Luca Zaia pronto a riaprire tutto il 4 maggio, forse prima

Dopo Fontana, anche il governatore del Veneto annuncia l'allentamento del lockdown. «O si muore con il virus o ci si convive». Intanto guadagna punti e potrebbe pestare i piedi a Salvini.

Riaprire tutto il 4 maggio. Ormai è diventato un mantra. Dopo l’annuncio del presidente della Regione Lombardia, seguito da una tempesta di polemiche visto il drammatico bilancio di morti e contagi, è arrivato quello del suo collega veneto.

«Se ci sono i presupposti di natura sanitaria dal mondo scientifico, dal 4 maggio o anche prima si può aprire con tutto», ha detto Luca Zaia. «Dal 4 maggio dobbiamo essere tutti pronti con dispositivi, regole, ovviamente negoziati con il mondo delle parti sociali e quello dei datori di lavoro. A me risulta che questo lavoro si stia facendo a livello nazionale con questa prospettiva. Non escludo che alcune attività possono essere anche messe in una griglia di partenza, magari, un po’ prima. Immagino che la dead line sia il 4 maggio».

TENERE CHIUSO O PUNTARE ALLA CONVIVENZA CON IL VIRUS

«Il vero tema oggi», ha spiegato il presidente della Regioe Veneto, «è tener tutto chiuso e morire in attesa che il virus se ne vada oppure puntare alla convivenza. A Wuhan è stato deciso di convivere e di aprire perché oltre un certo limite non è più sostenibile, sempre fatto salve le indicazioni del mondo scientifico. So per certo che il Comitato scientifico ha dato già le indicazioni, adesso attendiamo la risposta». Zaia ha fatto i compiti: «Abbiamo completato il nostro master plan per la riapertura, abbiamo voluto scrivere delle regole che siano uguali per tutti». Una road map che sarà discussa venerdì.

PREOCCUPAZIONE PER IL TURISMO

Un occhio particolare va al turismo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia non trovando, ha detto Zaia, «imprenditori che vogliono rinunciare alla stagione estiva». Per questo si attende una risposta dal governo. «Ai nostri operatori turistici servono delle regole che non sono necessariamente e solamente quelle delle aziende delle fabbriche, dei negozi. Pensiamo al tema della balneazione, alla gestione della spiaggia, o al buffet dei bar».

ZAIA PREMIER? PER SALVINI MEGLIO GOVERNATORE

Intanto Zaia guadagna punti. Tanto che Matteo Salvini intervenendo a Prima Serata su Tva Vicenza alla domanda se il presidente del Veneto potrebbe essere un buon premier dopo l’emergenza ha risposto: «Potrebbe fare benissimo tante cose, è uno dei migliori che abbiamo nella Lega. Ma è una risorsa in futuro per tutto il Paese». Ma il suo posto, per ora, sembra essere ancora il Veneto. Dove, ha detto Salvini, «si può votare a luglio, a ferragosto, a metà ottobre e, senza essere veggenti, è facile prevedere che ci sarà un’ampia riconferma per lui e la sua squadra». Meglio insomma tenerlo a Venezia che rischiare di confrontarsi con lui in un futuro a Roma.

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Riaperture e restrizioni, Regioni in ordine sparso

Il Veneto apre all'attività motoria oltre i 200 metri da casa, ma con buon senso. Lombardia e Piemonte, dove l'epidemia non cala, confermano le strette. In Trentino si riaprono i cantieri all'aperto ma con termoscan e mascherine. La Babele di ordinanze.

Anche nelle timide riaperture le Regioni vanno in ordine sparso. In gran parte d’Italia il 14 aprile riaprono librerie, cartolerie e negozi di abbigliamento per l’infanzia con le debite precauzioni. Ma non in Lombardia e Piemonte, dove l’epidemia da coronavirus non accenna a diminuire. Il risultato è una babele di ordinanze regionali.

Non è poi escluso che la prossima settimana possano riaprire i battenti anche altri settori dell’industria, come quello della moda, dell’auto o della metallurgia, anche se il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, invita alla calma. «Al momento», ha messo in guardia lunedì, «si tratta di ipotesi premature». In un Paese ancora blindato anche sul fronte della mobilità – con le limitazioni confermate domenica dal ministero dei Trasporti sul traffico aereo, automobilistico, ferroviario e marittimo – da oggi si tenterà, dunque, la lenta ripresa.

