Pechino torna lentamente alla normalità (vigilata)

Superato il picco della pandemia da coronavirus, la Capitale cinese ricomincia a popolarsi. Ma nonostante i nuovi casi siano prossimi allo zero, il governo non allenta le misure. Si temono altri focolai e i controlli personali restano stringenti. Il reportage.

da Pechino

Al parco di Beihai, a nord della Città Proibita, i cittadini escono di casa per sgranchirsi le gambe intorno al grande stupa bianco che domina il lago.

Coppie di anziani tirano briciole alle anatre mentre signori seri si danno da fare con macchine fotografiche e treppiedi per catturare uno scatto della primavera pechinese.

Il ritorno nei parchi è una delle prime prove di normalità in Cina. Dopo che il Paese è stato al centro dell’epidemia di coronavirus che ora sconvolge il mondo. Apparso a Wuhan, ufficialmente a dicembre, il virus ha infettato oltre 80 mila persone, uccidendone almeno 3 mila. La risposta del governo, dopo un inizio esitante è stata dura: la parola d’ordine è stata chiudere tutto e farlo il prima possibile.

I parchi di Pechino tornano lentamente a popolarsi (Getty Images).

I CASI CALANO E LA CITTÀ TORNA A VIVERE

Sembra aver funzionato. I nuovi casi di coronavirus sono ormai sporadici (per la prima volta il 19 marzo non se ne è registrato nessuno, mentre in Italia il numero di decessi ha superato quelli cinesi). Recentemente il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan, epicentro della crisi, dove ha dichiarato che il virus di fatto è stato bloccato con la stabilizzazione della situazione nella provincia dello Hubei e a Wuhan.

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Nelle città le vie spettrali del mese scorso si ripopolano di persone e le grandi arterie tornano a essere trafficate. «I clienti sono ancora pochi. Molto pochi, ma crescono. Ad aprile andrà bene», dice il gestore di un 7-11, la catena di negozi di convenienza che solo una settimana fa si disperava per l’assenza di clienti. Pechino può permettersi addirittura di inviare contributi all’estero e l’Italia, al centro della crisi europea, è stata uno dei principali destinatari. Nel nostro Paese sono arrivate 31 tonnellate di materiale e una squadra di medici: un vero colpo mediatico, soprattutto dopo le le dure critiche rivolte a Pechino nelle prime settimane della crisi, quando le autorità tentarono di minimizzare l’esplosione del virus.

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Da allora si è invertita la rotta. Con successo. Come ha riconosciuto a febbraio il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus: «I passi fatti dalla Cina per contenere l’epidemia alla sorgente hanno dato tempo al mondo».

Bambini a Piazza Tienanmen a Pechino, il 16 marzo (Getty Images).

RESTANO I CONTROLLI SULLE QUARANTENE

Il governo non ha però abbassato la guardia a casa. Tutt’altro: nonostante la situazione migliori, restano misure stringenti su quarantene e controlli. A preoccupare il grande rientro nei centri urbani che potrebbe originare nuovi focolai. Ed è indubbio che le autorità facciano sul serio. Per rendersene conto basta seguire la signora che passa di casa in casa per le vie del centro consegnando tessere rosse: vengono date solo a chi si trova in città da almeno 14 giorni, il periodo di quarantena, e sono necessarie per lasciare casa. «Senza tessera non si può uscire!», esclama lei con aria stupita quando le si chiede se almeno si può andare da uno dei fruttivendoli ancora aperti. La stessa signora ripassa poi a distribuire disinfettante per le mani.

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Anche se ora non ce n’è bisogno: il materiale medico-sanitario era scomparso dalla città all’inizio della crisi, ma è ora ampiamente disponibile. In un popolare supermercato specializzato in merce estera, per esempio, lo scaffale per i prodotti scontati è stato svuotato: niente più birre, succhi di frutta e latte australiano, solo alcol, guanti in lattice e mascherine. Nemmeno un’economia in picchiata sembra essere in grado di distogliere le autorità dal loro obiettivo. La produzione industriale è crollata del 13,5% nei primi due mesi dell’anno, mentre le vendite al dettaglio sono calate di oltre il 20%. Nonostante una prevedibile picchiata del Pil Pechino però non ha intenzione di allentare la stretta.

