Violenza domestica, le difficoltà di chiedere aiuto in isolamento

Il numero da chiamare il 1522. Ma telefonare a fianco del proprio maltrattante è difficile. Per questo esistono app ed emoticon con cui lanciare l'allarme. La testimonianza della presidente di Differenza Donna e dell'avvocata Posillipo: «Ricevo decine di messaggi. La paura più grande è per i figli».

«È altamente probabile che il livello della già diffusa violenza domestica aumenti, come già suggerito da indicazioni preliminari di polizia e operatori», ha lanciato l’allarme la relatrice speciale dell’Onu per la violenza contro le donne, Dubravka Simonovic.

«Per fin troppe donne e troppi bambini la casa può essere un luogo di paura e abuso. Una situazione che si aggrava considerabilmente in casi di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza Covid-19», che potrebbe portare a un aumento di casi di femminicidi perpetrati dal partner.

L’ultima vittima si chiamava Lorena Quaranta, aveva solo 27 anni. Studiava Medicina. La mattina del 31 marzo è stata strangolata e uccisa dal suo ragazzo nella loro casa di Messina.

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«LE DONNE CONTROLLATE H24»

Se uscire da una situazione di violenza è già difficile in condizioni normali, la convivenza forzata peggiora drasticamente le cose. In questo periodo di emergenza per via del Covid-19 e di isolamento obbligato, gli accessi ai centri antiviolenza di Differenza Donna sono crollati drasticamente dell’85%, conferma a Lettera43.it la presidente Elisa Ercoli: «Solitamente seguiamo 1600 donne l’anno, e questo dato è impressionante». Le vittime di violenza domestica spesso non riescono a chiedere aiuto perché chiuse in casa con il proprio maltrattante. Se lo fanno, è a voce bassissima, qualcuna dentro la doccia. «Queste donne non riescono a usufruire più di spazi di non controllo dove potevano fare domande, essere informate, capire come difendersi», continua Ercoli. «Una donna può uscire da una situazione di violenza quando ha chiaro quali sono i suoi diritti e quale è la possibilità reale e percorribile di un progetto alternativo a quello che sta vivendo». Per la maggior parte di queste donne è impossibile parlare al telefono – nella prima settimana di isolamento le chiamate per chiedere aiuto erano diminuite del 55% – per questo Differenza Donna sulla sua pagina Facebook ricorda i numeri di cellulare da poter contattare tramite WhatsApp. E il 1522 è raggiungibile anche tramite un’app gratuita, proprio per facilitare la comunicazione.

“Nelle grandi emergenze si torna indietro come nel Texas o si dà una spinta in avanti. Questa la proposta giunta al voto…

Posted by Associazione Differenza Donna on Friday, March 27, 2020

IL DRAMMA DEI FIGLI COSTRETTI AD ASSISTERE ALLA VIOLENZA

E poi c’è il dramma fin troppo silenzioso della violenza assistita, quella dei figli costretti a essere spettatori di urla e percosse. «Oggi il 100% delle donne vittime vivono contemporaneamente anche la violenza assistita da parte del maltrattante nei confronti dei loro figli, esposti 24 ore su 24 a un clima di tensione», ricorda la presidente. «Il maltrattamento fisico non è continuo ma spesso alternato ad altre forme come la violenza psicologica, lo svilimento, l’isolamento, quello che oggi stiamo vivendo tutti. Bambini e bambine sono sottoposti a uno stress molto forte. Non hanno la pausa delle ore passate scuola, né possono beneficiare di altre relazioni per rallentare quello stress». Il 98% delle donne che hanno chiesto aiuto sono italiane. Significa che le donne migranti sono le prime a essere diventate invisibili. «Un effetto prevedibile», secondo Ercoli. «Esistono discriminazioni multiple che rendono ancora più difficile l’uscita da una situazione di violenza e ovviamente questo vale sia per le donne migranti che per quelle con disabilità e che appartengono ad ulteriori minoranze».

LA COLLABORAZIONE TRA FORZE DELL’ORDINE E CENTRI ANTI-VIOLENZA

Ercoli ricorda che vanno seguite scrupolosamente le indicazioni (accolte all’unanimità) sul tema che Differenza Donna ha inviato alla presidente della commissione Femminicidio Valeria Valente. «Esiste anche una app della polizia di Stato: il capo Franco Gabrielli ha accolto le indicazioni e stilato un documento per comunicare agli agenti di applicare tutte le misure cautelari di ordini di allontanamento previste dalla legge. In questa battaglia si lavora in un sistema di collaborazione tra le forze dell’ordine, le procure, i tribunali e i centri antiviolenza che sono centrali in questo processo di sostegno. Dobbiamo dare applicazione a tutte le norme di protezione». Non solo: va fatto un grande sforzo per superare gli stereotipi e pregiudizi che troppe volte hanno impedito di salvare le vittime. «La prima regola per applicarle è dare credibilità al racconto di una donna e quindi nel momento in cui chiede aiuto alle forze dell’ordine loro devono collegarle ai centri antiviolenza e dare tutte le opportunità che già sono in campo ma che in un periodo precedente a questa emergenza venivano sottoutilizzate».

IN QUESTO MOMENTO PIÙ CHE MAI LE NORME VANNO APPLICATE

Chiedere aiuto è necessario: «Consigliamo di chiamare il 1522 perché è non solo lo strumento di primo accesso, ma anche quello che dice alla donna qual è il centro antiviolenza più vicino. Quando servono azioni pratiche come l’organizzazione di una fuga o l’avvio di procedimenti sia in ambito penale che civile, sono necessari anche il supporto di legali». Differenza Donna dispone di un ufficio legale con 20 avvocate donne «che sono specializzate da 30 anni nel sostegno alle donne in uscita dalla violenza». Come l’avvocata Teresa Manente. «Oggi il nostro ordinamento normativo dispone di misure in grado di assicurare in maniera tempestiva protezione alle donne: arresto in flagranza, ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare, misure cautelari specifiche e ordini di protezione in sede civile», spiega. «Strumenti che se fossero applicati in maniera rigorosa eviterebbero la necessità di fuga dalla casa familiare da parte delle donne tutelandone la loro incolumità e quella dei figli minori. Eppure nella prassi queste norme troppo spesso non vengono applicate. Le donne non sono credute e le loro paure sono sottovalutate»

L’AVVOCATA POSILLIPO: «RICEVO DECINE DI RICHIESTE DI AIUTO»

L’avvocata Carmen Posillipo, esperta in diritto di Famiglia, racconta che in questo periodo, in cui le attività giuridiche sono sospese, il suo cellulare è «invaso dalle richieste di aiuto». Se un’udienza di separazione o divorzio viene rinviate il problema può degenerare. «È capitato che una mia assistita sia stata aggredita in questi giorni, dovendo ricorrere al Codice rosso. Non è stato semplice perché l’aggressore era a pochi passi da lei. Fortunatamente il cognato abitava di fianco e sentendo le urla è intervenuto». Dopo questa richiesta e tante altre, l’avvocata ha pensato a una sorta di linguaggio in codice, per chiedere aiuto: chi non può scrivere sui propri social o via WhatsApp, perché controllata dal partner, può postare sul proprio profilo o inviare una emoticon, quella con la mascherina.

