Manuale di istruzioni per non cadere nella trappola dei ducetti – star di oggi

C'èè modo per riconoscerli, decrittarli, salvarsene, insomma non cascarci? Gli orchi dicono che con la "cultura non si mangia". Ma perché vogliono mangiare noi.

Alle origini del sostantivo intelligenza c’è la comprensione: intelligere, intus-legere, leggere dentro, cioè capire. Io capisco in profondità quello che mi accade attorno. Esistono tanti tipi di intelligenza, come usa dire in questi anni: ci sono autori che hanno fatto fortuna e rasserenato schiere di indolenti isolando intelligenze speciali che a loro dire non necessiterebbero di particolari training per risplendere, di nessuno sforzo. Per esempio, l’intelligenza emotiva. Di tutte queste intelligenze, per la maggior parte afferenti al concetto di empatia, al sentire comune, quella politica sarebbe la massima espressione. Intelligenza politica come capacità di intercettare le paure e i desideri della folla in un dato momento, da cui l’evidenza, come notavano l’’altro giorno in tanti sui social, che Silvio Berlusconi l’abbia del tutto persa quando ha dichiarato in un incontro a sostegno della candidata in Calabria Jole Santelli che «in 26 anni» non gliel’abbia «mai data».

SILVIO COME AMADEUS: NON HANNO NEMMENO LE PAROLE

Non aver capito quanto il clima sia cambiato e che definire una donna per la propria appetibilità sessuale sia divenuto intollerabile è il segno di una sempre minore presa sulla sensibilità dell’elettorato, anche di un elettorato di centro destra, insomma morbido sul sessismo come in questo caso. Lo stesso sta accadendo a Sanremo, dove infuria da giorni la polemica attorno al presunto sessismo di Amadeus per quella infelicissima definizione delle co-conduttrici («tutte belle donne»), che in realtà, probabilmente, è solo espressione di pura ignoranza, quel genere di «mancanza di parole», di lessico, di apertura mentale, che derivano dal non aver compiuto un percorso di studi regolari.

L’ABBIGLIAMENTO DEL POTERE E LA PARODIA DEL MASCHIO

L’intelligenza, perfino quella presuntamente emotiva, si nutre e si sviluppa nella cultura. L’altro giorno, colleghi di un quotidiano che, come quasi tutti ormai, vanta una declinazione televisiva online, sono venuti in facoltà a chiedermi un’opinione sulle scampanellate impromptu del leader della Lega Matteo Salvini e sul linguaggio e sui gesti dei condottieri politici della storia. Comportamenti, abbigliamento, usi: c’è modo per riconoscerli, decrittarli, salvarsene, insomma non cascarci? La vestizione del potere mi ha sempre molto interessata, anche nei gesti. I paraphernalia dell’uomo solo al comando: cappello o no (John Kennedy), giacca e quale (Mao Ze Dong), l’abbigliamento militare (nessuno di loro vi resiste, anche e soprattutto se non hanno mai fatto parte di un corpo e magari, quando ancora esisteva la leva, sono stati riformati. L’assunzione dei segni dell’autorità altrui pare irresistibile; in hoc signo vinces, avete presente il genere), e poi la gestualità, la mimica, pensate solo a Mussolini con quella mascella protrusa, quella parodia del maschio tutto d’un pezzo. Ma la domanda di fondo è ancora un’altra. Esiste una procedura per farsi duce, un manuale d’uso, una ricetta? Dove ci si prepara, dove si studia? Il modello è replicabile o anche, a conoscerlo, evitabile?

IL DITTATORE ARRIVA AL COMANDO PER TUTTO TRANNE CHE PER MERITO

Poco prima di Natale, sul tema è uscito un saggio di Frank Dikotter, professore di sociologia dell’università di Hong Kong e già autore di uno studio su Mao: «How to be a dictator: the cult of personality in the Twientieth Century». Prendendo in analisi le figure di Hitler, Stalin, Mussolini, Mao, “Papa Doc” Duvalier, Nicolae Ceasescu e Mengistu Hailé Mariàm, Dikotter evidenzia caratteri simili: la nascita oscura, la frustrazione giovanile (guardatevi attorno anche adesso, nel nostro paese: la maggior parte dei gerarchi minori del momento erano il classico “sfigatone” della scuola, invelenito e in cerca di rivalsa), l’ascesa al potere per combinazione, caso, colpo di fortuna, insomma per qualunque accidente ad eccezione del merito.

