Inondavano di Droga i quartieri di Salerno: in 43 chiedono l’abbreviato

di Pina Ferro

Fornivano la droga a diversi quartieri di Salerno: in 42 chiedono il rito abbreviato.

Solamente i legali di: Antonio Abate 42 anni, alias Tony, residente a Salerno, gestore della piazza di spaccio di Pastena /Mercatello; Massimo Sica 48 anni residente a Salerno e di Giuseppe Bifulco 23 anni, residente a Salerno hanno chiesto che i propri assistiti vengano processati con il rito ordinario. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno Giandomenico D’Agostino, il prossimo 5 novembre deciderà sulle tre richieste di rinvio a giudizio e se ammettere i 42 riti abbreviati.

I 45 indagati, organizzati in gruppi, erano capaci di riversare in maniera massiccia e “in modo costante e sistematico” la droga in diversi quartieri di Salerno e comuni limitrofi.

Nell’aula bunker, dove si stanno celebrando le udienze,  sarannno presenti: Luca Franceschelli, 33 anni, residente a salerno ritenuto il promotore dell’organizzazione, si occupava di individuare i canali di rifornimento disponeva dell’assegnazione e controllo delle piazze di spaccio seguiva la contabilità dei crediti da incassare;  Agostino Abate, 27 anni, gestore della piazza di Matierno; Francesco Cafaro 32 anni, residente a Pellezzano; Rocco Cafaro 33 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pellezzano; Carmine Caputo 26 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di Fratte; Emilio Ciaglia 43 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di spaccio di Pastena /Mercatello; Roberto Consiglio 40 anni, residente a Salerno; Donato Bernardo Criscuoli 27 anni, alias “O Puorc” residente a Salerno, gestore della piazza di Ogliara; Giuseppe D’Auria 28 anni, residente a Pagani; Luca Delfino 40 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pastena /Mercatello; Moreno Di Martino 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Sapri; Antonio Esposito 29 anni, residente a Salerno; Sabato Fasano 59 anni, residente a Salerno; Gerardo Fiorillo 27 anni, alias “Notte”, residente a Pellezzano gestore della piazza di Acquamela di Baronissi; Giuseppe Galdoporpora 21 anni, residente a Salerno, detentore e custode della sostanza; Claudio Gibuti 27 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Matierno; Giovanna Liguori, 50 anni, alias “Zia”, residente a Battipaglia; Francesco Mercadante 44 anni, residente a Salerno; Luigi Mercadante 37 anni, residente a Salerno alias “Giggetto”, gestore della piazza della Zona industriale di Salerno; Marco Milo 31 anni, residente a Salerno; Gaetano Molinaro 21 anni, alias “Nino”, residente a Salerno gestore della piazza di Fratte; Cristiano Noschese 33 anni, residente a Salerno; Giuseppe Ottati 49 anni; Teodora Pace 21 anni, residente a Salerno, detentrice e custode della sostanza; Santo Pecoraro 38 anni, alias Carmine e alias “ma serio”, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di Parco Pinocchio; Silvia Pappalardo, 44 anni, residente a Salerno; Alfonso Passamano, 29 anni, residente a Nocera Inferiore; Giuseppe Pennasilico 36 anni, residente a Salerno; Fabio Salzano 27 anni, residente a Salerno; Fabio Saviello 31 anni, alias “Cumbarò”, residente a Salerno, gestore della piazza di Pastorano; Raffaele Scotto Di Porto 26 anni, residente a Salerno detentore e custode della sostanza;  Luciano Solferino Tiano 29 anni, residente a Nocera Inferiore; Walter Stabile 25 anni, residente a Baronissi gestore della piazza di Baronissi; Francesco Spero 20 anni, alias “Pisiell”, residente a Salerno gestore della piazza di Mariconda; Marco Tranzillo 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di hashish e marijuana di Pastena/ quartiere Q2; Vincenzo Ventura 22 anni, residente a Salerno e domiciliato a San Mango Piemonte;  Raffaele Cocci 40 anni, residente a Caivano; Raffaele Crispino 37 anni, residente a Caivano; Angelo Leone, 21 anni, residente a Salerno; Alfonso Marano 50 anni, residente a Nocera Superiore; Ciro Ragosta 31 anni, residente a Salerno; Pasquale Raucci 51 anni, residente a Caivano.