«NON POSSIAMO PIÙ NOTARE I LIVIDI, MA SENTIRE LE URLA SÌ»

«Ho notato che oggi le vittime hanno più paura di prima proprio perché si preoccupano dell’allontanamento da casa per i bambini e del mantenimento economico», dice Posillipo. Le richieste come sono state formulate? «Tutte via WhatsApp». Qualche giorno fa, mi spiega, una donna le ha inviato la foto del suo volto tumefatto, lei l’ha chiamata immediatamente ma senza risposta. «Non riescono proprio a parlare. La violenza di genere è una dinamica particolare, spesso gli uomini conoscono le password del telefono e dei profili social, hanno il controllo totale. È come chiedere aiuto in presenza del proprio sequestratore». L’avvocata ricorda che in questo momento di silenzio nelle nostre città, dovremmo essere tutti più attenti ai segnali attorno a noi. Le urla dei vicini sono più facili da riconoscere. Parlando del femminicidio della studentessa di Messina, Posillipo sottolinea: «Un altro aspetto da considerare è che prima dell’isolamento, se un familiare o un amico ti vedeva con i lividi sul volto, capiva cosa stava accadendo e potevano intervenire. Adesso purtroppo i lividi restano in casa e c’è tutto il tempo per guarire».

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L’ex marito le diede fuoco: la lotta di Maria Antonietta Rositani un anno dopo

L'11 marzo 2019 Ciro Russo tentò di ucciderla dopo essere evaso dai domiciliari. Nonostante più di una denuncia. Da quel giorno è vissuta in ospedale a Bari, tra dolori e 200 operazioni chirurgiche. Ma finalmente, per via del coronavirus, è stata trasferita nella sua Reggio Calabria. E dice alle vittime di violenza: «Scappate». L'intervista.

È passato oltre un anno dall’11 marzo 2019, giorno in Maria Antonietta Rositani fu quasi uccisa dal suo ex marito. Le gettò della benzina addosso, poi le diede fuoco mentre si trovava in auto assieme al cane di suo figlio. Pioveva, così per salvarsi mise il viso in una pozzanghera che usò anche per spegnere i vestiti. Fu l’ultimo giorno di libertà per Maria Antonietta, l’ultimo in cui ha camminato. Quella mattina era uscita, dopo aver accompagnato i figli a scuola, senza sapere che casa non l’avrebbe più vista per tanto tempo.

USTIONI SUL 55% DEL CORPO

L’ospedale è diventato casa sua in questo anno. Dopo l’aggressione ha riportato ustioni sul 55% del corpo, rimanendo per lungo tempo in pericolo di vita, e ha trascorso 12 mesi all’ospedale di Bari, dove ha affrontato circa 200 interventi chirurgici. Il suo carnefice, Ciro Russo, per farle del male quell’11 marzo era evaso dagli arresti domiciliari ad Ercolano (Napoli), dove si trovava per maltrattamenti in famiglia, e aveva percorso in auto 500 chilometri per arrivare fino a Reggio Calabria.

LA SUA FAMIGLIA ORA È VICINA

Il 27 marzo 2020 Maria Antonietta ha realizzato il suo sogno di tornare “a casa”, come chiama lei la sua città: è stata trasferita agli Ospedali riuniti di Reggio dove le cure saranno ancora lunghe, i dolori non la lasceranno così presto. Ma almeno può avere la sua famiglia vicina. E per lei significa molto. A causa della situazione di emergenza dovuta al coronavirus il suo appello, in cui chiedeva di essere trasferita, è infatti stato raccolto.

Quella di Maria Antonietta Rositani è una storia di coraggio e di forza che, in un momento difficile come questo, ci…

Posted by Mara Carfagna on Wednesday, March 25, 2020

«Maria Antonietta è tornata la sua città», ha detto Cinzia Nava, presidente della Commissione regionale Pari opportunità della Calabria, «e non poteva esserci notizia più bella in questo momento di isolamento, sbandamento e paura, a causa dell’emergenza». Per la vice presidente della Camera Mara Carfagna «questa è una storia di coraggio e di forza che, in un momento difficile come questo, ci porta un messaggio di speranza: dopo un anno di lotte, di interventi e di sofferenza, finalmente è tornata a casa dai suoi figli». Quando telefono a Maria Antonietta in stanza con lei c’è la sua famiglia.

DOMANDA. Maria Antonietta, oggi è felice?
RISPOSTA. Molto. Qui ci sono le persone che amo, questa è casa. A Bari ho dovuto lasciare il reparto di chirurgia plastica dove mi trovavo perché in quel padiglione è stata adibita un’ala apposita per i ricoveri da coronavirus.

Il reparto dove è stata trasferita era inadeguato?
Non avrei potuto avere le cure che mi servono e sarei stata esposta al rischio di contagio. Siamo stati trasferiti in un altro reparto fatiscente, degli Anni 40. I letti avevano ancora la manovella, per farle capire.

Come sta fisicamente?
Le cure procedono abbastanza bene, ancora non cammino perché le cosce sono il punto più colpito dall’aggressione, il percorso è lungo. Gli interventi sono stati così tanti che non ricordo il numero.

Il suo ex marito è in attesa di processo.
Sì, ma a causa dell’emergenza anche quelli sono stati rinviati.

Lei lo aveva denunciato?
Sì, nel 2017 quando lui oltre a maltrattare me diede un forte schiaffo a mia figlia, che aveva la bocca piena di sangue. Chiamai subito i carabinieri di fronte a lui e il giorno dopo lo denunciai.

I carabinieri mi dissero che lo schiaffo di un padre a una figlia non è nulla di strano, succede

La sua reazione quale fu?
«Hai chiamato gli amici tuoi, ma non faranno niente», disse sbeffeggiandomi. Purtroppo fu così. I carabinieri che arrivarono a casa mi risposero che lo schiaffo di un padre a una figlia non è nulla di strano, succede. E, quel che è peggio, la denuncia che feci rimase nel cassetto.

Come lo sa?
Mio padre andò in caserma, parlò della mia situazione con un maresciallo donna, che aprì il cassetto e rovistando trovò la denuncia. Se ne erano dimenticati, si rende conto?

Non fu l’unica volta in cui denunciò il suo ex marito.
No, lo feci anche per segnalare che mentre era agli arresti domiciliari usava il cellulare per offendermi e minacciarmi. Nemmeno quella fu ascoltata, nessuno la portò al magistrato. E non è tutto: la mattina dell’aggressione il mio ex suocero andò nella caserma di carabinieri di Ercolano per sporgere denuncia contro il figlio che era evaso dalla casa in cui vivevano assieme. Manifestò la paura che fosse venuto da me per farmi del male.

Perché la caserma di Ercolano non ha chiamato quella di Reggio Calabria per avvertire della fuga del mio ex marito?

E cosa accadde?
Niente. Questo è il punto. Perché la caserma di Ercolano non ha chiamato quella di Reggio per avvertire di questa fuga? Perché non è arrivata la polizia? A quest’ora io non mi troverei in queste condizioni.

