Papa Francesco: “Quaresima è tempo per spegnere cellulare e tv e connetterci al Vangelo”


La Quaresima è un tempo per "spegnere la televisione e aprire la Bibbia, staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo”, dice papa Francesco nel corso dell'udienza generale del mercoledì. Francesco si è soffermato anche sul coronavirus, esprimendo la sua vicinanza ai malati, agli operatori sanitari e tutti coloro che sono impegnati a fermare il contagio.
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Chiese chiuse per Coronavirus: la protesta dei cattolici alla vigilia del mercoledì delle ceneri


Mercoledì inizia la quaresima, ma per l'emergenza Coronavirus nel Nord Italia tantissime chiese resteranno chiuse. Molti cattolici applaudono alla scelta, altri protestano. Tra i più perplessi il vescovo di Verona, che si è adeguato ma non ha condiviso la scelta della Regione Veneto e, anche come segno di protesta, ha dato ordine che tutte le campane della diocesi suonino alle 18.
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La vicenda di Sloane Avenue mette in luce i limiti della riforma finanziaria vaticana

Lo spericolato investimento londinese e il suo strascico giudiziario dimostrano che, nonostante gli sforzi, i vecchi vizi sono duri a morire. E come una pianificazione corretta della gestione delle finanze d'Oltretevere sia ancora lontana.

Il caso dello spericolato investimento finanziario del Vaticano a Londra su un immobile di lusso in Sloane Avenue è tutt’altro che concluso anche nei suoi risvolti giudiziari. 

In primo luogo le indagini vanno avanti, e a darne notizia è stata la stessa Sala stampa della Santa Sede. Il promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano (l’equivalente di un pubblico ministero) e l’aggiunto Alessandro Siddi hanno infatti ordinato nei giorni scorsi il sequestro di documenti e computer conservati nell’abitazione di monsignor Alberto Perlasca, ex capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato.

IL RUOLO DI PERLASCA

Il provvedimento, secondo la nota, assunto «nell’ambito dell’inchiesta sugli investimenti finanziari e nel settore immobiliare della Segreteria di Stato», è da ricollegarsi «a quanto emerso dai primi interrogatori dei funzionari indagati e a suo tempo sospesi dal servizio». La cosa non è indifferente: Perlasca infatti era il responsabile principale dei fondi della Segreteria di Stato che non rientravano nei bilanci ufficiali del Vaticano, alcune centinaia di milioni che permettevano un certo margine di manovra al Vaticano in situazioni di emergenza finanziaria. Se non che, come ha spiegato tempo fa lo stesso papa Francesco, i soldi non rendono se restano fermi, vanno investiti, certo secondo criteri etici e senza approfittarsene per lo meno se rappresenti la Santa Sede, il che è facile a dirsi, meno semplice è metterlo in pratica.

GLI INTERROGATORI DEI 5 FUNZIONARI GIÀ SOSPESI

Sta di fatto che la perquisizione a casa di monsignor Perlasca, spiegano Oltretevere, è frutto degli interrogatori dei cinque alti funzionari già sospesi da ogni incarico fra i quali figurano il direttore dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria, Tommaso Di Ruzza, e monsignor Mauro Carlino, ex segretario personale del cardinal Angelo Becciu il quale, a sua volta, ricopriva fino a non molto tempo fa l’incarico di sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, era cioè il superiore di monsignor Perlasca. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, ha un ruolo di un certo peso nella gestione delle finanze vaticane: siede infatti nel consiglio di amministrazione del Fondo pensioni vaticano, istituto nevralgico perché proprio i trattamenti pensionistici costituiscono una fonte di uscite particolarmente onerosa nei bilanci dei sacri palazzi. Lo troviamo poi nei cda del Fondo assistenza sanitaria vaticana e in quello dell’Ospedale vaticano Bambino Gesù (che scade quest’anno), incarico cui è stato chiamato dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.

PAROLIN E BECCIU NELLA CATENA DI COMANDO

E proprio quest’ultimo sembra essere stato chiamato in causa dal cardinal Becciu nei giorni scorsi. L’ex sostituto e attuale prefetto vaticano della Congregazione per le cause dei santi ha infatti detto in riferimento al famigerato investimento finanziario: «Abbiamo agito come Segreteria di Stato previa autorizzazione dei superiori». A chi altri poteva riferirsi il cardinal Becciu se non a Parolin? (E forse anche al suo predecessore, il cardinale Tarcisio Bertone). Becciu insomma pare chiamare in causa in modo evidente l’attuale Segretario di Stato che pure aveva parlato a proposito della vicenda di «operazione opaca». Dunque la catena di comando a crescere sarebbe stata: Perlasca-Becciu-Parolin, ovvero il cuore della Segreteria di Stato. Becciu rivendica anche l’impatto comunque positivo che avrebbe avuto l’operazione immobiliare sulle finanze vaticane grazie anche alla Brexit che, secondo il porporato, avrebbe fatto triplicare il valore dell’investimento. Sta di fatto che però non tutto è così limpido, a cominciare dal coinvolgimento del finanziere Raffaele Mincione come intermediario dell’acquisto. La complessità di schermi societari messi in atto per l’acquisto, le commissioni di intermediazione, i vincoli contrattuali cui era sottoposto il Vaticano, l’accensione di mutui e la loro estinzione, costituiscono per ora un groviglio certo sospetto ma dal quale ancora non sono emersi reati. Tuttavia la magistratura vaticana indaga per peculato, corruzione, abuso di autorità. D’altro canto, come ha detto il papa, inaugurando l’anno giudiziario vaticano, le situazioni finanziarie sospette venute alla luce, «al di là della eventuale illiceità, mal si conciliano con la natura e le finalità della Chiesa».

L’ARRIVO DEGLI ISPETTORI DI MONEYVAL

Non va dimenticato inoltre, che nei prossimi giorni arriveranno in Vaticano gli ispettori di Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sull’applicazione delle norme antiriciclaggio degli Stati. Da sottolineare che nei precedenti rapporti di Moneyval, il Vaticano è stato elogiato per l’insieme del sistema normativo messo in piedi in questi anni per aprirsi alla trasparenza finanziaria, ma veniva al contempo anche messo in luce come mancasse un’azione giudiziaria adeguata: buone le norme insomma, ma troppo pochi procedimenti giudiziari, ancor meno quelli arrivati a sentenza. Anche a questo forse è dovuta l’intraprendenza dell’ufficio del Promotore di giustizia. In tale prospettiva, fra l’altro, il papa ha chiamato a presiedere il Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica a Roma e a Reggio Calabria, cui non manca certo l’esperienza e la capacità di portare a termine in modo efficace un processo.

I LIMITI DELLA RIFORMA FINANZIARIA VATICANA

La vicenda di Sloane Avenue – che si dipana dal 2011 al 2019 – mostra però alcuni limiti strutturali della riforma finanziaria vaticana. Se infatti le denunce stavolta sono arrivate dall’interno dei Sacri palazzi, il che come sottolineò lo stesso pontefice è un fatto certamente positivo e non scontato, al medesimo tempo emerge come vecchi vizi tendano a ripetersi nonostante tutto (si guardi al coinvolgimento di personaggi dalle incerte finalità nelle operazioni finanziarie e alla scelta di percorsi sempre poco trasparenti nelle modalità). Infine, il caso inglese mostra come la messa a punto di una pianificazione corretta ed efficiente della gestione delle finanze d’Oltretevere ancora non si vede, le esigenze economiche della macchina amministrativa incombono e inducono a investimenti finanziari forse poco virtuosi ma, almeno sulla carta, remunerativi.

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Soldi del Vaticano per investimenti immobiliari: sequestrati documenti e Pc a monsignor Perlasca


La gendarmeria vaticana ha fatto scattare una serie di perquisizioni a carico di monsignor Alberto Perlasca, già Capo ufficio amministrativo della Prima Sezione della Segreteria di Stato, sequestrando diverso materiale, tra documenti cartacei e apparati informatici. Il Prelato è il sesto indagato dell’inchiesta che nell'ottobre scorso aveva visto cinque dipendenti della Santa Sede indagati e sospesi.
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Medjugorje, svolta del Vaticano: “La Madonna è apparsa davvero. Nessuna origine demoniaca”


Svolta del Vaticano su Medjugorje; le prime sette apparizioni della Madonne, avvenute nell'estate del 1981, sarebbero vere e non avrebbero alcuna origine demoniaca. È quanto emerso da un dossier ancora top secret elaborato della Commissione Internazionale di inchiesta, istituita da Benedetto XVI e presieduta dal cardinale Camillo Ruini.
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La resa del papa: dietrofront sul celibato obbligatorio

Nell'attesa esortazione apostolica post-sinodale Bergoglio fa marcia indietro sulle riforme: niente ordinazione per diaconi sposati, no alle donne sacerdote e nessuna istituzione di ministeri specifici femminili. L'ala ultra-tradizionalista del Vaticano canta vittoria, la Chiesa latino-americana è la grande sconfitta.

