L’export della Cina verso gli Usa è calato del 17,8% in un anno

Le esportazioni di Pechino verso gli States si attestano a 36,5 miliardi. Nei primi 9 mesi del 2019 il surplus con gli Usa è a 221,4 miliardi.

L’export cinese verso gli Usa cala a settembre del 17,8% annuo, a 36,5 miliardi di dollari, mentre l’import cede il 20,6% a 10,6 miliardi: il surplus si attesta a 25,95 miliardi (26,95 miliardi ad agosto). «L’ambiente esterno resta complicato con instabilità e incertezze in aumento», ha notato Li Kuiwen, portavoce delle Dogane cinesi, tra le tensioni con gli Stati Uniti, malgrado il mini accordo del weekend. Nei primi 9 mesi il surplus con gli Usa è a 221,4 miliardi: l‘import cede a 90,6 miliardi (-26,4%) e l‘export a 312 miliardi (-10,7%).

IL SURPLUS COMMERCIALE CINESE AUMENTA DI 9,4 MILIARDI A 39,65

Il surplus commerciale della Cina sale a 39,65 miliardi di dollari a settembre, a fronte dei 30,26 miliardi di settembre 2018, dei 34,83 miliardi di agosto e dei 33,3 miliardi attesi dai mercati. L‘export, tra le tensioni con gli Usa, si contrae del 3,2% (peggiore calo da febbraio) contro il -1% di agosto e le attese a -3%. L’import cede per il quinto mese di fila, perdendo l’8,5% dopo il -5,6% di agosto e il -5,2% stimato alla vigilia. Tuttavia, a gennaio-settembre l’attivo sale a 298,92 miliardi dai 219,31 miliardi dello stesso periodo del 2018.

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L’agenda americana di Mattarella

Il presidente della Repubblica vola negli States per incontrare Trump. All'ordine del giorno la guerra commerciale Usa-Ue. Ma anche F35, la Libia e l'offensiva turca in Siria. Senza dimenticare il sostegno alle nostre start-up digitali a San Francisco. Il punto.

Dopo la stoccata sui dazi, lanciata solo pochi giorni fa nell’incontro a Copenaghen con la premier danese Mette Frederiksen – «Si rischia una spirale che contraddirebbe lo spirito euroatlantico. Nessun Paese può pensare di farcela da solo. Serve una risposta unita della Ue» – Sergio Mattarella è pronto a volare negli Stati Uniti. All’ordine del giorno la guerra commerciale tra Usa e Ue. A Washington il 16 ottobre il Capo dello Stato incontrerà il presidente americano Donald Trump, mentre il giorno dopo toccherà alla speaker del Congresso Nancy Pelosi, colei che ha annunciato l’avvio della procedura di impeachment per il Kievgate.

I QUATTRO PUNTI CALDI

L’incontro tra i due capi di Stato si svolge poi all’ombra del Russiagate italiano che sta creando qualche grattacapo al premier Giuseppe Conte. Il tema potrebbe essere toccato nei colloqui, insieme alla questione degli F35, la Libia e, ora, anche loffensiva turca in Siria. Tra gli obiettivi del Quirinale c’è però anche la promozione delle nostre start up digitali. Per questo Mattarella parteciperà all’Us-Italy Innovation Forum di San Francisco.

Donald Trump e il presidente Sergio Mattarella a Roma nel 2017.

1. LA GUERRA COMMERCIALE USA-UE

La guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump con l’Unione europea è sicuramente uno dei temi che sta più a cuore a Mattarella che, alla vigilia del suo incontro con il numero uno della Casa Bianca, aveva dichiarato: «Mi auguro che l’applicazione non venga mai attuata. Abbiamo a cuore il rapporto con gli Usa e dobbiamo insieme lavorare per recuperare lo spirito originario dei rapporti transatlantici».

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Il Presidente della Repubblica, però, secondo fonti vicine al Quirinale non dovrebbe presentare una difesa d’ufficio del made in Italy, quanto piuttosto parlare a favore dell’intera Europa – cui ha già chiesto di trovare una «risposta unitaria» – e del multilateralismo.

