Xi Jinping: «I separatisti saranno fatti a pezzi»

Durissima dichiarazione del leader cinese contro le minoranza interne: «Chiunque sia impegnato in spinte separatiste in qualsiasi parte della Cina sarà ridotto in polvere»

È un pugno di ferro quello mostrato dal presidente Xi j-inping contro le minoranza separatiste interne. Il segretario del partito comunista cinese ha rilasciato una dichiarazione inattesa, inedita e durissima contro i separatisti del Nepal, dello Xinjang e di Taiwan. «Chiunque sia impegnato in spinte separatiste in qualsiasi parte della Cina sarà ridotto in polvere e fatto a pezzi. Ogni forza esterna che supporta la divisione della Cina si illude», ha detto Xi al premier nepalese KP Sharma Oli, secondo quanto riferito dalla tv statale cinese Cctv, nel mezzo delle sfide politiche di Pechino tra le proteste pro-democrazia di Hong Kong e le critiche Usa sulla situazione delle minoranze musulmane.

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La parata per i 70 anni della Repubblica popolare in Cina

Sfilata muscolare in piazza Tiananmen per l'anniversario di nascita dello stato comunista. Durante la sfilata mostrati i missili DF41 capaci di colpire gli Usa.

Un lunga raffica di colpi a salve sparata dai cannoni su piazza Tiananmen ha dato il via alle celebrazioni per i 70 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, subito dopo una breve introduzione del premier Li Keqiang. Poi la grande parata militare. Il presidente Xi Jinping, indossando l’abito in stile Mao, ha assistituo alla sfilata sul loggione allestito sulla porta di ingresso della Città Proibita, avendo alla sua destra l’ex presidente Hu Jintao e alla sua sinistra l’ex leader Jiang Zemin.

SCHIERATI I MISSILI IN GRADO DI COLPIRE GLI USA

Durante la parata si sono visti per la prima volta, i missili intercontinentali mobili a combustibile solido DF41, i temuti vettori balistici capaci di raggiungere il territorio Usa in meno di un’ora. Durante l’ispezione delle truppe in limousine da parte del presidente Xi Jinping, che è anche commander-in-chief, si sono visti diversi missili, tra cui i DF58, i DF31 e i DF17.

XI: «NESSUNA FORZA PUÒ SCUOTERE LA CINA»

Nessuna forza può scuotere la Cina: è stato il messaggio del presidente Xi Jinping nel discorso su piazza Tiananmen, prima di ispezionare le truppe. «Nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti». Il popolo cinese e i gruppi etnici «hanno raggiunto grandi conquiste che sbalordiscono il mondo negli ultimi 70 anni con sforzi concertati e una dura battaglia».

LE PROMESSE SU HONG KONG E MACAO

Il presidente Xi Jinping ha poi promesso «prosperità e stabilità» per Hong Kong e Macao, le regioni semi-automone basate sul sistema “un Paese due sistemi”, assicurando che gli sforzi «per la completa riunificazione andranno avanti». «Sul viaggio davanti a noi, dobbiamo tenere fermi i principi di ‘riunificazione pacifica’ e ‘un Paese due sistemi’, avendo prosperità e stabilità durature a Hong Kong e Macao, promuovendo lo sviluppo pacifico delle relazioni intrastretto», sui rapporti con Taiwan, ha aggiunto.

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Il costo umano della potenza cinese

ORIENTE ESTREMO. Mentre Pechino festeggia il 70esimo anniversario della Repubblica popolare, il mondo pare essersi dimenticato dei milioni di morti causati dalla corsa cominciata con Mao. Dal quale Xi Jinping non ha mai preso le distanze. Anzi.

«Non solo la Cina ha rifiutato di adottare le riforme promesse (al momento dell’ingresso nel Wto, ndr), ma ha abbracciato un modello economico dipendente da enormi barriere di mercato, sussidi statali, manipolazione valutaria, trasferimento di tecnologia, furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali su vasta scala». Lo ha detto Donald Trump alla recente Assemblea generale delle Nazioni Unite. Accuse pesanti che però non sembrano avere impensierito troppo il presidente Xi Jinping, tutto preso, nei giorni scorsi, a tagliare il nastro del nuovo faraonico aeroporto Daxing di Pechino, costato quasi 18 miliardi di dollari (400 miliardi, includendo ferrovie e strade di collegamento) e già adesso candidato a diventare il maggiore al mondo.

donald trump xi jinping g20 osaka
Donald Trump e Xi Jinping.