Nessun cambiamento, neppure parziale, all’orizzonte. L’attesa esortazione apostolica post-sinodale del papa sull’Amazzonia (intitolata: Querida Amazonia-Cara Amazzonia) non apre all’ordinazione di diaconi sposati, riafferma il no all’ordinazione sacerdotale delle donne e non prevede neanche l’istituzione di ministeri specifici femminili come leader di comunità, né parla del loro accesso al diaconato. Francesco rinnova poi l’impegno della Chiesa in favore dei popoli amazzonici, dei poveri, della salvaguardia della biodiversità e in favore di modelli di sviluppo che accorcino le diseguaglianze sociali e tutelino l’ambiente, chiede un ruolo più forte dei laici nella vita della Chiesa.

Ma non produce, nel documento che doveva raccogliere le istanze emerse dal sinodo di ottobre sull’Amazzonia, quel cambiamento di paradigma nella vita interna della Chiesa atteso e temuto insieme. Resta insomma ben saldo il magistero sociale ed ecologico, la visione di una globalizzazione alternativa, dal volto umano, rispetto a forme di economia predatoria e distruttiva come stella polare dell’evangelizzazione, ma cade per ora il progetto di poggiare questo ambizioso impianto su un percorso di autoriforma profonda dell’istituzione.

Un unico spiraglio resta aperto quando il papa nell’esortazione dice: «Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo (del sinodo, ndr). Non intendo né sostituirlo né ripeterlo». Quindi aggiunge: «Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente». Parole che lasciano aperta la strada a una flebile autonomia interpretativa da parte dei vescovi sulle varie tematiche; anche se poi quando il pontefice dice la sua non lascia spazio a troppi dubbi.

BOCCIATE TUTTE LE RIFORME INDICATE DAL SINODO DELL’AMAZZONIA

Il sinodo amazzonico si era chiuso approvando la richiesta, sostenuta dalla maggioranza necessaria dei due terzi dei padri sinodali, di introdurre l’ordinazione di diaconi sposati, autorizzati quindi a celebrare la messa, per sopperire alla carenza strutturale di sacerdoti e missionari denunciata da molti anni dai vescovi della regione. In un primo momento dall’assise era emersa la proposta di ordinare dei laici sposati, il cui ruolo di leadership in certe comunità fosse riconosciuto e consolidato. Era stato poi l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Chirstoph Schoenborn, a dare una cornice istituzionale alla richiesta proponendo che l’ordinazione fosse circoscritta ai diaconi (sposati o meno), cioè a chi aveva compiuto il primo passo del percorso che porta all’ordinazione sacerdotale (ma che può anche fermarsi al diaconato).

Il papa parla del rischio di «clericalizzare le donne» che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»

Tuttavia la richiesta non è stata accolta dal papa che, anzi, nel documento invita i vescovi a pregare per le nuove vocazioni e a promuovere un nuovo slancio missionario. Il sinodo aveva inoltre avanzato «la richiesta del diaconato permanente per le donne», i padri proponevano ancora la creazione del «ministero istituito di “donna dirigente di comunità”, dando a esso un riconoscimento, nel servizio alle mutevoli esigenze di evangelizzazione e di attenzione alle comunità».

Il papa incontra indigeni dell’Amazzonia.

Anche su questo fronte non ci sono però novità. Il papa parla invece del rischio di «clericalizzare le donne» il che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo». Di certo, da più parti, si temeva che con l’eccezione amazzonica, si aprisse la porta a una rottura della tradizione del celibato, la questione insomma aveva un profilo più ampio.

LA GRANDE SCONFITTA È LA CHIESA LATINO-AMERICANA

In ogni caso Francesco ha deluso le aspettative di un sinodo da lui stesso convocato che aveva fin dal principio queste tematiche nella propria agenda. Il colpo lo riceve in primo luogo la Chiesa brasiliana che era stata la vera protagonista dell’assise orientando il dibattito e lavorando per ottenere determinati risultati. In tal senso si era molto speso ed esposto il cardinale Claudio Hummes, uno dei grandi elettori di Francesco in conclave e fra i maggiori ispiratori del sinodo. Hummes non a caso non era presente alla presentazione dell’esortazione di Bergoglio nella sala stampa vaticana.

L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo

Lo stesso arcivescovo di Vienna, il cardinal Schoenborn, che aveva individuato la formula dei diaconi sposati, esce male da questa vicenda, e trattandosi di uno dei porporati più autorevoli del collegio cardinalizio, di area moderata ma sostenitore intelligente del pontefice argentino, non è cosa da poco. C’è poi da capire come si comporterà la Chiesa tedesca, guidata dal cardinale Reinhard Marx, uno dei collaboratori del papa anche in Curia, che ha avviato a sua volta un proprio cammino sinodale nella cui agenda figura addirittura l’ordinazione sacerdotale femminile.

Papa Francesco durante la celebrazione della messa.

Il cammino di riforma portato avanti da Francesco ha subito dunque una netta battuta d’arresto che per altro va a colpire in modo specifico proprio la Chiesa latinoamericana, cioè la regione in cui il vescovo di Roma giocava in casa. L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo: l’operazione-kamikaze del libro a difesa del celibato messa in campo dal cardinale Robert Sarah insieme a Ratzinger e con l’aiuto del segretario del papa emerito, monsignor Georg Gaenswein, ha avuto un certo successo anche se probabilmente è stata accompagnata da un dissenso crescente di ambienti conservatori che ha avuto il suo peso.

LA PRIMA VERA VITTORIA DEI VECCHI APPARATI DI POTERE CLERICALE

Il papa, da parte sua, ha compiuto un passo indietro di metodo di non poco conto: disattendere le deliberazioni del sinodo va, di fatto, contro quell’apertura alla sinodalità, cioè a una Chiesa capace di decidere e scegliere collegialmente, in sostanza in modo più democratico, che pure il pontefice aveva promosso e messo anzi al centro del proprio progetto. Francesco sconta poi alcuni ritardi che hanno finito col mandare in panne la sua azione. La mancata riforma della Curia romana in primis, non ancora arrivata in porto dopo sette anni di pontificato, rappresenta un successo dei vecchi apparati di potere vaticano; rilevante pure  il tardivo allontanamento di personalità come quella di monsignor Gaenswein che costituivano oggettivamente una spina nel fianco del pontificato, e la permanenza di cardinali nel governo centrale della Chiesa che hanno lavorato sempre contro il Papa.

Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore

Bergoglio ha forse sperato che il tempo alla fine gli desse ragione, ma al contrario l’opposizione ultratradizionalista ha usato tutte le armi a disposizione per cercare di fermarne l’azione. Alla fine la svolta non è arrivata, almeno in questo frangente, tuttavia – e va sottolineato – Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore, diverse singole personalità lo hanno fatto, ma non tali da dare la sensazione che l’orientamento prevalente fosse con lui. Paradossalmente questo è avvenuto con il sinodo dell’Amazzonia che resta – ad oggi – il momento più alto del pontificato e anche l’evento capace di suscitare la più forte crisi interna. Sarà ora compito di Francesco trovare una via d’uscita a una situazione particolarmente intricata.

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Le apparizioni di Lourdes? Mai avvenute. Scrittori e scienziati contro la fede: “Una truffa”


Tra i tanti, il noto scienziato Piergiorgio Odifreddi, per il quale quella di Lourdes, il più importante santuario mariano in Europa, è al centro di una vera e propria “truffa”: per lui la Chiesa cattolica avrebbe messo su “un’associazione a delinquere da perseguire” alimentando "il turismo religioso e lo sfruttamento della creduloneria."
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La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d'occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani. Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.

Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei, diceva il prete avviando il rito della messa. E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.

Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.

IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più». E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.

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Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato. Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.

SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia. Ma non è vero. Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro. Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.

«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati. Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio.

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Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino? No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».

L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM

Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa nulla di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa. Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65. Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate. Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.

In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove

LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI

La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta. Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire. I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa. cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

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Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran. Ma ormai i giochi erano fatti. Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero. Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno. Non è andata così. Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.

GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole. Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo. E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“. La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore». Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono. Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

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BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO

Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò. «Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto». Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato. «Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI. Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.

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Il papa ridisegna il rapporto fra la Chiesa e la città eterna

Nel suo messaggio per le elebrazioni dei 150 anni di Roma capitale Francesco benedice la fine del potere temporale della Chiesa e sottolinea come l'Urbe debba rispondere a una domanda di inclusione che viene da poveri, rifugiati e immigrati. Ma il discorso sul patrimonio immobiliare del Vaticano resta inevaso.

Una città cosmopolita, aperta al mondo, all’accoglienza, all’incontro con l’altro, alla fraternità: osservata in una simile prospettiva e non solo in quella di una quotidianità problematica, Roma rappresenta «una grande risorsa dell’umanità». È questa, del resto, la capitale d’Italia disegnata e immaginata da papa Francesco nel suo messaggio per l’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma capitale. Bergoglio ha tracciato un quadro preciso del rapporto fra la sede di Pietro e la città in epoca moderna partendo dalle parole con cui il cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì un atto provvidenziale e non un crollo come parve in un primo momento, la caduta della città e la fine dello Stato pontificio; da allora – ha aggiunto il pontefice – iniziò una nuova storia.

Se dunque la fine del potere temporale è stata riconosciuta, una volta di più, come un evento benefico per la Chiesa e per l’Italia, Francesco ha poi tracciato in modo originale il contributo dato dalla presenza cristiana nella Capitale in questi 150 anni. Il pontefice ha indicato alcuni momenti salienti di questa relazione a cominciare dai nove mesi di occupazione nazista della città fra il 1943 e il ’44; in tale contesto ha ricordato la Shoah vissuta a Roma e l’asilo offerto dalla Chiesa a moltissimi perseguitati.

