Il Sinodo apre al diaconato per le donne

Tra le proposte avanzate anche la possibilità di un'ordinazione femminile, «così da valorizzarne la vocazione ecclesiale».

Habemus l’apertura alle donne. Tra le proposte avanzate nel corso dei lavori del Sinodo sull’Amazzonia c’è stata anche quella di «pensare alla possibilità di un’ordinazione diaconale per le donne, così da valorizzarne la vocazione ecclesiale». È quanto si legge in una sintesi dei lavori curata da Vatican News.

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Finanza: la crisi di credibilità rischia di travolgere il Vaticano

Una crisi di sistema: più che un ‘semplice’ scandalo finanziario, è questo lo scenario grave che sta emergendo dalle ultime..

Una crisi di sistema: più che un ‘semplice’ scandalo finanziario, è questo lo scenario grave che sta emergendo dalle ultime convulse vicende in corso Oltretevere. Fra l’altro, a oggi, non sono ancora emersi con sufficiente chiarezza profili di reato legati all’affare immobiliare realizzato a Londra dalla segreteria di Stato sul quale è stata aperta un’indagine da parte della giustizia vaticana, ma anche su questo aspetto in futuro potrebbero venire alla luce delle novità.

La certezza invece è data da un inquietudine crescente da parte delle intelligence finanziarie di vari Paesi europei (le Uif, unità d’informazione finanziaria impegnate nel contrasto al riciclaggio di denaro sporco) per il sequestro compiuto dalla magistratura vaticana – nell’ambito dell’indagine – di documentazione conservata nella corrispondente intelligence vaticana (l’Aif, Autorità d’informazione finanziaria) in violazione di quella regola aurea della riservatezza assoluta delle informazioni di cui sono in possesso questi organismi e dell’indipendenza di cui godono rispetto ad altri poteri.

In Vaticano, in particolare ai piani alti della segreteria di Stato, «c’è forte preoccupazione» per le connessioni internazionali della crisi in corso

Una riservatezza che è alla base dei continui scambi di contatti fra le varie Uif; per questo quanto accaduto nella cittadella del papa ha destato allarme in alcune istituzioni sovranazionali come Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sul sistema antiriciclaggio dei vari Stati e che monitora anche il Vaticano, in Egmont, l’organismo che raggruppa circa 140 Uif a livello mondiale, e infine anche la Commissione europea guarda con una certa sorpresa agli ultimi fatti avvenuti in Vaticano.

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Di fatto l’Aif è riconosciuta come interlocutore privilegiato da un insieme ampio di attori dell’antiriciclaggio a livello mondiale con i quali, per altro, l’istituzione vaticana collabora positivamente da tempo. Le modalità dell’intervento della magistratura d’Oltretevere, guidata dal promotore di giustizia Gian Piero Milano, vengono dunque valutate come un’intrusione, una violazione di metodologie e regole condivise. E in Vaticano, in particolare ai piani alti della segreteria di Stato, «c’è forte preoccupazione» per le connessioni internazionali della crisi in corso.

LE INDAGINI DELL’AIF SULL’INVESTIMENTO IMMOBILIARE VATICANO

L’antefatto in realtà è abbastanza semplice: la segreteria di Stato detiene propri fondi all’estero, una sorta di riserva finanziaria per emergenze o interventi relativi alla diplomazia, alle chiese locali e così via o per investimenti di carattere finanziario purché fatti secondo le regole. In effetti – fanno notare Oltretevere – si tratta di una pratica diffusa fra gli Stati e i governi, tuttavia in Vaticano non sempre è nota l’entità di queste risorse appannaggio di vari dicasteri. L’ex prefetto della segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell, nel 2015, parlò in proposito di una cifra di circa un miliardo e 400 milioni conservata nei vari uffici vaticani, segreteria di Stato compresa, suscitando un certo clamore. L’uscita del cardinale australiano fu tra le cause di una crescente frizione fra segreteria di Stato e segreteria per l’Economia, poiché la seconda in qualche modo voleva mettere sotto controllo la prima. Ma andiamo oltre.

Cciò che viene contestato dall’Aif è la costruzione di schemi (e schermi) societari per l’acquisto dell’immobile tali da non far figurare il Vaticano fra gli acquirenti

Fra 2011 e 2012 la prima sezione della segreteria di Stato decide di compiere un investimento finanziario su un immobile di lusso a Londra, un’operazione all’apparenza sicura e priva di controindicazioni. Solo che si affida a Raffaele Mincione, un intermediario il cui ruolo è il vero problema di tutta la questione. A dirigere l’ufficio amministrativo in quegli anni è monsignor Alberto Perlasca, il sostituto per gli Affari generali è invece l’attuale cardinale Angleo Becciu (nessuno dei due, va detto, è stato chiamato in causa dall’iniziativa del promotore di giustizia vaticano, tuttavia va ricordato pure che il primo ha cambiato incarico lo scorso luglio finendo al Supremo tribunale della Segnatura apostolica a occuparsi di cause di nullità matrimoniale, il secondo da poco più di un anno è prefetto della Congregazione per le cause dei santi).

Il sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, Angelo Becciu.

Quando la vicenda esplode fra la fine del 2018 e la primavera del 2019 (marzo-aprile), è proprio l’Aif che interviene anche su richiesta del nuovo Sostituto, il venezuelano Edgar Peña Parra, perché non si capiscono fino in fondo i contorni dell’operazione. L’Aif – dopo aver consultato almeno altre cinque Uif di altrettanti Paesi – blocca tutto e comunica la propria decisione all’Uif inglese e alla stessa segreteria di Stato; ciò che viene contestato, in breve, è la costruzione di schemi (e schermi) societari per l’acquisto dell’immobile tali da non far figurare il Vaticano fra gli acquirenti. Lo scopo? Esercitare una pressione sullo stesso Vaticano in termini di richieste economiche dimostrando fra le altre cose, fittiziamente, l’utilità del proprio ruolo di intermediazione nella vicenda. Risultato: il Vaticano stava per perdere tutto.

IL COINVOLGIMENTO DELLO IOR E LA DENUNCIA ALLA MAGISTRATURA VATICANA

Fra le regole poste dall’Aif per investimenti di questa natura, c’è al contrario quella della trasparenza sulla titolarità dei soggetti che movimentano denaro. Sta di fatto che l’Aif la scorsa primavera ferma l’operazione in collaborazione con altre Uif estere, avverte la segreteria di Stato, e ‘ristruttura’ l’investimento di fatto escludendo l’opera degli intermediari e rendendolo meno oneroso per la Santa Sede. Ma gli impegni presi a livello contrattuale obbligano comunque la segreteria di Stato, cioè il Vaticano, all’acquisto; così quest’ultima si rivolge allo Ior e chiede risorse sufficienti per chiudere le pendenze relative all’affare e procedere su basi più convenienti ma comunque di un certo peso (150 milioni per chiudere un vecchio mutuo e consentire di aprirne uno nuovo).