Passeggeri all’aeroporto di Pechino il 16 marzo (Getty Images).

SPOSTAMENTI MONITORATI E LASCIAPASSARE

Oltre ai controlli capillari, la tecnologia è stata l’arma segreta sfoderata dal governo nella battaglia contro il virus. Negli ultimi anni la Cina ha fatto passi da gigante sviluppando una serie di app. Quando il contagio è scoppiato, le autorità hanno capito che potevano servire a monitorare la diffusione del Covid-19 e non hanno esitato a usarle in modo massiccio. Anche chi è confinato al proprio domicilio, per esempio, deve contribuire attivamente al monitoraggio: è infatti obbligatorio registrarsi online e inviare giornalmente la propria temperatura corporea a un centro di raccolta dati. Gli spostamenti da una regione all’altra sono possibili solo dopo aver immesso tutta una serie di informazioni online e aver ottenuto un codice verde (se il codice è rosso si deve fare una quarantena preventiva una volta arrivati a destinazione).

Clienti all’Ikea di Pechino (Getty Images).

SERVE UN CODICE A BARRE PER ENTRARE NEI LOCALI

In alcune aree vige poi l’obbligo di scansionare un codice a barre, sempre usando Wechat, prima di entrare in negozi, alberghi e ristoranti: sarà così possibile rintracciare l’esatto percorso fatto dal paziente, se quest’ultimo dovesse risultare positivo al Covid-19. Pechino affina ora anche la mira, concentrandosi sugli stranieri e tutti coloro che arrivano dall’estero. Prima da Corea del Sud e Giappone, poi da Italia ed Europa. Le ultime misure prevedono che chi atterra all’aeroporto con un volo internazionale venga isolato non in casa ma in speciali alberghi gestiti da personale medico, con spese di vitto e alloggio a carico del viaggiatore. Insomma, continua quella che a febbraio il presidente Xi Jinping aveva definito una «guerra del popolo» contro la minaccia virale. Si tratta di una battaglia che Pechino deve vincere. A ogni costo.

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Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

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Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

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Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Il gasdotto che avvicina Putin e Jinping

I due leader tengono a battesimo la pipeline. Costruita da Gazprom, fornirà alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il progetto.

Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo cinese Xi Jinping, in video collegamento rispettivamente da Sochi e da Pechino, hanno tenuto a battesimo il lancio del gasdotto ‘Forza della Siberia’, costruito da Gazprom, che fornirà alla Cina, a regime, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il contratto fu firmato nel 2014 sull’onda della crisi ucraina e del grande gelo fra Russia e Occidente. «Il rapporto energetico fra Russia e Cina raggiunge un altro livello», ha detto Putin dando il via alle forniture.

BOCCHE CUCITE SUL PREZZO DI FORNITURA DEL GAS

Il gasdotto, lungo 3 mila chilometri, trasporterà il gas dai centri di produzione di Irkutsk e Yakutia ai consumatori dell’Estremo Oriente russo e quindi in Cina, attraverso la rotta orientale. Il prezzo di fornitura del gas è uno dei segreti di Stato più inaccessibili della Russia di Putin ma, stando a indiscrezioni pubblicate da alcuni media, varrà circa 400 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni. Alla cerimonia di lancio del gasdotto ha partecipato anche l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, che si trovava presso la città di confine fra Russia e Cina Blagoveshchensk, dove è dislocata una stazione di pompaggio del gasdotto.

XI JINPING: «UNA NUOVA FASE DELLA NOSTRA COOPERAZIONE»

«Quest’anno celebriamo i 70 anni da quando sono stati stabiliti i legami diplomatici tra Russia e Cina e iniziamo le forniture alla Cina», ha affermato Putin. «Questo passaggio porta il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo e ci avvicina all’obiettivo di un interscambio commerciale di 200 miliardi di dollari entro il 2024», ha rimarcato Putin. «Lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi è e rimarrà una traiettoria prioritaria nella politica estera di ciascuno dei nostri Paesi», ha detto Xi Jinping, sottolineando come l’entrata in servizio del gasdotto sia «un importante risultato intermedio e l’inizio di una nuova fase della nostra cooperazione».