Da quell’esperienza – ha affermato il papa – scaturisce la lezione «dell’imperitura fraternità» fra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica, un legame riaffermato, ha scritto Bergoglio, dalla visita da lui stesso compiuta alla sinagoga della Capitale nel gennaio del 2016. Quindi il Vescovo di Roma ha rievocato la stagione del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città ospitò uno straordinario evento ecclesiale segnato dall’universalità, dall’ecumenismo, dall’apertura ai temi del dialogo interreligioso e della pace.

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FRANCESCO RIEVOCA IL CONVEGNO SUI MALI DI ROMA DEL 1974

Francesco ha successivamente messo in luce un terzo passaggio chiave: il convegno sui “mali di Roma” del 1974 voluto dall’allora vicario Ugo Poletti. Fu quello un momento decisivo nella vicenda politica e sociale della città: le periferie diventarono protagoniste, la loro voce fu ascoltata, emerse pubblicamente il quadro di un disagio sociale diffuso, la Chiesa – una parte di essa – rivolse la propria attenzione ai poveri. Per altro è il periodo in cui emerge la figura importante di don Luigi Di Liegro, uno dei protagonisti di quella stagione, fondatore della Caritas diocesana, promotore di centri di assistenza, mense, ostelli per i poveri e gli emarginati che tuttora restano innestati nel tessuto cittadino.

Da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra nella Capitale

Ancora, in quegli anni, prese forma un cattolicesimo sociale alternativo a una Democrazia cristiana capitolina, con agganci Oltretevere, legata soprattutto al partito dei costruttori, i famosi palazzinari romani, a gruppi d’interesse speculativo che lucravano su una crescita edilizia selvaggia, vorace, priva di regole. Non a caso anche da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra a Roma con i sindaci comunisti Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli.

Papa Francesco con la sindaca di Roma Virginia Raggi (foto Cecilia Fabiano – LaPresse).

La Roma di oggi, ha spiegato il pontefice, deve rispondere a una domanda di inclusione che viene dai poveri, dai rifugiati e dagli immigrati che non di rado «vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza». Apertura al mondo e inclusione sono dunque, per papa Francesco, le due direttrici spirituali e civili lungo le quali si può costruire la Roma del futuro, e la Chiesa in tal senso può dare il suo contributo, anche con i Giubilei; Bergoglio ha ricordato che il prossimo – «non lontano» – è quello previsto per il 2025.

RIMANE INEVASO IL TEMA DEGLI IMMOBILI VATICANI

Il messaggio del papa per i 150 anni di Roma Capitale non era insomma intriso di retorica concordataria e di astratte formule sulla reciproca collaborazione fra Chiesa e Stato, anzi, la relazione fra la Chiesa e la città eterna è stata delineata in termini reali e facendo una scelta precisa – apertura, dialogo, inclusione periferie – come nell’abitudine del papa argentino. Forse inevaso, in questa visione, rimane un altro aspetto del ruolo ricoperto della Chiesa nella città eterna: quello relativo all’immenso patrimonio immobiliare collegato a innumerevoli congregazioni religiose e enti ecclesiali di vario tipo (Vaticano compreso).

Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione

Non è solo una questione di pagamento dell’Imu per le attività commerciali svolte più o meno fittiziamente in edifici definiti come religiosi, la quesitone è più ampia. Il tema riguarda l’impatto edilizio, abitativo, paesaggistico, culturale, urbanistico che questa presenza ha sulla città. Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione. Troppo spesso mura e portoni invalicabili separano la città cristiana da quella laica, sotto questo profilo molto resta da fare.

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Perché Georg Gaenswein è stato congedato dal Vaticano

Il fedelissimo di Ratzinger è in caduta libera. Vicino alla curia tradizionalista e agli oppositori di Bergoglio, a pesare sul suo allontanamento da ogni incarico è stato lo scandalo nato attorno al libro del cardinale Robert Sarah contenente un contributo di Benedetto XVI. Ora Oltretevere non lo vuole più nessuno.

Congedato a mezzo stampa, per di più tedesca, quella del suo Paese e del papa emerito.

È quanto è accaduto a monsignor Georg Gaenswein, il segretario particolare di Joseph Ratzinger, nonché prefetto della Casa pontificia. A dare notizia del suo allontanamento da ogni incarico, infatti, è stato tra gli altri il Tagespost, secondo il quale «papa Francesco ha congedato il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gaenswein, a tempo indeterminato. Il segretario privato del papa emerito rimane a capo della prefettura, l’ufficio vaticano responsabile delle udienze pubbliche del papa, ma è esonerato per poter dedicare più tempo a Benedetto XVI». Dal Vaticano per ora non è arrivata nessuna conferma ufficiale alla notizia, ma che la stella del monsignore non brilli più Oltretevere è una voce che sta girando con insistenza già da diversi giorni.

Va detto che l’incarico di prefetto della Casa pontificia è stato fortemente depotenziato da papa Francesco il quale gestisce con grande libertà la propria agenda, mentre in precedenza era una figura chiave fra quelle che gestivano l’accesso diretto al pontefice, anche perché per dovere di ufficio si trovava spesso a fianco al papa. Per tali ragioni monsignor Georg era fra i pochi in Curia a essere in contatto diretto sia con Bergoglio che con Ratzinger, un privilegio che il papa argentino gli aveva concesso anche per non fare uno sgarbo al suo predecessore.

POCO AMATO DAI VESCOVI TEDESCHI, VICINO AI TRADIZIONALISTI

Gaenswein si era quindi fatto strada in Vaticano anche grazie a questo doppio ruolo che gli consentiva d fare l’equilibrista nella Curia romana. Tuttavia, con quell’aspetto da attore hollywoodiano di una certa età, il ‘bel Georg’ è spesso stato sospettato di essere una sorta di Rasputin in tonaca, essendo il principale interlocutore per chi avesse voluto avvicinare l’ex pontefice; grande frequentatore dei salotti della nobiltà nera romana, Georg è sempre stato vicino a posizioni e circoli tradizionalisti, finanche quelli in odore di lefebvrismo, non di rado entrati in urto proprio con Bergoglio. Al contrario si dice che i vescovi tedeschi, in cui è presente una forte anima liberal, non lo amassero troppo al punto da rimanere come minimo freddi all’ipotesi che Gaenswein andasse a occupare la guida di qualche diocesi in Germania.

Gaenswein è stato più volte accusato di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco

Anche perché in questi anni in cui il papa emerito ha abitato in Vaticano nella residenza-monastero Mater Ecclesiae, il suo segretario è stato più volte accusato, più o meno esplicitamente, di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco; in particolare monsignor Georg avrebbe aiutato quanti volevano utilizzare le parole o gli scritti di Joseph Ratzinger contro Bergoglio su diversi temi caldi: dalla pedofila nella Chiesa al celibato sacerdotale. Immaginare un Ratzinger manovrato e del tutto privo di volontà tuttavia sembra anch’essa una esagerazione, probabilmente la verità sta nel mezzo: ci sono state strumentalizzazioni e c’era però anche la volontà del papa emerito di dire la propria.  

LO SCANDALO DEL LIBRO DI SARAH CONFIRAMENTO DA RATZINGER

In ogni caso, da ultimo, lo scandalo è scoppiato con la recentissima pubblicazione del libro del cardinale Robert Sarah – contenente un contributo di Ratzinger – (titolo: Dal profondo del nostro cuore) in difesa proprio del celibato e per contrastare una presunta apertura su questo tema che poteva essere compresa nell’atteso documento post sinodo amazzonico di papa Francesco. Il sinodo chiedeva, per far fronte alla drammatica carenza di preti nell’immensa regione amazzonica, di ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, preferibilmente membri delle comunità locali indigene. Per Sarah e altri ultraconservatori l’eccezione rappresentava il cavallo di Troia per cambiare la norma sul celibato.

Papa Francesco e monsignor Georg Gaenswein.

Sta di fatto che il volume era stato annunciato come un libro a doppia firma Sarah-Benedetto XVI, il che costituiva quasi una presa di distanza pubblica, per di più preventiva, dell’emerito dal papa argentino e un’adesione, di fatto, alla linea di opposizione al pontificato più intransigente. Lo stesso Georg era costretto a un goffo intervento riparatore per spiegare che in realtà Joseph Ratzinger non aveva scritto nessun libro in comune con il cardinale e invitava l’editore a ritirare la doppia firma dal volume. Il cardinale Sarah, da parte sua, replicava pubblicando lo scambio di missive con l’ex pontefice che almeno in parte confermavano gli accordi presi prima della pubblicazione e smentivano la versione di monsignor Gaenswein.

SFIORATO ANCHE DALLO SCANDALO VATILEAKSS

Un pasticcio coi fiocchi, l’ultimo di una serie, dal quale anche la figura del papa emerito usciva un po’ ammaccata. D’altro canto, il più accanito nemico di papa Francesco, l’ex nunzio Carlo Maria Viganò, proprio in ragione del caos suscitato dal libro a doppia firma, aveva accusato Georg di aver isolato Ratzinger e di parlare in vece sua. Evidentemente l’ultimo passo falso veniva giudicato un errore anche dai settori più estremi dell’opposizione a Bergoglio.

Molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente

Va infine ricordato come monsignor Gaenswein sia stato sfiorato pure dal primo caso Vatileaks; molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente, come emerse dallo stesso processo; insomma il bel Georg non è del tutto nuovo a scivoloni simili.  Resta il quesito: Gaenswein ha infine imboccato il viale del tramonto? Si vedrà, anche perché il monsignore fino a ora è sempre riuscito a cavarsela, anche se stavolta cadere restando in piedi sarà veramente dura.

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“Il Papa ha congedato padre Georg Gaenswein”, Vaticano precisa: “Ridistribuzione di impegni”


C'è un "mistero" intorno alla scomparsa pubblica di Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia nonché segretario di Benedetto XVI: il monsignore oggi non era presente all’udienza generale del Pontefice, come non c’era nelle udienze private degli ultimi giorni. Secondo il Tagespost il Papa lo avrebbe congedato a tempo indeterminato, ma dal Vaticano è arrivata una smentita.
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Il Vaticano ha congedato il prefetto della Casa Pontificia Georg Gaenswein

Papa Francesco ha concesso un congedo a tempo indeterminato per il segretario privato del Papa emerito Benedetto XVI.

Papa Francesco avrebbe concesso un congedo a tempo indeterminato al prefetto della Casa Pontificia, mons. Georg Gaenswein. Lo ha scritto il giornale tedesco Die Tagepost. Il segretario privato del Papa emerito rimarrebbe in carica come capo della Prefettura ma sarebbe libero di trascorrere più tempo con Benedetto XVI. Il 5 febbraio mons. Gaenswein non era presente all’udienza generale di Papa Francesco, come non c’era nelle ultime udienze private al Palazzo apostolico degli ultimi giorni, comprese quelle con il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, e il nuovo presidente dell’Argentina Alberto Fernandez

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Quale è la situazione delle suore nella Chiesa cattolica

Crisi di vocazioni, abbandoni dell'abito religioso in aumento e violenze all'interno dei conventi. Da anni la comunità femminile cattolica vive in uno stato di lento declino. Ma il Vaticano sembra non occuparsene. E, complici le resistenze dei conservatori, anche Francesco finora ha fatto poco.

Le religiose rappresentano ancora oggi, nonostante il calo sempre più netto delle vocazioni e il numero crescente di abbandoni dell’abito religioso, la maggior parte delle ‘truppe’ di cui dispone la Chiesa cattolica nel mondo. E tuttavia il declino va avanti da molti anni senza che vi siano segnali di una sostanziale inversione di tendenza. Il fenomeno ha ormai delle caratteristiche statisticamente abbastanza stabili: cala a vista d’occhio il numero delle suore in Europa, Oceania e America dove i conventi si vanno svuotando, cresce impetuosamente il numero di vocazioni in Asia e Africa, ma questa ondata, pure significativa, non è sufficiente a invertire la rotta.

Per altro, nello stesso mondo missionario c’è chi solleva qualche dubbio su vocazioni religiose che, in alcuni casi in particolare nei Paesi poveri, potrebbero essere dovute più a fattori concreti – la ricerca di stabilità e sicurezza, di un ambiente protetto, il desiderio di uscire da una condizione di povertà – che da una reale scelta di vita sentita fino in fondo. Sta di fatto che dal 2010 al 2017, secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Vaticano, il numero di suore è calato globalmente di circa li 10%. Si consideri che oggi le religiose sono circa 648 mila, i sacerdoti 414 mila.

In ambito femminile, i dati indicano un calo di circa 10 mila religiose ogni anno nei tempi più recenti; nel 2017 l’andamento numerico nel dettaglio era il seguente: si registrava una crescita, come ormai avviene da tempo, in Africa (+1.489) e in Asia (+1.118), mentre in America (-4.893), Europa (-7.960) e Oceania (-289) si confermava un andamento fortemente negativo. Tuttavia emergeva anche un mutamento interessante: la componente delle religiose in Africa e in Asia sul totale mondiale passava dal 32,1% al 38,1%, a discapito dell’Europa e dell’America la cui incidenza si riduceva nell’insieme dal 66,7% al 60,8%. Dunque la crisi sta portando con sé anche un riequilibrio a favore delle chiese del Sud del mondo.

QUANDO A STUPRARE È LA MADRE SUPERIORA

È in questo contesto, dal quale emerge per altro un calo sensibile della vita religiosa anche maschile con dinamiche geografiche simili a quella femminile, che il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz – capo della Congregazione vaticana per gli istituti di vita religiosa – è intervenuto di recente per sottolineare alcune questioni. In un’intervista al mensile femminile dell’Osservatore romano, Donne chiesa mondo, ha confermato una volta di più l’esistenza del fenomeno degli abusi sessuali e di potere da parte di sacerdoti sulle suore, e ha messo in luce anche un altro aspetto del fenomeno: quello degli abusi di religiose nei confronti di altre consorelle (per esempio fra la formatrice e la sua allieva).

Il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità

Si tratta traumi anche gravi, innescano abbandoni, sono la spia di un quadro generale formativo e gerarchico a dir poco problematico. Allo stesso tempo va ricordato come proprio su questi temi si stia impegnando l’Uisg, l’Unione superiore generali, che sta cercando di affrontare apertamente e con un certo coraggio i cambiamenti e la crisi della vita religiosa femminile. Da parte sua, il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità e non vivano in una perenne condizione di subalternità nei confronti degli uomini.

Suore al lavoro (foto Matteo Bovo/Lapresse).

QUEI CONVENTI IN EUROPA PIENI DI SOLDI MA SENZA RELIGIOSE

C’è poi una questione relativa al denaro. Vi sono realtà, in Europa e anche in Italia, in cui poche religiose rimangono proprietarie di patrimoni immensi frutto della lunga storia degli istituti un tempo ricchi di vocazioni e donazioni e oggi in declino. In questo caso il rischio, come ha detto il papa, è che una congregazione sempre più piccola si attacchi ai soldi, ma quei beni, ha osservato il cardinale , non appartengono a quella congregazione o alle singole religiose, «sono della Chiesa». Resta vero, allo stesso tempo il fatto che molte religiose in Asia, Africa e America Latina, in condizioni spesso estreme, reggono ospedali, scuole, centri di assistenza, orfanotrofi, ambulatori si battono contro la tratta, affrontano l’urto di conflitti e crisi economiche; nei Paesi sviluppati mandano avanti parrocchie, insegnano nelle università, aiutano le persone più emarginate e povere. Si tratta di impegni e attività che condividono con numerose laiche in ogni angolo del mondo.

Papa Francesco in Polonia con le suore della Presentazione (foto Osservatore Romano/LaPresse).

L’OFFENSIVA DEI CONSERVATORI CONTRO LE RIFORME DI FRANCESCO

Tuttavia anche con papa Francesco i segnali di cambiamento sotto questo profilo sono ancora pochi. Sull’istituzione delle donne diacono – laici che possono svolgere alcune funzioni del sacerdote, ma hanno una funzione propria – nessuna novità dalla Santa Sede a parte una commissione che dovrà portare a termine chissà quando i suoi lavori per suggerire a Bergoglio una soluzione; in ogni caso pure in questo caso le critiche preventive degli ultraconservatori al pontefice sono state insistenti, «vuole fare le donne prete» è stato l’allarme lanciato dai settori conservatori, ma la realtà è ben diversa. Per ora non c’è traccia neanche di diritto di voto per le religiose che partecipano al sinodo, nonostante le pressanti richieste arrivate in tal senso dalle congregazioni femminili. Si registra però un aumento delle donne che prendono parte ai vari sinodi, quello sull’Amazzonia (ottobre 2019) ha fatto registrare un record: 35 le delegate presenti (ma in totale i partecipanti erano oltre 250).

Un segno che va nella giusta direzione è la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato, Francesca Di Giovanni

In quanto a ruoli di responsabilità qualcosa comincia a muoversi, anche se lentamente. È comunque un segno che va nella giusta direzione la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato. Lo scorso 15 gennaio, infatti, il papa ha chiamato Francesca Di Giovanni, una lunga carriera diplomatica Oltretevere alle spalle, a ricoprire l’incarico di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, seguirà il settore del multilaterale (cioè i rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale compresa la rete dei trattati multilaterali), un incarico particolarmente significativo proprio per il tipo di azione che svolge la Santa Sede sul piano internazionale. Novità di rilievo potrebbero arrivare dall’esortazione post-sinodale sull’Amazzonia, l’atteso documento del papa che toccherà diversi punti delicati. Ma il tempo stringe perché lo scisma silenzioso delle donne dalla Chiesa cattolica prosegue e sta per diventare un‘emorragia inarrestabile.

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Così la Cei è scomparsa dalla politica italiana

POTERE TEMPORALE. Dopo decenni di pressioni su governi e parlamenti, la conferenza episcopale si è eclissata. Un ritorno alla normalità e alla divisione tra Stato e Chiesa. Che però è anche sintomo di incapacità a misurarsi con i mutamenti sociali come richiesto da Francesco. E di mancanza, tranne rare eccezioni, di leadership forti.

