Sanders si ritira: sarà Biden a sfidare Trump

Il senatore del Vermont si sfila ufficialmente dalla corsa per la nomination democratica. L'ex vice di Obama: «Insieme vinceremo».

Bernie Sanders getta la spugna. Il senatore del Vermont ha annunciato di avere sospeso la campagna elettorale per la Casa Bianca. La decisione di Sanders è di fatto il via libera alla nomination presidenziale di Joe Biden che nelle urne del 3 novembre sfiderà Donald Trump. Si conclude dunque la seconda avventura del senatore democratico socialista che già nel 2016 aveva provato a conquistare la nomination ma, nonostante una campagna elettorale entusiasmante, fu costretto a cedere il passo a Hillary Clinton.

BIDEN TENDE LA MANO A SANDERS

Un Sanders visibilmente commosso ha ringraziato in tivù i suoi sostenitori: «È una scelta dolorosa. Ma se la nostra campagna è giunta al termine, il nostro movimento no, il nostro movimento ha vinto la lotta ideologica nel partito anche se non ha conquistato la nomination». Biden, da parte sua, ha salutato la decisione di Sanders via Twitter, promettendo di ascoltare la sua voce e quella dei suoi sostenitori: «Insieme sconfiggeremo Donald Trump. Il tuo movimento è un bene per il Paese e per il futuro».

Via Twitter è arrivato anche il commento di Trump: «Bernie Sanders è fuori! La sua gente dovrebbe venire nel partito repubblicano», ha scritto il presidente, accusando il partito democratico di aver fatto fuori il candidato socialista. «Sanders è fuori grazie a Elizabeth Warren. Se non fosse stato per lei, Bernie avrebbe vinto quasi ogni Stato nel Supertuesday! È finita esattamente come il partito democratico voleva». In un secondo tweet Trump ha sottolineato anche il passaggio del discorso di Sanders in cui il senatore spiega come, nonostante la sospensione della campagna, continuerà comunque a raccogliere voti. «Non vuole mollare i suoi delegati e ne vuole di più! Che roba è questa?».

IL CONFRONTO TRA SANDERS E OBAMA

Secondo i media statunitensi, nei giorni scorsi Sanders ha avuto un confronto con l’ex presidente Barack Obama. Indiscrezioni che sembrano confermare il pressing sul senatore affinché lasciasse la corsa alla Casa Bianca nel mezzo dell’epidemia del coronavirus, che minaccia anche lo svolgimento delle convention.

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Sanders punta tutto sul Michigan per salvare le primarie dem

Il senatore del Vermont si gioca il resto della campagna il 10 marzo nello Stato del Midwest, dove nel 2016 superò la Clinton. Ma dopo quattro anni lo scenario è cambiato e il rischio di un nuovo flop è dietro l'angolo. Dall'appoggio dei sindacati alle difficoltà nei sobborghi: come sta andando la corsa di Bernie.

Se il Super Tuesday era lo spartiacque, i prossimi 10 giorni saranno quelli decisivi per la scelta dello sfidante di Donald Trump alle presidenziali del 2020. A rischiare di più è Bernie Sanders, che ha puntato tutto sul voto del 10 marzo in Michigan.

Il senatore del Vermont spera di ripetere l’impresa del 2016 quando riuscì a superare Hillary Clinton nel Great Lakes State e recuperare slancio dopo un super martedì avaro di voti e delegati. Questa volta però le cose potrebbero riservare un finale diverso.

In realtà il 10 si vota anche in altri cinque Stati: Idaho, Mississippi, Missouri, Nord Dakota e Washington, ma tutto passa dal Midwest. Se le primarie svolte finora hanno insegnato qualcosa, cioè che l’Ovest del Paese (California in testa) preferisce Sanders e il Sud punta su Joe Biden, saranno gli Stati della Rust Belt a decidere su che cavallo puntare in vista del 3 novembre.

COSA SI GIOCA SANDERS

In Michigan Sanders gioca gran parte della sua guerra per la nomination. Lo Stato mette in palio 125 delegati, ma soprattutto è il primo vero test della macchina democratica in quella fetta di America che nel 2016 ha scelto Donald Trump (salvo poche eccezioni come Minnesota e Illinois). In quella tornata elettorale il tycoon si impose per un pugno di voti (10.704) per questo il partito dell’asinello sta lavorando sodo per farlo ritornare blu. Ad agitare i sogni di Sanders di una clamorosa rimonta è soprattutto l’avversario. Molti analisti nella stampa americana hanno scritto che quest’anno le cose potrebbero andare diversamente, soprattutto perché non ci sarà Hillary Clinton, mai veramente amata dalla base e incapace di galvanizzare gli elettori.

SEGNALI NON BUONI PER IL SENATORE DEL VERMONT

I grattacapi per Sanders non sono pochi. Rispetto alla sfida del 2016 questa volta i due candidati si contendono quasi le stesse categorie di elettori. I sondaggi e gli exit poll realizzati durante il Super Tuesday hanno rilevato che, oltre al sostegno della comunità afroamericana, Biden può puntare ai bianchi istruiti del college e soprattutto a quelli della working class, due segmenti che quattro anni fa avevano spinto Sanders e abbandonato Clinton.

Un gruppo di supporter di Sanders durante un evento a Detroit, Michigan.

I problemi per il leader socialista non si fermano solo a questo. Rispetto alla tornata precedente sono cambiate anche le regole di voto in molti Stati con uno scivolamento dai caucus alle primarie. Un cambio delle regole al quale ha partecipato anche il comitato di Sanders pur non essendo formalmente iscritto al partito. Per questo il rischio che corre il senatore è quello di prendere meno delegati del 2016 quando negli altri Stati al voto all’inizio di marzo raccolse 68 delegati in più di Clinton.

Bernie Sanders (a destra) e il reverendo Jesse Jackson durante un comizio a Grand Rapids, Michigan.

L’altro campanello di allarme per Sanders riguarda la Casa Bianca. I numeri raccolti finora sui comportamenti degli elettori democratici hanno mostrato che in molti vogliono un candidato che sia in grado di battere Trump alle presidenziali di novembre. Come hanno raccontato diversi esponenti locali del partito, oggi la partita è diversa. Lon Johnson, ex capo democratico in Michigan, ha raccontato a Politico che quattro anni fa il clima era diverso: «Votare molto a sinistra per Sanders era un lusso, ma oggi la posta in gioco, cacciare Trump, è molto più alta e questo gli elettori lo sanno».

LA STRATEGIA ELETTORIALE DI SANDERS

La sensazione che il destino passi dal Michigan è data dal fatto che quasi tutti gli sforzi del senatore si sono concentrati lì. Negli ultimi giorni Sanders ha infatti cancellato diversi comizi previsti tra Missouri e Mississippi per concentrarsi sui rally nello Stato del Midwest. Un all-in che mostra come tutta la sua campagna sia consapevole del rischio flop. Il socialista del Vermont ha battuto palmo a palmo tutta la regione nelle 96 ore precedenti al voto. Ha cercato in ogni modo il contatto con gli afroamericani a Detroit, a una varietà di elettori a Grand Rapids, radunato la comunità araba di Dearborn, considerata la capitale degli americani di origine araba, non lontano dal 13esimo distretto che nel 2018 ha eletto Rashida Tlaib, prima donna musulmana ad entrare nel Congresso. E voluto tenere anche un evento a Flint, la cittadina famosa per la crisi idirca che ha avvelenato migliaia di persone, ma ha attirato soprattuto bianchi nonostante il 56% dei residenti sia afroamericano. Infine ha chiuso la campagna con un grosso evento al campus di Ann Arbur all’Università del Michigan spinto anche dall’endorsement dell’attivista per i diritti civili Jesse Jackson e dal discorso di Alexandria Ocasio-Cortez.