CHIUSURE CONFERMATE IN LOMBARDIA E PIEMONTE

In Lombardia, dove anche il 13 aprile si sono registrati 280 morti, restano le restrizioni. L’ordinanza firmata sabato dal governatore Attilio Fontana vieta la riaperture di librerie e cartolerie, anche se consente invece quella dei negozi di abbigliamento per l’infanzia. «In questi ultimi giorni dobbiamo cercare di essere più rigorosi possibile», ha detto il presidente, che ha disposto anche l’uso di mascherine all’aperto (o comunque l’obbligo di coprire naso e bocca con qualunque indumento) e lo stop ad alberghi e strutture ricettive. Gli studi professionali, poi, potranno aprire solo per servizi indifferibili e urgenti. Per chi è positivo, la Regione impone una quarantena di 28 giorni, non più di 14. Stop totale anche in Piemonte «per non vanificare gli sforzi fatti finora», come ha detto il governatore, Alberto Cirio.

RIGORE ANCHE IN CAMPANIA

La linea del rigore è seguita anche dal governatore della Campania Vincenzo De Luca che ha confermato la chiusura di librerie e cartolerie, limitando poi l’apertura dei negozi di abbigliamento per i più piccoli a due mattine la settimana, dalle 8 alle 14. In Campania sarà vietato anche il cibo d’asporto.

IN LAZIO LIBRERIE APERTE DAL 20 APRILE

Il Lazio ha posticipato al 20 aprile la riapertura delle librerie per consentire ai proprietari di mettere in sicurezza i locali.

EMILIA-ROMAGNA: STRETTA SULLE ZONE ARANCIONI

In Emilia-Romagna resta la stretta sulle cosiddette zone arancioni, cioè le province di Piacenza, Rimini e sulla città di Medicina, nel Bolognese.

LA LIGURIA APRE ALLA MANUTENZIONE DEGLI STABILIMENTI BALNEARI

Leggera riapertura, invece, in Liguria, dove il governatore Giovanni Toti ha firmato l’ordinanza che consente di andare agli orti e ai frutteti, di riprendere i lavori di giardinaggio e di procedere alla manutenzione degli stabilimenti balneari e dei chioschi in vista dell’imminente, ma quantomai incerta, stagione estiva (misure analoghe a quelle consentite in Abruzzo). Sì anche ai piccoli lavori di manutenzione edile e alle attività dei cantieri nautici propedeutiche alla consegna, alla manutenzione dei campi di calcio e da golf.

IL LOCKDOWN SOFT DEL VENETO

Lockdown soft in Veneto. La nuova ordinanza del presidente, Luca Zaia, consente di fare attività motoria anche oltre i 200 metri da casa, «ma non si può certo arrivare a 4-5 km, è ovvio, serve buonsenso», ha precisato. Per uscire di casa, però, ci sarà bisogno di mascherina, guanti, e gel, mentre chi ha più di 37.5 di febbre non potrà scendere in strada. Aumentato anche il distanziamento sociale che passa da uno a 2 metri. Obbligo di mascherine all’aperto in Friuli Venezia Giulia, dove sarà consentito fare attività motoria, ma solo vicino casa.

LA SICILIA PROROGA LE MISURE RESTRITTIVE

La Sicilia proroga le misure restrittive, con l’obbligo soft delle mascherine, seppur recependo le aperture del nuovo Dpcm.

TRENTINO: SÌ AI CANTIERI MA IN SICUREZZA

Sì alla riaperture di librerie e cartolibrerie in Toscana, ma solo se gestori e clienti indosseranno la mascherina. In Trentino restano chiusi i negozi per l’infanzia e le librerie, mentre potranno riprendere le attività produttive all’aperto e le attività nei cantieri, stradali ed edili. Sui luoghi di lavoro, però, vanno garantiti il termoscan, le mascherine e le distanze minime.

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Aumento dei casi di coronavirus in Veneto

I positivi sono saliti a 1.318. Le persone decedute sono 30, quelle ricoverate in terapia intensiva 83.