IL CONSENSO TRASFORMA IL REGIME IN RAPPRESENTAZIONE

Fingendo modestia, spirito egualitario (io sono come voi, mi mostro a cavallo dell’aratro, in spiaggia, in maniche di camicia allo sportello del comune sezione anagrafe), il dittatore coltiva il culto di sé: le donne ma anche gli uomini si sentono sopraffatti in sua presenza; gli scolaretti ne cantano le lodi di padre della nazione e gli artisti lo incensano a fama imperitura. Il dittatore di solito arriva equipaggiato di un’ideologia e di una mitologia di facile presa (il walhalla, l’arianesimo, i riti celtici) ma, non possedendo alcun principio se non la smania di potere, la trasforma subito in burletta o in pura rappresentazione, che è quanto capisce meglio e meglio sa mettere in scena, essendo imbevuto di cultura popolare, come peraltro tutti noi. Per quanto si finga scrittore o filosofo, è raro che i suoi scritti possiedano un’effettiva validità di pensiero, e i suoi “libretti rossi” o le sue guerre sono dei real fake, come si direbbe oggi cioè una congerie di frasi ad effetto e di aforismi colorati. Se dittatore di sinistra, tende a mettere in pratica riforme radicali che portano il paese alla fame; se di destra, porta il paese in guerra, con le stesse conseguenze oltre a una sonora sconfitta (la ragione si mette in moto tardi ma tende a trionfare). È sempre attorniato da sicofanti, da adulatori della peggior specie, meglio ancora se ignoranti, caratteristica che il dittatore ritiene una virtù. Privo di amici, subito impaurito dalla stessa macchina mostruosa del consenso che ha creato, diventa presto paranoico. Di solito fa una fine orribile.

Il TIRANNO DI OGGI VESTE PANNI CHIC E HA MODI DA STAR

«Non vengo a piangere Cesare», figurarsi: morte al tiranno, anche quando, come adesso, veste panni chic e adotta modi da star. Il culto del dittatore del ventesimo secolo si nutre delle stesse modalità e delle stesse logiche che regolano il mondo dello spettacolo e la creazione degli attori: apparizioni calibrate, abbigliamento studiato nel dettaglio a fini simbolici, uso accortissimo dei social, cioè della “bestia”, come la definisce Salvini, e sarebbe bene andare a rileggersi Orwell e il suo 1984 per capirne le dinamiche di controllo e manipolazione. «La prima volta che vidi Hitler, con quei baffetti, pensai che imitasse me», osservò Charlie Chaplin mentre si preparava a girare Il grande dittatore: da attore e autore di genio, aveva intuito che la macchina della propaganda hollywoodiana e quella del nazismo nascente agivano nello stesso modo, e che il dittatore del Ventesimo Secolo non avrebbe dovuto imitare le gesta di Giulio Cesare, ma modellare il proprio sguardo su quello di Clark Gable. Diventare seduttivo, misterioso come un divo, calibrare uscite e presenze a seconda del momento politico, come un attore con il nuovo titolo; saper dosare le parole, ma soprattutto usarle.

L’ORCO DICE ” CON LA CULTURA NON SI MANGIA” PERCHÉ VUOLE MANGIARE NOI

Dopo l’ingresso dei carrarmati sovietici a Praga, il grande poeta e drammaturgo inglese Wystan Hugh Auden descrisse così l’agosto 1968: «L’orco fa quello che può fare un orco/imprese affatto impossibili per l’Uomo/ma c’è una preda al di là del suo dono/l’orco non può appropriarsi del Discorso: attorno a una pianura soggiogata/in mezzo a gente uccisa e disperata/l’orco cammina e sventaglia il suo brando/tronfio e impettito, ma sproloquio sbavando». L’orco scrive libri, discorsi, dichiarazioni: talvolta, come Stalin, può possedere le case editrici e anche tutte le librerie e imporre che il proprio ritratto sia pubblicato sul frontespizio di ogni libro: ma non possiede il Verbo, e il suo discorso suonerà sempre falso. Per questo è fondamentale ascoltare bene che cosa dice, e cercare di capirlo a fondo. Per questo, serve aver letto, studiato. Per questo, gli orchi odiano le scuole e dicono che «con la cultura non si mangia». Vogliono mangiare noi.

