Due giorni per visitare musei, palazzi e monumenti Fai

Tornano, anche in Campania, le giornate Fai di primavera con aperture nelle province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, in programma sabato 15 e domenica 16 maggio 2021.A Napoli i Narratori del Gruppo Fai Giovani guideranno i visitatori, insieme ai tirocinanti dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope, alla scoperta della Grotta di Seiano e del Parco Archeologico del Pausilypon, tra la piana di Coroglio e la Baia di Trentaremi, partendo dalla suggestiva galleria di tufo per arrivare in uno dei paesaggi più belli del Golfo. Nel Parco è possibile ammirare i resti del Teatro, dell’Odeion e quelli dell’antica Villa di Publio Velio Pollione, le cui strutture marittime fanno oggi parte del limitrofo Parco Sommerso di Gaiola. L’apertura è in collaborazione con la Commissione europea e il parco archeologico ha beneficiato del Fondo europeo di sviluppo regionale.Ad essere eccezionalmente aperta sarà anche la passeggiata nei Sentieri letterari di Nisida sulla bellissima isola vulcanica dei Campi Flegrei sede dell’Istituto Penale Minorile (visite venerdì 14 per gli iscritti FAI e chi desidera iscriversi, e domenica 16 su prenotazione). Il percorso, di media difficoltà, partirà dalla terrazza che affaccia sul Golfo, da uno dei punti più alti dell’isola, per poi arrivare al versante sud. Qui si potrà ammirare l’insenatura naturale dell’isola, nascosta solitamente alla vista.Ancora a Napoli, la visita al complesso seicentesco di San Nicola da Tolentino, che sorge sulla collina di S. Elmo, tra il complesso di Suor Orsola Benincasa e la Certosa di San Martino. L’apertura nelle giornate FAI permette la visita al giardino, alla chiesa e ad una parte del monastero, oggi adibita a B&B grazie al progetto di riqualificazione della cooperativa di S. Nicola da Tolentino. Il giardino è stato dichiarato nel 2010 “Bene di interesse storico artistico” e riconosciuto monumento nazionale dal mibact. Il pubblico sarà guidato dai narratori del gruppo Fai giovani di Napoli e dai volontari del Gruppo Fai Ponte tra Culture di Napoli che proporranno visite in 12 lingue straniere: Arabo, Bambara, Cingalese, Francese, Inglese, Polacco, Portoghese, Russo, Sousou, Spagnolo, Ucraino e Wolof La Delegazione Fai di Salerno propone nel capoluogo percorsi tra storia e arte, aprendo le porte di palazzi storici e di mostre: sarà visitabile la sede del Fai di Salerno a Palazzo Pedace e si potrà vedere la mostra di Pietro Lista “Morandiane Arlecchine” che propone una serie di opere a china su carta realizzate appositamente per l’occasione: sarà aperto anche Palazzo Pinto, uno degli edifici storici più importanti della città oggi destinato a Pinacoteca della Provincia, dove si potranno ammirare la nuove stanze recentemente inaugurate e la mostra ‘A sud del Barocco, geografia di un tempo dell’arte’ curata da Don Gianni Citro. Alle ore 18.00 di domenica si svolgerà il Concerto di musica fra ‘600 e ‘700 con il ‘Novapolis ensemble’ formato da Marco Covino al flauto, Giovanni Borriello all’oboe, Giuseppe D’Antuono al clarinetto, Michelangelo De Luca al corno, Marco Alfano al fagotto e Nunzia Infante voce narrante. Il concerto è a cura dell’Associazione Centro Studi Mousikè di Gragnano.Visite speciali ad Amalfi alla scoperta del Chiostro del Convento di San Francesco presso l’hotel Luna collocato sull’estremità meridionale del promontorio che scende dal Monte Aureo verso il mare e che divide Amalfi da Atrani; ancora visite alla Chiesa di Sant’Antonio e al Monastero di S.Lorenzo al Piano, attuale Cimitero Monumentale di Amalfi. Ad Atrani si potrà scegliere di visitare il Conservatorio di Santa Rosalia e anche partecipare alla passeggiata “Andar per monasteri” che guiderà il pubblico alla scoperta di luoghi storicamente significativi di Atrani fra antichi monasteri, cappelle, conventi, cimiteri e chiostri (visite a cura della Delegazione Fai Salerno in collaborazione con CAI sezione di Cava de’ Tirreni). A Baronissi si potrà vedere Villa Farina, con la carrozza, la sala biliardo, il grande salone cinese e il parco di oltre 15.000mq ricco di piante esotiche e alberi secolari (visite a cura della Delegazione FAI Salerno).

