Perché Ratzinger rinuncia al silenzio e va in guerra con la Chiesa tedesca

Con la rinuncia aveva promesso di non parlare e di fare una vita appartata. Ma il papa emerito proprio non ce la fa: attacca aborto e matrimoni gay e implicitamente se la prende pure col pontificato di Francesco. Mentre aumenta la distanza con l'episcopato della Germania.

Il papa emerito a restare in silenzio proprio non ce la fa e, come se non bastasse, quando riprende la parola non rinuncia nemmeno a qualche stoccata polemica. Da ultimo Joseph Ratzinger è tornato alla carica per dire che qualcuno lo «vuole silenziare» puntando il dito in particolare contro i teologi tedeschi e i vescovi del suo Paese. D’altro canto l’ex pontefice ha da diversi decenni ha un conto aperto con i suoi connazionali;  e come potrebbe essere diversamente?

IN DISACCORDO CON LE POSIZIONI RIFORMATRICI

Il teologo di punta di Karol Wojtlya, il panzer-kardinal teorico d’assalto del revisionismo post-conciliare, inevitabilmente non va troppo d’accordo con una Chiesa, quella tedesca, caratterizzata spesso da posizioni riformatrici: dal ruolo dei laici, alle donne, al sacerdozio uxorato, alla comunione ai divorziati risposati, dal dialogo ecumenico e interreligioso, alle unioni omosessuali, alle tematiche sociali.

ENNESIMA INTERVISTA USCITA

In questi giorni il papa emerito è tornato a toccare alcuni di questi temi in un’intervista uscita in Germania in occasione della pubblicazione di una sua nuova biografia di oltre mille pagine, Benedikt XVI.- Ein Leben (Benedetto XVI – Una vita), realizzata dal suo amico giornalista tedesco Peter Seewald, che nel corso degli anni ha realizzato diversi libri-intervista con l’allora cardinale Ratzinger, poi con Ratzinger papa e, da ultimo, nel 2016, dopo la rinuncia al pontificato, con il papa emerito Joseph Ratzinger (Le ultime conversazioni). Ma, evidentemente, tanto “ultime” non erano. Esiste ormai un corpus di scritti, interventi, interviste, pubblicazioni, del tutto autentici o in parte apocrifi, del Ratzinger post-papato, dell’emerito; un fatto certo in stridente contraddizione con quella promessa di silenzio e vita appartata con cui aveva accompagnato il gesto della rinuncia.

PREOCCUPATO DAL «CREDO ANTICRISTIANO»

L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è tornato dunque a picchiare sui tasti che gli sono più congeniali. La vera minaccia per la Chiesa, e quindi per il papato, ha spiegato, non viene dagli scandali interni alla Curia vaticana come i vari Vatileaks, «ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo». Il papa emerito osserva: «Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica».

NOSTALGIA PER UN PASSATO PERDUTO

Dietro a questo disegno, rileva Ratzinger, c’è la mano del potere spirituale dell’anticristo. Quanto ai teologi tedeschi: «Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli». Due elementi spiccano da quest’ultimo capitolo del Ratzinger-pensiero: la nostalgia per un passato perduto in cui la cristianità istruiva il mondo, e il conflitto mai sopito con una parte del pensiero teologico tedesco che non ha mostrato sudditanza nei suoi confronti. C’è da aggiungere che, implicitamente, l’ex arcivescovo di Monaco non si sente tanto a proprio agio neanche con il pontificato di Francesco giudicato, evidentemente e pur senza dirlo in modo esplicito, poco in sintonia con la sua interpretazione delle cose.

I VESCOVI TEDESCHI FANNO ALTRI RAGIONAMENTI

Ma soprattutto è la Chiesa tedesca che sembra non dare da tempo più ascolto a Ratzinger, e certo è un caso anomalo quello di un papa che proprio nel suo Paese d’origine suscita così limitati entusiasmi. Sta di fatto che la distanza fra l’episcopato della Germania, guidato ora dal vescovo di Limburg, mons. Georg Baetzing (succeduto al card. Reinhard Marx, collaboratore di papa Francesco) e Ratzinger è davvero grande. Se infatti quest’ultimo volgendo lo sguardo indietro di un secolo rileva che all’epoca i matrimoni fra persone dello stesso sesso sarebbero stati un’eresia, i vescovi tedeschi in occasione dei 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale fanno altri ragionamenti.