L’obiettivo è chiaro: puntare sui giovani. L’idea di Sanders è quella di cercare di mobilitare una grossa fetta dell’elettorato giovanile, che notoriamente è quello che si reca meno le urne, per puntellare la sua coalizione. Su questo punto però i problemi non mancano. In primo luogo i dati hanno mostrato che se è vero che i giovani lo preferiscono a Biden, è anche vero che l’affluenza è stata bassa. Basti pensare che rispetto al 2016 l’affluenza nella fascia 18-29 ha avuto il segno meno in Alabama (-19%), Nord Carolina (-9%), New Hampshire (-18%), Oklahoma (-15%), Texas (-20%) e persino nel suo Stato, il Vermont (-14%). La stessa idea di chiudere il weekend elettorale all’università potrebbe essere controproducente. La metà circa degli studenti dell’Università del Michigan vengono infatti da altri Stati e quindi molti di loro non votano.

Le stime sull’affluenza al Super Tuesday (Fonte: John Della Volpe @dellavolpe)

LA COMPLICATA PARTITA COI SINDACATI

Rispetto ad altri Stati un ruolo chiave in Michigan viene svolto dai sindacati. Il messaggio da sinistra di Sanders fece breccia nel 2016. Il comparto manifatturiero falcidiato dalla crisi economica è uno dei nervi scoperti della regione. Sanders lo sa e attacca ad ogni comizio Biden su uno dei temi più sentiti, il NAFTA, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada, che secondo molti, Trump incluso, sarebbe la causa del declino dell’industria. Gli stessi spot televisivi hanno puntato a mettere in luce come l’ex vice presidente non si oppose all’accordo. L’altro aspetto che piace a una fetta della working class è la battaglia sulla riforma sanitaria che ha in mente il senatore. Pezzi del sindacato sostengono che i costi siano ancora insostenibili e che togliere il tema della salute dalle contrattazioni con le aziende aiuterebbe gli operai. Ma sul fronte lavoro le notizie non sono tutte rosa e fiori. L’opposizione di Sanders a un vecchio oleodotto che attraversa il Michigan gli ha allietato una fetta di consensi non indifferente. E poi l’altro problema è che Biden non è Clinton. Storicamente l’ex senatore del Delaware è sempre stato vicino ai lavoratori sindacalizzati, non a caso due organizzazioni dei lavoratori, la United Food e la Commercial Workers Union, hanno dato il loro appoggio all’ex vice di Barack Obama.

Il comizio di Sanders all’Università del Michigan.

IL FLOP DEL 2018 E IL RITORNO DEI MODERATI

Che i segnali non siano positivi lo si poteva cogliere anche due anni fa, durante le elezioni di metà mandato. Se è vero che l’onda blu ha spinto candidati nuovi come Rashida Tlaib, ha mostrato che sono stati i moderati a ribaltare il colore dello Stato. È il caso ad esempio dell’attuale governatrice Gretchen Whitmer che alle primarie ha battuto il candidato di Sanders, Abdul El-Sayed, e negli ultimi giorni ha dato il suo sostegno a Biden. Nonostante una presenza sul territorio molto estesa dopo il 2016, le successive tornate elettorali hanno spinto i moderati soprattutto nelle aree rurali. Contro Clinton, Sanders andò particolarmente bene in quei distretti ma stavolta potrebbe faticare non poco, come hanno dimostrato i dati del Super Tuesday, secondo i quali i sobborghi sono più inclini a convergere su Biden.

Un passaggio del dibattito tra Sanders e Cliton tenuto a Flint, in Michigan, nel marzo del 2016.

LA POSIZIONE DI BIDEN

Joe Biden dal canto suo si è mostrato meno sul territorio. Ha comunque tenuto comizi ma ha preferito recarsi anche in altri Stati. Ha lasciato che altri parlassero al suo posto, come ha fato Amy Klobuchar a Grand Rapids, e inondato gli spazi pubblicitari con 12 milioni di dollari. Intanto però ha incassato altri due endorsment da parte di vecchi candidati alla presidenza: Kamala Harris e Cory Booker. Sul fronte dei sondaggi Biden è dato saldamente avanti con il 52% delle preferenze, ma anche nel 2016 Clinton era data per favorita, poi le urne hanno ribaltato l’esito. Su tutto pesa l’incognita del ritiro di Mike Bloomberg. Secondo diversi sondaggi almeno il 49% di chi si era avvicinato all’ex sindaco di New York sarebbe pronto a passare con l’ex vice di Obama, ma anche qui ogni cautela è d’obbligo.

Un comizio di Joe Biden a Kansas City, Missouri.

DUE SETTIMANE PER SALVARE LA CAMPAGNA

Ma cosa succede se il tonfo di Sanders in Michigan viene confermato? Gli scenari sono molteplici. Dipende dal volume della sconfitta, e dipende anche dal numero di delegati che verranno raccolti negli altri Stati dato che con ogni probabilità entrambi i candidati supereranno lo sbarramento del 15%. Intanto il 15 marzo resta fissato il dibattito tra i due a Phoenix, in Arizona, alla vigilia di quella che potrebbe essere la sfida decisiva. Il 17 si vota in altri quattro Stati, tre dei quali chiave: Florida, Illinois e Ohio. In particolare nel Sunshine State il rischio è molto alto. California e Texas hanno mostrato una certa affinità tra il senatore del Vermont e gli elettori ispanici, ma le ultime uscite a favore di Fidel Castro potrebbero avergli alienato parte dell’elettorato. L’eventuale ultima chiamata potrebbe arrivare il 7 aprile con il Wisconsin dove contro Clinton vinse con ampio margine. Dopo quel giorno si farà la conta dei delegati e si capirà se la sfida tra i due sarà finita oppure si protrarrà oltre la primavera. L’auspicio del partito sarebbe quello di chiudere la contesa entro l’estate per concentrare poi tutti gli sforzi contro Trump che ha già avviato la sua campagna elettorale. Ma Sanders è pronto a rovinare i piani dell’asinello ancora una volta.

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Ribaltone democratico: il Super Tuesday premia Biden

L'ex vicepresidente in testa grazie all'appoggio di Buttigieg e Klobuchar. Ma Sanders non si arrende. Il grande sconfitto è Bloomberg. Che, come Warren, pensa al ritiro.

È stata la notte di Joe Biden. Il Super Tuesday delle Primarie democratiche regala all’ex vicepresidente americano un filotto insperato di vittorie che gli permette di stroncare le speranze di fuga del socialista Bernie Sanders. E lo ripaga di tante amarezze, e dello scetticismo che finora aveva accompagnato la sua campagna elettorale. Biden, che prima del Super Tuesday contava 54 delegati, sorpassa Sanders, che partiva da 60 ed era dato favorito in gran parte dei 14 Stati al voto.

