Per la Bce il peggio deve ancora venire

Francoforteè pronta ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e «ribadisce il massimo impegno» a sostegno dei cittadini. Ma le previsioni sull'Eurozona fanno tremare le borse: nel secondo trimestre il Pil può crollare tra il -5 e il -12%.

La Bce continuerà ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e finché non sarà ritenuta «conclusa la fase critica legata al coronavirus». Il Consiglio «ribadisce il massimo impegno» a fare il necessario «per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà».

NEL SECONDO TRIMESTRE PIL DELL’EUROZONA TRA -5 E -12%

Ma l’Eurotower avverte che nel secondo trimestre dell’anno la situazione potrebbe rivelarsi ancora più grave del primo quando il Pil dell’Eurozona ha segnato -3,8%. Ci si attende infatti una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra il -5 e -12%

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E Karlsruhe si fece autogol

La sentenza della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza. Ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, non solo in Germania. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, i giudici minano un'altra sacralità: quella della Bundesbank e oggi della Bce.

Non c’è pace per Karlsruhe. I giudici costituzionali tedeschi hanno deciso che i colleghi della suprema magistratura Ue del Lussemburgo sono andati ultra vires, hanno travalicato cioè i limiti del loro potere, quando a fine 2018 sentenziavano che il Quantitative easing (Qe) della Bce e l’intera politica del whatever it takes di Mario Draghi rilanciata da Christine Lagarde era in linea con i Trattati.

Non fino in fondo, dicono ora da Karlsruhe, e il Qe va giustificato meglio. Ma così facendo anche gli alti magistrati tedeschi sono finiti ultra vires, nel complicato tentativo di giustificare questa richiesta, adottando un complicato ragionamento legale che la Gcc (acronimo dell’inglese German Constitutional Court) persegue con tenacia soprattutto da Maastricht in poi (1992), e che la porta a rifiutare la subalternità rispetto alla suprema magistratura Ue (Ecj, European Court of Justice).

I nostri sovranisti che subito si sono rallegrati martedì scorso per un possente siluro alla Bce e per una probabile crisi dell’euro, invitando gli italiani «a ripensare al diritto di emettere moneta» (Matteo Salvini), farebbero bene a prendere fiato e a cercare di capire meglio.

IL TENTATIVO DI DICHIARARE IL QE FUORI LEGGE

Alcuni anni fa quattro diversi gruppi, anche con personaggi di rango, uno guidato da Bernd Lucke, professore ad Amburgo e cofondatore del partito sovranista Alternative für Deutschland, chiedevano alla Gcc di dichiarare il Qe fuori legge. La Gcc girava il quesito alla Ecj. E ora, pur ugualmente rigettando il ricorso di Lucke e altri, dice che la Ecj è andata ultra vires, non poteva cioè assolvere così facilmente la Bce, e che per giustificarsi la Bce deve spiegarsi meglio, entro tre mesi; questo consente giustamente ai ricorrenti di cantare vittoria. Lo fa però con un ragionamento complicatissimo, non nuovo, ma sempre terreno minato.

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UNA QUESTIONE COSTITUZIONALE

Al centro c’è il concetto di democrazia che solo il vecchio Stato-Nazione dice da tempo Karlsruhe, costruito attorno al concetto di “popolo uniforme”, può esprimere. È una tesi, non una verità rivelata. La scienza politica degli ultimi 100 anni avrebbe da obiettare, e il caso svizzero, canadese e belga pure. Dal “popolo uniforme” discende la sacralità della Costituzione del 1949, che in Germania per un complesso di complicazioni di quegli anni si chiama sempre e solo Grundgesetz, legge fondamentale, e mai Verfassung (Costituzione), e soprattutto dei suoi articoli 1-19 sui diritti fondamentali e della “clausola di eredità” dell’articolo 79 comma 3, dove si dice che quei diritti sono non emendabili, il testo cioè non può essere cambiato. Era ed è una garanzia anti-totalitaria. Tra questi ci sono i diritti economici, che il Qe potrebbe ora avere infranto. Sostanzialmente, i diritti dei risparmiatori danneggiati dai bassi tassi Bce di cui il Qe è stato una delle cause. E quindi Francoforte si deve spiegare meglio. Per sua comodità la Gcc ignora il concetto di “unità europea” iscritto nel preambolo di una Grundgesetz che fu scritta anche, di fatto, dagli americani, impegnati allora nel Piano Marshall, uno dei padri nobili di Ceca e Mec e dell’Europa comunitaria.

LA SENTENZA DEL 5 APRILE IGNORA L’EUROPARLAMENTO

L’Unione sarebbe quindi alla fine un sistema democratico senza vera legittimità propria, ma solo derivata dalla vera legittimità degli Stati-Nazione. Per sostenere questa tesi occorre ignorare però il ruolo del parlamento europeo, che dopo Lisbona soprattutto (2007) ha una chiara identità democratica. E di fronte al quale più volte l’anno il presidente della Bce deve spiegare le politiche monetarie, facendo ciò che adesso la Gcc chiede di ripetere per spiegare la proporzionalità. E difatti la sentenza del 5 aprile ignora del tutto il parlamento, citato 13 volte ma solo come riferimento bibliografico nelle 110 pagine dell’originale tedesco e 94 della traduzione inglese. Il parlamento è per i giudici fuori quadro, non c’è. E difatti se ci fosse direbbe che un po’ di democrazia propria l’Unione ce l’ha.

SI MINA L’INDIPENDENZA DELLA BUNDESBANK

Quella della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza, ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, in Germania e non solo. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, in Germania per vari motivi più radicata ancora che in Italia nella cultura nazionale (è il documento che avvia la riabilitazione dall’onta nazista), i giudici sono andati a toccare un’altra sacralità, quella della Banca centrale indipendente, prima Bundesbank e oggi la Bce sulla Bundesbank modellata, il simbolo economico della democrazia tedesca e prototipo mondiale dal 1957 del libero istituto di emissione. Impartiscono ordini non solo alla Bce ma anche direttamente alla Bundesbank. Dal 5 aprile, è chiaro, l’indipendenza Bundesbank non è più quella che è stata.

I VANTAGGI HANNO COMPENSATO GLI EVENTUALI SVANTAGGI

La richiesta di ulteriori giustificazioni dovrebbe servire a dimostrare tra l’altro che gli svantaggi inflitti ai risparmiatori – (remunerazione nulla dei risparmi) questo il nocciolo del ricorso di Lucke e altri – sono stati debitamente compensati da altri vantaggi, e che il tutto non ha indebitamente privilegiato nessuno. Nel mirino qui c’è prima di tutto l’Italia. Ma sono necessarie altre spiegazioni o è tutta scena? In una completa esposizione fatta proprio al Juristische Studiengesellschaft di Karlsruhe l’11 febbraio scorso, il membro tedesco del Consiglio esecutivo Bce, Isabel Schnabel, aveva preventivamente smontato il ragionamento Gcc, già facilmente prevedibile, deprecato i livelli di scorrettezza e banalità ai quali era giunto il dibattito sulla Bce in alcuni settori della società tedesca, e fornito con cifre, infografiche e tutto il bagaglio possibile spiegazioni su come, se c’era stato un prezzo imposto ai risparmiatori, c’erano stati vantaggi per lavoratori e imprese, anche in Germania, e non c’erano stati i danni su cui ora la Gcc chiede giustificazione. È una lettura consigliabile, reperibile sul sito Bce.

«LA CORTE SENZA LIMITI»

Ma non è servito a nulla. Se l’europarlamento è ignorato, se l’intera Ue vive di luce democratica riflessa, che dire della tecnocratica Bce, anche a costo di colpire il dogma dell’indipendenza Bundesbank? Una robusta scuola giuridica tedesca attacca da anni quelli che definisce gli eccessi della Gcc, «la corte senza limiti», Karlsruhe locuta causa finita, dopo le parole di Karlsruhe non c’è più nulla da dire, Quod non est in constitutione non est in mundo, ciò che non è nella costituzione non esiste al mondo. Parlavano già nel 2011 (Daniel Halberstam e Christoph Möllers) del «profondo fallimento dell’idea riflessa di sovranità nazionale che la Corte persegue», mentre un altro giurista del gruppo, Christoph Schönberger – sono tutti costituzionalisti, docenti di diritto pubblico e di filosofia del diritto nelle migliori università tedesche – definiva già alcuni anni fa la tesi che fa lo Stato-Nazione l’unico vero depositario della democrazia «una arrogazione di poteri senza precedenti». In fondo, è lo stesso principio che ha ispirato i più ardenti brexiteer britannici e che alcuni di loro hanno in modo identico espresso.

PER SCHAEUBLE LA SENTENZA È UNA MINACCIA PER L’EURO

Le reazioni sono state nette anche in Germania, con solo i due giornali decisamente conservatori, la Bild e Die Welt, che hanno salutato il verdetto con pieno favore. L’ex presidente Bundesbank Ernst Welteke osserva che la sentenza indica chi è stato danneggiato dal Qe ma non chi è stato favorito in Germania, ricorda che i Trattati proibiscono a Bce e qualsiasi banca centrale dell’Eurosistema «di ricevere istruzioni da istituzioni comunitarie, da governi dei Paesi membri o da altre entità». E qui, si può aggiungere, si tratta di ben altro che di istruzioni, si tratta di un secondo mandato, la salvaguardia dei risparmiatori, da aggiungere a quello prioritario e unico della salvaguardia del valore della moneta. «A mio giudizio», dice Welteke, «il governo tedesco dovrebbe rifiutare la richiesta della corte di sovraintendere a un processo (le ulteriori spiegazioni richieste, ndr) che probabilmente danneggia quella Bce che lo stesso governo tedesco ha contribuito a creare 22 anni fa». La sentenza è una minaccia per l’euro, dice Wolfgang Schaeuble, storico ex ministro Cdu delle Finanze e presidente del Bundestag. Se da un lato la Bce deve attenersi al suo mandato, dall’altro la Gcc, sostiene, non può facilmente sottrarsi alla supremazia della Ecj.

LA GCC È SCIVOLATA SU POSIZIONI NAZIONALISTE

La linea seguita dagli 8 (o meglio 7, uno ha votato contro) magistrati di Karlsruhe viene da lontano. E per capirla potrebbe essere utile un chiaro articolo di una docente italiana, Francesca Astengo, oggi all’università di Nizza, comprensibile anche a profani di diritto, intitolato Karlsruhe-Luxembourg: A New Distance after the 2009 Lisbon Treaty Rule, pubblicato nel 2012 dalla Revue Québecoise de Droit International. È una analisi di come la linea della Gcc si è progressivamente irrigidita su posizioni nazionaliste e di come la corte, è possibile aggiungere, si è sempre più spinta di fatto ultra vires, al di là delle proprie competenze. Questo giudizio va letto in parallelo, e in contrasto, con la soddisfazione con cui i ricorrenti hanno commentato il verdetto dei giorni scorsi, che respinge la loro tesi, ma più formalmente che in realtà. Uno di loro, Markus C. Kerber, avvocato e docente al Politecnico di Berlino, non si aspetta nulla di immediato ma saluta «la storica sentenza del 5 aprile che apre un nuovo capitolo. E questo potrebbe essere un processo con un risultato dirompente». Resta da vedere se dirompente per l’Unione o dirompente per la Gcc, e questo dovranno deciderlo soprattutto i tedeschi, ma non solo. Astengo ricordava già 8 anni fa come sia «piuttosto ironico che la stessa istituzione che ha dedicato così tanti argomenti per sostenere il carattere ‘non democratico’ dell’Unione sia intenta a creare per se stessa il ruolo di ultimo arbitro del cammino europeo, ponendo così il destino di un progetto che determina il cammino di 500 milioni di europei nelle mani di pochi – anche se illuminati – giudici di Karlsruhe».