I suoi figli con chi vivono?
A casa mia, con i miei genitori e i miei fratelli. Pensi che oggi è il compleanno di mio figlio, 11 anni, e non posso essere con lui.

Quanto è stato difficile questo anno, Annamaria?
Ho avuto sempre i miei cari che non mi hanno mai lasciato, nemmeno di notte. È stato però molto duro, i dolori sono stati atroci, inimmaginabili. A luglio purtroppo sono stata in coma farmacologico per una complicanza. La fede mi ha aiutata in questo percorso. Però sono un’umana anch’io, e in certi momenti crollo.

In una situazione come la sua lo faremmo tutti.
Oggi per esempio sto facendo una trasfusione perché ho l’emoglobina bassa. Sono stanca, mi fanno male le gambe. Questo per me è un pomeriggio pesante. Poi mi ripeto che devo andare avanti, che ce la devo fare. Stando sempre sola in quattro mura però non è facile: sto quasi sempre con gli occhi chiusi, questo non aiuta. Non ho nemmeno la tivù.

I medici sono fiduciosi?
Sì, sono ottimisti. Sia quelli di Bari sia di Reggio. In questo momento sono molto importanti le medicazioni e dovremo cercare un fisioterapista per iniziare di nuovo a muovere gli arti inferiori.

Mi manca il mio letto, il profumo della mia stanza, andare a svegliare i miei figli

Cosa le manca di più?
Camminare, tantissimo. Mi manca anche andare in bagno a lavarmi la faccia, il mio letto, il profumo della mia stanza, andare a svegliare i miei figli. Non avevo idea che dal 12 marzo 2019 non avrei più potuto fare queste azioni che sembrano così piccole.

Ha ancora paura del suo ex marito?
Sì. Temo che possa fare ancora qualcosa di brutto e, di questi tempi, che esca in fretta di prigione.

Oggi le vittime di violenza sono costrette all’isolamento con i loro carnefici. Le chiamate ai numeri di aiuto sono crollate drasticamente.
Purtroppo è una condizione drammatica. Ma io voglio dire loro una cosa importante: uscite di casa, denunciate, chiedete aiuto, andatevene. Potete uscire per scappare. E non preoccupatevi per i vostri figli, i centri anti-violenza si occuperanno anche di loro, non vi separeranno da loro. Diciamo basta! Non possiamo continuare a farci distruggere corpo e mente.

Nonostante le sue denunce inascoltate, lei crede ancora nella giustizia?
Certo, assolutamente sì. Andate a denunciare, sempre.

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Come si può uscire dalla violenza domestica in quarantena

Il numero 1522 è sempre attivo. Ma telefonare con un compagno pericoloso nella stanza accanto è complicato: le chiamate sono diminuite del 55% rispetto al 2019. Ci sono però le chat. E la possibilità di scappare. Ne abbiamo parlato con la deputata Lucia Annibali: «Andarsene di casa per questi motivi è possibile anche in questa situazione di emergenza».

In settimane di isolamento obbligato, per tante donne la casa sta diventando una prigione. Se si vive a fianco di uomini maltrattanti, i muri della propria abitazione possono diventare asfissianti e pericolosi. Le liti aumentano, le botte anche. E chiedere aiuto diventa complicato: il rischio è che lui, nella stanza a fianco, ascolti la telefonata ai numeri di emergenza e si vendichi è alto. Lucia Annibali, avvocata, parlamentare di Italia viva ed ex vittima (fu aggredita con l’acido nel 2013 dall’ex fidanzato Luca Varani), spiega a Lettera43.it che «è molto importante porre l’attenzione su questo tema che viene sempre sottostimato. Se ne parla troppo poco. Quelle delle vittime di violenza non sono sofferenze che vanno in quarantena. Anzi».

CHIAMATE DIMEZZATE RISPETTO AL 2019

Con le misure restrittive per il coronavirus le richieste di aiuto delle donne sono crollate: dai dati del Telefono Rosa è emerso che le chiamate, rispetto a quelle dello stesso periodo del 2019, nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1%: da 1.104 sono passate a 496.

TELEFONARE NON È SEMPLICE: CI SI PUÒ AFFIDARE A UNA CHAT

A queste donne impossibilitate a parlare al telefono nella propria abitazione, le volontarie del Telefono Rosa – che gestiscono il numero antiviolenza e antistalking 1522, servizio pubblico della presidenza del Consiglio-Dipartimento Pari opportunità – rivolgono l’invito a comunicare in chat la loro storia per non esporsi al pericolo di essere scoperte e aggredite per l’ennesima volta.

SBLOCCO DI RISORSE ANNUNCIATO DALLA MINISTRA

È il caso di una donna di 51 anni della provincia di Milano che ha prima telefonato quasi sussurrando e poi ha scelto di utilizzare la chat per chiedere aiuto. Ha raccontato di essere sposata con un uomo che è sempre stato violento con lei sia psicologicamente sia fisicamente. La situazione è diventata insostenibile e vorrebbe uscirne. Ma tante altre donne con l’emergenza Covid-19 hanno invece desistito a chiedere aiuto. In questo quadro la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti ha lanciato sui social network una campagna informativa e annunciato un importante sblocco di risorse. Ne parliamo con l’onorevole Annibali.

DOMANDA. In questo momento di emergenza cosa possiamo dire alle donne in difficoltà che ci leggono?
RISPOSTA. Innanzitutto va ricordato che il numero anti-violenza di Telefono Rosa è garantito e attivo 24 ore su 24 e l’impegno dei centri anti-violenza continua anche in questi giorni.

È emerso però che può essere molto complicato telefonare quando si è rinchiuse in casa con il proprio maltrattante.
Se si ha bisogno di uscire di casa per necessità importanti la porta è aperta. Il messaggio che ha lanciato la ministra e che hanno sottolineato i centri anti-violenza è appunto che si può uscire di casa se si deve. Le penali ovviamente non valgono per chi fugge da una situazione pericolosa.

Poi c’è la questione dei fondi.
La ministra Bonetti, con la quale mi sono sentita ieri su questo tema, ha annunciato l’intenzione di voler accelerare lo sblocco delle risorse pari a 30 milioni del 2019 oltre ai 20 milioni già stanziati dal piano 2020. In più ha annunciato che destinerà risorse ad hoc perché va ricordato che le operatrici ci sono – e quindi le donne devono e possono chiedere aiuto -, ma vanno messe in sicurezza. Si pone il problema di trovare strutture adeguate sul piano sanitario oltre che della protezione.

Bonetti sta lavorando anche con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.
Sì, stanno studiando un nuovo provvedimento per individuare nuove strutture, spazi aggiuntivi per mettere in protezione madri e figli in ambienti naturalmente non contaminati.

Il tema della violenza domestica sta passando in secondo piano in questo periodo di emergenza.
Come quasi sempre. Leggo spesso sui giornali della convivenza forzata, ma parliamo di famiglie dove ci sono rapporti sani. In tante convivenze invece c’è molto altro. Di questo dobbiamo occuparci.

Lei come sta vivendo queste settimane?
Io sto in casa, sono da sola. Ma sono abituata a restrizioni di libertà (sorride, ndr).

