La strategia della Russia dietro agli aiuti per il coronavirus

L'intreccio tra i reparti militari per le emergenze biologiche e i servizi segreti. La figura del generale Kikok tra le armi chimiche in Siria e l'epidemia di Ebola in Africa. Tutte le mosse di Putin in soccorso a Conte e a Trump.

“Dalla Russia con amore”, letteralmente. L’intrigo da 007 calza a pennello con gli aiuti inviati da Vladimir Putin in Italia per l’emergenza sanitaria del Covid 19. Ambiguamente il Cremlino ha scelto proprio il nome del film con James Bond per la corposa missione umanitaria: 130 medici militari, tra cui virologi, epidemiologi e rianimatori, guidati da un pezzo da novanta del dipartimento della Difesa da agenti nucleari, chimici e biologici (Nbc), il comandante Sergey Kikot al centro di crescenti speculazioni. Con loro mascherine, ventilatori, attrezzature per la disinfestazione e la sanificazione delle aree, tamponi e laboratori da capo per la sterilizzazione e per la profilassi chimico-batteriologica e altro personale sanitario, a bordo dei 15 aerei cargo atterrati alla fine di marzo nella base dell’aeronautica italiana di Pratica di Mare, nel Lazio, e dislocato in questi giorni soprattutto nella Bergamasca martoriata dall’epidemia.

COLONNE DI MILITARI «DISINTERESSATI»

Cuori adesivi con i colori delle bandiere dell’Italia e della Russia e lo slogan, dall’esplicito doppio senso, appiccicati su camion militari. Colonne di mezzi che hanno attraversato lo stivale e solcano la Lombardia in un clima vagamente post-bellico: un aiuto prezioso, nell’emergenza della fase più acuta, ma che disorienta. «Disinteressato» ha precisato anche l’ambasciata russa a Roma, «nello spirito che fu di Pratica di Mare e che ora acquisisce il nuovo significato di aiutare il popolo amico italiano». In effetti Pratica di Mare fu la sede dell’accordo del 2002 tra la Nato e la Russia, promosso dall’allora premier Silvio Berlusconi, lombardo e tuttora in grande rapporto di amicizia con Putin. Tutto torna: tanto più che in Russia chi si occupa di protezione civile, inclusa la lotta alle epidemie, è personale esclusivamente militare. Lo stesso dei nucleo dell’Nbc già inviato, in passato, in Africa per l‘Ebola, di solida preparazione scientifica e sul campo.

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Il presidente russo Vladimir Putin.

IL COMANDANTE KIKOT

Il comandante Kikot, definito dal sito internazionale d’informazione russo Sputnik vice comandante delle Nbc, ha partecipato a precedenti interventi del reparto in Guinea, per l’epidemia, e per missioni in teatri di guerra come l’Afghanistan. Tra le poche informazioni a disposizione, il suo nome figurava nel 2019 tra i relatori del dossier in difesa del presidente siriano Bashar al Assad, contro l’accusa della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja di uso di armi chimiche contro i civili a Duma. Il ruolo di ponte, sulla Siria, con la politica è valso a Kikot l’etichetta di «ripulitore di Assad» dai crimini di guerra del regime di Damasco. Da fonti riservate del quotidiano La Stampa, che svolge delle inchieste sulla missione russa in Italia, il suo comandante, come vice del generale russo Igor Kirillov capo dell’Nbc, sarebbe ai vertici del programma delle «armi biologiche russe, una delle parti più segrete del ministero della Difesa».

I LEGAMI CON L’INTELLIGENCE RUSSA

L’ex comandante del reparto della Nato equivalente alla Nbc, Hamish De Bretton-Gordon, ha dichiarato al quotidiano di non nutrire dubbi su «ufficiali del Gru, il direttorato dei servizi segreti militari russi» nel reparto di Kikot arrivato in Italia anche per «scoprire il più possibile sulle forze italiane». Per De Bretton-Gordon «tutto ciò che riguarda armi chimiche e biologiche, avviene in Russia sotto la stessa guida». È d’altronde scontato che, anche al Cremlino, il dipartimento militare che si occupa di armi e di protezioni da attacchi nucleari, chimici e batteriologici abbia compenetrazioni con il ramo dell’intelligence. L’ingresso di questi alti gradi militari e delle loro apparecchiature nell’area della Nato, per di più in un periodo di sanzioni degli Usa alla Russia, è fuori di dubbio un colpo grosso messo a segno dall’ex agente del Kgb Putin. Per disperata necessità, l’Italia è la prima linea dell’intelligence militare russa in Europa.

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Un’ambulanza a Mosca per malati di Covid 19.

IL CARICO DI AIUTI RUSSI VERSO NEW YORK

Uno sfondamento geopolitico che è continuato con le forniture fatte decollare subito dopo da Mosca, più in sordina, verso gli Usa: 60 tonnellate tra respiratori, mascherine, ventilatori polmonari e altri equipaggiamenti medici sono atterrati il 2 aprile scorso con un gigante An-124 dell’aeronautica russa al JFK di New York, mentre l’epidemia divampava drammaticamente nella Grande mela. «Aiuti umanitari di mutua assistenza», ha fatto sapere il Cremlino, «giacché per il Covid 19 in futuro potremmo avere bisogno anche noi degli americani». Per il Dipartimento di Stato Usa il materiale è stato invece «acquistato». Come che sia, c’è stata una telefonata tra Putin e un Donald Trump apparso poi molto soddisfatto alla conferenza stampa quotidiana con la task force contro il coronavirus dell’arrivo dell’«aereo dei russi pieno, ma proprio pieno, un gesto davvero carino».

SOFT E HARD POWER RUSSO

Con questo atto straordinario, in Russia Putin ha riequilibrato la percezione sugli americani, nella memoria collettiva, venuti a dispensare aiuti nel 1990, tra le macerie dell’Urss in disfacimento: uno strumento di propaganda interna formidabile – prima ancora che di soft (e hard) power tra le democrazie occidentali – benché con l’aumentare dei contagi da Covid 19 la popolazione russa inizi a infastidirsi delle regalie del governo all’esterno. Lo stesso è avvenuto nel Nord Italia: stavolta sono stati i russi, prima e molto di più degli americani, a venire in soccorso alla popolazione. A maggior ragione il carico militare-sanitario del Cremlino, di emergenza, verso gli States era qualcosa di impensabile, ancora fino a una settimana fa. Un intervento che, nell’anno delle Presidenziali americane destinate con ogni probabilità a slittare, Oltreoceano fa rinfocolare le polemiche sulla presunta vicinanza, per non dire affiliazione, di Trump al Cremlino.

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Anche Putin deve arrendersi al coronavirus

Stop al referendum e Paese in lockdown per una settimana. Mentre i casi di contagio aumentano costantemente.

A causa del Covid-19 che minaccia anche la Russia, Vladimir Putin rinvia il referendum sui cambiamenti alla costituzione studiati per dargli la possibilità di rimanere al Cremlino fino al 2036. In un discorso televisivo alla nazione, il presidente ha spiegato che il voto, fissato per il 22 aprile, sarà posticipato a data da destinarsi. Quando, dipenderà dalle valutazioni di medici e tecnici sull’evoluzione dell’epidemia. Putin ha anche annunciato lo stop per una settimana di tutte le attività non essenziali: il periodo dal 28 marzo al 5 aprile sarà considerato di ferie, e i lavoratori che resteranno a casa verranno pagati regolarmente. Oltre a questa misura volta ad arginare il diffondersi del virus col distanziamento sociale, il leader russo ha elencato una serie di provvedimenti di supporto ad aziende e famiglie. Tra questi, un aumento dei sussidi di disoccupazione e un deferimento degli obblighi fiscali per le piccole e medie imprese. 

CONTAGIO CONTENUTO MA INEVITABILE

«Grazie alle misure da noi prese in anticipo, siamo finora stati capaci di contenere il contagio, ma vista la posizione geografica della Russia, sarà impossibile creare una barriera in grado di bloccarne completamente la penetrazione», ha detto Putin. Invitando i russi a stare a casa, senza però istituire – al momento – un vero e proprio obbligo a farlo. Riguardo al referendum costituzionale, «sapete quanto sia per me importante», ha sottolineato .«Ma priorità assoluta sono la salute, la vita e la sicurezza dei cittadini». Finora era prevalso il desiderio del Cremlino di dare una piega ottimistica agli eventi e andare avanti con il voto del 22 aprile, cruciale per la visione politica di “nuova Russia” ancor più autoritaria che il presidente – secondo la maggior parte degli osservatori – sta delineando. Evidentemente, qualcosa ha fatto ricredere Putin. 

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli. E il numero reale dei casi è probabilmente ancora più alto, riconoscono adesso le autorità. Che, nonostante la situazione sia al momento migliore rispetto a quella di molti altri Paesi investiti dalla pandemia, si preparano ad affrontare scenari più duri. I contagiati “ufficiali” erano 658 alle 12 del 25 marzo: 163 in più rispetto al giorno precedente. Non si era mai visto un tale aumento giornaliero. Da alcuni giorni a Mosca, la città più colpita, la lista dei contagiati è compilata in base ai risultati immediati di un singolo tampone. Non viene più atteso l’imprimatur di positività dai laboratori ministeriali di Novosibirsk. Il sindaco della capitale, Sergei Sobyanin, incontrando il presidente Putin, aveva definito «serio» il quadro, aggiungendo che il numero dei malati è superiore a quanto finora accertato. 

QUALCHE BUGIA, MA NESSUN COMPLOTTO

Le rigidità burocratiche e la volontà governativa di non creare allarme e dichiarare «sotto controllo» l’epidemia hanno certamente contribuito a ridimensionarne i numeri. Che però restano obiettivamente contenuti: la Russia di oggi non è la vecchia Unione Sovietica, e non è nemmeno la Cina. Certo, la maggior parte dei media sono governativi e fanno propaganda. Ogni tentativo organizzato dall’alto di occultare una realtà estremamente più grave di quella che è verrebbe presto smascherato sui social, che pullulerebbero di testimonianze del depistaggio in atto. Cosa che non sta avvenendo. Si sono smascherati episodi singoli, anche gravi. Ma di un complotto del potere per nascondere l’epidemia non c’è proprio traccia. 

Intanto, social e giornali, intanto sono pieni delle immagini di Putin in tuta e maschera protettiva durante una visita nell’ospedale moscovita dove sono concentrati i malati di Covid-19. Il comandante in capo va in prima in linea. Tipico Putin. L’intento propagandistico è evidente. E non è solo rivolto al consenso interno. Secondo alcuni analisti, il Cremlino sta già utilizzando questa crisi globale per mettere a segno colpi di propaganda sull’arena internazionale: visto che l’epidemia adesso uccide nelle democrazie occidentali e non più in Cina dove è stata fermata, «la battaglia contro il virus finisce per rappresentare una competizione fra sistemi politici», ha notato su carnegie.ru il politologo Alexander Baunov

SISTEMI POLITICI A CONFRONTO

«Quale sistema è più efficace in queste circostanze così difficili? Quello autoritario, alla cinese, o quello occidentale? Questa competizione è ancora agli inizi, ma vista la decisione di Putin di estendere il suo regno attraverso le riforme costituzionali, il presidente sta facendo una scelta finale in favore dell’autoritarismo e dimostra di volersi spendere con tenacia per la vittoria di tale sistema». Una chiave di lettura che, secondo Baunov, può essere applicata anche all’operazione “Dalla Russia con amore, che ha portato medici militari e apparecchiature da Mosca a Bergamo: l’Italia è il Paese che ha sofferto di più per la pandemia, ed è quindi adatto ad esercitare soft power. «Mentre i Paesi Ue si chiudono addosso le frontiere e Bruxelles è in preda alle divisioni interne», scrive l’analista, «gli spauracchi dei media occidentali – Russia, Cina e Cuba – corrono a portare aiuto medico di emergenza all’Italia». Che peraltro può solo sinceramente ringraziare.

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I piani di Putin per restare al potere in Russia fino al 2036

Approvato un emendamento che gli permetterà di stare al comando altri due mandati. Prima però servono referendum e parere della Corte costituzionale. L'opposizione annuncia manifestazioni. Ma non può scendere in piazza (coincidenza?) per i divieti anti-coronavirus.

Vladimir Putin presidente della Russia all’infinito, o quasi. La possibilità, spesso prospettata in passato, è diventata parecchio realistica. Parlando alla Duma, la Camera dei deputati, il capo del Cremlino ha dato il suo via libera a un emendamento costituzionale che gli può consentire di restare al comando fino al 2036.

LA DEMOCRATIZZAZIONE È ANCORA RINVIATA

Ha premesso che la normativa dovrà essere sottoposta a voto referendario e parere della Corte costituzionale. «Sono del tutto convinto che un forte potere presidenziale sia assolutamente necessario per la Russia», ha detto Putin ai parlamentari, menzionando non meglio specificate «vulnerabilità» del Paese e stigmatizzando le «troppe rivoluzioni» della storia russa. Una reale democratizzazione, insomma, è quantomeno rinviata.

POTREBBE ANCHE DIVENTARE “PADRE DELLA PATRIA”

L’emendamento ad hoc è stato approvato in pochi minuti dal parlamento. In sostanza, prevede un limite di due mandati presidenziali di sei anni, ma lo azzera per il presidente attualmente in carica. Che quindi, se lo vorrà, potrà ripresentarsi alle elezioni del 2024, e ancora alle successive. La norma entra a far parte del pacchetto di cambiamenti alla Costituzione annunciati in gennaio e che saranno oggetto di un referendum popolare fissato per il 22 aprile. Alcuni di queste modifiche, in particolare l’aumento dei poteri del Consiglio di Stato, secondo la maggior parte degli osservatori erano mirate a ritagliare un ruolo di alto rilievo politico, da “padre della patria” e stratega della politica estera a un Putin non più presidente dopo il 2024.

RIMARREBBE SE NON TROVASSE UN DEGNO SUCCESSORE

Mark Galeotti, esperto di cose russe e autore di We Need To Talk About Putin (Ebury, 2019), spiega a Lettera43.it: «Credo che si stia creando più opzioni possibili. Putin non sa ancora cosa farà nel 2024, dipenderà dalla situazione. Si tiene le porte aperte. Se non trovasse un successore adeguato, la nuova norma gli permetterebbe di rimanere presidente. Ma anche il Consiglio di Stato resta per lui una possibilità, e i cambiamenti costituzionali previsti gli consentiranno di avere altre chance».

LA TATTICA DI LASCIARE TUTTI COL FIATO SOSPESO

La streategia del presidente è chira: «Così questo modo lascia tutti col fiato sospeso, che è da sempre una sua tattica. Ha un motivo politico preciso: se esplicitasse le sue intenzioni, i membri della élite che lo circonda inizierebbero a fare piani per salvaguardare i loro benefici. Così invece li mantiene “off balance”, limitando il rischio di guerre interne ai vertici del potere in un momento cruciale». Dopotutto, Putin è un judoka e sa come giocare con l’equilibrio di chi ha di fronte.

EMENDAMENTO PROPOSTO DALLA PRIMA DONNA NELLO SPAZIO

L’emendamento in questione, per la cronaca, è stato proposto da Valentina Tereshkova, deputata del partito di governo Russia Unita ed ex cosmonauta: la prima donna nello spazio. Una leggenda in Russia e non solo. «Il Paese corre rischi imprevedibili e necessita di un’assicurazione affidabile», ha detto Tereshkova all’Aula. Il successivo intervento di Putin, che raramente si fa vedere in parlamento, ufficialmente non era previsto ed è stato chiesto dal presidente della Duma Vyacheslav Volodin vista la delicatezza della materia.

VLADIMIR, 67 ANNI, ANDREBBE IN PENSIONE A 83

Secondo Galeotti «conoscendo i tempi che occorrono per organizzare la sicurezza degli spostamenti anche minimi del presidente, e dato che comunque Putin non è il tipo che ama fare le cose all’ultimo momento, mi pare che tutto fosse stato organizzato con cura: fa parte del “teatro” che Putin ha creato intorno alla questione delle riforme costituzionali». Putin ha 67 anni, ed è al potere da 20. Solo Stalin è durato di più al Cremlino. Ha detto più volte che non vorrebbe rimanervi vita natural durante. Se si facesse altri due mandati, andrebbe “in pensione” a 83 anni.