CANDIDATODELEGATI
Joe Biden380
Bernie Sanders315
Elizabeth Warren35
Michael Bloomberg12

  • Risultati in diretta (fonte: New York Times). Conquista la nomination democratica il candidato che ottiene 1.991 delegati: ogni Stato assegna un numero di delegati proporzionale alla propria popolazione.

LA RIVINCITA DI SLEEPY JOE

Una notte da ricordare insomma, per chi per otto anni è stato al fianco di Barack Obama alla Casa Bianca. E dopo una notte così anche ‘Sleepy Joe‘, come lo chiama irriverente Donald Trump, può sorridere ed esultare: «È straordinario. Ci avevano dato per spacciati ma siamo ancora qui, siamo ancora vivi!». Ora la corsa verso la nomination democratica è più che mai aperta. La serata si mette subito bene per Biden, con il colpo grosso a sorpresa in Virginia e l’attesa vittoria in North Carolina. Ma via via l’ex vicepresidente conquista l’Alabama, l‘Oklahoma, il Tennessee, il Minnesota, l’Arkansas, e strappa persino il Massachusetts alla padrona di casa Elizabeth Warren, finita solo terza.

DELUSIONE NEL QUARTIER GENERALE DI SANDERS

Otto Stati, otto vittorie, e un testa a testa fino all’ultimo voto in Texas, dove Sanders era favorito. Bernie, che ha atteso i risultati nella sua città di Burlington, può consolarsi con la prevista vittoria in California e il primato nel suo Vermont, più lo Utah e il Colorado. «Sono fiducioso che vinceremo la nomination e sconfiggeremo Donald Trump», dice ai fan, tra i quali però serpeggia una certa delusione per un risultato decisamente al di sotto delle attese.

BLOOMBERG È IL VERO SCONFITTO

Niente a che vedere però con l’aria di sconforto che si respira al quartier generale di Michael Bloomberg, per l’occasione in un grande albergo di West Palm Beach, in Florida, a due passi da casa Trump. Il miliardario ex sindaco di New York, al suo debutto alle primarie, non sfonda da nessuna parte, nonostante una spesa di oltre 500 milioni di dollari. Non poteva immaginare l’exploit di Biden, arrivato grazie all’appoggio dei neri negli Stati del Sud e agli endorsement di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke. Così per il magnate dei media, che finora non aveva mai perso una elezione a cui aveva partecipato, sono una magrissima consolazione la vittoria nelle Samoa Americane e il secondo posto in California. La Virginia e l’Arkansas, gli Stati su cui più aveva scommesso, gli girano le spalle. E il ritiro – dicono le voi bene informate – potrebbe essere dietro l’angolo.

WARREN AL CAPOLINEA

Lo stesso vale per Elizabeth Warren, che non si impone né nello stato in cui è nata e cresciuta, l’Oklahoma, né nel suo Massachusetts. Molti osservatori ritengono un suo ritiro scontato. Anche per Trump, che da anni la critica, Warren dovrebbe gettare la spugna: «Pocahontas non è riuscita nemmeno a vincere nel suo stato. Faccia un passo indietro e si beva una birra fresca con il marito».

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Come le primarie dem possono cambiare i rapporti tra Usa e Cina

Dagli hardliner Sanders e Warren al normalizzatore Biden: i candidati democratici alla Casa Bianca hanno posizioni variegate sul libero commercio. Le loro idee su Pechino, tra similitudini con Trump, gaffe e qualche scheletro nell'armadio.

Rimodulazione della tassazione, riforma del sistema sanitario nazionale, limitazione dell’accesso alle armi da fuoco: sono i grandi classici di ogni campagna elettorale statunitense, e la corsa alla nomination democratica non ha fatto eccezione. Ma nell’America post 2016, forgiata da quattro anni di presidenza Trump, c’è un tema che nel corso dei dibattiti e dei comizi dei candidati dem ha assunto una rilevanza sempre maggiore, ed è quello dei rapporti con la Cina. L’approccio nei confronti del gigante asiatico, che con Trump ha combattuto una guerra commerciale sfociata in una tregua solo a gennaio 2020, ha diviso negli ultimi mesi gli aspiranti presidenti democratici. Al punto che alcuni si sono ritrovati più vicini alle politiche attuate dall’inquilino della Casa Bianca che a quelle predicate dai compagni di partito.

Bernie Sanders.

SANDERS E IL NEMICO CINESE

È il caso di Bernie Sanders, senatore del Vermont e volto dell’ala più a sinistra del Partito democratico. Il 78enne nativo di Brooklyn è noto per le critiche mosse al libero commercio, reo a suo dire di avere danneggiato i lavoratori statunitensi e indebolito – uno su tutti – il settore manifatturiero.

Se da presidente userei i dazi? Certo, lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata

Bernie Sanders

Nella visione di Sanders, la Cina va contrastata, se necessario, con le stesse armi sfoderate da Trump: «Se da presidente userei i dazi? Certo», ha dichiarato ad agosto alla Cnn, «lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata. I dazi sono uno strumento. Stai guardando una persona, tra l’altro, che ha contribuito a guidare lo sforzo contro la normalizzazione delle relazioni commerciali con la Cina e il North American Free Trade Agreement (il Nafta, trattato di libero scambio del 1994 tra Usa, Canada e Messico, ndr)».

IL PATRIOTTISMO ECONOMICO DI WARREN

Al pari di Sanders, anche Elizabeth Warren s’è sempre posta in netto contrasto con le politiche di Pechino, la cui crescita – dice – porta con sé la lezione che «i guadagni economici legittimano l’oppressione». Warren si muove nel solco di quello che lei stessa ha definito “patriottismo economico”. E che ha portato alcuni osservatori a sostenere che la senatrice del Massachusetts potrebbe rivelarsi persino più dura con Pechino di quanto lo sia stato Trump in questi quattro anni. Secondo quanto dichiarato all’agenzia Reuters da Scott Lincicome, esperto di politica commerciale presso il Cato Institute, tanto il messaggio di Sanders quanto quello di Warren in materia di mercato «sono indistinguibili da quello di Trump».

BLOOMBERG, A CANOSSA DA XI

Agli antipodi della coppia Sanders-Warren troviamo Michael Bloomberg e Joe Biden. Il primo, dichiaratamente favorevole a una de-escalation con la Cina, è stato criticato in passato per alcune parole non proprio bellicose nei confronti del presidente Xi Jinping («Non è un dittatore. Nessun leader può sopravvivere senza il volere della maggioranza della sua gente», ha detto l’ex sindaco di New York) e per l’accondiscendenza del colosso dei media da lui fondato nei confronti di Pechino. Accondiscendenza emersa in particolare nel 2013, quando l’agenzia si autocensurò – bloccando un’inchiesta dei propri giornalisti sulle ricchezze della famiglia di Xi – per non perdere la licenza necessaria per operare in Cina. Piccoli indizi, che però hanno già portato una testata autorevole come Foreign Policy a chiedersi se Bloomberg, da presidente, non sarebbe troppo vulnerabile nei rapporti con Pechino.