DIRITTI UMANI ANCORA CALPESTATI

Le accuse di Trump alla Cina, però, sono incomplete. Anche lui, come gli altri leader del Pianeta quando si rivolgono a Pechino, si dimentica della totale inosservanza del rispetto dei più basilari diritti umani, dello spregio continuo e costante della libertà di opinione, di stampa e di critica, del ricorso massiccio alla pena capitale, dell’applicazione pervasiva della censura tecnologica e informatica.

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E mentre il primo ottobre la Cina festeggia i 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare, un silenzio assordante si leva dalla comunità internazionale che sembra ignorare il fatto che sia la nazione più illiberale, meno democratica e più totalitaria del mondo (con l’eccezione poco significativa della Corea del Nord). Una nazione, tra l’altro, fondata su decine di milioni di morti innocenti.

Il presidente cinese Xi Jinping.

I MILIONI DI VITTIME DEL GRANDE BALZO IN AVANTI DI MAO

«La guerra atomica? Non e certo un problema per la Cina. Di cinesi ne ho tanti, troppi. E la morte di 10 o 20 milioni di loro non sarebbe certo un grosso guaio». Cosi diceva Mao Zedong al primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, con impressionante cinismo. Ma il presidente Mao non ebbe bisogno di aspettare l’ecatombe nucleare di una bomba H. A uccidere decine di milioni di cinesi bastarono la sua sconsiderata politica economica, all’inizio degli Anni 60. La carestia causata dagli errori di pianificazione del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, infatti, fu la più terribile nell’intera storia del genere umano: tra il 1958 e il 1962 uccise oltre 40 milioni di persone, secondo stime prudenti. E la responsabilità fu tutta di Mao, che per questo è passato alla storia come il più grande assassino di massa del pianeta.

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E non si pensi che la Cina di oggi, quella che sembra una nazione moderna, ipertecnologica, tesa a imporre a ogni costo una sua nuova governance globale, sia in realtà radicalmente diversa da quella di quei tempi atroci, o che abbia mai inteso disconoscere e prendere le distanze dalle tragedie del maoismo.

Una parata militare a Pechino.

XI JINPING E L’OSSESSIONE DELLA CONTINUITÀ

Il segno che Xi Jinping darà a queste maestose celebrazioni, infatti, sarà quello della continuità. L’ossessione della continuità, lo sforzo costante di collegare l’operato del Partito comunista oggi sempre al potere, con i periodi storici, gli eventi e persino i principi religiosi passati – in uno sforzo di assimilazione totale di ogni movimento o cultura esistente o esistita nel Paese – è una vera fissazione per lui. E la narrazione delle celebrazioni sarà proprio questa: non vi è alcuna discontinuità tra la Repubblica Popolare cinese degli albori, il periodo maoista e l’attuale Cina neo-capital-comunista.

proteste hong kong scontri 29 settembre 2019
Proteste a Hong Kong.

DA TAIWAN ALLO XINJIANG: LE AREE CALDE DELLA CINA

Ma le sfide e i problemi per il povero Xi non mancano. A parte i disordini a Hong Kong che ormai vanno avanti da più di quattro mesi, c’è l’”isola ribelle“, Taiwan, dove nel 2020 ci saranno le elezioni e dove i sentimenti indipendentisti sembrano aver trovato nuova linfa e nuova ispirazione dai tumulti dell’ex colonia britannica. Poi a rovinargli il sonno e le celebrazioni ci sono le due regioni che continuano a dare problemi alla granitica volontà di uniformare ogni cosa: il Tibet, storicamente inquieto, e lo Xinjiang, dove la minoranza musulmana degli uiguri non accenna a sottomettersi, malgrado sia vittima di una feroce repressione, denunciata anche di recente sul piano internazionale. E naturalmente la guerra dei dazi con Trump.

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UNA DITTATURA GLOBALE DEL DENARO

Lungi comunque dall’utilizzare questa storica ricorrenza per prendere le distanze, una volta per tutte, dagli errori e dagli orrori della Cina maoista, al contrario, il presidente-a-vita – come del resto si evince dai suoi scritti ormai entrati a far parte della Costituzione – non rinnega la storia, ma rivendica le scelte passate come quelle fondanti – e le uniche possibili – che hanno consentito alla Cina di diventare quella che è diventata oggi: l’unico esempio di dittatura (globale) del danaro. E siccome pecunia non olet, inutile anche aspettarsi che questo imminente anniversario, che Pechino intende celebrare in pompa magna con festeggiamenti epocali, possa diventare l’occasione per un serio ripensamento dei rapporti con l’Occidente. Semmai, una cosa sembra certa e cioè che a meno di inediti e a oggi assolutamente imprevedibili sconvolgimenti geopolitici globali, presto o tardi, verremo anche noi “assimilati” e diventeremo tutti “comunisti” cinesi.