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Le opere acquistate illegalmente o rubate che l’Italia chiede indietro

Dal corredo paleocristiano comprato da Hitler nel '41 a Roma all'anfora del 490 a.C ora esposta al Louvre: i dossier aperti.

Sebbene poco se ne parli, il mercato nero delle opere d’arte è più vasto di quel che si pensi.

Secondo l’ultimo bollettino del Comando dei CarabinieriTutela Patrimonio Culturale, nel solo 2018 ci sono stati 474 furti (419 nel 2017) per un totale di 8.045 opere trafugate (6.255 nel 2017).

La maggior parte di queste vengono recuperate prima che possano varcare i confini nazionali. Ma altre volte questo accade e, rivendute da privati a case d’asta, finiscono così anche in musei e gallerie esteri.

LA DIRETTIVA UE PER LA COOPERAZIONE AMMINISTRATIVA

È qui che, secondo quanto stabilito dalla direttiva europea in merito alla cooperazione amministrativa, i Paesi che ritengono di essere proprietari di un bene illecitamente sottratto, possono avviare un’istruttoria per la sua restituzione. Nel corso del 2019 il ministero per i Beni culturali ha portato avanti 20 procedimenti con diversi Paesi europei, dalla Germania al Regno Unito fino alla Norvegia, alcuni dei quali chiusi positivamente, altri invece ancora in corso.

QUANDO HITLER COMPRAVA E SOTTRAEVA LE OPERE ITALIANE

Per via del nazismo è inevitabilmente la Germania il Paese a cui abbiamo indirizzato più richieste di restituzione. Come nel caso del «corredo in argento dei sei opere religiose di arte paleocristiana del VI secolo dopo Cristo». Parliamo di reperti ritrovati nel 1935 a Canoscio, frazione del comune di Città di Castello (Perugia) e ora individuati presso quattro diversi musei tedeschi: l’Antike Sammlungen di Monaco di Baviera, il Bode Museum di Berlino, il Remisch-Germanisches Zentralmuseum di Magonza; il Reimisch-Germanisches Museum di Colonia. Quanto emerso dalle ricerche giudiziarie ha dell’incredibile: i sei oggetti furono acquistati il 22 maggio 1941 a Roma direttamente da Adolf Hitler, tramite il suo intermediario Hans Posse (curatore della collezione privata che lo stesso Hitler voleva creare) con la mediazione del principe Filippo d’Assia. Alla fine della guerra, poi, tutti gli oggetti d’arte appartenuti a Hitler furono confiscati dalle Forze Alleate di occupazione: ciò che era stato acquisito con la violenza o illegalmente fu restituito ai legittimi proprietari; quanto sembrava essere stato acquistato in modo legale passò, nel 1949, in custodia al governo della Repubblica Federale tedesca.

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LE RICHIESTE DI RESTITUZIONE IN ATTO

Oggi, però, è in piedi una richiesta di restituzione da parte dell’Italia. In altri casi, invece, l’opera è già tornata, come nel caso del dipinto Il vaso di Fiori di Jan Van Huysum, sottratto a Palazzo Pitti nel 1943 dalle truppe naziste: dopo varie richieste, alla fine l’opera è tornata in Italia il 19 luglio 2019. Si è, invece, ancora in trattativa per quanto riguarda tre vasi apuli del IV secolo avanti Cristo; una moneta d’oro «del tipo Magnus Maximum, coniata nell’augusta Treverorum (attuale Treviri)», rubata nel 2009 dal Museo nazionale di Parma e rispuntata in una casa d’asta tedesca specializzata in numismatica; altri quattro reperti del IV secolo avanti Cristo oggi in possesso dell’università di Kiel Christian Albrechts.