PRESA DI DISTANZA DA GUERRA E NAZISMO

È passato infatti quasi inosservato, a causa della pandemia, un importante documento pubblicato in questi giorni dalla Chiesa in Germania in cui l’episcopato fa  i conti col passato e riconosce, nonostante alcune importanti eccezioni, la complicità di fondo fra vescovi e regime nazista. «Non pronunciando un chiaro “no” alla guerra», si legge fra le altre cose nel testo, «ma rafforzando, da parte della maggioranza, la volontà di prosecuzione del conflitto, sono diventati complici nella guerra». Nella dichiarazione, che ha un valore storico, si afferma anche: «Da ultimo i vescovi non trovarono nessuna via di uscita dalla tensione che si dava tra le rappresentazioni comuni di un’obbligazione patriottica durante la guerra, la legittimità del potere statale, il dovere di obbedienza che ne risultava e i crimini palesi compiuti». Nel documento si affrontano diversi aspetti: quelli giuridici, il comportamento dei cristiani, la collaborazione fra la Chiesa e il nazionalsocialismo, l’idea distorta di patria, le conseguenze di quanto avvenuto e gli insegnamenti per il futuro fra i quali rientrano, per il presidente dei vescovi tedeschi, l’impegno a contrastare le moderne forme di antisemitismo e nazionalismo.

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Vaticano, l’accusa di Ratzinger: “Propaganda contro di me, vogliono zittirmi”


Le accuse di interferire nei dibattiti pubblici e negli affari del Vaticano è "solo una maliziosa distorsione della realtà", ha spiegato il 93enne Joseph Ratzinger in una intervista pubblicata all'interno del libro in lingua tedesca Benedikt XVI - Ein Leben. "I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli” ha aggiunto il Papa emerito.
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Fra Chiesa e governo uno strappo costituzionale con risvolti sociali e politici

La Cei aveva inizialmente fatto proprie le restrizioni del lockdown, attirandosi le critiche dei settori ultra-conservatori perché troppo governativa. Lo frattura che si è consumata tra episcopato e premier difficilmente si ricomporrà senza strascichi. E potrebbe indebolire Conte e la sua maggioranza.

Lo strappo che si è consumato fra la Chiesa italiana e il governo non è di poco conto. Il nuovo decreto della presidenza del Consiglio relativo alla cosiddetta Fase 2 della crisi scaturita dalla diffusione del Covid -19, prevedeva infatti che restasse in vigore il divieto di celebrare le messe con la partecipazione dei fedeli in tutte le chiese del Paese. Tuttavia, subito dopo la presentazione del provvedimento da parte del premier Giuseppe Conte, la Conferenza episcopale diffondeva una nota, durissima nei toni, con la quale si contestava la decisione presa «arbitrariamente», quindi si puntualizzava come al governo e al comitato tecnico-scientifico spettasse il compito di gestire la situazione dal punto di vista sanitario, ai vescovi atteneva invece la missione di organizzare la comunità cristiana.

Nella nota della Cei, d’altro canto, si parla esplicitamente di limitazioni alla libertà di culto. Il richiamo, neanche tanto velato è alla Costituzione che, all’articolo 19, afferma: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto». Ma indubbiamente il riferimento è anche al Concordato (articolo 7 della Carta) che regola i rapporti fra Chiesa e Stato stabilendo i reciproci ambiti, la reciproca autonomia e anche il terreno comune di una possibile collaborazione.

Molto si è detto della sospensione delle libertà civili a causa della pandemia, ma è un fatto che il primo vero conflitto su questo terreno si è consumato in materia di libertà religiosa con la Chiesa cattolica. È anche vero che a ridosso della nota della Cei, il governo ha fatto sapere di voler correggere la norma sulle messe mettendo a punto con un apposito «protocollo». Da parte dei vescovi fra l’altro si lamenta un metodo di procedere giudicato contraddittorio e ambiguo: nel testo del comunicato della Cei si spiega infatti che col governo era in corso un dialogo costante, ma di questo lavoro non si è tenuto conto al momento di prendere le decisioni.

