Trump accerchiato tra consenso che cala e truppe Maga in fibrillazione

La politica è un gioco crudele. Quando sei sulla cresta dell’onda, in tanti si prostrano ai tuoi piedi. E la pletora di questuanti, adulatori, ruffiani, cortigiani di professione, aspiranti dignitari salta voluttuosamente sul carro del vincitore. Quando però il vento del consenso si affloscia o addirittura spira in direzione contraria, gli amici di un tempo (veri o presunti) prima si defilano, poi fanno finta di non riconoscerti, infine ti danno addosso. Contrariamente alla vulgata, non si rimane al vertice troppo a lungo: la longevità in politica è merce rara. Donald Trump per il momento si trova ancora nella prima fase. Ma ciò che conta è il consenso e come si traduce in risultati elettorali. Per il presidente degli Stati Uniti queste metriche puntano decisamente verso il basso. Gli indici di gradimento battono tutti i record negativi confermati dalle urne di novembre 2025. La tornata elettorale, sia pur limitata, aveva infatti decretato una serie imbarazzante di rovesci per i repubblicani a New York e in due Stati di peso come il New Jersey e la Virginia.

Il potere d’acquisto continua a deteriorarsi

A un anno dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli elettori sensibili al portafogli che non vedono migliorare le proprie condizioni reclamano l’oncia di carne impegnata con fiduciosa magniloquenza in campagna elettorale, insieme con la pace in Ucraina in 24 ore. La parola chiave che domina tra i maghi dei flussi elettorali è affordability, cioè il potere d’acquisto: The Donald aveva giurato di rinvigorirlo, invece continua a deteriorarsi inesorabilmente tra affitti alle stelle e spese sanitarie fuori controllo.

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Americani al supermercato (foto Ansa).

Difficile ricompattare l’universo Maga

Fiutando aria di tempesta, il presidente ha tentato freneticamente di ricompattare le truppe Maga (Make America great again) tramite infervorati post via Truth, con discorsi infarciti di retorica da baraccone di cui è campione incontrastato, spaziando tra attacchi ingiuriosi verso avversari o ex amici e patetiche recriminazioni contro presunte forze oscure che osteggerebbero la sua grandezza (e tanto per non smentirsi mai si è messo anche a deridere le atlete transgender in un video diventato virale). Ma insieme al gradimento si è frantumata la base che gli ha tirato la volata per la Casa Bianca.

Gli isolazionisti gli si sono rivoltati contro

Gli isolazionisti di America First, come la deputata pasionaria Marjorie Taylor Greene, gli si sono rivoltati contro sul caso Epstein, i latinos lo odiano per gli arresti indiscriminati e le brutali deportazioni degli immigrati, i complottisti della galassia Qanon iniziano ad alimentare sospetti di tradimento.

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Marjorie Taylor Greene (Ansa).

Per non parlare di Elon Musk che sembrava destinato a una strabiliante carriera e invece si è rivelato una meteora che ha lasciato nella sua scia le macerie del Doge, il dipartimento che doveva snellire la burocrazia.

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Elon Musk e Donald Trump (Ansa).

Sul caso Epstein il Congresso si è dimostrato compatto

Gli smottamenti più vistosi si registrano in Congresso. Fino a qualche mese fa deputati e senatori repubblicani erano atterriti dalle intemerate del presidente e dalla minaccia di ritirare il suo appoggio nelle Primarie. Oggi le sue ire suscitano meno apprensione. Per cui il voto compatto sui provvedimenti chiave non è più sicuro. La legge che ha imposto al dipartimento di Giustizia di diffondere tutti i documenti sul caso Epstein (Epstein Files Transparency Act) è stata approvata il 19 novembre con una maggioranza di 421 a 1. E lo stillicidio quotidiano di rivelazioni e foto infligge le proverbiali mille punture di spillo.

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La Corte Suprema non è disposta a dargli carta bianca

Il terremoto politico si estenderà all’ambito giudiziario. La Corte Suprema è chiamata a deliberare su questioni fondamentali per le mire di Trump. Finora la maggioranza ha emesso sentenze tipicamente favorevoli all’esecutivo. Però sui dazi, decretati invocando un inesistente stato di emergenza, i giudici conservatori non sono disposti a concedere al presidente il potere fondamentale che la Costituzione affida al parlamento: l’imposizione fiscale. Nella prima udienza il tenore delle domande poste dai giudici all’avvocato generale dello Stato era distintamente ostile o sottilmente beffardo. Una sconfitta bruciante sulle fondamenta del protezionismo sarebbe un’umiliazione da cui The Donald non si risolleverebbe in tempi brevi.

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Una manifestazione fuori dalla Corte suprema americana (foto Getty).

In attesa della sentenza sui dazi, la Corte Suprema ha fortemente ristretto le condizioni in base alle quali il presidente può impiegare la Guardia nazionale (la milizia statale formata da cittadini richiamati all’occorrenza) in compiti di ordine pubblico interno senza il consenso degli Stati.

Con il colpo Maduro ha provato a soddisfare tre tipologie di sostenitori

Non è improbabile che per uscire dall’angolo Trump abbia ordinato la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, con un’operazione spettacolare che in un colpo solo soddisfa tre tipologie di sostenitori: i militari nervosi per le intemerate del segretario della Difesa Pete Hegseth, la piccola borghesia bianca ostile all’immigrazione, i patrioti orgogliosi dei successi in guerre rapide e indolori. E allo stesso tempo mette a tacere gli isolazionisti alla Tucker Carlson, frangia estrema dei Maga affascinati da filo-nazisti come Nick Fuentes.

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La cattura di Maduro (Ansa).

Però nell’inesorabile incedere del tempo si aggrava il peso degli anni, evidente dalle risposte vaghe o inconsistenti alle incalzanti domande dei giornalisti. Il declino ha stuzzicato le ambizioni del vicepresidente JD Vance e dei suoi referenti nella Silicon Valley, Peter Thiel in testa, che coltivano farneticazioni tecno-autoritarie.

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Donald Trump con JD Vance (foto Ansa).

Occhio alle figure umiliate che non vedono l’ora di vendicarsi

A completare il quadro, negli altri gangli del potere sono acquattati, in attesa di circostanze propizie, migliaia di figure umiliate, minacciate o coartate che non vedono l’ora di vendicarsi. Dalle università agli studi legali, dagli alti burocrati licenziati ai generali esautorati, dalle banche alle aziende colpite dai dazi, è tutto un ribollire di umori tossici pronti a riversarsi contro il “Taco” (Trump always chickens out, cioè Trump si tira sempre indietro). Tu chiamalo, se vuoi, Deep State. Ma nei ghetti di Chicago, nelle penthouse di New York, come nei corridoi di Washington, ricorrono a uno slang più crudo: Deep Shit.