Il Day After il giorno della Liberazione

76 anni fa l’Italia che usciva stremata dal conflitto bellico e dalla dittatura era in possesso di una classe dirigente composta da grandi personalità. Eppure essi furono tanto lungimiranti da cedere il passo alle necessità  di un Paese che non poteva sopravvivere sulle parole ma che aveva bisogno di fatti e iniziative concrete per ripartire.

Di Alessia Potecchi*

“Il desiderio di resistere alla oppressione è radicato nella natura umana” osservava Tacito, il grande storico latino. Il 25 aprile è una data che portiamo nel cuore, un momento tra i più importanti della storia del nostro paese che segna il culmine del risveglio della coscienza italiana impegnata fino all’ultimo contro gli invasori tedeschi alleati dei fascisti italiani; il 25 aprile 1945 segna definitivamente il riscatto profondo e morale di una importante parte della popolazione del nostro paese dopo il ventennio di dittatura che aveva trascinato nel baratro la nostra nazione tra morte, distruzione e mancanza di libertà. Da quel drammatico periodo prende le mosse una classe dirigente che sia pure con diverse ideologie ha saputo rimettere in piedi il Paese, la sua economia, la base del vivere civile. A mantenere viva la lotta per la libertà prima della seconda guerra mondiale ci avevano pensato politici e sindacalisti del valore di Turati, dei fratelli Rosselli, di Pertini, di Amendola,  di Gramsci, di Foa, di Giacomo Matteotti,  di Nenni, di Buozzi, di Di Vittorio e di tanti altri. Dal ’43 in poi come non ricordare l’apporto delle tante lavoratrici e lavoratori e di tanti civili alla lotta contro il nazifascismo, con gli scioperi nelle fabbriche ma anche con la difesa di esse che volevano dire pane e lavoro per tante famiglie specie al nord. Alla liberazione dell’Italia si potè arrivare grazie al sacrificio di tante ragazze e ragazzi che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico, combattevano insieme con un unico scopo : ridare pace, stabilità e libertà al nostro paese. Questo spirito unitario, di grande solidarietà e condivisione lo dobbiamo ritrovare nelle celebrazioni diverse che faremo anche quest’anno in questo difficile momento. Sappiamo bene dobbiamo misurarci con una economia stremata che produrrà disoccupazione, disagio sociale, povertà, chiusura di attività economiche. Si deve reagire nel solo modo possibile: rilanciare la sfida della crescita, con programmi, progetti, confronto aperto fra Istituzioni e forze sociali, idee nuove. E non si potrà non ripartire sul piano economico che  da una strategia contro la disoccupazione, in difesa del lavoro e per realizzare nuova buona occupazione  evitando di finire impantanati per anni nella pratica di un assistenzialismo che a lungo andare logora anche la tenuta democratica. Occorre mettere il bene comune al di sopra delle ambizioni personali. 76 anni fa l’Italia che usciva stremata dal conflitto bellico e dalla dittatura era in possesso di una classe dirigente composta da grandi personalità. Eppure essi furono tanto lungimiranti da cedere il passo alle necessità  di un Paese che non poteva sopravvivere sulle parole ma che aveva bisogno di fatti e iniziative concrete per ripartire. Abbiamo bisogno di una vera comunità europea. L’Europa necessita anch’essa di una stagione di ricostruzione e di rinnovamenti profondi che le restituiscano un’anima vitale, ritrovando ragioni comuni per una condivisione in grado di andare oltre il mantenimento di una economia di mercato e della moneta unica. Oggi il primato, come avvenne allora da quel 25 aprile storico in poi, deve spettare ad un progetto politico, deve spettare alla politica. L’Europa sappia incarnare quello spirito di condivisione, di solidarietà e percorso sui tanti temi economici, fiscali, sociali su cui serve un cammino comune tra gli stati membri. 25 aprile oggi vuole dire ricordare e avere ben presente che quei valori sono oggi più che mai attuali, sono da difendere, da valorizzare, da trasmettere. Le celebrazioni in questo “diverso” 25 aprile, che non ci permetteranno di andare ancora alle consuete iniziative, siano l’occasione per riflettere sul senso forte di una memoria condivisa, di una memoria patrimonio di tutti davvero. La Festa della Liberazione non è di parte, la libertà, la democrazia, il senso del rispetto di ciò che l’altro pensa, della storia da cui proviene, sono per tutti, nessuno escluso. Non dimentichiamo che la svolta della Resistenza, il cambio di passo decisivo è rappresentato dalla nostra Carta Costituzionale che rappresenta il compimento del cammino del nostro paese verso il futuro ed è il frutto di quelle diverse storie politiche che cambiarono il volto all’Italia di allora e scrissero una storia nuova di libertà e democrazia.

Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza

 del Pd Metropolitano di Milano

 

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Pillole per una nuova storia Letteraria 009 di Federico Sanguineti

Le scrittrici e la storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

In un mondo capitalisticamente globalizzato, in cui ‒ dati offerti dalla presidente del Gender group istituito dalla Caritas nel 1999, Anne Dickinson – le donne detengono meno dell’1% della proprietà privata del pianeta, costituendo, ogni giorno di più, la stragrande maggioranza dei poveri fra i poveri, non c’è da stupirsi di quanto ne consegue: 1) producendo i due terzi della ricchezza mondiale e svolgendo il 70% del lavoro salariato, le donne ricevono solo un decimo degli introiti disponibili e del reddito complessivo; 2) le retribuzioni femminili non raggiungono in media il 75% di quelle maschili. Infine: 3) date queste condizioni storiche di ineguaglianza materiale, ogni donna si presenta sul piano ideale, per il pensiero (maschile) dominante, come “oggetto” incomprensibile: a prima vista, qualcosa di triviale, ovvio; ma, al tempo stesso, un idolo pieno di sottigliezza metafisica e capricci teologici. “Siamo così, dolcemente complicate…”, cantava Fiorella Mannoia nel 1988, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, in una canzone non scritta da lei, ma da due uomini: Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone. Quello che le donne non dicono lo sa dunque, a parole, una coppia di maschi. Come dovevasi dimostrare: “è difficile spiegare… lascia stare…”.Nella prefazione alla più monumentale delle sue opere, L’idiot de la famille, Jean-Paul Sartre si chiede: “che cosa si può sapere di un uomo, oggi?”. Il filosofo, dando per scontato che la stessa domanda, formulata in relazione al “secondo sesso” (“che cosa si può sapere di una donna, oggi?”), sia inimmaginabile (o comunque di nessuna importanza), pone così, al centro della propria ricerca, come “soggetto”, un essere umano di sesso maschile: “che cosa sappiamo ‒ si domanda ‒ di Gustave Flaubert?”. Ma se il pensatore affronta tale questione, perché non fare altrettanto riguardo a una donna? Che cosa sappiamo, per esempio, di Gormonda di Montpellier? Sappiamo che è una scrittrice attiva nella prima metà del Duecento, a cui si deve una poesia politica, il sirventese Greu m’es a durar. Che cosa sappiamo, ancora, di Marguerite d’Oingt, vissuta fra il XIII e il XIV secolo? Sappiamo che scrive in latino e, nel suo libro intitolato Pagina meditationum, vede in Gesù la propria madre. Notizie e testi sono reperibili in un attimo sul web, ma ancora oggi, per chi volesse studiare su manuali imposti dai programmi ministeriali, si troverebbe di fronte a un silenzio (imbarazzato e) imbarazzante. Si capisce: le trovatrici, per cominciare, manifestano libertà inimmaginabili in un contesto (patriarcale) borghese. Si pensi alla canzone “Estat ai en greu cossirier”, dove l’autrice, Beatrice di Dia (Beatritz de Dia), esprime ciò che, sul piano letterario come su quello erotico, una donna borghese difficilmente potrebbe permettersi: “Bels Amics, avinens e bos, / cora ·us tenrai en mon poder, / e que iagues ab vos un ser, / e qe ·us des un bais amoros?” (“O bell’amico, cortese e gentile, / quando potrò tenervi in mio potere, / e giacere con voi per una sera, / e dare a voi un amoroso bacio?”). E ancora: “sapchatz, gran talan n’auria / qe ·us tengues en luoc del marit, / ab so que m’aguessetz plevit / de far tot so qu’eu volria” (“Gran desiderio sappiate che avrei / di tener voi al posto del marito / se solamente in cambio promettiate / di compier tutto quello che io vorrei”). Morale della favola: ogni giorno è il 25 aprile, perché il processo di liberazione della soggettività femminile è conditio sine qua non di ogni altra liberazione.

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Sempre attaccati alla (nobile) gonnella