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Perché nel confronto con la Cina il pugno di ferro di Trump è fallimentare

Non potendo più controllare il sistema multilaterale, il tycoon ha scelto di danneggiare concorrenti e alleati. Sposando un approccio dirigista in cui la Pechino, che si sta aprendo al mercato, continua a prevalere. Per avere la meglio a Washington non resta che indossare il guanto di velluto. Soprattutto con l'Ue.

Se c’era una cosa che sembrava acquisita e assodata fino a pochi anni fa è che l’ascesa dell’economia cinese sullo scacchiere globale sarebbe stata accompagnata dalla trasformazione, lenta e graduale, di un’economia dirigista a una economia di mercato. Si trattava in un certo senso della vittoria culturale del modello capitalista occidentale.

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IL DIRIGISMO DI TRUMP E LA VITTORIA DEL MODELLO CINESE

Dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le cose sembrano decisamente cambiate. Mentre il presidente cinese Xi Jinping dichiara il suo impegno di fornire al Paese sempre maggiori opportunità di mercato, da Washington giungono segnali sempre più chiari: per contrastare l’ascesa cinese, l’economia più potente del mondo sta retrocedendo dalle logiche di mercato e sposando un approccio dirigista, in cui è lo Stato a dettare le regole. In un certo senso è la vittoria culturale del modello comunista cinese.

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DAL GUANTO DI VELLUTO AL PUGNO DI FERRO

Curioso come questo sia avvenuto passando dalla politica del guanto di velluto a quella del pugno di ferro. Esercitare un’influenza politica attraverso l’assistenza economica, la diffusione di standard ambientali, sanitari e di sicurezza civile, l’esportazione di beni culturali e altri strumenti flessibili e non vincolanti. O attraverso l’esempio. Questo è il guanto di velluto. L’uso della forza militare e del potere economico come strumento per piegare gli altri alla propria volontà è invece usare il pugno di ferro. «Si ottiene di più con una buona parola e una pistola, che con una buona parola soltanto», dice Al Capone ne Gli Intoccabili.

Il presidente Usa Donald Trump.

SOMMERSI DA EQUIVOCI E COMPLOTTISMI

Talvolta capita che il passaggio da un approccio all’altro venga per effetto di una sorta di equivoco: quando si sta troppo a lungo in uno dei due sistemi si rischia di confondere l’uno con l’altro. Si scambia lo spread sui titoli di Stato di un’area valutaria comune come un “ricatto dei mercati”, iniziando a vedere malvagità e complotti dove non ci sono. Da lì a interpretare commercio e norme giuridiche come strumenti per usare la forza allargando le braccia come a dire: «È solo un’offerta che non puoi rifiutare…», il passo può essere breve. In pochi attimi, in un’escalation di toni, ci si ritrova ad usare la “sicurezza nazionale” per giustificare l’elusione delle regole del sistema commerciale multilaterale.

LE SCELTE DI TRUMP DENOTANO UNA IMPLICITA DEBOLEZZA

Le scelte politiche di Trump denotano chiaramente un’implicita debolezza: non potendo più controllare il sistema multilaterale da soli, o temendo di non primeggiare più, gli Usa hanno scelto – attraverso Trump – di danneggiare i concorrenti (scoprendo rapidamente che anche gli alleati lo sono) cercando confronti bilaterali. Maggiori sono le ingerenze della politica nel commercio, e più si sposta il baricentro verso un’economia dirigista guidata dallo Stato, uno scenario dove la Cina prevale per esperienza sul campo, tra l’altro.

Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è la cinese Huawei.

IL CONFRONTO CINA-USA SUL 5G

Il prossimo campo di confronto è senza dubbio quello tecnologico: le reti 5G. A differenza dei sistemi a banda larga 3G e 4G, la diffusione del 5G ha implicazioni geopolitiche e di sicurezza di vasta portata, perché promette non solo di migliorare la telefonia mobile, ma anche di accelerare lo sviluppo dell’Internet degli oggetti e la digitalizzazione di intere economie. Pertanto, qualsiasi intervento malevolo nell’architettura 5G incorpora la potenzialità di causare notevoli danni economici, sociali o anche fisici.