Una foto scattata durante il resoconto dell’attività operativa del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, Roma 17 aprile 2019 (Ansa).

I PROCEDIMENTI CON IL REGNO UNITO COMPLICATI DALLA BREXIT

Anche le opere trafugate potrebbero restare “vittime” della Brexit. Ne è un esempio il quadro Madonna con bambino, attribuito negli Anni 90 a Giotto. L’opera, si legge nella relazione del Mibact, «si trova illecitamente nel Regno Unito in quanto l’originario atto di circolazione è stato ritenuto illegittimo dalla magistratura amministrativa italiana». Per tale ragione l’Art Council England, l’Autorità inglese responsabile del rilascio delle licenze di esportazioni, ha rifiutato il rilascio di una licenza di esportazione in Svizzera del quadro. Da lì è nata una diatriba senza fine: la proprietaria del quadro, la collezionista Kathleen Simonis, ha fatto ricorso alla giustizia amministrativa inglese. Il procedimento si è concluso con il rigetto del ricorso, ma tale decisione è stata di nuovo impugnata da Simonis e adesso il procedimento è ancora in corso. Risultato? «Al momento non è possibile ipotizzare gli esiti del procedimento, anche tenuto conto delle conseguenze sul caso della Brexit».

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Iter diverso e positivo, invece, hanno vissuto le opere rientrate nel 2019 in Italia: i due disegni di Giacomo Quarenghi rubati dalla Biblioteca Civica di Bergamo e custoditi fino a marzo 2019 presso il Victoria & Albert di Londra; e i due dipinti di Francesco GuardiAndata del Bucintoro verso Son Niccolò al Lido e Ritorno del Bucintoro verso Palazzo Ducale – usciti illecitamente dall’Italia rispettivamente nel 2008 e nel 2015.

I DOSSIER APERTI CON SPAGNA, NORVEGIA E FRANCIA

Ma non è finita qui. Il nostro Paese è dal 2002 in attesa di riappropriarsi di 34 reperti archeologici illecitamente usciti dal territorio italiano e oggi custoditi al Museo Arqueològico Nacional di Madrid. Anche in questo caso la storia è piuttosto curiosa: dopo varie richieste bocciate dalla Spagna, ulteriori indagini dei Carabinieri hanno permesso di appurare che nello stesso museo ci sarebbero «altri cinque reperti di illecita provenienza italiana».

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In Norvegia, invece, sarebbero state ritrovate due monete antiche e anche in questo caso il procedimento è ancora in corso. Esattamente come per l’affresco «raffigurante San Bartolomeo sottratto da una chiesa rupestre di Teano (Caserta)» e oggi esposto al Museo Bizantino e Cristiano di Atene. Non poteva, infine, mancare la Francia. Accanto al manoscritto di Tommaso da Celano Vita intermedia riguardante il passaggio tra il periodo “mondano” e quello “religioso” di San Francesco d’Assisi («di notevole importanza storico artistica», scrive il Mibact) trafugato nel Convento di Val de’ Varri (L’Aquila) e oggi conservato alla Bibllothèque Nationale de France, spicca l’anfora panatenaica del 490 a.C: oggi per vederla bisogna andare al Louvre.

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Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Lo scherzo di cattivo gusto del Mein Kampf regalato al posto di Minecraft

Il retroscena è venuto fuori grazie al quotidiano 20 Minutes. Il video è stato diffuso dal comico francese Yann Stotz, che intendeva realizzare una gag per sottolineare l’assonanza tra le due parole.

Il video è diventato virale. Ma la scena mostrata, oltre a essere di cattivo gusto, era anche un fake creato ad arte. Il filmato visto da milioni di persone durante le feste di Natale ha per protagonista un nonno che confonde la parola Minecraft con Mein Kampf e, al posto del noto videogioco, regala al nipotino il saggio del 1925 di Adolf Hitler. «Ma cos’è questo?», chiede una voce fuori campo.

La vera storia che sta dietro al video è venuta fuori grazie al quotidiano 20 Minutes. Tutto nasce da un’idea del comico francese Yann Stotz, che ha diffuso le immagini in Rete e intendeva realizzare una gag per sottolineare l’assonanza tra le due parole. «Tre anni fa ho regalato a mio figlio una copia di Minecraft», ha raccontato Stotz, «e ho pensato: “è divertente che suoni simili a Mein Kampf“. Così quest’anno ho stampato una copia della copertina e l’ho incollata sopra a un libro di Jules Verne per girare il video».