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LA PASSEGGIATA DEL PAPA ALL’INIZIO DEL LOCKDOWN

La frattura probabilmente si ricomporrà in qualche modo dal punto di vista pratico, ma certo la ferita istituzionale resta anche perché è difficile pensare che la Santa Sede non fosse avvertita della reazione preparata dall’episcopato. E se è vero che lo scorso 30 marzo il papa aveva ricevuto Conte in udienza privata in Vaticano – un segno importante di apertura e sostegno al governo in un momento particolarmente critico per l’Italia alle prese con la fase più drammatica della contagio – c’era un precedente che pure doveva suonare come un campanello d’allarme a Palazzo Chigi. All’inizio del lockdown, infatti, venne annunciata in un primo momento la chiusura di tutte le chiese. Di lì a poco il papa fece la sua ormai celebre passeggiata nel centro storico della Capitale e si fermò a pregare in due chiese. La decisione fu corretta: no alle messe con i fedeli ma le chiese restano aperte per chi cerca un momento di conforto spirituale. Di fatto anche in quel caso il Vaticano sollevò, indirettamente, una questione di giurisdizione.

LE CRITICHE DEI SETTORI ULTRA-CONSERVATORI ALL’EPISCOPATO VICINA AL CONTE

È però sul terreno politico che nasce l’incomprensione più grande. La decisione di proseguire il lockdown religioso non tiene conto del fatto che la Cei ha in buona sostanza assecondato e fatto proprie le decisioni del governo, stabilendo a sua volta li divieto di svolgere celebrazioni religiose nelle settimane passate. Il che non è stato del tutto indolore. Settori ultraconservatori del cattolicesimo italiano hanno infatti criticato l’accondiscendenza ‘governativa’ della Conferenza episcopale, chiedendo – esattamente come i pastori delle chiese evangeliche filo-Trump Oltreoceano – che lo Stato non interferisse nella vita della Chiesa, pandemia o non pandemia.

Tante organizzazioni cattoliche hanno accresciuto la collaborazione con i Comuni e le Regioni per sostenere quelle fasce di popolazione escluse dall’assistenza sanitaria o in forti difficoltà economiche

Non solo: le organizzazioni storicamente impegnate nel sociale (da Caritas a Comunità di Sant’Egidio, solo per citarne due) hanno supplito in molti casi alle carenze istituzionali o hanno accresciuto la collaborazione con i Comuni e le Regioni per sostenere quelle fasce di popolazione escluse dall’assistenza sanitaria o in forti difficoltà economiche: poveri, senzatetto, anziani soli, migranti. Senza contare che più di 100 preti sono morti a causa dell’epidemia, numerose religiose, volontari che portavano soccorso in quelle residenze per anziani in cui la mortalità è stata altissima. Ce n’è abbastanza per immaginare una Cei pronta a cavalcare un cambio di maggioranza? Da questo punto di vista la Chiesa continua ad avere come bussola l’operato del presidente Sergio Mattarella, e difficilmente in condizioni tanto critiche i vescovi di discosteranno dalle indicazioni provenienti dal Quirinale; tuttavia qualcosa è certamente cambiato nei rapporti fra la Cei e il governo.  

LA CHIESA COME CUSCINETTO AGLI ISTINTI XENOFOBI E ANTISCIENTIFICI

D’altro canto la Chiesa ha pure i suoi sistemi di ‘ rilevamento’ sugli umori e le condizioni reali Paese, e i segnali che arrivano su questo fronte sono preoccupanti. In tal senso molto significativa è una recente nota di Caritas italiana che fa il punto su quanto sta avvenendo, delineando un quadro sociale allarmante. L’organizzazione rileva infatti «un aumento in media del +114% nel numero di nuove persone che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza coronavirus». L’organizzazione ha spiegato di aver registrato «un aumento rispetto alle richieste di beni e servizi materiali – in particolare cibo e beni di prima necessità, con la distribuzione di pasti da asporto/a domicilio, sussidi e aiuti economici a supporto della spesa o del pagamento di bollette e affitti, sostegno socio-assistenziale, lavoro e alloggio». Non va poi dimenticato che in molte diocesi sono state messe a disposizione della protezione civile strutture e edifici per ospitare personale sanitario, persone in quarantena o senza dimora.  