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Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è Huawei, un’azienda legata al Partito comunista cinese e – dunque – ai servizi segreti e di sicurezza. L’attenzione del governo americano su questi temi è evidente e sensata, e su questo è possibile tessere la trama di un nuovo clima di accordi tra le due sponde dell’Atlantico, ma per farlo serve che Washington faccia qualche passo indietro sull’uso del pugno di ferro, smettendola di tirare bordate alla Ue invitando i singoli Paesi a uscirne. Sarebbe bello che tornassimo a parlare col guanto di velluto dimenticato, riscoprendone i tanti non detti, come accade fra le due protagoniste del romanzo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, in cui pagina dopo pagina ricordano quanto si sono sempre amate, pur dopo una lunga fase di incomprensione.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Le cose da sapere sulla crisi che ha colpito la Cina rurale

Produttività troppo bassa, reddito pro-capite in picchiata, costi in ascesa: complici i dazi, il settore agricolo è vicino al collasso e i contadini non riescono a pagarsi nemmeno i beni primari. Ora Pechino teme che il crollo contagi anche l'economia nazionale.


«Non abbiamo soldi e quando i giovani agricoltori di questa generazione avranno dei figli, non potranno permettersi di pagare per la loro educazione».

A scriverlo su uno dei più popolari social media cinesi è un contadino senza nome del cuore agricolo del Paese, la provincia centrale di Henan, che in un post diventato subito virale ha affermato di riuscire a guadagnare a malapena circa 5 mila yuan (circa 600 euro) all’anno dalle arachidi che raccoglie sui suoi 10 mu (0,67 ettari) di terra: una somma che non lascia quasi nulla alla sua famiglia, dopo aver sottratto il cibo e le spese di base.

«Noi agricoltori qui viviamo nella costante paura di ammalarci o di dover sostenere costi imprevisti», ha continuato, «ci dicono sempre che la Corea del Nord è arretrata, ma almeno lì le persone non hanno bisogno di pagare per l’istruzione o per vedere un medico. Qui, noi, un medico non possiamo permetterci di pagarlo!».

DALLA CINA RURALE DATI ECONOMICI ALLARMANTI

Questa è l’amara sorpresa che arriva da quella che ormai tutti considerano la grande superpotenza globale: in Cina ci sono ancora i poveri, sono tanti, anzi tantissimi. Stanno nelle sterminate campagne del Paese e rischiano di diventare ancora più poveri, se i burocrati del Partito Comunista non faranno le scelte giuste, in termini di riforme e di incentivi. E rapidamente.

Non esiste solo la Cina luccicante delle grandi metropoli della fascia costiera, delle Shanghai, Pechino e Shenzen

La sterminata Cina rurale, infatti – le regioni delle campagne che occupano una larga parte del territorio del continente – sta regredendo, e sta tornando verso la miseria. Gli analisti e gli studiosi sia cinesi che internazionali parlano di dati economici allarmanti. Insomma, non esiste solo la Cina luccicante delle grandi metropoli della fascia costiera, delle Shanghai, Pechino Shenzen, la Cina dell’economia dalle performance strabilianti: ne esiste un’altra, dove gli agricoltori campano con meno di 700 euro all’anno, e non possono permettersi di mandare a studiare i loro figli. E ogni anno il divario tra queste “due Cine” si allarga, sempre di più.

UN CONTANDINO CINESE GUADAGNA IN MEDIA 103 EURO AL MESE

Per Ma Wenfeng, analista al Beijing Orient Agribusiness e consulente del ministero per l’Agricoltura e gli Affari Rurali cinese, «mettendo da parte la quantità non trascurabile di denaro che i lavoratori migranti spediscono a casa, ai loro parenti nelle campagne, il reddito rurale è in declino dal 2014, e si è abbassato di un ulteriore 20% nella prima metà di quest’anno». Secondo l’analisi della sua società di consulenza, basata su dati governativi, il reddito pro-capite rurale del mese di giugno di quest’anno – esclusa la percentuale di lavoratori migranti, appunto- è sceso a 809 yuan (103 euro), rispetto ai 1.023 yuan (130 euro) dello stesso mese del 2018.