L’OPPOSIZIONE IMBAVAGLIATA… DAL CORONAVIRUS

Secondo l’istituto di sondaggi indipendente Levada, il 44% degli elettori vorrebbe che lasciasse nel 2024, mentre il 45% vorrebbe vederlo ancora presidente. Alla notizia dell’approvazione della norma che gli permetterebbe di ripresentarsi, alcuni movimenti di opposizione hanno annunciato manifestazioni di protesta per il 21 e il 22 marzo a Mosca. Ma non saranno consentite: il sindaco della capitale Sergey Sobyanin ha vietato ogni evento pubblico che possa radunare oltre 5 mila persone, come prevenzione dal contagio del coronavirus – che sta iniziando a preoccupare anche in Russia. Un timing sospetto, secondo il leader anti-Putin Alexei Navalny. Ma forse si tratta solo di una coincidenza.

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L’Europa si svegli: Trump ha in serbo altri regali avvelenati

Il presidente ha rotto la Pax Americana sotto la quale il Vecchio Continente ha prosperato. Il tycoon ci vede più come concorrenti commerciali che come alleati. Per questo ha tifato per la Brexit e vorrebbe tagliar fuori Bruxelles da ogni negoziato. Il nuovo ordine mondiale che ha in mente però spaventa.

Pochi pensavano nell’inverno di quattro anni fa che Donald Trump potesse conquistare la Casa Bianca.

Pochi negli Stati Uniti, dove più di un pluridecorato commentatore perdeva la faccia sostenendo fino al pomeriggio dell’8 novembre 2016 che Hillary Clinton lo avrebbe distrutto, e pochissimi in Europa.

Joe Biden potrà scalzarlo? Quella di Biden è una strada in salita, perché un secondo mandato al presidente uscente in genere non si rifiuta. Sarebbe certo una buona scelta, per l’Europa in particolare, perché Biden di Europa si è occupato e a lungo in prima persona fin da quando, senatore di prima nomina negli Anni 70, cominciò un lungo lavoro nella commissione Esteri, di cui ha anche retto la presidenza.

COME SONO CAMBIATI I RAPPORTI USA-EUROPA

La visione internazionale di Trump, il tredicesimo, rompe invece una linea costruita tra il 1947 e il 1949, modellata sulle urgenti necessità dell’Europa di allora e su una visione dei rapporti tra America ed Europa, e in senso lato tra l’America e il mondo, alla quale sempre da allora 12 presidenti si sono più o meno allineati.

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Certo, i tempi cambiano, né gli Stati Uniti sono più quelli di 70 o 60 anni fa, la loro potenza relativa economica e strategica è diminuita pur restando ancora l’unica vera superpotenza, l’Europa è ricca, più o meno, ma lontanissima dall’essere quello che è stata a livello globale per almeno tre secoli dal primo 600 all’inizio del 900, quando era il centro del mondo prima di suicidarsi con due guerre mondiali. Vari aggiustamenti sono stati fatti nella politica americana, anche in quella transatlantica, a partire forse da quando Bush padre ricordava, inaugurando la sua presidenza nel gennaio 1989, che il Paese aveva «more will than wallet», più ambizioni che mezzi. Ma la linea di politica estera, ed europea in particolare, è rimasta nella sostanza quella avviata da Harry Truman, anche se altri teatri sono diventati prioritari, il Pacifico e la Cina, e Bush figlio, e Barack Obama soprattutto, non hanno dedicato all’Europa molta attenzione.

IL VECCHIO CONTINENTE È PIÙ CONCORRENTE CHE ALLEATO

Già durante la campagna elettorale del 2016 e in modo più netto nel discorso inaugurale del gennaio 2017 Trump ha dettato la nuova linea: America first, prima l’America e gli interessi americani. Anche tutti i suoi predecessori hanno difeso per primissima cosa gli interessi americani, vissuti però in simbiosi con gli interessi di un mondo in equilibrio e del quale gli Stati Uniti sono ancora, per la parte occidentale e non solo, il perno, attraverso un sistema di regole e alleanze, in economia e strategia. Questi sono per Trump, a corrente alternata, degli impacci più che dei supporti, e impediscono il pieno esercizio del potere americano.

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L’Europa più che un alleato è un inevitabile concorrente commerciale (oltre che un partner economico senza uguali, per gli Usa e i suoi investimenti). Trump male sopporta un’Unione europea che rappresenta un mercato domestico più grosso del suo e tratta quindi da posizioni di forza, mentre dall’altro lato gli accordi di 70 anni fa fanno degli Stati Uniti i protettori militari di questo mondo di piccole nazioni, la cui difesa senza l’ombrello strategico Usa non sarebbe assolutamente credibile. E con meno di 2000 chilometri fra Berlino e Mosca e meno di 1000 tra i confini orientali dell’Unione europea e il Cremlino, centro del potere assoluto nel Paese più esteso del globo, nano economico ma gigante militare. Questo Paese, lo si sa dai tempi di Alessandro I, zar ai tempi di Napoleone I, placherebbe le sue insicurezze solo controllando l’Europa intera fino all’Atlantico.

I PIANI PER SMANTELLARE L’UE E IL PIENO APPOGGIO ALLA BREXIT

Non è che le rimostranze trumpiane verso l’Europa siano del tutto infondate. L’ex Segretario di Stato e storico della diplomazia Henry Kissinger ha ricordato che le forze militari delle nazioni europee (tutte, le neutrali Svizzera e Svezia comprese) «sono più un biglietto di ingresso (un pro forma insomma, ndr) sotto il riparo dell’ombrello nucleare americano che qualcosa di credibile per una difesa locale». Il problema è che Trump non solo ripete con più forza quanto già detto da vari suoi predecessori, e cioè che gli europei devono contribuire di più alla Nato, ma vorrebbe sfasciare l’Unione europea che della Nato è storicamente un controaltare, per trattare commercialmente one to one, da Paese a Paese tagliando fuori Bruxelles, posizione estremamente vantaggiosa per Washington, al punto che proporla richiede notevole faccia tosta. Ma paga, in voti, con l’elettorato del Midwest.

Trump vorrebbe sfasciare l’Unione europea che della Nato è storicamente un contro-altare, per trattare commercialmente one to one, da Paese a Paese tagliando fuori Bruxelles

Il pieno appoggio di Trump alla Brexit spiega benissimo il tutto. In piena campagna per il referendum del giugno 2016 Obama, in visita in Gran Bretagna, disse esattamente il contrario, e cioè che l’uscita dall’Unione non sarebbe stata nell’interesse dei britannici, né dell’Europa ovviamente. Qualsiasi predecessore di Obama, fin da Franklin Roosevelt probabilmente e certo da Harry Truman in poi, avrebbe detto lo stesso. Non Trump, e questo dà la misura del cambiamento. Trump piccona un mondo ma non offre nessuna visione credibile su come costruirne un altro. Siamo tornati all’America degli Anni 20, come se l’isolazionismo avesse un senso da quando esistono missili intercontinentali capaci di valicare l’Atlantico in circa 20 minuti.

LE AFFINITÀ ELETTIVE TRA TRUMPISMO E SOVRANISMO

Il trumpismo è fatto anche di nostalgia, come il sovranismo europeo, e non tutti negli Usa hanno somatizzato quella rottura nella tradizione diplomatica americana imposta dalla Nato (1949), prima alleanza formale sottoscritta dagli Stati Uniti in 170 anni di storia e abbandono del principio del no entanglement, niente condizionamenti, contatti commerciali con tutti e alleanze politico-militari con nessuno. Lo avevano sancito il primo e il terzo presidente, Geroge Washington e Thomas Jefferson, nel 1796 e nel 1801. Tempi lontani, ma sempiterni, in una nazione sostanzialmente ideologica quanto a credo politico come gli Stati Uniti, e dove in dottrina tout se tient.

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Nel suo world order, un cri de coeur sulla politica estera americana e sul suo rapporto speciale con l’Europa (non il solo Regno Unito, l’Europa), Kissinger ricordava nel 2015 come «gli Stati Uniti hanno ogni motivazione storica e geopolitica per sostenere l’Unione europea e prevenire che scivoli in un vuoto geopolitico; gli Stati Uniti, se separati dall’Europa in politica, economia e difesa, diventerebbero geopoliticamente un’isola al largo dell’Eurasia (concetto che la Russia di Vladimir Putin ha ampiamente rispolverato, ndr), e la stessa Europa potrebbe diventare un’appendice ai circuiti dell’Asia e del Medio Oriente».

UN NEO-ISOLAZIONISMO NON CONDIVISO DALL’ESTABLISHMENT

Trump non è l’America e come noto l’establishment diplomatico e militare non condivide troppo la sua posizione ipernazionalista e sostanzialmente isolazionista, versione primigenia del sovranismo europeo.

Ciascuno gioca le proprie carte. La Russia con quello che ha, cioè risorse naturali e armi, situazione potenzialmente pericolosa per un’Europa che, all’opposto, ha molto ma non armi, e Trump che preferisce volare in solitaria perché crede che gli convenga

È sufficiente leggere la lettera di dimissioni (dicembre 2018) da ministro della Difesa del generale James Mattis, formalmente rispettosa ma sostanzialmente polemica, per capire come delle alleanze in genere, diplomatiche e militari, e della Nato in particolare, i professionisti della difesa e della diplomazia abbiano un’idea ben diversa, nonostante tutto. Ma è lui il presidente e, superato il tentativo di impeachment, se dovesse venire rieletto con più voti popolari che nel 2016, imbaldanzito, vorrebbe certamente lasciare una traccia profonda in quella storia che è così male equipaggiato a capire e a cercare di prevedere.

GLI EUROPEI SI PREPARINO A REGALI AVVELENATI

Ma gli europei che pensano? È questo il punto centrale. Comodamente abituati a fare soldi sotto l’ala americana, dimentichi dell’abisso in cui si autodistrussero con due guerre terribili, raccattati poco dopo la fine della Seconda guerra da un’America che decise essere fra i suoi interessi primari il salvataggio dell’Europa, stanno a vedere. Non è chiaro in quanti abbiano coscienza di quali regali avvelenati Trump potrebbe prossimamente fare. Già ha incominciato con il Trattato Inf sui missili a medio raggio, abbandonato, e che è o era al cuore del concetto europeo di difesa. Nel 2021 ci sarà da rinegoziare per la seconda volta il Trattato Start sui missili strategici, a lungo raggio. Si sta preparando un nuovo ordine mondiale dopo la Pax Americana e ha molto l’aspetto di un disordine.

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Ciascuno sta giocando le proprie carte Cina e Russia in testa, la Russia con quello che ha, cioè risorse naturali e armi, situazione potenzialmente molto pericolosa per un’Europa che, all’opposto, ha molto ma non armi, e un Trump che preferisce volare in solitaria, perché ritiene che ciò gli convenga. «La stessa sicurezza e la sovranità dell’Europa sono ora a rischio», dice l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, da tempo impegnato in uno sforzo per svegliare l’Europa e, soprattutto, la sua Germania così restia a guardare in faccia la realtà geopolitica e più di tutti beneficiata finora dalla ormai più che mutevole Pax Americana.

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Cosa succede se si rompe il patto tra Russia e Turchia

Gli ultimi sviluppi in Siria mettono a rischio l'alleanza ad hoc tra Mosca e Ankara. Gli interessi in gioco sono molti. Né Putin né Erdogan vogliono che la situazione precipiti. Ma non è detto che riescano a evitarlo.

Russia e Turchia non vogliono uno scontro militare diretto in Siria, ma né a Mosca né ad Ankara ci sono segnali della volontà di fare i passi indietro necessari per disinnescare le tensioni attuali e prevenirne di future. Il rischio di incidenti irreparabili sul fronte di Idlib resta alto, e nei prossimi mesi potrebbe aumentare ancora. Dal vertice di giovedì 5 marzo fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan con ogni probabilità uscirà un accordo solo temporaneo. 

UN VERTICE «NON RISOLUTIVO»

«I due presidenti troveranno un’intesa per salvare la faccia, ma non sarà risolutiva: reggerà tutt’al più qualche settimana», dice a Lettera43 l’esperto moscovita di relazioni russo-turche Kerim Has. «Si deciderà di ricostituire le zone demilitarizzate già individuate nella conferenza di Sochi del 2018, ma non ci sarà un reale ritiro turco, né l’offensiva dell’alleato di Mosca si arresterà: Erdogan ha precisi motivi per fomentare la crisi, Assad è troppo vicino alla vittoria per fermarsi». E sull’intenzione del Cremlino di continuare ad appoggiare la spallata del dittatore di Damasco contro i ribelli anti-regime sostenuti dalla Turchia ci sono pochi dubbi. «La nostra posizione non è cambiata», ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.

Una guerra russo-turca sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti

Fyodor Lukyanov, Vedemosti

Dopo che le forze turche presenti nella Siria nord-occidentale hanno abbattuto almeno due caccia-bombardieri siriani e colpito un aeroporto militare, il ministero della difesa russo ha avvertito che i velivoli di Ankara in azione sulla regione potrebbero diventare un bersaglio: suona come una minaccia, e parecchio realistica – dato che proviene da chi ha il completo controllo dello spazio aereo. Intanto, due fregate munite di missili da crociera Kalibr hanno attraversato il Bosforo seguite da una nave trasporto truppe, e si stanno avvicinando alle coste siriane, dove è già presente un’altra fregata: «Un segnale potente per far capire alla Turchia che è andata troppo oltre», ha commentato su Twitter Dmitri Trenin, uno dei più ascoltati analisti della politica estera di Mosca. 

«Una guerra russo-turca è fuori questione: sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti», ha scritto sul quotidiano Vedemosti Fyodor Lukyanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali, emanazione del Cremlino. La convinzione dell’impossibilità di uno scontro diretto, però, ha fatto sottostimare a Mosca la determinazione di Ankara a perseguire i propri scopi ad ogni costo, a Idlib. Erdogan non vuole e non può lasciare la maggior parte della enclave a Bashar al-Assad, perché significherebbe riconoscere il fallimento di tutta la sua politica estera recente. Inoltre, nota Kerim Has, «il presidente turco ha bisogno di questa avventura militare per sopravvivere politicamente: il sostegno per il suo partito è in declino a causa dell’inasprirsi della crisi economica».

ERDOGAN E QUELL’ERRORE DI VALUTAZIONE

Il sultano deve distrarre i sudditi dai problemi interni e anche per questo combatte contro Assad e vuol continuare a farlo. A sua volta, e per motivi analoghi, Erdogan ha sottostimato la volontà russa di sostenere Assad anche nel caso di guerra aperta – come ormai di fatto è – fra Turchia ed esercito di Damasco. Mosca non vuole e non può permettere che le truppe siriane cedano territori conquistati in mesi di battaglie, perché ciò ridimensionerebbe la sua autorevolezza militare e farebbe pensare che è disposta a rinunciare al principale obiettivo del suo intervento in Siria: la vittoria completa del regime e il monopolio della ricostruzione del Paese. 

UNA STRANA ALLEANZA AD ALTO RISCHIO

Nell’inedita alleanza ad hoc stretta per finalità specifiche tra Russia e Turchia quattro anni fa, finora si è sempre trovato il modo di comporre i dissidi laddove gli obbiettivi divergevano, in nome della massimizzazione dei dividendi quando invece erano convergenti. Più volte all’interno di questa strana coppia dell’arena politica internazionale si è giocato col fuoco – come adesso – e ci si è fatti male a vicenda. Ma ci si è anche fermati prima che potesse accader di peggio, e gli incidenti sono stati constatati e risolti in via almeno apparentemente amichevole. Il meccanismo sembra essersi rotto improvvisamente il 27 febbraio scorso, quando non meno di 33 soldati di Ankara impegnati nella campagna per la riconquista di Idlib sono stati uccisi dagli alleati siriani di Mosca. E lo scenario peggiore è improvvisamente diventato un po’ meno «fuori questione».

Le strade di Idlib.

Il rischio di un conflitto diretto è «inferiore al 50% ma comunque alto», secondo l’analista Has. «Si è raggiunto un livello di tensione che crea moltissimi pericoli sul terreno, non sempre controllabili dalle parti». In particolare, l’abbattimento di un aereo russo, anche per sbaglio, «sarebbe un casus belli che Putin non potrebbe ignorare». Nel novembre del 2015, un F-16 turco colpì un cacciabombardiere Su-24 di Mosca, ed Erdogan fu sostanzialmente “perdonato” dal capo del Cremlino interessato ad “arruolarlo” nella sua battaglia per far tornare la Russia una grande potenza a scapito dell’ “eccezionalismo Usa”. 