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Quel Raffaello che non tornò a Salerno

di Michelangelo Russo

Il grande successo che sta avendo su internet l’appello lanciato dal Comitato Promotore formato da Michelangelo Russo, Marco Alfano, Antonio Braca, Antonio Ilardi, Emilio Porcaro, Massimo Ricciardi e Matilde Romito per destinare l’ex Tribunale a sede di un Museo identitario del nostro territorio merita la citazione di un episodio, avvenuto nel 2006, che dimostra tutta l’importanza di avere a Salerno una sede degna e capace di accogliere anche capolavori dell’arte di tutti i tempi. L’adesione al Comitato di uno storico dell’arte della caratura del professore Antonio Braca (bibliografia imponente a partire dai suoi lavori sugli avori medievali del nostro Museo Diocesano), porta, a parte le competenze professionali per il successo del progetto, anche la conoscenza di fatti incredibili relativi alla condizione di povertà delle strutture salernitane in rapporto alle potenzialità di sfruttamento dell’immenso patrimonio artistico passato nelle nostre terre.
Il fatto: nel 2006 la Sovrintendenza di Salerno (di cui il Prof. Braca è stato dirigente fino a due anni fa, col tramite del Direttore Generale del Ministero dei Beni Culturali della Campania Stefano De Caro, avviò contatti cordiali con la National Gallery di Washington per portare in esposizione a Salerno nientemeno che uno dei quadri più celebri di Raffaello, la Madonna d’Alba, di proprietà del Museo Americano. La storia di quei contatti è un esempio di quanto possa fare una politica intelligente proiettata alla crescita culturale dei popoli. Il contatto autorevole con la National Gallery, una delle più famose del mondo, avvenne tramite Alfonso Andria, allora presidente della Fondazione Ravello, e Nancy Pelosi, la speaker del Congresso Americano. Nancy Pelosi, oriunda italiana, abbiamo imparato tutti a conoscerla e a stimarla per la sua competenza, l’amore verso l’Italia, e, aggiungo io, per la sua indomabile capacità di resistenza al grugno da OK Corral di Donald Trump.
Orbene, il contatto fu proficuo, e la National Gallery si disse disponibile a uno scambio di opere tra le due sponde dell’oceano. Fu Antonio Braca a pretendere dagli americani il prestito del capolavoro di Raffaello, anziché di una tavola cinquecentesca raffigurante il Concilio di Trento del 1560 con al centro l’immagine di Paolo Giovio arcivescovo di Nocera. Alla fine un accordo di massima fu raggiunto. Dopo la morte di Raffaello il quadro era stato sottratto nel sacco di Roma, a cui nel 1527 aveva partecipato, da Giovanni Battista Castaldi, generale di Carlo V re di Spagna. Castaldi lo portò a Nocera Inferiore nel 1530, fondando il convento di Monte Oliveto, a cui donò l’opera. Il quadro restò in proprietà ai monaci olivetani fino al 1686, quando se ne impossessò un furbacchione: il duca d’Alba, collezionista appassionato, che lo comprò dai frati olivetani, che, forse un po’ fessacchiotti, si accontentarono di una copia fedele del dipinto fatta da Luca Giordano. Nel 1836 il dipinto fu acquistato dallo zar Nicola I di Russia, che ne fece il gioiello dell’Ermitage di San Pietroburgo. Circa cento anni dopo il quadro fu venduto, clandestinamente, dai bolscevichi ancora più miopi dei monaci di Nocera al miliardario americano Mellon, che a sua volta lo donò alla National Gallery. Questa la storia di un capolavoro partito dalle nostre terre e che a Salerno voleva tornare. Sapete perché non se ne è fatto più niente? Perché, incredibile a dirsi, non c’era un luogo espositivo adatto   che rispondesse alle richieste di sicurezza e di accessibilità che giustamente pretendevano gli americani. Nel dirmi questa, stamane, il professore Antonio Braca ha rilasciato un commento amaro, ma che apre la porta a una speranza riconducibile al Polo Museale nell’ex Tribunale che, come Comitato Promotore, auspichiamo.
“Quel Raffello potrebbe ancora tornare, se gli troviamo una casa adatta!”
E allora diamoci da fare! Nancy Pelosi è ancora brillante e combattiva. Riattiviamo quel canale!