La magistratura è intervenuta forse senza essere a conoscenza di tutte le implicazioni internazionali della vicenda e del lavoro che era stato svolto in precedenza? È la domanda che in queste ore si stanno facendo anche nei Sacri Palazzi

Lo Ior, da parte sua, dice no e chiama in causa – insieme a un altro organismo vaticano, l’ufficio del Revisore generale – la magistratura vaticana denunciando tutta l’operazione per la scarsa chiarezza sulla gestione dei fondi da parte della segreteria di Stato. La magistratura, col supporto della Gendarmeria, interviene fino ai recenti sviluppi sospendendo cinque funzionari fra i quali, oltre all’ex segretario personale del cardinale Becciu, monsignor Mauro Carlino, spicca il nome del direttore dell’Autorità d’informazione finanziaria, Tommaso Di Ruzza; la magistratura è intervenuta forse senza essere a conoscenza di tutte le implicazioni internazionali della vicenda e del lavoro che era stato svolto in precedenza? È la domanda che in queste ore si stanno facendo anche nei Sacri Palazzi; non è ancora stato chiarito, fra l’altro, se qualcuno nella gestione dell’acquisto abbia avuto o meno profitti personali, i termini dell’indagine risultano allo stato piuttosto generici.  

LA GUERRA INTESTINA AI SACRI PALAZZI

Va detto che le tensioni interne ai diversi uffici vaticani fanno da costante nella vicenda. La segreteria di Stato, che tiene gelosamente alla propria autonomia anche finanziaria; il ‘ministero’ per l’economia è ancora senza capo dicastero da quando il cardinale Pell è finito sotto processo in Australia per abusi sui minori, mentre non è del tutto chiaro quali funzioni debba svolgere; secondo alcuni, poi, lo Ior – costantemente monitorato dall’Aif – terminata l’opera di trasparenza finanziaria interna che ha portato come conseguenza una riduzione della clientela e del capitale, vorrebbe recuperare almeno un po’ delle risorse in gestione, di liquidità, diventando la ‘banca’ anche di tutti i fondi riservati dei diversi dicasteri vaticani.

Papa Francesco.

L’Aif, da parte sua, gode di buona reputazione internazionale ma rischia di restare un corpo estraneo rispetto ai meccanismi e alle abitudini d’Oltretevere; la magistratura ha bisogno di visibilità perché proprio una certa carenza nell’istruire e portare a termine i processi viene contestata come unica vera pecca del sistema antiriciclaggio vaticano. Il passaggio, insomma, è particolarmente delicato, uno sfondo oltre il quale da una parte c’è la conclusione faticosa della riforma finanziaria dentro un contesto non più solo italiano ma internazionale, dall’altra però il rischio è il naufragio e il ritorno al passato. Il papa ora dovrà scegliere.

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Vaticano, indagine Segreteria Stato-Aif: sospesi cinque dirigenti

Le autorità della Santa Sede stanno indagando su delle compravendite immobiliari milionarie. In particolare su alcuni flussi che hanno coinvolto l'Obolo di San Pietro, l'insieme di offerte inviate dai fedeli al Papa.

L’indagine vaticana che il primo ottobre ha visto il prelievo di carte e pc in Segreteria di Stato e all’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria, ha prodotto i primi clamorosi provvedimenti. A quanto ha scritto l’Espresso, 24 ore dopo il Corpo della Gendarmeria ha spedito una disposizione di servizio al personale interno dello Stato e alle Guardie Svizzere che controllano gli accessi, segnalado cinque dirigenti che sono stati sospesi «cautelativamente dal servizio».

SOSPESI CINQUE DIRIGENTI VATICANI

Si tratta di due dirigenti apicali degli uffici della Segreteria, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, di un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone, e di due alti dirigenti vaticani: mons. Maurizio Carlino, da poche settimane capo dell’Ufficio informazione e Documentazione, e il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza. «I suddetti» si legge nella nota firmata dal comandante Domenico Giani «potranno accedere nello Stato esclusivamente per recarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana. Monsignor Mauro Carlino continuerà a risiedere presso la Domus Sanctae Marthae».

SI INDAGA SU COMPRAVENDITE IMMOBILIARI

L’indagine è solo agli inizi, ma risulta all’Espresso che le «operazioni finanziarie compiute nel tempo», al centro delle indagini secondo il comunicato della Sala stampa vaticana, riguardano alcune compravendite immobiliari milionarie all’estero, in particolare immobili di pregio a Londra, e alcune “strane” società inglesi che avrebbero partecipato al business. Per la cronaca, Tirabassi gestisce gli investimenti finanziari della Segreteria di Stato, nell’Ufficio Amministrativo, posizione molto delicata occupandosi tra l’altro dell’Obolo di San Pietro, che ha visto il suo storico numero uno, monsignor Alberto Perlasca, traslocare lo scorso 26 luglio, quando papa Francesco l’ha nominato promotore di Giustizia al Tribunale della Segnatura Apostolica.

COME FUNZIONA L’OBOLO DI SAN PIETRO

Gli investigatori starebbero inoltre analizzando proprio alcuni flussi finanziari dei conti su cui transita appunto l’Obolo di San Pietro, l’insieme delle offerte di denaro fatte dai fedeli e inviate al Papa per essere redistribuite a sostegno della missione della Chiesa e delle opere di carità. Ma anche e soprattutto per il sostentamento dell’apparato vaticano. Nel 2015, i conti e gli investimenti da fondi provenienti dall’Obolo avevano raggiunto la somma record di quasi 400 milioni di euro. Ogni conto e spostamento di denaro adesso è stato messo sotto i raggi X, per vedere se alcune irregolarità ipotizzate nascondono qualcosa di più grave.

DENUNCE PARTITE DA IOR E REVISIONE GENERALE

Le denunce fatte dallo Ior e dal Revisore generale interesserebbero un arco temporale recente, quando gli uffici messi nel mirino della magistratura, quelli della Prima Sezione “Affari Generali” della Segreteria di Stato erano guidati da monsignor Angelo Becciu, ex sostituto diventato pochi mesi fa prefetto per la Congregazione delle Cause dei Santi e cardinale. Monsignor Carlino, appena sospeso da ogni funzione, è stato per anni il segretario personale del porporato.

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Conte passa la prima prova da leader cattolico e convince la Cei

POTERE TEMPORALE. I dubbi espressi dal premier sul fine vita hanno rassicurato i vescovi. Che pazientano sui capitoli ius culturae e immigrazione anche perché non intendono aprire un nuovo fronte con il governo.