È in tale contesto, dunque, che va valutata nel suo insieme la posizione espressa dalla Chiesa, tenendo ben presente un’opera di solidarietà attiva che in molti casi ha contribuito ad evitare la decomposizione del tessuto sociale. Inoltre, la ‘tenuta’, sia pure con qualche eccezione negativa, dell’episcopato e del cattolicesimo sociale, ha scongiurato il prevalere di istinti xenofobi nella ricerca di capri espiatori quali responsabili della pandemia e il prevalere di una religiosità irresponsabile e antiscientifica che pure qualche leader politico in Italia e nel mondo sta provando a utilizzare per i propri scopi.

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Società aperta o chiusa? La sfida fra Trump e Francesco continua anche con la pandemia

Mentre il presidente degli Stati Uniti chiude i confini e prosegue con la sua politica isolazionista, il papa continua a parlare di una globalizzazione della solidarietà. Un conflitto fra i due modelli e le due leadership amplificato dall'emergienza coronavirus.

Società aperta o società chiusa? Il dilemma e il conflitto fra i due modelli era già ben presente prima che dilagasse la crisi scatenata dal coronavirus e lo è ancor di più a qualche mese dall’inizio della pandemia.

La questione è riassumibile – sia simbolicamente che su un piano terribilmente concreto – con la questione dei confini nazionali, tutti ermeticamente chiusi per limitare la diffusione del virus; e di certo nel prossimo futuro la circolazione di molti cittadini sarà limitata territorialmente alla propria città, provincia, regione o Stato in diversi Paesi del mondo.

Il coronavirus ha così realizzato – sotto forma di incubo però – il sogno sovranista del «prima noi», della nazione che torna ad essere protagonista centrale della storia. A interpretare sulla scena mondiale le due opzioni, le differenti visioni fra società aperta e società chiusa, sono stati due leader di primo piano a livello globale: papa Francesco e Donald Trump.

TRUMP CHIUDE I CONFINI DEGLI USA: LA QUARANTENA COME LINEA POLITICA

Il capo della Casa Bianca, sul quale già si addensano molte critiche per come ha gestito fin qua la crisi scaturita dal Covid -19, ha deciso di chiudere le frontiere americane all’immigrazione, intanto per due mesi, poi si vedrà; nello specifico il provvedimento riguarda però solo chi intende trasferirsi a titolo definitivo negli Stati Uniti e ottenere un permesso di residenza permanente, non i lavoratori temporanei. Il motivo dell’iniziativa è sempre lo stesso: in un periodo in cui il numero dei disoccupati cresce esponenzialmente nel Paese a causa del lockdown indotto dal virus, il presidente adotta un provvedimento che probabilmente avrà poco impatto sul mercato del lavoro interno, ma dimostrerà agli americani come la Casa Bianca pensa realmente ‘prima’ a loro.

Trump ha voluto ricordare che il confine col Messico è presidiato da un muro e da migliaia di militari messicani

Non a caso Trump nel dare notizia dello stop temporaneo all’immigrazione, ha voluto ricordare per inciso che il confine Sud del Paese, quello col Messico, è presidiato da un muro lungo decine di migliaia di chilometri e da migliaia di militari messicani. La quarantena diventa così una linea politica. È presto per dire se questa strategia basterà a Trump per essere rieletto nel prossimo autunno alla guida del Paese, di certo al leader repubblicano non manca la coerenza.

LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO IL PAPA: SOLIDALE E SOCIALE

Sul fronte opposto Francesco, come abbiamo documentato su Lettera43, anche nel corso di queste drammatiche settimane ha continuato a promuovere l’idea di un nuovo sistema di relazioni sociali e internazionali fondato sulla solidarietà, il soccorso reciproco, la condivisione e l’azione multilaterale sul piano diplomatico. D’altro canto, se il lockdown a livello nazionale è stato necessario e, anzi, urgente nell’emergenza, indubbiamente per uscire dalla crisi serviranno collaborazione economica, sanitaria, politica. A frontiere ermeticamente chiuse, si sono infatti accorti in molti, alla lunga si rimane soli e più poveri e la crisi, in parte inevitabile, si dilata a dismisura fino a diventare insopportabile.

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Papa Francesco e Mattarella.

