Pillole di Storia Letteraria 07 di Federico Sanguineti

Uomini soli e storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

Come l’impresa infernale dell’Ulisse dantesco, pur motivata dalle più meravigliose intenzioni, è fraudolentemente istigata, con le parole della indimenticabile “orazion picciola”, da un infiammato discorso retorico, non meno esaltata è la prosa di De Sanctis che, nella Storia della letteratura italiana, all’eroe greco condannato in Malebolge innalza queste considerazioni: “un po’ dell’audacia di Ulisse ‒ egli scrive ‒ è ancora in Dante, che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell’ardente curiosità del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al viaggio di Colombo”. E quindi: “Il peccato diviene virtù”. Ma dietro la retorica si cela un contenuto difficilmente conciliabile con i fatti: per De Sanctis, in quanto invasi da “ardente curiosità del sapere”, i contemporanei di Dante (morto nel 1321) a loro volta diventano “contemporanei” del “viaggio di Colombo”, avvenuto più di un secolo e mezzo dopo (1492). Così, in ogni società divisa in classi, per gli intellettuali della classe dominante i fatti si mutano in ideologie (cioè “il peccato diviene virtù”), ed è questa precisamente la morale di chi, come De Sanctis, estrapolandolo dal contesto, cita il più ovvio degli slogan: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Chi tuttavia non si lasci sedurre da tali “nobili parole” che, divenute oggetto di culto, risuonano come un mantra in aule scolastiche e universitarie (e, in occasione di dantedì, persino sui social), non può fare a meno di notare le circostanze entro le quali si colloca l’Ulisse dantesco. Nell’Inferno, per contrappasso, entro un’unica “fiamma cornuta”, l’eroe greco è in coppia con Diomede. Agli occhi di Dante (naturalmente non di De Sanctis), i due sono l’ultima versione degli antichi Eteocle e Polinice, rampolli incestuosi di Giocasta e del figlio di Laio, condannati all’autodistruzione reciproca. Soltanto in abbinamento etero con Penelope, Ulisse potrebbe salvarsi; e a salvarsi è infatti Dante: in Paradiso in coppia con Beatrice. Viceversa all’intellettuale borghese, accecato come Edipo, è preclusa la liberazione dantesca, vale a dire il dialogo con una donna soggetto di cultura. Al più, De Sanctis può celebrare la bellezza di donne cartacee, “figure femminili” prodotte da questo o quello scrittore. Ma, pur tenuta a bada, l’omosessualità maschile non può che emergere (come forcluso rimosso) nel momento in cui egli, per impulso a confessare, ammette che, “se vuoi trovare l’ideale femminile compiutamente realizzato nella vita in quel complesso di amabili qualità, déi cercarlo non nella donna, ma nell’uomo, nel Petrarca e nel Tasso, caratteri femminili nel senso più elevato, e in questa simpatica e immortale creatura del Tasso, il Tancredi”. Un mondo per soli uomini, dunque, quello della borghese Storia della letteratura italiana. Analogamente la “mirabile visione” di Beatrice, da femminile che era per Dante, diviene di sesso maschile per il protagonista di Der Tod in Venedig (La morte a Venezia): “das Bewunderungswürdige” qui non è Beatrice (e neppure il Tancredi di De Sanctis), ma Tadzio che, sdraiato sulla sabbia, con la testa appoggiata su un braccio nudo, diviene oggetto dello sguardo di Gustav von Aschenbach. Gli esseri umani, spiega Thomas Mann, non sanno perché conferiscono gloria a un’opera d’arte e credono di scoprire mille pregi per giustificare tanto consenso. Ma il vero motivo del loro plauso è qualcosa di imponderabile, è simpatia: “ein Unwägbares, ist Sympatie”.

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