Quando forse non se l’aspettavano più, i vescovi hanno trovato, un po’ casualmente, un leader politico cattolico a tutto tondo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sembra infatti interpretare alla perfezione il ruolo: lui stesso, d’altro canto, si è auto-definito un «cattolico democratico», appartenente a quella tradizione culturale pur non avendo mai fatto politica. Ma a parte i forti legami col Vaticano e la fede in san padre Pio di Pietrelcina, Conte sembra rispondere a quel principio di moderazione, nei modi e nei contenuti, che risulta particolarmente caro all’episcopato italiano.

Il premier alla guida della maggioranza Pd-5s del resto, ha esordito sul tema del ‘fine vita’ allineandosi in modo naturale alle posizioni fortemente critiche espresse dai vertici della Cei rispetto alla sentenza della Corte Costituzionale che ha di fatto depenalizzato il cosiddetto suicidio assistito. Conte ha esplicitato dubbi sostanziali sull’ipotesi che esista «un diritto alla morte», cioè sulla possibilità che un paziente in condizioni sanitarie estreme, possa ricorrere all’ausilio di personale medico per porre fine alla propria esistenza. Al contrario si è detto certo del fatto che esista un diritto alla vita.

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IL RITORNO DEI PRINCIPI NON NEGOZIABILI

È un po’ il ritorno dei principi non negoziabili in versione soft, senza diktat di partito ma attraverso una moral suasion che potrebbe incontrare il favore di deputati e senatori cattolici presenti in entrambe le componenti della maggioranza di governo, e probabilmente trovare anche il voto di un certo numero di rappresentanti dell’opposizione. Sarebbe il ritorno alla trasversalità cattolica in parlamento, da sempre auspicata dai vescovi.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Papa Francesco.

LA TRINCEA DELLA CHIESA ITALIANA

Tuttavia non va dimenticato che la sentenza della Consulta pone precise condizioni in merito alla non punibilità di chi aiuta il malato a morire «in attesa di un indispensabile intervento del legislatore». In breve devano essere rispettate le norme su consenso informato, sulle cure palliative e la sedazione profonda, senza contare la necessaria disponibilità di una struttura sanitaria pubblica, e il parere del comitato etico territorialmente competente (quindi a livello regionale). Insomma la decisione del paziente, pur di fronte a sofferenze insostenibili, da solo non basta. Il presidente del Consiglio si è detto in ogni caso favorevole a introdurre nella normativa di cui dovrà discutere il parlamento, il principio dell’obiezione di coscienza per i medici, che poi è il punto centrale delle richieste avanzata dai vescovi, la trincea lungo la quale si è schierata la Chiesa italiana.   

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IL NODO DELLO IUS CULTURAE

La stessa solerzia non è stata però messa in campo né dal premier, né per la verità da vari esponenti di Pd e cinque stelle e nemmeno dai vertici ecclesiastici, in relazione allo ius culturae, cioè il riconoscimento della cittadinanza per i figli degli immigrati che vivono stabilmente in Italia e  frequentano continuativamente le scuole nel nostro Paese. La materia è delicata perché riguarda un tema, quello migratorio, sul quale si esercitano pressioni politiche, mediatiche e sociali di ogni tipo.

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Tornano nell’agenda politica il tema della cittadinanza e dello ius culturae.

Va però sottolineato che non rientra nel drammatico capitolo sbarchi quanto nell’assai più articolato e urgente ambito dell’integrazione dei nuovi arrivati e, in particolare, dei più giovani, di chi già, in qualche modo, è italiano. La maggioranza– compreso li movimento fondato da Matteo Renzi – ha già frenato però sulla necessità di approvare in tempi rapidi lo ius culturae, e da parte della conferenza episcopale non sono fino a ora giunte obiezioni sostanziali, nonostante il provvedimento rientrasse fra quelli in passato richiesti a gran voce, come segno di civiltà, da molte organizzazioni cattoliche in un passato non lontano. 

L’ATTENDISMO SU MIGRANTI E IUS CULTURAE

Sia nel caso del fine vita sia in quello della cittadinanza ai figli degli immigrati – questioni che appartengono entrambe al campo dei diritti civili – sembra che nel governo come in parlamento, prevalga per ora una tendenza dilatoria, si preferisce cioè non prendere decisioni nette o, se proprio inevitabili, relegarle all’ambito della “libertà di coscienza” (come con il fine vita), come si trattasse di questioni non politiche. La Cei, ritrovatasi un alleato di primissimo piano come il capo del governo su un tema eticamente sensibile quale il suicidio assistito, si guarda bene dal rompere l’idillio appena nato, anche perché la soluzione del Conte bis era stata sostenuta con forza dai sacri palazzi. Resta inevaso il capitolo migranti che, in questo caso specifico, tocca il futuro dei minori e delle loro famiglie. Per la Chiesa si tratta di temi che non potranno essere rimandati per sempre e tuttavia per ora i vescovi sembrano orientati a non aprire fronti di attrito col governo, accontentandosi, su questo versante, dei primi segni di accordo sul tema migratorio fra l’Italia e i governi europei e del generale abbassamento dei toni nell’affrontare il problema dopo l’uscita di scena di Matteo Salvini come ministro dell’Interno.  

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I vescovi italiani e il papa vivono da separati in casa

Il rapporto tra Francesco e l'episcopato italiano non è mai decollato. Le tante richieste del pontefice sono state accolte con indifferenza o facendo melina. E il rischio è che in questo modo la Chiesa si condanni all'irrilevanza.

Inutile girarci intorno, fra papa Francesco e l’episcopato italiano non è mai scoccata la scintilla: il pontefice in questi anni ha cercato di trasmettere alcuni messaggi di fondo ai vescovi, alcune richieste perentorie, e questi ultimi hanno in buona sostanza fatto finta di niente. Molti di loro hanno mostrato indifferenza e messo in campo una sorta di resistenza passiva più che una vera e propria opposizione, un attendere che in qualche modo le richieste del papa si arenassero nelle acque limacciose del tempo ecclesiale. Detta in termini calcistici: una lunghissima melina a centrocampo sperando che nulla cambiasse davvero. Con una sola significativa controindicazione però: che a forza di non andare né avanti né indietro aumenta anche il rischio di diventare sempre più irrilevanti

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LA DISTANZA TRA FRANCESCO E BAGNASCO

La prima fase del pontificato è coincisa con gli ultimi anni della presidenza di Angelo Bagnasco alla guida della Cei: fra Bergoglio e l’arcivescovo di Genova la distanza non poteva essere più grande anche solo dal punto divista caratteriale. Il cardinale, ultimo intransigente alfiere dei principi non negoziabili posti alla base di tutto l’edificio cattolico, rigido nei modi, esponente crepuscolare di una Chiesa che voleva dettare l’agenda alla politica e alla società, non riusciva nemmeno sul piano personale a mettersi in sintonia con Francesco. 

crisi di governo cei bassetti
Il presidente della Dei Gualtiero Bassetti.