DA CHE PARTE STANNO I SOVRANISTI NOSTRANI?

Postscriptum per i nostri sovranisti. Poiché la sentenza del 5 aprile ha ricordato anche ai distratti che sotto accusa in definitiva c’è Mario Draghi e ci sono gli aiuti, sproporzionati secondo i magistrati tedeschi, concessi all’Italia con il Qe, da che parte stanno i nostri Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Claudio Borghi e molti altri? Con i giudici di Karlsruhe o con il sostegno ai Btp italiani?

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Cosa cambierà dopo la sentenza creativa su Bce e Qe

La Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha di fatto riscritto i Trattati europei. Lanciando un attacco senza precedenti all’Unione monetaria. E ora? Forse crollerà tutto. Oppure sarà una spinta per l'avvio di un bilancio unico europeo. Con tanto di eurobond e super ministro. All'Italia resta sempre la lira, certo. Se vuole finire senza più un soldo in tasca.

Con una sentenza “creativa” all’italiana che riscrive bontà sua parti importanti dei Trattati europei e detta alla Banca centrale europea nuove regole, o cerca di farlo, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe (Gcc nell’acronimo inglese, German Constitutional Court) ha lanciato un attacco senza precedenti all’Unione monetaria. Naturalmente lo ha fatto sostenendo implicitamente il contrario, e cioè che l’attacco di altri l’ha costretta a scendere in campo in difesa dei principi sanciti dai Trattati europei e in difesa della democrazia e dei diritti dei risparmiatori tedeschi.

NEL MIRINO I PAESI DELL’EUROPA DEL SUD

Nel mirino, mai nominati ovviamente, ci sono i “famigerati” Paesi dell’Europa meridionale, l’Italia in primis, che la Bce aiuterebbe in modo indebito con i suoi programmi di acquisto di titoli pubblici e privati, il Quantitative easing (Qe) inaugurato nel 2015 da Mario Draghi. E sotto attacco è il Pepp, il programma varato allora e non il Pspp, quello recentissimo lanciato per rispondere alla crisi da coronavirus. Sul piano pratico tutto potrebbe risolversi, per ora e apparentemente, con una Bce che accetta la richiesta formale di Karlsruhe di spiegare meglio il suo comportamento sui mercati e tutto procede come prima.

L’ITALIA VERSO LA CACCIATA E LA GERMANIA VERSO IL MARCO?

Potrebbe invece essere l’inizio della fine per l’Unione monetaria, con l’Italia sulla via della cacciata oppure con la Germania sulla via del ritorno al suo adorato marco. Adorato da quei 1.750 tedeschi, tra cui vari personaggi di rango, che iniziavano cinque anni fa la causa legale per sapere se la Bce aveva i poteri per fare quello che si apprestava a fare, il Qe, e che poi dal 2015 ha fatto. Promotore all’inizio è stato Bernd Lucke, docente ad Amburgo, e fondatore nel 2013 di Alternative fur Deutschland, il gruppo politico iper nazionalista e sovranista che ha sfondato alle elezioni federali del 2017 portando al Bundestag di colpo una novantina di parlamentari, soprattutto dei Länder orientali. Lucke lasciava poi AfD perché, diceva, diventata troppo di destra, e in effetti con evidenti infiltrazioni neonaziste.

RIFIUTO DELLA SUPREMAZIA DELLA CORTE EUROPEA

Quello arrivato a conclusione il 5 maggio a Karlsruhe non è, contrariamente a quanto subito detto da molti, un fulmine a ciel sereno. Al centro ci sono due decisioni. Primo, il rifiuto da parte della Gcc già preannunciato fin dal 2009 almeno della supremazia della Corte europea del Lussemburgo (Ecj nell’acronimo inglese, European Court of Justice). E, secondo, un tentativo di revisione dei Trattati per quanto riguarda il mandato della Bce. Come da tempo accade in Italia, e viene spesso denunciato da avvocati e docenti di Diritto, il potere giudiziario tende a sostituirsi a quello legislativo.

NAZIONALISMO PURO APPLICATO A UN ORGANISMO SOVRANAZIONALE

Dietro queste due decisioni annunciate il 5 maggio viene una serie di pesanti conseguenze. Siamo di fronte prima di tutto alla necessità di un chiarimento della Germania con se stessa. Il rifiuto della supremazia della Ecj sulla Gcc tedesca era già scritto nel famoso Lisbon Case con cui i giudici tedeschi decretavano nel 2009 la conformità del Trattato Ue di Lisbona (2006) con la legge tedesca. Per farlo la Gcc, confermando il suo rifiuto della superiorità della normativa comunitaria, definiva l’Ue come una Unione di Stati, non un’entità sovrana quindi ma un’entità derivata, legittimata dagli ordinamenti costituzionali dei vari Stati; definiva gli Stati come i padroni dei Trattati, e negava quindi all’Ue il potere di decidere, attraverso la Ecj essenzialmente, sulle proprie competenze, che erano definite dagli Stati e non da un ordinamento autonomo. Nazionalismo puro applicato a un organismo sovranazionale.

DISPUTA SUI POTERI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA

Circa due anni fa la Ecj definiva legittimo il Qe della Bce in quanto compreso negli ambiti del suo mandato, che è quello di assicurare la stabilità dei prezzi. I giudici del Lussemburgo hanno esagerato, sono andati ultra vires, formula legale precisa citata ora dalla Gcc, sono andati “oltre i loro poteri”. Non accettando quindi la giustificazione della Ecj, Karlsruhe passa a definire quali sono i compiti e i limiti della Bce secondo i Trattati. E qui si mette in un ginepraio infinito perché più che interpretarli, li riscrive, elemento fondamentale e in genere indispensabile di ogni sentenza “creativa”. E fa questo mentre accusa i colleghi del Lussemburgo di avere fatto altrettanto nel 2018.

L’OBIETTIVO DEL PIENO IMPIEGO LASCIATO AI SINGOLI STATI

Sulla Bce i Trattati dicono che ha un mandato unico e fondamentale: la stabilità dei prezzi. Poi deve collaborare con le sue politiche anche alla coesione economica fra i Paesi, all’occupazione, e alle principali politiche macroeconomiche comuni, eccetera. Ma il mandato è uno. Per capire meglio, è utile un confronto con la Fed americana, che dall’inizio (1913) ebbe ugualmente il mandato prioritario della stabilità dei prezzi. Poi con due passaggi, l’Employment Act del 1946 e soprattutto la legge Humphrey-Hawkins del 1978, venne formalmente aggiunto ai compiti della Fed quello di assicurare il pieno impiego. La Bce ha dovuto limitarsi a un solo mandato, compatibile con le realtà di tutti i Paesi membri (stabilità dei prezzi) mentre il pieno impiego, per quanto auspicabile, non poteva che restare nella realtà Ue di competenza primaria degli Stati, tutti a bilancio pienamente autonomo, o quasi.

SCONTRO SU TASSI A ZERO E REMUNERAZIONE DEL RISPARMIO

Ma cosa fanno, come secondo punto della loro dirompente sentenza i solerti magistrati di Karlsruhe? Per giustificare il freno posto alle azioni Bce si inventano, riscrivendo di fatto i Trattati, che Francofrote ha un obbligo di equilibrio perché «…grava sulla Bce il dovere di valutare i considerevoli effetti di politica economica e di equilibrarli… a fronte degli attesi contributi positivi attuati per raggiungere gli obiettivi di politica economica». Quali sono i «considerevoli effetti di politica economica»? La insoddisfazione dei risparmiatori tedeschi, delle compagnie di assicurazioni tedesche con grosse riserve finanziarie, a fronte di depositi che non rendono nulla perché la Bce per cercare di contenere la deflazione fa una politica di tassi a zero o quasi o anche sottozero. E qual è la revisione dei Trattati fatta dai giudici? È il sostenere che quindi la Bce non deve preoccuparsi solo della stabilità dei prezzi, ma anche di mantenere tassi a un livello tale che assicuri comunque una qualche remunerazione del risparmio. Questo sarebbe chiaramente un secondo mandato per la Bce. Francofrte ha ora tre mesi di tempo per dimostrare perché ha fatto il primo Qe e se è conforme ai dettami (quali, quelli dei Trattati o quelli di Karlsruhe?). Altrimenti il governo e il Bundestag tedeschi dovranno assicurarsi che la Bundesbank non partecipi più a quel programma di Qe.

MESSE SOTTO SCOPA SETTE PRIMARIE ISTITUZIONI

Il Financial Times ha parlato di analfabetismo economico perché è chiaro che possono esservi situazioni in cui i due mandati sono in contraddizione aperta e non possono coesistere. La sentenza inoltre mette sotto scopa, ai suoi ordini, sette primarie istituzioni europee e tedesche.
Cerca di umiliare la Corte del Lussemburgo, fatto non nuovo ma ora arrivato al culmine. Mette la Bce ai propri ordini, o cerca di farlo, riscrivendo i Trattati per la parte che la riguardano. Fatto inaudito nella storia tedesca, cerca di mettere agli ordini la Bundesbank, creata nel 1957 come prototipo della banca centrale pienamente autonoma dal potere politico proprio per evitare i drammi della vecchia Reichsbank del 1922-23 e della iper inflazione di allora; la Bundesbank gradisce la critica al Qe che è sempre stata sua, ma gradisce meno la messa in riga. Mette sotto scopa il governo tedesco che ora deve controllare che la Bundesbank rispetti la sentenza. Fa lo stesso con il Bundestag che deve a sua volta controllare che il governo lo faccia. Esautora il parlamento europeo che è – a norma di Trattato – il controllore unico della Bce, ora sottoposta anche ai controlli nazionali tedeschi. Esautora la Commissione, cui spetta il compito di tutelare convergenza economica e altro e quindi di rapportarsi con una Bce che non è più invece autonoma.

