Hanau e la storia del terrorismo di estrema destra in Germania

La violenza xenofoba e neonazista, nelle sue varie ramificazioni, è un fenomeno carsico nel Paese. E pronto a esplodere come accaduto nella città dell'Assia. Eppure per troppo tempo il governo ha sottovalutato questa minaccia, liquidando gli attentati come casi isolati. L'analisi.

Odio razzista, xenofobo e antisemita: nella storia della Germania riunificata, negli ultimi 30 anni, la violenza targata estrema destra, nelle sue varie ramificazioni, ha lasciato una lunga scia di sangue.

Non semplice da seguire, anche per il fatto che le cifre del governo e delle varie istituzioni si discostano da quelle raccolte dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili.

Basti solo pensare che se per Berlino il numero ufficiale delle vittime dal 1990 è fissato in 94, la fondazione Antonio Amadeo Stiftung ne ha contate 198, più una dozzina di casi opachi ed escluse ancora quelle di Hanau (9 le vittime più il killer e la madre, i cui corpi sono stati ritrovati in un appartamento). Più del doppio, insomma. Per fare un paragone, più o meno calzante, ma comunque indicativo, le persone uccise dalla Rote Armee Fraktion tra il 1971 e il 1998, anno della scioglimento ufficiale dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra, furono 33.

IL TERRORE NERO PRIMA DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA

La Fondazione Amadeu prende il nome dalla prima vittima di odio razziale in Germania dopo la riunificazione, immigrato angolano arrivato nella Ddr prima che cadesse il Muro di Berlino e massacrato da un gruppo di neonazisti a Eberswalde il 24 novembre 1990. Il terrore nero si era già fatto sentire prima, sia nella Germania Ovest che in quella dell’Est, teatri di omicidi e attentati negli Anni 70 e 80. Così se nel 1979 vicino ad Halle (Ddr) furono ammazzati due immigrati cubani, nel 1980 ad Amburgo fu data alle fiamme una residenza per immigrati vietnamiti, con due morti e la responsabilità attribuita all’organizzazione neonazista Deutsche Aktionsgruppen. Poi la bomba all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980, 13 morti), seguita dall’assassinio del rabbino di Erlangen Shlomo Lewin e della sua compagna da un membro della Wehrsportgruppe Hoffmann, altra organizzazione neonazista poi sciolta.

Uno dei bar colpiti dal killer di Hanau (Ansa).

NON SOLO CASI ISOLATI, MA FENOMENO CARSICO E COSTANTE

Da 40 anni a questa parte in realtà poco è cambiato, nel senso che sia da una parte che dall’altra della ex cortina di ferro, con un’accelerazione dopo la riunificazione, si è assistito a episodi di violenza più o meno gravi, compiuti da singoli e organizzazioni, che in ogni caso non possono essere rappresentati come eccezioni, ma definiscono anzi la regola: nonostante la narrazione, governativa e mediatica, abbia spesso e volentieri liquidato la questione del terrorismo e della violenza di estrema destra come casi isolati, è evidente che si tratta di un fenomeno costante, con esplosioni a ripetizione. Certamente non si possono mettere sullo stesso piano episodi slegati tra di loro come quelli di Mölln (1992, tre morti), Solingen (1993, 5 morti), Lubecca (1996,10 morti), attentati incendiari di matrice neonazista, e la strategia di attentati della Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund, clandestinità nazionalsocialista, Nsu) che in oltre 10 anni, tra il 1997 e il 2011 ha rivendicato una decina di omicidi a sfondo razziale, ma il contesto tedesco ha sempre offerto negli ultimi decenni scenari di questo genere.

LE ACCUSE DOPO IL MASSACRO DI HANAU

In definiva, lupi solitari che fanno branco, accanto a vere proprie strutture terroristiche capaci di crescere e proliferare sul territorio, a Est come a Ovest, anche con la complicità di chi ha sempre sottovalutato o voluto sottovalutare la complessità e gli elementi del fenomeno della destra radicale neonazista. Suonano in questo senso come un monito le parole del presidente della comunità ebraica Josef Schuster dopo la strage di Hanau: «Per troppo tempo il pericolo dell’estremismo di destra sempre crescente è stato poco o per nulla considerato». Schuster ha poi aggiunto che «polizia e giustizia hanno sempre il problema di essere deboli di vista dall’occhio destro». Un atto di accusa nei confronti di un sistema e di un governo che hanno trascurato l’escalation.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

LA CRESCITA DI AFD NELL’EST DEL PAESE

La cancelliera Angela Merkel ha detto che «il razzismo e l’odio sono un veleno che esiste nella nostra società» e messo in relazione i fatti di Hanau con i recenti attacchi e minacce alle sinagoghe tedesche e all’omicidio del politico Walter Lübke. Ma nei 15 anni del suo governo gli scandali riguardanti le indagini sulla Nsu e le polemiche cicliche sui rapporti spesso opachi tra il Verfassungsschutz, il servizio di sicurezza interna, e l’area dell’estrema destra gettano un’ombra su quanto il governo tedesco abbia voluto davvero andare a fondo nel contrastare il problema del terrorismo e della violenza neonazista, xenofoba e antisemita. Anche in un contesto, quello dell’ultimo quinquennio, in cui è sorta e si è sviluppata, soprattutto nelle regioni della ex Ddr, guidata da personaggi provenienti dalla Germania Ovest, la Alternative für Deutschland, formazione nazionalista di destra che all’Est raccoglie circa un quarto dei consensi dell’elettorato. Dopo Hanau, la Spd, il partito socialdemocratico che governa a braccetto con i conservatori della Cdu di Merkel, ha definito la AfD «il braccio armato del terrorismo di destra». Parole pesanti, non senza qualche fondamento, che contribuiranno ad alzare i toni del dibattito politico nella Grande coalizione e all’interno della stessa Cdu, impegnata a trovare una nuova identità e una nuova strategia di alleanze nellera post Merkel ormai alle porte.  