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2. F35, TENSIONE IN LIBIA E GUERRA IN SIRIA

Da sempre al centro di polemiche, gli F35 sono stati motivo di attrito recente anche con l’Alleato americano. C’è voluto l’intervento diretto di Conte per rassicurare il segretario di Stato Mike Pompeo durante la sua ultima visita in Italia che Roma non si tirerà indietro dall’acquisto dei 90 caccia di ultima generazione di fabbricazione Usa. Anche Mattarella potrebbe tornare sul tema con Trump che, dal canto suo, non è escluso che chieda un maggiore impegno nella difesa comune soprattutto nel Mediterraneo. Washington è in allerta soprattutto dopo l’intensificarsi in Libia dell’offensiva del generale Khalifa Haftar su Tripoli e con la nuova minaccia dell’Isis in Siria dopo l’attacco turco.

impeachment
Un momento dell’intervento di Nancy Pelosi mentre annuncia l’intenzione di avviare un’inchiesta per l’impeachment contro Trump.

3. IL RUSSIAGATE E IL COINVOLGIMENTO DEGLI 007 ITALIANI

Con la democratica Nancy Pelosi Mattarella invece potrebbe affrontare il delicato capitolo degli 007 italiani e il loro presunto ruolo nel Russiagate. Facciamo un passo indietro: il procuratore generale William Barr aveva avviato una “controinchiesta” sul rapporto Mueller volta a dimostrare come le intelligence di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, abbiano giocato un ruolo nell’ordire un presunto complotto anti-Trump e favorire Hillary Clinton alle Presidenziali 2016. Il premier Conte, titolare della delega ai Servizi, avrebbe dato l’ok a un incontro con i nostri 007. Decisione che lo porterà a riferire al Copasir.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il direttore del Dis Gennaro Vecchione.

4. LA SPONSORIZZAZIONE DELLE NOSTRE START-UP

Ma non c’è solo geopolitica nell’agenda americana di Mattarella. Il 18 ottobre il capo dello Stato sarà a San Francisco per partecipare all’Us-Italy Innovation Forum. Mattarella intende sostenere le start up italiane Oltreoceano, tramite l’avvio di progetti di collaborazione italo-americana con i partner della Silicon Valley (anche se non sono previsti incontri con i big dell’informatica, da Mark Zuckerberg a Larry Page). L’obiettivo è fare tutto il possibile per accorciare il «ritardo nell’accesso ai servizi digitali» che, come ha già ricordato, «è un limite al concetto stesso di cittadinanza». Al momento l’Italia può contare sul Fondo Nazionale per l’Innovazione da 1 miliardo, ma basterà a far sì che il nostro Paese non sia più fanalino di coda rispetto ai maggiori partner europei?

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Usa e Cina avrebbero raggiunto un’intesa parziale sui dazi

L'accordo preliminare potrebbe preludere a uno più ampio da siglare nel corso dell'anno.

Gli Stati Uniti e la Cina hanno raggiunto un accordo parziale che potrebbe portare a una tregua nella guerra commerciale e gettare le basi per un’intesa più ampia. Un accordo più completo che Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping potrebbero firmare più avanti nel corso dell’anno. L’anticipazione è stata data dall’agenzia Bloomberg, citando alcune fonti.

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Alta tensione Usa – Cina: stop a imprese e visti per gli abusi sui musulmani

«Complici nella violazione dei diritti umani» contro le minoranze. E Washington colpisce i colossi cinesi della videosorveglianza Hikvision e Dahua Technology, oltre alle startup specializzate nel riconoscimento facciale e vocale SenseTime, Megvii Technology, e iFlytek.

Nuovo schiaffo dell’amministrazione Trump a Pechino. Si allunga infatti la lista nera delle aziende e istituzioni cinesi che subiranno il trattamento riservato ad Huawei: non potranno più acquistare componenti o fare affari negli Usa, perché accusate di essere responsabili o complici nella repressione delle minoranze musulmane. A distanza di ore, poi, il Dipartimento di stato rincara la dose e annuncia anche una stretta sui visti dei funzionari cinesi ritenuti coinvolti.

NELLA BLACK LIST ENTI GOVERNATIVI E SOCIETÀ HI -TECH

È la risposta al video shock che ha fato il giro del mondo, quello dei prigionieri uiguri bendati, incatenati e con le mani legate nella regione cinese dello Xinjiang. Non a caso tra le 28 nuove entità a finire nella black list non ci sono solo organismi governativi, ma anche società hi-tech quasi tutte attive nel settore della sorveglianza, accusate di avere un ruolo nella «brutale repressione» perpetrata nei confronti delle minoranze etniche e musulmane: gli uiguri di lingua turca ma anche i kazaki.