IN BALLO GLI ACQUISTI DEI NOSTRI TITOLI

Che succede ora? La Bce ha già spiegato ampiamente in tutti i modi perché ha fatto il Qe, può spiegarlo ancora, riempire il formulario entro tre mesi, e la cosa si chiude lì, apparentemente. Ma non sarà così. Gli acquisti di titoli italiani superano e di molto il peso dell’Italia nell’Eurosistema. Altre azioni legali sono possibili, ora che la strada è aperta. Oppure tutto incomincia a sgretolarsi. Oppure si potrà dire fra qualche anno che la Corte tedesca alla fine ci ha fatto un favore, perché ha messo in evidenza, e lo fa chiaramente, che la sua sentenza è dovuta al fatto che «l’Unione europea non si è evoluta nel senso di uno Stato federale… e certe tensioni sono quindi inevitabili… e devono essere risolte in modo cooperativo».

CI DIRANNO QUALE SPESA POSSIAMO FARE E QUALE NO?

Si muoveranno i governi, quello tedesco in primis, per cercare di completare l’Unione monetaria con l’avvio di un bilancio unico europeo? Non sarà cosa di poco conto per l’Italia. Avremo gli eurobond, finalmente, ma anche un super ministro e un parlamento europeo pronti a dirci che quella spesa non la possiamo fare. Una bella cessione di sovranità. I nostri sovranisti hanno materia di riflessione. Per valutare quanto ci ha aiutato essere nell’euro. E per pensare che cosa vogliono fare da grandi. Ci resta sempre la lira. Poi, dopo un due o tre anni, possiamo trovarci a cena per valutare come è andata. Se avremo ancora i soldi per una cena.

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La Corte tedesca salva, con riserva, il quantitative easing

I giudici confermano solo a metà la legalità del piano di acquisti di titoli di Stato e privati da parte dell'Eurosistema e chiede alla Bce di chiarirlo nel giro di tre mesi.

Un contenzioso che dura da cinque anni e che la sentenza emessa dalla Corte costituzionale tedesca il 5 maggio 2020 non chiude definitivamente. Perché da una parte i giudici hanno stabilito che il piano di acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea, lanciato nel 2015, non viola il divieto di finanziamento monetario. Dall’altra non hanno mancato di sollevare aspetti critici: il quantitative easing sarebbe in contrasto con le competenze della stessa Bce.

LA CORTE CHIEDE ALLA BCE DI GIUSTIFICARE IL SUO AGIRE

Per la prima volta nella storia della repubblica tedesca, quindi, l’organo principale della giustizia del Paese afferma che le misure prese da un organo europeo «non sono coperte dalle competenze europee e per questo non potrebbero avere validità in Germania». La Corte chiede, quindi, alla Banca centrale europea di giustificare il suo agire entro tre mesi. L’Eurotower ha tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma di acquisto dopodiché la Bundesbank smetterà di partecipare agli acquisti. Una decisione che ha avuto effetti immediati sulle principali Borse europee che hanno registrato un rallentamento.

BUSINESSMEN E ACCADEMICI CONTRO IL QUATITATIVE EASING

Tutto è iniziato da un’istanza presentata da un gruppo di businessmen e accademici conservatori dopo il varo del quantitative easing. Il tema, caro a molti tedeschi, è che la Bce deve fare politiche monetarie e regolare l’inflazione. Tutto ciò che va oltre, in sostanza, sarebbe illegale.

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La Bce non può fare come la Fed, sostenerlo è demenziale

Gli Stati Uniti sono una nazione da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Chi pensa al loro modello deve sapere che come minimo serve un superministero Ue dell’Economia che, se necessario, possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi.

La fine dell’avventura europea è il rischio che incombe sull’Italia e su altri, e sull’intero quasi secolare progetto europeo (incominciò già prima del 1950), se l’eccezionale peso economico che il coronavirus ci costringe a pagare non vedrà un minimo indispensabile di unità e solidarietà. Gli europei si ricorderanno chi c’era e chi non c’era nel momento del bisogno, ha ammonito il 26 marzo di fronte a un Europarlamento vuoto (erano quasi tutti in teleconferenza, dati i tempi), la presidente della Commissione dell’Unione europea, l’ex ministro tedesco Ursula von der Leyen.

Poi la Realpolitik della scena interna tedesca l’ha costretta a una marcia indietro, faremo la nostra parte, ma no eurobond/coronabond, parola vietata in Germania e altrove. E poi ancora un’altra correzione, a fronte dell’irritazione italiana e non solo: faremo comunque qualcosa di importante. Presto, si spera.

Non è che in 70 anni si sia fatto poco per avvicinare i popoli europei, impresa lunga e contrastata come si è visto, svaniti gli entusiasmi iniziali. Tutt’altro. Ma ora, aldilà della facciata dell’Unione che rimarrebbe chissà quanto a lungo, è in gioco la sostanza, e c’è il rischio di un rapido svuotamento. È già vuota, dicono molti all’attacco della Ue in Italia, espressione più nota i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e i loro più tipici collaboratori, alla Claudio Borghi.

Tutti questi però si guardano bene dal chiedersi e dal chiedere alle folle a che punto sarebbe la situazione finanziaria, italiana e di altri, e il nostro spread, senza l’euro e gli acquisti illimitati della Bce. Giocano solo sul negativo, sull’Europa matrigna, non dicono dove e come piantare le tende andando via dall’Europa alla riscoperta della vera madre nazionale, e nazionalista. Si fermano qui, al nazionalismo puro e semplice, e inarticolato. Sono leader?

L’ITALIA NON È SOLA COME LA GRECIA

Esistono invece possibili vie d’uscita che, ma qui non resta che incrociare le dita, potrebbero offrire risposte positive all’appello della von der Leyen (in sintesi un «occorre agire insieme da europei»), ma con alla fine, fuori dall’emergenza, una gestione più europea delle politiche di bilancio, un patto di stabilità rafforzato e non solo, un potere centrale vero e proprio che ci dice che cosa non va nel nostro bilancio e alla fine, se lo ritiene, se appoggiato dal Parlamento europeo, ci obbliga a cambiarlo. Ci piacerà?

Come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini

Sarebbe infatti un’ulteriore e grossa cessione di sovranità per tutti. Negli ultimi giorni è emerso per l’Italia un dato non disprezzabile in questi tempi terribili: non siamo soli come la Grecia alcuni anni fa, ma esiste un fronte con gli iberici, l’appoggio della Francia e altri disposti a sfidare il rigore nordico, comprensibile in termini contabili, suicida in termini politici. Una mediazione tra le due logiche è urgente, e il Consiglio Ue ha accettato il 26 maggio due settimane di tempo, chiamando “rinvio” quello che è stato per ora un fallimento. Ma tutto è affidato a Giuseppe Conte e a Roberto Gualtieri, all’appoggio che Mario Draghi ha lanciato loro con la sua uscita sul Financial Times, alla sagacia di uomini e donne dell’Economia e della Farnesina e dei loro omologhi in alcune altre capitali, alla mediazione di Bruxelles e Francoforte, e al buon senso di tutti.

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Per l’Italia non è semplice però invocare uno sforzo corale mentre al governo e all’opposizione ci sono forze che hanno compiuto grandi balzi in avanti nel 2018 grazie a facili promesse elettorali incompatibili con gli impegni di bilancio. Quando la nebbia si alzerà sulle paludi del miasma virale sarà chiaro, è questione di settimane, come e quanto la pesantezza del conto economico potrà cambiare gli italiani. L’Italia è oggi uno dei due simboli dello scontro in corso fra i partner dell’Unione. L’altro è la Germania, con in avanscoperta l’Olanda. Ma come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini, e dire,cosa nota, che sono come al solito rigidi, craponi e ottusi. Tedeschi, insomma.

IL PESO DEI LANDER ORIENTALI DELLA GERMANIA

Per capire l’ascendente dei sentimenti neonazionalisti tedeschi applicati ora al caso Unione europea occorre mettere insieme due grandi episodi della storia tedesca ed europea recente e due unioni monetarie, quella fra Germania Ovest e Germania Est del 1991 e il progetto euro avviato a Maastricht nel dicembre dello stesso anno e perfezionato nel 1998 con la molto discussa – in Germania soprattutto – inclusione dell’Italia. Fu tenacemente voluta da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e molti altri, e dal cancelliere Helmut Kohl, ma non certo dal suo intero governo, come i documenti ottenuti nel 2012 dallo Spiegel hanno dimostrato. E per niente dal suo sfidante al voto del 1998, Gerhard Scrhöder, che vinse e lo spodestò anche a causa dell’euro, come Kohl scriverà nelle sue memorie, senza peraltro rinnegare l’euro, tutt’altro.

I nazionalpopulisti tedeschivogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco

In pochi anni molti  tedeschi dell’Ovest furono spesso spaventati due volte, e la seconda volta più ancora quelli dell’Est, e naturalmente tutti si ricordano molto più queste paure che non i vantaggi ottenuti e regalati al Paese da chi ha voluto queste mosse, Kohl essenzialmente. Furono spaventati dai costi di un’unione monetaria 1 a 1 con la vecchia e inesistente valuta orientale, e dai costi di un euro che sostituiva il loro solidissimo deutsche mark. Era stata questa moneta la bandiera della rinascita tedesca dal 1948, simbolo di una nuova Germania fondata sul successo economico e non più sul militarismo, perno monetario dell’Europa, una Germania pienamente occidentalizzata come Konrad Adenauer, il grande renano sempre sospettoso della Prussia, aveva tenacemente voluto.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. GETTY.

Questa profonda occidentalizzazione, naturale da tempo nella Germania renana e meno altrove, è però del tutto ovviamente mancata dal 1945 al 1991 ai sei Länder orientali. Per loro l’unificazione tedesca è stato il ricongiugimento al sognato deutsche mark, e a questo molti di loro sono rimasti, a una moneta tedesca, un sogno tedesco, un nazionalismo tedesco. Sanno poco del progetto europeo, costretti come erano al tempo a suonare un’altra campana. Per il 20% circa e forse più sono sostanzialmente neonazisti o comunque “giustificazionisti”, per il resto nazionalisti o nazionalpopulisti. Sostanzialmente antieuropei come ogni buon nazionalista, vogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco. Sono arrivati al Bundestag, prima assenti, con ben 94 deputati nel 2017 quando democristiani e socialdemocratici ne perdevano 65 e 40. Non si può genericamente imprecare contro la Germania, come molti in Italia stanno facendo oggi, senza sapere queste cose. Sapendole, si può continuare a imprecare se si vuole, c’è spazio per farlo, ma non più da sprovveduti.

LA BCE NON PUÒ ESSERE COME LA FED, CHI LO DICE NON CONOSCE LA POLITICA

Quanto a noi, abbiamo rispettato alcuni aspetti delle regole Ue di bilancio, quelle dell’avanzo primario in sostanza, ma non abbiamo quasi mai imbrigliato la dinamica crescente del debito, anzi. E le previsioni di molti, tedeschi e altri, ministri deputati e alti funzionari, sono state confermate. Non solo, abbiamo leader politici di primo piano e loro accoliti che continuano a sparare fesserie colossali, e di successo direbbero i sondaggi.  «Il gioco è sempre lo stesso, i tedeschi vogliono far pagare il debito pubblico italiano ai risparmiatori italiani», tuona la Meloni. A parte che non si tratta in senso stretto di pagare nessun debito, ma di invertirne la tendenza, chi dovrebbe sopportare il grosso di questa operazione, i tedeschi, o altri? È logico che il ruolo principale spetterà agli italiani. O no?

Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni

E ancora Meloni: «Se la Ue fosse una cosa seria, sul modello degli Usa, ci penserebbe la Bce che, come la Fed, dovrebbe avere il compito di garantire la crescita e favorire il lavoro». Oh pensosa, americanista signora! Qui siamo alla demenza, anche se la frase è da tempo ripetuta da molti, al bar soprattutto. Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Una Bce come la Fed? Come minimo serve un superministero Ue dell’economia che se necessario possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi o altrove, naturalmente con un europarlamento che lo giustifichi democraticamente. Le starebbe bene, signora?

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Noi continuiamo a mettere in campo gente come il Borghi, mai sufficientemente sbertucciato tanto le spara grosse, che sa solo fare battute e avanzare proposte lunatiche. Nei giorni scorsi Ferdinando Giugliano, economista e commentatore di buon livello, invitava via tweeter a riflettere su quanto già Bce e Bruxelles fanno da giorni per sostenere i Paesi europei e sull’importanza degli acquisti di titoli per l’Italia, e parlava di «…credibilità e potenza di fuoco della Bce». Tweet beffardo di Borghi in risposta, quattro parole: «credibilità…potenza di fuoco…». Ogni commento è superfluo. O Borghi, proviamo a farne a meno? «Sono abbastanza indigeno», scriveva nel 1946 Corrado Alvaro, dimenticato oggi forse perché troppo sincero nella denuncia dei mali nazionali e regionali italiani, «per rendermi conto dell’animo con cui i miei connazionali lavorano inconsciamente a rovinarsi la reputazione».

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Ora la Bce invoca una reazione coordinata contro il coronavirus

L'Eurotower annuncia l'avvio del programma PEPP e definisce la pandemia «un'emergenza collettiva senza precedenti».

Dopo l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times, la Banca centrale europea invoca contro il coronavirus «una reazione ambiziosa, coordinata e urgente delle politiche su tutti i fronti». La pandemia rappresenta «un’emergenza collettiva di sanità pubblica pressoché senza precedenti nella storia recente e uno choc economico estremo».

ACQUISTI SENZA LIMITI DI TITOLI PUBBLICI

L’Eurotower ha dunque annunciato l‘avvio del programma PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) da 750 miliardi di euro. Il programma durerà fino alla fine del 2020 e consentirà alla Bce di acquistare titoli di Stato e bond emessi da enti internazionali e sovrannazionali senza limiti, ovvero senza più tener conto della soglia del 33% per i primi e del 50% per i secondi finora in vigore.

NEL LUNGO PERIODO RIPRESA «MODESTA»

Nel suo ultimo bollettino, l’istituto di Francoforte sottolinea come l’evoluzione della pandemia stia «peggiorando le prospettive per l’economia mondiale». E anche in un orizzonte di più lungo periodo, la prevista ripresa «dovrebbe acquisire una trazione non più che modesta».

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L’apertura della Bce ai coronabond

Per Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo, l'emissione una tantum è concepibile: «Sta ai politici decidere»

L’emissione di bond comuni all’area euro, in grado di finanziare la risposta allo shock economico del coronavirus congiuntamente, è un’ipotesi concreta. «Potrebbe aiutare», ha ammesso Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea. E anche «l’emissione di ‘coronabond’ una tantum sarebbe concepibile. Sta ai politici decidere». L’apertura testimonia come in una parte dell’establishment tedesco si stia facendo strada la tendenza a una maggior solidarietà europea. «Nessun Paese può essere indifferente a ciò che accade in un altro Paese», ha detto Schnabel alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.

NON È UN SALVATAGGIO DELL’ITALIA

Si lavora tutti insieme, dunque, e nemmeno il pacchetto di misure varato dalla Bce, con un nuovo Qe da 750 miliardi di euro, è un salvataggio dell’Italia. «E l’Italia non ha perso l’accesso ai mercati. La preoccupazione era piuttosto che iniziassimo a vedere una spirale dei prezzi che si autoalimenta», ha spiegato Schnabel.

FRACCARO: «PRONTI A UNO SCUDO»

Intanto il governo Conte continua ad affermare la propria volontà di proteggere il tessuto economico nazionale: «Useremo ogni mezzo necessario per salvaguardare le infrastrutture e gli asset strategici, da cui dipendono la tenuta del tessuto produttivo e migliaia di posti di lavoro», ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. «L’emergenza Coronavirus impone di vigilare per impedire scalate o mire ostili verso le nostre aziende e di mettere in campo tutti gli strumenti per proteggerle, anche rafforzando il Golden power. Siamo pronti a usare uno scudo di protezione».

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Dai coronavirus bond al QI, il duro scontro dentro la Bce

CORRIDOI. L'iniziale richiesta di Lagarde di emettere di titoli di scopo per rafforzare i sistemi sanitari nazionali è stata bocciata dalle banche centrali dei Paesi del Nord e dell'Est. Così è passato il Pandemic Emergency Purchase Programme da 750 miliardi. Dietro il cambio di linea, secondo alcune voci, ci sarebbe il timore dell'imminente tracollo di un grande istituto, tedesco o francese.

Trapelano notizie su come sia effettivamente andata la riunione straordinaria del vertice della Bce, l’altra notte a Francoforte.

La prima notizia è che Christine Lagarde si è presentata alla riunione esibendo una proposta diversa da quanto poi è stato effettivamente deliberato.

La presidente avrebbe infatti chiesto ai suoi colleghi di decidere di far diventare la Bce «prestatore di ultima istanza» promuovendo l’emissione di titoli europei di scopo, i cosiddetti coronavirus bond, il cui ammontare avrebbe dovuto essere speso per rafforzare i diversi sistemi sanitari nazionali sfibrati dall’emergenza Covid-19.

IL MURO DELLE BANCHE CENTRALI DEI PAESI NORDICI E DELL’EST

Ma le reazioni negative dei rappresentanti delle Banche centrali dei Paesi nordici e dell’Est, guidati dall’olandese Klaas Knot, spalleggiato dal governatore della Banca centrale della Slovacchia, Peter Kažimír – quello che può vantare il copyright della frase maledetta «non è compito della Bce ridurre gli spread» maldestramente pronunciata da Lagarde – ha indotto la signora francese che ha preso il posto di Mario Draghi a mettere da parte la sua proposta e tentare di battere un’altra strada. E qui siamo alla seconda notizia.

COSÌ È PASSATO IL PANDEMIC EMERGENCY PURCHASE PROGRAMME

Spinta da francesi, italiani e spagnoli, ma anche con la sostanziale acquiescenza dei tedeschi, nonostante i mal di pancia di Isabel Schnabel, membro del board su designazione di Berlino, Lagarde ha proposto il Pandemic Emergency Purchase Programme” per un valore di 750 miliardi di euro, da spendere comprando titoli – per la prima volta non solo quello di Stato, ma anche financial paper delle imprese private – a sostegno dell’economia europea. Alla fine, a notte fonda, la proposta è passata, pur con le riserve dello sloveno Boštjan Vasle, del finlandese Olli Rehn e dell’estone Madis Müller. Solo l’olandese Knot ha votato contro.

LE VOCI DI UN IMMINENTE TRACOLLO DI UNA GRANDE BANCA EUROPEA

Da ultimo, ci sono da registrare le voci che giravano nei corridoi del grattacielo di Francoforte. Quella più insistente riguarda le banche. Sono molti a sostenere che alla base del cambiamento di linea della Bce ci sia stata la preoccupazione per un imminente tracollo di una grande banca europea. C’è chi dice una banca tedesca delle cui difficoltà si è molto parlato ultimamente, e c’è chi invece parla di un istituto francese top. Ma, appunto, sono voci.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La Bce si sveglia e annuncia acquisti di titoli per 750 miliardi

Il 'whatever it takes' di Lagarde: «Non ci sono limiti all'impegno della Bce per l'euro». Conte soddisfatto. Attesa per la reazione delle Borse.

Un nuovo Quantitative easing di dimensioni massicce, 750 miliardi di euro di titoli da acquistare per sconfiggere l’emergenza economica innescata dal coronavirus.

La Banca centrale europea – dopo una lunga conference call dei governatori in notturna – va al contrattacco di fronte al crollo delle Borse e alla fiammata degli spread che rischia di rimettere in discussione le fondamenta dell’euro.

«Tempi straordinari richiedono azioni straordinarie», ha spiegato la presidente della Bce, Christine Lagarde. «Non ci sono limiti all’impegno della Bce per l’euro», è la frase che, significativamente, va a sostituire, e allo stesso tempo confermare, il ‘whatever it takes’ di Mario Draghi che proprio Lagarde aveva respinto pochi giorni fa.

La riunione di guerra – dopo una giornata sull’ottovolante che aveva visto lo spread italiano schizzare fino a oltre 320 punti base – partorisce il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP). Un nuovo Quantitative easing per rassicurare i mercati e dare ossigeno a famiglie e imprese, dopo che i 120 miliardi in più della scorsa settimana avevano deluso. La Bce comprerà titoli pubblici e privati, inclusi i bond della Grecia e i commercial paper: ovvero le cambiali, i prestiti a breve che tengono in vita molte aziende e che l’effetto dirompente del coronavirus sta mandando in tilt. Una montagna di soldi che verrà utilizzata «finché la Bce non giudicherà che la crisi del Covid-19 sia finita, ma in ogni caso non terminerà prima della fine del 2020».

POSSIBILI AZIONI MIRATE SU SINGOLE EMISSIONI

E anche se resterà il criterio della capital key che vorrebbe acquisti commisurati al peso di ciascun Paese nel capitale della Bce, saranno permesse «fluttuazioni nella distribuzione dei flussi di acquisto nel tempo, fra classi di asset e giurisdizioni». Significa che gli acquisti potranno mirare a far crollare lo spread dei Btp o dei titoli francesi. A costringere la Bce ad agire è stata la fiammata dello spread italiano sopra i 320 punti, nonostante l’Eurotower – tramite Bankitalia – da giorni stesse comprando Btp a pieno ritmo. Segno che per gli investitori si stava materializzando il rischio che un’Italia che va verso un calo del Pil 2020 fra -6 e -10%, e un debito spedito come un treno verso il 160% del Pil, si avvitasse in una spirale senza ritorno. Ma nel giorno in cui la cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato di «una sfida storica, la più grande dal Dopoguerra», a spingere per la riunione d’emergenza è stato anche il governo francese, con il ministro delle Finanze Bruno Le Maire che aveva chiesto un intervento «veloce e massiccio» e il governatore della Banca di Francia, Francois Villeroy, che aveva anticipato un’azione «assolutamente determinata».

