Come è andata la valutazione della Bce sulle banche Ue nel 2019

L'Eurotower ha rilasciato il dossier bancario evidenziado come i requisiti degli istituti siano stabili, anche se ci sono casi di «gestione inefficace».

La Bce ha deciso di mantenere stabili «i requisiti e gli orientamenti di capitale complessivi in termini di capitale CET1 al 10,6%». È quanto afferma la vigilanza di Francoforte al termine del processo di revisione e valutazione prudenziale (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP) del 2019. Nel dossier la sorveglianza Bce si è detta preoccupata per alcuni casi di «gestione inefficace da parte degli organi di amministrazione e di lacune nei controlli interni» oltre che «rischi di condotta» di alcune banche europee, segnalando anche alcune aree di «notevole deterioramento». Francoforte annuncia così che intensificherà «la valutazione della sostenibilità dei modelli imprenditoriali e continuerà a richiedere alle banche di accrescere l’efficacia dei loro organi di amministrazione».

SOLO SEI BANCHE SOTTO LA SOGLIA

La vigilanza Bce in generale si è però detta «sostanzialmente soddisfatta del livello complessivo di adeguatezza patrimoniale degli enti significativi sottoposti alla nostra vigilanza». Come confermato da Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza di Francoforte al termine dell’esercizio Srep nel quale «la maggior parte degli enti significativi detiene livelli di capitale Cet1 superiori ai requisiti e agli orientamenti patrimoniali complessivi». Le banche italiane avevano diffuso i loro requisiti già lo scorso dicembre. Sei delle 109 banche comprese nel ciclo SREP 2019 hanno mostrato livelli di CET1 inferiori agli orientamenti di secondo pilastro. «Agli enti che non hanno adottato misure soddisfacenti nell’ultimo trimestre del 2019 – afferma la vigilanza – sono state richieste azioni correttive da attuare entro tempistiche precise».

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Perché dovremmo ringraziare Jeff Bezos per aver debellato l’inflazione

Troppo spesso anche chi è chiamato a vigilare contro la sua diffusione dimentica i pericoli connessi a una nuova epidemia. Non ultimo l'aumento della disoccupazione. Se per ora non risorge - nonostante tutto - è solo per effetto della amazonificazione del commercio.

Siamo tutti grati a Edward Jenner, il medico inglese che ideò la vaccinazione dal vaiolo.

Grazie alla sua coraggiosa sperimentazione (provò l’efficacia del vaccino per la prima volta su suo figlio, iniettandogli poco dopo il virus del vaiolo) una malattia molto pericolosa è stata completamente debellata.

Una gratitudine simile non viene riservata a Jeff Bezos per aver debellato l’inflazione, pur se i pericoli della sua diffusione sono ben noti ed è quasi universalmente riconosciuto che se l’inflazione non risorge nonostante i molteplici tentativi, è per effetto della “amazonificazionedel commercio.

AMAZON È UNO STANDARD NELLA FORMAZIONE DEI PREZZI

Il portale globale di commercio elettronico non fa che livellare ogni giorno i margini nei più svariati settori di beni commerciali e di servizi di largo consumo. Le politiche fiscali e monetarie dei singoli Paesi faticano a generare un effetto sui prezzi a causa della globalità di questa piattaforma, che in molti casi costituisce ormai uno standard nella formazione dei prezzi.

LA NOSTALGIA PER L’INFLAZIONE DEI BEI TEMPI ANDATI

Nessuno ringrazia Jeff Bezos per diverse ragioni. La prima è che mentre nessuno ha nostalgia del vaiolo, molti hanno una certa qual nostalgia per l’inflazione dei “bei tempi andati”: i crescenti debiti pubblici sarebbero certamente più leggeri se avessimo un’inflazione più robusta che provvedesse a svalutarne il loro peso reale. Un po’ più di inflazione, inoltre, fungerebbe da stimolo ai consumi, rigenerando un ciclo economico che minaccia periodicamente di spegnersi.

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Inoltre l’inflazione non è “morta”: l’indice dei prezzi americano è oggi al 2,3% e quello europeo è a 1,3%. Inoltre i danni che l’inflazione può fare sono per molte persone sconosciuti, mai sperimentati, e per altri superati: i salari negli Usa stanno crescendo del 2,9% annuo, in Germania del 4,3% annuo e persino in Italia crescono più dell’inflazione (+2,1%). È chiaro come molti lavoratori pensino che una maggiore inflazione comporterebbe una maggior rivalutazione dei loro salari, qualcosa che non solo non è da temere, ma addirittura qualcosa per cui fare il tifo.