di Tommaso D’Angelo

Un mio fondo di qualche anno, anno fa, suscitando non poche polemiche e risentimenti, dal titolo “Attaccati ad una gonnella” fotografava l’ennesimo stato di incertezza in cui versava il centrodestra per la scelta del candidato a sindaco da opporre a De Luca. E la gonnella, quella di Mara Carfagna, già deputata, e nel cuore dei salernitani che batteva a destra, era la carta da giocare per spodestare sua maestà Vincenzino I. Settimane di grande incertezze fino al classico no grazie, con tanto di candidato di fortuna e naturale vittoria di Vincenzino, anche con i voti dei delusi del centrodestra, orfano all’epoca della Lega e di Fratelli d’Italia. A distanza di tanti, tanti anni, ecco che ricompare la gonnella, che sarà certamente più nobile visto il suo ruolo di Ministro, irrompere o rompere a secondo dei giudizi dei rumors, nel puzzolente stagno di Forza Italia e di quello che ne rimane. Un partito sul cui cadavere continuano a danzare macabramente i vari Martusciello e Caldoro, alla ricerca della divisione dell’atomo nelle 5 province della Campania. Una guerra di straccivendoli per assegnare i ruoli di coordinatori provinciali: ad esempio ad Avellino, dove il partito è da prefisso telefonico, verrà riconfermato Cosimo Sibilia. A Salerno l’idea è quella di affidarsi all’usato sicuro, ad Enzo Fasano, il quale in queste settimane, pur non avendo un ruolo ufficiale, ha tentato di riportare gli azzurri al centro del tavolo del centrodestra. Il suo lavoro ha portato almeno ufficiosamente il partito sulle posizioni di Michele Tedesco: per l’ufficialità manca ovviamente la sua nomina onde evitare un domani, nel caos generale degli azzurri quasi orfani di Berlusconi ricoverato a Milano, di essere smentito nelle scelte. E difatti non si era sbagliato, almeno stando ai rumors azzurri. La Carfagna avrebbe chiesto al commissario  De Siano, meno famoso di Montalbano, di mettere a riposo Fasano e sistemare il deputato Gigi Casciello come vicario. Dicono sempre i rumors che De Siano si sia guardato bene di accontentare il Ministro, prendendo tempo e puntando ancora su Fasano. Intanto però la nomina non arriva e il centrodestra, tranne l’Udc, si trova impallinato, considerando che la Lega non sa come dire a Santoro che non vuole candidarlo. Almeno quella parte legata a Peduto e Tommasetti. Se è vera la telefonata  non si comprende bene il motivo, avendo Mara, pardon il ministro Carfagna, detto in pubblico più volte di non volersi interessare di Salerno e delle sue vicende come poi in pratica ha sempre fatto. Oltre ogni ragionevole dubbio.

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25 Aprile: Liberazione ed eventi per ripartire

di  Vincenzo Luciano*

Domani è il secondo 25 Aprile dell’era Covid-19. Siamo, più che mai, ancora impegnati nella lotta di Liberazione contro questa terribile pandemia sanitaria e sociale che supereremo restando uniti, tutti, sostenendo innanzitutto il Piano delle Riaperture. Ad esso dovrà essere affiancata una ricca programmazione di eventi e manifestazioni in tutta la provincia di Salerno, per far ripartire commercio, ristorazione, alberghi e B&B, trasporti e servizi, artisti e lavoratori dello spettacolo.

In questo momento è indispensabile offrire sostegno alle famiglie, alle aziende, agli operatori economici, ai lavoratori. Il cronoprogramma previsto dal Governo Draghi apre alla possibilità tra maggio e settembre di svolgere spettacoli, eventi, fiere, sfruttando gli spazi all’aperto e le condizioni climatiche, particolarmente favorevoli nel nostro territorio. Occorrerà proseguire il lavoro sinergico tra la Regione Campania e le amministrazioni locali, con l’obiettivo di concretizzare una programmazione di grande rilievo ed attrazione. La Provincia di Salerno sarà protagonista di questa “rinascita” con il Festival di Ravello, le rappresentazioni all’ombra dei Templi di Paestum, gli spettacoli nei parchi e nei siti storici di Salerno, le ferie agroalimentari delle aree interne e della costa, il Giffoni Film Festival, il Premio Charlot, senza trascurare le centinaia di iniziative culturali messe in campo in tutte le comunità.

Il nostro lavoro dovrà essere concentrato ad intercettare i flussi turistici che, anche per questa estate, saranno soprattutto di prossimità. Dovremo promuovere le bellezze della Nostra Provincia tra i turisti italiani ed internazionali (per quello che sarà possibile), affinché scelgano di trascorrere le loro giornate con noi. Presenze di qualità che rimetteranno in moto la grande filiera dell’accoglienza e dell’enogastronomia, del commercio e dell’artigianato, della mobilità e dei servizi. Saranno altresì tutte occasioni importantissime d’impegno e guadagno per gli artisti ed i lavoratori dello spettacolo e degli eventi tra i più penalizzati dalle restrizioni anti Covid-19.
Migliaia di persone potranno così tornare al lavoro nel rispetto dei rigorosi parametri di sicurezza. E’ una strategia condivisa nel corso delle decine d’incontri con le categorie a tutti i livelli territoriali: piuttosto che distribuire a pioggia risorse sempre insufficienti – come, ahimè, pure qualche demagogo in cerca di notorietà sostiene -, sarà preferibile confermare tutti gli eventi e le manifestazioni affinché attraggano ogni giorno turisti e visitatori nei territori con conseguenti benefici diffusi e generalizzati.
*Segretario PD Provincia Salerno

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La sfida economica si gioca sul lavoro

 

Lo sviluppo deve guardare al lavoro, soprattutto per le opportunità offerte ai giovani e alle donne, così colpite dalla crisi in termini occupazionali