RESTA DA VEDERE LA REAZIONE DELLE BORSE

Perché accanto allo spread italiano, in questi giorni, si sono allargati anche i differenziali di Paesi come Francia e Olanda. Segno che il coronavirus rischiava di rimettere in discussione la tenuta dell’Eurozona. Una mossa – dettata da stime d’impatto del virus che danno il Pil dell’Eurozona in calo anche del 5% quest’anno – che di fatto mira a cancellare il consiglio direttivo della scorsa settimana, accolto male dagli investitori. E che di fatto toglie le castagne dal fuoco, per ora, ai governi, che ancora non hanno trovato la quadra su come usare il fondo salva-Stati e a cui Lagarde aveva chiesto di spingere sulla leva dello stimolo di bilancio. Resta da vedere l’accoglienza dei mercati: la Fed, dopo aver dispiegato una potenza di fuoco simile, nella giornata di ieri si è vista rispondere con un tonfo di Wall Street di oltre il 6%.

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La Bce corregge il tiro sullo spread dopo lo scivolone di Lagarde

Il capo economista Lane: «Siamo pronti a fare di più». Giovedì le parole della governatrice avevano fatto precipitare le Borse e provocato persino la reazione del Quirinale.

Il 12 marzo Christine Lagarde, presidente della Bce, con una sola frase ha fatto precipitare le Borse europee a partire da Piazza Affari, che ha archiviato la peggiore seduta di sempre: «Non siamo qui per ridurre gli spread». Oggi, dopo la reazione dei mercati e delle più alte istituzioni italiane, Quirinale compreso, il capo economista Philip Lane ha corretto il tiro.

«Siamo pronti a fare di più e ad adottare tutti i nostri strumenti, se necessario, per assicurare che gli alti spread che vediamo oggi, a causa dell’accelerazione del coronavirus, non mettano in pericolo la trasmissione della nostra politica monetaria in tutti i Paesi dell’Eurozona», ha scritto infatti l’irlandese sul sito web dell’Eurotower.

Per la verità, la stessa Lagarde nella serata di giovedì aveva provato a metterci una pezza, affermando di essere «pienamente impegnata a evitare qualsiasi frammentazione dell’area euro in un momento difficile». E precisando che «gli spread elevati inficiano la trasmissione della politica monetaria». Ma il suo «non voler passare alla storia per un whatever it takes numero due» rimarrà scolpito nella memoria.

Per la Bce del post Mario Draghi, in sostanza, spetta ai governi e alla Commissione europea prendere in mano la situazione. Gli esecutivi, secondo Lagarde, sono chiamati a «mitigare le conseguenze economiche» della pandemia. Attraverso un «piano fiscale ambizioso e coordinato per sostenere le imprese».

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Il bazooka spuntato della Bce contro il coronavirus

L'Eurotower lascia fermi i tassi d'interesse e amplia di 120 miliardi il programma di Quantitative easing. Maxi-prestiti alle banche per agevolare il credito alle piccole e medie imprese. Ma le Borse reagiscono malissimo: Milano, Parigi e Francoforte crollano dell'8%.

La Bce lascia fermi i tassi d’interesse. Il tasso sui depositi resta a -0,5%, il tasso principale a zero e il tasso sui prestiti marginali a 0,25%. Ma l’istituto di Francoforte ha deciso anche di ampliare il programma di Quantitative easing, con un piano di acquisti netti aggiuntivi di 120 miliardi di euro fino alla fine del 2020.

LEGGI ANCHE: L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

La misura, a fronte delle conseguenze economiche della pandemia da coronavirus, servirà a «sostenere condizioni di finanziamento favorevoli per l’economia reale in tempi di maggiore incertezza». Ma le Borse hanno reagito molto male: Milano, Parigi e Francoforte crollano tra il 7 e l’8%.

La Bce ha inoltre lanciato una nuova tranche di maxi-prestiti Ltro per fornire immediato sostegno alla liquidità del sistema finanziario. I prestiti verranno forniti al tasso sui depositi, pari a -0,50%. Il provvedimento, secondo l’Eurotower, fornirà «un’efficace rete di protezione in caso di necessità».

La Bce intende infatti applicare «condizioni considerevolmente più favorevoli» ai maxi-prestiti alle banche che partiranno a giugno, per agevolare il credito «a chi è più colpito dal coronavirus, in particolare le piccole e medie imprese».

La vigilanza bancaria della Bce sarebbe inoltre pronta a consentire alle banche minori coperture patrimoniali.

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L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

Emissioni di debito comuni. Per trasformare la pandemia in un'opportunità di coesione. E poi aumento del Quantitative easing, denaro da distribuire a tasso zero e "maglie più larghe" alle banche. Le proposte di Perrotta di Banca Generali.

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha chiesto ai leader politici dell’Unione europea di agire con urgenza contro gli effetti economici dell’emergenza coronavirus. Altrimenti si rischia «uno scenario come quello della grande crisi finanziaria del 2008». Ma i mercati guardano con il fiato sospeso proprio alla riunione del direttivo della Bce, in programma giovedì 12 marzo.

BISOGNA AFFRONTARE UN NEMICO CHE NON RISPARMIA NESSUNO

Per Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali, occorrono almeno tre mosse per soccorrere l’economia dell’Eurozona di fronte alla pandemia: «Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un nemico che non risparmia nessuno?».

Generoso Perrotta, Head of Finacial Advisory di Banca Generali.

DOMANDA. Lunedì 9 marzo Piazza Affari ha bruciato circa 50 miliardi di capitalizzazione, martedì altri 13. Tutta colpa del coronavirus?
RISPOSTA. Abbiamo assistito a un fortissimo riprezzamento finanziario del ciclo economico. Il coronavirus porta con sé due choc: uno sul lato dell’offerta, l’altro sul lato della domanda. Molto interconnessi fra loro. Una minor capacità produttiva determina minori consumi in valore assoluto, e questa dinamica va monitorata con attenzione nelle prossime settimane. Ma…

Ma?
Se anche le Borse martedì avessero chiuso con il segno più, non sarebbe stato altro che l’inizio di un consolidamento della performance dei mercati finanziari da sei mesi a questa parte.

Si spieghi meglio.
La performance negativa dei mercati, secondo noi, al momento sconta esclusivamente il forte scollamento dei mercati equity rispetto al ciclo economico reale. Sono due anni che il ciclo è tendenzialmente fermo. Oggi le stime danno mezzo punto percentuale di Pil in meno a livello globale e purtroppo ci saranno due o tre attori che contribuiranno in maniera fortemente negativa a questa tendenza: l’Italia, l’Eurozona e poi la Cina, che sicuramente avrà una crescita inferiore alle attese. Il -3% di Piazza Affari segnato martedì non è un’ulteriore capitulation dei mercati equity europei, ma va letto in un contesto più ampio a cui bisogna abituarsi per le prossime tre o quattro settimane.

La pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici

Sta dicendo che il coronavirus ha fatto scoppiare una bolla?
Diciamo che la pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano probabilmente scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici. Covid-19 si somma e va a modificare le stime sugli utili futuri. Questo è un aspetto molto importante. È il punto cruciale che emergerà tra la metà e la fine del mese aprile, quando avremo i risultati economici delle aziende nel primo trimestre 2020. Risultati che sicuramente saranno rivisti al ribasso.

E poi?
Poi avremo le guidance sulle successive tornate di utili. Già oggi abbiamo delle avvisaglie non positive da player globali come Apple e General Electric. Quindi serve una certa prudenza nel considerare questi livelli di mercato come livelli di entry point. Secondo noi questi non sono livelli di entry point. Potrebbero confermare di esserlo, ma è utile aspettare i due elementi che citavamo prima per poter guidare clienti e consulenti nel consigliare soluzioni d’investimento per il medio-lungo periodo.

Che importanza ha il fattore tempo per tutelare e proteggere risparmi e investimenti?
È determinante in entrambi i casi. Per capire quanto Covid-19 abbia pesato sulla crescita economica globale, occorre sicuramente che passi il secondo trimestre 2020. Una prima stima abbastanza accurata sarà possibile durante il periodo estivo. Chiaramente, le stime e il tempo necessario vanno misurati una volta contenuta l’epidemia. Poi si faranno i conti. Quantificare l’impatto di Covid-19 sui primi settori che già oggi dicono di averne sofferto, e poi sui relativi indotti, è un lavoro molto importante. Ma per farlo occorre attendere gli utili del primo trimestre e poi avere dagli attori stessi una stima sul secondo e terzo trimestre.

Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità

Quali sono i settori da tenere d’occhio perché potrebbero offrire nuove opportunità?
Può sembrare cinico, ma oggi chi fa il nostro mestiere deve guardare ai movimenti dei mercati anche come a un’opportunità. Alla luce di quanto accaduto, è possibile impostare investimenti con un’asset allocation tradizionale, che quindi scelga tra bond, equity e cash. Ma al tempo stesso che vada più in profondità, per scegliere all’interno dei vari settori su quali temi puntare. Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità.

Ci sono settori che “reggono” meglio degli altri?
I settori più resilienti oggi sono il real estate e le utility più legate alle rinnovabili. Mentre sono estremamente penalizzate le utility più legate ai combustibili fossili. Inoltre, guardando al futuro, occorre diversificare sempre di più gli investimenti, sia a livello geografico sia a livello di valute. La crisi della supply chain mette ulteriormente in discussione una globalizzazione che per alcuni aspetti è ancora fortunatamente presente nella nostra vita quotidiana.

Giovedì si riunisce il consiglio direttivo della Bce: cosa dovrebbe fare l’Eurotower?
La Bce ha pochi margini di manovra in termini di tassi d’interesse, però l’opera iniziata da Mario Draghi ha sicuramente aperto una strada che Christine Lagarde dovrà continuare a perseguire. In tre mosse.

Come?
Anzitutto aumentando il Quantitative easing. In questi giorni abbiamo avuto un allargamento degli spread a livello globale che va affrontato dagli investitori finali con soluzioni indirette, non comprando singole emissioni, al fine di ridurre il rischio specifico. L’allargamento ha coinvolto anche i subordinati e in parte le obbligazioni dei Paesi emergenti. La Bce può innanzitutto aumentare il Qe per cercare di ridurre la volatilità dei mercati finanziari. Considerando anche il fatto che il taglio dei tassi operato dalla Fed al momento non ha avuto quell’effetto. Con il Qe, invece, la Bce andrebbe direttamente sul mercato secondario a comprare titoli e gli operatori finanziari, gli investitori istituzionali e anche i privati che possiedono bond percepirebbero immediatamente un effetto ricchezza che li tranquillizzerebbe.

La Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero

Qual è la seconda mossa?
Anziché far girare elicotteri che distribuiscono banconote, la Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero, dando questo chiaro input alle banche. Oggi la liquidità c’è, ma le banche chiedono comunque un minimo di tasso d’interesse. La Bce potrebbe quindi usare il canale bancario commerciale come uno strumento di trasmissione di base monetaria.