LE MOSSE DELLE BANCHE CENTRALI

Le banche centrali, che dovrebbero essere i principali guardiani dell’inflazione, cercano di fare di tutto perché possa salire. Al punto che l’obiettivo Bce di avere una inflazione vicina ma inferiore al 2% sarà presto corretto dal governing council presieduto da Christine Lagarde: quando la soglia del 2% verrà raggiunta e superata, la Bce tollererà livelli superiori al suo attuale target per compensare i molti anni in cui è rimasta visibilmente al di sotto dell’obiettivo. Anzi, con i nuovi indirizzi che la Bce vuole darsi, per «contrastare il cambiamento climatico», è probabile che vengano inseriti dispositivi che incentivino la spesa pubblica di tipo inflattivo.

L’ESPERIENZA DELLA SCALA MOBILE

È opportuno ricordare che il più celebre dei banchieri centrali americani, il recentemente scomparso Paul Volcker, deve la sua celebrità proprio alla tenace lotta contro l’inflazione: un flagello che negli Anni 70 colpiva i patrimoni e i redditi, impoverendo le famiglie senza alcuna pietà né controllo, facendo aumentare le spese mediche, gli affitti, il costo dei beni di prima necessità. In Italia si tentò di contrastarla con meccanismi come la scala mobile, un adeguamento automatico dei salari ai tassi di crescita dei prezzi che venivano registrati. In realtà fu presto evidente che si trattava di una spirale incontrollabile tra redditi e prezzi, che induceva le istituzioni a manipolare il paniere per il calcolo dell’inflazione così da registrare tassi di variazione dei prezzi più bassi, e di conseguenza rivalutare meno del dovuto i salari; la svalutazione monetaria faceva il resto, ma generando altra inflazione sui prezzi dei beni di importazione. Alla fine ci si dovette arrendere ad abolire la scala mobile e solo così l’inflazione si iniziò a ridimensionare.

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In buona sostanza tutti gli attori politici ed economici desiderano una inflazione più alta, e persino i vigilanti sono pronti ad assumere un atteggiamento permissivo nei suoi riguardi. Significa che se l’inflazione tornerà a salire, verrà lasciata correre. Questo rende saggio, per gli investitori, contemplare delle coperture per il rischio inflazione. Il suo arrivo, infatti, porterebbe rialzi dei tassi e dunque a un aumento dei costi del capitale, provocando un calo dei profitti aziendali e in ultimo disoccupazione e recessione.

IL LEGAME TRA DISOCCUPAZIONE E INFLAZIONE

Il legame tra disoccupazione e inflazione oggi è percepito poco, probabilmente perché l’innovazione tecnologica (e torniamo al successo di Amazon) tende a comprimere i prezzi mentre, contemporaneamente, genera novità nel mercato del lavoro. Un esempio recente è il trend in corso negli alberghi statunitensi, dove sempre più spesso il servizio in camera viene rimosso, e sostituito da voucher di UberEats messi a disposizione dei clienti. È improbabile che l’inflazione torni ai livelli con cui Volcker dovette confrontarsi, ma possiamo stare certi che se dovesse riaffacciarsi nel nostro panorama economico tornerà a generare disoccupazione e a farsi temere come un’epidemia di vaiolo. Soprattutto se, come ora, nessuno ha la minima intenzione di contrastarne l’avvento.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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La Bce di Lagarde in pressing sui Paesi che possono spendere

Stime di crescita al ribasso: +1,1% per il 2020. La presidente dell'Eurotower: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva». E poi precisa: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

La prima riunione di politica monetaria della Banca Centrale Europea guidata da Christine Lagarde si è conclusa lasciando i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo a zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

«NÉ FALCO NÉ COLOMBA, SARÒ GUFO»

La Bce ha «leggermente rivisto» al ribasso le stime di crescita per il 2020, a 1,1%. Le stime sono ora di una crescita dell’1,2% quest’anno, dell’1,1% il prossimo, e dell’1,4% nel 2021 e 2022. Nella conferenza stampa al termine del board Lagarde ha spiegato: «Non sono né una colomba né un falco, la mia ambizione è essere un gufo, che è dotato di saggezza».