A proposito di questo, vuole dire qualcosa a chi si lamenta?
Cerchiamo di rispettare le norme che sono fondamentali. Questo è un momento di responsabilità. Capisco la difficoltà di tutti, anche io ho i genitori lontani, nelle Marche, non li vedo da tanto e naturalmente non posso andare a trovarli. Però ci sono altri mezzi per comunicare. Immagino che le convivenze forzate non siano facili, così come lo stare soli in casa. Ma dobbiamo razionalizzare. E riflettere su quel qualcosa in più di cui prima avevamo bisogno e di cui possiamo fare a meno. Poi spero di imparare a cucinare!

E in parlamento?
Stiamo cercando di capire in che modalità portare avanti il nostro lavoro. Ci sono tanti lavoratori che non si fermano ed è quindi giusto che il parlamento vada avanti con tutte le accortezze del caso.

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Per le vittime di violenza domestica il decreto #iorestoacasa è un problema

La convivenza forzata in alcuni casi significa dividere 24 ore su 24 gli spazi familiari con il proprio maltrattante. Ma i numeri d'aiuto, come spiega la presidente del Telefono Rosa, restano attivi: «Fra 1-2 settimane rischiamo un picco di chiamate».

«Restate a casa». Un imperativo necessario in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo in Italia a causa del Covid-19. Ognuno di noi ha stravolto le proprie abitudini, imparare a vivere dentro quattro mura è difficile, soprattutto nel gestire i rapporti e la solitudine. Ma alle donne vittime di violenza domestica chi pensa? Ai bambini spettatori delle liti tra i genitori che rischiano di aumentare drasticamente a causa della convivenza forzata, chi pensa?

LA COMPONENTE FEMMINILE SOVRACCARICATA

L’emergenza coronavirus, ha detto il presidente dell’associazione WeWorld Marco Chiesara, «sta mettendo alla prova molte famiglie» a causa della «convivenza forzata con bambini, mariti e spesso anziani da accudire», con un carico che «ricade quasi esclusivamente sulla componente femminile della coppia». Ma non solo: «Se questa è la situazione nella normalità, le donne in situazioni problematiche o vittime di violenza in ambito domestico, in questi giorni stanno vedendo un drastico peggioramento della propria situazione».

A TORINO L’ULTIMO FEMMINICIDIO

E per le donne vittime di violenza «restare a casa significa dividere 24 ore su 24 gli spazi familiari con il proprio maltrattante, significa essere isolate da tutti e tutte e vedere il proprio spazio personale assottigliarsi di ora in ora». L’appello #restateacasa, che è sacrosanto per contenere il contagio, per tante donne può significare pericolo e violenza. La mattina del 13 marzo un vigile urbano di 66 anni alle porte di Torino ha ucciso moglie e figlio e colpi di pistola prima di togliersi la vita. Casi simili accadono quasi quotidianamente, la differenza è che in un momento simile andarsene non è possibile. Chiedere aiuto tramite telefonate o servizi online però si può.

I NUMERI ANTI-VIOLENZA SONO ATTIVI

Maria Gabriella Moscatelli, presidente del Telefono rosa, ci ha ricordato che il servizio anti-violenza è sempre attivo. «Per ogni necessità passiamo le avvocate, per la consulenza legale. Le volontarie capiscono di che tipo di necessità ha bisogno la donna e le indica il numero apposito. Se serve una psicologa, vale lo stesso. Il telefono rosa continua». I Cavcentri antiviolenza – sono attivi, ma chiaramente tutto telefonicamente e online. Le persone purtroppo non possiamo riceverle. Le case-rifugio funzionano regolarmente come chiesto dal decreto del presidente del Consiglio».

Stare a #casa non ci ferma.Nonostante la situazione difficile che stiamo vivendo il Telefono Rosa è attivo e pronto a…

Posted by Telefono Rosa – Pagina Ufficiale on Friday, March 13, 2020

È PRESTO PER RISCONTRARE UN AUMENTO DEI CASI

Abbiamo chiesto alla presidente Moscatelli se in questi giorni avessero riscontrato un aumento delle richieste d’aiuto. «Non ancora», ci ha spiegato. «Ci sono stati tanti femminicidi nell’ultimo periodo, le donne continuano a chiedere aiuto come sempre. Semmai stanno telefonando perché si sentono sole, ma in questo momento l’andamento è il solito, non abbiamo avuto picchi soltanto perché siamo ancora in una prima fase. Riparliamone tra una o due settimane».

ORA PREVALE ANCORA LA PREOCCUPAZIONE DEL CONTAGIO

Sì, perché mentre la Lombardia è blindata già da un po’, nel resto d’Italia le misure restrittive sono valide da pochi giorni. «In questo momento le popolazione è preoccupata di non essere contagiata, di avere la spesa a casa, di assistere gli anziani, di gestire i bambini che non vanno a scuola. A lungo andare probabilmente scoppieranno le liti, si manifesteranno le criticità già presenti nelle coppie o nelle famiglie, ma è presto. Dovremmo fare un bilancio tra un po’ di giorni. Ricordiamoci che fino a tre giorni fa la gente andava in giro senza aver recepito il rischio reale di questa pandemia». Moscatelli ha ricordato che i femminicidi non si fermano. Quello di venerdì mattina come quello avvenuto due giorni prima a Trento. «Purtroppo continuiamo a tenere alta la media».

Il numero per chiedere aiuto è 06 37518282.

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Se Libero gode per le manifestazioni delle donne cancellate l’8 marzo

In piena emergenza coronavirus il quotidiano famoso per la sua misoginia perde tempo a festeggiare l'annullamento delle manifestazioni delle donne. Con una penna femminile che sbeffeggia pure le scarpe rosse, simbolo degli omicidi di genere.

Libero odia le donne. Lo sappiamo da sempre. Lo hanno dimostrato decenni di titoli e articoli misogini. Dai tristemente famosi “Patata bollente” riferito a Virginia Raggi, passando per Nilde Iotti «grande in cucina e grande a letto» ai dimenticati «Le neofemministe sono semplicemente sceme» o «C’è chi l’ha troppo piccolo ma c’è chi l’ha troppo larga», per citarne qualcuno. Ma quello che appare come odio più probabilmente è paura nei confronti delle donne. Non ci sarebbe motivo, altrimenti, di un tale accanimento nei confronti di mezzo mondo.

GIÀ DENUNCIATI DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI

Il 5 marzo, in piena emergenza coronavirus (che hanno gestito giorno dopo giorno con un titolo più contraddittorio dell’altro, fino alla denuncia dell’Ordine dei giornalisti) quelli di Libero hanno trovato tempo per prendersela con le donne. La motivazione è che per le misure anti-contagio è stato annullato lo sciopero dell’8 marzo, come ogni altra manifestazione. “Finalmente… Femministe fuori combattimento. Liberi dalla retorica dell’8 marzo”, hanno titolato giovedì in prima pagina. Proprio come se rappresentasse una minaccia. “Cancellati eventi e manifestazioni: niente canzoni, mimose o slogan inutili“, recita il sommario dell’articolo, pensate un po’, firmato da una donna che si trova a esultare – non ci ha però spiegato il motivo – perché quasi tutte le manifestazioni sul tema sono state sospese.