L’ERA DI GUALTIERO BASSETTI

Poi è venuto Gualtiero Bassetti arcivescovo di Perugia, anziano e saggio uomo di Chiesa, non molto intraprendente, certamente più in sintonia del suo predecessore con il vescovo di Roma sia sul piano pastorale sia su quello sociale. E tuttavia la sua elezione è stata frutto di una mediazione fra chi voleva una presidenza in grado di frenare ‘gli eccessi’ del bergoglismo, e quanti desideravano una capo dei vescovi non solo in sintonia ideale spirituale con il papa, ma anche capace di muoversi al suo stesso tempo. In fondo, quella di Bassetti è stata una scelta moderata. È noto, per altro, che il papa aveva chiesto ai vescovi italiani di eleggere un presidente senza fare tante storie esattamente come fanno tutti gli altri episcopati del mondo, ponendo così fine all’eccezione italiana della nomina papale; un metodo che dava molto potere ai cardinali più influenti e ascoltati in Vaticano e collocava la Chiesa italiana su un piano di superiorità rispetto alle altre chiese del mondo.

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IL BIZANTINISMO DELL’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA CEI

I vescovi hanno reagito proponendo un bizantinismo che conservasse traccia dello ‘speciale’ rapporto fra il papa e la Chiesa italiana: la Cei indica una terna (dal più al meno votato) e poi è il papa a nominare il presidente. Francesco, da parte sua, ha cercato di dare una sveglia all’episcopato in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, provando a offrire un’agenda in linea con il suo magistero, ma il risultato è stato assai misero. Allo stesso tempo, sul piano riorganizzativo, va rilevato come – dopo più di sei anni – non vi sia ancora stata la riduzione del numero delle diocesi chiesta dal papa (sono circa 220). Una semplificazione che corrisponderebbe di più alle esigenze pastorali di piccoli territori diocesani spesso omogenei e limitrofi, al numero reale di cattolici e di preti, ai costi di una struttura ormai sovradimensionata e incapace di badare alle comunità di fedeli, alla necessità di ridurre la quantità esorbitante di vescovi che godono dei privilegi del titolo senza avere un granché da fare. 

Papa Francesco.

LA SCOMPARSA DELLA CHIESA DAL DIBATTITO PUBBLICO

Si arriva così all’oggi, al consueto appuntamento settembrino con il Consiglio episcopale permanente – organo di autogoverno della Cei – occasione di solito colta dalla Chiesa per fare il punto su questioni interne e sulla vita del Paese. Per la prima volta dopo moltissimi anni, il presidente dei vescovi non ha tenuto una relazione d’apertura lasciando l’incarico al suo vice, monsignor Mario Meini, vescovo di Fiesole. Di fatto Bassetti aveva già ridotto al minimo i discorsi introduttivi dei lavori del Consiglio episcopale. Obiettivo di un simile basso profilo era quello di favorire una discussone collegiale vera senza dettare ‘una linea’ precostituita in partenza. Ma ormai siamo arrivati all’afasia, alla scomparsa, o quasi, della voce della Chiesa italiana dal dibattito pubblico. D’altro canto Bassetti parlerà della grande conferenza sul Mediterraneo che si terrà a Bari il prossimo febbraio – da lui fortemente voluta – con la partecipazione di tutte le chiese dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Evento che, almeno sulla carta, appare un po’ superato dall’apertura della Santa Sede al mondo musulmano e delle altre fedi, culture e religioni della regione; insomma un appuntamento solo cattolico o solo cristiano su un tema simile sembra un po’ fuori dallo schema delle cose. 

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LE VOCI CIRCA LA CONVOCAZIONE DI UN SINODO PER L’ITALIA

Tuttavia Bassetti, rinunciando al suo discorso, evita in particolar modo di rispondere alle insistenti voci di settori del mondo cattolico e del Vaticano, che chiedono la convocazione di un sinodo per l’Italia allo scopo di aprire una discussione a 360 gradi sulle prospettive del cattolicesimo: dai rosari branditi come bastoni alla morale, dalla bioetica all’impegno civile dei laici. Infine il cardinale lascia – per ora – in sospeso il giudizio sulla fase politica che si è aperta nel Paese. Certo, l’arcivescovo di Perugia si è scontrato più volte con l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, e però sul governo Conte bis e sul percorso che separa la legislatura dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica (prevista nel febbraio del 2022), la Cei non si pronuncia. 

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I gesuiti si dividono su Italia Viva di Renzi

Mentre Padre Sorge critica la scissione, Padre Occhetta apprezza l'intento ma pone dei paletti. Tra cui la fedeltà a Conte che resta il punto di riferimento Oltretevere. A pesare resta il tema dell'eutanasia.

I gesuiti non la pensano tutti allo steso modo sul neonato partito di Matteo Renzi: l’iniziativa dell’ex leader del Pd di aprirsi una strada in stile Macron nel panorama politico ha infatti ricevuto un’accoglienza opposta da parte di due firme prestigiose di Civiltà Cattolica.

PADRE SORGE BOCCIA LA SCISSIONE RENZIANA

Da una parte l’anziano padre Bartolomeo Sorge, ex direttore della rivista, da sempre impegnato nell’analisi degli scenari politici italiani, fra i promotori – in un’epoca ormai lontana –  della Primavera di Palermo che a suo tempo aveva salutato positivamente l’ascesa del giovane Renzi alla guida del partito. La scissione promossa dal senatore di Rignano, però, non l’ha gradita affatto. Padre Sorge ha commentato infatti così, via Twitter, la nascita di Italia viva: «Renzi spacca il Pd. È un segno preoccupante di immaturità politica e di irresponsabilità in una situazione in cui l’Italia ha bisogno, più che mai, di unità». 

Lapidario come una scomunica, il giudizio di padre Sorge sembra più o meno in linea con quanto affermato da un altro padre nobile del cattolicesimo progressista italiano, Romano Prodi, che ha paragonato il partito di Renzi a uno «yogurt» con scadenza ravvicinata. In tal senso non va dimenticato che buona parte dei dirigenti di matrice cattolica del Pd sono rimasti nel partito guidato da Nicola Zingaretti. Fra loro anche Graziano Delrio, capogruppo alla Camera e a lungo considerato molto vicino a Matteo Renzi. Ancora da rilevare come una moderata doc quale Beatrice Lorenzin, ex ministra della Salute, in buoni rapporti con le gerarchie cattoliche, abbia deciso di entrare nel Pd subito dopo la scissione renziana.

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IMPRESCINDIBILE LA FIDUCIA AL GOVERNO CONTE

Diversa e più articolata è però la valutazione data da un altro gesuita di peso, padre Francesco Occhetta, editorialista politico di Civiltà Cattolica, sulla svolta di Renzi. Ancora su Twitter, Occhetta esprime un giudizio assai più generoso nei confronti dell’iniziativa renziana: «Se la scelta di Matteo Renzi innoverà temi, metodo, linguaggi e volti, sarà valore e argine per tutta l’area democratica liberale e riformista. In politica l’esperienza del molteplice ha una dignità pari a ciò che conserva unità di struttura». Tuttavia, aggiungeva il religioso, la nuova formazione dovrà garantire «fedeltà al governo Conte».

