Inchiesta affidi, in una chat spunta il bimbo da assegnare all’ex terrorista delle Br

Due indagate parlano fra loro a maggio del 2015: «Chi glielo dice al giudice?». La risposta: «Tanto non lo sa. E la pena l'ha scontata».

«Chi glielo dice al giudice» che il bambino «lo mandiamo all’ex brigatista?». La frase fa parte di una chat che risale a maggio del 2015, agli atti dell’inchiesta Angeli e Demoni sugli affidi a Bibbiano e nella Val d’Enza, in provincia di Reggio Emilia. La domanda è della psicologa Imelda Bonaretti, cui segue la risposta di Federica Anghinolfi, ex dirigente dei servizi sociali: «Mica lo sa. E la pena l’ha scontata». Entrambe sono indagate dalla procura di Reggio Emilia.

APPROFONDIMENTI IN CORSO SULL’ESITO DELLA PRATICA

La conversazione è una delle migliaia di scambi di messaggi estrapolati dai telefonini sequestrati dai carabinieri. Le trascrizioni riempiono centinaia di pagine. Nel caso specifico non è chiaro se effettivamente sia stato disposto il collocamento del minore all’ex detenuto e sul punto sono stati avviati approfondimenti. Diverse conversazioni, tra l’altro, non riguardano gli otto casi di minori citati nell’ordinanza di custodia cautelare di giugno, ma altri, e gli accertamenti hanno portato all’apertura di nuovi fascicoli.

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La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

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Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

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Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

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L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

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Le sardine vincono la sfida di Bibbiano contro Salvini

In piazza con Santori 3mila persone contro il migliaio sotto il palco leghista: «Abbiamo inceppato la macchina dell'odio». Il n°1 del Carroccio: «Dispiace che a qualche metro di distanza da qui ci sia qualcuno pronto a fare polemica».

È scontro tra piazze a Bibbiano, simbolo dell’inchiesta sugli affidi, tra la Lega e il movimento delle Sardine, per le ultime battute della campagna elettorale prima delle elezioni regionali di domenica. Matteo Salvini è in piazza della Repubblica a sostenere la candidata leghista Lucia Bergonzoni, e ha annunciato anche la presenza della mamma di Tommy, il piccolo rapito e ucciso nel 2006. A pochi metri, in piazza Libero Grassi, la contromanifestazione delle sardine.

Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni,candidata alla presidenza della regione Emilia-Romagna per la Lega, in piazza della Repubblica a Bibbiano (Re). 23 Gennaio 2020. ANSA / ELISABETTA BARACCHI

A conti fatti, dalle prime stime non ufficiali, la sfida numerica sembra essere stata vinta dalle sardine, con oltre 3000 persone, contro il migliaio raccolto dall’ex Ministro dell’Interno. Santori addirittura dice che hanno vinto «7 a 0. Noi in piazza sette volte più della Lega», attacca il portavoce bolognese. E poi, aggiunge, la piazza leghista «è costruita, qui ci sono persone vere. Lì c’è chi fa politica un giorno ogni cinque anni, qui sono sicuro che c’è gente che fa politica nella vita quotidiana. E evidente che non basta comprare quella parte del paese che viene in piazza solo perché ci sono le elezioni». Le sardine, rivendicano due attivisti reggiani aprendo la manifestazione a Bibbiano, sono «un mare colorato e hanno inceppato la macchina dell’odio. Noi abbiamo scelto come farlo ma questa piazza si è fatta da sola, ed é bastato uscire di casa e andare nel mondo reale».

ZINGARETTI: «SALVINI UNTORE, SPARGE ODIO»

A due giorni dal voto regionale altissimo anche lo scontro con il Pd. Contro l’ex ministro dell’Interno, durissimo il commento del segretario dem, Nicola Zingaretti: «Salvini – commenta da Ferrara – assomiglia sempre di più a un untore, come nel Cinquecento, che gira per botteghe e negozi spargendo paura, odio e disperazione». Anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, attacca la scelta dell’ex ministro di citofonare a un presunto spacciatore: «Stigmatizzo – dice – sia quelli che fanno giustizia porta a porta sia quelli che accusano la Polizia in maniera indiscriminata». Un palco inedito quello allestito dalla Lega: nessun simbolo di partito, ma solo una grande scritta che sarà il leit motiv di tutta la manifestazione «Giù le mani dai bambini!».