PERSINO LE SCARPETTE ROSSE SOTTO ATTACCO

«Fra due giorni sarà l’8 marzo e non vedremo scarpette rosse e tipe con strambi costumi sciamare e cantare, non verremo infastiditi da slogan bisunti», è scritto nell’articolo, in cui si gongola persino per la cancellazione di presentazioni di libri, della fiera dell’editoria al femminile che era prevista a Roma, fino a un incontro su Alda Merini. Pure quello avrebbe infastidito l’autrice del pezzo. È triste e offensivo sputare sopra le scarpe rosse, poi, simbolo dei femminicidi che in questo Paese sono un’emergenza costante.

LIBERO NON CONOSCE IL SIGNIFICATO DI FEMMINICIDIO

Sappiamo però che Libero ne ignora il significato: a fine gennaio è riuscito a titolare “Sorprendente verità nelle statistiche: più maschicidi che femminicidi“. Nel 2019 le donne uccise sono state 75: uccise in quanto compagne, mogli, ex. Non in quanto appartenenti al genere femminile (il femminicidio rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte).

SE LOTTARE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI FA RIDERE

Non so se la giornalista in questione si senta soddisfatta del mondo in cui vive come donna. Evidentemente e per sua fortuna non ha mai vissuto ingiustizie di genere, discriminazioni, molestie. Ma non le importa di quelle delle altre. Perché il patriarcato ogni giorno ci mette di fronte a sfide complesse, stipendi più bassi di quelli dei nostri colleghi, licenziamenti in gravidanza, avance da parte dei capi, nei casi peggiori anche a violenze, botte, stupri. E migliaia di donne sabato sarebbero scese in piazza per dire «basta», per chiedere rispetto, per unirsi in questo grido.

Donne protestano contro le differenze di salario a Downing Street, Londra, nella Giornata internazionale della donna l’8 marzo 1971. (Getty)

I DIRITTI DI OGGI MERITO DELLE PIAZZE DI IERI

Il 5 marzo la Commissione europea presentando la sua strategia per la parità tra donne e uomini in Europa ha dichiarato che una donna su tre nell’Ue è stata vittima di violenza fisica e/o sessuale, sottolineando che la violenza di genere e gli stereotipi continuano a persistere. Anche se un numero maggiore di donne si diploma alle università, guadagnano in media il 16% in meno rispetto agli uomini e solo l’8% delle posizioni al top delle più grandi aziende dell’Ue sono donne. Se tutto questo alla giornalista di Libero fa ridere, ricordiamole che molti dei diritti di cui gode inconsapevolmente sono stati ottenuti grazie a chi, tanti anni fa, in piazza ci è andata.

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Non accettiamo che Vittorio Feltri riduca lo stupro a un dibattito da bar

Ha detto in radio e ribadito su Twitter che violentare una donna «è difficile e comporta una fatica bestiale». Una banalizzazione grave e insopportabile, ancor più da parte del direttore di un giornale. Perché il grado di resistenza della vittima non è un parametro in caso di abusi.

«Io sostengo che stuprare una donna sia uno schifo che comporta una fatica bestiale, mentre Parenzo dice che si fa facilmente. Chi ha ragione?». A parlare di violenza sessuale come fosse una partita di calcio di cui discutere al bar tra un rutto e una birra media è purtroppo un direttore di giornale: Vittorio Feltri, la cui misoginia è affare piuttosto noto. Parliamo sia dei suoi titoli – chi si ricorda il tristemente famoso “Patata bollente” in prima pagina su Libero riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi? – ma non solo: un paio di anni fa in un collegamento televisivo riuscì a parlare di «atto eroico» e di «pelo sullo stomaco» riferendosi allo stupratore di una senzatetto 74enne avvenuto a Roma. Parole offensive che fecero discutere. Feltri però non è cambiato di una virgola: nemmeno il #MeToo è riuscito a scalfire di un briciolo la sua volgarità, e il rispetto non è qualcosa che si impara.

LA «FATICA» PURE NEL SESSO CONSENZIENTE

Così l’11 febbraio il direttore di Libero è tornato a parlare di stupro – sarà un’ossessione? – in diretta a La Zanzara su Radio24. «Parenzo si è molto incazzato la settimana scorsa per una frase che tu hai detto sullo stupro: Si fa una grande fatica a scopare, figuriamoci a stuprare una persona», lo ha incalzato Cruciani. «Personalmente faccio fatica a scopare una che me la dà volentieri, figurati se posso scopare una che non me la vuole dare. Bisogna usare tutti i muscoli per tenerla ferma», risponde Feltri.

LO STUPRO «TECNICAMENTE DIFFICILE»

Parenzo, turbato, lo ha accusato di stupidaggine e di grezzume. Ma Feltri noncurante ha rincarato la dose. «Lo stupro è tecnicamente difficile, molto difficile. Bisogna usare la forza per piegarla alla sua volontà, ammetto che non saprei farlo».

Viene da chiedersi innanzitutto che senso abbia questa disgustosa conversazione e perché non è stata troncata sul nascere per rispetto di un tema serissimo e delle vittime di violenza sessuale che nel nostro Paese stanno salendo, come sottolineato dal rapporto Eures 2019 su femminicidio e violenza di genere. Solo quelle denunciate – quindi una minima parte – sono in costante aumento negli ultimi cinque anni: nel 2018 hanno raggiunto i 4.886 casi, con una crescita del 5,4% sul 2017 e del 14,8% sul 2014.

UNO STUPRO NON SI MISURA CON LA RESISTENZA DI UNA DONNA

Le parole offensive di Feltri non solo ignorano il dolore di queste vittime, banalizzando lo stupro, ma sembrano persino dare poca credibilità a questi episodi. Sembrano lasciar intendere: Se è così difficile violentare una donna, sarà vero che lo fanno in così tanti? Siamo sicuri che non ci sia un po’ di consenso? Siamo sicuri che lei si ribelli? Perché se si ribella non è facile andare fino in fondo… Pensieri inqualificabili e privi della minima cognizione di causa visto che sappiamo che ogni donna reagisce in modo diverso a un’aggressione, che lo choc e la paura possono immobilizzarci, ma che se in quel momento non abbiamo la forza di urlare o di provare a divincolarci non stiamo certo dicendo . Il consenso non si misura con il grado di resistenza della vittima. E no, per stuprare una donna non si fa nessuna fatica. La fatica la fa la vittima. Fatica nell’elaborare quello che è successo, nel riuscire a trovare la forza di raccontarlo, nel riviverlo nelle aule di tribunale, o nel tenerlo per sé se non ci si riesce. Il resto non meriterebbe nemmeno un commento. Ma non possiamo accettare che un direttore di un giornale si esprima in questi termini, e anziché scusarsi ne faccia persino un goliardico dibattito su Twitter.

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Rula è ancora troppo per un Sanremo abituato alle vallette

Jebreal sul palco dell'Ariston è stata quanto di più lontano da una «fidanzata di», una che «sa stare un passo indietro rispetto al suo uomo», citando il buon Amadeus. E il suo monologo ha toccato e fatto riflettere. Forse sarebbe stato più coraggioso inserirlo prima del siparietto di Diletta Leotta sulla bellezza.