Padre Occhetta tornava poi sul tema in un intervento pubblicato in questi giorni su Civiltà Cattolica. Due le valutazioni di fondo: fiducia nell’operazione del governo M5s-Pd e nella leadership di Giuseppe Conte, apertura di credito a Renzi. Considerato che le bozze della rivista ricevono il ‘visto’ della segreteria di Stato vaticana, la nota politica in questione ha il suo peso. La scelta di Renzi, vi si legge, «sarà un argine per ricostruire un’area moderata che guardi verso sinistra se terrà l’alleanza di governo, oppure una frattura insanabile per l’intera area».

Insomma la strada è quella giusta: una forza di centro che guarda a sinistra (una formula dalla forte eco democristiana), e tuttavia non ci si fida fino in fondo di un leader che più volte ha prodotto conflitti e rotture nel quadro politico e all’interno del suo stesso campo.

Il premier Giuseppe Conte resta il riferimento Oltretevere.

C’È PREOCCUPAZIONE PER IL PASSAGGIO ISTITUZIONALE

L’apprezzamento nei confronti di Conte è invece esplicito e senza riserve, e anzi dalla sua leadership, si fa intendere, potrebbe prendere forma anche una rinnovata presenza cattolica in politica. «Il presidente Conte nel suo discorso in parlamento il 9 settembre», sottolinea in proposito padre Occhetta, «ha chiesto a tutti l’impegno di ripartire dal dialogo sociale, dalla sobrietà nelle parole e dall’operosità nell’azione per riportare al centro delle politiche equilibrio e moderazione. Ed è proprio su questi tre fronti che la Chiesa può contribuire, attraverso la competenza dei laici e una nuova stagione di formazione, a rilanciare il dialogo sociale e la collaborazione dei corpi intermedi per placare ciò che Moro definiva il pericoloso tintinnio di sciabole». L’evocazione di scenari di pericolo per la stessa democrazia mette bene in luce l’allarme con cui dal Oltretevere si guarda al delicato passaggio politico e istituzionale che sta attraversando il Paese.

Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.

IL NODO DELL’EUTANASIA E L’INTERVENTO DELLA CONSULTA

Ma se complessivamente il Vaticano ha sostenuto e apprezzato il passaggio dal Conte 1 al Conte bis e la conseguente uscita dalla maggioranza di Matteo Salvini e di una Lega dai toni estremisti, bisognerà attendere lunedì pomeriggio la riunione del Consiglio episcopale permanente per valutare la reazione della Cei ai mutamenti in corso. Questa volta per altro la relazione introduttiva dei lavori non sarà, come avviene di consueto, affidata al presidente di vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma al suo vice, il vescovo di Fiesole, monsignor Mario Meini. L’episcopato, in buona sostanza allineato ai sacri palazzi, esprime però anche preoccupazioni più concrete a cominciare dal timore un intervento della Corte Costituzionale previsto nei prossimi giorni possa dare il via libera alla depenalizzazione del suicidio assistito.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti che ha lasciato il Pd per entrare in Italia Viva.

L’EX RADICALE GIACHETTI TRA I RENZIANI ALLARMA I VESCOVI

Il cardinal Bassetti ha già chiesto ripetutamente al parlamento di intervenire per tempo legiferando in merito per scongiurare uno scenario che, secondo i vertici della Chiesa, porta di fatto a un riconoscimento dell’eutanasia nel nostro Paese. Da questo punto di vista la presenza di un ex radicale come Roberto Giachetti nelle file di Italia Viva (che ha già invitato il governo a fare passi avanti sul suicidio assistito) non rassicura troppo i vescovi. Meglio va con la renziana e cattolica Elena Bonetti, ministro per la Famiglia e le pari opportunità, che ha lanciato la proposta di un Family Act. «Le famiglie», ha detto la ministra, «sono nucleo fondante per il sistema sociale. Se la scorsa legislatura è stata quella del Jobs act, questa dovrà essere quella del Family act: asili nido, assegno per i figli, più diritti per i genitori». Su questo versante certamente non mancherà l’appoggio della Chiesa.

 

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I gesuiti si dividono su Italia Viva di Renzi

Mentre Padre Sorge critica la scissione, Padre Occhetta apprezza l'intento ma pone dei paletti. Tra cui la fedeltà a Conte che resta il punto di riferimento Oltretevere. A pesare resta il tema dell'eutanasia.

I gesuiti non la pensano tutti allo steso modo sul neonato partito di Matteo Renzi: l’iniziativa dell’ex leader del Pd di aprirsi una strada in stile Macron nel panorama politico ha infatti ricevuto un’accoglienza opposta da parte di due firme prestigiose di Civiltà Cattolica.

PADRE SORGE BOCCIA LA SCISSIONE RENZIANA

Da una parte l’anziano padre Bartolomeo Sorge, ex direttore della rivista, da sempre impegnato nell’analisi degli scenari politici italiani, fra i promotori – in un’epoca ormai lontana –  della Primavera di Palermo che a suo tempo aveva salutato positivamente l’ascesa del giovane Renzi alla guida del partito. La scissione promossa dal senatore di Rignano, però, non l’ha gradita affatto. Padre Sorge ha commentato infatti così, via Twitter, la nascita di Italia viva: «Renzi spacca il Pd. È un segno preoccupante di immaturità politica e di irresponsabilità in una situazione in cui l’Italia ha bisogno, più che mai, di unità». 

Lapidario come una scomunica, il giudizio di padre Sorge sembra più o meno in linea con quanto affermato da un altro padre nobile del cattolicesimo progressista italiano, Romano Prodi, che ha paragonato il partito di Renzi a uno «yogurt» con scadenza ravvicinata. In tal senso non va dimenticato che buona parte dei dirigenti di matrice cattolica del Pd sono rimasti nel partito guidato da Nicola Zingaretti. Fra loro anche Graziano Delrio, capogruppo alla Camera e a lungo considerato molto vicino a Matteo Renzi. Ancora da rilevare come una moderata doc quale Beatrice Lorenzin, ex ministra della Salute, in buoni rapporti con le gerarchie cattoliche, abbia deciso di entrare nel Pd subito dopo la scissione renziana.

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IMPRESCINDIBILE LA FIDUCIA AL GOVERNO CONTE

Diversa e più articolata è però la valutazione data da un altro gesuita di peso, padre Francesco Occhetta, editorialista politico di Civiltà Cattolica, sulla svolta di Renzi. Ancora su Twitter, Occhetta esprime un giudizio assai più generoso nei confronti dell’iniziativa renziana: «Se la scelta di Matteo Renzi innoverà temi, metodo, linguaggi e volti, sarà valore e argine per tutta l’area democratica liberale e riformista. In politica l’esperienza del molteplice ha una dignità pari a ciò che conserva unità di struttura». Tuttavia, aggiungeva il religioso, la nuova formazione dovrà garantire «fedeltà al governo Conte».