«IL MES NON PRENDE DI MIRA NESSUNO»

Alla presidente Bce è stata posta anche una domanda sul dibattito italiano riguardante il meccanismo europeo di stabilità: «L’idea che il Mes prenda di mira uno specifico Paese è totalmente errata, a mio parere».

«BENE LE APERTURE DELL’ITALIA SUI BOND»

E poi ha aggiunto: le aperture arrivate da alcuni policy maker italiani a proposito di ridurre la concentrazione di titoli di Stato nazionali nei portafogli delle banche «è un grosso passo avanti, e qualsiasi passo avanti in quest’area è una buona notizia».

«CHI HA SPAZIO DI BILANCIO, AGISCA IN MANIERA TEMPESTIVA»

Poi Lagarde è tornata in pressing sulla Germania e gli altri Paesi che hanno surplus di bilancio: «I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva» per stimolare la crescita.

«L’EUROPA NON VA VERSO LA JAPANIFICATION»

Infine, riferendosi al rischio, evocato da alcuni economisti, di una spirale di deflazione e bassa crescita come quella del ‘decennio perduto’ giapponese, ha commentato: «Una ‘Japanification’? non credo affatto che siamo a questo punto, il credito alle imprese europee presenta un quadro completamente diverso da quello giapponese. Non credo affatto che una ‘Japanification’ sia fra le ipotesi sul tavolo»

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Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

Per realizzarla Berlino spinge affinché le banche smettano di considerare i titoli di Stato del proprio Paese risk free. L'Italia si oppone e rilancia le sue controproposte facendo leva sull'assenza di dispositivi Ue di rilancio fiscale. Ma con lo spettro della Brexit che si avvicina meglio correre subito ai ripari.

Dall’ultima conferenza stampa di Mario Draghi nelle vesti di presidente della Bce, quella del passaggio del testimone, i tassi di interesse in tutta Europa, sia di breve sia di lungo termine, sono saliti.

Un movimento dovuto a diversi fattori, non ultimi alcuni aspetti tecnici legati al tiering, l’ultima trovata di Draghi prima di congedarsi da Francoforte.

PER ALZARE I TASSI SERVE UNO STIMOLO FISCALE SU LARGA SCALA

Il tasso di crescita atteso per l’economia europea, comunque, è talmente basso che è improbabile che i tassi possano ulteriormente salire nei prossimi trimestri e la Banca centrale, semmai, continuerà a perseguire la sua politica di allentamento quantitativo. Ciò che potrebbe portare a un vero rialzo dei tassi di interesse europei a lungo termine è uno stimolo fiscale su larga scala, preferibilmente in coordinamento con altre economie. In quel caso, le aspettative di crescita e inflazione verrebbero immediatamente innalzate e ciò darebbe alla Bce la possibilità di aumentare i tassi di interesse a breve termine.

LEGGI ANCHE: Il favore di Draghi a Lagarde può essere un autogol

Il dato di Pil tedesco uscito venerdì 15 novembre, però, leggermente superiore a zero, ha scongiurato l’ingresso della principale economia continentale in recessione, mentre perché ci sia un reale stimolo fiscale coordinato è necessario che si realizzi un contesto di crisi, una condizione a cui dover reagire, andando oltre i dogmi vigenti.

UN’UNIONE FISCALE E MONETARIA CONTRO LA SPIRALE DEI RENDIMENTI NEGATIVI

Esiste però una seconda opzione per l’Unione monetaria di uscire dalla spirale dei rendimenti negativi risalendo verso la normalità: un‘unione fiscale e bancaria. Uno sviluppo in questa direzione, infatti, ridurrebbe notevolmente il rischio di un crollo dell’Unione: la Bce non dovrebbe costantemente vivere in modalità whatever it takes, impegnandosi a tenere insieme l’Eurozona. In questo modo la domanda di titoli di Stato tedeschi come rifugio sicuro diminuirebbe e i rendimenti si normalizzerebbero.

LE PROPOSTE DI SCHOLZ

A che punto è, quindi, il processo di creazione di un’unione bancaria in Europa? La scorsa settimana sono giunte delle novità, in merito, proposte dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz: in cambio di una garanzia dei depositi a livello europeo, si chiede che le banche smettano di considerare i titoli di Stato del proprio Paese come privi di rischio. Quali sono le conseguenze? Sarà meno interessante, per le banche, tenere in bilancio i titoli di Stato nazionali, perché dovrebbero accantonare del capitale di vigilanza a fronte dell’esposizione al debito sovrano se non sarà più risk-free, quindi i portafogli delle banche diventerebbero più diversificati e più ponderati per il merito di credito.