«AZIENDE COMPLICI DEGLI ABUSI»

«Queste aziende sono complici nell’abuso dei diritti umani», sottolinea il Dipartimento al commercio americano, che definisce «intollerabili» la politica di detenzioni arbitrarie di massa e un sistema di sorveglianza invasivo e repressivo. Una situazione che il segretario di stato Mike Pompeo, nell’annunciare la stretta sui visti, chiede venga ribaltata da Pechino, liberando chi è stato incarcerato ingiustamente e permettendo alle famiglie musulmane costrette all’estero di tornare nella loro terra.

A RISCHIO L’ACCORDO COMMERCIALE

Furiosa la reazione di Pechino: «Si tratta di accuse senza fondamento», ha detto il portavoce del ministero degli esteri Geng Shuang: «Questo atto viola seriamente le norme di base dei rapporti internazionali, interferisce negli affari interni della Cina e danneggia gli interessi del nostro Paese». Ma la vera vittima di questo nuovo affondo voluto dalla Casa Bianca rischia di essere solo una: il dialogo per arrivare a all’auspicato accordo commerciale tra Usa e Cina che ponga fine alla guerra dei dazi e scacci le nubi di una nuova crisi economica mondiale.

COLPITI I BIG DELLA VIDEO SORVEGLIANZA E DELL’AI

Un accordo che, poco prima l’annuncio delle nuove sanzioni, il presidente americano era tornato a definire non solo possibile ma vicino, con la delegazione di Pechino pronta a sbarcare a Washington per la ripresa dei negoziati. Ora tutto torna più che mai in salita e Wall Street reagisce male, così come male reagiscono le Borse europee che chiudono tutte in rosso. Nel dettaglio tra le aziende colpite dall’ordinanza Usa ci sono due colossi cinesi nel settore della videosorveglianza, Hikvision e Dahua Technology, oltre alle startup specializzate nel riconoscimento facciale e vocale SenseTime, Megvii Technology, e iFlytek. Insomma, un duro colpo nel campo dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza su cui Pechino sta puntando moltissimo con l’ambizione di acquisire una indiscussa leadership mondiale.

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Dazi Usa, perché l’Italia deve prepararsi al peggio

Trump, riesumando lo storico protezionismo repubblicano, finora ha solo abbaiato. Ma tra 13 mesi si vota e vorrà dimostrare di essere l'unico in grado di difendere il Paese dai "profittatori". E con il nostro attivo commerciale siamo, con i tedeschi, i primi della lista.

Con Parmigiano e Grana, e vari altri prodotti, alla fine è capitato anche a noi. Toccando con una tariffa protettiva del 25% i famosi formaggi padani, divino Gorgonzola compreso, più altre eccellenze della penisola, gli Usa ci hanno proprio colpito al cuore, così come nell’orgoglio hanno colpito il whisky scozzese, i cardigan e pullover inglesi, Bordeaux e tutti i vini fermi francesi (salvo lo champagne, insieme a Prosecco e spumanti), salsicce di maiale tedesche, e altro, in attesa si teme di aprire il capitolo auto. Tutto parte dagli aerei Airbus, un prodotto all’origine franco-tedesco e poi anche anglo-spagnolo, visto che si tratta di ritorsioni contro gli aiuti pubblici ottenuti dal grande rivale dell’americana Boeing.

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ORA SI ATTENDE LA SENTENZA DEL WTO SU BOEING

La cosa curiosa poi è che i dazi di Washington scattano perché dopo più di un decennio il Wto, l’organizzazione mondiale del commercio fermamente voluta dagli Stati Uniti nella loro grande stagione liberoscambista postbellica (allora, era il 1947, si chiamava Gatt) ha sentenziato che gli aiuti europei a Airbus sono stati eccessivi. Donald Trump, è noto, disprezza il Wto e dice di volerlo abolire. Si è in attesa di un’altra analoga sentenza su Boeing, che di aiuti ne ha ricevuti almeno altrettanti sia direttamente sia soprattutto attraverso le commesse militari del Pentagono.

