Qualche curiosità sul pranzo della vendemmia

Nell'immaginario è un momento di festa e convivialità per i lavoratori che tornano dai campi. Ma è davvero così o più uno specchietto per i turisti? Dalla Calabria al Monferrato, ecco cosa si mangia.

Il periodo della vendemmia coincide, da tempi immemorabili, con un momento di grande festa. Il vino del resto ha sempre avuto una funzione conviviale ed è la ricompensa al lavoro svolto nei campi. La vendemmia, come opera collettiva, va dunque omaggiata nel migliore dei modi: canti, risate, brindisi, racconti, ma soprattutto cibo.

L’Italia si confermerà anche nel 2019 leader nella produzione di vino.

MEMORIA, TERRITORIO E IDENTITÀ

L’immagine ricorrente è quella di un’unica tavolata che riunisce i lavoratori di ritorno dalla vigna. Un pranzo che è un viaggio indenitario nelle ricette della memoria e del territorio. Ecco perché a questa occasione viene attribuito un alto valore simbolico. Ma, immaginario a parte, viene vissuto veramente come grande festa da parte dei vignaioli? E oggi questo pranzo, proposto da molte aziende per i turisti, ha un valore speciale per i lavoratori o rientra nell’ordinaria amministrazione? Per rispondere a queste domande abbiamo contattato tre cantine.

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IN CALABRIA SI PORTA IN TAVOLA LA TRADIZIONE

In Calabria si sa, non ci si alza da tavola finché non si è sazi. Ogni occasione è buona per rimanere seduti a chiacchierare e a spiluccare, ovviamente con il calice in mano fino al coraggioso atto di mettersi in piedi. La vendemmia è un momento goliardico e mangereccio che va onorato a dovere. Alla Cantina Masicei di Brattirò (provincia di Vibo Valentia) dopo essere rientrati dalla vigna, si pranza tutti insieme sotto un pergolato di legno.

‘Nduja e soppressata, specialità calabre.

«Per noi il pranzo della vendemmia è un momento importante, con cui vogliamo ringraziare chi ha partecipato», spiega a Lettera43.it Cocò, titolare dell’azienda. Vengono serviti tanti antipasti a base di ‘nduja e soppressata, biglietti da visita della norcineria calabra, olive schiacciate (un must regionale: le olive vengono schiacciate con un batticarne o con un sasso, liberate del nocciolo e condite con sale, aglio, peperoncino e semi di finocchietto), melanzane fritte tagliate a funghetto, patate con peperoni (altro fiore all’occhiello della gastronomia locale che prevede la frittura separata di peperoni e patate, poi ripassati insieme in padella con salsa di pomodoro e basilico) fino all’arrivo della portata principale, la pasta e fagioli, presentata in una grande pentola posizionata al centro del banchetto.

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IN EMILIA SI PUNTA SU SALUMI E FORMAGGI

In Emilia, nel Piacentino, il pranzo della vendemmia è più sbrigativo: sulla tavola non possono mancare i salumi e i formaggi locali: pancetta, coppa, salame piacentino e grana, accompagnati da torta fritta e pane. E poi i piatti semplici come pasta al pomodoro, al pesto o con verdure e, per secondo, coppa arrosto. «I pisarei e fasò e i tortelli con la coda (pasta fresca tipica del Piacentino, ndr) li prepariamo sì, ma non durante il pranzo della vendemmia che è un momento in cui si mangia più alla buona, in un’atmosfera però sempre di grande socialità», spiega il titolare dell’agriturismo Il Poggio di Travo Andrea Cervini.

Salumi e formaggi: antipasto classico.

MONFERRATO A KM ZERO

All’azienda vitivinicola Rocco di Carpeneto, nell’Alto Monferrato, si vendemmia la mattina presto fino alle 11, 11.30 per portare l’uva in cantina quando la temperatura è bassa. «Noi il pranzo lo saltiamo quasi sempre», ammette la vignaiola e titolare della tenuta, Lidia Carbonetti. Quando ci si mette a tavola, però non possono però mancare la pasta al pesto fatto in casa e le frittate con le verdure dell’orto. «Orgogliosamente non mangiamo mai nulla che proviene dai supermercati», tiene a precisare la produttrice. Da queste parti, quindi, l’abbuffata post vendemmia non è contemplata.

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