMP

Sicuramente la rielezione di John Edwards alla guida della Louisiana è un duro schiaffo a Donald Trump. Il tycoon si era infatti speso molto per sostenere la candidatura di Rispone. Tanto che nei dieci giorni prima delle elezioni aveva tenuto due comizi elettorali nello Stato. Una sconfitta che mette in dubbio anche una possibile rielezione di Trump come presidente il 3 novembre 2020 quando gli americani saranno chiamati a scegliere se confermare o chiamare qualcun altro a guidare il Paese. L’elezione del governatore in Louisiana era infatti considerato dai media statunitensi un test chiave in vista delle presidenziali.

IN LOUISIANA VITTORIA DEM DI MISURA

Va tuttavia detto che Edwards ha battuto Rispone di misura. Questo non sminuisce il fatto che, nonostante la scesa in campo dello stesso Trump, i Repubblicani hanno subito un duro colpo psicologico. Molti, infatti, ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a strappare il secondo mandato. Anche i sondaggi davano Rispone avanti al candidato dem. Secondo i media Usa l’errore dei Repubblicani sarebbe da rintracciare nella campagna elettorale fatta da Rispone e interamente basata su Trump. Tanto da affidare a The Donald tutte le sue fortune politiche. Un errore fatale visto il diminuito consenso nei confronti del presidente degli ultimi periodi.

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Trump è in affanno, ma i democratici Usa restano senza leader

La sconfitta nel voto del Super Tuesday non basta per decretare l'inizio di una parabola discendente del presidente americano. I dem sono estremamente frammentati e hanno candidati molto deboli.

Super Tuesday da incubo per Donald Trump che perde con un secco due a uno: il risultato più grave è la perdita, dopo ben 20 anni, della maggioranza nel parlamento della Virginia, ma scotta al Grand old party anche la perdita del governatore del Kentucky, anche se sul filo di lana.

Unica consolazione, la vittoria del governatore repubblicano in Mississippi, Tate Reeves. Detto questo, il voto di martedì 5 novembre dà scarse indicazioni reali per fare profezie sulle Elezioni presidenziali del novembre 2020.

La ragione principale della vittoria dei democratici infatti risiede nella forte caratura personale e di leadership dei loro candidati sia in Virginia sia in Kentucky, dove Andy Beshear ha vinto sia pure di strettissima misura, là dove in campo democratico a un anno dal voto presidenziale è sempre più evidente un doppio fenomeno: innanzitutto una estrema frammentazione dei candidati alle primarie.

AI DEMOCRATICI AMERICANE MANCA ANCORA UN LEADER

Con tutta evidenza non c’è al momento un “cavallo di razza”, un leader carismatico e popolarissimo di suo come è stata la grande sconfitta di Trump: Hillary Clinton. Dentro questa frammentazione del campo democratico si è poi sempre più rafforzato un fenomeno non nuovo nel campo del partito dell’asino: un radicale spostamento verso la sinistra – anche estrema – di quasi tutti i candidati ad eccezione di Joe Biden. Ma Biden, il candidato centrista più pericoloso per Trump, soffre innanzitutto di una sua leadership personale scialba (non a caso fatica molto nella fondamentale raccolta fondi) ed è anche indebolito dalle vicende legate ai rapporti tra suo figlio e l’Ucraina.

Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile,

Non è un caso che proprio su questa debolezza si sia puntato l’arsenale di guerra mediatica di Trump al quale i democratici hanno risposto con una procedura di impeachement che non arriverà mai a successo (la deve approvare il Senato con la maggioranza dei due terzi, là dove Trump gode di una maggioranza netta e per di più solida) e che rischia fortemente l’effetto boomerang. Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile, visto il loro programma in certi punti ancora più radicale di quello di Bernie Sanders (oggi molto appannato).

PER LE PRESIDENZIALE DEL 2020 È ANCORA TUTTO DA DECIDERE

La seconda ragione per la quale questo Super Tuesday non può dare indicazioni utili per fare pronostici sulle prossime presidenziali è insita nello stesso sistema di voto americano. Si pensi solo che Hillary Clinton perse clamorosamente nella conta dei fondamentali Grandi Elettori pur avendo ricevuto ben 2.800.000 voti in più di Trump (il 2% di vantaggio). In realtà il sistema federale rigido degli Usa sacrifica alla rappresentatività delle volontà dell’elettorato, la necessità di premiare il peso – a volte determinante – dei piccoli Stati a scapito dei più popolosi, i primi sono sovra-rappresentati quanto a Grandi Elettori, mentre i secondi sono pesantemente penalizzati. Dunque, sino a quando il quadro delle primarie non sarà definito e sarà chiaro quale sarà lo sfidante, e partiranno sondaggi attendibili, è inutile delineare scenari. Senza dimenticare che Trump arriverà al voto con successi consistenti sia nell’economia che nell’incremento dell’occupazione. Temi centrali nel voto Usa.

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