Le critiche l’avevano preceduta per un lungo mese, tampinanti e rumorose. Per molti non era idonea per il Festival di Sanremo perché aveva denunciato che il nostro Paese è razzista (è falso, forse?).

Era stata massacrata per una vecchia foto con Harvey Weinstein (e allora Gwyneth Paltrow, Meryl Streep e le altre?), e attaccata per il compenso (nonostante abbia deciso di dividerlo con Nadia Murad, l’attivista Nobel per la Pace rapita e stuprata dai miliziani dell’Isis). O forse, diciamoci la verità, Rula Jebreal era soltanto “troppo” rispetto alle briciole che il Festival concede alle donne, ancora, nel 2020.

RULA È TROPPO RISPETTO AGLI STANDARD FEMMINILI DA ARISTON

Giornalista italo-israeliana, 46 anni, consigliera del presidente francese Emmanuel Macron per il gender gap, analista di politica estera, autrice di romanzi, docente di diritti umani all’università di Miami, firma di testate come il Guardian e la Bbc, non si può dire che la sua presenza non sarebbe stata ingombrante rispetto agli standard femminili del palco dell’Ariston.

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Niente di più lontano da una valletta, una «fidanzata di», una che «sa stare un passo indietro rispetto al suo uomo», citando il buon Amadeus. «Dirò cose che non avevo mai avuto il coraggio di dire», aveva annunciato Jebreal in conferenza stampa. Ed è stata quella la prima parola che mi è risuonata dentro ascoltandola: il coraggio. Non abbiamo visto un qualunque ‘monologo contro violenza sulle donne’. Niente di finto, recitato male e preconfezionato come ci si poteva aspettare dal Festival, che con queste cose ci azzecca una volta su un milione (chi si ricorda nel 2018 il tremendo siparietto di Michelle Hunziker insieme a una decine di donne che cantando Non sono una signora pensavano di lanciare un messaggio girl power?).

Diletta Leotta con Amadeus.

Quei 12 minuti che ci hanno tenuti attaccati alla voce tremante della giornalista sono stati potenti e necessari. Necessari in mondovisione, sulla Rai in prima serata, anche se sarebbe stato meglio non aspettare la mezzanotte e anticipare l’intervento di un paio di ore, magari facendo slittare il patetico siparietto di Diletta Leotta – una giovane donna affezionata alla chirurgia che ha provato a filosofeggiare sul significato di bellezza risultando ancora più finta – rivolgendosi alla nonna seduta in prima fila.

LE FAVOLE TRISTI DELLE BAMBINE

Il monologo di Jebreal è iniziato con le domande più frequenti rivolte alle donne vittime di violenza nelle aule di tribunale («Aveva la biancheria intima quella sera?», «Trova sexy gli uomini con i jeans») per denunciare «una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti, perché ce la siamo voluta». Poi ha parlato di sé, della sua esperienza di bambina in orfanotrofio, «dove sono cresciuta insieme con centinaia di bambine», ha ricordato la giornalista nata a Haifa da padre con ascendenze nigeriane e arabo palestinesi e madre palestinese. «La sera, una per volta, raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano. Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate».

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I NUMERI TERRIBILI DELLA VIOLENZA DI GENERE

Poi i numeri: «Negli ultimi tre anni 3 milioni 150 mila donne sono state vittime di violenze sessuali sul posto di lavoro, negli ultimi due 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze, una ogni 15 minuti, ogni tre giorni viene uccisa una donna, sei donne sono state ammazzate solo la scorsa settimana. E nell’80% dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare, ha le chiavi di casa». Qualcuno ha cercato di attaccarla persino sui numeri, come il giornalista Franco Bechis che ha twittato: «Nel suo monologo ha detto che in Italia sono state violentate negli ultimi tre anni sul posto di lavoro tre milioni di donne. Non conoscevo il dato, ma so che le donne al lavoro sono nove milioni, quindi in ufficio ne avrebbero violentata una su tre. Sicura?». Per poi postare una foto di Jebreal insieme a Weinstein.

Innanzitutto non tutte le donne italiane lavorano in ufficio, e purtroppo i numeri sono impressionanti e spietati: a parlare sono i dati Istat. La giornalista ha detto «vittima di violenza sessuale» mentre il dato si riferiva invece alle «molestie sessuali». Una svista forse, poco importa, visto che il problema è reale e sconfinato.

Lasciateci essere quello che siamo e quello che vogliamo essere. siate nostri complici, nostri compagni, indignatevi con noi

Dal monologo di Rula Jebreal

Appigliarsi disperatamente a un numero e a una foto con Weinstein pur di sminuire i temi urgenti e ancora troppo spesso silenziati toccati da Jebreal (provate a pensare di quanto si è scritto e parlato di coronavirus la settimana scorsa, e confrontatelo con le notizie sui sei femminicidi avvenuti in sette giorni) può significare solo una cosa: che nemmeno un monologo del genere è riuscito a smuovere qualcosa. E non è un buon segno.

LA COLPA NON È MAI DELLE VITTIME

Un monologo in cui una donna ha tirato fuori il coraggio, per tutte le altre, di raccontare una storia personale e intima di estremo dolore, quello di una madre che si suicidò per la sofferenza delle violenze subite. «Mi madre Nadia, quando avevo cinque anni, si è data fuoco perché era stata brutalizzata e stuprata due volte, a 13 anni da un uomo poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio». Poi l’invito alle donne. «È necessario parlare, il senso in fondo è nelle parole giuste e nelle domande giuste». E agli uomini: «Lasciateci essere quello che siamo e quello che vogliamo essere. siate nostri complici, nostri compagni, indignatevi con noi».

(Ansa).

Jebreal ha portato su quel palco con onestà e senza retorica – ricordiamoci sempre che stiamo parlando della vecchia Rai – concetti fondamentali che andrebbero ripetuti fino allo sfinimento. Uno su tutti: la «colpa» non è mai delle vittime, qualunque sia il loro aspetto, abito o comportamento. Troppi uomini questo non lo hanno ancora introiettato. «Noi donne non siamo mai innocenti, perché abbiamo denunciato troppo tardi, o troppo presto. Perché siamo troppo belle o perfino troppo brutte. Perché eravamo troppo disinibite e ce lo siamo meritato». Questo retaggio uccide, dobbiamo farlo sparire con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione. Ariston compreso. E se il messaggio è arrivato anche a un centesimo di quei 10 milioni e 58 mila telespettatori, grazie Rula.

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Yuya Mika rompe il silenzio sulla violenza contro le donne in Cina

La nota make-up artist sui social ha raccontato e documentato gli abusi subiti dall'ex compagno. Diventando un esempio e un simbolo in tutto il Paese.