LA RESISTENZA DELL’ITALIA

Un disegno a cui l’Italia si oppone, perché in nessun altro Paese europeo le banche sono investitori in titoli di Stato, e il Tesoro (con Bankitalia) teme che i rendimenti dei Btb aumenterebbero troppo se le banche cominciassero a diversificare meglio i propri portafogli. Così il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha presentato le controproposte italiane per accogliere le iniziative tedesche: un Fondo europeo di ammortamento del debito per accompagnare il processo di riallocazione dei portafogli bancari; una capacità di bilancio europea per far fronte ai periodi di crisi; un ‘safe asset’ per consentire alle banche di dotarsi di attivi privi di rischio.

IL RAPPORTO INCESTUOSO TRA BANCHE E STATO

Il rapporto incestuoso tra Stato italiano e banche è ricco di argomenti per essere stigmatizzato, ma le paure del ministero e di Banca d’Italia sono comprensibili, perché anche il solo effetto annuncio rischia di spingere i mercati ad anticipare il nuovo scenario, mettendo in difficoltà i Paesi più deboli, e oggi l’Italia è il Paese con lo spread più elevato, avendo superato ormai anche la Grecia in questa triste classifica. La leva che usa Visco è che, senza dispositivi europei di rilancio fiscale, la Bce sarà costretta a proseguire nelle sue politiche accomodanti tanto osteggiate da Berlino. Vedremo come si svilupperà la strada verso una maggiore unione, di certo sarebbe logico aspettarsi che si facciano, e alla svelta, dei passi avanti: con una possibile Brexit alle porte serve un mercato dei capitali più forte per resistere al meglio alla possibile onda d’urto di una separazione traumatica e anche in prospettiva per insidiare Londra nell’offerta di credito. Che la Brexit possa essere un problema non dubita nessuno, ma a volte ci si dimentica che i problemi possono essere opportunità.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Cosa dice l’ultimo bollettino economico della Bce

In evidenza «una protratta debolezza nelle dinamiche di crescita» e «la persistenza di pronunciati rischi al ribasso».

I dati più recenti, fra cui la crescita economica rallentata allo 0,2% nel secondo trimestre dallo 0,4% precedente, «continuano a indicare un’espansione moderata seppur positiva nell’area dell’euro nella seconda metà di quest’anno». Lo scrive la Bce nel bollettino economico, notando tuttavia «una protratta debolezza nelle dinamiche di crescita» e «la persistenza di pronunciati rischi al ribasso».

«PRONTI AD ADEGUARE STIMOLI PER SPINGER L’INFLAZONE»

Anche per questo, il Consiglio direttivo della Bce ribadisce «la necessità di mantenere un orientamento di politica monetaria ampiamente accomodante per un prolungato periodo di tempo» e «resta pronto ad adeguare tutti gli strumenti a disposizione, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente all’obiettivo».

«I RISCHI LEGATI A BREXIT RESTANO ELEVATI»

Infine, «i rischi legati a Brexit restano elevati». Il negoziato per l’addio della Regno Unito all’Ue viene indicato tra gli altri rischi per l’economia internazionale – dai dazi alle incertezze su alcune economie emergenti – che «restano orientati al ribasso».

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Lagarde diplomatica con Schaeuble: inizio soft per la presidente Bce

La numero uno dell'Eurotower a Berlino, in casa dell'ex ministro delle finanze tedesco, non cita né la politica monetaria né la necessità di uno sforzo di bilancio. Ma con tutta probabilità sta giocando di tattica.

I richiami alla necessità di aumentare lo sforzo di bilancio non si sono sentiti. Christine Lagarde, alla sua prima uscita dal presidente della Bce, esordisce a Berlino di fronte a Wolfgang Schaeuble. Ma anziché svelare subito le sue carte spingendo per uno stimolo di bilancio, preferisce la diplomazia con uno dei referenti dell’austerity tedesca, che potrebbe rivelarsi decisivo nei prossimi mesi.