LA RUSSIA HA TANTO DA PERDERE…

Nell’alleanza con Erdogan, il Cremlino ha investito più che nelle Olimpiadi invernali di Sochi, paradigma della dispendiosità nell’immaginario dei russi: dalla costruzione del TurkStream (11,4 miliardi di dollari) fino alla fornitura a credito (2,5 miliardi) del sofisticatissimo sistema di difesa anti aerea S-400, passando per la costruzione – ancora in corso – della centrale nucleare di Akkuyu. Il ritorno economico e soprattutto geopolitico di tutti questi investimenti è adesso messo in dubbio dal deteriorarsi della situazione, e potrebbe risultare nullo se si arrivasse al conflitto con la Turchia. Un motivo in più per cercare di evitarlo. Tra gli altri motivi, alcuni sono macroscopici: una guerra comporterebbe la chiusura di Bosforo e Dardanelli alle navi russe, e il probabile coinvolgimento della Nato. Di ragioni per evitare il conflitto e ripristinare buone relazioni, Ankara poi ne ha ancora di più.

… E LA TURCHIA ANCORA DI PIÙ

Prima di tutto, perché combatterebbe una guerra che non può vincere: la supremazia militare di Mosca è indubbia. Ed è altrettanto indubbio il potenziale di ricatto economico del Cremlino: la Turchia dipende dalla Russia per il 37,8% del suo fabbisogno energetico. In termini di bilancia commerciale, importa un dollaro per ogni 15 centesimi di export verso la Russia. Ogni estate, poi, cinque milioni di russi vanno vacanza in Turchia: qualche anno fa, un breve periodo di boicottaggio mise in ginocchio uno dei settori portanti dell’economia turca. Il coltello dalla parte del manico, insomma, ce l’ha Putin, che in precedenti faccia a faccia con Erdogan è riuscito a mediare soluzioni per situazioni delicate, anche se non pericolose come quella attuale. Il problema è che si è sempre trattato di soluzioni ad hoc, limitate nello scopo e nella durata. E in questo caso ogni soluzione temporanea e limitata è messa a rischio da tutte le situazioni incontrollabili e tutti gli incidenti tipici di un teatro bellico così attivo.

Il Cremlino aveva un sogno: allontanare Erdogan dall’Occidente. Per questo l’ex agente del Kgb Putin ha “reclutato” il leader turco

Pavel Felgenhauer, Novaya Gazeta

«Il Cremlino aveva un sogno», ha scritto sul quotidiano liberale moscovita Novaya Gazeta l’analista militare Pavel Felgenhauer: «Allontanare Erdogan dall’Occidente, indebolire la Nato, trasformare la situazione geopolitica in una zona vitale, salvaguardare il Mar Nero. Per questo l’ex agente del Kgb Vladimir Putin ha “reclutato” il leader turco. Quel sogno è andato in fumo in un solo giorno il 27 febbraio scorso, insieme a tutti i miliardi spesi per realizzarlo». L’ immagine è iperbolica ma rende l’idea. In realtà, per adesso si può solo dire che uno degli schemi portanti della politica mediorientale di Putin, quello costruito con cura sul rapporto con Ankara, corre come minimo il rischio di sbriciolarsi.

I LIMITI DELL'”OPPORTUNISMO COSTRUTTIVO” DI MOSCA

Finora la Russia è riuscita a giocare con successo sulle differenze e le intersezioni fra i diversi interessi delle parti in causa nel conflitto siriano. Solo Putin è riuscito a trovare un linguaggio comune con quasi tutti gli attori coinvolti. Ma sta emergendo un limite forte dell’ “opportunismo costruttivo” – come viene definito dagli stessi diplomatici di Mosca – della politica estera russa: fondandosi solamente su soluzioni “situazionali”, non può realisticamente ambire alla stabilità. Quindi non consente strategie di lungo termine, e  comporta rischi molto alti. A rimetterci, sono soprattutto le popolazioni dei teatri di guerra. Che, senza visioni di lungo termine da parte di chi bombarda, sono destinate ad esser composte solo di vittime, o di rifugiati. 

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A che punto è la guerra in Ucraina e perché la pace è ancora lontana

Il conflitto con la Russia cominciato nel 2014 è ancora in corso. Il bilancio parla di 13 mila morti e 2 milioni di rifugiati. Tutti i tentativi di mettervi fine per ora si sono arenati. Anche perché il Paese dopo il fallito tentativo della rivoluzione arancione nel 2004 rimane un avamposto Usa. Il punto.

Alla fine di febbraio 2014 finiva nel sangue la rivoluzione di Euromaidan, cominciata il novembre dell’anno prima con le proteste contro il presidente Victor Yanukovich, colpevole di non aver firmato l’Accordo di associazione con l’Unione europea, e sfociata nel regime change filoccidentale, con la formazione a Kiev di un governo marcatamente anti-russo, guidato da Arseni Yatseniuk, mentre alla presidenza sarebbe arrivato qualche mese dopo Petro Poroshenko.

Sei anni dopo il quadro ucraino è radicalmente cambiato, non solo perché alla Bankova lo scorso anno è stato eletto Volodymyr Zelensky, che con un partito fondato in pochi mesi è riuscito anche a ottenere la maggioranza assoluta in parlamento.

TREDICIMILA MORTI E 2 MILIONI DI RIGUGIATI

L’Ucraina ha mutato i confini, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e la creazione delle repubbliche indipendenti di Lugansk e Donestk, sostenute da Mosca. Pur non essendo riconosciute dalla comunità internazionale, de facto non sono più sotto il controllo di Kiev e sono diventate un protettorato del Cremlino. La guerra nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, è ancora in corso, a corrente alternata, e ha causato oltre 13 mila morti e un paio di milioni di rifugiati, sia interni sia verso la Russia.

I FALLIMENTI DI PORRE FINE AL CONFLITTO

I tentativi di porre fine al conflitto si sono dimostrati un’illusione: cinque anni fa, all’inizio di febbraio 2015, sono stati firmati gli Accordi di Minsk, in cui è stato elaborato un piano in 13 punti (militari e politici), sottoscritto da Poroshenko, dai rappresentanti dei separatisti, da Vladimir Putin e dai due garanti Angela Merkel e François Hollande.

LEGGI ANCHE: Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

In sostanza la road map per la pacificazione è stata però disattesa, gli accordi rimasti carta straccia. Lo scorso dicembre a Parigi il cosiddetto quartetto normanno, in cui hanno fatto capolino Zelensky ed Emmanuel Macron, si è accordato per un rilancio dei vecchi accordi: dopo alcuni segnali positivi, come il grande scambio di prigionieri effettuato alla fine dell’anno, tutto è rimasto come prima, se non peggio.

IL BRACCIO DI FERRO RUSSIA-USA

In teoria il prossimo aprile dovrebbe tenersi un summit per saggiare i progressi sul campo e dare il via libera alle elezioni locali nel Donbass, ma la realtà fa a pugni con l’ottimismo. Per tentare di dare nuovi impulsi, alla recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco è spuntato un piano, lanciato dall’Euro-Atlantic Security Leadership Group (think tank non proprio definibile filoputiniano), che in pratica ricalca la linea originaria di Minsk, subito però rigettato sia da parte di Kiev che dai falchi di Washington, poco inclini al compromesso. La vicenda, pur avendo avuto scarso rilievo politico e mediatico, è significativa perché esemplifica ancora una volta come la crisi ucraina non sia solo una questione interna e tra Kiev e Mosca, ma anche un braccio di ferro tra il Cremlino e la Casa Bianca, con l’Europa a fare da spettatrice.

L’UCRAINA RESTA UN AVAMPOSTO A STELLE E STRISCE

La volontà di alcuni di cercare una soluzione condivisa si scontra con chi, da entrambi i lati dello schieramento, non vuole arretrare di un millimetro. Da un lato la posizione russa è chiara: Putin ha poco interesse di sciogliere in fretta il nodo ucraino. Nonostante il recente cambio di advisor per l’Ucraina (Dmitri Kozak al posto di Vladislav Surkov), la sostanza non è destinata a cambiare e la destabilizzazione di Kiev passa per il Donbass occupato. Sono cose già viste in Transnistria e Georgia, dove i conflitti congelati giovano alla strategia russa nel Grande gioco con gli Stati Uniti. Dall’altro lato le posizioni di Washington non sono cambiate da Barack Obama a Donald Trump: l’Ucraina, dopo il fallito tentativo della rivoluzione arancione nel 2004, è stata conquistata come a Risiko e rimane un avamposto a stelle e strisce.

LE ELEZIONI NEL SUD-EST POTREBBERO DARE IL VIA A UNA NUOVA FASE

In mezzo ci sta Zelensky che ha fatto agli elettori, come il suo predecessore, l’incauta promessa di mettere fine al conflitto. Benché i suoi rapporti con Putin siano migliori di quelli di Poroshenko, tra la Bankova e il Cremlino non è certo iniziato il disgelo e Kiev è ancora ben ancorata all’alleanza transatlantica, anche sull’onda delle pressioni, molto rumorose seppur quantitativamente minoritarie, dell’ala interna nazionalista e radicale. Ciò non toglie che una normalizzazione dei rapporti con la Russia gioverebbe all’Ucraina e alla situazione nel Donbass. Il compromesso passa attraverso il nodo politico delle regioni del Sud-Est ucraino, dove le elezioni locali, magari tenute in contemporanea a quelle previste in autunno nel resto del Paese, potrebbero significare l’avvio di una nuova fase per il processo di pacificazione. 

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L’equilibrismo di Putin tra Israele e i suoi nemici

La cooperazione con l'Iran, i piani per la ricostruzione in Siria, l'obiettivo di mediazione nei Territori Palestinesi: così lo zar si destreggia tra le crisi mediorientali senza perdere di vista il legame con Netanyahu.

Di fronte a un Vladimir Putin arrivato elegantemente in ritardo come si addice alle star, al Forum Mondiale sull’Olocausto riunitosi a Gerusalemme nell’auditorium del centro per la memoria Yad Vashem, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tuonato contro l’Iran definendone il regime come «il più antisemitico del pianeta», e ha ringraziato gli Stati Uniti della risolutezza nel «confrontare i tiranni di Teheran». Ma per allontanare le forze dell’arcinemico sciita dalle frontiere, più che sull’alleato di sempre Netanyahu dovrà probabilmente puntare sul ritardatario Putin, che con l’arcinemico collabora. Perché la Russia è nella posizione ideale per mediare un ritiro iraniano dalla Siria, e ha qualche motivo per desiderarlo.

RELAZIONI FORTI CON TUTTE LE PARTI IN CAUSA

La Russia ha instaurato relazioni forti con tutte le parti in causa nel conflitto siriano, e ha dimostrato di saper far valere la leva della sua capacità militare e del suo peso politico per indirizzarle nelle direzioni desiderate. Coopera con le milizie di Hezbollah e con la Guardia rivoluzionaria iraniana nelle operazioni belliche, ma l’accordo di deconfliction con Israele per evitare scontri sul cielo della Siria, firmato all’inizio dell’intervento russo in difesa del regime di Bashar al-Assad nel settembre 2015, continua a funzionare in modo soddisfacente per entrambi i contraenti. Il fatto che le truppe armate da Teheran, contrariamente a quanto promesso da Mosca, mantengano posizioni vicine al confine israeliano del Golan, non ha provocato reali frizioni. Anche perché i russi – con qualche rimostranza solo formale – quelle posizioni agli israeliani le lasciano bombardare. E potrebbero facilmente impedirlo, usando il micidiale sistema di difesa anti-aerea S-400 installato nella loro base alle porte di Latakia. Sistema che non hanno voluto fornire all’Iran, né all’Iraq a influenza iraniana.

La cooperazione ad hoc con lo Stato sciita è calibrata in modo da non precludere al Cremlino alcuna alternativa

La cooperazione ad hoc con lo Stato sciita è calibrata in modo da non precludere al Cremlino alcuna alternativa. Gli interessi, a guerra finita, potrebbero divergere. La presenza di Hezbollah e dei suoi controllori perpetuando l’attrito con Israele mina ogni prospettiva di stabilità per la Siria. E può compromettere il ritorno che Mosca, come appaltatore privilegiato se non unico della ricostruzione, si aspetta dagli investimenti fatti. Una convergenza con Gerusalemme sul proposito di sottrarre la Siria alla morsa iraniana comporterebbe probabilmente il sacrificio di Assad, di cui l’Iran è il più stretto alleato. Ma il supporto della Russia al leader di Damasco «non è incondizionato», ha più volte affermato il Cremlino. Il cui scopo è evitare lo smembramento del Paese, non difenderne ad ogni costo il presidente. Per il quale negli ambienti diplomatici moscoviti si è spesso registrata insofferenza. E che è visto come il fumo negli occhi da un partner sempre più importante per il gioco di Putin in Medio Oriente e Nordafrica: la Turchia.

LO SCENARIO DI UNA CAMP DAVID SULLA MOSCOVA

Un accordo diplomatico per ridurre la tensione tra Israele e Iran potrebbe far da battistrada a un’apertura israeliana sull’obiettivo strategico di Putin di diventare il principale mediatore di nuovi colloqui per la pace in Palestina. Una Camp David sulla Moscova assicurerebbe una dimensione globale all’influenza geopolitica riconquistata dalla Russia con la sua avventura mediorientale, e darebbe a Putin la statura storica che da sempre persegue. I rapporti con l’Autorità nazionale palestinese sono frequenti. Il presidente russo ha visto il capo dell’Autorità Mahmoud Abbas anche durante la sua breve visita del 23 gennaio in Terra Santa. L’”accordo del secolo” proposto da Donald Trump in prima battuta è stato rigettato dai palestinesi. I dettagli del rilancio che la Casa Bianca si appresta a fare non sono stati ufficializzati, ma da quel che emerge il piano lascia spazio a soluzioni unilaterali per i territori occupati che somigliano parecchio all’ annessione già annunciata da Netanyahu. Inaccettabile per i palestinesi.

Ogni evoluzione dipenderà molto dai risultati elettorali in Israele – dove in marzo si vota per la terza volta in un anno – e nei Territori Palestinesi

Ogni evoluzione dipenderà molto dai risultati elettorali in Israele – dove in marzo si vota per la terza volta in un anno – e nei Territori Palestinesi. Putin però sembra essere in una posizione avvantaggiata rispetto a Trump, per sbrogliare la matassa. Non può e non vuole farlo da solo. Anche per questo nel discorso allo Yad Vashem ha proposto un summit dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non sarebbe un summit sul Medio Oriente, ma è sul Medio Oriente che oggi lo zar può far leva per ufficializzare la fine all’ “eccezionalismo statunitense”. E confermare un ruolo paritario di Mosca rispetto a Washington nella soluzione delle crisi internazionali.

ISRAELE? «UN PAESE DI LINGUA RUSSA»

Intanto, l’amico Netanyahu ha dato a Putin il podio più accreditato da cui declamare al mondo una narrativa che ritiene cruciale per dare autorità morale al ruolo di grande potenza ed arbitro dei conflitti che Mosca rivendica: la Russia ha sopportato il maggior peso del nazismo e dell’antisemitismo e non è stata in alcun modo responsabile dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ha detto in sostanza il capo del Cremlino al Forum Mondiale sull’Olocausto. Qualunque cosa dicano gli storici, e i polacchi – che al podio di Gerusalemme non son stati ammessi -, sul patto Molotov-Ribbentrop. Israele, dove il 17 % della popolazione parla l’idioma di Tolstoy, «è un Paese di lingua russa», ha ricordato anche recentemente Putin.

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Putin propone un summit per difendere la pace

Il presidente russo ha proposto una riunione dei 5 paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu contro l'instabilità globale.

Un summit nel 2020 dei 5 paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu «per difendere la pace» di fronte all’instabilità globale. Lo ha proposto il presidente russo Vladimir Putin nel suo discorso a Yad Vashem a Gerusalemme. «I paesi fondatori dell’Onu che hanno speciali responsabilità per salvare la civiltà possono e devono essere di esempio», ha detto Putin rivolto ai leader di Russia, Cina, Usa, Francia e Gran Bretagna. «L’incontro», ha detto, «avrebbe un grande ruolo nel cercare le risposte collettive alle sfide moderne e alle minacce».