Di Alessia Potecchi*

La crisi pandemica continua a pesare molto sulla vita economica e sociale del paese. A fronte di ciò, il Governo sta attuando tutte le misure necessarie atte ad uscire dalla crisi, facendo leva su tutti gli strumenti a disposizione, dalla campagna vaccinale, al potenziamento del Sistema Sanitario Nazionale, alla ripresa economica con i sostegni, i ristori e al rilancio dello sviluppo con le risorse provenienti dal Recovery Fund, concordate e condivise a livello europeo, dove il nostro paese risulta il maggior beneficiario. La sfida economica è al centro dell’agenda del Governo, con l’intento di realizzare una costante crescita in linea con quanto stabilito dal Green  Deal Europeo, in materia di sostenibilità ambientale ed energetica. Lo sviluppo deve guardare al lavoro, soprattutto per le opportunità offerte ai giovani e alle donne, così colpite dalla crisi in termini occupazionali. L’azione del Governo ha puntato, tra gli obiettivi principali, a sostenere i lavoratori e le imprese maggiormente danneggiati dalle restrizioni che si sono rese necessarie, ciò per evitare che la chiusura di aziende, che impattano sul mercato, facesse diminuire il PIL potenziale del paese. Nel mese di marzo, il Governo ha varato Il  “Decreto Sostegni”, utilizzando il margine di manovra di 32 miliardi, già richiesto dal precedente Governo. Un’ iniezione di fiducia per le attività e le partite iva colpite dalle chiusure degli ultimi mesi, con lo scopo di intervenire proprio su alcuni strumenti chiave, già impiegati dall’inizio della pandemia, come la cassa integrazione, il sistema dei ristori, la sospensione dell’attività di riscossione. Del pacchetto complessivo circa 11 miliardi sono destinati alle imprese e ai professionisti maggiormente danneggiati. Quasi 5 miliardi andranno, invece, al piano vaccini.  Ora, insieme, all’approvazione del DEF si ritiene opportuno chiedere al Parlamento un ulteriore margine di 40 miliardi per un nuovo provvedimento, grazie al quale gli aiuti a imprese e famiglie per quest’anno arriverebbero al 4%del PIL, questi aiuti avranno come destinatari in particolare i lavoratori autonomi e le partite IVA e si guarderà alla salvaguardia delle imprese più danneggiate dalla crisi. Ci si concentrerà poi, su una serie di investimenti pubblici, grazie alla risorse del Next Generation EU e alla disponibilità di fondi nazionali, un vero e corposo impegno, verso la ricerca, lo sviluppo, la digitalizzazione e l’innovazione come mai messo in campo prima. Per andare in questa direzione occorrono, però, le riforme previste dal PNRR che riguardano la pubblica amministrazione, la giustizia e poi il fisco che deve essere sottoposto a cambiamenti sostanziali, perché è una riforma che riguarda un sistema ormai obsoleto e che va rivisto e riorganizzato nei dettagli e nel suo complesso impianto. La riforma fiscale, come ha detto lo stesso Draghi nel suo discorso alle Camere, dovrà essere improntata sui criteri della progressività, dovrà affrontare la questione del prelievo e la revisione delle aliquote e dei meccanismi di riscossione, sarà collegata, anche a livello internazionale, alla tassazione delle multinazionali del web.  A fronte di questo, anche se il Governo sostiene che le regole fiscali europee vadano, comunque, riviste per rilanciare la crescita e la spesa destinata agli investimenti pubblici, il fine centrale rimarrà sempre la diminuzione del rapporto debito/PIL, che caratterizzerà la politica economica dell’esecutivo, come ha affermato il Ministro dell’Economia Franco nella premessa al Documento di Economia e Finanza. Questo programma economico, se ben attuato, e se riuscirà ad utilizzare al meglio le risorse europee, renderà più forte e sostenibile la crescita economica italiana e la sua finanza pubblica.

 

Alessia Potecchi

Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza

 del Pd Metropolitano di Milano

 

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Pillole di Storia Letteraria 008 di Federico Sanguineti

Femminismi e storia letteraria

 