Il blitz scatto lo scorso 9 febbraio da parte degli uomini della Squadra Mobile di Salerno. Acoordinare l’indagine fu la Direzione distrettuale antimafia. Le indagini denominate Chef Crack – Ko, hanno permesso di far luce sull’attività dei gruppi criminali e sulle attività illecite connesse all’acquisto, trasporto, detenzione, lavorazione, confezionamento, vendita e cessione di cocaina, hashish, marijuana e crack. Linguaggi criptici per identificare il tipo di droga e la quantità e incontri con i “clienti” anche in fila al supermercato o alla banca durante il lockdown. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il giro d’affari del gruppo criminale individuato sfiorava i 100mila euro al mese . L’approvvigionamento avveniva nel Napoletano. Gli agenti, anche grazie a intercettazioni telefoniche e alla visione dei filmati di telecamere installate in punti strategici, hanno documentato i diversi passaggi della filiera del traffico di droga, partendo dai pusher, passando per i fornitori e finendo all’identificazione di quelli che sono ritenuti i capi che hanno creato nel territorio salernitano “uno dei più forti e stabili canali di approvvigionamento di sostanze stupefacenti di diverso tipo”.

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Pillole per una Nuova Storia Letteraria 032 di Federico Sanguineti

Medioevo e storia letteraria

 

 Di Federico Sanguineti

Chi legga i Promessi sposi (1827) scopre che di peste si ammala anche Renzo, il quale, una volta guarito, si trova, per così dire, vaccinato, rientrando fra quanti, muniti di green pass ante litteram, girano “per mezzo al contagio franchi e risoluti”, paragonabili a “cavalieri d’un’epoca del medio evo”. Oggi si dà per ovvia l’esistenza del Medioevo ma, ai tempi di Manzoni, questa categoria storiografica è nata da pochissimo. Consultando il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortelazzo e Zolli si scopre che in Italia la prima attestazione della parola risale al 3 gennaio 1813, quando fa la comparsa su un giornale letterario milanese, intitolato “Il Poligrafo”. Quanto all’aggettivo “medievale” occorre attendere il 1868, vale a dire, per la precisione, le Lezioni di storia di Ranalli (non Renalli come indicato nel DELI): qui, a proposito di “studi delle antichità di mezzo”, si avverte, nella “Lezione Settantesimaquinta”, che sono “dette medievali dai coniatori perpetui di nuove frasi inutili”. Comunque sia, uno dei primi a far riferimento al Medioevo è il diciassettenne Leopardi quando, nella lettera a Cancellieri del 15 luglio 1815, scrive “medio” e “evo” unendo le due parole con un trattino: “medio-evo”. Un anno dopo, nelle Avventure letterarie di un giorno, Borsieri cita “un esemplare della Storia delle repubbliche letterarie del medio evo del sig. Sismondi”, cioè l’Histoire des Républiques Italiennes du Moyen Age (edita fra il 1807 e il 1818). A testimoniare la resistenza a introdurre la parola in lingua italiana sta il fatto che, a partire dal 1817, l’opera di Sismondi è tradotta col titolo di Storia delle Repubbliche Italiane de’ Secoli di Mezzo. In conclusione, il Medioevo è invenzione ideologica, inesistente prima della Rivoluzione francese, ragion per cui Dante, poniamo, non sa di essere medievale: si considera moderno (in rapporto al mondo antico, per esempio a Virgilio). Banalmente il Medioevo è oggetto ora di insegnamento alle scuole elementari; eppure nella monumentale Storia della letteratura italiana (1772-1782) di Tiraboschi la parola non c’è. Diversamente accade con De Sanctis che, giusto un secolo dopo, pensando a Dante, si domanda: “Che cos’è dunque la Commedia?”; e risponde: “È il medio evo realizzato, come arte”. Così per lui il Decameron è “il medio evo non solo negato, ma canzonato”; quindi, con Ariosto “si dissolve il medio evo e si genera il mondo moderno”; ma, grazie a Machiavelli, “crolla in tutte le sue basi”. Ed ecco che, fantasticando la nascita dall’utero medievale, la borghesia elabora la propria vicenda in chiave maschilista, dove le donne (ridotte a regine del focolare domestico) sono oggetto dello sguardo di chi scrive, ma non più autentico soggetto, se non in casi eccezionali e a condizione che, rinunciando a un modo di pensare alternativo, si riducano, secondo la voga del momento, a scimmiottare le forme dominanti. Si spiega pertanto la censura, da parte della storiografia borghese, delle scrittrici ricordate da Tiraboschi: per esempio Cristina da Pizzano (1365-1430), Isotta Nogarola (1418-1466), Laura Cereta (1469-1499), Lucrezia Marinella (1571-1633), fino a Petronilla Paolini Massimi (1663-1726). Ai nostri giorni, dei Canti (1835) di Leopardi si hanno ben quattro edizioni critiche, ma nessuna, né critica né commentata, delle Rime (1832) di Maria Giuseppa Guacci Nobile. Inventata la categoria di Medioevo, le donne che scrivono, ridotte a figure o fenomeno di cronaca o moda, grazie a “femminicidio” culturale, restano fuori dalla storia.