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Hybrid & Zine, strumenti cartacei d’arte libera

di Olga Chieffi

Non esiste una società senza fanzine: le fanzine siamo noi che ci riflettiamo in uno specchio senza filtri che restituisce la parte della società che spesso non viene mostrata ma che racchiude dei veri e propri tesori. Sono uno, forse il migliore degli strumenti dalla parte degli storici per capire chi siamo e come siamo arrivati ad oggi. Uno strumento democratico, cocciutamente cartaceo e libero, senza mediazioni o regole di sorta che riesce ad appassionare chiunque vi si avvicini. E le fanzine dell’archivio di libri d’artista Ibridifogli di Antonio Baglivo, saranno protagoniste insieme a numerosi altri pezzi della mostra Hibrid&Zine, che vivrà il suo vernissage questa mattina presso l’archivio di Stato di Salerno, e sarà fruibile negli orari d’ufficio sino al 30 maggio. “Il termine inglese fanzine nasce dalla contrazione delle parole fan (da fanatic, appassionato) e magazine (rivista), e può essere tradotto in italiano come rivista amatoriale. Si tratta delle riviste stampate in tirature limitate, generalmente distribuite direttamente o su abbonamento, realizzate da appassionati. Diffuse nel mondo del fumetto, della musica e della letteratura, le fanzine sono nate negli anni venti e trenta negli Stati Uniti come una delle prima espressioni del mondo degli appassionati della fantascienza, il cosiddetto fandom […]. Anche in Italia le prime fanzine nascono dal mondo della fantascienza, negli anni Sessanta. La più antica che si ricordi è “Futuria Fantasia”, fondata dal futuro regista Luigi Cozzi. Sulle fanzine esordiscono e si fanno le ossa molti dei critici e degli scrittori italiani di fantascienza. Ogni tipo di realtà, che non trova spazio, vuoi per reali limiti artistici degli autori, vuoi per cieca ottusità degli editori, nella cosiddetta editoria mainstream, si realizza imboccando la strada dell’autoproduzione. Casa Baglivo è un delizioso museo, il cui percorso espositivo propone un itinerario diversificato e complesso, anche dal punto di vista cronologico, incentrato sulla sua svariata attività e ben ne evidenzia la poliedrica produzione, ponendo in relazione alcuni dei suoi più tipici momenti creativi. Indagando sul valore degli oggetti e sulle loro potenzialità, sul potere del segno, che supera lo stesso significato, Baglivo ha cercato progressivamente di superare il limite delle cose, dei progetti stessi, divenendo, in questo modo, assertore della superabilità dei confini, se affrontati con occhi sempre diversi. Così, nelle teche della sua casa-archivio, possiamo vedere libri-oggetto e libri d’artista, che oggi sono esposti, grazie a questa mostra cui ha collaborato anche Vito Pinto, all’archivio di Stato. I libri scultura, come Teca Mundi, oggetti d’arte che del libro mantengono l’aspetto tradizionale, ma non la struttura e la funzione, ci