Joe Biden.

LE CARTE DI BIDEN IL “NORMALIZZATORE”

Infine c’è Biden. L’ex vice di Barack Obama è stato fin troppo chiaro nel lasciare intendere come per lui la Cina sia tutto fuorché una minaccia: «La Cina? Ma dai!», ha detto a maggio 2019. «Non riescono nemmeno a capire come affrontare il fatto che hanno questa grande divisione tra il Mar Cinese e le montagne a Est… Voglio dire a Ovest». Un’uscita superficiale nei toni e nei contenuti, che gli costò critiche feroci da analisti e compagni di partito, Sanders in primis. Ma che dà l’idea di come, con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra Washington e Pechino sarebbero destinati a una progressiva normalizzazione.

Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo

Scott McCandless, PwC

«Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo», ha commentato di recente Scott McCandless, esperto di commercio alla PricewaterhouseCoopers, in articolo in cui Forbes definiva l’ex vice di Obama come «l’unico uomo che può salvare la Cina nel 2020».

IL LIBERO MERCATO TORNA DI MODA

Nel corso della campagna elettorale, Biden ha provato a mettere una pezza alle parole del maggio scorso, riconoscendo che «sì, siamo in competizione con la Cina, per noi è una sfida, in determinati contesti anche una minaccia». Tuttavia, l’ex vice presidente ha bocciato i dazi come strumento di pressione su Pechino, pur non chiarendo fino in fondo quali sarebbero i principi della sua politica commerciale. A differenza di Sanders, Biden sostenne la firma del Nafta nel 1994 come anche la distensione dei rapporti con la Cina. In un momento storico in cui il sostegno al libero mercato tra i cittadini statunitensi è in netta crescita (ad agosto 2019, due terzi si dicevano a favore), le battaglie del passato contro il protezionismo possono tornare utili a Biden per accreditarsi come normalizzatore nei rapporti commerciali con Pechino. E porsi, dinanzi a un elettorato logorato dalle guerre commerciali, come l’unica alternativa a Trump. Bernie Sanders e SuperTuesday permettendo.

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Ecco perché al Super Tuesday voto per Bernie Sanders

Se Joe Biden è riuscito a rinvigorire i moderati del partito democratico, il senatore del Vermont è carismatico e punta dritto ai problemi che affliggono questo Paese. Dopo quattro anni di Trump, se l’America deve cambiare, che cambi in meglio.

Alla fine eccoci: è arrivato il Super Tuesday in cui siamo chiamati a votare chi tra i dem potrebbe sconfiggere Donald Trump.

Sembra facile: dopotutto è stato il presidente peggiore del secolo, ne ha fatte di cotte e di crude. Ha superato un impeachment, ha distrutto tutto quello che (di buono) aveva fatto Barack Obama negli otto anni della sua presidenza; ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo. Insomma, un disastro.

E finalmente si può votare una persona che lo cacci dalla Casa Bianca. E ripristini una volta per tutte ciò che di positivo gli Stati Uniti rappresentano. 

BIDEN HA RINVIGORITO I CENTRISTI DEM

Eppure credo che sia tutt’altro che una passeggiata scegliere chi potrebbe davvero riuscire nell’impresa. Il partito dell’Asinello si trova in una posizione difficile: c’è chi crede fermamente nella sua centralità, rinvigorita da Joe Biden – che lunedì ha raccolto i voti di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati ritirati dalle Primarie – e chi crede che non sia il momento di proporre programmi estremi, almeno per gli Stati Uniti, come quelli di Elizabeth Warren e Bernie Sanders

LE DUE FACCE DELL’EX VICEPRESIDENTE

Joe Biden rappresenta un ritorno alla politica americana pre-Trump. Dopo quattro anni di incredibile smarrimento, è una certezza: l’America vera sta nel centro, senza nessuna esagerazione a destra come a sinistra. Biden ha un curriculum eccezionale, e non solo grazie a Obama di cui è stato il vice. È riuscito a far passare leggi importanti grazie alla sua capacità di accettare compromessi con i repubblicani. È riuscito a salvare le fabbriche automobilistiche; ha supportato il Violence against Women’s Act. Ed è in grado di intercettare il voto degli afroamericani e delle minoranze, fattore importante se non decisivo per vincere le primarie.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Ma anche dei lati oscuri: ha votato per la guerra in Iraq, è tra i responsabili della legge che ha fatto finire in carcere tantissimi ragazzi per crimini minori. Insomma, è un democratico di centro, bravo, ma non sempre convincente. Gli mancano, va detto, due cose importanti: il carisma di Obama e l’entusiasmo che potrebbe portare i giovani (che sono il vero punto interrogativo delle elezioni) a spegnere Netflix e andare a votare. Se fossi una persona coerente, forse voterei per lui. L’America post Trump ha bisogno di sicurezze, di stabilità. Di una persona che conosce bene come funziona Washington e che sa come e cosa proporre. Anche se è ben lontano dal fascino di Obama, ne sposa comunque la linea politica.

QUELLO DI SANDERS PER NOI È SOLO BUON SENSO

Eppure è difficile rimanere impassibili al programma e al carisma di Bernie Sanders. Soprattutto per noi europei che ci siamo trasferiti qui malgrado tutto. Ci sembra ovvio che la Sanità e l’Istruzione siano un diritto di ogni cittadino. Così come che la classe media abbia bisogno del sostegno del governo. Non si tratta di socialismo, parola che fa venire la grattarola a molti americani. Si tratta di senso comune. Da questa parte dell’Atlantico però significa votare per chi sembra essere un rivoluzionario, un outsider, e dopo quattro anni di destabilizzazione, mi chiedo se l’America sia pronta per altri quattro anni di confusione, di rivoluzione, o se sarebbe meglio ancora una volta votare per la solidità: cioè Biden.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

Questa volta però ho deciso di rischiare e scegliere Bernie. Perché siamo nel 2020 e il Pianeta sta andando a catafascio, perché ci sono ancora milioni di persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure mediche. Perché Wall Street deve cominciare a contribuire al bene comune. Ma soprattutto perché se l’America deve cambiare, spero che cambi per il meglio. E che Dio mi benedica.

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Perché il Super Tuesday 2020 è il più imprevedibile di sempre

Il 3 marzo una grossa fetta dell'elettorato dem è chiamata a scegliere il candidato che sfiderà Trump. Sul piatto oltre 400 delegati. Sfida al vertice tra Sanders e Biden che ha incassato gli endorsement di Buttigieg e Klobuchar. Dalle strategie alle variabili economiche: le cose da sapere.

Se non sarà il Super Tuesday più importante di sempre, sicuramente sarà il più imprevedibile. Il 3 marzo va in scena uno dei momenti chiave della lunga stagione delle primarie democratiche, appuntamento che precede la grande sfida a Donald Trump per la Casa Bianca, già segnata in rosso per il 3 novembre 2020.

Le incognite sul tavolo sono tante. In primo luogo la tenuta di Bernie Sanders come favorito per la nomination, l’ingresso dell’arena di dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg e il “momentum” di Joe Biden fresco vincitore delle primarie in Sud Carolina con un margine di oltre 30 punti su Sanders.

