Zingaretti coraggio, al Pd serve una vera svolta socialista

La lettera al Corriere della sera è troppo poco: serve una rottura e riaffermare l’esistenza di una sinistra che ha una visione della società del tutto opposta a quella della destra.

L’indagine demoscopica di Nando Pagnoncelli pubblicata dal Corriere della Sera dice che la Lega ha la somma dei voti di Pd e M5s.

Se questo è, o sarà, vero, la bella lettera che Nicola Zingaretti ha pubblicato il 31ottobre sul quotidiano milanese per annunciare una riforma profonda del suo partito è solo una buona intenzione.

Quando si hanno la metà dei voti del principale partito avversario e non si sa se si può contare o meno su una alleanza da contrapporre al probabile vincitore, è necessario pensare a qualcosa di più radicale. Un congresso “alla vecchia maniera” che si concluda con un profondo restilyng e con la rimessa in circolo di idee di sinistra, prese al mercato dell’usato, non basta a rimontare in una gara che si fa giorno dopo giorno disperata.

LA DESTRA È FORTE MA HA UN LEADER DEBOLE

La destra, malgrado io pensi che covi dentro di sé la propria autodistruzione, giorno dopo giorno distilla la sua idea di società nel vasto elettorato. È furiosa, è positiva, stravolge la storia, ignora la propria, si fa beffe di sentimenti costitutivi della repubblica, come l’antisemitismo, racconta con i suoi giornali bugie sempre più eclatanti da sembrare ormai vere. Ha il vento in poppa perché ha un equipaggio molto determinato, nei porti l’aspettano folle entusiaste, propone guerre su guerre così da tenere in allenamento i cattivi sentimenti. Purtroppo per lei ha Salvini, cioè l’uomo che farà nuovamente l’impresa di autodistruggersi e di autodistruggere la destra.

DALL’ULIVO AL PD, UNA SINISTRA SENZA DIREZIONE

Dall’altra parte dello schieramento siamo alla polemichetta con quei quattro scappati di casa dei renziani, all’idea di rafforzare il Pd facendo rientrare quelli di LeU, cioè con uno spostamento a sinistra soffice per cui ci vorrebbero milioni di microscopi perché i lavoratori se ne accorgano. Suggerivo una nuova Bolognina, aggiungendo “fatta bene”. In quel “fatta bene” non c’era la richiesta di comportamenti educati. Le rotture vanno fatte come rotture, non sono pranzi di gala. Se sciogli un partito perché è arrivato al capolinea non puoi farlo con la vasellina, devi farlo con un certo impeto.

Romano Prodi, ex leader dell’Ulivo.

Il guaio della Bolognina non fu quindi l’impeto ma la mancanza di sostanza in due punti fondamentali: Occhetto presentò la cosa nuova come un approdo felice di fronte a un popolo che aveva capito di aver ricevuto una sconfitta storica. C’era poco da gioire, erano lacrime quelle che spingevano a ritentare l’impresa. L’altra mancanza è che non si capì se nasceva un partito liberal democratico, se ci si inseriva nella storia socialista, se si volesse democratizzare il vecchio Pci. E non si è capito tuttora.

ZINGARETTI PORTI NEI DEM A UNA SVOLTA SOCIALISTA

Zingaretti non deve badare ai modi con cui lui e il sempre raffinato Cuperlo faranno la svolta. Non siano attratti dall’eleganza. La svolta deve essere uno strappo, deve essere cattiva, deve dire amare verità. La principale è che aver sciolto non solo il Pci ma soprattutto la sinistra inquel calderone chiamato prima Ulivo e poi Pd è stato un errore capitale. Le fusioni fredde non sono mai riuscite. Non a caso Ulivo e Pd si sono autodefiniti solo in rapporto a una procedura di elezione del segretario generale, le primarie, e solo mettendo al primo posto le riforme istituzionali mentre in tutto il mondo, e timidamente lo sta facendo capire anche il ministro Gualtieri, se non rimetti soldi nelle tasche dei lavoratori non vai da nessuna parte.

La svolta deve apparire in se stessa come l’unica autocritica materiale senza perdere tempo a dire di errori o di meriti.

La svolta deve essere la “mossa del cavallo”, la cosa che stupisce, la notizia che arriva nel profondo della società e non nei circoli politici ristretti pronti a riciclarsi. Deve apparire in se stessa come l’unica autocritica materiale senza perdere tempo a dire di errori o di meriti. E questa svolta, il cui contenuto è facilmente identificabile nel riaffermare l’esistenza di una sinistra che ha una visione della società del tutto opposta a quella della destra, deve avere un nome significativo che rompa con le paure di questo ventennio, deve chiamarsi “socialista”.

Nicola Zingaretti durante un comizio in Umbria.

Poi lasciate parlare Feltri, Giordano e tutti gli altri “destri” che credono di aver vinto alla lotteria. Una sola cosa sappiamo. Non hanno un leader con gli attributi, sono talmente pieni di mostruose contaminazioni con il passato che prima o poi creeranno una crisi di rigetto. Zingaretti non deve parlare ai lettori del Corriere. Per carità, ci parli pure. Deve andare in televisione, deve armare i social, deve scatenare i suoi sulle piazze e, prendendo spunto da una battaglia sociale da fare e da una civile da sbandierare, dica che quel partito che ci ha fatto piangere senza passione non c’è più e che è iniziata la chiamata alle armi per una sinistra di combattimento. Sennò lasci stare, è tempo perso.

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