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Respinto il sequestro del profilo Twitter del prof che ha elogiato Hitler

Secondo il gip di Siena, il post del docente Emanuele Castrucci non integrerebbe il reato di propaganda o istigazione all'odio razziale.

Il gip di Siena, Roberta Malavasi, ha respinto l’ordinanza di sequestro del profilo Twitter di Emanuele Castrucci, docente universitario di Filosofia del diritto e autore di alcuni post elogiativi della figura di Adolf Hitler.

Il gip, secondo il quotidiano La Nazione, avrebbe motivato la sua decisione affermando che «non ci sarebbero gli estremi del reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler».

La procura di Siena farà ricorso al Tribunale del Riesame. I pm si appellano alla legge Fiano e all’articolo 604 bis del codice penale, che punisce «propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa».

L’ateneo toscano, da parte sua, per limitare i contatti del prof con gli studenti lo ha sospeso dalle sessioni d’esame. Gli studenti che si erano iscritti sosterranno la prova con un sostituto.

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Prof filo-Hitler: il Pm di Siena dispone il sequestro del profilo Twitter

Il procuratore del capoluogo toscano ha dato mandato alla polizia postale di bloccare in via preventiva l'account del docente. Aperto un fascicolo per propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali.

Il procuratore di Siena Salvatore Vitello ha disposto il sequestro preventivo del profilo Twitter del professor Emanuele Castrucci e l’oscuramento dei tweet a sostegno di Hitler. Per l’esecuzione di entrambi i provvedimenti, di cui parla la Nazione e il Corriere della Sera, è stata data delega alla polizia postale. La procura ha aperto un fascicolo di indagine ipotizzando il reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa, aggravata da negazionismo.

LA DIFESA DEL RETTORE FRATI: «MAI SEGNALATI I PRECEDENTI»

La vicenda, innescata il 1 dicembre con la segnalazione di alcuni tweet apertamente nazisti, ha avuto ripercussioni in tutta l’Università di Siena, dove insegna Castrucci. In particolare qualche voce polemica si è alzata contro il rettore Francesco Frati che in un primo momento aveva scaricato ogni responsabilità sul docente salvo poi inasprire i toni con un comunicato molto duro che ne chiedeva il licenziamento. Il 3 dicembre il rettore ha difeso ancora la sua posizione: «A me nessuno studente aveva segnalato questi casi», ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano se avesse in passato ricevuto già segnalazioni su Emanuele Castrucci. «Anche io leggendo indietro i tweet del professore», ha proseguito Frati, «sono rimasto abbastanza sconvolto, si tratta di una escalation. Alla luce di quello che abbiamo letto sicuramente qualche mese fa avremmo potuto capire che c’era qualcosa di strano, ma si trattava di tweet molto meno virulenti di quello clamoroso pubblicato due giorni fa».

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Il professore filo-Hitler dell’università di Siena

Si chiama Emanuele Castrucci, insegna Filosofia del diritto e sostiene che il Führer abbia «difeso l'intera civiltà europea». L'ateneo prima bolla le sue parole come opinioni personali, poi annuncia provvedimenti.

Un tweet pro Hitler pubblicato sul proprio profilo social. Il protagonista è un docente dell’università di Siena, il professor Emanuele Castrucci, che nell’ateneo toscano insegna Filosofia del diritto. «Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo», si legge in un tweet accompagnato da una foto di Adolf Hitler. Sempre sul suo profilo il docente aggiunge: «Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l’intera civiltà europea».

Le parole di Castrucci sono state segnalate da alcuni utenti, tra cui il giornalista del Foglio Luciano Capone. Commenti critici si sono levati anche per la iniziale presa di posizione, ritenuta troppo lieve, del rettore di Siena Francesco Frati. «Il professor Castrucci scrive a titolo personale e se ne assume la responsabilità», è stata la replica del rettore a un tweet del giornalista di Sky Marco Congiu. «L’università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente anti-fascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo».