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In Cina esiste una app con cui scegliere tassisti membri del Partito comunista

I driver di Didi sono segnalati con una coccarda rossa e il simbolo del PCC. Una iniziativa lanciata in occasione del 70esimo anniversario della repubblica popolare.

Farsi accompagnare a casa da un membro del Partito Comunista? Dal 20 settembre, in Cina, è possibile. L’applicazione di taxi Didi ha infatti inserito questa nuova funzione per celebrare il 70esimo anniversario della Repubblica Popolare. Sull’app i driver sono segnalati con una coccarda rossa e il simbolo del PCC. L’iniziativa si inserisce nel programma dell’azienda per contribuire alla linea del Partito nell’era digitale.  

LEZIONI DI PATRIOTTISMO PER GLI AUTISTI DELL’APPLICAZIONE

Didi mira a creare una community interna al Partito: l’azienda promette infatti di fornire attività online e offline che, secondo quanto dichiarato, aiuteranno i conducenti ad «aumentare la loro consapevolezza del Partito». Inoltre, sempre a partire da settembre, l’applicazione offrirà anche delle “lezioni patriottiche”.

UNA POTENZIALE MOSSA DI MARKETING DOPO GLI SCANDALI

Per ora, Didi ha istituito le “filiali mobili del Partito” a Pechino, Shanghai, Shenzhen e in diverse altre città. Sul social cinese Weibo, alcuni vedono l’iniziativa come una mossa di marketing per incrementare la fiducia nei potenziali clienti dell’applicazione. Soprattutto dopo che, l’anno passato, l’omicidio di due giovani donne da parte di un autista dell’azienda aveva creato preoccupazione riguardo la sicurezza del servizio.

LA PROPAGANDA CINESE PARLA LA LINGUA DEI SOCIAL MEDIA

La propaganda ufficiale cinese si sta adattando molto bene all’era dei social media. Basti pensare che “Xuexi Qiangguo”, l’applicazione che diffonde il pensiero di Xi Jinping, è stata a febbraio la più scaricata dall’Apple Store. All’interno di essa, gli utenti guadagnano “punti di studio” leggendo articoli e partecipando a test a scelta multipla sulle politiche del Partito.

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Xi Jinping testa 10 mila giornalisti sulla dottrina comunista

In vista dell'esame i cronisti possono prepararsi sull'app Xuexi Qiangguo. Una forma di indottrinamento in una Cina dove la libertà d'espressione è sempre più ridotta.

I giornalisti della Cina tornano sui banchi di scuola. A pretenderlo è un comunicato emesso dal dipartimento di propaganda del Partito comunista cinese, che ha indetto un test per circa 10 mila tra editori e giornalisti impiegati in 14 media nazionali, con lo scopo di misurare la comprensione del pensiero del leader comunista. Ad affiancarli nell’assorbimento delle nozioni di Xi Jinping c’è anche una app chiamata Xuexi Qiangguo, lanciata a gennaio. La piattaforma, che letteralmente significa «Studiare per rafforzare la nazione», è un archivio che raccoglie articoli, video e documentari sul pensiero politico del presidente. Passare l’esame è condizione sine qua non per ottenere la tessera stampa, il lasciapassare per continuare a lavorare nel mondo dell’informazione.

L’OCCHIO CINESE SEMPRE PIÙ VIGILE SULLE INFORMAZIONI

E anche se qualche giornalista cinese ascoltato dal The Guardian sottolinea che la situazione non è poi così diversa per i paesi occidentali, dove i media «prestano molta attenzione all’ideologia dei loro paesi», non mancano le voci di chi vive la prova come un ulteriore freno alla libertà di stampa. «Dall’alto al basso, prima o poi tutti saremo costretti a dare questo esame, non sfuggirà nessuno. È un modo per limitare il dibattito pubblico», hanno detto alcuni di loro al giornale britannico. La notizia dell’esame imminente arriva in un momento in cui i media cinesi sono sempre più soffocati dai controlli. Soltanto nella primavera del 2019, Wikipedia, Google, Facebook e il New York Times risultavano inaccessibili nella repubblica popolare.

La mappa di Reporters without borders sulla libertà di stampa nel mondo. La Cina è al 177esimo posto su 180 paesi.

