Mediaset e non solo: i rapporti tesi tra Inps ed editori e la crisi del giornalismo

Il rapporto tra Inps e mondo dell’editoria, da qualche anno, vive momenti di tensione. Da un lato l’Istituto nazionale di previdenza sociale, che dal 2022 ha anche assorbito l’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti), cerca di massimizzare le entrate con ispezioni frequenti nelle aziende, provando pure a ergersi a organizzazione di tutela di una professione, quella giornalistica, sempre meno sindacalizzata, con scarso potere contrattuale e dove ormai quasi nessuno ha il coraggio di denunciare situazioni poco chiare per timore di venire espulso dal sistema.

Il business è cambiato, le regole in parallelo no

Dall’altro, tuttavia, ci sono gli editori, che operano in un comparto in crisi strutturale da quasi 20 anni, dove il business, con l’avvento del digitale e dei grandi over the top, è completamente cambiato senza che le regole si siano però in parallelo adeguate: la definizione di collaboratore, di consulente, l’applicazione di questo o quel contratto giornalistico o poligrafico, creano zone d’ombra dove per le società e gli imprenditori, anche quando intendano agire correttamente, non è sempre facile muoversi.

Le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato

Giusto per citare qualche caso di cronaca: nel 2018 ci fu la vertenza Inps contro RepubblicaEspresso, con le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato per aver ottenuto sia cig (Cassa integrazione e guadagno) sia prepensionamenti a favore di circa 80 dei propri dipendenti senza averne diritto.

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La vecchia insegna di Repubblica a Roma (foto Ansa).

Poi, in epoca pandemia, l’Inps si è costituito parte civile nel processo contro la casa editrice Visibilia per i rimborsi Covid. Non è ovviamente colpa dell’Inps, ma in entrambi i casi i destini successivi dei poli editoriali non sono poi stati fortunatissimi.

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Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La questione del contratto: Fieg-Fnsi oppure Uspi?

Più di recente, ecco altre operazioni targate Inps che hanno sollevato dibattito. A febbraio del 2026, per esempio, dopo numerose ispezioni sono state comminate sanzioni per 4,5 milioni di euro a Citynews (editore dei quotidiani online Roma Today, Milano Today, eccetera) e per 3,5 milioni a Ciaopeople (Fanpage, eccetera) per una diatriba tutta interna alle associazioni di categoria e relativa all’applicazione, per i giornalisti, di un contratto FiegFnsi (con remunerazioni più alte) oppure Uspi (con remunerazioni più basse di circa il 40 per cento).

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Francesco Cancellato, direttore di Fanpage (foto Imagoeconomica).

Il rischio di dimezzamento delle redazioni

Prescindendo da chi ha torto e chi ha ragione, va constatato che un intervento di queste proporzioni su realtà come Citynews e Ciaopeople, che peraltro danno spazio al giornalismo e ai giornalisti a differenza di tante altre iniziative sul digitale, potrebbe avere come effetto proprio la riduzione dei posti di lavoro che si vorrebbero tutelare: si è parlato addirittura di un dimezzamento delle redazioni, dove oggi lavorano circa 500 addetti giornalistici, per far fronte a queste multe. I due editori stanno interloquendo con l’Inps, e per il momento non ci sono novità rispetto a quanto uscito a inizio anno.

Mediaset e il faro sui “collaboratori” di Videonews

Freschissima, invece, la notizia di una multa da 21 milioni di euro inflitta dall’Inps a Mediaset e anticipata sabato 6 giugno da Il Fatto Quotidiano. La questione riguarda una cinquantina di collaboratori dei programmi di informazione del Biscione che, in base alle accuse, lavorerebbero di fatto a Videonews come fossero dipendenti, pur essendo inquadrati come partite Iva o con contratti co.co.co.

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Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato del gruppo MFE – MediaForEurope (foto Imagoeconomica).

Mediaset ha subito risposto, ribadendo che «non esistono casi di lavoratori sottopagati. I professionisti coinvolti sono lavoratori autonomi, non lavoratori dipendenti. Hanno svolto la loro attività sulla base di accordi liberamente sottoscritti e con compensi coerenti con il lavoro richiesto. L’Inps contesta il ruolo di alcuni collaboratori. L’azienda non condivide questa ricostruzione e ha già presentato ricorso. Il contenzioso non riguarda il livello dei compensi e non nasce da denunce o segnalazioni dei professionisti interessati. Mediaset conferma la correttezza del proprio operato e farà valere le proprie ragioni nelle sedi previste dalla legge».

Il rapporto Inps: gap retributivo e precarietà

Consulenti, collaboratori, redattori sotto mentite spoglie: confini labili che spesso si fatica a individuare con certezza. Ricordando, peraltro, che l’ultimo report dell’Inps su “Lo stato del giornalismo italiano” mostra come su 103.581 giornalisti iscritti all’Ordine dei giornalisti, nel 2023 solo 17.179 hanno versato contributi all’Inps, mentre 25.791 all’Inpgi.

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Un giornalista freelance (foto Unsplash).

La retribuzione media dei giornalisti è di circa 59 mila euro, con un divario di genere (oltre che generazionale) significativo: gli uomini guadagnano in media il 16 per cento in più rispetto alle donne. Le pensioni mostrano una disparità ancora maggiore, con una media di 71 mila euro per gli uomini e 48 mila euro per le donne. Inoltre, il 70 per cento dei lavoratori autonomi guadagna meno di 25 mila euro all’anno, evidenziando una precarietà diffusa nel settore.