I toni dell’università e del suo rettore si sono fatti più duri in un comunicato arrivato a stretto giro, in cui Frati ha condannato «con fermezza» le parole del docente: « Le vergognose esternazioni del prof. Castrucci offendono la sensibilità dell’intero Ateneo; ho già dato mandato agli uffici di attivare provvedimenti adeguati alla gravità del caso».

Sulla questione è intervenuta anche la vice ministra dell’Istruzione Anna Ascani in un post su Facebook: «Davvero inquietante che un professore si abbandoni ad espressioni di esaltazione del nazismo e dell’antisemitismo. Nella scuola e nell’università italiana non può esserci spazio per simili inaccettabili espressioni. La scuola e l’università sono infatti da sempre fortemente legati ai valori della Costituzione che, lo ricordiamo, è anti-fascista».

Il professore si vergogni e chieda scusa

Anna Ascani, vice ministra dell’Istruzione

E ancora: «Simili aberranti esternazioni, non solo sono lesive dei valori educativi che ispirano la scuola e l’università, ma non possono e non devono ricevere legittimazione nel nostro Paese da parte di nessuno, tanto meno di un professore. La scuola e l’università condannano da sempre il nazismo e l’antisemitismo in tutte le sue forme. Il professore si vergogni e chieda scusa».

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La galassia delle influencer di estrema destra

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro..

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro del mondo l’immagine della “Miss HitlerFrancesca Rizzi, 26enne del Milanese, rappresentante dell’Italia al raduno di neonazisti di Lisbona dello scorso agosto. La biondissima militante di Autonomia nazionalista, nel sottobosco lombardo dell’estrema destra, con aquila e svastica tatuati sulla schiena ed esibiti in Rete, era stata proclamata «l’ariana più bella del mondo» a un concorso del Facebook russo, Vk. Contenitore e valvola di sfogo della galassia internazionale nazifascista. Francesca non aveva peli sulla lingua sui «giudei maledetti», «subumani che devono sparire dalla faccia della terra».

LA SERGENTE HITLER

Come la “sergente maggiore HitlerAntonella Pavin, madre e impiegata incensurata della rete sgominata dalla Digos e dall’antiterrorismo intenzionata a ricostituire il Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori. Pavin, 48enne del Padovano, afferma convinta che «non esistevano le camere a gas» e che «ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento c’erano le piscine». Sui social postava di dar fuoco ai nomadi. E sempre su Vk se la prendeva con i «froci» del gay pride, «la cosa più schifosa è che ad appoggiare questi rifiuti c’erano anche famiglie. E poi la gente mi critica perché sono nazista» vergava. «Lo sarò fino alla morte perché quando morirò sarò contenta di aver ripulito il mondo. Sempre Heil Hitler e rogo per gli infami».

Estreme destre donne influencer
Annika Stahn, alias Franziska, cover girl dei neonazi tedeschi.

«SOLO FRASI IN LIBERTÀ»

Ora quei post sono cancellati. Gli account di Francesca, Antonella e degli altri 19 neonazisti indagati bloccati. Le loro case perquisite, uno di loro arrestato per detenzione di un fucile a pompa e munizioni da guerra. Nell’armamentario di Pavin c’era un volantino di minacce contro il deputato del Pd Emanuele Fiano, ebrei figlio di un deportati ad Auschwitz, tra i bersagli con Liliana Segre e Laura Boldrini degli anatemi deliranti delle fan di Hitler. Dicono adesso, «soltanto frasi scritte in libertà, che non fanno male a nessuno». In realtà, traspare dalle intercettazioni, ben consce ai tempi di poter essere attenzionate e prudenti nel fare apparire quelle foto e quelle frasi su Facebook. Le due donne di punta della rete si consignavano su come non essere oscurate.