Sono saliti a 1.318 i positivi al coronavirus in Veneto, con una crescita di 269 casi rispetto all’11 marzo. I decessi complessivi dall’inizio dell’epidemia sono 30. I dati, diffusi dalla Regione Veneto, dicono anche che ci sono 308 persone ricoverate in area non critica e 83 pazienti in terapia intensiva (+2).

«Il Veneto è uno dei primi territori che ha dovuto affrontare il virus e lo sta facendo con grande intelligenza. I residenti stanno a casa e seguono le indicazioni emanate dal governo per non contrarre il virus», ha puntualizzato Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il parlamento,

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Marzo Magno racconta l’anno della fame, quando a mangiare i topi erano i veneti

Lo scivolone di Zaia ha rischiato di trasformarsi in un incidente diplomatico con Pechino. Eppure subito dopo Caporetto, per non morire di inedia, sulle tavole venete finirono anche i ratti essiccati.

Chi non ha visto i cinesi mangiare di tutto, persino i topi vivi? Lo scivolone di Luca Zaia, governatore del Veneto – una delle regioni più colpite dal coronavirus con la Lombardia del suo collega “mascherato” Attilio Fontana – ha rischiato di innescare un incidente diplomatico con Pechino.

A poco è servita la toppa dell’amministratore leghista, solitamente sobrio nelle sue uscite. «È tutto il giorno che vengo massacrato per quel video. Nella migliore delle ipotesi sono stato frainteso, nella peggiore strumentalizzato», si è giustificato in una intervista al Corriere della Sera. Derubricando la gaffe a una frase che gli è «uscita male».

L’AN DE LA FAM E I TOPI ESSICCATI A BELLUNO

E dire che in momenti di estrema necessità, a mangiare i topi – e qualsiasi altro essere vivente commestibile – siamo stati anche noi italiani. E in particolare, proprio i veneti. Per ironia della sorte, era stato lo stesso Zaia a ricordarlo nel 2018 con un post su Facebook. «Topi messi ad essiccare a Belluno durante “l’an de la fam“, l’anno della fame. Questa straordinaria immagine è esposta, insieme a moltissime altre, nella straordinaria mostra documentaria, iconografica e multimediale su Belluno durante la Prima guerra mondiale appena inaugurata a Palazzo Crepadona», scriveva il 26 novembre 2018. Hashtag: non #ilVenetoriparte, ma #Venetodaamare.

«Con l’Anno della fame», spiega a Lettera43.it Alessandro Marzo Magno, scrittore e giornalista veneziano autore tra l’altro de Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo, «ci si riferisce al periodo dell’occupazione austriaca subito dopo Caporetto, tra la fine del 1917 e il 1918».

Alessandro Marzo Magno.

Mesi in cui anche in alcune zone del Veneto si moriva letteralmente di fame. «Si calcola che i morti di fame civili negli imperi centrali durante la Prima guerra mondiale furono circa 600 mila», sottolinea Marzo Magno, «più dei morti per i bombardamenti del secondo conflitto». Questo per dare un ordine di grandezza. «Ce ne fossero stati di topi da mangiare, erano spariti pure quelli».

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GABBIANI, VOLPI E GATTI NEL PIATTO

Non è un mistero del resto che in momenti di carestia tutto poteva finire nel piatto: dai gabbiani alle volpi, dai topi ai famosi gatti. Nelle cronache medievali, poi, «non mancano riferimenti all’autofagia» e al cannibalismo. Insomma quando si ha fame, non si ragiona né si va per il sottile: l’unico obiettivo è provare a sopravvivere. Per gli occidentali, e gli iper-tradizionalisti italiani, resiste un solo tabù, fa notare Marzo Magno. «Puoi mangiare un cadavere o un braccio che ti sei amputato, ma guai toccare un insetto. E dire che li apprezziamo nella loro versione marina: l’aragosta non è che uno scorpione e la granseola un ragno…». Questione di cultura.