«IL SEGNO DI UN VERO UOMO DI STATO»

Durante un intervento a Berlino in lode all’ex ministro delle Finanze, ora potente presidente del Bundestag, la neopresidente della Bce ha ricordato i negoziati durissimi vissuti insieme (il pensiero va alla crisi della Grecia) ma non ha toccato esplicitamente né la politica monetaria, come atteso, né la politica di bilancio, come qualcuno invece si sarebbe aspettato. Ha riconosciuto a Schaeuble di portare «il segno di un vero uomo di Stato: la capacità di esaminare profondamente ciò che va fatto, evitando false certezze».

UN GIOCO DI TATTICA

L’ex direttrice generale del Fmi, insomma, di fronte a Schaeuble, in una Berlino sempre più critica delle politiche espansive della Bce che Lagarde eredita da Draghi, prende alla larga l’argomento scottante su cui era già intervenuta nei giorni scorsi chiedendo a Germania e Olanda di farsi avanti con uno stimolo di bilancio per sostenere l’Europa. Un esordio sotto tono, anche se diversi osservatori notano che l’approccio soft (già visto all’Europarlamento quando Lagarde non ha sottoscritto convintamente il ‘whatever it takes di Draghi) probabilmente sta giocando di tattica.

RICERCA DEL CONSENSO DIETRO LE QUINTE

Ha bisogno, cioè, di ammorbidire l’establishment tedesco per cercare di convincerlo a non osteggiare con troppa forza le mosse della Bce, specie se dovesse rendersi necessario un ulteriore rilancio del quantitative easing di fronte al rischio di recessione. E di cercare il consenso, dietro le quinte, per l’eventualità di uno stimolo di bilancio per la crescita che vada oltre i 54 miliardi per il clima di investimento messi sul piatto dalla cancelliera Merkel. Con Schaeuble funziona così e Lagarde l’ha imparato negli anni della grande crisi, riuscendo a costruire con lui una relazione cordiale nonostante posizioni diametralmente opposte sull’opportunità di ristrutturare il debito ellenico: il politico tedesco – con una Cdu alle prese con l’affermazione della Afd che la spinge a destra – non ama le sorprese.

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Il discorso d’addio di Mario Draghi alla Bce

Passaggio di consegne a Francoforte, con Christine Lagarde a raccogliere il testimone. «Lascio la Banca in buone mani», dice il presidente uscente, che riceve l'omaggio di tutti leader europei.

Lasciare la Banca centrale europea è più facile, sapendo che «è in buone mani». Con queste parole il presidente uscente della Bce Mario Draghi ha accompagnato la cerimonia per la fine del suo mandato al vertice dell’istituto, parlando di fronte a Christine Lagarde, chiamata a succedergli dal primo novembre, e ai principali leader politici europei.

«È IL MOMENTO DI PIÙ EUROPA, NON MENO»

Le politiche nazionali, che tuttora giocano il ruolo principale di stabilizzazione nell’Eurozona, ha detto Draghi, «non possono sempre garantire» tale stabilizzazione e, dunque, «abbiamo bisogno di una capacità di bilancio dell’Eurozona, con delle dimensioni e con un meccanismo adeguato». Quindi, l’ennesimo e accorato appello a un europeismo convinto: «È davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno».

IL GRAZIE DI MATTARELLA: «SCONFITTA IL RISCHIO DI FINE DELL’EURO»

Nel giorno del suo commiato il presidente uscente ha ricevuto l’omaggio di tutti i principali leader europei. «Professor Draghi, caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie», sono state le parole pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha ricordato come «nel 2011 l’impatto della crisi finanziaria imponeva all’Unione e alla Banca, in primo luogo, un cambio di passo. La sfida infatti era presto divenuta esistenziale: sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso eurosistema. Una possibilità, e un rischio, che oggi possiamo considerare sconfitti». E ancora: «Draghi in questi otto anni è stato autorevolmente al servizio» di un’«Europa più solida e più inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione». «Oggi», ha aggiunto Mattarella riferendosi a occupazione, sistema bancario, integrazione fra gli Stati membri, «possiamo dire che il sistema» economico europeo «è più solido».

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Draghi è libero, fategli dirigere il Paese

Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità ed hanno un solido prestigio internazionale. Avere lui come premier sarebbe la vera rivoluzione.

Mario Draghi è ufficialmente libero da incarichi. Credo che siano tanti gli italiani che vorrebbero vedere l’ormai ex presidente della Bce alla guida del governo della Repubblica o come successore di Sergio Mattarella. Le qualità di Draghi sono note e non vanno descritte nuovamente. Solido è il suo prestigio internazionale. Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità.