C’è un grande assente dalla vita politica italiana degli ultimi anni: la conferenza episcopale.

E se ogni tanto, magari stimolato dai giornalisti, il Segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo è costretto a prendere le distanze dall’ennesima uscita anti-immigrati di Matteo Salvini (da ultimo la citofonata con l’accusa di spaccio rivolta a un giovane tunisino a Bologna, criticata dal numero due della Cei), il quadro generale però non cambia.

E in fondo si tratta di un ritorno alla normalità, a una sana divisione fra sfera civile e religiosa, per un Paese in cui ogni ‘sospiro’ della Chiesa, fino a non molti anni fa, era in grado di influenzare il dibattito pubblico in modo esponenziale, neanche si trattasse di un partito politico a tutti gli effetti.

D’altro canto la parola dei vescovi aveva il suo peso non solo sui temi bioetici, dalle unioni civili al testamento biologico, ma anche su questioni più generali come le riforme istituzionali, la stabilità dei governi, le leggi di bilancio.

UNA PRESSIONE PERMANENTE IN STILE LOBBISTICO

Quella della Cei era in realtà una sorta di pressione permanente su esecutivo e parlamento esercitata in stile lobbistico, per altro ben visibile nelle sue manifestazioni più evidenti facendo leva su un forte rilancio mediatico. Così facendo la Cei è riuscita per altro a mantenere intatti o quasi molti dei privilegi e delle prerogative di cui godeva la Chiesa nelle sue molteplici ramificazioni.

LEGGI ANCHE: Perché l’addio di Ratzinger pesa ancora sul futuro della Chiesa

Se però in diverse occasioni i vescovi, nella stagione interventista, l’hanno spuntata – grazie a sapienti tessiture politiche prevalentemente nel centrodestra ma non solo – su alcuni aspetti non sono riusciti ad avere la meglio.

I NODI DELLA SANITÀ E DELL’IMU

La Cei si è per esempio garantita la sopravvivenza dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche sempre a rischio di essere tagliati al momento della legge di bilancio. Più delicata la situazione delle strutture sanitarie legate in vario modo alla Chiesa. Il forte indebitamento di diverse Regioni con conseguente rischio di crac finanziario ha indotto alcuni governatori ad adottare politiche di tagli e austerità che hanno posto un freno agli sprechi, alle gestioni clientelari, ai buchi di bilancio in particolare nella sfera sanitaria, divoratrice di risorse pubbliche. Del resto, di convenzioni gonfiate e gestioni opache godevano pure tanti ospedali cattolici, anche con una buona fama dal punto di vista della qualità del servizio. Basti ricordare che uno degli scandali più noti e gravi ha visto il coinvolgimento dell’Idi di Roma, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata, al centro di ruberie e indagini giudiziarie, tanto da costringere a intervenire lo stesso Vaticano per porre rimedio a una situazione tuttora difficile.

L’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano

Allo stesso tempo la Cei ha cercato di resistere in ogni modo al pagamento dell’Imu da parte delle strutture di accoglienza cattoliche, appartenenti a congregazioni religiose, che esercitavano in modo prevalente o esclusivo attività commerciale; funzionavano insomma come degli alberghi. In quest’ambito se la situazione ha visto un principio di regolarizzazione, moltissimo resta da fare per enti locali e governo.  

VESCOVI E FRANCESCO SEPARATI IN CASA

L’ambito economico non è tutto, certo, e per altro i problemi in questo settore sono anche altri – si pensi alla scarsa trasparenza dei bilanci delle diocesi, nonostante gli annunci di volerli rendere pubblici – in ogni caso l’azione della Cei ha avuto un certo successo in passato nell’evitare colpi troppo duri da parte dei vari governi che si sono succeduti ai propri bilanci. È un fatto, d’altro canto, che negli ultimi anni i vescovi abbiano aderito con poco entusiasmo al magistero di Francesco (come pure abbiamo raccontato su Lettera43.it), almeno così ha fatto una parte consistente di loro. Di certo battersi per poveri e immigrati nel segno del Vangelo è assai più oneroso che scagliarsi contro le unioni civili omosessuali agitando il fantasma del declino dell’Occidente e della famiglia tradizionale. 

ALLA CHIESA ITALIANA MANCANO LEADERSHIP AUTOREVOLI

Va detto che l’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, è distante dalle crociate ideologiche di un tempo, tuttavia si è rifiutato di aprire un percorso sinodale per rinnovare la Chiesa italiana, il suo modo di essere, la sua capacità di stare in mezzo alla società, come richiesto dal papa. Bassetti assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano espressione di un modello di Chiesa e di fede ormai incapace di mettersi alla prova misurandosi con i mutamenti sociali in modo attivo secondo quanto richiedeva Francesco. Sembra al contrario prevalere la rassegnazione di fronte a una stagione in cui la fede non ha più il primato nel corpo vivo del Paese.

LEGGI ANCHE: Perché vanno ascoltate le parole rivoluzionarie del cardinal Zuppi

La frattura apertasi fra episcopato e Santa Sede, in tal senso, sta portando alla luce i limiti di una Chiesa italiana carente di leadership forti e autorevoli, sia ecclesiali sia laiche – con qualche eccezione significativa come quella dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, fra i pochi a far sentire la sua voce, schieratosi a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna contro i populismi e i sovranismi – capaci di reindirizzare un discorso spirituale e culturale alla luce di un pontificato riformatore e di una realtà in tumultuosa trasformazione.

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Perché l’addio di Ratzinger mina ancora il futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI restano una ferita aperta nella Chiesa. Il rischio è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’ e che questa venga usata dai nemici di Francesco per indebolirne il potere. E in Vaticano si comincia a pensare di normare il ruolo del papa emerito.

Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.

È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).

La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.

Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  

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Chi è Robert Sarah, il cardinale “nemico” di papa Francesco

Tradizionalista vicino alle idee di Benedetto XVI. Per i detrattori reazionario. Duramente anti-gender e critico nei confronti dell'immigrazione. Chi è il porporato autore del libro "Des Profondeurs de nos coeurs" scritto con la collaborazione di Ratzinger finito al centro di un vero e proprio giallo.

Il giallo su Des Profondeurs de nos coeurs scritto dal cardinale Robert Sarah e Joseph Ratzinger si allarga.

Mentre attraverso il suo segretario particolare Georg Gänswein Benedetto XVI ha chiesto di derubricare il suo apporto al volume come un semplice contributo, dall’altro il cardinale insiste e pubblica su Twitter le lettere del papa emerito che dimostrano come fosse totalmente a conoscenza del progetto editoriale.

IL PRIMO CARDINALE GUINEANO

E dire che non è la prima volta che i due collaborano. Ratzinger ha sempre stimato il tradizionalista Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino. Nato in Guinea 75 anni fa, Sarah è figlio di due convertiti del villaggio di Ourous, che, ricorda Tempi, «immaginavano che solo gli uomini bianchi potessero diventare preti e risero quando il loro figlio disse loro che voleva entrare in seminario». Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nominò segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli; nove anni dopo Ratzinger lo ordinò cardinale. Nel 2014 Sarah venne scelto alla guida della Congregazione per il culto divino proprio da papa Bergoglio. Ma un anno dopo sempre Francesco respinse il suo appello per far celebrare le messe versus Orientem, con le spalle ai fedeli, come da riforma conciliare. Da quell’anno venne considerato un tradizionalista o, dai detrattori, un pericoloso reazionario.

LE AFFINITÀ CON RATZINGER

L’affinità con le idee di Benedetto XVI è nota. Nel 2017, il papa emerito scrisse anche una postfazione per La force du silence, sempre di Sarah, in cui lo definiva «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi». Infine, quasi a supportarlo, aggiungeva: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».

Robert Sarah con Benedetto XVI nel 2020 (La Presse).

Non è invece un mistero la distanza tra Sarah e papa Francesco che sempre nel 2017 aveva ripreso il porporato guineano per una sua interpretazione errata del Motu Proprio Magnum Principium. Per semplificare, come scrisse la Nuova Bussola Quotidiana, lo spirito del documento pontificio era quello di «concedere per le traduzioni liturgiche quell’ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare». Una devolution liturgica criticata dal cardinale africano.

PER SARAH L’IDEOLOGIA GENDER È PARAGONABILE ALL’ISIS

Al di là delle dispute liturgiche, Sarah negli anni ha criticato a più riprese e duramente l’ideologia del gender (non lontano in questo caso da papa Francesco che nel 2016 aveva definito il gender «una guerra mondiale contro il matrimonio»). Nel 2015 arrivò a paragonarla all’Isis: «Hanno la stessa radice demoniaca». E, ancora: «Quello che nazismo, fascismo e comunismo sono stati per il ventesimo secolo, sono oggi le ideologie occidentali sulla omosessualità e l’aborto e il fanatismo islamico». Isis e l’ideologia gender sono dunque «Bestie dell’Apocalisse» sentenziò nel suo intervento durante il Sinodo della famiglia di quell’anno.

Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso

Robert Sarah

Posizioni che tornano sia in un editoriale del Wall Street Journal del 2017 sia nel libro Dio o niente in cui due anni prima scriveva: «Per quel che riguarda il mio continente voglio denunciare con forza una volontà d’imporre dei falsi valori utilizzando argomenti politici e finanziari. In alcuni Paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico! Queste politiche sono tanto più odiose in quanto la maggior parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé d’ideologi occidentali fanatici».