 Di Federico Sanguineti

We Should All Be Feminists. Dovremmo essere tutti femministi: è l’opinione espressa, a chiare lettere, in una conferenza del 2014 che si può vedere su YouTube. Relatrice è Chimamanda Ngozi Adichie, meritevole di più di un premio internazionale per romanzi come Purple Hibiscus (2003) e Half of a Yellow Sun (2006), entrambi tradotti in italiano. A parere della scrittrice, nata in Nigeria, a Enugu, quinta di sei figli di due professori, la madre rettrice (a proposito, quante sono le donne in Italia a capo di una università?), il padre docente di statistica, è impossibile rinunciare a sognare un mondo giusto, dove donne e uomini, oltre a godere di maggiore felicità, siano anche nella condizione di essere più oneste e più onesti verso sé stesse e sé stessi.   A riguardo, spiega la scrittrice in un libretto intitolato Dear Ijawele, or A Feminist Manifesto in Fifteen Suggestions. è necessario prima di tutto educare in modo diverso la prole. Aprendolo a caso, a pagina 38 della traduzione italiana (Cara Ijeawele ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista), si legge: “Ricordi la pubblicità televisiva che guardavamo a Lagos, dove un uomo fa da mangiare e sua moglie lo applaude? Il vero progresso ci sarà quando lei non applaudirà lui, ma reagirà al cibo in sé ­‒ può approvare il cibo o non approvarlo, proprio come lui può fare col cibo preparato da lei, ma la cosa sessista è che lei batte le mani al fatto che lui si sia messo a cucinare, approvazione che sottintende che il far da mangiare sia un’attività prettamente femminile”. Ma il capolavoro, a mio parere, è un brevissimo intervento dal titolo The Danger of a Single Story (anch’esso accessibile su YouTube), dove si illustra il legame fra pregiudizi e stereotipi, da un lato, e la conoscenza di un’unica storia, dall’altro.  Come postilla, vale la pena chiedersi che cosa accadrebbe se nelle scuole e nelle università, invece del manuale di filosofia a cui si è oggi abituati, si imponesse, per esempio in quattro tomi, una storia di sole filosofe. Un mondo alla rovescia? Sì. Ma che sia possibile farlo lo dimostra, poniamo, A History of Women Philosophers, a cura di Mary Ellen Waithe, dove, scorrendo l’indice, nel primo volume si trovano, per l’antichità (600 a.C.-500 d.C.): “Early Pythagoreans: Temistoclea, Theano, Arignote, Myia, and Damo”; “Late Pythagoreans: Aesara of Lucania, Phintys of Sparta, and Perictione I”; “Late Pythagoreans: Theano II, and Perictione II”; “Authenticating the Fragments and Letters”; “Aspasia of Miletus”; “Diotima of Mantinea”; “Julia Domna”; “Makrina”; “Hypatia of Alexandria”; “Arete, Asclepigenia, Axiothea, Cleobulina, Hipparchia, and Lasthenia”. Nel secondo (dal VI al XVII secolo): “Murasaki Shikibu”; “Hildegard of Bingen”, “Heloise”; “Herrad of Hohenbourg”; “Beatrice of Nazareth”; “Mechtild of Magdeburg”; “Hadewych of Antwerp”; “Birgitta of Sweden”; “Julian of Norwich”; “Carherine of Siena”; “Oliva Sabuco de Nantes Barrera”; “Marie le Jars de Gounay”; “Roswitha of Gandersheim, Christine Pisan, Margaret More Roper and Teresa of Avila”. Nel terzo (dal XVII al XX secolo): “Margaret Cavendish, Duchess of Newcastle”; “Kristina Wasa, Queen of Sweden”; “Anne Finch, Viscountess Conway”; “Sor Juana Inés de la Cruz”; “Damaris Cudworth Masham”; “Mary Astell”; “Catharine Trotter Cockburn”; “Gabrielle Émilie Le Tonnelier de Breteuil du Châtelet-Lomont”; “Mary Wollstonecraft”; “Clarisse Coignet”; “Antoniette Brown Blackwell”; “Julie Velten Favre”; “Women Philosophers of the Seventheenth, Eighteenth and Nineteenth Centuries”. E, infine, nel quarto (XX secolo): “Victoria, Lady Welby (1837-1912)”; “E. E. Constance Jones (1848-1922)”; “Charlotte Perkins Gilman (1860-1935)”; “Lou Salomé (1861-1937)”; “Mary Whiton Calkins (1863-1930)”; “L. Susan Stebbing (1885-1943)”; “Edith Stein (1891-1942)”; “Gerda Walther (1897-1977)”; “Ayn Rand (1905-1982)”; “Cornelia Johanna de Vogel (1905-1986)”; “Hannah Arendt (1906-1975)”; “Simone de Beauvoir (1908-1986)”; “Simone Weil (1909-1943)”; ecc. Morale della favola: anche la storia della filosofia, non solo quella della letteratura, così come viene fatta “studiare” nel sistema borghese patriarcale, è del tutto unilaterale, insomma proprio una “single story”. Si tratta con ogni evidenza, va detto senza mezzi termini, di una falsificazione vergognosa, il cui fine è ideologico (pedagogico): far credere che le donne, nel corso dei secoli, siano state ai margini, anzi estranee al pensiero. Docenti e discenti, vi prego dunque, chiudete i manuali, non per bendarvi gli occhi, ma per aprirli. E, con motore di ricerca, entrate in rete, per curiosare su ciò che le donne hanno pensato e scritto, non da oggi ma da sempre.

 

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Riaprire progressivamente tutto, in sicurezza, per tutti

 di Enzo Luciano*
E’ un impegno che ciascuno deve garantire, in questo momento. Sindaci, consiglieri ed amministratori locali, responsabili e militanti di partito, a vario titolo impegnati in ruoli istituzionali, devono assumersi, in queste settimane, l’onere di proseguire nella continua attività di ascolto e sostegno in favore di tutte le categorie economiche, con particolare riguardo per quelle maggiormente colpite dalla tremenda crisi innescata dal Covid-19.