Federico Sanguineti

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Pillole per una Nuova Storia Letteraria 033 di Federico Sanguineti

Donne, uomini e storia letteraria (con un inedito di Guacci Nobile)

 

 

Di Federico Sanguineti

Coi Promessi sposi l’Autore punta, si sa, ad avere “venticinque lettori”. Ma c’è da credere che, fin dal 1827, a rendersi conto della grandezza di Manzoni sono le lettrici. Il ruolo del pubblico femminile, nel determinare la nascita di un classico, è decisivo. Lo dimostra, nella fattispecie, la lettera fino ad oggi inedita (BNCF C. V. 67, 221) che, non ancora trentenne, Maria Giuseppa Guacci Nobile indirizza a Irene Ricciardi informandola di aver letto le milleduecento e ottanta pagine raccolte in sette tomi (e tre volumi) dal titolo Luisa Strozzi. Storia del secolo XVI, che Rosini pubblica nel 1834: “mi ha tolto moltissimo tempo l’affrettatissima lettura che non ha guari ho fatta di un romanzo del Rosini, del quale, credo, avrete udito a ragionar molte volte. Nondimeno posso testificare del non aver passati lietamente questi giorni, da che nulla mi ha dilettato il Romanzo”, la cui trama riassume all’amica: “Una Luisa, della chiara famiglia degli Strozzi, ama un Francesco Nasi. – Essendo allora caduta sotto gli artigli di Alessandro de’ Medici la Repubblica Fiorentina e’ cominciò di scalar Monasteri e di vituperar le più chiare donne di Firenze; e così seguitando adocchiò questa Luisa la quale per il campar da siffatta persecuzione fu costretta a legarsi in matrimonio con un Luigi Capponi, non potendo sposar quel tale Nasi per opposizione de’ parenti dell’una e dell’altro. Ancora Alessandro non potendo per forza né per amore ridurla alla sua devozione fece di farla avvelenare e così finisce la storia”. Guacci denuncia quindi la freddezza di Rosini, incapace, a differenza di Manzoni, di “caldamente anzi dolorosamente sentire”. E così prosegue, argomentando: “Né sia chi mi opponga essere la Lucia del Manzoni una comunissima contadinella ché la mi si rende assai nobile quando parla dell’innominato e quando vuole conservare il voto fatto di non isposare più Renzo ed in mille altre occasioni. Arroge a questo non esser la Lucia l’eroina del Romanzo, ma risplendere in tutta chiarezza l’animo di Federigo Borromeo, l’altezza dell’innominato, e nella feroce perseveranza di D. Rodrigo apparire il costume de’ signori di Milano, e manifestarsi ad ogni pagina la forma del governo. – E quando bene la Luisa Strozzi fosse fornita di ottima virtù la si vede fuor della natura umana la quale solamente può diventar ottima, allorchè viene infiammata da veementi passioni, come si vede nel Cardinal Borromeo il quale inspirato ed acceso dalla Religione acquista veramente un non so che di divino. Nè l’Eroina del Rosini ha veruna passione ardentissima nè l’animo capace di altro che di obbedire”. A sua volta, in un saggio del 1957 dedicato al romanzo storico (Der historische Roman), Lukács fa coincidere la grandezza di Manzoni con la capacità di trovare un contenuto adeguato. A differenza che in Scott, nel caso della vicenda di Renzo e Lucia, il tema non può essere un determinato frangente storico, bensì “la situazione di perenne crisi di tutta la vita del popolo italiano in conseguenza della divisione dell’Italia e del carattere feudale-reazionario che le continue piccole guerre e la soggezione a potenze straniere avevano impresso alle singole parti del paese”. Accade pertanto che un episodio della vita come “l’amore, la separazione e il ritrovarsi di un giovane e di una fanciulla, entrambi di condizione contadina”, sia narrato in modo da esprimere “la generale tragedia del popolo italiano in una situazione di avvilimento e spezzettamento nazionale”, al punto che “il destino dei due protagonisti diventa la tragedia del popolo italiano in genere”.