UNA POSIZIONE FILO-SOVRANISTA SULL’IMMIGRAZIONE

Ma non è solo il gender ad allarmare Sarah. In Si fa sera e il giorno ormai volge al declino (2019) il porporato mette in guardia l’Europa che «sembra programmata per autodistruggersi». E lo fa evocando senza mezzi termini, scriveva Le Figaro, la «crisi culturale e identitaria» e i processi migratori. «L’Europa vuole aprirsi a tutte le culture, il che può essere fonte di ricchezza, e a tutte le religioni del mondo. Ma non si ama più». Nel mirino di Sarah il patto di Marrakesh (il patto mondiale per le migrazioni) che ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari, ma che secondo lui porterà esattamente l’opposto. «Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso». Agli antipodi della Chiesa di Bergoglio.

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Giallo in Vaticano, Ratzinger: “Non è mio il libro su celibato dei preti”. Cardinale: “Sapeva”


Il papa emerito Joseph Ratzinger ha chiesto ufficialmente di ritirare la sua firma e il suo nome dal discusso libro del Cardinal Robert Sarah in cui Benedetto XVI si scagliava ancora una volta contro i presti sposati. Ratzinger sostiene di non aver dato autorizzazioni a pubblicare il libro a suo nome ma il cardinale ribatte: "Benedetto XVI sapeva"
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Giallo sul libro di Ratzinger e Sarah: il papa emerito chiede di togliere la firma

Benedetto XVI sostiene di non essere stato al corrente del progetto. Ma il cardinale lo smentisce pubblicando su Twitter tre sue lettere.

Continua a fare discutere il libro scritto a quattro mani da Joseph Ratzinger e il cardinale Robert Sarah di cui Le Figaro aveva pubblicato le anticipazioni domenica 12 gennaio.

Nel volume, in uscita in Francia il 15 gennaio, i due autori prendono posizione contro l’ipotesi entrata nel documento finale del Sinodo sull’Amazzonia di ammettere al sacerdozio anche persone sposate.

«Io credo che il celibato» dei sacerdoti «abbia un grande significato» ed è «indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita», ha scritto il papa emerito.

BENEDETTO XVI HA CHIESTO DI TOGLIERE LA SUA FIRMA

Lunedì però lo staff di Ratzinger aveva negato che il libro fosse stato scritto a quattro mani con Benedetto XVI. Posizione ribadita il il 14 gennaio da monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del papa emerito. «Posso confermare», ha riferito all’Ansa, «che questa mattina su indicazione del papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall’introduzione e dalle conclusioni». Gänswein ha aggiunto che Benedetto XVI era al corrente che il cardinale stesse lavorando a un libro e aveva inviato un saggio sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva. «Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah».

SARAH PUBBLICA LE LETTERE DI RATZINGER SU TWITTER

Eppure il cardinale Sarah, via Twitter, smentisce questa versione. «Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. Posso dire che abbiamo scambiato più bozze per stabilire le correzioni».

Non solo. Il cardinale Sarah aveva portato pure le “prove” rendendo pubbliche tre lettere a lui indirizzate e firmate da Benedetto XVI proprio su questo scambio di appunti sulla questione del celibato dei sacerdoti. Nell’ultima lettera, datata 25 novembre 2019, Ratzinger scrive a Sarah: «Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista».


In una lunga nota il cardinale ricostruisce gli incontri con Benedetto XVI – dal primo del 5 setembre 2019 all’ultimo del 3 dicembre – e la genesi del libro.

Il Prefetto della Congregazione per il Culto divino conferma nel comunicato la sua richiesta al papa emerito di un testo sul tema. «Il 12 ottobre, durante il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, mi ha consegnato riservatamente un lungo testo frutto del suo lavoro dei mesi precedenti», riferisce Sarah spiegando che il testo era troppo lungo per un articolo e che quindi propose a Ratzinger la pubblicazione di un libro insieme. Il papa emerito, continua il cardinale nella nota «ha espresso la sua grande soddisfazione per il testo redatto insieme e ha aggiunto: ‘Da parte mia sono d’accordo che il testo sia pubblicato nella forma da lei prevista’».

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Quello di Francesco è uno schiaffo all’immagine del papa

La reazione di Francesco in San Pietro è simbolo di umanità. Ma porta con sé un grave danno d'immagine. Che lambisce il dogma dell'infallibilità del pontefice. E che in Vaticano dev'essere preso sul serio.

Il dogma dell’infallibilità papale è molto recente, se rapportato all’intera storia della Chiesa. Risale infatti solo al 1870, quando fu proclamato per volontà di Pio IX, il quale convocò un apposito concilio – il “Vaticano I” – affinché il dogma venisse approvato e reso definitivo. Ma il papa è infallibile solo quando parla “ex cathedra”, cioè quando si esprime su elementi dottrinali e di fede, oppure quando proclama nuovi dogmi. In questi casi “non può sbagliare”. Ma quando si libera infastidito dalla presa di una fedele in Piazza San Pietro, schiaffeggiandola mano che lo trattiene? La condotta del papa è anch’essa infallibile?

Nel 1870 non esistevano le telecamere, né i telegiornali, né tanto meno il web e i social network. Un episodio come quello dello strattone al papa e della sua reazione stizzita non avrebbe avuto alcuna eco al di là degli spettatori presenti. Ma in realtà non sarebbe stato proprio possibile, perché il papa all’epoca non scendeva in mezzo alla gente, e se proprio doveva farlo, veniva portato in giro su una sedia pontificia che si levava alta, al riparo dalla folla e dalle sue intemperanze. Alla sedia è poi subentrata la papa-mobile, con la sua bolla trasparente, che espone il pontefice come in una protettiva vetrina semovente, mentre passa e benedice i fedeli. Perché quando si avvicina fisicamente alla gente, tutto è possibile, come accadde a Giovanni Paolo II, che si prese un colpo di pistola in pancia nel 1981 da turco Alì Agca, e venne salvato poi dai chirurghi del Policlinico Gemelli, oppure dalla Madonna stessa, a seconda delle convinzioni religiose.

UN PAPA PARAGONATO A UNA ROCKSTAR

Nella nostra era ultramediatica, il papa – e soprattutto questo papa, Bergoglio – viene giustamente paragonato a una rockstar, che suscita nei fedeli lo stesso tipo di fanatismo che si rivolge ai miti della musica e ai divi del cinema. Molto meno ai personaggi politici. Ed è forse che per questo che un politico scaltro come Matteo Salvini, superando gli elementi dell’idolatria berlusconista, ha fatto propria una gestualità religiosa che allude continuamente a una presunta “vera fede”, in contrapposizione alle aperture misericordiose di Francesco, pontefice di cui i sovranisti diffidano massimamente. Al punto da pubblicare, Salvini, un video stupidissimo, in cui la fidanzata Francesca Verdini figura come la fedele postulante di Piazza San Pietro, mentre lui stesso vi recita il ruolo di “papa buono”, che si libera dolcemente dalla presa della mano e le accarezza il viso, come a correggere il comportamento opinabile del papa, criticato aspramente per un buffetto alle mani dagli stessi sovranisti che tifano per l’affondamento di barconi e migranti in mare.

UNO STRATTONE CHE VA PRESO SUL SERIO

Bergoglio si è poi scusato pubblicamente per aver dato «il cattivo esempio», e ammettendo di aver perso le staffe, come può capitare a chiunque. Dunque il papa è un chiunque, uno di noi, un essere umano fallibile e imperfetto? Certo che sì, personalmente non avevamo dubbi. Ma il danno di immagine è grave, proprio perché consente a personaggi di bassissimo profilo di proporsi credibilmente come detentori di simboli e verità religiose, facendo di se stessi e del proprio corpo un feticcio. Una strategia che trova la sua apoteosi nella pratica dei selfie scattati a raffica coi telefonini insieme ai propri seguaci. Lo fa Salvini e lo fa anche il papa. Forse quello strattone dovrebbe essere preso sul serio in Vaticano. Senza dogmatismi.

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Difficile essere atei da quando c’è Francesco

Il brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo.

Ho ascoltato spesso in questo anno che sta finendo papa Francesco in tivù mentre parlava ai fedeli in piazza san Pietro. E mi hanno sempre colpito le sue parole, l’uso del testo dei Vangeli, le parabole che ha citato. Ho letto i suoi libri. Non sono stato né cattolico né di altra fede. Nella mia famiglia non c’era l’abitudine, cosa singolare essendo una piccola famiglia del Sud, di frequentare e far frequentare ai figli la parrocchia. Posso persino dire che alcune pesanti disavventure familiari avevano creato nei miei genitori una certa avversità verso la fede. La mia formazione si è svolta al di fuori di ogni influenza religiosa. Paradossalmente l’impatto più forte l’ho avuto nei miei lunghi anni trascorsi nel Pci quando il tema del rapporto con i cattolici era cruciale. Si passò nel volgere di un paio di decenni dall’apprezzamento di “una sofferta coscienza cattolica” al tempo, erano gli anni di Enrico Berlinguer, in cui i cattolici, non più sofferenti (lo scrivo con evidente ironia verso il togliattismo), divennero nostri compagni e dirigenti.