Il deficit commerciale Usa oscilla ora tra i 50 e i 55 miliardi di dollari al mese. Negli ultimi 15 anni si è andati da un minimo di 383 miliardi nel 2009 a un massimo di 761 nel 2006

I DAZI NELLA GUERRA CIVILE USA

Il deficit commerciale americano oscilla ora tra i 50 e i 55 miliardi di dollari al mese. Negli ultimi 15 anni si è andati da un minimo di 383 miliardi nel 2009 (c’era la grande crisi finanziaria innescata dai mutui subprime e da altro) a un massimo di 761 nel 2006. Erano 502 l’ultimo anno prima di Trump, nel 2016, per salire a 552 nel 2017 e a 621 nel 2018, e quest’anno si sfioreranno i 650 miliardi. Non siamo comunque molto lontani, per esempio, dalla norma storica di tutto l’800, quando gli Stati Uniti ebbero in media un saldo negativo pari al 2,2% del Pil, così come calcolato più tardi sui dati economici storici.

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Esportatori di prodotti agricoli e forestali e importatori netti di manufatti, i neonati Stati Uniti ebbero nel primo ministro del Tesoro, Alexander Hamilton, un teorico della difesa doganale delle manifatture, surclassate allora da quelle britanniche soprattutto. Combatterono una terribile guerra civile assai più sui dazi e sul ruolo di Nord e Sud nella conquista dell’Ovest che per l’emancipazione degli schiavi del Sud. Alla fine vinsero il Nord industriale e i repubblicani alfieri del protezionismo ed eredi del partito Federalista di Hamilton sul Sud democratico agrario e liberoscambista. Tariffs, si dice oltre Atlantico, are Americans as apple pie, i dazi sono americani come la torta di mele.

TRUMP E LA TRADIZIONE DEL PROTEZIONISMO REPUBBLICANO

Gli Stati Uniti sono cresciuti a prateria, mandrie, cotone e protezionismo, e poi grandi industrie tessili nel New England e siderurgiche intorno all’area dei Grandi Laghi. Alla vigilia della Prima Guerra mondiale Washington aveva in assoluto il corpus tariffario più alto dopo quello della Russia zarista, per proteggersi dai prodotti inglesi e tedeschi spesso allora più efficienti, migliori come qualità e realizzati a costi inferiori. Solo dopo la Seconda Guerra mondiale, in anni di totale supremazia agricola e industriale, gli Stati Uniti hanno abbracciato totalmente il libero scambio, al quale anche Franklin D. Roosevelt ma soprattutto il suo Segretario di Stato Cordell Hull prepararono il terreno sfidando la tenace tradizione nazionale, repubblicana e nordista soprattutto. Hull era del Tennessee. Ed era convinto che le due Guerre mondiali e in particolare la Prima fossero figlie delle rivalità commerciali. Trump, che è un uomo del passato con il suo nazionalismo alla America First, è quindi nella tradizione del suo partito, che ha contagiato ormai anche i democratici.

Solo dopo la Seconda Guerra mondiale, in anni di totale supremazia agricola e industriale, gli Stati Uniti hanno abbracciato totalmente il libero scambio

LO SMOOT-HAWLEY ACT DEL 1930

L’apogeo del protezionismo fu nel 1930 con l’approvazione, nonostante il no della netta maggioranza dei deputati e senatori democratici, dello Smoot-Hawley Act, firmato da due repubblicani. Era la risposta negativa all’appello lanciato dalla Conferenza economica della Società delle Nazioni di Ginevra nel 1927 che invocava la fine dell’era dei dazi generalizzati. Fermamente trincerato anche oggi al Congresso, dove arrivano tutti i terminali dei settori merceologici interessati e che si incarica di far tenere pronta ogni possibile norma tariffaria, il protezionismo non ha più avuto, da Roosevelt a Barack Obama, un suo uomo alla Casa Bianca. Tariffe temporanee sono state concesse molte volte, caso classico l’acciaio, ma l’autorità presidenziale aiutata da legislazioni che concedevano all’esecutivo ampi spazi discrezionali ha sempre funzionato da arbitro.