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa si cela dietro le dimissioni di Karrenbauer

La rinuncia alla leadership della Cdu e quindi l'addio alla cancelleria stravolgono i piani di Angela Merkel. Che ora teme che la crisi dei conservatori favorisca la crescita della destra radicale e dei Grunen.

La vera tempesta non è stata quella di Sabine, l’uragano che ha paralizzato per due giorni l’intera Germania, ma quella che ha spazzato Annegrete Kramp Karrenbauer, fino alla mattina del 10 febbraio leader della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, designata alla successione e parcheggiata nel frattempo al ministero della Difesa.

Akk ha gettato la spugna in seguito allo scandalo in Turingia, dove è stato eletto governatore il liberale Thomas Kemmerich con i voti decisivi dei conservatori e soprattutto della destra radicale della Afd (Alternative fü Deutschland).

A Erfurt è stato rotto un tabù – anche solo per un giorno visto che Kemmerich è stato costretto alle dimissioni dai vertici del suo partito, esattamente come il responsabile locale della Cdu Mike Mohring – che ha condotto a sua volta all’abbandono di Akk e al colpo di scena che trascina la formazione di Merkel nel tunnel in un momento in cui la grande coalizione di governo con i socialdemocratici della Spd non se la passa troppo bene e i sondaggi da tempo negativi continuano a preoccupare i due grandi, ormai ex, partiti di massa.

KARRENBAUER HA DIMOSTRATO DI ESSERE UNA LEADER DEBOLE

Annegrete Kramp Karrenbauer, arrivata al vertice della Cdu nel dicembre 2018 con la benedizione di Frau Angela e il compito di raccoglierne l’eredità alle elezioni federali in calendario il prossimo anno, non è stata mai salda in sella al partito, inanellando nel corso degli ultimi mesi una serie di passi falsi che ne hanno indebolito la posizione. Indecisioni, confusione, mancanza di autorità. Il caos in Turingia, a prima vista improvviso, ma che si era annunciato negli ultimi giorni in vista del voto per la guida del parlamento regionale con i proclamati doppi e tripli giochi della Afd, è stato in sostanza solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Annegret Kramp-Karrenbauer durante il congresso della Cdu.

Arrivata al vertice del partito grazie all’immagine di donna e politica vincete nella sua Saarland, il più piccolo Land tedesco al confine con la Francia, supportata da un buon network nelle altre regioni e capace di far fronte al trio di uomini (Fredrich Merz, Jens Spahn e Armin Lschet) che le volevano contendere la direzione del partito, Akk ha mostrato in meno di un anno e mezzo al comando tutte le sue debolezze sia come leader della formazione di maggioranze relativa al Bundestag sia come ministro della Difesa, veste che continuerà a ricoprire con l’appoggio di Merkel.

IL SUO ADDIO È UNA SCONFITTA DELLA MERKEL

Le sue dimissioni sono anche una sconfitta per la cancelliera, che pare proprio aver sbagliato cavallo su cui puntare. O, quantomeno, lo abbia gestito nel peggiore dei modi. L’abbandono di Kram Karrenbauer azzera tutti i piani che la leader storica della Cdu aveva fatto per la successione e fa ripartire il gioco per la candidatura, alla segreteria e alla cancelleria.

Saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere

E proprio qui sta ora la questione più interessante che si porrà per i conservatori nei prossimi mesi: secondo quanto comunicato da Akk, che ha rinunciato prima alla candidatura alla cancelleria e come conseguenza alla leadership del partito, saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere, che assumerà anche le redini dei cristiano-democratici.

SI POSSONO RAFFORZARE SIA I GRUNEN SIA GLI ESTREMISTI DI DESTRA

Il processo dovrebbe essere coordinato da Merkel e Akk e accompagnato naturalmente dalla disciplina di partito. Visto l’episodio in Turingia e il citato trio, che inizierà ben presto a scalpitare, le prossime settimane si presentano però turbolente. Non solo: le difficoltà della Cdu avranno ripercussioni sul governo, dove la Spd, già in crisi profonda, non appare certo l’alleato forte e affidabile che servirebbe in questi momenti. In teoria si riapre anche quindi l’ipotesi di elezioni anticipate, che sarebbero comunque la condanna di conservatori e socialdemocratici, che perderebbero terreno ulteriore sia nei confronti dei Verdi e anche della Afd.

Da sinistra, Annegret Kramp-Karrenbauer e Angela Merkel.

Dalla spirale negativa che ha investito i partiti tradizionali tedeschi, anche i liberali e la stessa Linke, la sinistra relativamente forte nell’Est che non si è liberata ancora del tutto dei fantasmi del passato della Ddr, approfittano così i Grünen, diventati ormai una formazione di centro alternativo, e gli estremisti di destra, che rappresentano ormai una forza stabile nelle regioni orientali. È questa una faccia dell’eredità di Angela Merkel, alla guida della Germania negli ultimi 15 anni, cui i critici addossano parte della colpa per l’ascesa dei nazionalpopulisti. Non è un caso che il bubbone sia scoppiato in Turingia a causa della Afd e ora qualcuno abbia già chiesto alla cancelliera di fare un passo indietro. Anche se ormai è troppo tardi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Al congresso Cdu rivince Akk con la linea di centro (per ora)

L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.

L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.

MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE

«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.

«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.

Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bild on line. E dunque resta al comando, almeno per ora.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it