E la terza mossa?
Dire al sistema di non aumentate lo stock di debito “pericoloso”, concendendo alle banche delle maglie un po’ più larghe. Ossia sospendere temporaneamente le misure di controllo degli organi di vigilanza. Questo potrebbe fare sì che le banche debbano preoccuparsi di meno di alcuni stock di debito come quello domestico italiano, che soprattutto gli istituti commerciali hanno in pancia. Di sicuro la Bce non potrà stare dietro alla Fed, anche perché le manovre monetarie hanno un effetto di apprezzamento sull’euro.

Ci sarà una ripresa nella seconda metà del 2020?
Fino a pochi giorni fa abbiamo visto una rincorsa a tagliare la crescita globale. Poi sono arrivate le agenzie di rating a prevedere eventuali impatti derivanti dall’allargamento degli spread e dalla presenza di debito pubblico nelle banche europee, tali da ipotizzare che le banche tornino al centro dell’attenzione per questioni legate alla loro solidità e/o sostenibilità. Ma il problema è che oggi parlare di una ripresa a V oppure a U, lascia veramente il tempo che trova.

Bisogna quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale

Perché?
Perché ipotizzare per forza una ripresa nella seconda parte dell’anno è un po’ mettere il carro davanti ai buoi. Noi dobbiamo quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale. In Cina l’epidemia è durata circa 75 giorni, da qualche giorno sta calando. Pechino dovrebbe crescere intorno al 5% nel 2020. Dobbiamo verificarlo nel secondo e terzo trimestre dell’anno, ma per l’Eurozona l’impatto sulle banche è sicuramente nelle mani della Bce.

Emissioni di Btp a condizioni un po’ più vantaggiose per lo Stato potrebbero essere auspicabili per alimentare la spesa pubblica?
Noi crediamo che questa crisi possa spingere le autorità dell’Eurozona, tutte insieme, ad autorizzare strumenti adatti a favorire una crescita più solida e convincente a livello di area.

Cosa intende?
Perché non pensare a emissioni di bond a condizioni più convenienti a livello di Eurozona, finalizzati alla gestione delle conseguenze di Covid-19, per poi andare a redistribuire gli introiti su tutti i Paesi emittenti? Uno strumento del genere farebbe bene tanto alla Germania quanto all’Italia, con uno spread che sarebbe sicuramente più basso rispetto a quello che si potrebbe ottenere con emissioni nazionali.

Per quale motivo?
Non dimentichiamo che i miliardi stanziati finora dal governo Conte sono debito che l’Italia accumula. E i mercati reagiscono, infatti lo spread viaggia sopra i 210 punti base. Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un’epidemia che non risparmia nessuno?

Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi

Insomma: potrebbero maturare i tempi per gli Eurobond?
Potrebbero maturare i tempi per misure che non voglio chiamare Eurobond, perché altre nazioni potrebbero storcere il naso. Ma per misure concordate a livello europeo. Un’emissione speciale di Btp ci costerebbe comunque tanto. Qui veramente la partita a livello europeo è molto importante. Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi. Perché se dovessimo finanziare la spesa pubblica e le necessarie riforme fiscali che ci attendono ricorrendo al deficit nazionale, avremmo ripercussioni molto molto pesanti sullo spread. Avremmo molte difficoltà a sostenerlo e gli operatori di mercato ce lo farebbero pagare.

Che tipo di politiche fiscali vanno messe in atto?
Servono misure, magari temporanee, per supportare la domanda. Perché le persone che oggi sono chiuse in casa hanno un unico pensiero: comprare generi alimentari. Bisogna invece che noi tutti possiamo pensare un domani, quando avremo contenuto il contagio, in cui programmare acquisti più importanti di beni durevoli. Abbiamo bisogno di riforme orientate alla domanda, ma senza strozzare la componente dell’offerta, sospendendo obblighi fiscali che andrebbero a pregiudicare la tenuta di alcuni settori. Pensiamo per esempio al turismo, ma anche al settore dell’auto.

Quali sono invece gli errori da evitare per il futuro?
Una volta contenuta l’epidemia, nel medio-lungo periodo i valori di mercato non devono essere visti come un’occasione di vendita. Perché si rischia di svendere ciò che è stato faticosamente accumulato nel corso degli ultimi sei o sette anni, con danni irreperabili per la nostra economia. Quindi, con selettività e progressione, occorre indirizzare le scelte d’investimento verso una più ampia diversificazione e sostenibilità.

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Le mosse di Fed e Bce per contrastare il coronavirus

Si tratta della prima misura "emergenziale" dalla crisi del 2008. L'annuncio raffredda lo spread che scende a 161. Intanto la Bce pensa a finanziamenti diretti alle Pmi.

Per arginare la crisi innescata dal coronavirus, la Fed taglia i tassi di interesse di mezzo punto. Si tratta del primo taglio di “emergenza” dalla crisi finanziaria del 2008.

Il coronavirus richiede una «risposta su più fronti», ha spiegato il presidente della Banca centrale Usa Jerome Powell, «dalle autorità sanitarie, dalle autorità di bilancio e dalla politica monetaria che può sostenere l’attività economica, rafforzare la fiducia ed evitare una stretta delle condizioni finanziarie». La Fed, ha aggiunto, si attende che l’economia torni a «una solida crescita». Infine ha ricordato che il coronavirus ha «cambiato materialmente l’outlook dell’economia americana».

IL PRESSING DI TRUMP SULLA FED

Sforzi che non hanno soddisfatto Donald Trump che, secondo la Cnbc, non sarebbe stato informato del taglio. In una serie di tweet, il presidente ha chiesto alla Fed di agire in modo più incisivo e di «svolgere un ruolo da leader» allentando maggiormente la politica monetaria.

Powell ha risposto alle richieste del presidente ricordando che le decisioni della Federal Reserve «sono prese nell’interesse degli americani». senza tener «conto di considerazioni politiche».

LA BCE STUDIA FINANZIAMENTI DIRETTI ALLE PMI

Dall’altra parte dell’Atlantico la Bce, sempre per fronteggiare la crisi, starebbe invece pensando a un meccanismo di finanziamento diretto alle Pmi colpite. Lo scrive la Reuters sottolineando come Francoforte potrebbe utilizzare delle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Tltro) direttamente alle Pmi anche se «non c’è una decisione imminente» perché il lavoro preparatorio prenderà tempo. La Bce ha già condotto, dal 2014, tre operazioni Tltro attraverso le banche. La Tltro III, annunciata a marzo 2019, è ancora in corso.

CALA LO SPREAD, MILANO LIEVEMENTE POSITIVA

Intanto il taglio della Fed ha avuto i suoi effetti in Italia. Lo spread Btp-Bund è sceso a 161 punti base, in forte calo da 176 della chiusura di lunedì. Questo perché gli investitori guardano con interesse ad altri interventi delle banche centrali contro l’impatto economico della diffusione crescente del coronavirus. Piazza Affari ha chiuso in leggero rialzo: +0,43% a 21.748 punti, mentre il Ftse All share in crescita dello 0,47% a quota 23.625.

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Come è andata la valutazione della Bce sulle banche Ue nel 2019

L'Eurotower ha rilasciato il dossier bancario evidenziado come i requisiti degli istituti siano stabili, anche se ci sono casi di «gestione inefficace».

La Bce ha deciso di mantenere stabili «i requisiti e gli orientamenti di capitale complessivi in termini di capitale CET1 al 10,6%». È quanto afferma la vigilanza di Francoforte al termine del processo di revisione e valutazione prudenziale (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP) del 2019. Nel dossier la sorveglianza Bce si è detta preoccupata per alcuni casi di «gestione inefficace da parte degli organi di amministrazione e di lacune nei controlli interni» oltre che «rischi di condotta» di alcune banche europee, segnalando anche alcune aree di «notevole deterioramento». Francoforte annuncia così che intensificherà «la valutazione della sostenibilità dei modelli imprenditoriali e continuerà a richiedere alle banche di accrescere l’efficacia dei loro organi di amministrazione».

SOLO SEI BANCHE SOTTO LA SOGLIA

La vigilanza Bce in generale si è però detta «sostanzialmente soddisfatta del livello complessivo di adeguatezza patrimoniale degli enti significativi sottoposti alla nostra vigilanza». Come confermato da Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza di Francoforte al termine dell’esercizio Srep nel quale «la maggior parte degli enti significativi detiene livelli di capitale Cet1 superiori ai requisiti e agli orientamenti patrimoniali complessivi». Le banche italiane avevano diffuso i loro requisiti già lo scorso dicembre. Sei delle 109 banche comprese nel ciclo SREP 2019 hanno mostrato livelli di CET1 inferiori agli orientamenti di secondo pilastro. «Agli enti che non hanno adottato misure soddisfacenti nell’ultimo trimestre del 2019 – afferma la vigilanza – sono state richieste azioni correttive da attuare entro tempistiche precise».

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Perché dovremmo ringraziare Jeff Bezos per aver debellato l’inflazione

Troppo spesso anche chi è chiamato a vigilare contro la sua diffusione dimentica i pericoli connessi a una nuova epidemia. Non ultimo l'aumento della disoccupazione. Se per ora non risorge - nonostante tutto - è solo per effetto della amazonificazione del commercio.

Siamo tutti grati a Edward Jenner, il medico inglese che ideò la vaccinazione dal vaiolo.

Grazie alla sua coraggiosa sperimentazione (provò l’efficacia del vaccino per la prima volta su suo figlio, iniettandogli poco dopo il virus del vaiolo) una malattia molto pericolosa è stata completamente debellata.

Una gratitudine simile non viene riservata a Jeff Bezos per aver debellato l’inflazione, pur se i pericoli della sua diffusione sono ben noti ed è quasi universalmente riconosciuto che se l’inflazione non risorge nonostante i molteplici tentativi, è per effetto della “amazonificazionedel commercio.

AMAZON È UNO STANDARD NELLA FORMAZIONE DEI PREZZI

Il portale globale di commercio elettronico non fa che livellare ogni giorno i margini nei più svariati settori di beni commerciali e di servizi di largo consumo. Le politiche fiscali e monetarie dei singoli Paesi faticano a generare un effetto sui prezzi a causa della globalità di questa piattaforma, che in molti casi costituisce ormai uno standard nella formazione dei prezzi.

LA NOSTALGIA PER L’INFLAZIONE DEI BEI TEMPI ANDATI

Nessuno ringrazia Jeff Bezos per diverse ragioni. La prima è che mentre nessuno ha nostalgia del vaiolo, molti hanno una certa qual nostalgia per l’inflazione dei “bei tempi andati”: i crescenti debiti pubblici sarebbero certamente più leggeri se avessimo un’inflazione più robusta che provvedesse a svalutarne il loro peso reale. Un po’ più di inflazione, inoltre, fungerebbe da stimolo ai consumi, rigenerando un ciclo economico che minaccia periodicamente di spegnersi.