Tutto questo è avvenuto senza che io mi schiodassi da una freddezza verso ogni fede, a parte una curiosità culturale molto accentuata verso l’ebraismo che mi ha portato a numerosi viaggi in Israele e a intrecciare con amici ebrei rapporti molto forti di grande sintonia. Da quando c’è Francesco sento, però, che qualcosa è mutato. Non ho il linguaggio per esprimere bene, cioè correttamente, quello che sento e che vorrei mettere a confronto con chi mi legge, ma il tema della fede si sta facendo spazio nella mia mente e, se posso dire, nel mio cuore. Ho amato da laico alcuni papi. Oltre alla predilezione per papa Giovanni XXIII, ho provato una ammirazione sconfinata per papa Paolo VI. Degli altri non dico. In quel singolare mese di papato mi colpirono le parole di Albino Luciani, così vicine alla sensibilità anche di chi non credeva.

UN NUOVO APPROCCIO ALLA FEDE

Poi è arrivato dalla fin del mondo Francesco che ha introdotto nel linguaggio pubblico e nella coscienza dei singoli, sicuramente nella mia, una dimensione della fede che mi appare, lo scrivo con approssimazione, non solo capace di mettermi in contatto con il mondo ma anche di trovare in questo contatto le ragioni di una comprensione della persona, del suo destino, della natura che nel passato non era mai appartenuta con tanta intensità. Ho capito, credo di aver capito, che cosa vuol dire il papa e cosa vuole spingerci a fare nella, e della nostra, vita quando chiede di illuminarla con la “misericordia”. Devo anche dire che c’è un filosofo ateo che mi ha molto aiutato, con i suoi testi, a comprendere la profondità del messaggio di fede e persino, più recentemente, del significato mariano: parlo di Massimo Cacciari. Mi direbbe un cattolico di antica data che anche da questo si capisce perché le vie del Signore sono infinite.

Il punto centrale del ragionamento che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione

Molti di voi penseranno che scrivo queste cose perché il papa viene descritto come di sinistra, addirittura “comunista”. Non replico a queste sciocchezze. Né l’affetto filiale verso Francesco è cresciuto sentendolo vittima di attacchi pieni di veleno. Giudico, come faccio ogni giorno, la politica sulla base della politica. Mi interessa poco l’uso della religione nella miserabile battaglia elettorale. Il punto centrale del ragionamento, razionale e sentimentale, che mi ispira il papa sta nella sua straordinaria umanità, nel suo voler sospingere noi umani su una strada di misericordia e di comprensione. Parla di un Dio amico delle persone singole e dell’umanità. Perché mi è venuta questa voglia di rendere pubblica questa emozione? Non voglio fare annunci (non ne ho), né sento di potermi definire ancora né credente né cattolico. Ho capito da Francesco che bisogna essere persone trasparenti e che non bisogna aver paura di iniziare a provare un sentimento religioso così intrecciato con l’amore per l’umanità. E questo brutto anno che ci lasciamo alle spalle ha avuto per me una sola luce: la presenza di questo papa buono, ironico, severo, comprensivo. Tutto qui.

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Dagli abusi alle riforme, in Vaticano è un Natale di terremoti

Le rivelazioni sulle violenze dei Legionari di Cristo nei confronti dei minori hanno scosso la Curia. Mentre per papa Francesco «non siamo più nella cristianità». Scandali, denunce, potere che difende i privilegi: cosa sta succedendo nella Chiesa.

Il Natale 2019 in Vaticano è stato preceduto da una raffica di notizie sorprendenti e rivelatrici. Papa Francesco nel discorso di auguri alla Curia vaticana ha ribadito la necessità di riformare gli uffici e le funzioni dei dicasteri che “governano” la Chiesa universale chiarendo che organismi storicamente importanti – e dal ruolo ben definito – fra i quali la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio) e la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Propaganda fide), non potranno più essere quelli del passato. Quello che stiamo attraversando infatti, per il papa, è un cambiamento d’epoca che pone la Chiesa di fronte a sfide drammatiche per la sua stessa sopravvivenza.

LA FEDE SPESSO DERISA E NEGATA

«Fratelli e sorelle», ha detto Francesco, «non siamo nella cristianità, non più!». II tema della riforma della Curia, ha spiegato, non è legato solo alla necessità di aggiornare istituzioni vetuste e limitare le burocrazie, il nodo vero è quello dell’evangelizzazione in un’epoca in cui i pastori, i vescovi, non sono più i primi a produrre cultura e valori, né i più ascoltati. La fede in tutto l’Occidente, ha precisato il papa, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, al contrario avviene che essa venga spesso derisa e negata.

SENZA REAZIONE DESTINATI A ESSERE TRAVOLTI

Se negli anni passati Francesco aveva elencato tutti i vizi della Curia romana compilando severi e drammatici j’accuse di un mondo arrogante e chiuso in se stesso, nelle proprie dinamiche interne, nei privilegi anacronistici fatti passare per tradizione, attaccato al potere a volte allo sfarzo, quest’anno il papa è passato a delineare la fine di un mondo che fra non molto se non si reagisce, era il sottinteso di un intervento inusuale, travolgerà anche la cittadella d’Oltretevere.

STRATEGIA OSTRUZIONISTICA CONTRO FRANCESCO

La Curia finora ha fatto orecchie da mercante di fronte ai tentativi di riforma interna promossi dal papa, la bozza finale della nuova costituzione vaticana arrivata all’ultimo miglio (doveva essere approvata prima di Natale), è stata sommersa da centinaia di emendamenti secondo la più classica strategia ostruzionistica. Questa volta Bergoglio, tuttavia, ha lanciato un allarme che è andato oltre la contesa ormai classica fra il papa venuto dalla fine del mondo e il vecchio ordine romano, ha fatto capire che il tempo sta per scadere perché nelle città di oggi, ha detto al nutrito drappello di cardinali e alti funzionari curiali riuniti ad ascoltarlo, la Chiesa per orientarsi ha bisogno di «nuove mappe»; insomma se si vuole salvare la barca di Pietro, Curia compresa, non c’è tempo da perdere. Chissà se il messaggio verrà recepito. Nel frattempo Francesco si è circondato di fedelissimi nei dicasteri chiave delle finanze vaticane (snodo nevralgico della riforma), considerando ormai fallito ogni tentativo di governo che coinvolgesse l’opposizione.

DECISIONE FORTE SUL POTENTE SODANO

In questa direzione va anche la decisione di mandare in pensione il già anziano cardinale Angelo Sodano (92 anni), che ha lasciato l’incarico non solo onorifico di decano del sacro collegio cardinalizio. Francesco ne ha accetto la rinunzia e al contempo ha riformato l’istituto stabilendo che la carica ha la durata in tutto di cinque anni eventualmente rinnovabili; Sodano è rimasto al suo posto per quasi 15 anni. Considerato da sempre uno degli uomini più potenti in Vaticano, è stato fra le altre cose attaccato da un altro peso massimo del sacro collegio, l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, che ha ricordato come l’ex decano lo avesse violentemente messo sotto accusa davanti a Benedetto XVI nel 2010 per essersi impegnato con i vescovi austriaci nel denunciare gli abusi sessuali commessi dal cardinale Hans Hermann Groer, ex arcivescovo di Vienna (un’inchiesta del giornalista Hubertus Czernin arrivò a parlare di circa 2 mila ragazzi abusati da Groer).

LEGAMI OSCURI CON GLI SCANDALI SUGLI ABUSI

Sodano negò con virulenza la fondatezza delle notizie contro Groer. La carriera di Sodano, del resto, è costellata da episodi riferibili allo scandalo degli abusi sessuali: abbiamo già ricordato i suoi legami – raccontati da alcune vittimecon il sacerdote cileno abusatore Fernando Karadima, vicino al dittatore Augusto Pinochet (i rapporti di Sodano con i regimi sudamericani sono un altro argomento di critica nei suoi confronti). Dalla vicenda Karadima è scaturita una crisi che ha portato alle dimissioni dei vertici della Chiesa cilena in tempi recenti.

TUTTE LE MACCHIE DEI LEGIONARI DI CRISTO

Ancora, l’ex Segretario di Stato di Giovanni Paolo II e per un breve periodo di Benedetto XVI è stato chiamato in causa da testimonianze e inchieste giornalistiche per aver offerto protezione al fondatore dei Legionari di Cristo, l’oscuro padre Marcial Maciel (del resto protetto dallo stesso Karol Wojtyla), dal conclamato profilo criminale. E proprio sabato 21 dicembre, dalla Congregazione dei Legionari, in quello che assomiglia a un tentativo pubblico di contribuire alla verità, è stato diffuso un rapporto nel quale si accusa lo stesso fondatore dell’organizzazione di aver abusato di almeno 60 minori, parte di un più vasto gruppo di 175 ragazzi compresi fra gli 11 e i 26 anni vittime di abusi – nell’arco di 80 anni – commessi da 33 sacerdoti membri della Congregazione, 18 dei quali ne fanno ancora parte (ma i casi potrebbero essere molti di più). Anche diverse decine di seminaristi, emerge dal rapporto, hanno subito e compiuto violenze.

