Cosa prevede la fase uno dell’accordo sui dazi Usa-Cina

Alle 17.30 la firma che segna la prima vera tregua sulla guerra delle tariffe. Pechino dovrebbe impegnarsi ad aumentare il suo import dall'America, mentre Washington promette di non mettere nuove barriere (quelle vecchie rimangono in vigore).

Usa e Cina si preparano a firmare la fase uno dell’accordo sui dazi alle 17.30 ora italiana, ovvero alla chiusura delle Borse europee. L’accordo si ripromette di segnare una tregua nella disputa in corso dall’aprile 2018 che ha provocato per tutti questi mesi notevoli tensioni sull’economia globale. La rimozione, dopo sei mesi, della Cina dalla lista nera del Tesoro americano dei Paesi manipolatori di valute è arrivata come segno di buona volontà verso Pechino, che ha mandato una delegazione guidata dal vicepremier Liu He a Washington per la firma dell’accordo.

LA CINA PROMETTE PIÙ IMPORT DAGLI USA

L’intesa, fa sapere l’Agi, comprende trasferimenti di tecnologia, proprietà intellettuale, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari ed espansione del commercio. La Cina aumenterà significativamente le importazioni di prodotti agricoli e alimentari dagli Usa, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso, uno dei punti a cui teneva maggiormente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Secondo la Cnbc, la Cina dovrebbe aumentare le importazioni dagli Usa di circa 200 miliardi di dollari in due anni.

GLI USA SI IMPEGNANO A NON METTERE NUOVI DAZI

Gli Usa, continua l’agenzia stampa, dal canto loro revocheranno il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi, ma non elimineranno i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi che rimarranno come sono, mentre verranno ridotte al 7,5% le tariffe su molto del resto, per un totale stimato in 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi.

FORTE CALO DEL SURPLUS CINESE

La Cina ha chiuso il primo anno pieno di guerra dei dazi con gli Usa con un surplus commerciale in calo dell’8,5%, a 295,8 miliardi di dollari, ampiamente compensato dal dato generale per il 2019 che ha evidenziato un attivo in rialzo annuo addirittura del 21,2%, a 424,39 miliardi, con un export quasi azzerato (solo +0,5%) e un import a -2,8%. I dati delle Dogane cinesi, diffusi alla vigilia della firma della ‘fase uno’ hanno consegnato uno scenario in cui Pechino ha avviato la diversificazione delle sue aree di riferimento, consolidando i legami con l’Unione europea, il primo partner, e spingendo gli Usa al terzo posto, alle spalle dei Paesi dell’Asean. Il deficit di 5 miliardi con in resto dell’Asia del 2018 è diventato a fine 2019 un surplus di circa 67 miliardi.

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Dazi Usa-Cina, verso la firma dell’intesa a metà gennaio

Il presidente americano Trump ha twittato che Washington e Pechino firmeranno la prima parte dell'intesa all'inizio dell'anno per poi continuare avviare la seconda fase dei colloqui.

«Firmerò la fase uno del nostro grande e completo accordo commerciale con la Cina il 15 gennaio. La cerimonia avrà luogo alla Casa Bianca. Saranno presenti rappresentanti di alto livello della Cina. In seguito andrò a Pechino, dove inizieranno i colloqui sulla fase due». È quanto ha scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su Twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Usa e Cina sarebbero pronti a un accordo sui dazi

Trump ha annunciato che presto potrebbe esserci un'intesa con Pechino. E il Wsj anticipa che Washington avrebbe proposto un taglio del 50% di quelli esistenti.

«Un grande accordo con la Cina è vicino. Loro lo vogliono, e anche noi». Lo stringato tweet di Donald Trump ha innescato un rally a Wall Street: gli indici americani hanno fatto segnare a nuovi record spinti dall’ottimismo su una schiarita nei rapporti commerciali fra le due superpotenze economiche. Una schiarita che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, sarebbe positiva per Washington e Pechino e soprattutto per l’economia mondiale.