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Questo per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, che il cibo è il regno del relativismo. «I cinesi per esempio non si sognerebbero mai di mangiare carne di cavallo», ricorda lo scrittore. E anche parlare di “cucina cinese” non ha molto senso. «Per esempio nel Sud, a Canton, vengono mangiati i serpenti. A Pechino no». E i topi? «Quando sono andato in Cina», racconta Marzo Magno, «avrei voluto assaggiarli cotti. Sono una persona curiosa. Così ero andato in cerca di un ristorante che li aveva tra le sue specialità. Ma niente da fare era chiuso. Mi dissero che non venivano più consumati perché erano rischiosi, e potevano portare malattie. Ed era l’estate del 1993. Invece ho mangiato i serpenti: buoni».

LA RICETTA DELLO SCOIATTOLO

Tornando all’Italia basta tornare indietro nel tempo per scoprire come, per esempio, la gru fosse una vera leccornia, come racconta Boccaccio nella novella del Decamerone dedicata al cuoco veneziano Chichibio. «Chi si mangerebbe oggi una gru?», sorride Marzo Magno. Per non parlare, aggiunge, degli scoiattoli. Il cui «sapore accentuato», si legge in un ricettario del 1908 pubblicato da Sonzogno, «ha bisogno di essere attenuato con una forte marinata». Seguono le istruzioni per la preparazione: «Scorticate e sventrate come si fa con una lepre». E quindi «lasciate macerare per 48 ore, prima di arrostirlo allo spiedo». Buon appetito. O, se preferite, Xiǎngshòu nǐ de fàn.

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Veneto, operazione anti caporalto: quattro persone indagate

I carabinieri hanno smantellato una struttura che sfruttava il 12 cittadini originari del Marocco: venivano costretti a 11 ore di lavoro per soli 3 euro l'ora.

Li portavano a lavorare nei campi fino a 11 ore al giorno, per 3 euro all’ora, e se protestavano venivano picchiati, oppure, se si ferivano, dovevano comunque raccogliere ortaggi o l’uva, potare i vigneti. Vittime dei ‘caporali’, loro connazionali, erano 13 marocchini. I loro quattro sfruttatori sono stati indagati al termine di un’operazione dei Carabinieri nelle province di Venezia, Rovigo e Padova, con l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro clandestino, e costretti dal Gip di Padova all’obbligo di dimora.

INDAGINE PARTITA DALLA DENUNCIA DI DUE BRACCIANTI

Tutto è cominciato da due lavoranti che hanno deciso di raccontare quanto accadeva, perché avevano capito che uno status da operai regolari e un permesso di soggiorno non lo avrebbero mai visto, tanto che i militari hanno definito l’operazione ‘Miraggio‘. I due si sono rivolti ai Carabinieri, che hanno cominciato ad indagare, con appostamenti e monitoraggi, l’attività illecita di un’azienda agricola di Cavarzare, regolarmente iscritta alla Camera di commercio di Venezia. Da questo primo atto, segnalato alla Procura lagunare, è scattata una interdittiva. Ma il titolare, anziché mettersi in regola, ha trasferito l’attività a Montagnana, Tribano, Arre, Conselve nel padovano e San Martino di Venezze nel rodigino, intestando la nuova azienda alla moglie.

INDAGINI CONDOTTE TRA IL 2018 E 2019

Tre factotum (a loro volta finiti nel registro degli indagati) avevano il compito di pagare gli ‘stipendi’, portando e seguendo nei campi il gruppo di lavoratori, costretti in ambienti malsani e senza i minimi requisiti di sicurezza e salubrità. Dal racconto fatto dalle vittime durante l’indagine, condotta dal Pm Marco Brusegan tra il 2018 e il 2019, è emerso un quadro terribile, nel quale i 13 marocchini erano sostanzialmente dei ‘fantasmi’ senza alcun diritto. Chi si ribellava veniva picchiato – sono registrati vari accessi al pronto soccorso – mentre altri, quand’erano vittime di incidenti sul lavoro, erano costretti a tornare sui campi il giorno dopo, con fasciature ed ecchimosi. La gran parte dei lavoranti non ha avuto il coraggio di parlare perché sperava di ottenere quel permesso di soggiorno inarrivabile.