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Cosa prevede la riforma costituzionale voluta da Putin

Il presidente presenta il ddl alla Duma. Limite massimo di due mandati, più poteri al primo ministro e al Consiglio di Stato e l'introduzione di un salario mensile minimo.

Il presidente russo Vladimir Putin ha presentato alla Duma il progetto di legge che modifica la Costituzione della Federazione Russa. La Duma (la camera bassa del parlamento) prevede di discutere in prima lettura il disegno di legge costituzionale, in riunione plenaria, il prossimo 23 gennaio (giovedì). Lo ha detto alla Tass una fonte della Duma, informazione poi confermata dal primo vicepresidente Ivan Melnikov.

«Il disegno di legge verrà esaminato in una riunione plenaria alle 10 del mattino del 23 gennaio», ha affermato. Secondo quanto riportano i media, tra gli emendamenti previsti c’è il limite massimo a due mandati per il presidente della Federazione Russa, il potere del parlamento di nominare il primo ministro, il mandato al presidente di formare il Consiglio di Stato e l’introduzione di un salario mensile minimo non inferiore all’indice di sussistenza.

Secondo la maggior parte degli analisti, le modifiche permetterebbero a Putin di perpetuare il proprio dominio sulla politica russa oltre il 2024, anno in cui scadrà il quarto e ultimo mandato al Cremlino. Essendo questo il secondo mandato consecutivo, Putin non potrà ricandidarsi. E, secondo alcuni analisti, potrebbe allora puntare alla carica di premier, già ricoperta tra il 2008 e il 2012 e ora investita di un maggior potere.

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La nuova Russia di Putin e il rischio di un golpe costituzionale

Il presidente accelera sulla modifica alla Costituzione. Molti osservatori temono un'ulteriore stretta autoritaria e isolazionista. Che permetterebbe allo zar di mantenere il potere anche alla fine del mandato, scaricando le responsabilità di eventuali fallimenti su fedelissimi. L'analisi.

Vladimir Putin ha sempre avuto un debole per gli ispettori delle tasse.

Quando faceva il vicesindaco nella Banditskiy Piterburg, la San Pietroburgo banditesca degli Anni 90, utilizzava le informazioni del capo della locale agenzia delle Entrate per tenere in pugno gli affaristi senza scrupoli della città, come hanno raccontato Fiona Hill e Clifford Gaddy in Mr. Putin: operative in the Kremlin (Brookings, 2013).

Quello schema elaborato negli anni più selvaggi della storia russa recente gli sarebbe poi servito da paradigma per trattare con gli oligarchi dal Cremlino. Il capo dell’agenzia delle Entrate di San Pietroburgo fece carriera: nel 2008 Viktor Zubkov fu nominato primo ministro da Putin, per lasciare il posto a Putin otto mesi dopo. Era l’operazione tandem con cui di lo zar aggirò i limiti costituzionali del mandato presidenziale per mantenere il potere.  

premier russia Mikhail Mishustin
Il nuovo premier russ Mikhail Mishustin.

PERCHÉ MISHUSTIN È IL PREMIER IDEALE

La scelta di Mikhail Mishustin, fino a ieri capo del Fisco di tutte le Russie, come premier che dovrà assicurare la fluidità della transizione verso il nuovo ordine istituzionale, seppure inattesa non sorprende. «Era il candidato ideale: l’agenzia delle tasse ha intimi legami con i servizi di sicurezza, e il suo aiuto è stato utilizzato per risolvere ogni sorta di questioni, conflitti d’affari compresi», nota Andrei Kalesnikov, il “putinologo” di punta del think thank Carnegie di Mosca. «Grazie a Mishustin Putin costruirà una nazione a somiglianza dell’agenzia fiscale, con verbali, ispezioni, forze dell’ordine e – dove necessario – digitalizzazione su tutto il territorio».

UNA FIGURA DI CERNIERA TRA DUE MONDI

Le tecnologie digitali introdotte da Mishustin hanno fatto del Fisco l’amministrazione statale più efficiente del Paese. Le ricevute di ogni transazione da San Pietroburgo a Vladivostok arrivano alle autorità entro 90 secondi. Il servizio online nalog.ru è facile da usare e popolarissimo tra i contribuenti. Gli sportelli al pubblico sono moderni e tirati a lucido tanto da sembrare boutique. Risultato: entrate fiscali raddoppiate. Per l’efficacia manageriale dimostrata e la particolarità dell’amministrazione che ha diretto, «Mishustin appartiene contemporaneamente a due mondi: quello del potere dei siloviki (capi di servizi di sicurezza e affini, ndr) e quello dell’economia», scrive sul sito di Carnegie il politologo Alexander Baunov. «La Russia è governata da una coalizione di uomini delle forze di sicurezza, che sono responsabili della sovranità, e di rappresentanti dell’economia, responsabili della crescita. La dualità del nuovo premier fa appello alle due componenti di questa coalizione».

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Nel processo innescato da Putin per perpetuare il putinismo alla scadenza del suo mandato, Mishustin potrebbe non essere solo una parabola, uno “scalda sedia” come fu nel 2008 il suo ex collega Zubkov. Che poi non è finito così male: oggi è presidente del colosso energetico Gazprom, la più grande azienda russa. 

MEDVEDEV ANCORA PARAFULMINE DELLO ZAR

«Immaginate questo quadro: Putin a capo del Consiglio di Stato e padre della nazione, Medvedev come presidente, e un tecnocrate – Mishustin – come primo ministro», suggerisce Kalesnikov. Nel progetto di revisione costituzionale di Putin, il Consiglio di Stato vedrà rafforzato il suo ruolo e la presidenza redistribuirà parte del potere esecutivo al parlamento e al premier. I russi da qualche giorno scherzano con gusto sulla ”Medvexit”, ma il fedelissimo appena sacrificato potrebbe tornare alla ribalta. Continuando a fare quel che sa far meglio: il parafulmini di Putin.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

L’insoddisfazione per le condizione socio-economiche è in aumento. Secondo l’analisi di Kalesnikov, le riforme previste permettono a Putin di «incanalare il malcontento verso il futuro presidente della Russia, il primo ministro e il presidente della Camera dei deputati, che saranno responsabili in solido delle nomine dei ministri e dei loro eventuali fallimenti». Difficilmente lo zar troverebbe una figura con un curriculum di lealtà e accettazione della gerarchia comparabile a quello di Dimitri Medvedev, per il posto di presidente depotenziato che sta prefigurando. Intanto gli ha creato la posizione di suo vice nel Consiglio di Sicurezza. Un trampolino? «Potrebbe esserci un gentlemen agreement: Putin responsabile di tutto quel che va bene, Medvedev di quel che va male», scherza ma non troppo Kalesnikov. È solo un’ipotesi. Quel che è certo, spiega l’analista, «è che le riforme proposte dimostrano che ogni residua illusione che Putin possa suggerire per la posizione di presidente qualcuno con idee liberali, come Alexei Kudrin (ministro delle Finanze prima dell’involuzione autoritaria del 2012, ndr), è ora fermamente relegata nel regno dell’utopia». 

LE PROPOSTE PER LA NUOVA RUSSIA

Intanto, Putin preme sull’acceleratore. Ha istituito e subito riunito un gruppo di lavoro per preparare le proposte di modifica della Costituzione. Difficile che il progetto dello zar possa trovare intralci, visto il carattere autoritario del regime. Che secondo la maggior parte degli osservatori diventerà ancora più autoritario. La norma prevista per impedire la candidatura alla presidenza a chi ha vissuto per dei periodi all’estero la dice lunga in questo senso: mette automaticamente fuori gioco personalità dell’opposizione come Alexey Navalny, che ha studiato a Yale, e Mikhail Khodorkovsky, in esilio al Londra.

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Ma le maggiori ripercussioni potrebbero arrivare dalla normativa che dovrebbe porre la Costituzione al di sopra del diritto internazionale. Significa, tra l’altro, che le vittime dei frequenti soprusi del sistema giudiziario russo non potranno più esser ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Russia è sulla strada di un sempre maggior isolamento dall’Occidente. La Carta fondamentale in vigore dal 1993 era ispirata a criteri liberali, anche se da tempo alcune sue parti, come gli articoli sulla libertà di riunione, vengono disapplicate o travisate. Negli emendamenti allo studio «c’è un distacco netto dal modo di pensare occidentale, si va verso qualcos’altro – verso idee orientali, o dell’antica Roma», commenta Alexander Baunov. E in molti, a Mosca, parlano già di «golpe costituzionale».

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L’Ue che vuole Putin non piacerà ai putiniani europei

Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza. Insomma, un’Europa finlandizzata.

In Germania da una decina d’anni sono chiamati Putinversteherfilo-Putin

Sono gli eredi degli Antiwestler, gli anti-occidentali degli Anni 90, cioè l’ennesima incarnazione di un certo disagio di alcuni tedeschi con l’Occidente, tradizionalmente rintracciabile in quella “terra di mezzo” che è da sempre la Germania, estesa dalla Renania quasi atlantica, a Ovest, alla parte terminale delle grandi pianure che confinano con l’Asia, a Est.

E l’Asia comincia, a prendere il noto giudizio attribuito a Klemens von Metternich, sulla Landstrasse tra Vienna e Budapest, poco fuori Vienna. Con Berlino che è 700 chilometri più a Nord ed è altrettanto a Est della capitale austriaca di ieri e di sempre e ugualmente ha le sue Landstrassen.

PUTIN SI PREPARA PER RESTARE AL VERTICE

Molti altri Paesi europei, e non solo, hanno avuto e hanno la loro versione di Putinversteher perché al leader moscovita è attribuito il merito di avere risollevato la Russia dall’abisso in cui era precipitata con l’ingloriosa fine del comunismo. Seguirono il fallito tentativo di occidentalizzazione dell’economia, il disordine e la crisi economica nel decennio scarso di Boris Yeltsin, concluso nel 99 con l’ascesa di Putin, allora capo dei servizi di sicurezza federali. Putin è quindi al potere da 20 anni prima come presidente poi primo ministro per necessaria regola costituzionale e poi di nuovo, dal 2012, come presidente con due mandati in scadenza nel 2024. Le improvvise dimissioni nei giorni scorsi chieste e subito ottenute del premier Dmitri A. Medvedev sono interpretate a Mosca e in Occidente come l’inizio di una fase di revisione costituzionale che consentirà alla fine a Putin di rimanere ai vertici del potere, non si sa ancora con quale formula.

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Qualcuno ipotizza una versione di ciò che ha fatto in Kazakhistan l’eterno Nursultan A. Nazarbayev, che da un anno non è più formalmente leader ma con il titolo inedito di leader del popolo è rimasto fermamente con i pieni poteri. È probabile che Putin prepari una soluzione un po’ più elegante, ma dall’analogo risultato, secondo numerosi Kremlin watcher, come venivano chiamati una volta. Anche finito il comunismo le vie del Cremlino restano spesso misteriose. La scelta di Putin potrebbe essere la presidenza di un rinnovato Consiglio di Stato, da lui creato nel 2020 come aiuto al presidente e al premier, e che con una riforma costituzionale e un referendum potrebbe diventare il vero centro di potere sui temi più importanti, interni ed esteri. 

I 20 ANNI DELLO ZAR TRA LUCI E OMBRE

Il grande successo di Putin è l’aver ridato peso e un certo prestigio internazionale alla Russia, basti vedere il crescente ruolo che la disordinata ritirata americana da parti notevoli del Medio Oriente, dettata tutta da spinte di politica interna, ha lasciato a Mosca, arrivata ormai a un ruolo di primo piano anche in Libia. Del resto Mediterraneo e Golfo Persico sono assai più vicini a Mosca che a Washington, come il Cremlino ha sempre sostenuto dal 1947, da quando cioè gli americani invertirono la smobilitazione militare decisa e attuata subito a partire dal 1945 e cominciarono a organizzare quella che presto sarebbe diventata la Nato. A volte i Putinversteher tendono anche ad apprezzare l’efficacia che il sistema russo, “sistemata” senza troppi complimenti l’opposizione, lascia a chi comanda. Una managed democracy come amano definirla gli esegeti di Putin, lasciando incerto che cosa resti di democrazia in mezzo a tanto management.  

Vladimir Putin.

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Il grande insuccesso di Putin e di vari altri leader che l’hanno preceduto al  Cremlino è quello economico. La Russia è un Paese che è riuscito a creare una industria essenzialmente in campo militare, in parte nel settore delle grandi infrastrutture (centrali e altro), e molto meno in quello dei prodotti industriali di massa (auto e molto altro) e dei generi di consumo da tempo universali in Occidente. Il reddito medio è assai meno della metà di quello Ue e senza confronti con quello di Germania, Olanda e altri, e nemmeno in una categoria confrontabile con quello italiano. Su questo non ci sono svolte epocali rispetto all’era sovietica, nonostante miglioramenti soprattutto nelle grandi città. Basti un dato spesso dimenticato: la Russia ha tre volte più popolazione, infinitamente più risorse energetiche e minerarie, ma ha lo stesso Pil della Spagna. Non di rado i vertici del potere e lo stesso Putin – sostengono anche accreditati osservatori come Nina  Khrushcheva che parla di cleptocrazia – si sono nel frattempo arricchiti.

Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega, Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol, e forse fra pochi nostalgici della sinistra ex stalinista

I Putinversteher vanno oltre e apprezzano un altro aspetto del putinismo, piaciuto anche da Donald Trump: il nazionalismo e l’ethos del popolo come entità suprema cui sempre fare appello. Come noto, chi parla sempre della volontà del popolo è perché sa dove vuole condurlo. Esistono anche in Italia i Putinversteher, presenti soprattutto nella Lega (Matteo Salvini si era iscritto ma eravamo prima dei fatti dell’Hotel Metropol) e forse fra pochi  nostalgici della sinistra ex stalinista.

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Putin, lo ha ripetuto varie volte, crede che l’identità nazionale cementata dalla lingua e dalla religione sia fondamento essenziale di legittimità e quando parla di «fine dell’ordine liberale» che è «sopravvissuto ai suoi obiettivi», come ha fatto a giugno 2019 in una lunga intervista al Financial Times, implica il suo giudizio negativo sull’Unione europea. La vede destinata a sfaldarsi, a partire da quando alla fine di questo decennio i Paesi dell’Est come Polonia e Ungheria non saranno più beneficiati dagli aiuti strutturali di Bruxelles ma diventeranno contributori netti al bilancio dell’Unione. Ha smentito di volere uno sfaldamento dell’Unione, il più importante partner economico di Mosca, ma sono pubbliche le simpatie per i cosiddetti sovranisti Ue, cioè i neonazionalisti che poco amano Bruxelles. C’è una precisa scuola geopolitica che da Mosca ha sempre guardato con sospetto a Cee e poi Ue, considerate parte di un sistema creato più o meno insieme alla Nato per condurre politiche contrarie agli interessi  russi.

I TIMORI DELL’EUROPA

Per l’Europa il dato centrale dei grandi cambiamenti in atto – segnati dal neo-isolazionismo americano, dalla crisi della Nato e dalla riaffermata  volontà russa, con Putin, di contare come grande potenza – è molto semplice: l’Unione più o meno forte economicamente, scoperta dal punto di vista energetico, disarmata o quasi a fronte di un vicino russo che ha il più potente (quantitativamente) arsenale nucleare del mondo. Per questo Angela Merkel, in una intervista di questi giorni, anche lei al Financial Times, ritiene l’Unione irrinunciabile in termini di interesse nazionale tedesco perché è una «polizza vita» in un mondo difficile. «La Germania è troppo piccola per avere una influenza geopolitica propria ed è per questo che dobbiamo utilizzare tutti i benefici del mercato unico», per proiettare nel mondo anche una dimensione europea.

Da sinistra, Angela Merkel e Vladimir Putin.