Il tutto condito dall’addio alla corsa dell’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, che nonostante la partenza a razzo in Iowa, ha mostrato pesanti limiti in Nevada e Sud Carolina. Non solo. Il 2 marzo è arrivato anche il passo indietro di Amy Klobuchar che ha annunciato subito il suo supporto all’ex vice di Barack Obama. A tutto questo poi farà da sfondo anche l’emergenza coronavirus, che negli ultimi giorni è arrivata anche negli Stati Uniti.

COS’È IL SUPER TUESDAY

La prima traccia della definizione “Super Tuesday” risale al giugno del 1976. Quell’anno le ultime primarie di California, New Jersey e Ohio regalarono la nomination a Jimmy Carter e Gerald Ford e per la prima volta un quotidiano, il californiano Lodi News-Sentinel, utilizzò la parola “Super Tuesday” per indicare la sfida finale per ottenere la nomination.

La copertina del Lodi News-Sentinel del 3 giugno 1976

Da allora il formato delle primarie è andato via via cambiando fino ad arrivare a una forma simile a quella attuale nelle primarie del 1988, quando un gruppo di Stati del Sud spinse per un’unica giornata di voto nelle fasi iniziali della campagna per influenzare gli esiti della corsa in modo più incisivo. Quattro anni prima, infatti, la sonora batosta di Walter Mondale contro Ronald Reagan aveva convinto molti che fosse necessario puntare su candidati centristi, magari del Sud. Cosa che però non successe dato che nel 1988 vinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, poi battuto da George H. W. Bush.

DOVE SI VOTA NEL 2020

Dal 2000 in poi il blocco del Sud è stato annacquato rendendo la giornata di voto aperta a tutti gli Stati. Quest’anno quelli chiamati alle urne sono 14: California, Utah, Colorado, Texas, Oklahoma, Arkansas, Minnesota, Tennessee, Alabama, Nord Carolina, Virginia, Vermont, Massachusetts, Maine. Sul piatto ci sono ben 1.357 delegati, circa un terzo di quelli complessivi. Per capire la portata basti pensare che nei nei primi tre Stati in cui si è votato, Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina, i delegati assegnati sono stati 155. Non solo. Per vincere la nomination un candidato ha bisogno di 1.991 delegati.

La mappa del voto: in blu gli Stati del Super Tuesday (Fonte: New York Times)

Il voto di quest’anno da Est a Ovest chiama alle urne Stati e popolazioni molti diverse tra loro. Si va dal super liberal Massachusetts, alle roccaforti repubblicane Texas e Oklahoma, con in mezzo i potenziali Swing States Colorado, Nord Carolina e Virginia. Per avere i risultati definitivi potrebbero volerci giorni. Lo stesso spoglio avverrà sfalsato ad esempio il Vermont (lo Stato di Bernie Sanders) chiuderà i seggi alle 19 (ora locale), mentre la California alle 23.

COME ARRIVANO AL VOTO I CANDIDATI

Ovviamente nessuno può vincere la nomination già al Super Tuesday, ma gli esiti potranno dare indicazioni molto significative sull’andamento della campagna elettorale. Le cose da osservare nel voto del 3 marzo sono almeno tre e riguardano quelli che al momento sono i principali candidati in corsa per la nomination: il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’ex vice presidente Joe Biden e l’ex primo cittadino di New York Michael Bloomberg.

LA STRATEGIA DI SANDERS

Tra i candidati quello che testerà la sua candidatura in modo più forte sarà Sanders. Secondo quanto scrive il Washington Post, il senatore sta battendo soprattutto la California. Secondo gli ultimi sondaggi Sanders potrebbe essere l’unico candidato capace di toccare il 15% dei consensi nelle varie circoscrizioni, una soglia che permette di ottenere dei delegati. Sopra quel limite i delegati vengono poi distribuiti in maniera proporzionale.

Bernie Sanders durante un comizio a Los Angeles, California.

Secondo le stime di FiveThirtyEight Sanders dovrebbe aggiudicarsi circa 63 delegati contro i 43 di Biden, i 22 di Warren e i 14 di Bloomberg. Da un lato la strategia potrebbe aiutarlo a dare una spinta decisiva, dall’altro non va dimenticato che i risultati definitivi potrebbero arrivare con qualche giorno di ritardo. Allo stesso tempo in tutti gli Stati si vedrà se il “modello Nevada“, sul coinvolgimento di giovani e minoranze sia in grado di essere replicato altrove.

L’INCOGNITA BLOOMBERG E GLI INVESTIMENTI IN TEXAS E CALIFORNIA

I 415 delegati californiani fanno gola soprattutto a Mike Bloomberg. L’ex sindaco della Grande Mela ha puntato molto sul Golden State, con spot al tappeto, guerra dei meme e eventi pubblici. Basti pensare che a 27 febbraio il tycoon aveva aperto ben 22 uffici elettorali, come Sanders, contro i tre di Elizabeth Warren e uno di Joe Biden. Aveva speso 46 milioni di dollari in spot televisivi e lanciato una campagna di assunzioni per oltre 800 membri dello staff. Tra dicembre e gennaio il miliardario ha assunto come consiglieri per la sua campagna elettorale: Alexandra Rooker, vice segretaria della sezione californiana del partito democratico; e Carla Brailey, vice segretaria del Partito democratico per il Texas.

L’ex sindaco di New York City Mike Bloomberg durenate un comizio a San Antonio, Texas.

E proprio a Sud si potrebbe giocare la partita decisiva per il destino di Bloomberg. Anche nel Lone Star State la spesa non è stata indifferente: 35 milioni di spot, un quartier generale a Houston, 27 uffici sparsi nello Stato, e 160 nuove assunzioni. Secondo FiveThirtyRight i massicci investimenti di Bloomberg potrebbero non bastare dato che dovrebbe portare a casa solo 17 delegati sui 228 disponibili. A contendersi i restanti ci sarebbe il testa a testa tra Sanders e Biden, entrambi quotati a 28-29. Tutta da verificare, invece, la strategia di puntare al voto afroamericano visto l’ampio successo di Biden in Sud Carolina.

IL RILANCIO DI BIDEN COME ULTIMA SPERANZA DEI MODERATI

La terza cosa da tenere d’occhio il 3 marzo saranno quindi i risultati dell’ex senatore del Delaware che potrebbe tornare a sfidare apertamente Sanders. Due fonti della campagna elettorale di Biden hanno fatto sapere alla Cnn che la strategia è quella di contenere Sanders e restare competitivi, magari distaccando ulteriormente il gruppo degli inseguitori. L’approccio, hanno aggiunto le fonti, è quello di puntare a vincere negli Stati del Sud che mostrano profili demografici simili alla Sud Carolina, come Alabama, Arkansas, Tennessee e Nord Carolina. Senza dimenticare il Texas dove si è recato per una serie di comizi già il 2 marzo.

Joe Biden durante un rally in una scuola di Norfolk, in Virginia.