Franziska è il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi

LE GRANATE E LE ROSE

Come altre donne delle cosiddette nuove destre, Francesca e Antonella avevano un ruolo mediatico o di coordinamento. Una minoranza che, anche nel sottobosco europeo e dei suprematisti bianchi americani, cresce per visibilità alle sfilate, accanto agli uomini, e nel reclutamento e nela propaganda in Rete. In Germania il fenomeno è diventato evidente con le coppie di neonazi apparse insieme alle recenti parate nell’Est, e tra i cortei di ragazzi identitari dell’estrema destra austriaca. Il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi, rivolta ai giovani, è la 22enne Annika Stahn, studentessa di Germanistica e patriota. Franziska sui social network e sul suo blog Radikal feminin che ha come logo una granata e una rosa.

LE INFLUENCER NERE

I suoi account – seguitissimi dalle community – su Facebook e Twitter sono stati bloccati. Il blog delle granate e delle rose non è aggiornato dal 2018, ma i post e i video del credo restano disponibili. Franziska mantiene un aspetto esteriore più puro della miss Hitler italiana: niente tatuaggi e trucco leggerissimo. Il modello proposto è di «femmine anti-femministe». Radicali perché attratte da famiglie antiche, con molti figli, e da ambienti bucolici da Arcadia, ripuliti dagli immigrati e da altre contaminazioni. Le “influencer nere” sono religiose, parlano degli autori e del genere fantasy nel pantheon delle estreme destre. E di come entrare nell’esercito. Di guerra agli immigrati e a quelle che chiamano teorie del gender.

Estreme destre donne influencer
Brittany Pettibone, fan di Salvini, e il fidanzato Martin Sellner, leader degli identitari austriaci.

LA FAN ALT RIGHT DI SALVINI

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

Far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del Movimento identitario

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

LE MILITANTI IN PRIMA LINEA

Anche Sellner, studente di filosofia, attraverso Brittany ha intessuto relazioni con l’alt right dei suprematisti americani. Nonostante da quest’anno, come dal 2018 nel Regno Unito, gli sia stato vietato l’ingresso negli Usa, a causa di trascorsi ammessi e reiterati: le svastiche, da 17enne, disegnate sulle sinagoghe, poi i pellegrinaggi ai memoriali della Wehrmacht con i neonazi e gli scontri con gli attivisti di sinistra. Non ultima, nel 2019, la perquisizione dell’appartamento e il sequestro di pc e telefoni, per le indagini su una sospetta organizzazione terroristica. Eppure Sellner continua a essere la star dei giovani identitari nell’area tedesca: far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del suo movimento.

“REBELLANIE” E CASAPOUND

La pagina Facebook in tedesco “Donne e ragazze identitarie” – bloccata – contava più di 6 mila iscritte alle discussioni. Ma su Vk amico, sui gruppi Whatsapp e sulle piattaforme video continuano ad attrarre audience identitarie come la tedesca Melanie Schmitz, alias Rebellanie, 25enne fotografata con davanti a una bandiera di CasaPound, o come l’austriaca Alina Wychera ,che sotto lo pseudonimo Alina von Rauheneck ha diffuso il video “Proteggere l’Europa” per il presidente della Repubblica. Come il Movimento identitario, in Italia anche CasaPound manda avanti delle militanti: le donne sono circa il 21% degli esponenti, tra loroMaria Bambina Crognale è stata una leader del progetto di sindacato. Carlotta Chiaraluce, 35enne coordinatrice romana di CasaPound è una delle donne più in vista del movimento, come l’alter ego milanese Angela De Rosa.

LE AUSILIARIE PRO EVA BRAUN

Da anni Forza Nuova, a cui erano vicino o legati Pavin e altri indagati sul tentato Partito nazionalsocialista italiano, ha una sezione femminile. Tra le iscritte, appena il 12% tra i neofascisti di Roberto Fiore, spicca la candidata alla Camera Desideria Raggi (per il “reddito di maternità”). Altre reti italiane di donne di estrema destra sono, al Nord, il Servizio ausiliario femminile (dall’omonima sezione nella Repubblica di Salò), dei neonazi dei Dodici raggi (un simbolo delle Ss), dove le naziskin stampano e diffondono volantini con Eva Braun. E le sempre più aggreganti Identitarie, il ramo femminile dei giovani identitari guidato da Eleonora Pamphili. Gruppi ben collegati tra loro perché molto solidali – ma solo tra donne bianche e molto intolleranti.

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