TRA GLI ULTIMI PAESI NELLA CLASSIFICA DELLA LIBERTÀ DI STAMPA

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters without borders per il 2019, la situazione della Cina appare critica. Sulla mappa, il colore della repubblica è nero pesto. La sua posizione è la 177esima. Peggio di lei, fanno soltanto Eritrea, Corea del nord e Turkmenistan, ultimo della classifica. «Sfruttando le tecnologie, Xi Jinping ha imposto il controllo delle notizie e la sorveglianza online dei suoi cittadini», si scrive nel report. «I giornalisti stranieri che cercano di lavorare in Cina incontrano sempre più ostacoli. Più di 60 giornalisti e blogger sono detenuti in condizioni che ne mettono a repentaglio la vita. Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace e Yang Tongyan, un dissidente blogger, sono morti entrambi nel 2017 a causa di tumori non trattati durante la detenzione. In base a una normativa, inoltre, i cittadini possono essere incarcerati per commenti a un articolo».

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Macao rischia di essere contagiata dalle proteste di Hong Kong?

L'ex colonia portoghese, Mecca del gioco d'azzardo, è per Pechino un esempio riuscito del principio "un Paese, due sistemi". Ma solo il futuro potrà dire quanto la città di Dio riuscirà a essere fedele alla Repubblica Popolare.

da Macao

Al terminal degli aliscafi per Macao, nel centro di Hong Kong, la coda per l’imbarco è praticamente inesistente. Di solito, in questa stagione, tra gli hongkonghesi che vi si recano per tentare la fortuna in uno dei 1.000 casinò e i turisti che vogliono visitare l’ex colonia portoghese – tappa compresa nei pacchetti di tutti i tour operator – l’attesa ai moli di attracco è biblica. Ora invece, in una Hong Kong desertificata dalle proteste, anche l’afflusso di visitatori verso la Città di Dio (il significato del nome Macau) è ridotto ai minimi termini.

LA NOMINA DEL NUOVO GOVERNATORE HO IAT-SENG

Non hanno aiutato nemmeno le ultime dichiarazioni del presidente cinese Xi Jinping che ha elogiato la prosperità, la stabilità e l’armonia di Macao. Proprio mentre il governo centrale nominava, mercoledì scorso, l’uomo d’affari Ho Iat-seng prossimo governatore della capitale asiatica del gioco d’azzardo, aggiungendo con toni roboanti che Macao ha dimostrato che il principio «un Paese, due sistemi» può funzionare.

Il neo governatore di Macao Ho Iat-seng.

MACAO, DOVE DUE MONDI SI INCONTRANO

Allo sbarco al Terminal maritimo del Porto exterior a Macao, l’effetto-deserto non sembra in realtà confermare gli entusiasmi del presidente Xi: i controlli dell’immigrazione si passano in una manciata di minuti contro i soliti 20. Macao, la meravigliosa, accoglie con la stessa incredibile atmosfera di sempre, luogo magico di incontro tra due mondi, nato «da una storia d’amore tra Oriente e Occidente», come ha scritto Tiziano Terzani. Ed è unica l’opportunità di girare per le viuzze dai nomi portoghesi e cinesi senza l’assalto furioso delle orde di turisti alle quali è normalmente sottoposta. L’autobus della linea 3 della Sociedade de Transportes Urbanos de Macau arriva nel centro storico rapidamente, mentre l’altoparlante annuncia il nome di ogni fermata nelle tre lingue ufficiali di Macao: cinese, inglese e portoghese.

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LE ASPETTATIVE DI XI JINPING PER LA “CITTÀ DI DIO” E HONG KONG

Nella sua dichiarazione, Xi Jinping ha espresso la speranza che il nuovo governatore «si alzi e guardi lontano» per capire come la città si inserisca nella strategia di sviluppo nazionale. Uomo d’affari ed ex presidente dell’Assemblea legislativa di Macao, Ho è stato eletto dai rappresentanti del Partito con una votazione bulgara lo scorso 25 agosto, 392 voti a favore su 400, nel corso di una cerimonia molto coreografica. Si insedierà ufficialmente il prossimo 20 dicembre, in occasione del 20esimo anniversario del ritorno dell’ex colonia portoghese alla Cina.

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Gli osservatori più attenti hanno notato che probabilmente Xi, così come il premier Li Keqiang che si è espresso analogamente, nel dire «Macao» pensava a Hong Kong, riflettendo le aspettative di Pechino non solo nei confronti della disciplinata e sonnolenta ex città lusitana, ma più ancora nei confronti della “figlia ribelle” scossa ormai da più di tre mesi dalle proteste antigovernative che hanno sfidato l’autorità del governo centrale.

Macao significa la Città di Dio (foto di Marco Lupis).