Dopo oltre un anno di battaglie contro questo nemico subdolo, è del tutto evidente che la guerra contro il Covid-19 ha logorato tutti. Ma proprio ora non dobbiamo cedere, la pandemia si può sconfiggere, sempreché si preveda un deciso cambio di passo nella campagna vaccinale di massa, con il rispetto rigoroso delle norme di sicurezza (mascherine, igiene personale, distanze sociali) e con la ripresa – in sicurezza – di tutte le attività economiche, sociali, culturali.
Il progressivo ritorno degli studenti in aula, la riapertura di parchi e lungomari rappresentano importanti passi in avanti verso il ritorno alla vita sociale. Bisogna insistere su questa strada, riaprendo cinema e teatri, palestre ed impianti sportivi. Abbiamo bisogno tutti, ed in particolare le nuove generazioni, di poter tornare a vivere in pienezza.
Ma soprattutto è prioritario consentire la graduale ripresa di tutte le attività economiche e commerciali che rappresentano la linfa vitale delle Nostre Comunità. Le saracinesche non possono più restare abbassate. Le proposte condivise, che sosterremo a tutti i livelli istituzionali, sono chiare: regole rigorose per tutti gli esercizi commerciali (presenze distanziate nei locali e frequenti sanificazioni), controlli intensi sul territorio e punizione severa delle violazioni. Misure doverosamente accompagnate da un pacchetto di aiuti e sostegni: ristori dal Governo nazionale, riduzione al limite minimo dei tributi locali, agevolazioni burocratiche ed amministrative per commercianti e ristoratori, iniziative di promozione e marketing territoriale per prodotti e servizi del territorio, infrastrutture (mobilità e parcheggi) essenziali per l’attrazione turistica di prossimità (nel breve), nazionale ed internazionale (nel lungo periodo).
La road map annunciata dal Presidente Draghi sembra finalmente definire un percorso che più volte è stato indicato dal PD e dal Presidente De Luca.
A questo punto, non resta che sostenere questo programma con minuziosa attenzione.

*Segretario Provinciale Pd
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Pillole di Storia Letteraria 07 di Federico Sanguineti

Uomini soli e storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

Come l’impresa infernale dell’Ulisse dantesco, pur motivata dalle più meravigliose intenzioni, è fraudolentemente istigata, con le parole della indimenticabile “orazion picciola”, da un infiammato discorso retorico, non meno esaltata è la prosa di De Sanctis che, nella Storia della letteratura italiana, all’eroe greco condannato in Malebolge innalza queste considerazioni: “un po’ dell’audacia di Ulisse ‒ egli scrive ‒ è ancora in Dante, che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell’ardente curiosità del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al viaggio di Colombo”. E quindi: “Il peccato diviene virtù”. Ma dietro la retorica si cela un contenuto difficilmente conciliabile con i fatti: per De Sanctis, in quanto invasi da “ardente curiosità del sapere”, i contemporanei di Dante (morto nel 1321) a loro volta diventano “contemporanei” del “viaggio di Colombo”, avvenuto più di un secolo e mezzo dopo (1492). Così, in ogni società divisa in classi, per gli intellettuali della classe dominante i fatti si mutano in ideologie (cioè “il peccato diviene virtù”), ed è questa precisamente la morale di chi, come De Sanctis, estrapolandolo dal contesto, cita il più ovvio degli slogan: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Chi tuttavia non si lasci sedurre da tali “nobili parole” che, divenute oggetto di culto, risuonano come un mantra in aule scolastiche e universitarie (e, in occasione di dantedì, persino sui social), non può fare a meno di notare le circostanze entro le quali si colloca l’Ulisse dantesco. Nell’Inferno, per contrappasso, entro un’unica “fiamma cornuta”, l’eroe greco è in coppia con Diomede. Agli occhi di Dante (naturalmente non di De Sanctis), i due sono l’ultima versione degli antichi Eteocle e Polinice, rampolli incestuosi di Giocasta e del figlio di Laio, condannati all’autodistruzione reciproca. Soltanto in abbinamento etero con Penelope, Ulisse potrebbe salvarsi; e a salvarsi è infatti Dante: in Paradiso in coppia con Beatrice. Viceversa all’intellettuale borghese, accecato come Edipo, è preclusa la liberazione dantesca, vale a dire il dialogo con una donna soggetto di cultura. Al più, De Sanctis può celebrare la bellezza di donne cartacee, “figure femminili” prodotte da questo o quello scrittore. Ma, pur tenuta a bada, l’omosessualità maschile non può che emergere (come forcluso rimosso) nel momento in cui egli, per impulso a confessare, ammette che, “se vuoi trovare l’ideale femminile compiutamente realizzato nella vita in quel complesso di amabili qualità, déi cercarlo non nella donna, ma nell’uomo, nel Petrarca e nel Tasso, caratteri femminili nel senso più elevato, e in questa simpatica e immortale creatura del Tasso, il Tancredi”. Un mondo per soli uomini, dunque, quello della borghese Storia della letteratura italiana. Analogamente la “mirabile visione” di Beatrice, da femminile che era per Dante, diviene di sesso maschile per il protagonista di Der Tod in Venedig (La morte a Venezia): “das Bewunderungswürdige” qui non è Beatrice (e neppure il Tancredi di De Sanctis), ma Tadzio che, sdraiato sulla sabbia, con la testa appoggiata su un braccio nudo, diviene oggetto dello sguardo di Gustav von Aschenbach. Gli esseri umani, spiega Thomas Mann, non sanno perché conferiscono gloria a un’opera d’arte e credono di scoprire mille pregi per giustificare tanto consenso. Ma il vero motivo del loro plauso è qualcosa di imponderabile, è simpatia: “ein Unwägbares, ist Sympatie”.