Sul fronte economico intanto Biden ha rimpolpato le finanze della sua compagna con 10 milioni di dollari arrivati tra sabato e domenica, molto più di quanto raccolto a gennaio e vicini ai 18 arrivati a febbraio. Una cifra ragguardevole lontana però dai 46 raccolti da Sanders e dai 29 raccimolati da Warren.

IL PESO DEGLI ENDORSEMENT

Il voto in Sud Carolina ha avuto però un effetto valanga su tutta la campagna e tra il 2 e 3 marzo una serie di movimenti nell’area moderata hanno rimescolato le carte. A meno di 24 ore dal Super Tuesday, infatti, Biden ha incassato tre sostegni di peso. Quello degli ormai ex candidati Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e anche quello di Beto O’Rourke, ex deputato di El Paso che nel 2018 aveva quasi battuto il senatore Ted Cruz. I tre si sono presentati sul palco di Dallas, in Texas per sostenere ufficialmente Biden. L’ex primo cittadino dell’Indiana è addirittura volato da South Bend in Texas per incontrare l’ex vice presidente. Nella notte che ha preceduto il suo addio, ha scritto la stampa americana, avrebbe anche avuto una conversazione telefonica con l’ex presidente Barack Obama.

Gli interventi da Dallas in favore di Biden di O’Rourke, Klobuchar e Buttigieg.

LE ULTIMISSIME CHANCES DI WARREN

Se il fronte moderato sembra essersi ricompattato intorno a Biden, non può dirsi altrettanto per quello più a sinistra. Il Super Tuesday sancirà anche se nel proseguo della corsa ci sarà ancora spazio per Elizabeth Warren, che insieme a Klobuchar aveva ricevuto l’appoggio del New York Times il 20 gennaio scorso. La corsa della senatrice del Massachusetts non ha mai preso un vero slancio. Pur avendo risultati meno esaltanti di Buttigieg resta in corsa anche perché si vota nel suo stato, il Massachusetts. Difficile dire se sarà in grado di rilanciare la campagna elettorale, forse una vittoria in un paio di Stati o un conto dignitoso di delegati potrebbe aiutarla a sopravvivere, magari raccogliendo nuove donazioni, per ritentare la sorte nei sei Stati in cui si vota il 10 marzo prossimo.

Le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar durante una marcia a Selma, in Alabama.

LE INDICAZIONI ECONOMICHE DEGLI ELETTORI

Con ogni probabilità il Super Tuesday darà sicuramente indicazioni significative in vista del 3 novembre. Gli Stati chiamati alle urne sono molto diversi tra loro. Il Times ha provato a mostrare questa diversità incrociando due valori: la crescita dei posti di lavoro l’andamento dei redditi. In questo modo è stato possibile creare quattro categorie: Stati con redditi alti e aumento dei posti di lavoro; Stati con redditi più bassi ma aumento dei posti di lavoro; Stati con bassi redditi e un mercato del lavoro contratto; e Stati con redditi alti e crescita lenta dell’occupazione. In un simile scenario tutte e quattro le zone mostreranno i sentimenti dell’elettorato dem sul piano economico, reagendo, o meno alle ricette dei candidati, da quelle socialiste di Sanders alla promessa della gestione manageriale fatta da Bloomberg.

GLI UTLIMI SONDAGGI IN VISTA DEL VOTO

Gli addii di Buttigieg e Klobuchar sicuramente avranno un impatto quasi imprevedibile ridisegnerà corsa e sondaggi. Al momento secondo Real Clear Politics a livello nazionale il favorito resta Sanders con il 29,6% dei voti, seguito da Biden (19,8%), Bloomberg (16,4%) e Warren (11,8%). Ma i sondaggi nazionali dicono poco anche in vista del voto di novembre dato che i super-delegati vengono assegnati Stato per Stato. In California, secondo una rilevazione di CBS News, il margine di Sanders molto ampio col 31% (e Biden al 19%). Più ristretto quello in Texas con una distanza tra i due di soli 4 punti, 30% contro il 26%.

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Il socialismo di Sanders può attendere: Trump vincerà ancora

Ce lo insegna la storia americana. E la costante erosione dei consensi democratici, già con Obama. Certo, se il senatore del Vermont non verrà fermato alla Convention di Milwaukee, vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere il tycoon dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

Conviene mettersi tranquilli e cercare di sopravvivere. Salvo fatti nuovi, sarà Donald Trump a vincere le Presidenziali del 3 novembre prossimo.   Come ipotesi è oggi la più realistica.

Gli scommettitori americani attribuiscono al momento il 22% di possibilità a Bernie Sanders e il 7% al secondo nella scala delle probabilità fra i democratici, cioè Michael Bloomberg. A Joe Biden va attorno al 4%

Una probabile vittoria di Trump è fastidiosa perché l’uomo è di basso livello, a parte l’evidente fiuto politico, o meglio elettorale.

TRUMP E IL SUO DISPREZZO PER NATO E UE

È l’assenza di una vera politica estera che più preoccupa in Europa. La sua è un linea da sempre tipica del nazionalismo di destra americano, fatta di confronti duri nei quali gettare il peso degli Usa, di rivalse protezionistiche e non di rifiuto di ogni condizionamento. Ne deriva il suo disprezzo per gli stessi pilastri creati da Washington nel tempo come la Nato o da Washington appoggiati come Cee ed Ue. È una costante che va da Harry Truman a Bill Clinton e anche poi, nonostante i tempi mutanti, a Bush figlio e a Barack Obama, quest’ultimo peraltro poco interessato all’Europa ma non al punto da non uscire allo scoperto poco prima del referendum sulla Brexit del 2016 a favore di un’Europa unica, Regno Unito compreso. Imbaldanzito da una eventuale rielezione e dallo scampato impeachment, Trump sarebbe nel secondo mandato ancora peggio.

LA NOSTALGIA PER LA PAX AMERICANA

L’ex immobiliarista disinvolto è al timone di un Paese troppo grosso e forte per poter essere ridotto a miti consigli, se necessario, ma ormai troppo piccolo per dominare il mondo come ha fatto a lungo, determinando vari equilibri. C’è nostalgia per la Pax americana ma il primo a dichiararla più defunta di quanto non sia è proprio Trump, che la considera un impaccio agli interessi di Washington. Con lui l’America naviga senza bussola se non l’“istinto” del presidente e i suoi tweet. È chiaro che l’America è ormai post-egemonica, siamo di fronte a un nuovo equilibrio globale i cui pilastri dovrebbero essere gli Stati Uniti, ancora a lungo in grado di essere il primus inter pares, la Cina e l’Europa di Bruxelles. Forse anche l’India. 

Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale

La Russia è un caso diverso, gigante militare e nano economico, l’esatto opposto dell’Unione europea. Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale. Trump cancella questo secolo, e sarebbe un perfetto isolazionista se l’isolazionismo fosse ancora credibile, come si illude sia possibile una parte non piccola dei suoi seguaci. Del resto, difficilmente Trump saprebbe semplicemente spiegare a una scolaresca di 13enni la diplomazia americana nel 900. Trump è fra quelli che, poiché fanno la Storia, si ritengono esentati dal conoscerla.  

IL TYCOON SPINTO DALLA TENUTA DELL’ECONOMIA

È difficile scalzare un presidente in carica che si ripresenta, soprattutto se non ci sono tragedie di politica estera tipo Vietnam o un’economia pesante.