In Cina la conoscono tutti come Yuya Mika, in Occidente come Mona Lisa.  In realtà il suo nome è He Yuhong, ha 28 anni ed è una vera celebrità del counturing, una specie di arte del make-up. Sì, perché lei, con pochi selezionati cosmetici e una spugnetta per il trucco, si trasforma nella riproduzione fedelissima di celebri opere d’arte e vip: dalle leonardesche Monna Lisa, appunto, alla Dama con l’Ermellino, fino all’enigmatica Ragazza con l’orecchino di perla o Ava Gardner, Jean Harlow, Johnny Depp e Marlene Dietrich

YUYA È DIVENTATA UN SIMBOLO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Da qualche giorno però, nel suo Paese, la Cina, l’artista è diventata un simbolo, un esempio per tutte le donne maltrattate che subiscono violenza dai loro compagni, fidanzati o mariti. Seguita su TikTok da oltre 2 milioni di utenti, ha scelto il Facebook cinese Weibo per denunciare coraggiosamente e pubblicamente gli abusi subiti dell’ex-compagno, Chen Hong, un illustratore 40enne di Chongqing, anch’egli molto conosciuto in Cina. E per farlo non ha scelto un giorno qualsiasi, ma proprio la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

LA DENUNCIA VIA SOCIAL DELL’EX COMPAGNO

Sulla sua pagina social He ha postato le prove che incastrano senz’appello l’ex compagno: schermate, video registrati da telecamere di sorveglianza e addirittura le testimonianze delle due ex-mogli, che confermerebbero le violenze subite da Chen Hong. Dopo la denuncia coraggiosa di He – in un Paese come la Cina dove ancora oggi gli abusi e le violenze domestiche sulle donne vengono considerati una vergogna e non sono quasi mai denunciati – la polizia del distretto di Jiangbei, dove vivono sia lei che l’ex compagno, ha avviato un’indagine e la locale federazione femminile ha subito annunciato in un post su Weibo di essere pronta a fornirle assistenza legale gratuita. In realtà c’è preoccupazione per la sicurezza dell’artista e si temono ritorsioni, anche perché le telefonate al suo cellulare fatte da alcuni conoscenti martedì sono rimaste senza risposta. Ma Zhao Mengjiao, la sua migliore amica, ha rassicurato tutti dicendo che He si trova attualmente in un luogo sicuro e che il caso verrà gestito da un avvocato.

LE IMMAGINI DELLE AGGRESSIONI

Nei suoi post, He ha raccontato che le violenze e gli abusi sono iniziati in aprile quando Chen l’ha schiaffeggiata una dozzina di volte dopo un litigio. L’ex-compagno si è poi scusato ma la violenza è aumentata ulteriormente. In un altro caso la donna è stata trascinata fuori da un ascensore e tirata violentemente per i piedi, come documentano le riprese di sorveglianza. Chen in seguito l’ha presa per il collo e le ha sbattuto la testa contro il muro. Otto giorni dopo è stata picchiata di nuovo, con l’ex compagno che la spingeva a terra, sferrandole calci e calpestandola.

ABUSI CONFERMATE DALLE DUE EX MOGLI DELL’UOMO

Dopo la denuncia pubblica di He, anche le due ex mogli di Chen hanno deciso di uscire allo scoperto, confermando di essere state vittime di violenze. Jin Qiu, che ha divorziato dal disegnatore nel 2012, ha dichiarato in un drammatico video che l’ex marito l’ha maltrattata più volte durante il loro breve matrimonio, sbattendole violentemente la testa contro un muro. La prima ex moglie di Chen, che si è identificata solo come Abu, ha detto che gli abusi e le violenze di He rispecchiano quelli da lei subiti un decennio prima. «Ringrazio He», ha detto, «che con il suo coraggio mi ha dato la forza di denunciare. Se noi donne non lo facciamo, la stessa cosa potrebbe ripetersi molte volte. E ci saranno sempre più donne che saranno costrette a subire violenza in silenzio», ha concluso in lacrime.

IN CINA LA VIOLENZA DI GENERE È ANCORA UN TABÙ

La violenza di genere da parte di partner, mariti o compagni resta un tabù per le donne cinesi, che scontano ancora oggi una cultura fortemente improntata al maschilismo, che cerca ancora di relegarle nello spazio domestico, retaggio della visione confuciana, all’interno del quale la donna doveva restare, sottomessa e inerme ai voleri e all’arbitrio dell’uomo. La Cina si è dotata di una legislazione contro le violenze domestiche soltanto nel 2015, entrata ufficialmente in vigore nel marzo 2016, ma con caratteristiche che la rendono del tutto inadeguata e insufficiente a contrastare efficacemente quella che si profila ormai come una emergenza nazionale. La legge infatti stabilisce che l’atto di violenza domestica costituisce un’infrazione civile, non un reato. Mentre si calcola che almeno una donna su quattro sposata in Cina abbia subito violenze dal proprio partner.

UNA VITTIMA DI VIOLENZA DOMESTICA AL GIORNO

Secondo un rapporto del 2015 della Corte suprema del popolo, quasi il 10% dei casi di omicidio intenzionale riguardano episodi di violenza domestica. Ma per molto tempo i dipendenti del governo, sia avvocati sia giudici, hanno manifestato scarsa attenzione e ancor meno comprensione per la violenza contro le donne. Nel 2018, due anni dopo l’entrata in vigore della nuova legge, Equality, un’organizzazione per i diritti delle donne con sede a Pechino, ha fornito in un rapporto gli ultimi dati disponibili sui femminicidi in Cina. Si documentano 533 casi di omicidio per violenza domestica nei circa 600 giorni monitorati dallo studio, compresi tra il primo marzo 2016 e il 31 ottobre 2017, che hanno causato la morte di almeno 635 tra adulti e bambini, compresi vicini e passanti. Nel periodo in esame la media delle vittime è stata dunque di una al giorno e la grande maggioranza di esse sono donne.


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Gli odiosi pregiudizi degli italiani sulla violenza sessuale contro le donne

Il 23,9% pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire. E il 10,3% ritiene che spesso le accuse siano false. Gli stereotipi da abbattere fotografati dall'Istat.

Pregiudizi odiosi e stereotipi pericolosi, da smontare pezzo dopo pezzo. Secondo l’Istat, per il 6,2% degli italiani le “donne serie” non vengono violentate.

Il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E il 23,9% – cioè quasi una persona su quattro – pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire, mentre il 15,1% è convinto che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

I dati – inquietanti – sono contenuti nel report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, diffuso dall’istituto di statistica in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

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Come se non bastasse, per il 10,3% della popolazione italiana spesso le accuse di violenza sessuale sono false, dato che sale al 12,7% tra gli uomini e scende al 7,9% tra le stesse donne. Il 7,2% è convinto che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono di no, ma in realtà intendono sì. Infine, l’1,9% ritiene che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Se poi si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo il 32% degli intervistati «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro»; per il 31,5% «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche»; per il 27,9% «è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia». Mentre per l’8,8% «spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia».

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Violenza sulle donne, quei segnali d’allarme tra gli adolescenti

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato: «La violenza..