SALVINI: «RIUNIAMO LE PERSONE PERBENE»

Salvini avverte in apertura che non si tratta di un comizio tradizionale della Lega: «Questa non è una serata di partito, ma una serata che dovrebbe riunire tutte le persone perbene perchè quando si tratta di difendere i bambini dovremmo essere tutti uniti», dice annunciando la presenza sul palco «della mamma del piccolo Tommy, il bambino di 18 mesi rapito e ucciso da tre bestie e una di quelle bestie è già in permesso premio». Quindi spiega che «i protagonisti saranno solo mamme, papà e bambini. Purtroppo – aggiunge – ci sono alcune centinaia di mamme e papà e vittime di ingiustizie, ma abbiamo chiesto a 5 testimoni di parlare anche a nome di chi non c’è più». Poi però non riesce a evitare di lanciare una punzecchiatura alle sardine della piazza accanto: «Dispiace che a qualche metro di distanza da qui ci sia qualcuno pronto a fare polemica: il bene dei bambini – ribadisce – dovrebbe unire tutti». Quindi, uno dopo l’altro, mamme e papà coinvolti nell’inchiesta si sono succeduti nel raccontare la loro vicenda. Una mamma riferisce che una sua figlia «è diventata adottabile» e in seguito a questo trauma il padre, partigiano della zona, è morto. Un papà ha quindi esortato tutti, nel caso in cui ci i accorgesse di un problema nei vicini «di invitarli a prendere un caffè ma non parlare con i servizi sociali».

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Matteo Salvini non molla sulla piazza di Bibbiano

Il leader della Lega ha confermato il comizio elettorale del 23 gennaio. La piazza del paese finito sotto in riflettori per lo scandalo degli affidi illeciti era stata richiesta anche dalle Sardine.

Nessun passo indietro di Matteo Salvini sulla chiusura della campagna elettorale in Emilia Romagna il 23 gennaio a Bibbiano, il paese al centro dello scandalo affidi. L’ex vicepremier ha quindi deciso di ignorare la richiesta delle Sardine. Il movimento bolognese avevano infatti giocato d’anticipo chiedendo l’autorizzazione di occupare la piazza in quella stessa data prima che lo facessero i leghisti. Con la promessa di rinunciarvi solo se il partito di Salvini avesse fatto lo stesso. Ma l’ex ministro degli Interni non cede come ha confermato il 18 gennaio a Maranello: «Noi le promesse le manteniamo, lo avevamo promesso a quelle mamme e a quei papà», ha detto.

IL REGOLAMENTO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DÀ RAGIONE ALLA LEGA

D’altronde la mossa delle Sardine era più che altro simbolica perché, in base al regolamento della campagna elettorale, la precedenza ce l’hanno i candidati al voto regionale del 26 gennaio, e dunque a Salvini a sostegno di Lucia Borgonzoni in corsa per il centrodestra in Emilia-Romagna.

BORGONZONI: «NON MI DEVO VERGOGNARE PER LA MAGLIETTA SU BIBBIANO»

«È una vergogna, una cosa che grida vendetta al mondo», ha aggiunto il leader della Lega sempre sull’inchiesta sugli affidi illeciti. Presente alla kermesse del partito anche la stessa Borgonzoni: «Tra i vari insulti che ricevo quotidianamente c’è anche l’invito a vergognarsi per avere indossato quella maglietta su Bibbiano. A vergognarsi dovrebbe essere chi non ha controllato quello che doveva controllare, non io, non noi. Fosse stato anche solo un bambino rubato ai genitori, definirlo semplice raffreddore non è una vergogna, è uno schifo», ha detto la candidata del centrodestra alle Regionali. E sul risultato del 26 gennaio non ha dubbi: «Qui non vinciamo e basta. Vinciamo bene, li mandiamo a casa qui, poi a Roma e ci riprendiamo questo bellissimo Paese», ha concluso lei.