MOSCA E LA NOSTALGIA DEL POTERE

I Putinversteher possono continuare ad apprezzare quanto il leader russo  fa e farà per il suo Paese. Sarà dal 2024 in una posizione probabilmente meno vistosa ma più che mai al centro del potere. Il sogno russo è sempre stato quello di mantenere e, quando sono state perdute, di riconquistare le dimensioni di potere raggiunte dallo zar Alessandro II (1855-1881) quando  San Pietroburgo e Mosca, le due capitali di un Paese la cui classe dirigente  andava sul Baltico per sentirsi europea e tornava a Mosca per riscoprirsi russa, comandavano anche a Varsavia e a Helsinki e raggiungevano i massimi della loro potenza. Il “cuscinetto” a Occidente tranquillizzava le ansie russe perché da Occidente erano sempre venuti, dagli svedesi nel  1610 in poi, i problemi. Esattamente come l’attuale “cuscinetto” a Oriente, Ucraina compresa, tranquillizza in qualche modo l’Occidente

Mosca vuole un’Europa finlandizzata. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno anche ai Putinversteher tale scelta

Oggi interessa meno il controllo territoriale, e assai più la sfera di influenza. Mosca vuole un’Europa amica e questo va benissimo, ma ben rispettosa degli interessi russi e questo è da concordare, soprattutto con la sua industria, e che riconosca al vicino orientale un ruolo di grande potenza che l’Europa stessa, priva di una vera identità continentale dice Mosca, non potrà mai tornare ad avere. Insomma, un’Europa finlandizzata, come si diceva a suo tempo. Gli europei dovranno decidere fino a che punto questa visione è nel loro interesse e gli anni dopo il 2024 imporranno probabilmente anche a vari Putinversteher tale scelta.

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La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

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Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

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Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

LEGGI ANCHE: Chi sono e dove operano i mercenari russi del gruppo Wagner

In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

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Chi è il nuovo premier russo Mikhail Mishustin

Tecnocrate low profile per anni alla guida del Fisco, appassionato di tecnologia e hockey, è stato scelto per mettere in pratica il piano di riforme di Putin. Ed è già nel mirino di Navalny.

L’attuale capo del Fisco russo, Mikhail Mishustin, è il nuovo primo ministro di Vladimir Putin. Mishustin è stato proposto dal presidente in sostituzione di Dmitri Medevedev, e la Duma (il parlamento russo) ha approvato la decisione con la maggioranza bulgara di 383 si, 41 astenuti e 0 contrari. Un tecnico quindi, peraltro lontano dai clan politici più blasonati, funzionale per mettere in pratica la visione di Putin per il futuro della Russia. Un funzionario importante ma low profile per far dimenticare al popolo russo le accuse di corruzione che da troppo anni aleggiavano intorno a Medvedev.

«La cosa più importante è rimuovere gli ostacoli alle imprese, ridurre i loro costi, in ogni caso dialogare in modo significativo con le imprese», ha detto il premier in una riunione con i deputati di Russia Unita, il partito dello zar.

Nato a Mosca nel 1966, ha lavorato nel settore dell’informatica per tutti gli anni ’90 per poi entrare nel Fisco agli inizi del 2000. Grande appassionato di tecnologia, gli viene riconosciuto il merito di aver digitalizzato e semplificato il sistema di riscossione fiscale statale da quando ne ha preso la guida nel 2010. Le innovazioni apportate da Mishustin, secondo i media russi, avrebbero portato a un crollo dell’evasione fiscale e alla riduzione dell’economia sommersa. Sposato con tre figli, è appassionato di hockey e pianoforte.

Nel 2019, ha dichiarato al quotidiano Kommersant che la Russia ha bisogno di muoversi verso lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale, dichiarando che «se non capiamo come si svilupperà questo mondo, se rimaniamo parte del vecchio ordine, diventeremo una vittima di quello nuovo».

Nemmeno il tempo di essere insediato che già il celebre attivista Alexey Navalny ha iniziato a fargli le pulci. E in un post sul suo sito ha subito messo in luce lo strano caso della moglie, Vladlena, che dal 2010 al 2018 – stando ai dati della sua dichiarazione dei redditi – è riuscita a guadagnare quasi 800 milioni di rubli, ovvero oltre 11 milioni di euro. «E tutto ciò crescendo tre figli», sottolinea Navalny. «Sarebbe una bella storia sui risultati di una donna forte, ma, sfortunatamente, non si trovano tracce di aziende di successo. Non ci sono persone giuridiche registrate nel nome di Vladlena Mishustin. Su Internet non si trova nulla di lei. Ma ogni anno guadagna regolarmente un milione di dollari, poi due, poi quattro. Perché? Come? Il mistero è avvolto nelle tenebre, come sempre nel caso dei nostri funzionari», conclude Navalny.

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Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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Da oltre 20 anni Putin guida la Russia: ecco i leader più longevi al potere

L'ex pupillo di Boris Elstin è sulla cresta dell'onda del 1999. Ma molti hanno fatto meglio di lui. Da Fidel Castro sino a Benito Mussolini.

Era il 1999 quando Vladimir Putin, pupillo di Boris Eltsin, è arrivato alla ribalta. Da lì in poi ha calcato da protagonista assoluto le scene politiche russe e internazionali. Il tutto per oltre 20 anni in cui ha guidato la Russia alternando con assoluta disinvoltura la carica di presidente (dal 2000 al 2008 e dal 2012 a oggi) e di primo ministro (1999-2000 e 2008-2012) in tandem con il delfino Dmitri Medvedev. Un periodo lunghissimo, vero, ma non il più longevo. Sì, perché la storia è stata piena di leader estremamente longevi nelle cariche del potere.

I LEADER POLITICI PIÙ LONGEVI DI SEMPRE

Tra i più longevi di sempre c’è senza dubbio Fidel Castro. Il lider maximo ha guidato Cuba per ben 49 anni, ovvero dalla Rivoluzione del 1959 alla cessione del potere al fratello Raul nel 2008. Ma solo perché ormai impossibilitato a svolgere il suo mandato presidenziale a causa della malattia e dell’età. Subito dopo arriva il cinese Chang Kai-shek, fondatore di Taiwan, che detiene il secondo posto con 47 anni, e il ‘leader eterno’ nordcoreano Kim Il-sung, nonno di Kim Jong-un, al terzo posto con 46 anni di potere.

GLI ALTRI LEADER

Se non fosse stato ucciso nel 2011 il capo politico Muammar Gheddafi avrebbe sicuramente superato i 42 anni di comando della Libia. Sotto i 40 anni di governo si trova poi un grandissimo numero di dittatori: il ‘caudillo’ spagnolo Francisco Franco (39), il leader dello Zimbabwe Robert Mugabe (37 anni, fra premier e presidente), il dittatore portoghese Antonio Salazar (36), il leader palestinese Yasser Arafat (35), Stalin (31), il leader cinese Mao Zedong (26), il nordvietnamita Ho Chi Minh (24), il dittatore tunisino Ben Ali (24), Saddam Hussein (24), Benito Mussolini (23) e il dittatore filippino Fernando Marcos (21).

QUELLI ANCORA ATTIVI

Fra i leader e i dittatori che sono ancora sulla cresta dell’onda alla guida del loro Paese il record assoluto è del presidente del Camerun Paul Biya con 44 anni e mezzo. Saldo al secondo posto da 31 anni figura la Guida suprema iraniana Alì Khamenei successore di Ruhollah Khomeini, morto nel 1989. Ma se si contano anche gli anni da presidente dal 1981 si arriva a un totale di 39 anni di potere. Davanti a Putin, oltre a diversi leader africani e al premier cambigiano Hun Sen (35 anni), ci sono il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaiev (28) e quello bielorusso Alexander Lukashenko (25). Fra i grandi, seguono, molto dietro, il siriano Bashar al Assad (19), Recep Tayyip Erdogan (16), Abu Mazen (15 e mezzo), Angela Merkel e Benyamin Netanyahu (14), seguiti da Viktor Orban (13).

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Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Minaccia Haftar, polemizza con Putin e si pone come capofila nel conflitto interno al mondo sunnita contro i Fratelli musulmani. Il presidente turco fa il mattatore nel caos libico. E rievoca l'Impero Ottomano per sottolineare la vicinanza tra Ankara e Tripoli.

Khalifa Haftar non obbedisce affatto a Vladimir Putin, che non è in grado di dargli ordini: solo questo è chiaro dopo il clamoroso flop del vertice di Mosca nel quale il presidente russo ha clamorosamente fallito l’obiettivo di fargli firmare una tregua in Libia, accettata da Recep Tayyip Erdogan e Fayez al Serraj.

Per il resto, la situazione libica è convulsa, come sempre. Può darsi che Haftar firmi la tregua tra due giorni, come sostengono alcune fonti, può darsi che non la firmi.

Certo è che la sua richiesta prioritaria e vincolante di «disarmare le milizie» è inaccettabile dalla controparte di al Serraj che solo dalle milizie (quelle di Misurata) è difeso dalle cannonate e dai missili di Haftar.

I FRATELLI MUSULMANI AL CENTRO DELLA PARTITA LIBICA

È molto interessante il resoconto delle ragioni del fallimento del vertice convocato da Putin pubblicato dal quotidiano Al Arabi al Jadid (finanziato dal Qatar, quindi non equidistante, ma vicino al governo di al Serraj) secondo il quale da Mosca per sei ore Haftar ha interloquito col Cairo, con Riad e con Abu Dhabi e sarebbe stata proprio quest’ultima ad «avere avuto un ruolo di primo piano» nel rigettare l’accordo di tregua con al Serraj «spingendo Haftar a non firmare per tagliare la strada al ruolo turco nella risoluzione della crisi».

Da destra, Khalifa Haftar e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La conferma insomma di due elementi determinanti: Putin è un “padrino” secondario per Haftar rispetto a quegli emiratini, egiziani e sauditi che maggiormente lo sostengono dal punto di vista militare e economico. Ma soprattutto la conferma che la partita libica ormai risponde a logiche tutte interne al conflitto tra le due grandi famiglie del mondo sunnita: quella che vuole schiantare l’influenza politica dei Fratelli Musulmani (Egitto, Arabia Saudita ed Eau) contrapposta a quella che fa capo al più forte governo vicino alla Fratellanza che è il baricentro del governo al Serraj: la Turchia.

ERDOGAN RIEVOCA L’IMPERO OTTOMANO

Erdogan, da parte sua, ha immediatamente capitalizzato la pessima figura fatta da Haftar (e da Putin) ed ha levato la voce grossa contro «il criminale di guerra»: «Non esiteremo a dare ad Haftar la lezione che merita se continua ad attaccare il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia. Se la Turchia non fosse intervenuta, il criminale Haftar oggi avrebbe sequestrato l’intero Paese, tutto il popolo libico sarebbe caduto nelle grinfie della tirannia, ora è fuggito da Mosca dimostrando che vuole la guerra».

Haftar in Libia vuole eliminare e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano

Inoltre, Erdogan, per la prima volta, ha legato il ruolo della Turchia nella crisi libica al passato ottomano, riferimento di enorme valenza politica: «La Libia può apparire lontana sulla cartina geografica, ma per noi è un luogo importante. La Libia è stata una componente importante dell’Impero Ottomano. Abbiamo profonde relazioni storiche e sociali. In quel Paese abbiamo fratelli che non accettano il golpista Haftar. Haftar vuole eliminarli e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano».

QUELLE FRECCIATE DEL PRESIDENTE TURCO A PUTIN

Dunque, secondo Erdogan, il governo di al Serraj rappresenta una linea diretta di continuità col glorioso passato ottomano della Libia e della Turchia congiunte. Un passaggio cruciale, che illumina come pochi altri la posta in gioco e soprattutto il passaggio della crisi libica a una fase diversa, a una dimensione di equilibri mediterranei, ben al di sopra della litigiosità tra clan e tribù locali che l’hanno caratterizzata per sette anni, dalla caduta di Gheddafi in poi.

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Infine, ma non per ultimo, Erdogan ha tirato una frecciata polemica allo stesso Vladimir Putin: «La Turchia e il governo di al Serraj hanno fatto la loro parte per un accordo di cessate il fuoco. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora Putin e la sua squadra devono rispettare i loro impegni». Come dire: se Putin non riesce neanche a farsi rispettare e obbedire da un piccolo Haftar, allora…

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Le mosse di Putin in Libia e Iran

Dopo essere volato in Siria e in Turchia, il presidente russo ha incontrato Merkel e si prepara a ospitare a Mosca l'incontro tra Haftar e al Serraj. Un iper-attivismo che condivide con Erdogan, nonostante siano spesso su fronti contrapposti. E che è convinto di poter esercitare anche con Teheran.

Dopo aver portato a casa con l’incontro con Recep Tayyip Erdogan il cessate il fuoco in Libia in cambio al non casuale via operativo al gasdotto russo-turco TurkStream, e aver visto Angela Merkel e il suo ministro tedesco degli Esteri Heiko Maas, ora Vladimir Putin si appresta a ospitare a Mosca Khalifa Haftar e Fayez al-Serraj per firmare i termini della tregua.

LO ZAR IN SIRIA POI A ISTANBUL

L’agenda di inizio 2020 del presidente russo è stata fitta: prima dell’incontro con Merkel, il 7 gennaio era volato a sorpresa in Siria, a parlare con il presidente Bashar al Assad, alleato del regime filo-iraniano. L’indomani aveva poi raggiunto Istanbul per mediare con l’omologo turco una spartizione della Libia, sulla falsariga di quanto concordato sulla Siria. Il prezzo dei negoziati politici attraverso l’hub del Cremlino è sempre economico e militare: un’arma di ricatto che i diplomatici degli altri governi e dell’Onu non hanno con gli interlocutori. Perciò sulla Libia come per il conflitto siriano, Erdogan e Putin si sono trovati immediatamente d’accordo, nonostante armino da tempo fronti contrapposti.

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Erdogan e Putin.

IL PATTO LIBICO TRA ERDOGAN E PUTIN

Per attenuare l’appoggio degli islamisti di Tripoli e di Misurata, sotto il cartello della Fratellanza musulmana, il leader turco chiede la garanzia di conservare e allargare l’influenza neo-ottomana in Libia su una fetta accettabile di territori, almeno nella Tripolitania. E, quel che più conta, di bloccare il gasdotto concorrente EastMed con il TurkStream per portare gas russo all’Europa dalla Turchia.

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L’altra pipeline è concepita per far arrivare il gas in Europa (attraverso Grecia e Cipro) dai nuovi giacimenti offshore israeliani. Una parte di mare ricca di risorse inesplorate dove, più a Ovest, opera anche Eni con concessioni di Cipro. E, più a Sud, nel maxi giacimento egiziano di Zohr.

LA CORSA TURCA AL GAS OFFSHORE

Più che qualche pozzo in Libia, il colpo azzardato da Erdogan è sfilare il gas offshore nel Mediterraneo al blocco avversario che arma il generale libico Khalifa Haftar. Arrivato all’offensiva finale contro il governo di Tripoli, Haftar ha dalla sua parte l’aviazione dell’Egitto e degli Emirati Arabi, finanziati dall’Arabia Saudita. Ma da qualche anno è anche la Russia a far avanzare l’ex comandante gheddafiano, sia con materiale bellico sia con mercenari russi della Wagner Group. Certo non prenderà bene una spartizione turco-russa della Libia, ma Haftar dipende anche dalle armi del Cremlino. E a lungo termine il metano dalla Turchia all’Ue vale più delle commesse di armi.

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Vladimir Putin e Hassan Rohani, presidenti di Russia e Iran.

IL POTERE DELLE ARMI DI RUSSIA E TURCHIA

Il potere militare di Putin e di Erdogan in Libia ha reso ininfluenti i summit con Haftar di Giuseppe Conte. Di conseguenza il premier rivale di Tripoli Fayez al-Serraj lo ha disertato. Anche Erdogan, in sfida alla Nato, negli ultimi anni è diventato un acquirente dei sistemi antimissili e di altri armamenti dalla Russia. Ma più in generale Turchia, Russia e Iran sono storici partner commerciali ed economici: non a caso, Putin ed Erdogan si sono ricompattati anche nel condannare lo strike di Donald Trump contro Qassem Soleimani. Ben più di Ankara, Teheran è un alleato dell’asse dei non allineati capeggiato da Mosca. Ma paradossalmente per Putin sarà più dura incidere sulla crisi con l’Iran.

LA DIFFICILE MEDIAZIONE CON L’IRAN

La Repubblica islamica si espande militarmente in Medio Oriente in modo autonomo dal Cremlino, attraverso le forze d’élite all’estero (al Quds) dei Guardiani della rivoluzione che erano guidate da Soleimani. Propaga nella regione un sistema religioso radicalmente diverso dal modello culturale russo. Il punto di contatto con Putin è l’autoritarismo. Quello di distacco un orgoglioso nazionalismo. L’ateismo russo è da sempre profondamente contestato dagli ayatollah sciiti, gelosi della loro sovranità. Ma Putin è convinto di avere margini di mediazione anche con Teheran, mantenendo aperto il canale dell’Iran con l’Ue che vuole evitare l’uscita annunciata dall’accordo internazionale sul nucleare del 2015.