IL 15 DICEMBRE PREVISTO UN NUOVO PACCHETTO DI TARIFFE

Il cinguettio di Trump è arrivato in una giornata storica, quella del voto alla commissione giustizia della Camera sull’impeachment del presidente americano. Ed è arrivato in vista della scadenza del 15 dicembre quando, in assenza di una svolta, dovrebbero scattare i nuovi dazi di Trump su 156 miliardi di dollari di Made in China. Non è ancora chiaro come la Casa Bianca intenda procedere sulle nuove tariffe: le indiscrezioni al riguardo sono contrastanti visto lo scarso tempo a disposizione per chiudere la prima fase dell’intesa fra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale. Ma il tweet di Trump, che per la prima volta ha affermato di volere anche lui un accordo, ha dato l’impressione di aprire a un’eliminazione o almeno a un posticipo dei dazi previsti entrare in vigore a breve.

TIMORI PER IL MERCATO USA IN VISTA DEL NATALE

All’interno della Casa Bianca molti sono favorevoli a un rinvio nella convinzione che imporre dazi in prossimità delle feste natalizie si traduca nell’imporre una tassa sugli americani e quindi in un’ondata di nuove critiche contro l’amministrazione, già nel mirino per l’impeachment. Fra le aziende che seguono con interesse gli sviluppi c’è Apple: gli Stati Uniti e la Cina sono infatti i suoi due maggiori mercati e la guerra commerciale rischia di avere un impatto forte sulle vendite di Cupertino nella Repubblica popolare, dove l’iPhone fatica ad affermarsi. Secondo Credit Suisse, le consegne sono infatti calate del 35,4%, il secondo calo consecutivo a due cifre.

LE RICHIESTE DI WASHINGTON PER LA TREGUA

Secondo il Wall Street Journal, nell’ultima proposta messa sul piatto dall’amministrazione Trump alla Cina, gli Stati Uniti hanno proposto un taglio del 50% degli attuali dazi su 360 miliardi di prodotti cinesi e la cancellazione delle tariffe che dovrebbero scattare domenica prossima. In cambio Washington avrebbe chiesto a Pechino un impegno a maggiori acquisti di prodotti agricoli americani, una più forte tutela dei diritti di proprietà intellettuale e un maggiore accesso per le aziende americane al settore dei servizi finanziari cinese. Nel caso in cui la Cina sottoscrivesse l’offerta ma non rispettasse gli impegni, gli Stati Uniti sono pronti a far tornare i dazi ai livelli attuali.

LE MOSSE DI TRUMP IN VISTA DEL VOTO

Una pausa nella guerra commerciale con la Cina, con la firma della fase uno di un accordo più ampio, consentirebbe a Trump di guadagnare tempo e avviarsi all’anno delle elezioni presidenziali con un’importante carta in tasca da giocare. Un carta in grado di spingere Wall Street a nuovi record e permettere al presidente di rivendicare il successo della sua ricetta economica per gli Stati Uniti, che proseguono nel loro 11mo anno di ripresa.

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«L’accordo sui dazi tra Usa e Cina è vicino»: brindano le Borse

Lo rivela l'agenzia Usa Bloomberg: improbabile che le tensioni sulle questioni interne cinesi possano influenzare imminenti sviluppi.

Gli Stati Uniti e la Cina sarebbero vicini ad un accordo sui dazi, nonostante le tensioni in atto su Hong Kong e lo Xinjiang, ha scritto Bloomberg citando fonti vicine al dossier, e subito le borse mondiali hanno virato verso l’alto. Secondo le fonti, le dichiarazioni Usa del 4 dicembre che facevano sembrare lontana una intesa non corrisponderebbero ad un effettivo stallo dei colloqui, ed è improbabile che le tensioni sulle questioni interne cinesi possano influenzare imminenti sviluppi.