Padre Occhetta tornava poi sul tema in un intervento pubblicato in questi giorni su Civiltà Cattolica. Due le valutazioni di fondo: fiducia nell’operazione del governo M5s-Pd e nella leadership di Giuseppe Conte, apertura di credito a Renzi. Considerato che le bozze della rivista ricevono il ‘visto’ della segreteria di Stato vaticana, la nota politica in questione ha il suo peso. La scelta di Renzi, vi si legge, «sarà un argine per ricostruire un’area moderata che guardi verso sinistra se terrà l’alleanza di governo, oppure una frattura insanabile per l’intera area».

Insomma la strada è quella giusta: una forza di centro che guarda a sinistra (una formula dalla forte eco democristiana), e tuttavia non ci si fida fino in fondo di un leader che più volte ha prodotto conflitti e rotture nel quadro politico e all’interno del suo stesso campo.

Il premier Giuseppe Conte resta il riferimento Oltretevere.

C’È PREOCCUPAZIONE PER IL PASSAGGIO ISTITUZIONALE

L’apprezzamento nei confronti di Conte è invece esplicito e senza riserve, e anzi dalla sua leadership, si fa intendere, potrebbe prendere forma anche una rinnovata presenza cattolica in politica. «Il presidente Conte nel suo discorso in parlamento il 9 settembre», sottolinea in proposito padre Occhetta, «ha chiesto a tutti l’impegno di ripartire dal dialogo sociale, dalla sobrietà nelle parole e dall’operosità nell’azione per riportare al centro delle politiche equilibrio e moderazione. Ed è proprio su questi tre fronti che la Chiesa può contribuire, attraverso la competenza dei laici e una nuova stagione di formazione, a rilanciare il dialogo sociale e la collaborazione dei corpi intermedi per placare ciò che Moro definiva il pericoloso tintinnio di sciabole». L’evocazione di scenari di pericolo per la stessa democrazia mette bene in luce l’allarme con cui dal Oltretevere si guarda al delicato passaggio politico e istituzionale che sta attraversando il Paese.

Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.

IL NODO DELL’EUTANASIA E L’INTERVENTO DELLA CONSULTA

Ma se complessivamente il Vaticano ha sostenuto e apprezzato il passaggio dal Conte 1 al Conte bis e la conseguente uscita dalla maggioranza di Matteo Salvini e di una Lega dai toni estremisti, bisognerà attendere lunedì pomeriggio la riunione del Consiglio episcopale permanente per valutare la reazione della Cei ai mutamenti in corso. Questa volta per altro la relazione introduttiva dei lavori non sarà, come avviene di consueto, affidata al presidente di vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma al suo vice, il vescovo di Fiesole, monsignor Mario Meini. L’episcopato, in buona sostanza allineato ai sacri palazzi, esprime però anche preoccupazioni più concrete a cominciare dal timore un intervento della Corte Costituzionale previsto nei prossimi giorni possa dare il via libera alla depenalizzazione del suicidio assistito.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti che ha lasciato il Pd per entrare in Italia Viva.

L’EX RADICALE GIACHETTI TRA I RENZIANI ALLARMA I VESCOVI

Il cardinal Bassetti ha già chiesto ripetutamente al parlamento di intervenire per tempo legiferando in merito per scongiurare uno scenario che, secondo i vertici della Chiesa, porta di fatto a un riconoscimento dell’eutanasia nel nostro Paese. Da questo punto di vista la presenza di un ex radicale come Roberto Giachetti nelle file di Italia Viva (che ha già invitato il governo a fare passi avanti sul suicidio assistito) non rassicura troppo i vescovi. Meglio va con la renziana e cattolica Elena Bonetti, ministro per la Famiglia e le pari opportunità, che ha lanciato la proposta di un Family Act. «Le famiglie», ha detto la ministra, «sono nucleo fondante per il sistema sociale. Se la scorsa legislatura è stata quella del Jobs act, questa dovrà essere quella del Family act: asili nido, assegno per i figli, più diritti per i genitori». Su questo versante certamente non mancherà l’appoggio della Chiesa.

 

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La fuga in avanti della Chiesa ultraliberal tedesca

I vescovi teutonici pronti a un sinodo per la sola Germania nel quale potrebbero accelerare sulle riforme epocali a cui pensa Francesco: ridefinizione dell’autorità e del potere della Chiesa, ruolo dei laici, morale sessuale, celibato sacerdotale e ministeri femminili.

Se le truppe sparse del cattolicesimo tradizionalista, conservatore e – in qualche caso – preconciliare, criticano duramente il papa, ne chiedono le dimissioni, lo accusano di eresia, lanciano allarmi per un pontificato che mette in discussione dogmi e abitudini consolidate, sul fronte opposto la Chiesa tedesca sta invece forzando la mano per procedere più speditamente sulla strada della riforma e del cambiamento.

Nel concreto, i vescovi tedeschi stanno lavorando alla preparazione di un sinodo per la sola Germania nel quale potrebbero essere prese decisioni in ambiti delicati: ridefinizione dell’autorità e del potere ecclesiastico, ruolo dei laici, morale sessuale, celibato sacerdotale e ministeri femminili. In sostanza vorrebbero accelerare su temi che, secondo il Vaticano, riguardano al contrario la Chiesa universale e non possono essere appannaggio di una chiesa locale.  

LA CHIESA TEDESCA PRONTA A RIFORME LIBERAL

D’altro canto, i vescovi tedeschi hanno colto l’occasione del prossimo sinodo panamazzonico in programma il prossimo ottobre in Vaticano – nel quale sono coinvolti gli episcopati di nove Paesi – che potrebbe assumere decisioni dirompenti come quella di permettere a dei laici, la cui autorità è riconosciuta dalla comunità locale, di celebrare la messa in assenza del sacerdote. Si tratterebbe di opzioni valide in primo luogo per una specifica area del mondo e scaturite da problemi legati a quella regione (ad esempio l’assenza di sacerdoti pe centinaia di chilometri). È pur vero che il sinodo sull’Amazzonia è stato convocato da Francesco e spetterà comunque a lui l’ultima parola sulle deliberazioni conclusive.