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Libia, Haftar e Sarraj a Mosca per firmare la tregua

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte..

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte dell’est della Libia, sono attesi oggi a Mosca per firmare una tregua, sui termini del cessate il fuoco tra le loro truppe, entrato in vigore il 12 gennaio 2020. Dopo oltre nove mesi di micidiali combattimenti alle porte della capitale libica Tripoli, la firma di questo accordo (è l’obiettivo di Russia e Turchia) deve diventare un ulteriore passo per abbassare i toni del conflitto, scongiurandone un’ulteriore internazionalizzazione.

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NON È DETTO CHE HAFTAR E SARRAJ SI INCONTRINO DIRETTAMENTE

Ma non è detto che Haftar e Sarraj si incontreranno direttamente. Secondo quanto dichiarato dal capo del gruppo di contatto russo in Libia, Lev Dengov, i leader libici «avranno incontri separati con i funzionari russi e gli emissari della delegazione turca che sta collaborando con la Russia su questo tema. I rappresentanti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto saranno probabilmente presenti come osservatori ai colloqui».

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GLI ACCOMPAGNATORI DI HAFTAR E SARRAJ

I due leader libici non arriveranno in Russia da soli. Haftar, che ad aprile 2019 ha tentato senza successo di impadronirsi di Tripoli, sarà accompagnato dal suo alleato Aguila Salah, presidente del parlamento libico con base in Oriente. Assieme a Sarraj ci sarà invece Khaled al-Mechri, presidente del Consiglio di Stato. A Mosca sono attesi anche i ministri degli Esteri e della Difesa turchi, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar.

MACRON A PUTIN: «CESSATE IL FUOCO SIA CREDIBILE, DUREVOLE E VERIFICABILE»

Dalla Francia arriva il primo commento sull’incontro tra Haftar e Sarraj a Mosca. Durante una chiamata con Vladimir Putin, il presidente Emmanuel Macron ha detto di volere che il cessate il fuoco in Libia sia «credibile, durevole e verificabile».

LA SITUAZIONE IN LIBIA

Il cessate il fuoco in Libia, richiesto da Russia e Turchia, è entrato in vigore alla mezzanotte del 12 gennaio 2020, con il plauso di Unione europea, Stati Uniti, Nazioni Unite e Lega Araba. La Libia, ricca di petrolio, è nel caos dall’autunno del 2011 quando fu rovesciato il regime di Muammar Gheddafi con una rivolta popolare, sostenuta da un intervento militare guidato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

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Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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Libia, lo scacco della Turchia all’Ue

L’Ue fuori gioco nel Mediterraneo. Dopo il via libera di Ankara all'invio di truppe, nell'ex colonia italiana si va verso una spartizione tra Erdogan e Putin. Come a Damasco e dintorni.

L’accordo sugli armamenti di Ankara con il governo di Tripoli a fine 2019 e, come primo atto del 2020, l’ok del parlamento turco a un contingente in Libia è l’istituzionalizzazione di una proxy war iniziata nel 2011, con le Primavere arabe. Segnata dall’accelerazione del 2014, che portò gli islamisti al governo nella capitale libica, e dalla volata di queste settimane imposta dalla marcia del nemico Khalifa Haftar su Tripoli. I rinforzi sul campo dei contractor russi alle milizie di mercenari del generale libico fanno la differenza, rendendo possibile la battaglia finale contro gli islamisti fallita da mesi da Haftar. Alla minaccia concreta i turchi, che un rapporto dell’Onu ha certificato violare «regolarmente e a volte apertamente» l’embargo sulle armi verso la Libia, sono costretti a uscire allo scoperto. Svelando come la guerra per procura sia anche, se non prima di tutto, una guerra del gas nel Mediterraneo.

ISLAMISMO CONTRO AUTORITARISMO

Da una parte scorre il corridoio di armi e di vari rifornimenti che parte dalla Turchia e, soprattutto attraverso i porti e lo scalo di Misurata, raggiunge Tripoli e il governo di unità nazionale (Gna) guidato dagli islamisti. Aiuti, militari ed economici, pagati soprattutto dal ricco Qatar verso i gruppi di ribelli sponsorizzati nelle Primavere arabe contro i regimi autoritari, e a capo all’esecutivo di Fayez al Serraj legittimato dalla comunità internazionale (in seguito ai negoziati dell’Onu del 2015), ma sempre più circoscritto a Tripoli. Un governo caotico, frammentato, corrotto e composto da milizie anche violente. Dall’altra, ricorda lo stesso report sulla Libia del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, c’è il fronte dei regimi sopravvissuti alle Primavere arabe che armano Haftar e conducono raid per lui: l’Egitto (finanziato dai sauditi) e gli Emirati arabi contrastano le mire neo-ottomane dei turchi in Libia, in asse con la Russia amica dei regimi.

Libia Turchia missione Tripoli
Il parlamento turco approva la missione in Libia. GETTY.

ERDOGAN SI IMPOSSESSA DEL MEDITERRANEO

Il Leitmotiv è riportare la stabilità dell’era Gheddafi. Barattare il miraggio della democrazia con l’autoritarismo, nel nome di una sicurezza perduta e inseguita, è una tentazione ormai dalla maggioranza dei libici. Nell’ultimo anno Haftar ha raccolto simpatie anche in zone governate dagli islamisti (inclusi alcuni quartieri di Tripoli) dove da anni le aziende turche ricostruiscono strutture e infrastrutture – rilevando talvolta anche vecchi cantieri italiani. A questi grossi interessi geopolitici, che comprendono anche il Mediterraneo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un po’ come con i curdi nel Nord della Siria, non intende rinunciare, quand’anche come si profila le Primavere arabe dovessero soccombere alle forze di restaurazione. Il memorandum di novembre tra la Turchia e la Libia sulla giurisdizione dei due Stati nelle acque mediterranee (allegato all’accordo di cooperazione militare) è un’entrata a gamba tesa di Erdogan anche nei dossier energetici.

Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo tra Turchia e Libia

A GAMBA TESA NEL DOSSIER ENERGETICO

Egitto, Grecia, Israele, per non parlare di Cipro in contenzioso storico con la Turchia, sono insorte alla demarcazione unilaterale dei confini marittimi di Erdogan e al Serraj. Un colpo di spugna che dà mano libera ad Ankara alle esplorazioni di gas e petrolio nel Mediterraneo, per le quali i turchi si erano fatti largo nel Mediterraneo orientale già nella scorsa estate, al solito senza chiedere il permesso alla Grecia e a Cipro, lambendo anche la zona economica esclusiva egiziana e i minando i progetti dei gasdotti dei tre Paesi con Israele. Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo per scongiurare  «l’emarginazione della Turchia» a terra. Anche gli accordi militari e di spartizione delle acque territoriali con la Libia furono ratificati a tambur battente dal parlamento di Ankara, in «aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi», commentò il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.

Libia Turchia missione Serraj
Il premier libico Fayez al Serraj riceve a Tripoli il ministro turco Mevlut Cavusoglu. GETTY.

IL VIA LIBERA ALLE TRUPPE DEL PARLAMENTO TURCO

I memorandum dell’autunno erano l’antipasto della mozione per l’invio di truppe turche a sostegno del governo di Tripoli, approvata il 2 gennaio dai deputati di Ankara (325 favorevoli, 184 contrari) in un parlamento riaperto eccezionalmente dopo Capodanno, in anticipo dalla ripresa dei lavori l’8 gennaio. Curiosamente Erdogan, corso in soccorso alla battaglia finale libica, fa leva sul pretesto della «minaccia alla stabilità anche della Turchia»: con la Libia senza un «governo legittimo» si favorirebbero «gruppi terroristici come l’Isis e al Qaeda», che proprio le violazioni all’embargo anche della Turchia hanno fatto proliferare per anni, in reazione ai regimi autoritari e per sottrarre loro territori con ogni mezzo e scontri anche cruenti. Sebbene l’invio di rinforzi navali, aerei e a terra non si preveda immediato, l’escalation turca favorirà gli scontri in Libia e le tensioni nel Mediterraneo. Mentre l’Italia, e con Roma buona parte dell’Ue, staranno a guardare.

LA SPARTIZIONE TRA ERDOGAN E PUTIN

Alla condanna degli accordi «illegittimi» tra la Turchia e la Libia non seguiranno fatti. I progetti di no fly zone ventilati in un’operazione di Francia, Germania e Italia sono irrealistici, considerati il disastro dell’intervento nel 2011 contro Gheddafi e le manovre francesi inconfessabili di oggi con Haftar. E poi per difendere i libici da chi? L’Ue riconosce il governo filoturco di al Serraj a Tripoli (l’Italia ha una missione di assistenza agli islamisti a Misurata) non quello del generale nell’Est, con il quale tuttavia tiene aperti canali. Gli alt a Erdogan non possono tradursi in azioni, pena l’appoggio degli europei a regimi autoritari quali l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Emirati ed Egitto) e alla Russia di Vladimir Putin. Dalla Conferenza di Berlino sulla Libia di metà gennaio (se si terrà) non si attendono risultati ed è probabile che, nell’impotenza europea, mostrando i muscoli come in Siria Erdogan si ritaglierà la sua fetta di Libia – e di Mediterraneo – in accordo con Putin.

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Luci e ombre del ventennio targato Vladimir Putin

L'ascesa al potere da semi-sconosciuto. Gli anni d'oro, suoi e della Russia. Le crisi economiche e quelle diplomatiche. Com'è cambiato il capo del Cremlino dal 1999 a oggi.

Il fatto che fosse già primo ministro non rendeva la scelta poi così ovvia. Di primi ministri Boris Yeltsin ne aveva già consumati parecchi. Ma quando il presidente, il 31 gennaio del 1999, si dimise e lo nominò suo successore ad interim, Vladimir Putin non era più un premier qualsiasi. Durante i cinque mesi scarsi del suo governo era diventato molto popolare. Dopo gli attentati agli edifici residenziali che in settembre avevano provocato oltre 300 morti e un migliaio di feriti nella capitale e in due altre città della Russia, Putin aveva immediatamente accusato i separatisti della Cecenia e ordinato il bombardamento di Grozny. «Li annienteremo anche giù per il cesso, se è il caso», aveva dichiarato mentre scatenava la seconda e definitiva guerra di Mosca contro la repubblica caucasica ribelle.

Lo stile di Putin era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss

Il suo stile “da gangster” ai russi era piaciuto. Era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss e di uscire dagli sconvolgimenti politici, economici e sociali che negli Anni 90 avevano devastato la vita dei cittadini. Una certa dose di brutalità si confaceva ai tempi: poteva esser considerato un prezzo da pagare in vista di una futura normalità

L'”OPERAZIONE SUCCESSORE” DI YELTSIN

Le ipotesi secondo cui gli attentati ai condomìni fossero stati organizzati dai servizi di sicurezza per chiudere i conti con la secessione cecena e per portare Putin alla presidenza sono circostanziate. Il Cremlino anziché fugare i dubbi li ha alimentati intralciando la ricerca della verità. Comunque stiano le cose, in seguito a quegli eventi l’uomo che nell’ultimo giorno del millennio fu messo a capo della Russia aveva ormai un gradimento sufficientemente alto da far prevedere un’agevole conferma elettorale alle presidenziali che ci sarebbero state in primavera. L’”operazione successore”  studiata da Yeltsin e dal suo entourage poteva dirsi riuscita. 

Vladimir Putin è al quarto mandato da presidente della Federazione Russa.

Mentre i rating e la salute del capo andavano a picco e si faceva sempre più concreta la possibilità di azioni penali legate alle liberalizzazioni selvagge che avevano messo l’economia ex-sovietica in mano agli oligarchi, si trattava di dare il potere a qualcuno in grado di garantire che il presidente uscente e le persone a lui vicine non fossero perseguite, e che gli asset creati da quella che è stata definita “la svendita del secolo” non fossero messi in discussione. Fu scelto un burocrate con un background nei servizi segreti, di cui erano noti efficienza, pragmatismo scevro da pretese ideologiche e assoluta fedeltà ai superiori. Ma senza alcuna esperienza politica. Non aveva quasi mai parlato in pubblico ed era sconosciuto ai cittadini. In meno di 150 giorni da premier, Putin aveva ovviato a questi svantaggi. 

UN REGIME CHE NON SI È FATTO STATO

Vent’anni dopo, Putin è il leader di un regime diventato il faro dei populismi e delle destre alternative mondiali, impegnato in un confronto politico con l’Occidente condito di idee sovraniste e tradizionaliste, a scapito di ogni tentativo serio di modernizzare e sviluppare l’economia. Lo zar ha raggiunto gli obiettivi di preservare l’unità della Russia, costruendo una verticale del potere sulle basi autoritarie proprie della tradizione nazionale, e di ristabilirne il ruolo di grande potenza. Ha fallito nel creare una classe dirigente che abbia a cuore i reali interessi del paese. Come ha scritto lo storico Dmitri Trenin, «il regime politico che ha rimpiazzato il caos degli Anni 90 non è  riuscito a maturare in uno Stato a pieno titolo: è prevalentemente al servizio di una stretta élite che sfrutta le risorse seguendo interessi personali e collettivi». E gli interessi dei siloviki, gli uomini legati ai servizi di sicurezza a cui Putin ha messo in mano la Russia, hanno avuto la meglio sull’esigenza di dare prospettive strutturali alla forte crescita economica coincisa con i primi due mandati del presidente. 

UN VENTENNIO SPACCATO IN DUE

«Se Putin avesse lasciato nel 2008 sarebbe passato alla storia come uno dei leader russi di maggior successo», notava il politologo Kirill Rogov in un articolo sul quotidiano Vedemosti. Dal 1999 al 2008 la ricchezza nazionale crebbe del 94%, e il Pil pro capite raddoppiò. Soprattutto grazie all’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche alle riforme fiscali e alle facilitazioni per l’apertura di nuove imprese introdotte da Putin. L’inizio delle trattative per l’entrata della Russia nel Wto spinse gli investimenti stranieri e contribuì al rafforzamento del rublo. Il presidente si presentava come uno statista pragmatico e orientato al mercato. In politica internazionale, era dichiaratamente filo-occidentale. Chiese di partecipare alla Nato, assicurò supporto a Washington nella campagna militare in Afghanistan seguìta all’11 settembre; in un discorso in tedesco al Bundestag auspicò la costruzione di una grande Europa «da Lisbona a Vladivostok».

Putin è nato a San Pietroburgo nel 1952.

La seconda parte del ventennio putiniano può essere letta come l’opposto della precedente, ed è all’insegna delle crisi. Due furono crisi economiche: nel 2009 e nel 2015, quando  andamenti al ribasso dei corsi del greggio punirono la mai risolta dipendenza dell’economia russa dalle esportazioni di idrocarburi. Di fronte a un modello di crescita chiaramente esaurito, e all’obsolescenza di impianti produttivi e infrastrutture, sarebbe servito accelerare le riforme. Che invece si sono sostanzialmente fermate. I decreti per i ”progetti nazionali” firmati dal Putin nel maggio 2018 prevedono investimenti statali su larga scala che costeranno ai contribuenti migliaia di miliardi di rubli e che rischiano di essere poco efficaci, in un Paese dove la corruzione è imperante. Esperti e finanzieri internazionali hanno poca fiducia. «La soluzione ai problemi della Russia va proprio nella direzione opposta», secondo Sergey Guriev, capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo: «Servirebbe implementare riforme lungamente promesse per la protezione dei diritti di proprietà, per la concorrenza, per la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, per la lotta alla corruzione e per la reintegrazione nell’economia globale», ha scritto Guriev su Vedemosti. Intanto, dalla crescita vertiginosa della ”prima era” di Putin, nella seconda si è passati alla stagnazione: nel 2008 il Pil pro capite era arrivato ad essere pari al 22,5% di quello Usa e al 32% di quello della media Ue, nel 2018 le percentuali erano rispettivamente del 21,5 e del 31. 

