I vescovi italiani e il papa vivono da separati in casa

Il rapporto tra Francesco e l'episcopato italiano non è mai decollato. Le tante richieste del pontefice sono state accolte con indifferenza o facendo melina. E il rischio è che in questo modo la Chiesa si condanni all'irrilevanza.

Inutile girarci intorno, fra papa Francesco e l’episcopato italiano non è mai scoccata la scintilla: il pontefice in questi anni ha cercato di trasmettere alcuni messaggi di fondo ai vescovi, alcune richieste perentorie, e questi ultimi hanno in buona sostanza fatto finta di niente. Molti di loro hanno mostrato indifferenza e messo in campo una sorta di resistenza passiva più che una vera e propria opposizione, un attendere che in qualche modo le richieste del papa si arenassero nelle acque limacciose del tempo ecclesiale. Detta in termini calcistici: una lunghissima melina a centrocampo sperando che nulla cambiasse davvero. Con una sola significativa controindicazione però: che a forza di non andare né avanti né indietro aumenta anche il rischio di diventare sempre più irrilevanti

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LA DISTANZA TRA FRANCESCO E BAGNASCO

La prima fase del pontificato è coincisa con gli ultimi anni della presidenza di Angelo Bagnasco alla guida della Cei: fra Bergoglio e l’arcivescovo di Genova la distanza non poteva essere più grande anche solo dal punto divista caratteriale. Il cardinale, ultimo intransigente alfiere dei principi non negoziabili posti alla base di tutto l’edificio cattolico, rigido nei modi, esponente crepuscolare di una Chiesa che voleva dettare l’agenda alla politica e alla società, non riusciva nemmeno sul piano personale a mettersi in sintonia con Francesco. 

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Il presidente della Dei Gualtiero Bassetti.

L’ERA DI GUALTIERO BASSETTI

Poi è venuto Gualtiero Bassetti arcivescovo di Perugia, anziano e saggio uomo di Chiesa, non molto intraprendente, certamente più in sintonia del suo predecessore con il vescovo di Roma sia sul piano pastorale sia su quello sociale. E tuttavia la sua elezione è stata frutto di una mediazione fra chi voleva una presidenza in grado di frenare ‘gli eccessi’ del bergoglismo, e quanti desideravano una capo dei vescovi non solo in sintonia ideale spirituale con il papa, ma anche capace di muoversi al suo stesso tempo. In fondo, quella di Bassetti è stata una scelta moderata. È noto, per altro, che il papa aveva chiesto ai vescovi italiani di eleggere un presidente senza fare tante storie esattamente come fanno tutti gli altri episcopati del mondo, ponendo così fine all’eccezione italiana della nomina papale; un metodo che dava molto potere ai cardinali più influenti e ascoltati in Vaticano e collocava la Chiesa italiana su un piano di superiorità rispetto alle altre chiese del mondo.

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IL BIZANTINISMO DELL’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA CEI

I vescovi hanno reagito proponendo un bizantinismo che conservasse traccia dello ‘speciale’ rapporto fra il papa e la Chiesa italiana: la Cei indica una terna (dal più al meno votato) e poi è il papa a nominare il presidente. Francesco, da parte sua, ha cercato di dare una sveglia all’episcopato in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, provando a offrire un’agenda in linea con il suo magistero, ma il risultato è stato assai misero. Allo stesso tempo, sul piano riorganizzativo, va rilevato come – dopo più di sei anni – non vi sia ancora stata la riduzione del numero delle diocesi chiesta dal papa (sono circa 220). Una semplificazione che corrisponderebbe di più alle esigenze pastorali di piccoli territori diocesani spesso omogenei e limitrofi, al numero reale di cattolici e di preti, ai costi di una struttura ormai sovradimensionata e incapace di badare alle comunità di fedeli, alla necessità di ridurre la quantità esorbitante di vescovi che godono dei privilegi del titolo senza avere un granché da fare. 

Papa Francesco.

LA SCOMPARSA DELLA CHIESA DAL DIBATTITO PUBBLICO

Si arriva così all’oggi, al consueto appuntamento settembrino con il Consiglio episcopale permanente – organo di autogoverno della Cei – occasione di solito colta dalla Chiesa per fare il punto su questioni interne e sulla vita del Paese. Per la prima volta dopo moltissimi anni, il presidente dei vescovi non ha tenuto una relazione d’apertura lasciando l’incarico al suo vice, monsignor Mario Meini, vescovo di Fiesole. Di fatto Bassetti aveva già ridotto al minimo i discorsi introduttivi dei lavori del Consiglio episcopale. Obiettivo di un simile basso profilo era quello di favorire una discussone collegiale vera senza dettare ‘una linea’ precostituita in partenza. Ma ormai siamo arrivati all’afasia, alla scomparsa, o quasi, della voce della Chiesa italiana dal dibattito pubblico. D’altro canto Bassetti parlerà della grande conferenza sul Mediterraneo che si terrà a Bari il prossimo febbraio – da lui fortemente voluta – con la partecipazione di tutte le chiese dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Evento che, almeno sulla carta, appare un po’ superato dall’apertura della Santa Sede al mondo musulmano e delle altre fedi, culture e religioni della regione; insomma un appuntamento solo cattolico o solo cristiano su un tema simile sembra un po’ fuori dallo schema delle cose. 

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LE VOCI CIRCA LA CONVOCAZIONE DI UN SINODO PER L’ITALIA

Tuttavia Bassetti, rinunciando al suo discorso, evita in particolar modo di rispondere alle insistenti voci di settori del mondo cattolico e del Vaticano, che chiedono la convocazione di un sinodo per l’Italia allo scopo di aprire una discussione a 360 gradi sulle prospettive del cattolicesimo: dai rosari branditi come bastoni alla morale, dalla bioetica all’impegno civile dei laici. Infine il cardinale lascia – per ora – in sospeso il giudizio sulla fase politica che si è aperta nel Paese. Certo, l’arcivescovo di Perugia si è scontrato più volte con l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, e però sul governo Conte bis e sul percorso che separa la legislatura dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica (prevista nel febbraio del 2022), la Cei non si pronuncia. 

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