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato: «La violenza contro le donne rimane un’emergenza. Lavoriamo per una svolta culturale, che parta dai giovani». Ma, al netto degli interventi (doverosi) della politica, come si può capire nel concreto se una relazione rischia di sfociare in un rapporto violento o comunque malsano? È utile, sia per i ragazzi sia per le ragazze, riconoscere alcuni segnali. Un vademecum per i più giovani, (Non) È amore se – Piccola guida per adolescenti su come dare vita a una relazione d’amore senza abusi né prevaricazioni – è scaricabile gratuitamente a questo link.

I SEGNALI PER I RAGAZZI…

Parlando dei ragazzi, gli autori spiegano: «Non è amore se, involontariamente, ti trovi spesso ad essere insensibile, irrispettoso o diffidente; se aggredisci verbalmente la tua ragazza e ti arrabbi sconsideratamente quando non sei d’accordo con lei; se ti capita di insultarla, di deriderla o di sminuire i suoi sentimenti o le cose che per lei sono importanti, se la umili su Facebook o davanti ai tuoi amici, se sei eccessivamente geloso delle sue amicizie, del tempo passato in famiglia e dei suoi spazi “senza di te”, se le imponi di non vedere i suoi amici o se glielo permetti, poi ti vendichi trattandola male o mostrando indifferenza e allontanandoti, se non ti fidi di lei e la costringi spesso a mostrarti il cellulare o il suo profilo Facebook».

…E QUELLI PER LE RAGAZZE

Nella guida si parla anche di ragazze. Spesso si tende a sminuire episodi violenti, a non ‘capirli’, a inquadrarli. Ci sono segnali per capire se la relazione sta andando nella direzione sbagliata. Ad esempio, continuano gli autori, se «il tuo partner controlla il tuo cellulare o i tuoi account aocial senza autorizzazione, tende ad umiliarti costantemente, mostra una gelosia estrema: fa scenate, urla, spacca cose o ti sequestra il cellulare e vuole sapere esattamente dove vai o con chi, ti isola dalla famiglia o dagli amici, ti accusa di cose che non hai mai fatto, ha frequenti sbalzi d’umore e ti accusa di essere la causa di ogni suo male, insiste nel voler fare sesso anche se tu non vuoi e ti aggredisce verbalmente e si arrabbia sconsideratamente se dici di no o se cambi idea dopo aver detto di sì».

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Non Una Di Meno, una «marea» contro la violenza sulle donne

Il movimento sfila a Roma. In piazza persone da tutta Italia: «Serve una rivolta permanente». Anche Boldrini in corteo. Mentre il ministro Gualtieri annuncia: «Pronti ad attivare il fondo per gli orfani di femminicidio».

Il 23 novembre migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per alzare la voce contro la violenza sulle donne. Una «marea femminista» contro «la violenza patriarcale, economica, istituzionale», l’ha definita il movimento che ha organizzato il corteo, Non Una Di Meno. La manifestazione, a cui hanno partecipato persone da tutta Italia, ha l’obiettivo di «affermare che l’unico cambiamento possibile è a partire dalla rivolta permanente: dalle pratiche, dalle lotte, dalla solidarietà femministe». Gli ultimi numeri sulla violenza di genere parlano da soli: ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner; tre femminicidi su quattro avvengono in casa; il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner.

«Purtroppo sembra un virus, una cosa terrificante che avviene e che non desta quello scandalo sociale che dovrebbe», ha detto Laura Boldrini, che ha sfilato in corteo. «Questa manifestazione, invece, vuole riportare l’attenzione su questo tema. Non solo stando accanto a tutte le donne che combattono questo fenomeno, ma anche per dire che siamo qui per chiedere protagonismo, centralità e capacità di incidere nel nostro Paese, dove ancora le donne sono sempre tenute un po’ al margine e dove devono faticare dieci volte più degli uomini per avere lo spazio che meritano. Una manifestazione contro ogni tipo di violenza sulle donne ma anche per riaffermare la centralità delle donne nella società».

NON UNA DI MENO: «SERVONO ATTI CONCRETI»

«La violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa e si ripete nei tribunali e nelle istituzioni. Per questo il lavoro dei centri antiviolenza femministi va riconosciuto, garantito e valorizzato», ha affermato Non Una Di Meno. «Difendiamo e moltiplichiamo gli spazi femministi e transfemministi, come la casa delle donne Lucha y Siesta di Roma sotto minaccia di sgombero! L’indipendenza economica e la libertà di movimento sono le condizioni fondamentali per affrancarsi dalla violenza». Ma, ha avvertito il movimento, «servono atti concreti: un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione svincolato dalla famiglia e dai documenti di soggiorno. Serve abolire i decreti sicurezza e le leggi che mantengono in condizione di ricattabilità le persone migranti, e in particolare le donne!». Il 24 novembre Non Una Di Meno si riunirà in assemblea nazionale nel quartiere San Lorenzo, per preparare lo sciopero globale femminista dell’8 marzo 2020.

I soldi non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro

Roberto Gualtieri

Nel giorno della manifestazione di Roma, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha fatto sapere che è pronto il decreto ministeriale per attivare il fondo per gli orfani di femminicidio. «I soldi», ha detto il ministro, «non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro». Misure e risorse per gli orfani di femminicidio sono state introdotte innanzitutto con la legge di bilancio per il 2018. Gli stanziamenti sono stati quindi incrementati con la legge ad hoc a tutela degli orfani per crimini domestici dell’11 gennaio 2018 e poi con la legge di bilancio per il 2019. Infine la legge ‘Codice rosso’ del 19 luglio di quest’anno ha previsto un ulteriore aumento, estendendo l’ambito di applicazione anche alle famiglie affidatarie. Oltre alle risorse già stanziate per il 2018, pari a 6,5 milioni di euro, sono stati quindi appostati in bilancio circa 12,4 milioni di euro per il 2019, 14,5 milioni di euro per il 2020 e a regime 12 milioni di euro all’anno.

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Violenza sulle donne: 88 vittime al giorno

I numeri del rapporto "Questo non è amore" della polizia di Stato. Le italiane rappresentano l'80% e nella maggiorparte dei casi gli abusi sono perpetrati da partner ed ex partner.

Sono numeri che fanno ancora rabbrividire quelli del rapporto Questo non è amore diffuso dalla polizia di Stato. Ogni giorno sono 88 le donne vittime di atti di violenza nel nostro Paese. Una ogni 15 minuti prendendo il mese di marzo 2019. Trentasei i casi di maltrattamenti, 27 di stalking, 9 le violenze sessuali e 16 le percosse.

L’80% DELLE VITTIME È ITALIANA, COME IL 74% DEI PRESUNTI AGUZZINI

L’80,2% delle vittime di violenza sono italiane così come la maggior parte dei presunti aguzzini: il 74%. Senza distinzione regionali o di censo: le percentuali sono le medesime in Piemonte e in Sicilia. Le vittime straniere rappresentano invece il 19,8%, i presunti aggressori stranieri il 26%. Nell’82% dei casi chi commette violenza su una donna ha le chiavi di casa. A rappresentare una minaccia sono ancora partner ed ex partner che mettono in atto il 60% degli atti persecutori. Nell’ultimo decennio i numeri del femminicidio non hanno subito alcuna frenata. Nel 2019, il 34% delle vittime di omicidio è donna e in sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex partner.

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