GIRO D’AFFARI DA 350 MILA EURO

Nel gruppo molti erano gli irregolari, eccetto i due operai che hanno fatto scattare l’inchiesta. Chi ha denunciato ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, anche grazie alla collaborazione con il progetto “Nave” di Venezia, associazione che offre supporto a stranieri e clandestini. I carabinieri stanno approfondendo le posizioni dei sei proprietari terrieri italiani che hanno usufruito dei servizi della società: ovviamente offriva servizi di raccolta ortaggi a prezzi stracciati. Il giro degli affari è stato calcolato in circa 350mila euro l’anno. Sulla vicenda è intervenuto il sindaco di Padova, Sergio Giordani: «Bisogna averne consapevolezza e vigilare. Un grazie ai magistrati e ai Carabinieri».

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Confindustria, via col Veneto

La cena riservata con i presidenti delle territoriali si è conclusa con una fumata nera. L'idea di convogliare tutti i voti su Bonomi non ha convinto, nonostante la sponsorizzazione di Brugnaro. La prossima settimana nuovo incontro al vertice. Ma nessuno scommette su un accordo.

La brace brucia sotto le ceneri. È questa la sensazione che si respira in Veneto alla vigilia del rush finale per la presidenza nazionale di Confindustria.

Nei giorni scorsi una cena riservata tra i presidenti delle territoriali con il presidente regionale Enrico Carraro si è conclusa con una fumata nera: blando orientamento verso Carlo Bonomi, attenzione alla corsa di Licia Mattioli, ma soprattutto curiosità verso Andrea Illy e Giuseppe Pasini.

Un nuovo incontro è previsto nella settimana entrante a Verona, ma nessuno scommette su una soluzione unitaria, mai raggiunta dopo il lontano 2000 quando Nicola Tognana riuscì a mettere tutti d’accordo sul presidente di rottura Antonio D’Amato. Altri tempi, altri uomini, altri interessi.

IL PATTO DI FERRO TRA BRUGNARO E BONOMI

A dare le carte, con qualche fastidio dei presenti, è stata la presidente di Confindustria Veneto Centro, Maria Cristina Piovesana, che ha chiesto ai colleghi di mettere nero su bianco il sostegno al leader di Assolombarda. Una richiesta motivata dalla necessità di tenere uniti i 26 voti veneti in Consiglio generale sui circa 180 votanti e dal fatto che il dialogo con Bonomi è iniziato da oltre un anno, quando un grande sponsor nell’ombra, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, già presidente di Confindustria Venezia ma soprattutto patron di Humana (la società di interinale presente in forza in tutte le territoriali) ha stretto con Bonomi un patto di ferro.

TRA LE MIRE DI PIOVESANA LA FUSIONE TRA VENETO CENTRO E VENEZIA

Piovesana nei suoi obiettivi ha la fusione tra Veneto Centro (Padova/Treviso) e Venezia, sulla quale ha una enorme influenza proprio Brugnaro. La fusione le consentirebbe di essere rieletta presidente del nuovo raggruppamento, un po’ come ha fatto in Friuli-Venezia Giulia un altro grande manovratore confindustriale, l’ex democristiano Michelangelo Agrusti. A questo gioco, notaio Carraro, guardano con sospetto due altre forti territoriali venete, Vicenza e Verona, che nella cena hanno chiesto di avere un atteggiamento di maggior prudenza, soprattutto alla luce del fatto che sarebbe difficile spiegare agli imprenditori duri e puri del Nord Est perché convogliare i loro appoggi su Bonomi, e non per esempio su altri candidati dal lignaggio industriale ben più consolidato.

VICENZA E VERONA CONTRO LA CRESCITA DI POTERE DI TREVISO

Ma c’è anche dell’altro. A Vicenza, pur indebolita dalle note vicende bancarie, e Verona che punta a essere il polo industriale, logistico e fieristico del Veneto-Lombardo, non va giù la crescita di potere di Treviso, Padova e Venezia nella Regione Veneto, tanto più che a sponsorizzare questa fusione c’è il leader leghista trevigiano e presidente della Regione, Luca Zaia. Si teme che investimenti, attenzione e peso politico si sposterebbero ancor di più nel Veneto orientale.