Lavoratori agricoli in Cina (Foto di STR/AFP/Getty Images).

E i dati annuali forniti dal governo fanno ancora più impressione. La crescita del reddito pro-capite rurale totale della Cina – compresi i lavoratori migranti – è precipitata nel 2018, rispetto al 2012, dal 13 al 9%, secondo il National bureau of statistics cinese. Non solo, la cifra dell’anno scorso pari a 14.617 yuan (1863 euro) corrispondeva a meno della metà dei 39.250 yuan (circa 5 mila euro) registrati come reddito pro-capite annuale nelle aree urbane. E il 90% del dato rurale era rappresentato da lavoratori migranti nelle città che inviavano rimesse a casa.

SOTTO ACCUSA LA NAZIONALIZZAZIONE AGRICOLA

La maggior parte delle aziende agricole cinesi sono imprese familiari, il che significa che sono piccole e prive di economie di scala, la qual cosa limita molto le loro possibilità di poter realizzare utili significativi. Inoltre, gli agricoltori non possiedono la loro terra (tutta la terra, in Cina, è proprietà dello Stato, gli agricoltori, come chiunque – costruttori, industriali etc. – possono solo prenderla in affitto dal governo con contratti di varia lunghezza), ma affrontano costi crescenti – dai fertilizzanti, all’elettricità, alla manodopera – per coltivarla e in più vengono gravemente colpiti dalla caduta dei prezzi del grano.

Dagli Anni 50 i terreni coltivabili sono rimasti di proprietà del governo

Per questi motivi la produttività media delle aziende agricole è molto bassa: rispetto alle economie agricole avanzate per esempio nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti, dove la produzione di una fattoria alimenta in media 256 persone e 146 persone, rispettivamente, una fattoria cinese nutre solo sette persone, secondo le stime di Rabobank. Molti accademici ed economisti mettono ormai apertamente sotto accusa la politica fondiaria cinese, che risale ai primi anni del dominio del Partito comunista, negli Anni 50, quale principale causa dei problemi rurali. Dopo aver ridistribuito la terra da agricoltori ricchi a poveri, il partito passò rapidamente alla nazionalizzazione dei terreni agricoli, che da allora sono rimasti di proprietà del governo.

Contadini lavorano i campi (foto di STR/AFP/Getty Images).

LA GUERRA DEI DAZI CON GLI USA HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE

La Cina ha solo il 6% delle risorse idriche mondiali e il 9% delle sue terre coltivabili, ma deve alimentare il 21% della popolazione mondiale, secondo l’agenzia di stampa governativa Xinhua. La posta in gioco è aumentata drasticamente nel corso della lunga guerra commerciale di 15 mesi con gli Stati Uniti. Pechino infatti ha tagliato le importazioni agricole dall’America – compresi i semi di soia per l’alimentazione animale – aumentando così la pressione sulla sua industria agricola nazionale per far fronte alla carenza di prodotto, mentre nello stesso tempo contava sui consumatori rurali per aumentarne il consumo e il commercio interni. Ma la crisi che attraversa le sterminate campagne cinesi e la ridotta, se non ridottissima, capacità d’acquisto e disponibilità di liquidità degli agricoltori ha fatto fallire questa strategia. Inoltre, i dazi doganali di Pechino sulle merci agricole americane hanno reso più costoso per gli importatori cinesi acquistare i prodotti di importazione.

SE COLLASSA LA CINA RURALE, COLLASSA L’INTERO PAESE

Mentre l’agricoltura è stata a lungo al centro della strategia di sicurezza nazionale della Cina – producendo abbastanza per nutrire il Paese e aumentando anche i redditi nelle campagne – negli ultimi quattro decenni il settore rurale è rimasto molto più indietro rispetto ad altri settori dell’economia. Il prodotto interno lordo (Pil) rurale ha triplicato le sue dimensioni negli ultimi venti anni, ma questa espansione resta irrisoria se confrontata a quella del Pil manifatturiero – aumentato di otto volte nello stesso periodo – e di quello della produzione economica totale, cresciuto di ben nove volte.