Nello scorso giugno Bergoglio ha scritto una lettera ai cattolici teutonici invitando i suoi membri alla prudenza

Diversa è la convocazione di un sinodo di una chiesa locale. Su questo argomento sta insistendo il Vaticano per fermare la perestrojka dei vescovi tedeschi ed evitare ulteriori strappi nel tessuto già sfilacciato della Chiesa universale. Nello scorso giugno Bergoglio ha scritto una lettera ai cattolici teutonici invitando i suoi membri alla prudenza; all’inizio di settembre, poi, il cardinale Marc Ouellet, capo della congregazione vaticana dei vescovi, ha avvertito che i risultati del sinodo della Germania, se toccano determinate questioni di carattere generale appunto, potrebbero essere considerati ecclesiologicamente non validi. Da Roma insomma, è arrivato quasi uno stop in piena regola.

I VESCOVI DELLA GERMANIA SI RIUNISCONO A FULDA

Nei prossimi giorni in ogni caso è pronta a riunirsi l’assemblea dei vescovi tedeschi a Fulda (dal 23 al 26 settembre) e si vedrà allora fino a che punto arriverà il braccio di ferro con Roma. Leader della chiesa tedesca è del resto un uomo vicino per molti versi a Francesco. Si tratta del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e soprattutto capo del Consiglio per l’economia del Vaticano, l’organismo che – insieme al dicastero vaticano omonimo – dovrebbe mettere a punto le strategie di gestione finanziaria dello Stato del papa.

Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco.

Anzi, il nome di Marx è stato fatto in questi giorni come possibile successore del cardinale australiano George Pell, ex ‘ministro’ per l’economia della Santa Sede, caduto in disgrazia dopo essere stato condannato per abusi su minori in primo e secondo grado nel suo Paese d’origine. Marx, replicando agli appunti che gli sono stati mossi dal Vaticano, ha gettato acqua sul fuoco sostenendo che già nel mese di agosto il percorso sinodale tedesco era stato modificato tenendo conto delle obiezioni del papa. Tuttavia quella dell’arcivescovo di Monaco sembra soprattutto una risposta messa in campo per prendere tempo: si vedrà infatti solo dopo l’assemblea di Fulda fino se la Chiesa tedesca vuole rompere gli indugi – e rompere con Roma – o meno.

AMERICA E GERMANIA AGLI ANTIPODI SUL PROCESSO RIFORMATORE

Di fatto si sta delineando una doppia tensione nel pontificato: da una parte si fanno sentire settori importanti della Chiesa americana (ma non rappresentativi di tutto il cattolicesimo a stelle e strisce) in aperto contrasto con il magistero del papa fondato sulla misericordia sull’accoglienza del diverso, sull’impegno sociale in favore delle periferie, dei poveri e dei Paesi del sud del mondo; dall’altra emerge l’episcopato tedesco, tradizionalmente progressista e liberal nel suo insieme (con le dovute eccezioni), che spinge affinché le cose cambino più rapidamente, per esempio sull’atteggiamento da tenere verso la morale sessuale come sulla rottura con il clericalismo.

la Chiesa statunitense e quella tedesca rappresentano le due più forti fonti di sostegno economico per il Vaticano

Lo scandalo degli abusi sui minori che ha già devastato la Chiesa d’Oltreoceano, ha colpito anche quella della Germania levandole credibilità e contribuendo ad allontanare molti fedeli. Inoltre, i vescovi tedeschi valutano che i tempi siano maturi nel loro Paese per una svolta su questioni ormai discusse da decenni come quello di un maggior ruolo delle donne.

Papa Francesco con alcuni vescovi.

Da rilevare, infine, che la Chiesa statunitense e quella tedesca condividono anche un altro primato: rappresentano infatti le due più forti fonti di sostegno economico per il Vaticano fra tutte le chiese locali. Si tratta di un aiuto decisivo per le languenti finanze d’Oltretevere colpite anch’esse dalla crisi economica e ridimensionate dal processo riorganizzativo in corso. I problemi sorti a livello ecclesiale sia in America che in Germania – risarcimenti per le cause di abusi, riduzione delle offerte e delle entrate fiscali, allargamento del processo di secolarizzazione – per quanto non ancora drammatici, si riflettono inevitabilmente anche sui sacri palazzi romani, il che non fa che complicare il rebus cui si trova di fronte papa Francesco.   

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Asse Conte-Vaticano: il primo scoglio è l’eutanasia

I rapporti tra Santa Sede e il premier sono buoni. Ma fino a un certo punto. Dopo l'esperienza fallimentare del governo pentaleghista, il primo banco di prova sarà il dibattito sul dossier. Con un M5s diviso e la Consulta pronta a pronunciarsi.

Un amico del Vaticano è stato confermato a Palazzo Chigi? Sì, ma fino a un certo punto. Il rapporto fra i vertici della Chiesa e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono certamente buoni, tuttavia Oltretevere attendono prudentemente la prova dei fatti. In fondo c’è stato anche un Conte 1.

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LA METAMORFOSI DI CONTE

Ma procediamo con ordine. Nelle tumultuose e bizzarre vicende della politica italiana, Giuseppe Conte autonominatosi «avvocato del popolo» poco più di un anno fa, quando si accingeva a guidare l’esecutivo cinque stelle-Lega, è diventato, in 14 mesi – secondo la definizione che ne ha dato l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini – «l’avvocato del palazzo». Il che, paradossalmente, in un Paese abituato a governi dalla durata spesso brevissima e a legislature monche, potrebbe sembrare quasi un complimento (per quanto involontario). Quasi la certificazione che Conte si sa muovere bene nei corridoi pieni di trappole della politica. Dunque da signor nessuno, da testa di legno nelle mani dei due vicepremier Luigi Di Maio e Salvini, a novello Giulio Andreotti la trasformazione del premier è stata rapidissima, anche nell’immaginario dei media

conte bis discorso fiducia
Il premier Giuseppe Conte.

L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

Sullo sfondo del passaggio fra il primo Conte e il Conte bis non poteva mancare il Vaticano, altro ex potere forte che fino a non molto tempo fa faceva e disfaceva i governi e le relative maggioranze della Repubblica. D’altro canto ha suscitato un certo effetto, a fine agosto, la fotografia del papa che parla con il premier ancora solo incaricato e gli regala un rosario. Conte, solo poche ore prima, aveva ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Sergio Mattarella, lui sì un vero ex Dc, ma anche uno dei padri fondatori dell’Ulivo e del centrosinistra nella Seconda Repubblica. 

Papa Francesco (foto di Tiziana Fabi/Afp-LaPresse).

LA RETE DI CONTE OLTRETEVERE

Papa Francesco e Giuseppe Conte si erano visti per pochi ma simbolici minuti, nella basilica vaticana al termine dei funerali del cardinale Achille Silvestrini, in passato diplomatico di lungo corso del Vaticano, uno degli artefici della Ostpolitik verso i Paesi dell’ex Cortina di ferro, e poi alla guida della fondazione Villa Nazareth, istituzione benefica e culturale rivolta a giovani universitari e controllata dalla Segreteria di Stato vaticana. Villa Nazareth è a sua volta collegata alla fondazione Domenico Tardini onlus che gestisce beni e strutture. In quest’ambiente ha pure studiato e si è formato Conte il quale è tuttora membro del comitato scientifico della fondazione Domenico Tardini. Vicepresidente di quest’ultima, per capire il contesto, è monsignor Claudio Maria Celli, uno degli artefici, da parte vaticana, del nuovo corso dei rapporti fra Santa Sede e Cina suggellato dall’accordo per la nomina condivisa dei vescovi fra autorità governative cinesi e vaticane, un po’ come avveniva con le monarchie europee di un tempo.