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Inoltre l’inflazione non è “morta”: l’indice dei prezzi americano è oggi al 2,3% e quello europeo è a 1,3%. Inoltre i danni che l’inflazione può fare sono per molte persone sconosciuti, mai sperimentati, e per altri superati: i salari negli Usa stanno crescendo del 2,9% annuo, in Germania del 4,3% annuo e persino in Italia crescono più dell’inflazione (+2,1%). È chiaro come molti lavoratori pensino che una maggiore inflazione comporterebbe una maggior rivalutazione dei loro salari, qualcosa che non solo non è da temere, ma addirittura qualcosa per cui fare il tifo.

LE MOSSE DELLE BANCHE CENTRALI

Le banche centrali, che dovrebbero essere i principali guardiani dell’inflazione, cercano di fare di tutto perché possa salire. Al punto che l’obiettivo Bce di avere una inflazione vicina ma inferiore al 2% sarà presto corretto dal governing council presieduto da Christine Lagarde: quando la soglia del 2% verrà raggiunta e superata, la Bce tollererà livelli superiori al suo attuale target per compensare i molti anni in cui è rimasta visibilmente al di sotto dell’obiettivo. Anzi, con i nuovi indirizzi che la Bce vuole darsi, per «contrastare il cambiamento climatico», è probabile che vengano inseriti dispositivi che incentivino la spesa pubblica di tipo inflattivo.

L’ESPERIENZA DELLA SCALA MOBILE

È opportuno ricordare che il più celebre dei banchieri centrali americani, il recentemente scomparso Paul Volcker, deve la sua celebrità proprio alla tenace lotta contro l’inflazione: un flagello che negli Anni 70 colpiva i patrimoni e i redditi, impoverendo le famiglie senza alcuna pietà né controllo, facendo aumentare le spese mediche, gli affitti, il costo dei beni di prima necessità. In Italia si tentò di contrastarla con meccanismi come la scala mobile, un adeguamento automatico dei salari ai tassi di crescita dei prezzi che venivano registrati. In realtà fu presto evidente che si trattava di una spirale incontrollabile tra redditi e prezzi, che induceva le istituzioni a manipolare il paniere per il calcolo dell’inflazione così da registrare tassi di variazione dei prezzi più bassi, e di conseguenza rivalutare meno del dovuto i salari; la svalutazione monetaria faceva il resto, ma generando altra inflazione sui prezzi dei beni di importazione. Alla fine ci si dovette arrendere ad abolire la scala mobile e solo così l’inflazione si iniziò a ridimensionare.

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In buona sostanza tutti gli attori politici ed economici desiderano una inflazione più alta, e persino i vigilanti sono pronti ad assumere un atteggiamento permissivo nei suoi riguardi. Significa che se l’inflazione tornerà a salire, verrà lasciata correre. Questo rende saggio, per gli investitori, contemplare delle coperture per il rischio inflazione. Il suo arrivo, infatti, porterebbe rialzi dei tassi e dunque a un aumento dei costi del capitale, provocando un calo dei profitti aziendali e in ultimo disoccupazione e recessione.

IL LEGAME TRA DISOCCUPAZIONE E INFLAZIONE

Il legame tra disoccupazione e inflazione oggi è percepito poco, probabilmente perché l’innovazione tecnologica (e torniamo al successo di Amazon) tende a comprimere i prezzi mentre, contemporaneamente, genera novità nel mercato del lavoro. Un esempio recente è il trend in corso negli alberghi statunitensi, dove sempre più spesso il servizio in camera viene rimosso, e sostituito da voucher di UberEats messi a disposizione dei clienti. È improbabile che l’inflazione torni ai livelli con cui Volcker dovette confrontarsi, ma possiamo stare certi che se dovesse riaffacciarsi nel nostro panorama economico tornerà a generare disoccupazione e a farsi temere come un’epidemia di vaiolo. Soprattutto se, come ora, nessuno ha la minima intenzione di contrastarne l’avvento.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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La Bce di Lagarde in pressing sui Paesi che possono spendere

Stime di crescita al ribasso: +1,1% per il 2020. La presidente dell'Eurotower: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva». E poi precisa: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

La prima riunione di politica monetaria della Banca Centrale Europea guidata da Christine Lagarde si è conclusa lasciando i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo a zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

«NÉ FALCO NÉ COLOMBA, SARÒ GUFO»

La Bce ha «leggermente rivisto» al ribasso le stime di crescita per il 2020, a 1,1%. Le stime sono ora di una crescita dell’1,2% quest’anno, dell’1,1% il prossimo, e dell’1,4% nel 2021 e 2022. Nella conferenza stampa al termine del board Lagarde ha spiegato: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

«IL MES NON PRENDE DI MIRA NESSUNO»

Alla presidente Bce è stata posta anche una domanda sul dibattito italiano riguardante il meccanismo europeo di stabilità: «L’idea che il Mes prenda di mira uno specifico Paese è totalmente errata, a mio parere».

«BENE LE APERTURE DELL’ITALIA SUI BOND»

E poi ha aggiunto: le aperture arrivate da alcuni policy maker italiani a proposito di ridurre la concentrazione di titoli di Stato nazionali nei portafogli delle banche «è un grosso passo avanti, e qualsiasi passo avanti in quest’area è una buona notizia».

«CHI HA SPAZIO DI BILANCIO, AGISCA IN MANIERA TEMPESTIVA»

Poi Lagarde è tornata in pressing sulla Germania e gli altri Paesi che hanno surplus di bilancio: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva» per stimolare la crescita.

«L’EUROPA NON VA VERSO LA JAPANIFICATION»

Infine, riferendosi al rischio, evocato da alcuni economisti, di una spirale di deflazione e bassa crescita come quella del ‘decennio perduto’ giapponese, ha commentato: «Una ‘Japanification’? non credo affatto che siamo a questo punto, il credito alle imprese europee presenta un quadro completamente diverso da quello giapponese. Non credo affatto che una ‘Japanification’ sia fra le ipotesi sul tavolo»

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Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

Per realizzarla Berlino spinge affinché le banche smettano di considerare i titoli di Stato del proprio Paese risk free. L'Italia si oppone e rilancia le sue controproposte facendo leva sull'assenza di dispositivi Ue di rilancio fiscale. Ma con lo spettro della Brexit che si avvicina meglio correre subito ai ripari.

Dall’ultima conferenza stampa di Mario Draghi nelle vesti di presidente della Bce, quella del passaggio del testimone, i tassi di interesse in tutta Europa, sia di breve sia di lungo termine, sono saliti.

Un movimento dovuto a diversi fattori, non ultimi alcuni aspetti tecnici legati al tiering, l’ultima trovata di Draghi prima di congedarsi da Francoforte.

PER ALZARE I TASSI SERVE UNO STIMOLO FISCALE SU LARGA SCALA

Il tasso di crescita atteso per l’economia europea, comunque, è talmente basso che è improbabile che i tassi possano ulteriormente salire nei prossimi trimestri e la Banca centrale, semmai, continuerà a perseguire la sua politica di allentamento quantitativo. Ciò che potrebbe portare a un vero rialzo dei tassi di interesse europei a lungo termine è uno stimolo fiscale su larga scala, preferibilmente in coordinamento con altre economie. In quel caso, le aspettative di crescita e inflazione verrebbero immediatamente innalzate e ciò darebbe alla Bce la possibilità di aumentare i tassi di interesse a breve termine.

LEGGI ANCHE: Il favore di Draghi a Lagarde può essere un autogol

Il dato di Pil tedesco uscito venerdì 15 novembre, però, leggermente superiore a zero, ha scongiurato l’ingresso della principale economia continentale in recessione, mentre perché ci sia un reale stimolo fiscale coordinato è necessario che si realizzi un contesto di crisi, una condizione a cui dover reagire, andando oltre i dogmi vigenti.

UN’UNIONE FISCALE E MONETARIA CONTRO LA SPIRALE DEI RENDIMENTI NEGATIVI

Esiste però una seconda opzione per l’Unione monetaria di uscire dalla spirale dei rendimenti negativi risalendo verso la normalità: un‘unione fiscale e bancaria. Uno sviluppo in questa direzione, infatti, ridurrebbe notevolmente il rischio di un crollo dell’Unione: la Bce non dovrebbe costantemente vivere in modalità whatever it takes, impegnandosi a tenere insieme l’Eurozona. In questo modo la domanda di titoli di Stato tedeschi come rifugio sicuro diminuirebbe e i rendimenti si normalizzerebbero.

LE PROPOSTE DI SCHOLZ

A che punto è, quindi, il processo di creazione di un’unione bancaria in Europa? La scorsa settimana sono giunte delle novità, in merito, proposte dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz: in cambio di una garanzia dei depositi a livello europeo, si chiede che le banche smettano di considerare i titoli di Stato del proprio Paese come privi di rischio. Quali sono le conseguenze? Sarà meno interessante, per le banche, tenere in bilancio i titoli di Stato nazionali, perché dovrebbero accantonare del capitale di vigilanza a fronte dell’esposizione al debito sovrano se non sarà più risk-free, quindi i portafogli delle banche diventerebbero più diversificati e più ponderati per il merito di credito.

LA RESISTENZA DELL’ITALIA

Un disegno a cui l’Italia si oppone, perché in nessun altro Paese europeo le banche sono investitori in titoli di Stato, e il Tesoro (con Bankitalia) teme che i rendimenti dei Btb aumenterebbero troppo se le banche cominciassero a diversificare meglio i propri portafogli. Così il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha presentato le controproposte italiane per accogliere le iniziative tedesche: un Fondo europeo di ammortamento del debito per accompagnare il processo di riallocazione dei portafogli bancari; una capacità di bilancio europea per far fronte ai periodi di crisi; un ‘safe asset’ per consentire alle banche di dotarsi di attivi privi di rischio.

IL RAPPORTO INCESTUOSO TRA BANCHE E STATO

Il rapporto incestuoso tra Stato italiano e banche è ricco di argomenti per essere stigmatizzato, ma le paure del ministero e di Banca d’Italia sono comprensibili, perché anche il solo effetto annuncio rischia di spingere i mercati ad anticipare il nuovo scenario, mettendo in difficoltà i Paesi più deboli, e oggi l’Italia è il Paese con lo spread più elevato, avendo superato ormai anche la Grecia in questa triste classifica. La leva che usa Visco è che, senza dispositivi europei di rilancio fiscale, la Bce sarà costretta a proseguire nelle sue politiche accomodanti tanto osteggiate da Berlino. Vedremo come si svilupperà la strada verso una maggiore unione, di certo sarebbe logico aspettarsi che si facciano, e alla svelta, dei passi avanti: con una possibile Brexit alle porte serve un mercato dei capitali più forte per resistere al meglio alla possibile onda d’urto di una separazione traumatica e anche in prospettiva per insidiare Londra nell’offerta di credito. Che la Brexit possa essere un problema non dubita nessuno, ma a volte ci si dimentica che i problemi possono essere opportunità.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Cosa dice l’ultimo bollettino economico della Bce

In evidenza «una protratta debolezza nelle dinamiche di crescita» e «la persistenza di pronunciati rischi al ribasso».