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Per la Cassazione sono infondate le misure contro il sindaco di Bibbiano

I supremi giudici hanno stabilito che non vi erano elementi per imporre l'obbligo di dimora, dopo la sua scarcerazione, ad Andrea Carletti.

Secondo quanto scritto dalla Corte di Cassazione non c’erano gli elementi per imporre la misura coercitiva dell’obbligo di dimora nei confronti del sindaco di Bibbiano Andrea Carletti. Queste le motivazioni del verdetto che il tre dicembre ha annullato senza rinvio la misura cautelare nei confronti del primo cittadino del comune toscano che era stato fermato nell’ambito delle indagini sugli affidi illeciti in Val d’Enza. I supremi giudici hanno di fatto rilevato «l’inesistenza di concreti comportamenti», ammessa anche dai giudici di merito, di inquinamento probatorio e la mancanza di «elementi concreti» di reiterazione dei reati.

LE MOTIVAZIONI COMPLETE DELLA CASSAZIONE

In particolar modo l’ordinanza del riesame di Bologna, che il 20 settembre aveva revocato i domiciliari a Carletti imponendo però l’obbligo di dimora, non si è basata su «una prognosi incentrata sul probabile accadimento di una situazione di paventata compromissione delle esigenze di giustizia». Anzi, il riesame «pur ammettendo l’inesistenza di concreti comportamenti posti in essere dall’indagato, ne ha contraddittoriamente ravvisato una possibile influenza sulle persone a lui vicine nell’ambito politico amministrativo per poi inferirne, astrattamente e in assenza di specifici elementi di collegamento storico-fattuale con la fase procedimentale in atto, il pericolo di possibili ripercussioni sulle indagini». Tutto questo sarebbe avvenuto inoltre «senza spiegare se vi siano, e come in concreto risultino declinabili, le ragioni dell’ipotizzata interferenza con il regolare svolgimento di attività investigative ormai da tempo avviate».

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Revocato l’obbligo di dimora al sindaco di Bibbiano

Andrea Carletti, secondo i giudici della Cassazione, non poteva nemmeno essere arrestato. Caduta l'ultima misura di custodia cautelare. Ora l'esponente del Pd potrà affrontare il processo a piede libero.

La Cassazione ha revocato l’obbligo di dimora nei confronti di Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano appartenente al Partito democratico indagato nell’inchiesta Angeli e Demoni, con al centro il presunto sistema di affidi illeciti scoppiato in provincia di Reggio-Emilia. A giugno Carletti era stato arrestato, a distanza di sei mesi è tornato completamente libero, con la caduta dell’ultima misura di custodia cautelare cui era stato sottoposto. La motivazioni dei giudici non sono state ancora pubblicate, ma la Cassazione avrebbe deciso per la revoca sentenziando che non sussistevano le condizioni per l’arresto

Carletti, difeso dagli avvocati Giovanni Tarquini e Vittorio Manes, aveva fatto ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame del 20 settembre, che aveva revocato gli arresti domiciliari ma aveva applicato al sindaco l’obbligo di dimora nella sua casa di Albinea, sempre in provincia di Reggio-Emilia. Il primo cittadino, sospeso dal suo ruolo su decisione del prefetto e autosospesosi anche dal Pd, è accusato di abuso d’ufficio e falso in relazione alle pratiche riguardanti alcuni locali destinati alla gestione dei minori coinvolti nello scandalo.

Ora potrà affrontare a piede libero il processo, assieme agli altri 28 indagati. Per la metà di dicembre è prevista la chiusura delle indagini preliminari. «Esprimiamo soddisfazione, ma con cautela al tempo stesso in vista del processo», si sono limitati a dire i legali di Carletti.

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