Sono più di 30 anni che Trump sostiene come sia facile, con dazi adeguati, punire i Paesi che traggono indebito vantaggio dal grande mercato americano offrendo poco in cambio

LA PRESUNTA UNICITÀ DEGLI STATES

Sono più di 30 anni che Trump sostiene come sia facile, ponendo dazi adeguati, punire i Paesi che traggono indebito vantaggio dal grande mercato americano offrendo poco in cambio. Ma sarebbe un grave errore ridurre tutto a Trump. Da 20, forse 30 anni, la marea protezionista sta rimontando legata, oltre che alla tradizione, a un principio identitario diffusissimo che fa degli Stati Uniti qualcosa di “unico” e di ambito, dove tutti vogliono mettere piede o vendere e a una posizione geografica marcatamente separata che giustifica questa identità e la necessità di tenere a bada i “barbari”.

L’EMORRAGIA DI POSTI LAVORO E LA VITTORIA DEL TYCOON

Globalizzazione e delocalizzazioni hanno imposto un alto prezzo occupazionale e retributivo. Un fatto rilevante è che dalla fine del secolo scorso sono stati i democratici a diventare sempre più protezionisti, sulla spinta di una base tradizionale che perdeva il posto di lavoro, prima nel New England e nello Stato di New York e poi nel Midwest, determinando alla fine la vittoria nel 2016 del protezionista Trump. Il quale ha imposto la sua linea a un partito repubblicano diventato, con Ronald Reagan e anche prima, sostanzialmente favorevole ai mercati aperti.

Non va dimenticato che John Kerry, candidato dem alla Casa Bianca nel 2004, prometteva se eletto l’immediata revisione di tutti i trattati commerciali

COSÌ DEM E REPUBBLICANI SI SONO SCAMBIATI I RUOLI

C’è stata quindi una notevole inversione di ruoli, e non va dimenticato per esempio che il democratico John Kerry, candidato presidenziale nel 2004, prometteva se eletto l’immediata revisione di tutti i trattati commerciali. Era uno strappo alla tradizione avviata nel 1934 da Roosevelt con il Reciprocal Trade Agreements Act che, con un primo calo delle tariffe, rifletteva i principi storici del partito. Alle Midterm del 2006 arrivavano al Congresso 29 deputati democratici fair traders e non più free traders, e sette senatori di uguale sentire, tutti in sostituzione di altrettanti liberoscambisti, a netta maggioranza repubblicani.

TRUMP CAVALCA I DAZI IN VISTA DEL 2020

Il populista miliardario Trump è arrivato al potere per una manciata di voti ottenuta nei distretti giusti e deindustrializzati di tre Stati del Midwest innestando il neoprotezionismo dell’elettorato operaio democratico con la vecchia tradizione protezionista dei repubblicani. Non a caso ha colpito ora l’Europa, fornitrice di prodotti di qualità (i blue collar non italo-americani non usano in genere parmesan) all’inizio della campagna elettorale per il 2020. Trump sembra convinto che i dazi siano un’arma efficace e semplice per mettere tutti in riga, ma certamente sa che lo sono, efficaci, durante una campagna elettorale.

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PERCHÉ NOI ITALIANI DOBBIAMO ASPETTARCI IL PEGGIO

Finora Trump aveva più abbaiato che morsicato. Il gesto più netto lo ha fatto all’inizio, rifiutando l’adesione americana al grande accordo commerciale del Pacifico (Tpp), che sta beneficiando chi vi ha aderito. Sul Nafta (libero scambio con Canada e Messico), ha fatto tanti discorsi e tweet ma poi lo ha rinegoziato, e in modo soft, e così con la Corea del Sud. Con la Cina il discorso è più complesso. Pechino non è solo un concorrente ma anche uno sfidante, per ora però i dazi non sono ancora una vera guerra.
Ma fra 13 mesi si vota. Trump vorrà dimostrare che solo lui può difendere The Land of the free dai molti subdoli profittatori. Noi italiani siamo fra i primi, visto l’attivo commerciale di circa 25 miliardi di dollari, in costante aumento di circa il 10% l’anno dal 2010, secondo in Europa solo a quello tedesco, pari a circa 52 miliardi. Aspettiamoci il peggio.

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Il costo umano della potenza cinese

ORIENTE ESTREMO. Mentre Pechino festeggia il 70esimo anniversario della Repubblica popolare, il mondo pare essersi dimenticato dei milioni di morti causati dalla corsa cominciata con Mao. Dal quale Xi Jinping non ha mai preso le distanze. Anzi.