È uno di quei rari personaggi (ce ne sono un paio, più o meno) che non ci hanno mai afflitto con le proprie biografie, con le proprie abitudini casalinghe, con i matrimoni, i figli, i cani. Noi abbiamo sempre saputo che a Roma o a Francoforte c’era un signore che faceva l’interesse generale e che in questi anni ha più volte salvato l’Europa e l’Italia. Sarebbe un Paese molto bello quello in cui gli attuali governanti, o gli aspiranti tali, dicessero: si è liberato un “campione”, facciamo giocare lui.

Certo toglieremmo un divertimento a quel popolo social-dipendente che si è immedesimato negli insulti, nella politicaccia di gran parte dei protagonisti attuali. Come passerebbe le loro giornate se avessero di fronte una persona seria, che sa il fatto suo, che rispetta gli altri, che non insulta, che sa gestire il bene comune? Sarebbero infelici e per questo preferiscono l’infelicità ridanciana con Matteo Salvini, Matteo Renzi e tutto il cucuzzaro. Ma io sono convinto che stiamo parlando di una minoranza.

ZINGARETTI SIA IL PRIMO A PROPORRE DRAGHI COME PREMIER

Probabilmente sia in Italia sia nel mondo sta finendo l’epoca dei cialtroni. Abbiamo avuto stagioni di destra e di sinistra che non sono piaciute a chi stava dall’altra parte. Ma una classe dirigente internazionale così analfabeta non la si ricordava da millenni. La cosa che rende ottimisti è che generalmente queste crisi politiche generalizzate, che vedono affiorare al vertice degli Stati il peggio che c’è in giro, si consumano perché c’è una parte di quel famoso popolo che si rompe le scatole e cerca le persone serie e per bene.

Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto all’Italia dei Salvini e dei Giordano

So che molti a sinistra storcono la boccuccia quando sentono parlare di Draghi. Consolatevi compagni, per fortuna non c’è Lenin all’orizzonte e un bravissimo liberale è la cosa più rivoluzionaria che potremmo sostenere. Non immagino l’ascesa di Draghi nella politica italiana in una condizione di eccezionalità. Il Paese che va a ramengo e qualcuno – Mattarella? – che chiama Draghi e gli fa fare un governo. Non lo immagino perché non voglio immaginare nulla di catastrofico per l’Italia.

Mario Draghi.

Voglio pensare, invece, a una scelta seria presa da alcuni partiti seri che dicano: caro Draghi, le conferiamo quello che abbiamo, chiami lei il popolo italiano alla rivoluzione della serietà. Già me lo immagino il faccia a faccia Draghi-Salvini. Già li vedo i Giletti, i Giordano urlare contro l’uomo della finanza, loro poveri proletari produttori di chiacchiere miliardarie. Ma Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto a questa Italia che ha furoreggiato con le fake news. Draghi è la possibilità che alla guida del governo della Repubblica ci sia una persona seria. Credetemi sarebbe una rivoluzione. Forza Zinga, sii il primo a chiedere agli altri di offrire a Draghi la possibilità di guidare una coalizione democratica e il Paese.

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La Banca centrale europea lascia i tassi invariati

Il tasso principale resta fermo allo zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%.

La Banca centrale europea (Bce) ha lasciato i tassi d’interesse invariati: il tasso principale resta fermo allo zero, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%. La Bce ha comunicato che il Consiglio direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento si mantengano su livelli pari o inferiori a quelli attuali finché non vedrà le prospettive di inflazione convergere saldamente su un livello sufficientemente prossimo ma inferiore al 2% nel suo orizzonte di proiezione e tale convergenza non si rifletterà coerentemente nelle dinamiche dell’inflazione di fondo.

CONFERMATI GLI ACQUISTI DI BOND PER 20 MILIARDI AL MESE

Come deciso nella scorsa riunione del Consiglio direttivo, tenuta a settembre, gli acquisti netti riprenderanno nell’ambito del programma di acquisto di attività (Paa) a un ritmo mensile di 20 miliardi di euro a partire dal primo novembre. La nota dell’Eurotower spiega che il Consiglio direttivo si attende che gli acquisti «proseguiranno finché necessario a rafforzare l’impatto di accomodamento dei suoi tassi di riferimento e che termineranno poco prima che inizierà a innalzare i tassi di riferimento della Bce».

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