Anche per questo il pontefice ha rivolto un appello ai leader europei il 22 aprile: «In questo tempo nel quale è necessaria tanta unità tra noi, tra le nazioni, preghiamo oggi per l’Europa: perché l’Europa riesca ad avere questa unità, questa unità fraterna che hanno sognato i padri fondatori dell’Unione Europea». Ma Francesco va anche oltre, e disegna, a partire dalla riflessione suscitata dalla drammaticità del momento, un mondo post-coronavirus che faccia tesoro della lezione di questa pandemia, che sia capace di costruire nuove relazioni fra sviluppo, progresso e ecosistemi, che non si lasci guidare unicamente dagli istinti primari dei mercati finanziari, in cui vi sia spazio per un’economia solidale capace di non tenere eternamente sotto scacco la gran parte dei Paesi poveri; tutta un’altra globalizzazione, insomma, ma pur sempre una globalizzazione.

L’ELEZIONE DI TRUMP VISTA SUBITO COME UN PERICOLO DAL VATICANO

D’altro canto, l’ascesa di Donald Trump è stata per Francesco l’elemento di rottura rispetto al giudizio da dare sull’ondata populista-nazionalista che ha percorso il pianeta negli ultimi anni, il fattore che ha determinato una scelta di campo. Lo ricorda bene un saggio appena uscito del giornalista Iacopo Scaramuzzi, Dio? In fondo a destra (edito da Emi); «Il punto di svolta», si legge in proposito, «va individuato nell’elezione di Donald Trump». E non c’è dubbio che l’elezione del tycoon alla Casa Bianca sia stata vista fin dal principio come un pericolo dal papa argentino.

Il conflitto fra i due modelli e le due leadership è destinato a durare e forse verrà addirittura amplificato dalla diffusione del coronavirus

Nel volume di Scaramuzzi infatti si spiega ancora: «Il popolo va ascoltato, ha affermato Bergoglio in un’intervista rilasciata al País nelle stesse ore in cui Trump si insediava alla Casa Bianca, senza però cercare un ‘salvatore che ci restituisca la nostra identità difendendoci con muri, fili spinati, da altri popoli che ci toglierebbero la nostra identità’, come ‘un ragazzino di nome Adolf Hitler fece’ nella Germania di inizio Novecento. Difficile essere più chiari di così».

Donald Trump.

Il conflitto fra i due modelli e le due leadership è destinato a durare e forse verrà addirittura amplificato dalla diffusione del coronavirus, dalla pandemia che manda in cortocircuito certezze economiche, politiche e tecnologiche. Dal crollo del prezzo del petrolio ai rischi per i sistemi democratici, dall’incombere di una nuova ondata di disoccupazione all’ipotesi che il covid-19 possa dilagare in Africa, alla corsa al vaccino, sono molte le variabili che possono entrare in gioco nei prossimi mesi e sarà decisivo capire quale tipo di governance globale avrà la meglio per capire in quale mondo abiteremo. 

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La task force del papa per il post-coronavirus

La struttura si occuperà di ambiente, sostegno alle chiese locali, sanità ma anche economia e lavoro. Tutto nel nome della solidarietà che, spogliata della retorica stanca, deve diventare progetto politico. Che potrebbe ispirare persino Conte e Colao.

Anche il papa ha la sua task force per rispondere alla crisi dovuta al Covid-19, un organismo fortemente articolato già in funzione dalla fine di marzo.

Di fronte al dilagare della pandemia insomma, la Santa Sede non si è tirata indietro e anzi ha rilanciato; d’altro canto lo scenario di crisi globale in cui è precipitato il mondo in una certa misura è nelle corde del pontificato.

Molti dei problemi posti da Francesco alla comunità internazionale in questi anni, infatti, fanno ora parte del nostro orizzonte quotidiano: un uso distorto delle risorse naturali e delle altre specie animali, la necessità di prendersi cura degli anziani, dei più deboli, delle fasce sociali più fragili, l’importanza di rendere disponibili le cure mediche per tutti, la fondamentale solidarietà fra gli Stati per vincere la battaglia contro il virus sia in campo sanitario che sotto il profilo sociale ed economico

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È la globalizzazione dal volto umano prospettata da tempo da Francesco in alternativa a quella fredda e non di rado feroce promossa dai mercati finanziari.