 

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Sull’onda giusta verso il futuro

Di Alessia Potecchi*

Il voto amministrativo che ha interessato molti comuni ma, in particolare importanti città metropolitane, ci consegna un risultato molto chiaro. Una vittoria forte e indiscussa del centro sinistra che vince al primo turno a Milano, Napoli e Bologna e va al ballottaggio a Roma e Torino, capoluogo piemontese dove c’era una situazione di partenza complessa ma che, grazie alla qualità del candidato e ad un lavoro sinergico e intelligente, si è riusciti ad effettuare un recupero che ha portato a chiudere in vantaggio il primo turno e a riaprire di fatto la partita. Il forte consenso espresso dagli elettori nei confronti dei candidati del centro sinistra premia la politica e l’impegno di questi anni di coloro i quali hanno saputo stare accanto alla propria comunità, ascoltare le esigenze delle persone, mettendo al centro la loro partecipazione all’amministrazione e ai territori. Viene premiata quella politica che sa includere, che sa aprirsi e fare sinergia valorizzando tutte le forze e le competenze che sono a disposizione, hanno vinto quelle amministrazioni e quei candidati che sono entrati in contatto e in sintonia con le persone, che hanno guardato in maniera profonda e personale al sociale, ai disagi di chi è in difficoltà e ha aumentato le proprie problematiche dopo la crisi pandemica. I sindaci che escono vittoriosi sono coloro che hanno saputo essere pragmatici e che hanno saputo, con qualità, passione e costanza, dialogare mettendoci quella giusta dose di coraggio che occorre oggi per amministrare le grandi città che devono essere all’avanguardia, punto di riferimento anche internazionale e aperte al cambiamento, quel cambiamento non solo dell’assetto urbano ma anche del modo di vivere la città che sappia coniugare tradizione, storia e innovazione. Ancora, sono state premiate quelle amministrazioni quei programmi che desiderano convintamente costruire delle città europee, oggi l’Europa è un obiettivo da cui non si può più prescindere e vincono quei sindaci che, durante la pandemia, hanno accompagnato il lavoro e il percorso che è stato fatto a livello europeo con lo stanziamento delle risorse del Recovery Plan, per fare fronte al lockdown in maniera sinergica e comune e che considerano valore fondante, anche per i territori intendere l’Europa come una famiglia che provvede insieme a risolvere i problemi perché, se sta male un membro stanno male anche gli altri. Vincono quei sindaci che sono espressione di questa politica che subito, come è avvenuto a Milano, hanno fatto un piano serio per utilizzare al meglio le risorse provenienti dai fondi europei, puntando alle mission che la stessa Commissione Europea ci ha indicato. La transizione ecologica, il piano green, la digitalizzazione che interessa tanti ambiti dalla comunicazione, al lavoro, ai trasporti e che sarà sempre di più presente nella nostra quotidianità. Spendo solo una parola in più per Milano, la mia città, dove trionfa al primo turno e viene rieletto Beppe Sala. Si conferma un risultato che premia questo lungo lavoro di questi 5 anni che hanno fatto di Milano una capitale economica e finanziaria di stampo internazionale, vince il senso di apertura, vince il coraggio dell’inclusione e delle tante sfide che sono state meritatamente vinte perché si è creduto fino in fondo nelle potenzialità di una metropoli che si è trasformata ed è divenuta un modello da traino per gli altri territori. Crollano i sovranisti, non viene certamente premiata quella politica che si rinchiude, che non guarda con fiducia e speranza al futuro, quella politica che preferisce i comodi recinti e che non ha il coraggio di guardare ad ampi orizzonti per coinvolgere ma che è solo in grado di proporre battaglie di tipo strumentale senza andare oltre con proposte coraggiose e concrete. Il dato forte dell’astensione deve sempre fare riflettere, l’elettore che non vota significa che è disinteressato, sfiduciato, lontano dalla consultazione elettorale probabilmente la situazione pandemica ha influito molto ma è anche vero che il centro sinistra ha comunque aumentato di netto i suoi consensi e forse l’offerta dei candidati degli altri schieramenti non era soddisfacente. Il Governo dopo questo voto deve avere una ulteriore spinta per fare le Riforme, per accelerare i tanti capitoli ancora aperti, per guardare a lavoro, occupazione, fisco e rilancio economico con ancora più forza e sinergia. Gli elettori ci chiedono a gran voce questo impegno così come ci chiedono di concretizzare i progetti da attuare con le risorse europee. Ci chiedono che arrivi un messaggio e uno sguardo al futuro fatto di speranza e di capacità di agire e reagire.

Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza

 del Pd Metropolitano di Milano

 

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