IL PRINCIPIO UN PAESE, DUE SISTEMI

Incontrando Ho a Pechino, Xi ha tenuto ad affermare che i principi che governano la formula un Paese, due sistemi – in base al quale entrambe le ex colonie europee sono governate dalla Repubblica popolare ma dovrebbero vedere garantita una certa libertà politica e una sorta di semi-indipendenza per altri 30 anni circa – sono stati pienamente attuati dalla consegna della città alla Cina nel 1999 fino a oggi.

Macao è una ex colonia portoghese (foto di Marco Lupis).

«Il governo di Macao ha saputo unire vari settori sociali nella comprensione e attuazione completa e accurata del principio di un Paese, due sistemi, salvaguardando risolutamente l’autorità della Costituzione e il rispetto delle regole fondamenti del Partito», ha detto Xi. «L’economia a Macao è in rapida crescita», ha insistito, «con il sostentamento delle persone costantemente migliorato e la società armoniosa e stabile». Il capo della nuova superpotenza globale ha concluso affermando: «Ciò dimostra che il principio era completamente fattibile, e può essere raggiunto e ben accolto dai cittadini, in tutte le realtà dove è stato applicato». La frecciata diretta alla ribelle Hong Kong è stata più che evidente.

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LE SPERANZE DI PECHINO PER HONG KONG

Ma da queste parti non tutti sembrano vedere il futuro con lo stesso ottimismo del presidente cinese. Il docente di giornalismo della Baptist University di Hong Kong, Bruce Lui Ping-kuen, un vecchio analista della realtà cinese, afferma che Pechino attraverso Macao sta cogliendo l’occasione per rilanciare le sue speranze per Hong Kong. «Le lodi rivolte a Macao, nella visione di Pechino, evidenziano le carenze di Hong Kong», sostiene convinto. «Del resto Macao è sempre stata un modello di successo agli occhi di Pechino, con la sua società stabile e l’economia profondamente integrata con la terraferma», conclude.

Il jardim de S. Francisco a Macao (foto di Marco Lupis).

LE PAROLE D’ORDINE SONO ARMONIA E STABILITÀ

Johnny Lau Yui-siu, un analista economico di Hong Kong, concorda con il professor Lui, e afferma che i recenti disordini a Hong Kong hanno avuto anche l’effetto di evidenziare l’importanza per Pechino di garantire appunto, come ha detto il presidente Xi, la stabilità e l’armonia a Macao. Da parte sua il legislatore democratico di Hong Kong, James To Kun-sun, sostiene che l’esortazione di Xi di «alzarsi e guardare lontano» in riferimento a Macao, rappresenta un messaggio alla contestatissima governatrice di Hong Kong, Carrie Lam. Come dire: «L’influenza di Macao nel mondo è limitata. Chi governa Hong Kong ha compiti molto più urgenti e importanti da affrontare».

Macao è una delle capitali mondiali del gioco d’azzardo (foto di Marco Lupis).

LA SERA TRA CAMPANE E CASINÒ

Intanto nella grande cattedrale cattolica di Macao, la Igresa da Sé, le luci e le candele si accedono per la funzione serale. I pochi fedeli si siedono nei banchi anteriori, mentre fuori i campanili delle tante chiese cattoliche riempiono l’aria afosa e umida di questo avamposto portoghese in Asia, degli scampanii tipici delle nostre città e dei nostri Paesi, in un contrasto che lascia senza fiato il visitatore. Nel tramonto, la grande piazza del Leal Senado si va riempendo di macaensi che vengono a godersi un po’ di refrigerio nella brezza della sera, mentre le case da gioco fanno girare i tavoli delle roulette senza sosta e la città continua la sua sonnolenta esistenza.

Un angolo della ex colonia portoghese in cui vige il sistema del Paese e due sistemi.

LA CITTÀ «SEMPRE LEALE»

Qualche secolo fa Macao si conquistò da parte dei portoghesi la qualifica di “sempre leale”, che le venne accordata da re Giovanni VI, per aver tenuto issata la bandiera di Lisbona anche quando la monarchia spagnola subentrò sul trono del Portogallo. Un’antica lapide nel cortile del Palazzo del Governatore, il Leal Senado appunto, ricorda il titolo accordatole nel 1654: «Città di Dio, non ce n’è alcuna più leale». Saprà Macao dimostrarsi all’altezza di tanta fiducia e lealtà, anche nei confronti dei nuovi “padroni” che stanno a Pechino? Il presidente Xi Jinping se lo augura, ma solo il futuro ci dirà se il contagio proveniente dalla vicina Hong Kong riuscirà a colpire anche questa ex colonia.

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