L’ERA DELLE CRISI E DELLE GUERRE

Alla frenata economica hanno contribuito pesantemente le crisi politiche e diplomatico-militari che hanno caratterizzato la “seconda era” dei venti anni di Putin al potere. Le proteste di massa contro il regime a Mosca nel 2011-2012 determinarono l’inasprimento dei caratteri autoritari del sistema e l’aumento dell’influenza degli apparati di sicurezza nelle decisioni del Cremlino. L’annessione della Crimea a il conflitto nell’Ucraina orientale ne furono in buona parte una conseguenza. Così come il successivo intervento nel conflitto siriano. Il confronto con l’Occidente diventò il tema centrale dell’azione della Russia e della sua narrativa propagandistica. Il costo non è solo quello delle sanzioni internazionali a cui Mosca è oggi sottoposta.

LE RICADUTE SULLA VITA DEI CITTADINI

L’aumento delle spese per la difesa ha ricadute sui servizi sociali e sul tenore di vita dei cittadini. E rischia di diventare esponenziale in seguito allo smantellamento del sistema di controllo sugli armamenti iniziato dagli Usa in questo clima da nuova Guerra Fredda. Putin potrebbe finire per pagarla cara anche politicamente, sullo scacchiere internazionale: «L’assenza di una strategia di lungo termine e il gusto per astuzie opportunistiche e manovre tattiche espone la politica estera a rischi sostanziali», sostiene Trenin. «L’ossessione di Putin per cambiare l’ordine esistente, ovvero per cercare attivamente di eliminare l’egemonia globale degli Usa, è dannoso, perché non rafforza necessariamente le proprie posizioni ma crea problemi aggiuntivi. Quel che è importante per la Russia non è l’ordine globale di per sé, ma il posto della Russia in questo ordine». 

Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto

Putin ha davanti a sé altri quasi cinque anni di mandatoCome minimo. Difficile dar giudizi su un periodo che è ancora in corso. Certamente, il presidente ha dato al suo Paese una relativa stabilità, e su di essa fonda la legittimità del suo regime. Ma non l’ha reso quel Paese finalmente normale che i russi auspicavano alla fine degli Anni 90. Come in quel periodo, la prosperità finanziaria è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza col potere, e la certezza del diritto è aleatoria. E tipica degli Anni 90 è la retorica “da gangster” che accompagna l’azione del Cremlino in politica interna, con la più o meno spudorata repressione di ogni reale opposizione, e in politica estera. Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto. Normalità, giustizia e reale sviluppo continuano a esser relegate a un futuro indefinito. Per non parlar di democrazia. 

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I sogni di Putin si scontrano con la capacità produttiva russa

Mosca si pone come modello di una nuova era. E spera nello smantellamento dell'Ue. A partire dalla Brexit. Ma in economia e finanza il sistema del Cremlino non ha mai funzionato. Così le ambizioni dello zar non sono supportate.

La vocazione imperiale sta nei cromosomi di una nazione, della sua classe dirigente, e non è solo questione di forza, ma anche di astuzia. E di Storia. C’è un Paese che ha lo stesso Prodotto interno lordo (Pil), cioè la capacità di creare ricchezza misurata di solito su base annua, della Spagna, pur avendo più del triplo degli abitanti e ricchezze minerarie ed energetiche infinitamente superiori. Un Paese economicamente assai debole quindi. Essere come la Spagna quanto a Pil significa essere di un buon 25% più piccoli dell’Italia. Questo Paese ha prodotto una delle grandi culture, tra letteratura, musica e arti, dell’umanità, e da molto tempo cerca di non essere inferiore a nessuno quanto ad armi e capacità strategica, ma ha sempre fatto vivere il suo popolo assai meno bene di quanto non si viva da tempo nelle terre bagnate da Reno, Senna, Po, Tamigi ed Ebro. Eppure questo Paese si pone ormai come modello di una nuova era, come un tempo si atteggiava a faro della rivoluzione mondiale.

IL SENSO DELLA NAZIONE COME UNICA IDEOLOGIA

Il presidente russo Vladimir Putin è stato chiarissimo, anche nella conferenza stampa di fine anno il 19 dicembre 2019 a Mosca, una settimana dopo il trionfo della Brexit. Putin ha salutato questo responso delle urne con favore ricordando come il premier Boris Johnson abbia capito gli umori del suo Paese meglio degli oppositori. Interferenze russe nella politica britannica? Tutte illazioni, ha detto Putin. E ha indicato nel senso della nazione e della sua identità e missione, «l’unica ideologia possibile in una moderna società democratica».

PUTIN HA DECRETATO LA FINE DEL LIBERALISMO

A giugno 2019, intervistato dal Financial Times, Putin aveva decretato la fine del liberalismo (teoria storica con varie identità ma sempre basata su libertà individuali, consenso dei governati e uguaglianza di fronte alla legge) ormai «sopravissuto a se stesso», che ha «esaurito i suoi scopi» e minato dalla crescente ostilità degli elettori verso l’immigrazione, il multiculturalismo e i valori laici a spese di quelli religiosi. Putin vedeva in atto quindi anche nel mondo occidentale una trasmigrazione dal liberalismo al nazional populismo. E insisteva sulla conseguente fine dell’ordine internazionale creato dall’Occidente dopo il 1945.

MA L’ORIENTE RUSSO NON FUNZIONA ECONOMICAMENTE

Questo è un punto fermo moscovita a partire dalla crisi finanziaria del 2008, la prova che l’Occidente non funziona più. Il guaio è però che, in economia e finanza, neppure l’Oriente russo ha mai funzionato. Non è un mistero che la prima istituzione multilaterale occidentale da archiviare, secondo il Cremlino, sia l’Unione europea, un’organizzazione nata a suo tempo con il forte patrocinio americano e che Mosca considera un retaggio della Guerra fredda. Per questo la Brexit è stata salutata con favore. Per questo anche l’intervista di giugno, piena di accuse agli Stati Uniti, opera un netto distinguo fra la tradizionale diplomazia americana aspramente criticata e Donald Trump, trattato con rispetto e simpatia, anche perché Trump per motivi commerciali di breve termine, e di scarsa perspicacia, è ugualmente anti-Ue.

IL SOGNO DELLA FINLANDIZZAZIONE DELL’EUROPA

Per Mosca una crisi profonda e uno smantellamento dell’Unione sarebbe il coronamento di una politica secolare che ha visto nell’Europa occidentale da sempre una minaccia dovuta prima di tutto ai successi economici di quelle piccole nazioni oggi militarmente insignificanti ma, rispetto alla Russia, così produttive anche se moralmente corrotte, cosa che una certa cultura russa ripete da almeno 150 anni. Dagli zar a Lenin a Stalin a Putin la finlandizzazione dell’Europa è stato un sogno, prima molto ardito nell’epoca d’oro dell’industrializzazione e del potere europeo (1830-1913), poi a portata di mano nel 1945 non fosse altro per l’innaturale “ritorno” in Europa degli americani nel ’47, con la Nato e, poco dopo, le istituzioni europee. Finlandizzazione vuol dire una cosa molto semplice: simbiosi fra industria europea e materie prime russe, e rispetto dalla Vistola alla Manica per la diplomazia sovietica e i suoi missili.

TRUMP FRA OPPORTUNISMO E IGNORANZA STORICA

I tempi sembrano propizi, con l’Europa che si interroga sul suo futuro a fronte di una indubbia crisi e cambiamento del “vecchio” sistema americanocentrico. Quest’ultimo in parte un fenomeno naturale dopo oltre 70 anni e in parte frutto della profonda ignoranza storica e dell’opportunismo cronico di Trump. Il putinismo, nella sua proiezione diplomatica sull’Europa, ha obiettivi chiari e strategie ben mimetizzate. Vuole trarre vantaggio da un’Europa che si interroga sul futuro e sembra colta come già nei primi Anni 20 del 1900, dopo lo sfacelo della Grande guerra e per fortuna in forma blanda, da un attacco di quella che lo storico Guglielmo Ferrero aveva battezzato la grande peur, l’ansia da incertezza delle masse francesi (Ferrero coniò il termine per la Rivoluzione francese) e poi europee. La riscoperta del nazionalismo, sentimento nobile se moderato (patriottismo) e illogico nell’Europa di oggi se esasperato, è tutta qui, Brexit compresa, nella piccola grande peur in cerca di facili certezze.

L’ILLUSIONE DEMOCRATICA DI POTER SCEGLIERE

Putin si offre come soluzione. Per chi volesse un trattato sul putinismo un lungo articolo uscito nel febbraio 2019 sulla Nezavisimaya Gazeta e riassunto subito da alcuni giornali occidentali è un testo base. Lo ha scritto Vladislav Surkov, 55 anni, madre russa e padre ceceno, uomo d’affari e politico, già vice premier e ideologo ufficioso della russia putiniana e dal 2013 consulente personale di Putin. Surkov è il padre della formula della managed democracy, affidata a un capo «capace di ascoltare capire e vedere», migliore di quella «illusione di poter scegliere» che la democrazia formale occidentale (la definivano così anche i bolscevichi) promette e non mantiene.

PROGETTI DI GRANDEZZA E SCENARI DI SECOLO GLORIOSO

Il putinismo è «l’ideologia del futuro», sostiene Surkov, e «l’algoritmo politico» di Putin ha capito le cause della volatilità e per questo è sempre più seguito anche dai leader occidentali, spinti a offrire certezze e quindi nazionalismo. Il nazionalismo trionfante sarebbe la fine definitiva del sistema multilaterale americanocentrico e dell’Unione europea, e una grande vittoria russa. La Russia vive con Putin, dice Surkov, la quarta delle sue stagioni di grandezza, dopo quelle di Ivan il Grande (o il Terribile), di Pietro il Grande, di Vladimir Lenin, e sarà presto riconosciuta come faro del mondo intero. È ormai avviato «un secolo glorioso» per il sistema politico putiniano. Putin «gioca con i meccanismi mentali dell’Occidente», continua Surkov, «che non sanno come muoversi a fronte delle loro nuove prese di coscienza».

TENTATIVO DI INFLUENZARE L’OCCIDENTE

Le stesse cose diceva la diplomazia zarista di 115 anni fa, con il Mr. Vladimir di una fantomatica ambasciata russa ne L’agente segreto di Joseph Conrad. Mosca non gioca solo, con Putin, attraverso i «meccanismi mentali dell’Occidente», ma cerca anche di influenzarli. Le ramificazioni via internet sono numerose. Johnson ha bloccato prima del voto un rapporto dei Comuni sulle attività russe nella politica britannica, in genere si presume cose note ma ben elencate. L’appoggio informatico e no a Donald Trump è stato più o meno documentato. E per esempio chi cercasse su internet, in italiano, non faticherebbe a trovare voci chiare che sostengono in maniera decisa la crisi mortale del nostro mondo, dell’Ue in particolare, e il prossimo trionfo di Mosca e tutte le molto selettive versioni storiche ufficiali moscovite, a partire da una lettura del 1939, del patto Molotov-Ribbentrop e dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Si veda per esempio vocidallestero.it, a gestione coperta dall’anonimato.

MA DIETRO LE AMBIZIONI I CONTI NON TORNANO

Nina L. Khrushcheva, Nikita era suo nonno, insegna relazioni internazionali alla New School di New York e sostiene da tempo che le ambizioni putiniane non sono supportate né da un accettabile funzionamento del sistema russo, che è una kleptocrazia dove lo stesso vertice ruba a man salva, né da una sufficiente capacità produttiva. «Nonostante i suoi sogni di grandezza, [la Russia] assomiglia a una piccola ex colonia dove ogni generale al potere vuole poter vantare un dottorato di ricerca solo per poter aumentare i suoi profitti». Non è una storia del tutto nuova. Piero Melograni, uno dei massimi storici italiani contemporanei, ricordava che l’Europa dell’Est, impero zarista incluso, era il 17% del prodotto mondiale nel 1913 e l’8% nel 1992 «dopo decenni di una disastrosa economia pianificata». Oggi il salario medio russo secondo Rosstat (statistiche ufficiali ai quali non molti credono) è di circa 580 euro e arriva nelle maggiori città a circa 1.200, e solo grazie a un’economia in nero stimata doppia rispetto a quella italiana ci si arrangia e si tira avanti.

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A tu per tu con Lyubov Sobol, l’influencer anti-Putin

Blogger della Fondazione anti-corruzione di Navalny. Tra le 100 donne del 2019 secondo la Bbc. A L43 dice: «La società russa è cambiata. Ci saranno nuove proteste, e scoppieranno all'improvviso». L'intervista da Mosca.

Nello studio da dove trasmette i programmi che denunciano il malaffare alla corte di Vladimir Putin manca anche il cavalletto: «Ce l’hanno sequestrato, con l’impianto luci e il resto dell’attrezzatura. Ma andiamo avanti lo stesso: la nostra ultima inchiesta è stata vista da 5 milioni di persone». Lyubov Sobol quando si leva gli occhiali dimostra ancora meno dei suoi 32 anni. Avvocato e blogger di punta della Fondazione anti-corruzione (Fbk) di Alexey Navalny, secondo la Bbc è una delle 100 donne più influenti e ispiratrici del 2019. Di sicuro è tra le maggiori influencer della Russia: i suoi live su Youtube hanno oltre 1 milione di sottoscrittori. Bandita dalle elezioni per la Duma di Mosca, ha guidato la campagna per il “voto intelligente” contro Russia Unita, il partito del presidente. Diventando il catalizzatore delle proteste di piazza della scorsa estate. «Non si può fermare l’Amore», gridavano i manifestanti. Lyubov in russo significa “amore”. Prima dell’intervista si scusa di non poterci presentare il direttore di Fbk: «Oggi non è in ufficio, è in prigione. Deve finire di scontare 15 giorni di arresto amministrativo per manifestazione non autorizzata».

DOMANDA. Cosa rimane delle proteste della scorsa estate?
RISPOSTA. Il risultato più importante è che i moscoviti si sono resi conto di avere il potere di cambiar le cose. Ora sanno che Russia Unita può perdere.

Infatti nel parlamentino della capitale ha perso seggi. Andati però a esponenti della cosiddetta “opposizione di sistema”, che non è certo anti-Putin. È davvero cambiato qualcosa, alla Duma di Mosca? 
C’è un’aria nuova. I deputati eletti in seguito alle manifestazioni e alle nostre indicazioni di “voto intelligente” capiscono di avere un mandato per rappresentare davvero i cittadini. Affrontano i problemi reali, in modo indipendente. Hanno contatti con me, con Navalny e con altri attivisti democratici. Questa indipendenza fa paura alle autorità, che cercano di limitarla. 

La tattica del “voto intelligente” potrebbe funzionare anche alle elezioni del 2021 per la Duma federale?  
Sì, per raccogliere il voto di protesta intorno a figure dei partiti di sistema e rendere più difficile a quello di governo raggiungere la maggioranza. Fa parte della nostra strategia. 

Ma prima cercherete di partecipare direttamente?
Certo, lotteremo per esserci. Ma il regime probabilmente non lo permetterà. Al Cremlino sanno bene che il gradimento di Russia Unita non supera il 30%. Leggono i sondaggi. Capiscono che se ci ammettono alle elezioni, e se ci danno accesso alla tivù di stato che finora ci ignora, del loro potere presto non rimarrà niente. 

Lei proverà a candidarsi? 
Ci sto pensando ma non ho ancora deciso. Comunque non è così importante. Io continuo il mio lavoro sociale e politico. Le elezioni sono solo uno degli strumenti per promuovere le idee democratiche e cambiare il Paese.  

Un altro strumento che usate è la piazza. Crede che ci saranno presto altre proteste? 
Ne sono sicura. E scoppieranno all’improvviso. C’è stanchezza nei confronti del potere. La società russa è cambiata: vuole vera rappresentanza politica, certezza del diritto. E non riceve risposte. La situazione non può che esplodere. Le persone torneranno in strada, non appena si verificherà qualche evento catalizzante. Nessuno avrebbe mai immaginato che intorno alle elezioni di Mosca potesse di punto in bianco crearsi un tale movimento. Ma è successo.

E ci sono stati migliaia di arresti, seguìti da processi e condanne anche severe. Un bel deterrente. 
Sono state arrestate e condannate persone per accuse del tutto inconsistenti. Vogliono far vedere che possono sbattere in galera anche chi passava di lì per caso. E le prigioni russe non son proprio quelle della Scandinavia. Ma la gente non si è presa paura. Non vedo in giro la depressione che effettivamente seguì le grandi manifestazioni del 2012. I cittadini oggi sono pronti a farsi sentire, a combattere. 

