Sulla gratuità, sulle chiamate alle arti. Qualcosa di locale, ma non troppo

Qualche riflessione per accendere un dialogo ci giunge attraverso questa lettera aperta di Carlo Roselli dell’Associazione Culturale Teatrisospesi

Sono Carlo Roselli, musicista-attore, regista e co-direttore insieme alla coreografa e formatrice Serena Bergamasco, dell’associazione culturale Teatrisospesi. Ho sempre pensato, e continuo a farlo, che i nostri spettacoli e progetti debbano parlare per noi e che attraverso di essi e le nostre modalità di lavoro traspaiano l’etica e il pensiero che motiva le nostre indagini. Credo altresì che i tempi siano più che maturi per mettere nero su bianco. In questi strani (e terribili) giorni nasce dal Comune di Salerno una proposta agli artisti cittadini di offrire il loro lavoro per scopi molto nobili, a titolo gratuito. Per quanto mi riguarda non sono mai stato contrario a portare concerti o spettacoli gratuitamente là dove necessario. L’ho fatto per i detenuti, per compagni e colleghi in difficoltà, per la liberazione animale, in solidarietà con teatri che rischiavano la chiusura, per raccolte fondi che ho ritenuto importanti, per bambini e per famiglie di rifugiati e qualche volta semplicemente perché mi andava di divertirmi. E come me molti, tanti, a tutti i livelli sono liberi di farlo. Teatrisospesi stessa è stata beneficiata dal contributo meraviglioso di artisti da tutta Italia e non solo, facendo in modo che non ci sentissimo isolati (come spesso accade) ma parte di una comunità che travalica gli stretti confini cittadini. In ogni caso, dedicarsi al teatro, alla musica e tutte queste belle cose è una vocazione che può rendere la vita di chi la sceglie (o è scelto…) piena di soddisfazioni e di dolori. Non mangiamo né con l’uno né con l’altro: non ripaghiamo gli anni di studio e dedizione con un “bravissimi” né possiamo fermarci a crogiolarci nella sofferenza che le difficoltà del mestiere comprendono. Non ce lo possiamo permettere. Per molti di quelli che hanno scelto di vivere di questo, è da tempo una disgrazia lavorare con le istituzioni: molti aspettano pagamenti (irrisori o importanti che siano) da anni, senza che a nessuno passi per la testa che non solo lo studio e la sala prove, i materiali, il fitto e le bollette del teatro hanno un costo; ma che anche noi ci nutriamo, riposiamo, abbiamo necessità di un tetto, un letto, amiamo, siamo felici o tristi, abbiamo figli, viaggiamo, paghiamo bollette, tasse e gabelle, ci capitano malanni e avversità di vario genere, come per ogni essere umano. E per noi non è uno sfizio, “il teatro”, un capriccio, ma un lavoro serio, necessario a tutti, che affrontiamo con responsabilità e determinazione. Lo sappiamo bene eppure mai nessuna considerazione per la “categoria”, se non in tempi di crisi e lo svilimento delle nostre professioni, mestieri, vocazioni è all’ordine del giorno, gli atteggiamenti micragnosi, di “sufficienza” o “paternale benevolenza” che spesso subiamo, sono una abitudine consolidata a cui noi non ci si abitua, così come è consolidata la folle idea che “gli artisti” debbano occuparsi del sociale dimenticando il sacrosanto assunto di base che arte e cura del sociale sono due territori necessariamente in comunicazione, ma per ovvie ragioni di competenze, indispensabilmente separati. Vorrei che ripartissimo, colleghi e compagni, invece, dalla riflessione sull’assenza, sul corpo, sulla dematerializzazione delle nostre esistenze, sul significato della presenza, del tempo, sulla qualità delle relazioni passate e quelle a venire, riflettere sulla drammaturgia, sulla scrittura di scena, sul teatro che vogliamo, sul rapporto tutto da esplorare con la tecnologia e i nuovi media, piuttosto che affollare i social di contenuti rappresentativi di uno stato di cose e modo di pensare al teatro che ha a che fare più con la comunicazione pubblicitaria e la promozione che con il teatro stesso –analizziamo seriamente le possibilità dei mezzi a disposizione al