Donald Trump (Getty Images).

Con Trump l’economia è tutt’altro che in equilibrio stabile, il debito  pubblico continua a crescere come con Obama, che però doveva affrontare il crac del 2008-2011, ma Wall Street ha dato finora soddisfazioni; il reddito mediano (a metà della scala) delle famiglie è vicino ai 65 mila dollari contro i 50 mila del 2011 mentre la disoccupazione, comunque sia,  lavori precari o no, è ai minimi. Dal 1880 un presidente in carica che si ripresenta ha perso solo sei volte, e se era subentrato a un predecessore del partito opposto, come Trump, solo due volte, con S. Grover Cleveland sconfitto nel 1888 ma che tornò alla Casa Bianca nel 1893, e Jimmy Carter sconfitto nel 1980.

LE ONDE LUNGHE DEL PREDOMINIO GOP

Oggi i progressisti non esistono praticamente più fra i repubblicani, e  certamente non tutti i democratici lo sono. Le onde lunghe della politica americana sospingono ormai da quasi 50 anni i conservatori repubblicani, e il partito dal 1968 ha tenuto la presidenza  per 32 anni contro i 24 dei democratici. Il Vietnam, un errore essenzialmente dei democratici, li ha rilanciati dopo la lunga eclissi subita da Roosevelt in poi, compresa la presidenza di Dwight Eisenhower (1952-1960) repubblicana ma di conio diverso rispetto alla destra del partito, dalla quale i repubblicani di oggi, e non da oggi, discendono. Negli Anni 70 i democratici diventarono un partito decisamente di sinistra, e con George McGovern presero nel 1972 solo uno Stato, il Massachusetts, e 17 voti elettorali contro i 520 di Richard Nixon

La promessa obamiana del “grande cambiamento” restò tale. Molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. In 8 anni i democratici persero 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali

Nello sbandamento postvietnamita i repubblicani erano tornati a essere il partito dell’identità e dell’ordine, e come tali anche oggi si presentano. I democratici sono il partito del cambiamento, erano il partito delle “periferie” e quindi del Sud, sono rimasti il riferimento degli immigrati oggi soprattutto latinos. Ma il Sud è da tempo perduto, nel 2016 ha votato in massa per Trump, esclusa la sola Virginia, confermando la profezia attribuita a Lyndon Johnson dopo il Civil Rights Act del 1964: «Il Sud è perduto per una generazione». Ne sono passate due abbondanti e il Sud non è mai stato così repubblicano, e così perduto.

L’IMPRONTA DI ROOSVELT

L’America che conosciamo è stata modellata soprattutto da Franklin Roosevelt, Harry Truman, Dwight Eisenhower che oggi sarebbe una mosca bianca fra i repubblicani, John Kennedy e Lyndon Johnson. Ronald  Reagan, che pure era una costola di Barry Goldwater, il padre (non bigotto) del moderno conservatorismo politico e molto critico di Roosevelt, toccò ben poco dell’impianto del New Deal, salvo che, malauguratamente, in finanza. Ma con la sua retorica di destra quella reaganiana resta la stagione politica che più ha influenzato l’America degli ultimi 50 anni. 

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Alexandria Ocasio Cortez.

QUELLA MAGGIORANZA DEMOCRATICA EMERGENTE

Nel 2002 due politologi e commentatori, John Judis e Ruy Teixera,  scrivevano in un saggio di grande successo (The Emerging Democratic Majority) che la demografia e una nuova alleanza tra minoranze etniche, donne single, elettori con formazione universitaria e lavoratori super-specializzati era destinata a dominare la politica a lungo.

La sinistra dem è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere

Il voto in Florida che nel 2000 aveva dato la Casa Bianca ai repubblicani era un incidente, dicevano, e in effetti lo fu. Ma se avessero esaminato più attentamente la presidenza di Bill Clinton, l’uomo che finalmente e dopo la lunga marcia nel deserto aveva riportato nel 1992 i democratici alla Casa Bianca, avrebbero visto che si era trattato di un grande recupero di voti nel centrodestra dello schieramento e di un avvicinamento al sentire conservatore, ormai  forte nell’elettorato. Nell’agosto del 1996, in piena campagna elettorale per il suo rinnovo, Clinton varò i maggiori tagli mai subiti dal welfare roosveltiano e post-roosveltiano, e anche con questo vinse, e bene, a novembre di quell’anno.

LA PROMESSA DEL GRANDE CAMBIAMENTO OBAMIANO

Barack Obama sembrò incarnare nel 2008 la teoria di Judis e Teixera sulla nuova maggioranza democratica. Ma Obama suggellò la vittoria solo grazie  al disastro finanziario dell’estate a autunno 2008. Si votava con il Paese sull’orlo dell’esplosione nucleare. La promessa del “grande cambiamento” restò una promessa, molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. Negli otto anni di Obama i democratici perdevano 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali. Oggi, dopo alcuni progressi nelle midterm del 2018, controllano le due camere in 19 Stati (in 27 nel 2008) mentre i repubblicani lo fanno in 29. Obama inoltre fu il primo presidente, dopo oltre 100 anni, a essere rieletto con un netto calo di voti rispetto alla prima elezione: 3,5 milioni in meno.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

LA CORSA DI SANDERS

I tempi sono con Trump, purtroppo. E Trump ha inoltre dalla sua la chiarezza con cui annuncia agli elettori la sua politica, America First. Il verbo nazionalista è sempre chiaro soprattutto per le menti più semplici. Anche quello che forse sarà il suo avversario, il socialdemocratico Bernie Sanders che mai è stato democratico ma del partito potrebbe essere il portabandiera più probabile, è altrettanto chiaro, e questa è la sua forza con il potenziale elettorato. Vuole elementi di socialismo, come si diceva una volta in Italia, nel grande corpaccione americano. La sinistra dei democratici è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez, altre e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere. È un’operazione difficile perché molti americani hanno sempre considerato l’americanismo come una grande promessa di suo, pari anzi molto superiore, e antagonista, rispetto al socialismo. Tuttavia se Sanders andrà avanti così, non verrà fermato alla Convention democratica di Milwaukee a luglio, e otterrà un numero decente di voti elettorali, ben più di McGovern nel 1972 (non un’impresa ardua) vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere Trump dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

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Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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Cos’è successo nelle primarie democratiche in Iowa

Avvio flop per la campagna dem. Nella notte si blocca il sistema di conteggio delle preferenze costringento la divisione locale del partito dell'asinello a rimandare la diffusione dei dati.

Nottata da incubo per il partito democratico americano. L’avvio delle primarie in vista delle presidenziali di novembre coi caucus dell’Iowa doveva essere il trampolino di lancio per i candidati in vista della sfida a Trump. Ma un complicato sistema di conteggio unito a un app per la raccolta voti malfunzionate ha bloccato il rilascio dei risultati, costringendo a uno slittamento superiore alle 24 ore.