Forse a Mosca. Ma la Russia è grande. E i sondaggi, che pure registrano un aumento della propensione alla protesta, fotografano anche conformismo e apatia…
Più che conformismo, è sfiducia nella politica. In parte è un’eredità sovietica, ma ha radici anche in ciò che successe negli Anni 90, quando chi doveva costruire la democrazia ha costruito solo poche ed enormi ricchezze private. Oggi c’è insoddisfazione per come è governato il Paese, ma molti pensano solo alla loro vita privata. È vero: è un atteggiamento diffuso. Sta a noi democratici creare fiducia in una politica migliore nel futuro.

I ripetuti raid della polizia nelle vostre sedi a caccia di reati finanziari e la recente iscrizione nel registro degli “agenti stranieri” stanno pesando sulle attività della vostra organizzazione?  
È la reazione delle autorità a quel che facciamo, e che evidentemente è efficace. Purtroppo è un anche bell’aggravio per il nostro bilancio: computer e apparecchiature sequestrati, conti correnti bloccati. Ma non abbiamo niente da nascondere, e loro lo sanno. Il fatto che ci abbiano dichiarato “agente straniero” è un sigillo propagandistico. In teoria, se un giornale ci cita deve specificare che siamo “agenti stranieri“. Intanto, dobbiamo inviare un report per ogni singola donazione che riceviamo dai comuni cittadini che ci sostengono. Lavoro burocratico e costi in più. 

Secondo una nuova legge, oltre alle organizzazioni anche un singolo individuo può esser considerato “agente straniero”. Pensa che potrebbe riguardarla?
Può darsi. A quanto pare basta anche solo diffondere media stranieri, per esempio fare un retweet o un re-post di Radio Svoboda (emittente finanziata dal governo Usa, ndr). Ma nessuno ha capito bene come la nuova legge potrà funzionare. Non esiste una procedura scritta. Gli stessi parlamentari che l’hanno approvata dichiarano che sarà applicata in modo selettivo. In pratica si è preparato il terreno giuridico per un’attività repressiva. Contro chi attuarla, verrà deciso di volta in volta dall’alto. 

Suo marito è sopravvissuto a un avvelenamento a colpi di siringa e lei ha subito aggressioni e minacce, dopo la pubblicazione di una sua indagine sulle attività di Yevgeny Prigozhin, uno degli uomini più potenti della Russia. È stato lui il mandante?
Certo che è stato Prigozhin. L’ho sempre sostenuto e ormai nemmeno gli aggressori materiali lo nascondono (Prigozhin ha smentito, ndr). 

E ci sono state altre azioni aggressive contro di lei e la sua famiglia? 
Recentemente no. A quanto ho saputo, Prigozhin ha avuto uno stop dal Cremlino: niente violenza contro Sobol. Putin non vuole perdere la faccia davanti ai leader mondiali. Però io so bene che Prigozhin è uno che non perdona. 

È vero che state per pubblicare un’inchiesta sulle ricchezze accumulate dagli amici di più vecchia data di Putin, come i fratelli Rotenberg (ex sparring partner di judo del futuro presidente diventati imprenditori edili e banchieri, ndr)?
Non posso anticipare niente sulle prossime inchieste. Anche perché non crederà mica che siamo i soli a registrare questa conversazione (indica sul tavolo il registratorino che stiamo utilizzando per l’intervista, ndr)?

Vuol dire che in questo momento siamo intercettati da microfoni dell’Fsb (servizio di sicurezza erede del Kgb sovietico, ndr)?  
Certamente sì. Non abbiamo alcun dubbio che qui nei nostri uffici ci ascoltino. Ma siamo abituati a lavorare in queste condizioni. E non abbiamo niente da nascondere. A parte i risultati delle nostre indagini, fino alla pubblicazione. Posso solo dirle che sicuramente indaghiamo sugli amici di Putin e sui vertici del regime. E continueremo a farlo. 

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Perché il nuovo summit sull’Ucraina si risolverà in un nulla di fatto

A tre anni di distanza, riprendono le trattative per il Donbass. Questa volta a Parigi si incontreranno Macron, Merkel, Putin e Zelensky. Lo stallo però è destinato a continuare. Un compromesso tra Kiev e Mosca pare impossibile, soprattutto senza un accordo tra Russia e Usa. L'analisi.

L’ultimo incontro nel cosiddetto “formato normanno” risale all’ottobre del 2016. A Berlino si riunirono con Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, i quattro che si erano visti per la prima volta in Normandia nel 2014 alle celebrazioni per il 60esimo anniversario dello sbarco degli Alleati e che avevano poi sottoscritto gli Accordi di Minsk nel 2015 impostando la road map del processo di pacificazione nel Donbass.

Da allora un sostanziale stallo, con la diplomazia internazionale incastrata sulla crisi ucraina, il conflitto nel Sud-Est della repubblica ex sovietica di fatto congelato, il numero delle vittime salito a oltre 13 mila e quello dei profughi, interni e verso la Russia, nell’ordine dei milioni.

Una tragedia sparita dai radar dei media occidentali che solo saltuariamente torna sotto i riflettori, evidenziando ogni volta la situazione critica in un Paese nel cuore dell’Europa dove si combatte una vera proxy war, una guerra per procura, tra Russia e Stati Uniti con l’Unione europea a fare in sostanza da spettatrice.

IL PRIMO FACCIA A FACCIA TRA ZELENSKY-PUTIN

Il summit di lunedì 9 dicembre a Parigi, padrone di casa Emmanuel Macron, è dunque il tentativo di fare un passo in avanti per smuovere i macigni che hanno ostruito la via verso la pace. Operazione quasi impossibile, ma il solo fatto che gli attori principali si vedano direttamente deve essere valutato positivamente, anche se alla fine la montagna partorirà il solito ridicolo topolino. Oltre a Macron, l’altra novità del quartetto è rappresentata da Volodymyr Zelensky. Eletto quest’anno – ha sostituito Poroshenko, trionfatore della rivoluzione di Euromaidan finito però disgrazia dopo il mandato fallimentare alla Bankova – Zelensky sta tentando di trovare la via del compromesso con la Russia. Spalleggiato da Francia e Germania della sempre presente cancelliera Merkel, si incontrerà per la prima volta faccia a faccia con Vladimir Putin che oggi come allora ha ancora in mano i destini del Donbass: i separatisti filorussi possono infatti sopravvivere solo con l’aiuto di Mosca, cui basta il minimo sforzo per tenere in scacco l’Ucraina sul fronte sudorientale.

UN COMPROMESSO TRA MOSCA E KIEV È ANCORA MOLTO DIFFICILE

Zelensky, Putin, Merkel e Macron ripartono quindi dagli accordi di Minsk, vecchi ormai quasi cinque anni (sottoscritti nel febbraio del 2015, sulla base del primo patto bielorusso del 2014), e riproposti adesso nella cosiddetta formula Steinmeier, una versione semplificata sulla quale ci sarebbe un’intesa preliminare. Il condizionale è d’obbligo, visto che se i punti chiave sono più o meno chiari (status speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk ed elezioni libere e monitorate), la tempistica è invece ancora nella nebbia.

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky.

In sostanza, ed è qui il duello tra Russia e Ucraina, Kiev vorrebbe ottenere il controllo del confine prima delle elezioni, mentre Mosca il contrario. Dato che vie di mezzo non ce ne sono, è assai improbabile che si arrivi presto a un compromesso accettabile da tutti, soprattutto da Zelensky che a casa propria è incalzato dai falchi nazionalisti (vasta fazione dentro e fuori il parlamento, quest’ultima numericamente minoritaria, ma più pericolosa) che invece di una soluzione diplomatica preferirebbero una suicida resa dei conti militare.

LA RUMOROSA ASSENZA DEGLI USA AL TAVOLO DIPLOMATICO

Nulla di nuovo perciò all’orizzonte, se non la volontà, diplomatica, di riaprire il dialogo dopo il silenzio di tre anni. La partita, inoltre, si gioca su più fronti: il quartetto normanno è uno specchietto per le allodole, dato che esclude in partenza uno dei player maggiori e decisivi, cioè gli Stati Uniti. Così come Barack Obama aveva delegato la mediazione ad Angela Merkel, Donald Trump si guarda bene dall’entrare direttamente in gioco, nonostante da Kiev Poroshenko prima e Zelensky poi abbiano cercato di tirarlo per la giacca per allargare il tavolo delle trattative. È evidente però che senza un accordo tra Russia e Stati Uniti non ci potrà essere alcuna vera e duratura soluzione del conflitto, al di là di qualche accorgimento cosmetico e temporaneo.

IL MACIGNO DELLE SANZIONI

Il lavoro sporco è riservato insomma tra Parigi e Berlino che si devono accollare oltretutto gli svantaggi della strategia delle sanzioni, volute in primo luogo da Washington, ultima però a subirne riflessi e contromisure. Nonostante i malumori fino a ora si è andati avanti su questa linea, anche se ora appaiono i primi tentativi reali di smarcamento guidati da Macron. Angela Merkel, che nonostante le pressioni a stelle e strisce mai ha mollato il progetto Nordstream, il gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico che aggira l’Ucraina, ha sempre giocato su due fronti.

Attivisti dell’estrema destra ucraina manifestano davanti all’ufficio del presidente prima del summit del 9 dicembre.

L’UCRAINA È LACERATA SENZA SOVRANITÀ DAL 1991

L’Ucraina è insomma il teatro di braccio di ferro tra Cremlino e Casa Bianca che va oltre il nome dei rispettivi inquilini e dove l’Europa di Germania e Francia ha dimostrato la propria debolezza. A Kiev – dove dopo il cambio di regime del 2014 che ha lasciato immutato l’establishment politico-economico, l’onda verde di Zelensky sembra più incline adesso al compromesso con il sistema oligarchico che non alla sua distruzione – l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Europa è necessario per non sprofondare nel baratro, ma non certo sufficiente per avere quella piena sovranità che gli ucraini attendono dal 1991, cioè dall’indipendenza dall’Urss. Il Paese è lacerato, la Crimea annessa dalla Russia e il Donbass de facto un protettorato di Mosca: impossibile ricomporre i cocci se Mosca e Washington non si metteranno d’accordo in qualche modo, anche sopra la testa di Kiev.

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Il gasdotto che avvicina Putin e Jinping

I due leader tengono a battesimo la pipeline. Costruita da Gazprom, fornirà alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il progetto.

Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo cinese Xi Jinping, in video collegamento rispettivamente da Sochi e da Pechino, hanno tenuto a battesimo il lancio del gasdotto ‘Forza della Siberia’, costruito da Gazprom, che fornirà alla Cina, a regime, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il contratto fu firmato nel 2014 sull’onda della crisi ucraina e del grande gelo fra Russia e Occidente. «Il rapporto energetico fra Russia e Cina raggiunge un altro livello», ha detto Putin dando il via alle forniture.

BOCCHE CUCITE SUL PREZZO DI FORNITURA DEL GAS

Il gasdotto, lungo 3 mila chilometri, trasporterà il gas dai centri di produzione di Irkutsk e Yakutia ai consumatori dell’Estremo Oriente russo e quindi in Cina, attraverso la rotta orientale. Il prezzo di fornitura del gas è uno dei segreti di Stato più inaccessibili della Russia di Putin ma, stando a indiscrezioni pubblicate da alcuni media, varrà circa 400 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni. Alla cerimonia di lancio del gasdotto ha partecipato anche l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, che si trovava presso la città di confine fra Russia e Cina Blagoveshchensk, dove è dislocata una stazione di pompaggio del gasdotto.

XI JINPING: «UNA NUOVA FASE DELLA NOSTRA COOPERAZIONE»

«Quest’anno celebriamo i 70 anni da quando sono stati stabiliti i legami diplomatici tra Russia e Cina e iniziamo le forniture alla Cina», ha affermato Putin. «Questo passaggio porta il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo e ci avvicina all’obiettivo di un interscambio commerciale di 200 miliardi di dollari entro il 2024», ha rimarcato Putin. «Lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi è e rimarrà una traiettoria prioritaria nella politica estera di ciascuno dei nostri Paesi», ha detto Xi Jinping, sottolineando come l’entrata in servizio del gasdotto sia «un importante risultato intermedio e l’inizio di una nuova fase della nostra cooperazione».

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Putin: «Stiamo perfezionado un’arma unica al mondo»

Il presidente russo ha confermato che nell'incidente nucleare dell'8 agosto scorso i tecnici stavano testando un nuovo vettore nucleare.

Il misterioso incidente nucleare registrato lo scorso agosto in un poligono militare nella regione di Arkhangelsk, in Russia, è avvenuto durante il test di un’arma «che non ha analoghi al mondo». Lo ha confermato lo stesso Vladimir Putin mesi dopo l’incidente. Il presidente russo ha svelato “il mistero” parlando ai familiari delle vittime durante una cerimonia di premiazione al Cremlino trasmessa in tv.

«UN’ARMA PER ASSICURARE LA SOVRANITÁ DELLA RUSSIA»

Nel poligono navale di Nyonoksa, sul Mar Bianco, l’8 agosto un’esplosione ha ucciso due militari e cinque ingegneri nucleari facendo salire il livello delle radiazioni nella zona per un breve periodo. «Stiamo parlando delle più avanzate idee e soluzioni tecniche che non hanno analoghi al mondo, di armi progettate per assicurare la sovranità e la sicurezza della Russia nei decenni a venire», ha affermato Putin.

INCIDENTE L’8 AGOSTO SCORSO

Secondo la ricostruzione dell’agenzia nazionale per l’energia atomica Rosatom, gli ingegneri avevano completato una serie di test su una piattaforma offshore a Nyonoksa quando un incendio è scoppiato nell’area dei test con la conseguente esplosione di un motore. Oltre ai morti e feriti, il disastro ha comportato un aumento dei livelli di radiazioni 16 volte sopra la media nella vicina città di Severodvinsk.

COSA STAVANO TESTANDO I RUSSI

Nelle settimane successive all’esplosione si è scritto molto di cosa fosse oggetto di test. Mosca si è limitata a confermare che i tecnici stavano lavorando a un motore a propulsione nucleare. C’è chi ha parlato di un nuovo missile anti nave, o di un drone sottomarino, ma analisti americani hanno detto che i test potrebbero essere collegati al nuovo vettore 9M730 Burevestnik, denominato “Skyfall” dalla nato Nato. Stando a dichiarazioni successive di Putin lo Skyfall dovrebbe avere una gittata illimitata e sarebbe classificato come arma di “vendetta”, da utilizzare quindi dopo un eventuale attacco nucleare.

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Fine dell’operazione turca in Siria, pronto il controllo congiunto con la Russia

Il ministro della Difesa di Ankara annuncia: «Ritiro dei curdi completato. Non serve riprendere l'offensiva». Putin incorona Assad: «Spinte separatiste fomentate dall'estero».

L’hanno legato all’uscita di scena della presenza delle milizie curde, ma l’annuncio arrivato da Ankara nella notte tra il 22 e il 23 ottobre ha a che fare soprattutto con l’accordo trovato con le truppe russe per il controllo dell’area. Informati dagli Usa sulla conclusione delle operazioni di ritiro dal Nord della Siria, i turchi hanno annunciato la fine dell’offensiva nella zona settentrionale della Siria.

«RITIRO DEI CURDI COMPLETATO»

«Non è necessario» riprendere l’offensiva contro i combattenti curdi in Siria, visto che «il loro ritiro» dalle zone di confine è stato «completato», come «ci hanno confermato gli Stati Uniti», ha detto in una nota il ministro della Difesa turco Hulusi Akar, secondo quanto riportano i media internazionali, spiegando che «in questa fase, non è necessario effettuare una nuova operazione».

Il presidente siriano Bashar al-Assad al fronte. EPA/SANA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

L’INTESA TRA ERDOGAN E PUTIN NEL NOME DI ASSAD

In realtà Recep Tayyp Erdogan ha trascorso la notte dell’annuncio a Sochi a fianco di Vladimir Putin, dove i due leader hanno trovato l’accordo per creare una zona cuscinetto pattugliata da forze congiunte turche e russe. Putin ha parlato di sentimenti separatisti «fomentanti dall’estero» e ha detto che la regione va liberata dalla presenza illegale straniera. Grande vincitore della partita, neanche a dirlo, Bashar al Assad, una volta detto ‘il macellaio’.

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