«Non solo la Cina ha rifiutato di adottare le riforme promesse (al momento dell’ingresso nel Wto, ndr), ma ha abbracciato un modello economico dipendente da enormi barriere di mercato, sussidi statali, manipolazione valutaria, trasferimento di tecnologia, furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali su vasta scala». Lo ha detto Donald Trump alla recente Assemblea generale delle Nazioni Unite. Accuse pesanti che però non sembrano avere impensierito troppo il presidente Xi Jinping, tutto preso, nei giorni scorsi, a tagliare il nastro del nuovo faraonico aeroporto Daxing di Pechino, costato quasi 18 miliardi di dollari (400 miliardi, includendo ferrovie e strade di collegamento) e già adesso candidato a diventare il maggiore al mondo.

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Donald Trump e Xi Jinping.

DIRITTI UMANI ANCORA CALPESTATI

Le accuse di Trump alla Cina, però, sono incomplete. Anche lui, come gli altri leader del Pianeta quando si rivolgono a Pechino, si dimentica della totale inosservanza del rispetto dei più basilari diritti umani, dello spregio continuo e costante della libertà di opinione, di stampa e di critica, del ricorso massiccio alla pena capitale, dell’applicazione pervasiva della censura tecnologica e informatica.

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E mentre il primo ottobre la Cina festeggia i 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare, un silenzio assordante si leva dalla comunità internazionale che sembra ignorare il fatto che sia la nazione più illiberale, meno democratica e più totalitaria del mondo (con l’eccezione poco significativa della Corea del Nord). Una nazione, tra l’altro, fondata su decine di milioni di morti innocenti.

Il presidente cinese Xi Jinping.

I MILIONI DI VITTIME DEL GRANDE BALZO IN AVANTI DI MAO

«La guerra atomica? Non e certo un problema per la Cina. Di cinesi ne ho tanti, troppi. E la morte di 10 o 20 milioni di loro non sarebbe certo un grosso guaio». Cosi diceva Mao Zedong al primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, con impressionante cinismo. Ma il presidente Mao non ebbe bisogno di aspettare l’ecatombe nucleare di una bomba H. A uccidere decine di milioni di cinesi bastarono la sua sconsiderata politica economica, all’inizio degli Anni 60. La carestia causata dagli errori di pianificazione del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, infatti, fu la più terribile nell’intera storia del genere umano: tra il 1958 e il 1962 uccise oltre 40 milioni di persone, secondo stime prudenti. E la responsabilità fu tutta di Mao, che per questo è passato alla storia come il più grande assassino di massa del pianeta.

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E non si pensi che la Cina di oggi, quella che sembra una nazione moderna, ipertecnologica, tesa a imporre a ogni costo una sua nuova governance globale, sia in realtà radicalmente diversa da quella di quei tempi atroci, o che abbia mai inteso disconoscere e prendere le distanze dalle tragedie del maoismo.

Una parata militare a Pechino.

XI JINPING E L’OSSESSIONE DELLA CONTINUITÀ

Il segno che Xi Jinping darà a queste maestose celebrazioni, infatti, sarà quello della continuità. L’ossessione della continuità, lo sforzo costante di collegare l’operato del Partito comunista oggi sempre al potere, con i periodi storici, gli eventi e persino i principi religiosi passati – in uno sforzo di assimilazione totale di ogni movimento o cultura esistente o esistita nel Paese – è una vera fissazione per lui. E la narrazione delle celebrazioni sarà proprio questa: non vi è alcuna discontinuità tra la Repubblica Popolare cinese degli albori, il periodo maoista e l’attuale Cina neo-capital-comunista.

proteste hong kong scontri 29 settembre 2019
Proteste a Hong Kong.

DA TAIWAN ALLO XINJIANG: LE AREE CALDE DELLA CINA

Ma le sfide e i problemi per il povero Xi non mancano. A parte i disordini a Hong Kong che ormai vanno avanti da più di quattro mesi, c’è l’”isola ribelle“, Taiwan, dove nel 2020 ci saranno le elezioni e dove i sentimenti indipendentisti sembrano aver trovato nuova linfa e nuova ispirazione dai tumulti dell’ex colonia britannica. Poi a rovinargli il sonno e le celebrazioni ci sono le due regioni che continuano a dare problemi alla granitica volontà di uniformare ogni cosa: il Tibet, storicamente inquieto, e lo Xinjiang, dove la minoranza musulmana degli uiguri non accenna a sottomettersi, malgrado sia vittima di una feroce repressione, denunciata anche di recente sul piano internazionale. E naturalmente la guerra dei dazi con Trump.