Un momento della semina (foto di STR/AFP via Getty Images).

Quest’anno il documento di programmazione politica del Consiglio di Stato è stato nuovamente incentrato sul progresso dello sviluppo rurale. Il documento comprendeva otto sezioni, tra cui le politiche per combattere la povertà, migliorare i servizi pubblici, rafforzare le infrastrutture agricole e ampliare le fonti di reddito degli agricoltori, appunto. Il presidente cinese Xi Jinping ha spinto al massimo per accelerare le riforme rurali, rendendo la riduzione della povertà nelle campagne uno dei principali obiettivi del governo per il 2019 e il 2020. A marzo Xi ha detto ai delegati al Congresso nazionale del popolo di quest’anno che il «Paese fiorirà solo quando la campagna fiorirà a sua volta, ma si impoverirà, se le zone rurali si impoveriranno». Questa è la grande sfida che deve affrontare Xi Jinping, con un programma di investimenti e riforme che, se dovesse fallire, trascinerà la Cina, tutta la Cina e la sua intera economia, indietro di molti decenni.

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Xi Jinping testa 10 mila giornalisti sulla dottrina comunista

In vista dell'esame i cronisti possono prepararsi sull'app Xuexi Qiangguo. Una forma di indottrinamento in una Cina dove la libertà d'espressione è sempre più ridotta.

I giornalisti della Cina tornano sui banchi di scuola. A pretenderlo è un comunicato emesso dal dipartimento di propaganda del Partito comunista cinese, che ha indetto un test per circa 10 mila tra editori e giornalisti impiegati in 14 media nazionali, con lo scopo di misurare la comprensione del pensiero del leader comunista. Ad affiancarli nell’assorbimento delle nozioni di Xi Jinping c’è anche una app chiamata Xuexi Qiangguo, lanciata a gennaio. La piattaforma, che letteralmente significa «Studiare per rafforzare la nazione», è un archivio che raccoglie articoli, video e documentari sul pensiero politico del presidente. Passare l’esame è condizione sine qua non per ottenere la tessera stampa, il lasciapassare per continuare a lavorare nel mondo dell’informazione.

L’OCCHIO CINESE SEMPRE PIÙ VIGILE SULLE INFORMAZIONI

E anche se qualche giornalista cinese ascoltato dal The Guardian sottolinea che la situazione non è poi così diversa per i paesi occidentali, dove i media «prestano molta attenzione all’ideologia dei loro paesi», non mancano le voci di chi vive la prova come un ulteriore freno alla libertà di stampa. «Dall’alto al basso, prima o poi tutti saremo costretti a dare questo esame, non sfuggirà nessuno. È un modo per limitare il dibattito pubblico», hanno detto alcuni di loro al giornale britannico. La notizia dell’esame imminente arriva in un momento in cui i media cinesi sono sempre più soffocati dai controlli. Soltanto nella primavera del 2019, Wikipedia, Google, Facebook e il New York Times risultavano inaccessibili nella repubblica popolare.

La mappa di Reporters without borders sulla libertà di stampa nel mondo. La Cina è al 177esimo posto su 180 paesi.

TRA GLI ULTIMI PAESI NELLA CLASSIFICA DELLA LIBERTÀ DI STAMPA

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters without borders per il 2019, la situazione della Cina appare critica. Sulla mappa, il colore della repubblica è nero pesto. La sua posizione è la 177esima. Peggio di lei, fanno soltanto Eritrea, Corea del nord e Turkmenistan, ultimo della classifica. «Sfruttando le tecnologie, Xi Jinping ha imposto il controllo delle notizie e la sorveglianza online dei suoi cittadini», si scrive nel report. «I giornalisti stranieri che cercano di lavorare in Cina incontrano sempre più ostacoli. Più di 60 giornalisti e blogger sono detenuti in condizioni che ne mettono a repentaglio la vita. Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace e Yang Tongyan, un dissidente blogger, sono morti entrambi nel 2017 a causa di tumori non trattati durante la detenzione. In base a una normativa, inoltre, i cittadini possono essere incarcerati per commenti a un articolo».

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