Pillole per una nuova Storia letteraria 040 di Federico Sanguineti

         Storia di un falso e storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

Che la filologia conduca al peggio è lezione di Ionesco (“La philologie mène au pire”), a dimostrazione della quale si può oggi recare l’esempio offerto da una disomogenea squadra di filologhe e filologi, più o meno giovani, coordinata a Ferrara dal professor Trovato (a suo tempo studioso fra l’altro di Bembo) in vista di una nuova edizione critica della Commedia dantesca, non più “secondo l’antica vulgata” (Petrocchi), ma “secondo i testi settentrionali”. Un paio di collaboratori (Mecca e Tonello) concordano, riguardo al manoscritto α M 7 22 della Biblioteca Estense di Modena (già Estense italiano 1513), nel prendere per buona la data “1406”, senza neppure sospettare (o, chissà, dimenticando) che a un altro collaboratore della stessa squadra (il paleografo Bertelli) si deve l’avviso che il codice, lungi dall’essere opera di Antonio “de Aghobbio” [sic!], è falsificazione di Anicio Bonucci, nato nel 1803 e morto nel 1874. Si ha così esempio, se ce ne fosse bisogno, di un lavoro di squadra dove, per il modo in cui è gestito, la destra non sa che cosa fa la sinistra: ignorata infatti la segnalazione del paleografo, il filologo Mecca giunge a lamentare che il manufatto ottocentesco non sia stato “preso in considerazione” negli studi su… Bembo (1536-1589). Ingenuamente il cooperatore di Trovato, pur riconoscendo che il codice Estense non può esser “stato usufruito dal Bembo in linea diretta”, poiché, da un lato, non vi sono in esso “tracce”, “note” e “chiose” a firma dell’umanista veneziano e, dall’altro, le dimensioni del manufatto non consentono di identificarlo con quello descritto nel catalogo della biblioteca cinquecentesca del cardinale, stabilisce che si tratterebbe di uno “stretto consanguineo”. Nel prendere quindi non l’expertise di Bertelli, ma le “acquisizioni [!] di Mecca” quale “base di partenza” [!], valutate le contraffazioni di Bonucci come manoscritti “antichi o che conservano testi antichi” [!], dando per “verosimile” che Est. it. 1513 sia “candidato modello [!] per l’edizione delle Terze rime”, Tonello, collaboratrice di Trovato, annuncia una nuova famiglia di “congiunti”, “tra i quali è possibile intravedere un legame”, da lei battezzata “ev”. E conclude: “Infatti Est. It. 1513 e Vat. 10272 (= ev), tra i quali è possibile intravedere un legame, sono manoscritti o antichi o che conservano testi antichi (rispettivamente del 1406 e una copia del 1351) che presentano, come dimostrato, alcune delle lezioni esclusive presenti nell’aldina del 1502”. Peccato che entrambi i testi, più semplicemente, siano falsi di Bonucci ‒ le cui imprese sono indagate non senza eleganza fin dal volume di Gorni, Il Dante perduto: storia vera di un falso (1994) ‒, sicché, a sfregio dell’italianistica, della linguistica italiana, della filologia romanza e dantesca, altro non mancava, ahinoi, che considerare “verosimile” che un prodotto di almeno tre secoli successivo sia “candidato modello” per l’autore delle Prose della volgar lingua (1525). Perché non riconoscere in breve che “il Dottor Anicio Bonucci, della Regia Commissione per la pubblicazione de’ Testi di Lingua” (come amava definirsi), nel fabbricare un paio di falsi, aggiungendo, com’è inevitabile, anche errori suoi propri, ha copiato da Le terze rime di Dante(1502)? Chiedo venia, ma si resta basiti constatando a quale sconvolgimento della cronologia, della realtà effettuale e della verità storica possa condurre il mito del cosiddetto lavoro di squadra: “Homines nobiles illi quidem sed nullo modo philologi”, direbbe Cicerone (Ad Atticum [ed. D. R. Shackleton Bailey], XIII, 12, 3).

Federico Sanguineti

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