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Pillole di storia letteraria 06 di Federico Sanguineti

“Grandi figure” e storia letteraria (ossia Buona Pasqua a tutte e tutti)

 Di Federico Sanguineti

La donna non esiste, afferma Jacques Lacan; ed è così ovunque vige il modo di produzione capitalistico, il cui inconscio è strutturato, spiega Antoinette Fouque, come “analfallocentrico” (cioè pregenitale). In una borghese Storia della letteratura italiana, invece di incontrare le scrittrici del passato (rigorosamente censurate), ci si imbatte in “figure femminili” cartacee, cioè in donne partorite, come Atena dalla testa di Zeus, dalla mente maschile di questo o quello scrittore. In altre parole: si forma un canone letterario che, emarginando il femminile in carne ed ossa, esibisce stereotipi bell’e pronti per essere pedagogicamente illustrati. Ed ecco che, guidati da critici di professione, si celebra in scuole e università ciò che Naomi Wolf definisce The beauty mith: quello per il quale, nella misura in cui le donne tentano di emanciparsi socialmente, incombe su di loro il peso di modelli di avvenenza a cui attenersi per essere apprezzate, come la taglia 42, poniamo, se non la 40, ecc. Nel caso della letteratura italiana, come per ogni evento di moda o concorso a miss, sul palcoscenico storiografico, a celebrare il mito della bellezza sfilano per esempio ancora oggi, da un lato, Francesca da Rimini, accolta da De Sanctis nel “regno delle grandi figure poetiche”, anzi “la prima donna della nostra letteratura”, reginetta insomma dell’estetica borghese, e, dall’altro, squalificata come inguardabile, Beatrice, che “ha così poca realtà e personalità”. In un Poema ambientato nella Settimana Santa del 1300 entrano pertanto, infernali colombe “dal disio chiamate”, Paolo e Francesca; e più avanti, nel paradiso terrestre, la donna amata da Dante. I rimanti “felice” e “colui che […] dice”, presenti nel canto V dell’Inferno, ritornano, ma in ordine inverso, nel XXX del Purgatorio: “colui che dice” e “felice”. In mezzo ad essi sta, in un caso, la “prima radice” del colpo di fulmine, nell’altro invece l’endecasillabo: “Guardaci ben, se ben sè ’n Beatrice!”. Qui il poeta è invitato a rendersi conto di trovarsi in un paradiso, cioè di essere, alla lettera, “in Beatrice”, compenetrato in lei. In nuce è già presente l’idea dell’“indiarsi”, “inluiarsi”, “intuarsi”, “inmiarsi” e “inleiarsi”, che sarà, con formidabili parasintetici neologismi, ripresa nella terza cantica.   “Guardaci ben, se ben sè ’n Beatrice!”. Ecco undici sillabe, direi le più straordinarie di Dante, ma insopportabili al gusto borghese, e quindi compromesse, fraintese, manomesse da copisti e filologi, i quali leggono: “Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice” o “Guardaci ben! Ben sem, ben sem Beatrice” (entrambe banalizzazioni da manuale), “Guardati ben! Ben sembri Bëatrice (errore congiuntivo di una famiglia di codici). Ma, grazie al cielo, la lezione genuina è compattamente conservata dal ramo beta della tradizione: Urbinate 366, Urbinate 365, Florio ed Estense. Nel Paradiso terrestre, Dante è dunque in Beatrice: “illeare ene in lei entrare”, secondo una chiosa di Francesco Buti. Al funereo colpo di fulmine, di un amore che “ratto s’apprende”, perché irresistibile (“a nullo amato amar perdona”), ovvero il top per l’estetica borghese (e che conduce “ad una morte”), urge contrapporre il punto di vista opposto, quello vitale di Dante che, in tempo di resurrezione, celebra il piacere. Coi migliori auguri di uscire sempre dall’Egitto, cioè di una Pasqua quotidianamente vivibile, si rinviano lettrici e lettori alle pagine della teologa Maria Caterina Jacobelli dedicate a Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale.

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La Passione al tempo del Covid

di Michelangelo Russo

 

