Voci dal Serraglio:  Antonio Dell’Isola rubrica a cura di Olga Chieffi

Una gabbia d’oro è pur sempre una gabbia

Continua la nostra rubrica Voci dal Serraglio con i ricordi di Antonio Dell’Isola

Lo scrivere queste brevi note crea già un sentimento di profondo dolore. Da uomo maturo e con testa bianca rifletto e ricordo, personalmente, e credo nella maggioranza ampia quanti abbiano vissuto questo triste percorso nell’ Orfanotrofio Umberto I, devono ringraziare la fortuna nell’avversità, di aver ricevuto un’accoglienza. Un’ opportunità che ha dato a molti di noi un’ educazione, un mestiere ed una carta da giocare al tavolo della vita. Io ero stato impostato sul clarinetto e ricordo che il maestro di solfeggio Sevosi mi sgridava di continuo,  ma molti sono diventati Maestri di musica e hanno fatto parte di prestigiose orchestre, qualcuno è diventato un direttore d’orchestra, molti hanno trovato sbocco nelle Istituzioni Pubbliche, tanti hanno trovato sviluppo in imprese personali o presso terzi, con lo sguardo in avanti e testa alta sempre, in considerazione di quel seme piantato da quell’accoglienza, certo un’accoglienza difficile  da digerire. Una mia qualità? La caparbietà e credo caratteristica della maggioranza  di quanti abbiano varcato la soglia di quell’ Istituto, ricevendo questo bagaglio di conoscenza e affetti, che ha permesso loro di riuscire nella vita con orgoglio e prestigio. La mia personale esperienza durata  nove anni, vissuti nel Serraglio, ha segnato un solco profondo ed indelebile nel mio essere, ciò mi ha permesso di valorizzare tutto ciò che la vita mi ha donato e conquistato e di viverlo intensamente. E’ stata una esperienza dura e faticosa, ma una volta uscito dal quel guscio mi sono trovato ad affrontare una realtà molto più severa e spietata: la società, totalmente diversa dalla vita in collegio, una società che non regala niente e non perdona. Grazie a quelle fondamenta ricevute al Serraglio sono riuscito, con fatica ma sono riuscito a realizzare i miei progetti. Uscito dal collegio nel 1966  quindicenne,  e non trovando risposte alle mie aspettative a Salerno sono partito  con destinazione Nord. Amo  Milano che mi ha accolto. Lì  iniziai  una nuova avventura  per costruire un  futuro, avendo opportunità di studio e  di crescita personale e culturale. E’ stata dura, solo in una metropoli, ho incontrato delle belle persone, ma anche cartelli con scritto “affittasi non a meridionali”, oppure “Cercasi apprendista con esperienza non meridionale”. Piano piano mi sono inserito  nel tessuto sociale, dedicandomi anche alla pittura e alla scultura,  pur conservando nel mio cuore la nostalgia dei miei luoghi natii.   Oggi nonno, la stanza dei ricordi è stracolma, la pagina di Fb del Serraglio ha aperto una porta ed è in atto un continuo scavo nei ricordi e nei volti delle persone ormai mature e mutate dal tempo.  C’è un’immagine che è emblematica nella sua lettura: un bimbo solo, impaurito davanti ad uno spazio grande e vuoto, deve uscire dall’ombra (grembo materno) e affrontare la vita, questo è stato l’impatto vissuto che ancora tutt’ora ricordo, quel giorno triste e pieno di paura, solcai l’ingresso del Serraglio ed il portone si chiuse dietro di me. Un dolore profondo, sperso e privo del calore materno e familiare, un profondo vuoto che non dimentico.

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