momento, piuttosto che usarli come semplici amplificatori della propria “pre-senza”, continuando imperterriti come se niente ci abbia effettivamente toccato, che nulla ci può fermare (lo slogan “il teatro non si ferma” è affondato appena pronunciato. Il video su facebook ci sta, per carità, intendiamoci. Ma non può essere nemmeno considerato un surrogato del teatro, è un’altra cosa (che non so cosa sia, non so definirla). Tutto si può fermare, anche il teatro, la sua macchina, e, soprattutto, il chiacchiericcio che lo accompagna da ben prima del lockdown. Sono consapevole che non ci sia una definizione univoca di teatro e se la conoscessi, probabilmente non lo amerei e odierei così profondamente. Però una cosa la posso dire con certezza: non è intrattenimento, non ho mai voluto trattenere nessuno e nei miei lavori, anche i più comici, il motore è sempre un’indagine e una riflessione sulla fragilità, quella propria, del teatro, di chi mi sta ad ascoltare (bontà sua) riflessione che si compie insieme a tanti partecipanti. Sembra vogliamo dimenticare la ritualità connaturata al teatro, che alcuni mezzi e linguaggi digitali mortificano, soprattutto quando lo chiamiamo “teatro in video”, “teatro on line”: non penso sia teatro, penso sia televisione fatta male e spesso con scarsezza di mezzi. Dovremmo scrollarci di dosso qualche eccesso di edonismo. Quando sarà finita questa fase ce ne saranno altre ad aspettarci e le quarantene andranno e verranno per molto tempo, pare. In teatro potremo tornarci a Gennaio, pare e con limitazioni sul limite del surreale, anche di difficile concezione, trovandoci tutti (artisti, tecnici, operatori, direttori, amministratori…) per la prima volta ad affrontare una situazione del genere. Vorrei poterci incontrare intorno ad un tavolo, allora, e ricominciare parlando di poesia, di rivoluzione, di un nuovo modo che ancora non intravediamo all’orizzonte ma che deve muoversi a nascere. E vorrei anche parlare, capire, che tipo di futuro leggono gli amministratori della “res pubblica” tanto a livello nazionale che locale. Ecco: trovo imbarazzante l’uso inconsapevole del video col telefonino (non l’uso del mezzo in se) proprio come trovo imbarazzante le chiamate alle arti per grazia et amori dei per intrattenere le persone con i nostri “contenuti” (ce n’è davvero bisogno?), divertirle (le famigerate grasse risate 2.0), monetizzare questi contenuti in modalità non bene specificate per sostenere chi ora ha necessità (intento nobilissimo, per carità, non mi fraintendete) confondendo responsabilità e aree di competenze artistiche, sociali, politiche, amministrative. Vorrei sapere se, da parte delle istituzioni, finalmente c’è una visione culturale e artistica per la città e, se si, quale. Ora, essendo stati i primi a chiudere i battenti e essendo gli ultimi a riaprirli, vorrei sapere se è pensabile un sostegno per i piccoli teatri di città che svolgono, tra milioni di difficoltà, il proprio lavoro da tantissimo; se è almeno ipotizzato un sostegno per gli artisti della città, che lavorano spessissimo in condizioni capestro e senza reali prospettive, se esiste una progettualità che possa coinvolgere tutti e se nell’agenda dell’amministrazione esiste una programmazione a lunga scadenza; se ci sarà, alla buon ora, una differenziazione tra attività culturali e d’intrattenimento, tra professionismo artistico come scelta di vita e amatoriale/dopolavoristica che, per quanto importante e necessaria, copre nella società un ruolo diverso; che risorse sono state pensate, per chi, come, quanto, se c’è un’idea lungimirante per la costruzione di una cittadinanza culturale ed economica che non sia solo appannaggio dei cittadini più abbienti. Perché la povertà culturale della città è compagna alla miseria tipica di queste “chiamate alle armi”, che sanno tanto di de-responsabilizzazione, a voler pensar male, o di superficialità, a pensare bene. Basta così, volevo parlare di poesia. 

 

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