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Non si dimentichi, in tal senso, che Conte ha sottoscritto gli accordi commerciali con la Cina di Xi Jinping nell’ambito del progetto denominato Nuova via della Seta, mossa del governo gialloverde comunque apprezzata Oltretevere. Villa Nazareth è un’istituzione attraverso la quale, discretamente, sono passati e passano alti prelati, politici, economisti, banchieri che partecipano a incontri, convegni, giornate di studio (Giovanni Bazoli, per dire, è nel consiglio di amministrazione). Non c’è insomma solo il San padre Pio di Pietrelcina della natìa Puglia nel bagaglio cattolico di Conte, ma anche la frequentazione con la più esclusiva diplomazia vaticana.

Matteo Salvini bacia il rosario durante la manifestazione sovranista di Milano.

LA SINTONIA CON LA SANTA SEDE NELLA CRITICA A SALVINI

Inoltre, con il passaggio al governo Conte bis, il premier non ha disdegnato di ispirarsi alle posizioni assunte dalla Santa Sede per criticare apertamente l’uso politico dei simboli religiosi – il rosario e il crocifisso – fatto da Salvini, leader di quel nazionalismo xenofobo combattuto apertamente da Francesco che non ha esitato a paragonare certe correnti di sovranismo identitario al periodo in cui in Europa andarono al potere fascismo e nazismo. 

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LE RASSICURAZIONI CIRCA IL TEMA DELL’EUTANASIA

La svolta del governo M5s-Pd è stata insomma ben accolta in Vaticano e anche negli ambienti della Cei: l’eccesso di conflittualità e violenze verbale, il rischio di una rottura con l’Europa e del prevalere di derive razziste e anti-democratiche sono state ragioni sufficienti per far apprezzare li cambio di maggioranza parlamentare e di governo. Da parte sua, Conte, intervenendo durante il dibattito sulla fiducia, ha voluto dare garanzie su una questione ben precisa che sta a cuore alle gerarchie ecclesiastiche. Entro il prossimo 24 settembre infatti, in base a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, il parlamento dovrebbe legiferare sul tema dell’eutanasia. I tempi sono strettissimi e il rischio che la Consulta supplisca ancora una volta al ritardo della politica è reale.

Il presidente della Cei, Cardinal Gualtiero Bassetti.

IL NODO DELLA DEPENALIZZAZIONE

Conte, a Palazzo Madama, affrontando la questione ha detto: «Posso solo raccomandare che sarebbe opportuno incentivare il ricorso alle cure palliative, le misure per alleviare la sofferenza dei malati inguaribili e rafforzare la formazione bioetica degli operatori sanitari». Una posizione molto simile a quella sostenuta dalla Chiesa. Lo stesso capo dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti l’11 settembre ha sollevato con allarme la questione chiedendo al parlamento di non abdicare alle sue funzioni e ha proposto una via d’uscita legislativa per scongiurare la depenalizzazione da parte della Corte Costituzionale. «La via più percorribile», ha sottolineato, «sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso». Il cardinale ha indicato insomma un possibile punto di mediazione politica.

LA REVISIONE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Ma Bassetti è andato oltre invocando pure la «revisione» della legge sulle Disposizioni antipate di trattamento (il testamento biologico). Il cardinale ha chiesto che idratazione e alimentazione vengano escluse dai trattamenti sanitari la cui interruzione è consentita (da qui, per la Chiesa, nascerebbe la deriva eutanasica da cui discende il dibattito odierno. Del resto questa è la posizione sempre sostenuta dal cardinal Camillo Ruini). Resta il fatto che all’interno della stessa maggioranza esistono sulla questione eutanasia posizioni differenti, e lo stesso Conte ha spiegato di non aver voluto inserire il tema nel programma di governo perché sono in gioco diritti fondamentali e quindi le convinzioni etiche di ciascuno. Nel libero spazio del gioco parlamentare si potrebbero così formare maggioranze inedite fondate sul principio del voto di coscienza

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini.

IMMIGRAZIONE E FAMIGLIA: GLI ALTRI BANCHI DI PROVA

La Chiesa si aspetta novità anche sul fronte immigrazione. Le modifiche dei decreti Sicurezza sono già previste nell’accordo che ha sancito l’alleanza fra Pd e M5s, ma qui bisogna vedere i tempi e le modalità. La gestione Salvini del fenomeno migratorio è stata criticata da più parti e definita fallimentare soprattutto in relazione ai rapporti con l’Europa. Nessuno però è intenzionato, su un tema così delicato, la lasciare campo libero agli attacchi del leader leghista. In Vaticano, dunque, osservano e seguono con attenzione la strana e originale fase politica italiana, appoggiano il tentativo Conte ma sono al medesimo tempo ben consapevoli che il percorso del governo potrebbe anche essere assai accidentato. Primo vero banco di prova sarà la legge di Bilancio dalla quale la Chiesa si attende provvedimenti in favore delle famiglie. Tuttavia Oltretevere sono ben consapevoli che all’inizio del 2022 si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e quel traguardo viene giudicato comunque importante da raggiungere.

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Venduta a 900 mila euro la Lamborghini del papa

L'auto gli era stata donata dall'azienda di Sant'Agata Bolognese nel 2017. Messa all'asta, finanzierà anche un asilo e un seminario ad Haiti distrutti dal terremoto del 2010.

Venerdì 13 settembre, papa Francesco ha incontrato il presidente di Lamborghini, Stefano Domenicali, e i responsabili di Omaze, la piattaforma di raccolta fondi online che aveva curato la vendita all’asta della sua “Huracan”. L’auto gli era stata donata dalla casa automobilistica nel 2017 e, l’anno successivo, il pontefice aveva scelto di metterla all’asta per finanziare con il ricavato delle fondazioni di beneficenza. Alla cerimonia, dove era presente anche l’aggiudicatario dell’auto, un cittadino della Repubblica ceca, è stato consegnato al pontefice un assegno simbolico di 900 mila euro. Di cui 200 mila euro saranno utilizzati per la ricostruzione del seminario e di un asilo ad Haiti, distrutti dal sisma del 2010.

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Durante l’incontro, ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni, il Santo Padre ha citato il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, sottolineando come «la generosità di questo gesto di carità, che raggiunge direttamente i più poveri, corrisponda alle parole del passo evangelico».

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