Per il secondo anno consecutivo ci mancheranno le struggenti Via Crucis della tradizione. I flagellanti e gli incappucciati che nei crepuscoli dolorosi del Venerdì Santo, nelle terre del Sud, piangono la morte della carnalità del figlio di Dio, sono il residuo solenne delle sacre rappresentazioni attorno a cui sono salite al cielo le Cattedrali della Cristianità. Sono state, e sono ancora, spettacolo mobile della grandiosità dell’Onnipotente, mentre le cattedrali ne sono la rappresentazione in termini architettonici fissi. Le due rappresentazioni sacre camminano appaiate da sempre. Il Covid ha spezzato, per il momento, questo legame che, con le processioni, porta nella Pasqua il sentore della Primavera, e quindi il messaggio di rinascita del figlio di Dio. Ma, come le sequenze del Papa solitario nel gelo di San Pietro hanno dato al mondo la rappresentazione sacra della mortalità immanente della carne e la spiritualità della speranza (che è la sostanza della fede), altre immagini mediatiche possono dare soprattutto ai giovani, in assenza del folclore evocativo delle rappresentazioni pasquali, il senso della Passione e il collegamento ideale di questi giorni alle declinazioni dei tre tempi in cui si articola la storia dell’uomo: il passato, il presente e il futuro. Nel tempo che viviamo, il passato è il concetto meno recepito e meno speso per l’educazione delle giovani generazioni. Se non ci fossero le ricostruzioni d’ambiente dei film e delle serie televisive, chi ha oggi meno di venti anni non avrebbe la minima percezione di come sia stato il mondo antico.

L’appiattimento nel presente e la cancellazione della lenta e faticosa educazione nei percorsi storici e le tappe della civiltà umana hanno sbiadito nelle giovani generazioni la capacità di distinguere e catalogare le epoche delle cose che ancora ci circondano (e l’Italia per sua fortuna immeritata ne ha tante) del tempo andato. Perciò è essenziale che noi, padri e nonni, non si perda occasione per spingere, con ferma ma decisa insistenza, figli, nipoti e le loro combriccole a cercare quanto di meglio possa costruire la loro capacità di cogliere il senso del tempo. Magari andando a cercare film e documentari dimenticati che ci parlino di Pasqua, quando le Chiese e i cortei della tradizione siano interdetti. Il Vangelo Secondo Matteo ha un impatto immensamente più forte dei pur suggestivi riti pasquali di ogni latitudine. Rivedere su internet il film realizzato nel 1964 da uno dei più grandi poeti italiani del ‘900 equivale a cento lezioni di storia o di arte. Il film capolavoro fu un’icona per quelli della mia generazione. Col ’68 alle porte, la riscoperta Pasoliniana del valore assoluto della titanicità del primitivismo, in religione e in arte, fu una delle mescole con cui si costruì la sensibilità umana della generazione protestataria e anticonformista che in quel decennio cambiò il mondo per sempre. Cari genitori, nonni, zii, maestri ed educatori: fate accendere ai ragazzi, se gli volete bene veramente, lo schermo del tablet in questi pomeriggi in casa. Fategli vedere il film completo: dalle prime inquadrature della Madonna bambina col ventre rigonfio come la Madonna del Parto di Piero della Francesca, all’angelo dell’annuncio, adolescente materana con gli occhi grigi e i riccioli uguali agli angeli settecenteschi dei presepi napoletani. Fategli vedere i volti di pietra degli attori, scelti da Pasolini tra le facce dai tratti arcaici dei contadini del posto, attraverso una ricerca antropologica rara nella storia del cinema. Questo per una ricostruzione il più fedele possibile della realtà dell’innocenza e della semplicità ambientale degli ultimi giorni di Cristo. Una realtà scarna ed essenziale reperita miracolosamente nell’antica Matera: isolata, ancora nel 1964, e dimenticata nella storia. Una sorta di foto d’archivio, quasi, di un agglomerato urbano dell’epoca di Augusto. Vivo e non museale, come il relitto di Pompei. Perciò il palcoscenico del Vangelo di Pasolini non ha nulla di hollywoodiano; niente di paragonabile all’enfasi barocca di un presepe ricostruito. E’ invece il ripescaggio dell’ambiente abitato primigenio nell’epoca dell’Avvento, che compie il miracolo: l’occhio vede, per la prima volta, una realtà non artefatta della Palestina dell’anno 33. Si accorge che quella è la realtà, e che Cristo è esistito realmente. E con lui i Santi, e i miracoli. E la tragedia della Passione. E’ importante spingere i giovani anche ad ascoltare, oltre che guardare, il film. I discorsi di Cristo hanno spazio per il messaggio d’amore. Ma ancora di più per l’urlo di indignazione al cospetto delle ingiustizie e delle disuguaglianze del mondo. Il timbro sonoro della voce di Cristo assomma tutte le vibrazioni degli appelli alla resistenza contro le sopraffazioni e i trucchi ipocriti del Potere, in tutti i tempi dei tempi. E’ una voce pericolosa che il Potere fa da sempre ogni sforzo per farla dimenticare. Eppure, è la musica più istruttiva che i giovani possano sentire. Come la colonna sonora inusitata nel 1964. La pellicola si apre con i suoni della natura che non riusciamo più a sentire: il cinguettio degli uccelli, il canto di un gallo, il martellio di officine che lavorano il ferro di utensili primitivi, le grida delle faccende quotidiane di un luogo privo di ogni suono artificioso. E poi, solenne come un cantico gregoriano, la musica di uno spiritual struggente, a sottolineare l’internazionalità assoluta della Natività. E poi Bach, Procofieff e la malinconia di antichi cori russi delle steppe. Musica per disegnare l’infinito di una cattedrale universale!

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