mostrano diverse realtà e due differenti dimensioni: non più solo pagine stampate, ma al loro posto materie, forme, colori, immagini, segni, libri non necessariamente realizzati su supporto cartaceo, ma nati dall’utilizzo altri materiali: metallo, legno, terracotta, con pagine rilegate, dipinte, libri liberi di raccontare una storia, narrazioni che si sedimentano poco a poco, come i gusci delle conchiglie di cui è un riconosciuto collezionista, dal passato ad oggi, oppure che esplodono nell’attimo stesso in cui l’artista crea. I libri d’artista, invece, che vanno oltre il concetto comune di libro, rendendo osmotici al loro interno i vari linguaggi delle arti, dalla poesia, alla fotografia, nascono dall’incontro di Baglivo con i rappresentanti delle varie muse e sono interamente realizzati in proprio dall’autore, in ogni fase della lavorazione, utilizzando carte povere, ordinarie o riciclate, e carte cotone per le calcografie, in tiratura limitatissima, o addirittura pezzi unici e, quindi, opere d’arte non ripetibili, che rappresentano il senso del lavoro dell’artista intorno al libro, come medium estetico, inserito all’interno del suo articolato e complesso percorso. Una cellula creativa particolarmente attiva e propositiva che nella persona dell’artista Antonio Baglivo, ha tracciato nel tempo un percorso di esperienze e di progetti che hanno promosso collaborazioni e scambi con centri culturali e singoli artisti in tutta Europa e non solo. Tra i diversi pezzi in esposizione, la presenza del numero zero della rivista in scatola, tutta salernitana, “Civico 23”, promossa e coordinata dagli artisti che fanno capo al No Profit Art Space “Civico 23” e che vede la partecipazione di ventitrè tra i più interessanti e impegnati artisti italiani contemporanei orbitanti nell’area della mail art e della poesia sperimentale. All’archivio di Stato vedremo esposte opere di Antonio Baglivo, Vittore Baroni, Carla Bertola, Sergio Borrini,Alan Bowman, Cosimo Budetta, Mirta Caccaro, Alfonso Caccavale, Rolland Caignard, Francesco Calia, Lamberto Caravita, Armando Cerzosimo, Piermario Ciani, Tiziana Colusso, Carmela Corsitto, Maria Credidio, Eleonora Cumer, Angelo D’Amato, Teo De Palma, Anna Di Fusco, Marcello Diotallevi, Cinzia Farina, Fernanda Fedi, Bartolomè Ferrando, Luc Fierens, Bill Gaglione, Ombretta Gazzola, Loredana Gigliotti, Gino Gini, Salvatore Giunta, Antonio Izzo, Domenico Latronico, Pino Latronico, Alfonso Lentini, Silvana Leonardi, Osvaldo Liguori, Carmine Lubrano, Serse Luigetti, Ruggero Maggi, Ida Mainenti, Rosario Mazzeo, Mauro Molinari, Nadia Nava, Gerardo Nigro, Jurgen O.Olbrich, Gaetano Paraggio, Giancarlo Pavanello, Salvatore Pepe, Giordano Perelli, Pio Peruzzini, Eliana Petrizzi, Antonio Picardi, Hugo Pontes, Gianni Rodari, Gian Paolo Roffi, Giovanna Russoniello, Antonio Sassu, Maria Teresa Schiavino, Sinclair Scripa, Cristina Tafuri, Ilaria Tufano e Alberto Vitacchio.