LEGGI ANCHE: Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Nella notte il comitato locale del partito aveva detto che il ritardo era dovuto a «un controllo di qualità sui risultati in arrivo». Ma Wolf Blitzer della Cnn ha ricordato che nel 2016 a quest’ora erano già stati diffusi i risultati del 70% dei caucus. Alle 23.00 ora locale, ore 5.00 del mattino di martedì 4 febbraio in Italia, solo il 25% dei voti è stato conteggiato, rendendo così impossibile dare i primi risultati. Nel corso della nottata i funzionari dem hanno fatto sapere che i ritardi hanno mostrato delle «contraddizioni» ma «non sono il risultato di un’intrusione di hacker».

AVVIATO IL CONTEGGIO A MANO

I dirigenti hanno poi telefonato alle campagne dei candidati per informarli sui ritardi dei risultati dei caucus. Il direttore della comunicazione del partito Mandy McClure ha spiegato che il ritardo è anche il risultato del cambio di regole, che impone al partito di gestire e diffondere tre tipi di dati: quelli della prima votazione, quelli della seconda e quelli relativi ai delegati conquistati. McClure ha aggiunto che il per ora ha i dati di circa il 25% dei caucus, mentre l’afflusso è in linea con quello del 2016. Alla fine per cercare di uscire dall’impasse è stato deciso il conteggio a mano. Secondo la Cnn questo dovrebbe portare a un rilascio dei risultati nel corso del 4 febbraio.

BERNIE SANDERS DICHIARA LA VITTORI

I comitati dei vari candidati hanno comunque avuto una prima stima dei numeri raccolti con Bernie Sanders che ha detto di essere vicino alla vittori. La campagna di Bernie Sanders ha diffuso i suoi risultati interni, corrispondenti a circa il 40% dei caucus in Iowa, dai quali emerge che il senatore del Vermont è primo nel conteggio finale con il 29,66%, seguito da Pete Buttigieg col 24,59%. Terza la senatrice Elizabeth Warren col 21,24%. Joe Biden quarto col 12,37%, mentre la senatrice Amy Klobuchar è al 11%. Sotto l’1% gli altri candidati. Se il trend fosse confermato, si tratterebbe di una conferma superiore alle attese per Sanders e di un exploit per Buttigieg, che si imporrebbe come leader moderato ai danni di un molto deludente Biden e di una Klobuchar comunque in rimonta. La Warren dimostrerebbe invece di poter rimanere in corsa nel duello a sinistra con il senatore del Vermont. La campagna di Sanders ha giustificato così la decisione di diffondere dati parziali interni: «Riconosciamo che questo non rimpiazza i dati completi del partito democratico dell’Iowa ma crediamo fermamente che i nostri supporter abbiano lavorato troppo a lungo per vedere ritardati i risultati del loro lavoro».

BUTTIGIEG: «ANDREMO IN NEW HAMPSHIRE DA VITTORIOSI»

«Che nottata! Non sappiamo i risultati dell’Iowa ma andremo in New Hampshire vittoriosi», ha affermato Pete Buttigieg salendo sul palco del suo quartier generale in Iowa quando ancora l’esito delle primarie democratiche è tutto da definire. «Siamo gli unici che abbiamo una nuova idea per Washington», ha detto ai suoi supporters.

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Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Trentotto anni, veterano dell'Afghanistan e apertamente gay: chi è il centrista che insidia Biden e Sanders.

La strada verso le presidenziali del 3 novembre 2020 è tutta in salita. Ma la lunga cavalcata delle primarie dem potrebbe presto riservare delle sorprese.

Una di queste potrebbe essere Pete Buttigieg, l’unico vero outsider capace di giocarsi qualche chance di sopravvivere alla prima tornata di primarie che inizia il 3 febbraio con i caucus in Iowa.

Trentotto anni, ex sindaco di South Bend (Indiana), ex veterano dell’intelligence in Afghanistan (prestò servizio nel 2014 mettendosi in aspettativa), gay e felicemente spostato con un insegnante. Il cv di Pete, diminutivo di Peter Paul Montgomery, sembra in linea con il vento che sta soffiando nel partito dell’asinello, aperto a minoranze e sempre più a sinistra. Ma in realtà Buttigieg (si pronucia Boot-edge-edge) si mostra molto più moderato dei più noti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

UN MODERATO PER PUNTELLARE IL PARTITO

Dato per spacciato ancora prima di iniziare la corsa, l’ex sindaco di South Bend, cittadina da 100 mila abitanti tra Indiana e Michigan, ha mostrato grande preparazione, competenza e lucidità. Parla sette lingue (norvegese, arabo, spagnolo, maltese, farsi, francese e italiano) e ha studiato in alcune delle più prestigiose università del mondo come Harvard e Oxford. “Major Pete”, come si fa chiamare per evitare agli interlocutori errori di pronuncia del suo cognome, è stato eletto sindaco per la prima volta nel 2011 con il 74% dei voti e riconfermato nel 2015 con oltre l’80 delle preferenze. Insieme a Biden rappresenta l’anima centrista del partito. Una figura che dal lancio della candidatura anziché perdere smalto ne ha acquisto sempre di più. In particolare potrebbe riconquistare l’elettorato dem in quel Midwest che nel 2016 ha premiato Donald Trump.

Supporter di Pete Buttigieg a ridosso dei caucuses in Iowa

IL PROGRAMMA TRA SANITÀ E RIFORMA DELLA CORTE SUPREMA

Rispetto alle posizioni radicali di Sanders e Warren, Buttigieg punta a costruire convergenze tra moderati dem e repubblicani. Non a caso ha accettato l’invito a partecipare a un programma su Fox News, rete vicina al Gop e soprattutto al presidente Donald Trump. I suoi cavalli di battaglia sono principalmente due: una riforma istituzionale che modernizzi in particolare il ruolo della Corte suprema e aggiustamenti moderati per la Sanità, respingendo la proposta di Sanders di una Medicare for all che mira a mandare in soffitta il vecchio sistema sanitario americano. In più di un’occasione ha parlato anche del cambiamento climatico mettendo in luce come la sua generazione si troverà a gestire le conseguenze del riscaldamento globale. Tra gli altri temi a cui si è dimostrato sensibile anche la concessione della cittadinanza ai Dreamers, i figli dei migranti irregolari nati sul territorio statunitense, e l’aumento dei controlli per i possessori di armi da fuoco.

SONDAGGI: OLTRE IL 10% IN IOWA E NEW HAMPSHIRE

Al momento secondo il sito Real Clear Politics Buttigieg è al 6,7% nei sondaggi nazionali, ma questo tipo di rilevazione vale poco dato che poi primarie e presidenziali si giocano Stato per Stato. In Iowa all’ultima rilevazione è dato al 16,4%, alle spalle di Sanders (24,2%) e Joe Biden (20,2%). Numeri analoghi anche in New Hampshire dove si vota l’11 febbraio: 14,8% sempre alle spalle dell’ex vicepresidente (16,8%) e del senatore del Vermont (26,3%). Il precorso di Buttigieg però è tutt’altro che semplice. Il suo “centrismo” non attira il voto dei millenials che sembrano preferire le inclinazioni socialiste di Sanders e di riflesso di Alexandria Ocasio-Cortez. Allo stesso tempo potrebbe mancare anche il supporto della comunità afroamericana che guarda con più favore l’ex numero due di Obama, Joe Biden.

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