NESSUNO SCOMMETTE SU UN ACCORDO

Nei prossimi giorni a Verona si terrà un nuovo incontro al vertice, nel tentativo di superare asperità, diffidenze e sospetti. Ma nessuno scommette in un accordo alla vigilia di una battaglia elettorale che, ancora una volta, si annuncia al calor bianco. I bookmaker danno per certo che Bonomi e Mattioli supereranno il primo quorum necessario a essere candidati (18 firme del Consiglio generale), ma anche Pasini sta recuperando. E Illy ed Emanuele Orsini non demordono pronti comunque, in caso di esclusione dalla corsa, a far pesare i loro voti.

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In questo Paese c’è troppo sovranismo e poca italianità

I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato un "italiano medio" indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici.

Comincio a pensare che questo Paese non ce la farà. Ne abbiamo viste e passate tante, ma alla fine l’Italia è stata sempre più forte di ogni sventura. Persino il terrorismo è riuscita a battere con l’energia delle sue forze di sicurezza e la saldezza democratica della sua gente. Anche l’attacco mafioso è stato contenuto e la Cosa nostra ha preso colpi mortali.

L’Italia è diventata una potenza industriale, ha visto una straordinaria e spesso dolorosa immigrazione interna, ha affrontato crisi economiche e soprattutto battagli politiche campali fra democristiani e comunisti. Ma sempre ce l’ha fatta. Sempre c’è stato un momento in cui gli italiani sono stati più forti delle sciagure provocate dalla natura o dall’attività colpevole degli uomini.

Da molti anni non è così. L’Italia si è spezzata, non ha più un suo popolo, le divisioni di classe che prima separavano per poter dare alla politica la possibilità di immaginare combinazioni fantasiose, oggi sono sostituite da clan, appartenenze territoriali e soprattutto da odi comuni. Dimmi chi è il tuo nemico e sarò tuo amico. Destra e sinistra hanno comune responsabilità. I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato questo mostro di “italiano medio” indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici. I giornali di oggi, come quelli dei giorni scorsi, sono la prova provata di quel che dico.

UN PAESE INDIFFERENTE AI DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

I casi di Taranto e di Venezia dimostrano che l’Italia non ha più lacrime, è indifferente a ciò che distrugge parti di sé, pensa solo a come un partito politico, con annessi giornalisti, possa lucrarne. Il caso Ilva è stato usato per contrapporre madri a operai, nessuno si è occupato, nel mondo politico, di una grande città che reagisce attonita alla minaccia finale che incombe. Un buon medico si preoccuperebbe se il suo paziente rivelasse reazioni flebili agli stimoli anche negativi della vita. A una parte di noi, invece, frega niente. Taranto? Al diavolo Taranto, è al Sud.

Non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità

Oggi accade con Venezia. Le foto per fortuna spiegano il dramma meglio delle parole perchè le parole sono generalmente infami. Questa volta sono i giornali di destra a prendere la bandiera della vergogna strumentalizzando il dramma che rischia di diventare finale della città più bella del mondo. Eppure non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità o insipienza o per cecità, e non voglio citare i casi di malaffare.

GLI ITALIANI NON ESISTONO PIÙ

Sono sicuramente più commossi fuori d’Italia che qui da noi. Qui da noi si ragiona su quanto può rendere elettoralmente questa disgrazia, se l’autonomia veneta sarà più vicina o lontana, se Matteo Salvini sarà in grado di cavalcare anche l’onda vera delle acque assassine per vincere a Bologna. E allora perché non alzare bandiera bianca? Dove si trova la volontà di reagire di fronte a una classe dirigente che non ha idee e forza morale, di fronte a un sistema della comunicazione che divide i buoni e i cattivi mentre Venezia affoga e Taranto finirà disperata.

Nessuno dei movimenti che fin qui hanno travolto il sistema politico si è rivelato, al pari dei partiti che sono stati abbattuti, in grado di costruire una nuova sensibilità nazionale. Tanto sovranismo, poca italianità. Dovrebbe essere questo il tempo della rivolta, contro tutte queste figurette dei talk show. Dovrebbe essere questo il tempo di ragazze e ragazzi che scendono in campo, cacciano i mercanti dal tempio e ricostruiscono l’Italia. L’Italia degli italiani veri, non dei sovranisti obbedienti a Vladimir Putin.

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