Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno dazi del 25 per cento su tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. Il presidente lo ha scritto in un post su Truth Social, sostenendo che la misura entrerà in vigore «con effetto immediato». In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca, però, non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Le tariffe, come previsto dalla normativa statunitense, sarebbero pagate dagli importatori americani. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa della Casa Bianca, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori». Intanto, la ong norvegese Iran Human Rights ha confermato che almeno 648 persone sono state uccise nelle proteste, mentre altre associazioni stimano che i morti siano oltre 2.000. Gli arresti invece sono oltre 10.600.
Le opzioni militari contro l’Iran sul tavolo della Casa Bianca
La mossa sui dazi si inserisce in una strategia di pressione più ampia dell’amministrazione Trump, che sta valutando come rispondere alla repressione delle proteste in Iran. Mentre è stato aperto un canale diplomatico tra Washington e Teheran, secondo il New York Times il Pentagono sta presentando a Trump un ventaglio di opzioni militari più ampio rispetto al passato. Tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici, già colpiti durante la guerra di 12 giorni di giugno. Tuttavia, le opzioni considerate più probabili restano un attacco informatico o un’azione mirata contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. La Casa Bianca ribadisce che la diplomazia resta la prima scelta, prevedendo una dura rappresaglia iraniana, ma conferma che anche i raid aerei sono «tra le molte opzioni sul tavolo». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a lasciare il Paese.