I dati più recenti, fra cui la crescita economica rallentata allo 0,2% nel secondo trimestre dallo 0,4% precedente, «continuano a indicare un’espansione moderata seppur positiva nell’area dell’euro nella seconda metà di quest’anno». Lo scrive la Bce nel bollettino economico, notando tuttavia «una protratta debolezza nelle dinamiche di crescita» e «la persistenza di pronunciati rischi al ribasso».

«PRONTI AD ADEGUARE STIMOLI PER SPINGER L’INFLAZONE»

Anche per questo, il Consiglio direttivo della Bce ribadisce «la necessità di mantenere un orientamento di politica monetaria ampiamente accomodante per un prolungato periodo di tempo» e «resta pronto ad adeguare tutti gli strumenti a disposizione, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente all’obiettivo».

«I RISCHI LEGATI A BREXIT RESTANO ELEVATI»

Infine, «i rischi legati a Brexit restano elevati». Il negoziato per l’addio della Regno Unito all’Ue viene indicato tra gli altri rischi per l’economia internazionale – dai dazi alle incertezze su alcune economie emergenti – che «restano orientati al ribasso».

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Lagarde diplomatica con Schaeuble: inizio soft per la presidente Bce

La numero uno dell'Eurotower a Berlino, in casa dell'ex ministro delle finanze tedesco, non cita né la politica monetaria né la necessità di uno sforzo di bilancio. Ma con tutta probabilità sta giocando di tattica.

I richiami alla necessità di aumentare lo sforzo di bilancio non si sono sentiti. Christine Lagarde, alla sua prima uscita dal presidente della Bce, esordisce a Berlino di fronte a Wolfgang Schaeuble. Ma anziché svelare subito le sue carte spingendo per uno stimolo di bilancio, preferisce la diplomazia con uno dei referenti dell’austerity tedesca, che potrebbe rivelarsi decisivo nei prossimi mesi.

«IL SEGNO DI UN VERO UOMO DI STATO»

Durante un intervento a Berlino in lode all’ex ministro delle Finanze, ora potente presidente del Bundestag, la neopresidente della Bce ha ricordato i negoziati durissimi vissuti insieme (il pensiero va alla crisi della Grecia) ma non ha toccato esplicitamente né la politica monetaria, come atteso, né la politica di bilancio, come qualcuno invece si sarebbe aspettato. Ha riconosciuto a Schaeuble di portare «il segno di un vero uomo di Stato: la capacità di esaminare profondamente ciò che va fatto, evitando false certezze».

UN GIOCO DI TATTICA

L’ex direttrice generale del Fmi, insomma, di fronte a Schaeuble, in una Berlino sempre più critica delle politiche espansive della Bce che Lagarde eredita da Draghi, prende alla larga l’argomento scottante su cui era già intervenuta nei giorni scorsi chiedendo a Germania e Olanda di farsi avanti con uno stimolo di bilancio per sostenere l’Europa. Un esordio sotto tono, anche se diversi osservatori notano che l’approccio soft (già visto all’Europarlamento quando Lagarde non ha sottoscritto convintamente il ‘whatever it takes di Draghi) probabilmente sta giocando di tattica.

RICERCA DEL CONSENSO DIETRO LE QUINTE

Ha bisogno, cioè, di ammorbidire l’establishment tedesco per cercare di convincerlo a non osteggiare con troppa forza le mosse della Bce, specie se dovesse rendersi necessario un ulteriore rilancio del quantitative easing di fronte al rischio di recessione. E di cercare il consenso, dietro le quinte, per l’eventualità di uno stimolo di bilancio per la crescita che vada oltre i 54 miliardi per il clima di investimento messi sul piatto dalla cancelliera Merkel. Con Schaeuble funziona così e Lagarde l’ha imparato negli anni della grande crisi, riuscendo a costruire con lui una relazione cordiale nonostante posizioni diametralmente opposte sull’opportunità di ristrutturare il debito ellenico: il politico tedesco – con una Cdu alle prese con l’affermazione della Afd che la spinge a destra – non ama le sorprese.

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Il discorso d’addio di Mario Draghi alla Bce

Passaggio di consegne a Francoforte, con Christine Lagarde a raccogliere il testimone. «Lascio la Banca in buone mani», dice il presidente uscente, che riceve l'omaggio di tutti leader europei.

Lasciare la Banca centrale europea è più facile, sapendo che «è in buone mani». Con queste parole il presidente uscente della Bce Mario Draghi ha accompagnato la cerimonia per la fine del suo mandato al vertice dell’istituto, parlando di fronte a Christine Lagarde, chiamata a succedergli dal primo novembre, e ai principali leader politici europei.

«È IL MOMENTO DI PIÙ EUROPA, NON MENO»

Le politiche nazionali, che tuttora giocano il ruolo principale di stabilizzazione nell’Eurozona, ha detto Draghi, «non possono sempre garantire» tale stabilizzazione e, dunque, «abbiamo bisogno di una capacità di bilancio dell’Eurozona, con delle dimensioni e con un meccanismo adeguato». Quindi, l’ennesimo e accorato appello a un europeismo convinto: «È davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno».

IL GRAZIE DI MATTARELLA: «SCONFITTA IL RISCHIO DI FINE DELL’EURO»

Nel giorno del suo commiato il presidente uscente ha ricevuto l’omaggio di tutti i principali leader europei. «Professor Draghi, caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie», sono state le parole pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha ricordato come «nel 2011 l’impatto della crisi finanziaria imponeva all’Unione e alla Banca, in primo luogo, un cambio di passo. La sfida infatti era presto divenuta esistenziale: sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso eurosistema. Una possibilità, e un rischio, che oggi possiamo considerare sconfitti». E ancora: «Draghi in questi otto anni è stato autorevolmente al servizio» di un’«Europa più solida e più inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione». «Oggi», ha aggiunto Mattarella riferendosi a occupazione, sistema bancario, integrazione fra gli Stati membri, «possiamo dire che il sistema» economico europeo «è più solido».

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Draghi è libero, fategli dirigere il Paese

Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità ed hanno un solido prestigio internazionale. Avere lui come premier sarebbe la vera rivoluzione.

Mario Draghi è ufficialmente libero da incarichi. Credo che siano tanti gli italiani che vorrebbero vedere l’ormai ex presidente della Bce alla guida del governo della Repubblica o come successore di Sergio Mattarella. Le qualità di Draghi sono note e non vanno descritte nuovamente. Solido è il suo prestigio internazionale. Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità.

È uno di quei rari personaggi (ce ne sono un paio, più o meno) che non ci hanno mai afflitto con le proprie biografie, con le proprie abitudini casalinghe, con i matrimoni, i figli, i cani. Noi abbiamo sempre saputo che a Roma o a Francoforte c’era un signore che faceva l’interesse generale e che in questi anni ha più volte salvato l’Europa e l’Italia. Sarebbe un Paese molto bello quello in cui gli attuali governanti, o gli aspiranti tali, dicessero: si è liberato un “campione”, facciamo giocare lui.

Certo toglieremmo un divertimento a quel popolo social-dipendente che si è immedesimato negli insulti, nella politicaccia di gran parte dei protagonisti attuali. Come passerebbe le loro giornate se avessero di fronte una persona seria, che sa il fatto suo, che rispetta gli altri, che non insulta, che sa gestire il bene comune? Sarebbero infelici e per questo preferiscono l’infelicità ridanciana con Matteo Salvini, Matteo Renzi e tutto il cucuzzaro. Ma io sono convinto che stiamo parlando di una minoranza.

ZINGARETTI SIA IL PRIMO A PROPORRE DRAGHI COME PREMIER

Probabilmente sia in Italia sia nel mondo sta finendo l’epoca dei cialtroni. Abbiamo avuto stagioni di destra e di sinistra che non sono piaciute a chi stava dall’altra parte. Ma una classe dirigente internazionale così analfabeta non la si ricordava da millenni. La cosa che rende ottimisti è che generalmente queste crisi politiche generalizzate, che vedono affiorare al vertice degli Stati il peggio che c’è in giro, si consumano perché c’è una parte di quel famoso popolo che si rompe le scatole e cerca le persone serie e per bene.

Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto all’Italia dei Salvini e dei Giordano

So che molti a sinistra storcono la boccuccia quando sentono parlare di Draghi. Consolatevi compagni, per fortuna non c’è Lenin all’orizzonte e un bravissimo liberale è la cosa più rivoluzionaria che potremmo sostenere. Non immagino l’ascesa di Draghi nella politica italiana in una condizione di eccezionalità. Il Paese che va a ramengo e qualcuno – Mattarella? – che chiama Draghi e gli fa fare un governo. Non lo immagino perché non voglio immaginare nulla di catastrofico per l’Italia.

Mario Draghi.

Voglio pensare, invece, a una scelta seria presa da alcuni partiti seri che dicano: caro Draghi, le conferiamo quello che abbiamo, chiami lei il popolo italiano alla rivoluzione della serietà. Già me lo immagino il faccia a faccia Draghi-Salvini. Già li vedo i Giletti, i Giordano urlare contro l’uomo della finanza, loro poveri proletari produttori di chiacchiere miliardarie. Ma Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto a questa Italia che ha furoreggiato con le fake news. Draghi è la possibilità che alla guida del governo della Repubblica ci sia una persona seria. Credetemi sarebbe una rivoluzione. Forza Zinga, sii il primo a chiedere agli altri di offrire a Draghi la possibilità di guidare una coalizione democratica e il Paese.

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La Banca centrale europea lascia i tassi invariati

Il tasso principale resta fermo allo zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

La Banca centrale europea (Bce) ha lasciato i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo allo zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%. La Bce ha comunicato che il Consiglio direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento si mantengano su livelli pari o inferiori a quelli attuali finché non vedrà le prospettive di inflazione convergere saldamente su un livello sufficientemente prossimo ma inferiore al 2% nel suo orizzonte di proiezione e tale convergenza non si rifletterà coerentemente nelle dinamiche dell’inflazione di fondo.

CONFERMATI GLI ACQUISTI DI BOND PER 20 MILIARDI AL MESE

Come deciso nella scorsa riunione del Consiglio direttivo, tenuta a settembre, gli acquisti netti riprenderanno nell’ambito del programma di acquisto di attività (Paa) a un ritmo mensile di 20 miliardi di euro a partire dal primo novembre. La nota dell’Eurotower spiega che il Consiglio direttivo si attende che gli acquisti «proseguiranno finché necessario a rafforzare l’impatto di accomodamento dei suoi tassi di riferimento e che termineranno poco prima che inizierà a innalzare i tassi di riferimento della Bce».

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