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Giovanni Nutty Trapanig: “vi racconto il mio percorso artistico in un bosco”

di Erika Noschese

Una performance artistica con l’installazione permanente di pannelli di legno che presto saranno installati in un bosco del Tanagro. È la scommessa vincente di Giovanni Trapani, meglio conosciuto come Nutty Trapanig, la firma che chiude tutte le sue opere di Urbanart. Un percorso, quello dell’arte urbana, intrapreso proprio nel periodo pre Covid, con serate di propaganda: ogni domenica, Nuty Trapanig si dedicava all’arte, intesa a 360 gradi; la sua aspirazione era dipingere fabbriche abbandonate, per attirare l’attenzione dell’amministrazione comunale e, forse, anche per smuovere le coscienze dei tanti cittadini che vorrebbero una città viva, senza mostri in cemento finiti nel dimenticatoio. Giovanni, con la sua arte, ha girato tutta l’Italia ma, ha detto amareggiato, “il vero problema resta quello di far capire che questo è un lavoro, ragion per cui lavoro prettamente con i privati, su commissione”.

Vicino al circolo Marea, nel capoluogo, nel suo viaggio tutto italiano ha cercato – e si è avvicinato – a circoli simili, fondazioni dedite all’Urban art. “Con il Covid mi sono dovuto rimacinare, ho fatto un’operazione interessante: nel mio piccolo, ho messo in vendita un’opera da me realizzata per dare il ricavato alla Misericordia – ha raccontato l’artista salernitano – Il covid, per me, è stato un percorso molto interessante perché mi ha fatto riflettere su questioni che, generalmente, sfuggono e mi ha permesso di concentrarmi su cause essenziali”. Proprio nel periodo del primo lockdown si è dedicato alla ceramica, con la realizzazione di “Sticky”, “che significa in fissa per qualcosa”, ha spiegato ancora Nutty Trapanig che ha dato vita ad una vera e propria serie in ceramica. “Riflettevo su come noi stessimo diventando demoni, siamo noi i nostri demoni e ho pensato di associare la tradizione dei demoni giapponesi in rapporto alla mia cultura”, ha raccontato ancora il giovane artista urbano dedito all’arte urbana. Così, con l’Hyakume unisce il “Graffitismo occidentale” ed il “Giapponismo figurativo”; in sostanza, demoni in era moderna. Tra i lavori, la raffigurazione di Dio: “sono partito da questa riflessione, Dio è a nostra immagine e somiglianza e io l’ho immagino con una visione totalmente personale, la mia non è una forzatura”, ha raccontato l’artista. Ed è proprio da queste opere che nasce il progetto di Nutty Trapanig: una serie di installazioni, di circa 4 metri di altezza, che sarà collocata in un bosco nei pressi del Tanagro grazie ad un’azienda, Campo Base, che si occupa di trekking che ha intenzione di realizzare un percorso artistico proprio in un polmone verde del Tanagro. Nuty Trapanig, ad oggi ha attirato l’attenzione di molti esperti d’arte, come Alfonso Amendola è professore di Sociologia dei processi culturali e Internet Studies presso l’Ateneo di Salerno, si occupa principalmente di consumi di massa, culture d’avanguardie e innovazioni digitali che ha proposito dei suoi lavori li ha definiti “da sempre calibrato attraverso una militanza nello stratificato mondo dei graffiti sempre caratterizzato da una rigorosa componente esplorativa, narrativa ed in continua ricerca di nuove location. Infatti, è fortemente emblematico e significativo che questa mostra di Trapanig si svolga in uno spazio di progettazione architettonica. Perché oggi più che mai è proprio l’architettura (ed i suoi spazi di progettazione) ad intercettare frammenti, sedimenti, dispositivi, sommovimenti sperimentali della nostra contemporaneità. Una contemporaneità dai cento occhi e intimamente invasiva come Trapanig ci racconta”. Ora, l’azienda è alla ricerca della giusta collocazione e, a breve, il percorso artistico sarà realtà. Un progetto unico nel suo genere, tanto a livello locale quanto regionale e nazionale.

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