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La Cina annuncia l’intesa per una riduzione dei dazi con gli Usa

L'annuncio è stato dato dal portavoce del governo di Pechino Gao Feng, che ha parlato di una misura graduale senza fornire ulteriori dettagli.

Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo per la riduzione «graduale» dei dazi che erano stati posti reciprocamente per penalizzare le importazioni di prodotti. Lo ha detto all’agenzia Bloomberg Gao Feng, portavoce del governo di Pechino, senza fornire ulteriori dettagli sull’intesa.

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Perché nel confronto con la Cina il pugno di ferro di Trump è fallimentare

Non potendo più controllare il sistema multilaterale, il tycoon ha scelto di danneggiare concorrenti e alleati. Sposando un approccio dirigista in cui la Pechino, che si sta aprendo al mercato, continua a prevalere. Per avere la meglio a Washington non resta che indossare il guanto di velluto. Soprattutto con l'Ue.

Se c’era una cosa che sembrava acquisita e assodata fino a pochi anni fa è che l’ascesa dell’economia cinese sullo scacchiere globale sarebbe stata accompagnata dalla trasformazione, lenta e graduale, di un’economia dirigista a una economia di mercato. Si trattava in un certo senso della vittoria culturale del modello capitalista occidentale.

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IL DIRIGISMO DI TRUMP E LA VITTORIA DEL MODELLO CINESE

Dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le cose sembrano decisamente cambiate. Mentre il presidente cinese Xi Jinping dichiara il suo impegno di fornire al Paese sempre maggiori opportunità di mercato, da Washington giungono segnali sempre più chiari: per contrastare l’ascesa cinese, l’economia più potente del mondo sta retrocedendo dalle logiche di mercato e sposando un approccio dirigista, in cui è lo Stato a dettare le regole. In un certo senso è la vittoria culturale del modello comunista cinese.

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DAL GUANTO DI VELLUTO AL PUGNO DI FERRO

Curioso come questo sia avvenuto passando dalla politica del guanto di velluto a quella del pugno di ferro. Esercitare un’influenza politica attraverso l’assistenza economica, la diffusione di standard ambientali, sanitari e di sicurezza civile, l’esportazione di beni culturali e altri strumenti flessibili e non vincolanti. O attraverso l’esempio. Questo è il guanto di velluto. L’uso della forza militare e del potere economico come strumento per piegare gli altri alla propria volontà è invece usare il pugno di ferro. «Si ottiene di più con una buona parola e una pistola, che con una buona parola soltanto», dice Al Capone ne Gli Intoccabili.

Il presidente Usa Donald Trump.

SOMMERSI DA EQUIVOCI E COMPLOTTISMI

Talvolta capita che il passaggio da un approccio all’altro venga per effetto di una sorta di equivoco: quando si sta troppo a lungo in uno dei due sistemi si rischia di confondere l’uno con l’altro. Si scambia lo spread sui titoli di Stato di un’area valutaria comune come un “ricatto dei mercati”, iniziando a vedere malvagità e complotti dove non ci sono. Da lì a interpretare commercio e norme giuridiche come strumenti per usare la forza allargando le braccia come a dire: «È solo un’offerta che non puoi rifiutare…», il passo può essere breve. In pochi attimi, in un’escalation di toni, ci si ritrova ad usare la “sicurezza nazionale” per giustificare l’elusione delle regole del sistema commerciale multilaterale.

LE SCELTE DI TRUMP DENOTANO UNA IMPLICITA DEBOLEZZA

Le scelte politiche di Trump denotano chiaramente un’implicita debolezza: non potendo più controllare il sistema multilaterale da soli, o temendo di non primeggiare più, gli Usa hanno scelto – attraverso Trump – di danneggiare i concorrenti (scoprendo rapidamente che anche gli alleati lo sono) cercando confronti bilaterali. Maggiori sono le ingerenze della politica nel commercio, e più si sposta il baricentro verso un’economia dirigista guidata dallo Stato, uno scenario dove la Cina prevale per esperienza sul campo, tra l’altro.

Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è la cinese Huawei.

IL CONFRONTO CINA-USA SUL 5G

Il prossimo campo di confronto è senza dubbio quello tecnologico: le reti 5G. A differenza dei sistemi a banda larga 3G e 4G, la diffusione del 5G ha implicazioni geopolitiche e di sicurezza di vasta portata, perché promette non solo di migliorare la telefonia mobile, ma anche di accelerare lo sviluppo dell’Internet degli oggetti e la digitalizzazione di intere economie. Pertanto, qualsiasi intervento malevolo nell’architettura 5G incorpora la potenzialità di causare notevoli danni economici, sociali o anche fisici.

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Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è Huawei, un’azienda legata al Partito comunista cinese e – dunque – ai servizi segreti e di sicurezza. L’attenzione del governo americano su questi temi è evidente e sensata, e su questo è possibile tessere la trama di un nuovo clima di accordi tra le due sponde dell’Atlantico, ma per farlo serve che Washington faccia qualche passo indietro sull’uso del pugno di ferro, smettendola di tirare bordate alla Ue invitando i singoli Paesi a uscirne. Sarebbe bello che tornassimo a parlare col guanto di velluto dimenticato, riscoprendone i tanti non detti, come accade fra le due protagoniste del romanzo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, in cui pagina dopo pagina ricordano quanto si sono sempre amate, pur dopo una lunga fase di incomprensione.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Nuovi colloqui tra Cina e Usa per trovare un’intesa sui dazi

Saltato l'incontro all'Apec, le parti hanno fissato un nuovo appuntamento. Washington: «Stiamo facendo progressi». L'obiettivo di Trump è un accordo (anche parziale) da mettere nero su bianco in vista del 2020.

Cina e Usa hanno fissato nuovi colloqui sul dossier commerciale, nel mezzo delle incertezze legate alla cancellazione dell’Apec del 16-17 novembre da parte del Cile a causa delle violenti proteste in corso. I presidenti Xi Jinping e Donald Trump avrebbero dovuto vedersi a Santiago in vista del possibile miniaccordo in discussione. I colloqui sono in programma il primo novembre. «I team delle due parti hanno continuato a mantenere strette comunicazioni e i negoziati stanno attualmente facendo progressi senza intoppi», ha riferito in una nota il ministero del Commercio di Pechino.

Le attese, fino alla cancellazione dell’Apec annunciata dal presidente Pinera, erano che Xi e Trump si sarebbero ritrovati a Santiago

«Le parti continueranno a spingere in avanti le negoziazioni in linea con i piani originari», si legge ancora nella nota. La Casa Bianca ha detto il 30 ottobre che Trump spera ancora di poter firmare nelle prossime settimane l’accordo con Xi, in quella che è stata definita la ‘fase 1’ del dossier commerciale, la prima tappa di un percorso ancora lungo per chiudere lo scontro partito 18 mesi fa a colpi di dazi. Le attese, fino alla cancellazione dell’Apec annunciata dal presidente Sebastian Pinera, erano che Xi e Trump si sarebbero appunto ritrovati a Santiago.

TRUMP SOTTO PRESSIONE

Con le presidenziali Usa del 2020 ormai alle porte e con Trump sotto pressione per la procedura di impeachment in ballo al Congresso, i capi negoziatori americani si sono concentrati sul fatto di poter definire i contorni di un’intesa parziale, ma da mettere nero su bianco. «Al momento», aveva puntualizzato un portavoce della Casa Bianca dopo l’annuncio di Pinera, «sembra che l’Apec non si terrà in Cile e che non ci sia una seconda alternativa. Attendiamo potenziali informazioni. Intendiamo finalizzare la fase uno dello storico accordo con la Cina nello stesso arco di tempo»

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