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UNA DITTATURA GLOBALE DEL DENARO

Lungi comunque dall’utilizzare questa storica ricorrenza per prendere le distanze, una volta per tutte, dagli errori e dagli orrori della Cina maoista, al contrario, il presidente-a-vita – come del resto si evince dai suoi scritti ormai entrati a far parte della Costituzione – non rinnega la storia, ma rivendica le scelte passate come quelle fondanti – e le uniche possibili – che hanno consentito alla Cina di diventare quella che è diventata oggi: l’unico esempio di dittatura (globale) del danaro. E siccome pecunia non olet, inutile anche aspettarsi che questo imminente anniversario, che Pechino intende celebrare in pompa magna con festeggiamenti epocali, possa diventare l’occasione per un serio ripensamento dei rapporti con l’Occidente. Semmai, una cosa sembra certa e cioè che a meno di inediti e a oggi assolutamente imprevedibili sconvolgimenti geopolitici globali, presto o tardi, verremo anche noi “assimilati” e diventeremo tutti “comunisti” cinesi.

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La Cina ha tolto i limiti agli investitori istituzionali esteri

Pechino ha deciso di migliorare l'accesso degli attori internazionali al mercato interno. Ma per gli analisti è una mossa simbolica.

La Cina ha deciso di eliminare le restrizioni a carico degli investitori istituzionali esteri per l’accesso al mercato domestico, cancellando i limiti alle quote previste in due schemi di investimento per player stranieri. La mossa sui programmi QFII e RQFII, annunciata dalla Safe, l’autorità regolatoria sul forex, punta a rafforzare le riforme finanziarie, ad accelerare l’apertura all’esterno e a sostenere l’internazionalizzazione dello yuan, segnando l’abbattimento di un altro ostacolo all’accesso nei mercati di capitali del Dragone a quasi 20 anni dalla prima apertura e in vista del nuovo round negoziale sul commercio di ottobre con gli Usa.

UNA MOSSA PER SOSTENERE L’EXPORT

Più di 400 investitori istituzionali da 31 Paesi e regioni hanno operato finora sui due canali, mentre i nuovi entranti dovranno solo presentare l’apposita applicazione e possedere i requisiti richiesti, ha aggiunto la Safe. La mossa cade nella svalutazione dello yuan, tra gli sforzi per sostenere l’export finito sotto pressione per la guerra commerciale con gli Usa, in uno scenario che, al contrario, potrebbe favorire la fuga di capitali viste le difficoltà incontrate dall’economia.

MOSSA SIMBOLICA DI APERTURA

Alla fine di agosto, le istituzioni straniere possedevano 111,38 miliardi di dollari nel programma QFII (un terzo dei 300 miliardi di quota disponibile) e 693,3 miliardi di yuan nel RQFII, secondo i dati forniti dalla società Wind. Non è chiaro, tuttavia, quanti nuovi investimenti le ultime messe in campo da Pechino riusciranno ad attirare nel comparto da 13.000 miliardi di dollari di bond e nei 6.900 miliardi di mercato azionario. «La mossa è più simbolica e non innescherà afflussi di capitali significativi», ha commentato Ding Shuang, a capo del desk Cina e Asia settentrionale di Standard Chartered, parlando con Bloomberg. «Ma è un gesto positivo per Pechino a ridosso dei 70 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese e con la scarsezza di sviluppi positivi sul commercio con gli Usa».

APERTURE ANCHE SUL FRONTE BANCARIO

Gli investitori stranieri detenevano 2.000 miliardi di yuan di bond cinesi e 1.600 miliardi di di yuan di azioni alla fine di giugno, secondo i dati della banca centrale. L’annuncio della Safe rientra in uno dei 12 punti elencati dal premier Li Keqiang per sbloccare l’economia e l’apertura verso l’esterno. Ad esempio, è stato nei mesi scorsi autorizzato a banche e assicurazioni straniere di prendere il controllo delle società aperte con i partner locali: Ubs, JPMorgan Chase e Nomura Holdings hanno già ottenuto la relativa approvazione, mentre Goldman Sachs e DBS Group sono in attesa.

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