UNA «MAFIA» CHE COPRIVA LE VIOLENZE

D’altro canto non può essere dimenticato quanto disse il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, capo del dicastero vaticano per la vita religiosa e gli istituti di vita consacrata, che a fine 2018 spiegò come le accuse contro Maciel fossero note al Vaticano dal 1943, quindi aggiunse: «Chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa». In questo quadro va ricordato che fra le finalità note dei Legionari rientrava quella di combattere la diffusione della teologia della liberazione in America Latina. Infine è arrivata la notizia che solo nell’ultimo anno sono giunte in Vaticano circa 1.000 denunce relative a casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. La crisi insomma è ben lungi dal concludersi, anche se con Francesco la Chiesa ha iniziato la sua lunga traversata del deserto.

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Vaticano in festa per il compleanno di Papa Francesco: oggi Bergoglio compie 83 anni


Il 17 dicembre 1936 è nato a Buenos Aires Papa Francesco che oggi festeggia 83 anni d'età. Nessun festeggiamento in particolare, anche se non si esclude che possa pranzare con i senzatetto di Roma, come già successo negli anni passati. Gli auguri di Sergio Mattarella: "L'incessante attività pastorale di Papa Francesco continua a sollecitare i popoli e le nazioni a superare le divisioni, a preservare la pace, a impegnarsi nel dialogo".
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I fedelissimi di Francesco per le finanze vaticane

Da Guerrero Alves fino a Tagle: chi sono e che compiti avranno gli uomini messi dal papa in posti chiave della Curia. Dove continua a ridursi la presenza italiana.

Il Vaticano ha da qualche settimana un nuovo super ministro per l’economia, Juan Antonio Guerrero Alves, gesuita, spagnolo di 60 anni che ha ricoperto nel tempo diversi incarichi organizzativi e di governo nella Compagnia di Gesù. È quello che si può definire un uomo di fiducia del papa, un ministro più ‘politico’ che ‘tecnico’; evidentemente dopo tanti ‘stop and go’ nel cammino di riforma delle finanze d’Oltretevere, Francesco ha deciso che sono davvero pochi quelli di cui ci si può fidare: fra questi rientrano certamente i gesuiti il cui ruolo, non a caso, sta crescendo sia in Curia che nel collegio cardinalizio. 

LA SFIDA DI GUERRERO E MARX

Il compito primario di padre Guerrero è quello di portare a termine uno dei passaggi chiave nel percorso di trasformazione delle finanze vaticane, ovvero la pubblicazione dei bilanci del piccolo Stato del papa. Un tassello che manca da diversi anni, nonostante gli annunci e le promesse fatte a partire dal 2014. Per far questo, tuttavia, il nuovo prefetto della segreteria per l’Economia dovrà riuscire a pianificare e razionalizzare le spese, verificare gli sprechi e le necessità reali di ogni ufficio vaticano, coordinare entrate e uscite. Queste attività sono esercitate dalla segreteria in collaborazione con un altro importante organismo, figlio anch’esso della riforma istituzionale voluta dal Papa: vale a dire il Consiglio per l’economia guidato dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e capo della Conferenza episcopale tedesca.

UN TESORETTO DI 700 MILIONI DI EURO

Tuttavia sia Guerrero che Marx dovranno vedersela ancora una volta con la segreteria di Stato che fino ad ora si è opposta a un suo ridimensionamento nel governo delle finanze. La recente vicenda dell’investimento confuso e opaco realizzato a Londra è appunto sintomo di questa situazione. La segreteria di Stato controlla infatti un proprio tesoretto, che ammonterebbe a circa 700 milioni di euro, una parte dei quali sono stati investiti nell’operazione immobiliare rivelatasi uni boomerang. In ogni caso, una fetta rilevante di questa cifra deriva dall’obolo di San Pietro, ovvero dalle collette dai fedeli per la carità del papa.

Il  punto in discussione è se il Vaticano può permettersi che certi fondi siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato

In realtà è noto ormai da diverso tempo (almeno da Paolo VI in avanti) che il fondo d’emergenza costituito attraverso l’obolo e le donazioni delle chiese locali presso la segreteria di Stato, ha avuto diverse funzioni: coprire i buchi di bilancio del Vaticano in momenti di difficoltà, sopperire alle necessità amministrative più urgenti, consentire di intervenire in situazioni critiche. Sono risorse che, come ha spiegato lo stesso pontefice sul volo che lo riportava indietro dal Giappone, vanno pure investite, ma in modo corretto e trasparente (e su questo aspetto è scoppiato l’ultimo scandalo, non sulla necessità di far fruttare le risorse a disposizione).

IL PESO DI PAROLIN NELLE PROSSIME SCELTE

Il  punto in discussione, ora, è se il Vaticano – data l’importanza che la questione assume per credibilità della Santa Sede – può permettersi che fondi di questo tipo siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato e non invece, per esempio, attraverso lo Ior riformato per garantire un maggior controllo sul loro utilizzo. In tal senso peserà, e non poco, la parola del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, un altro dei più stretti collaboratori di Francesco, il quale ha mostrato più volte di non voler sottostare, dal punto di vista finanziario, ad altri organismi vaticani (come invece sembrava intendere l’ex prefetto della segreteria per l’Economia il cardinale australiano George Pell che entrò in rotta di collisione con Parolin).

IL SENSAZIONALISMO SULL’USO DELL’OBOLO DI SAN PIETRO

Di certo c’è che un certo sensazionalismo scatenato intorno all’uso dell’obolo di San Pietro – da ultimo da parte del Wall Street Journal – circa il fatto che le offerte dei fedeli non siano utilizzate per opere di carità ma per far “funzionare”  il Vaticano, sembra sproporzionato. Si parla infatti di una cifra che sta intorno ai 70 milioni di dollari l’anno, a volte meno, senza dubbio significativa ma che diventa ben poca cosa in termini assoluti se si considera, per esempio, che l’evasione fiscale in Italia tocca i 109 miliardi di euro annui. D’altro canto, proprio da un certo grado di efficienza della Santa Sede dipendono interventi e azioni umanitarie importanti promossi dal Vaticano e dalla Chiesa. Tuttavia, la trasparenza è altra cosa: per la credibilità della Chiesa la vera accountability è quella nei confronti dell’opinione pubblica, e qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Con Tagle Francesco ha collocato un fedelissimo in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora la presenza italiana nella Curia

Per questo non può passare inosservata un’altra nomina di peso fatta da Francesco negli ultimi giorni, quella del nuovo prefetto di Propaganda Fide, il dicastero per l’evangelizzazione dei popoli che può contare su un patrimonio immobiliare a oggi sconosciuto nonostante le tante ipotesi e illazioni. Si tratta del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, da pochi giorni ex arcivescovo di Manila, a capo pure di Caritas internationalis, l’arcipelago mondiale delle organizzazioni cattoliche impegnate sul fronte della solidarietà verso i più poveri. Francesco, dunque, ha collocato un altro dei suoi fedelissimi in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora  – va sottolineato – la presenza italiana nella Curia vaticana. A lasciare il posto di ‘papa rosso’  a Tagle infatti (questa secondo la tradizione la definizione attribuita al capo di Propaganda Fide), è stato il cardinale Fernando Filoni, diplomatico esperto e di lungo corso approdato a Propaganda Fide nel 2011 con Benedetto XVI che non aveva compiuto ancora l’età per andare in pensione (75 anni, Filoni ne ha 73).

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Il Vaticano apre al dialogo con le Sardine

Il prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano Turkson: «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c'è dietro a tutto questo, poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

Dai pescatori di pesci evangelici ai pescatori di Sardine. Il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, non disdegna l’ipotesi di un dialogo con il movimento nato a Bologna e di cui uno dei fondatori Mattia Santori, ha detto di essere impegnato in un percorso di fede. «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c’è dietro a tutto questo», risponde il porporato a Vatican Insider, a margine della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2020, «poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

«ACCOMPAGNIAMO I GRUPPI VERSO IL MESSAGGIO DELLA CHIESA»

«Quello che posso dire su questo fenomeno», ha affermato Turkson, «è che ribadiamo il diritto di ognuno di esprimere le proprie idee, i propri pensieri. Se alcuni sono convinti che per promuovere il senso della democrazia in Italia è utile un tale gruppo, bene, noi lo accompagniamo cercando sempre di andare incontro con il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa. Stiamo facendo la stessa cosa con i gruppi che combattono la xenofobia: li invitiamo ad una conferenza e cerchiamo di indirizzarli verso il messaggio della Chiesa. L’accompagnamento è il nostro grande mezzo per dialogare con questi sforzi».

«ASPETTIAMO UNA MOSSA DELLA CEI»

Quindi la Santa Sede è disposta a dialogare con le sardine o ad invitarle in un convegno in Vaticano? «Eventualmente…», replica il capo dicastero, «Questo movimento è molto popolare, va benissimo, ma noi prima dobbiamo capire: perché è così popolare? Cosa c’è dietro a tutto questo? Prima cerchiamo di scoprire le cause e poi, come dicevo, di indirizzare il messaggio. Inoltre si tratta di un fenomeno italiano, locale. Pertanto aspettiamo prima una mossa della Conferenza episcopale italiana, solo dopo possiamo appoggiare e scendere in campo».

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

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I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

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Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

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Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

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La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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