I LIMITI DELLA SCIENZA E LA NECESSITÀ DI UNA SCALA DI VALORI

C’è poi un altro aspetto che gioca ‘a favore’ della Chiesa: dopo diversi decenni di netta superiorità del modello di società ipertecnologica e di un scienza-idolo assurta a madre di tutte le risposte alle domande poste dall’uomo – quasi si trattasse di una nuova forma di trascendenza – la pandemia ha riportato tutti con i piedi per terra. La ricerca scientifica è decisiva per sconfiggere il Covid-19 ma non è onnipotente, la visione cristiana della vita non guarisce dalle malattie ma può indicare una scala di valori, fornire una bussola umanistica a politici e scienziati. Un dialogo è dunque possibile e necessario a patto di rinunciare ai reciproci fondamentalismi, uno scenario nel quale il papa argentino non può che muoversi a suo agio.

I CINQUE SETTORI DELLA TASK FORCE

La task force vaticana in ogni caso è divisa in cinque diversi settori ben delimitati e posta sotto il coordinamento del dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, il ‘ministero’ creato ex novo da Francesco per promuovere il magistero sociale della Chiesa e organizzare di volta in volta gli aiuti alle popolazioni che soffrono per i conflitti, le crisi economiche, i disastri ambientali. 

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Gli ambiti di intervento dell’organismo sono: il sostegno alle iniziative caritative promosse dalle chiese locali; la messa a punto di progetti per il mondo del dopo pandemia nei settori dell’ambiente, dell’economia, del lavoro, della sanità, della politica, della comunicazione e della sicurezza; l’appoggio allo sforzo comunicativo delle chiese locali per aiutarle a rispondere in maniera autentica e credibile al mondo post Covid-19. E, ancora, il quarto gruppo di lavoro, coordinato dalla Segreteria di Stato, «sosterrà la Santa Sede nelle sue attività e nei suoi rapporti con i Paesi e gli organismi internazionali, comunicando a essi i frutti della ricerca, del dialogo e delle riflessioni prodotte». Infine ci sarà chi si occuperà del finanziamento per sostenere l’impegno della task force in favore delle chiese locali e alle organizzazioni cattoliche, e la sua attività di ricerca, analisi e comunicazione.

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UNA MEGA PROTEZIONE CIVILE IN STILE VATICANO

Il cardinale Peter Turkson, capo del dicastero per lo Sviluppo umano integrale, ha spiegato i principi organizzativi della commissione voluta dal papa, una sorta di mega Protezione civile in stile vaticano. In ogni caso risulta chiaro l’impegno preso Oltretevere: «Abbiamo costituito 5 gruppi di lavoro», ha affermato Turkson, «che sono già all’opera. Abbiamo già avuto due incontri di lavoro con il Santo Padre. Abbiamo creato una cabina di regia per coordinare le iniziative che riguardano l’azione di oggi e quelle che riguardano i progetti per il domani. Il nostro è un servizio in termini di azione e di pensiero. Servono azioni concrete subito, e le stiamo facendo». Chissà se il premier Giuseppe Conte e il capo della task force italiana Vittorio Colao daranno un’occhiata anche dalle parti di San Pietro per trovare la giusta ispirazione.

LA SOLIDARIETÀ DIVENTA PROGETTO POLITICO

D’altro canto il Vaticano in questa situazione sta giocando la sua partita: la pandemia ha trasformato una parola chiave della dottrina sociale della Chiesa e del magistero berogogliano, solidarietà, in una necessità urgente, quasi in un progetto politico, spogliandola della retorica stanca che spesso l’accompagnava. Se in molti Paesi il diffondersi del Covid -19 ha favorito inevitabilmente l’introduzione di misure restrittive delle libertà fondamentali e la chiusura dei confini, la Santa Sede ha promosso una visione delle cose in cui si pone l’accento sulla necessità di collaborare, di rifiutare una ‘selezione’ delle vite salvabili sacrificando i più deboli e gli anziani, di seguire la strada dell’alleanza fra i governi per scongiurare le conseguenze più funeste dell’epidemia e del lockdown. Una road map che potrebbe essere utile a diversi leader in Europa e nel mondo in questo frangente difficile

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E il Vaticano impugna le sacre forbici

Il coronavirus fa sentire i suoi effetti anche Oltretevere. Così il Governatorato della Santa Sede ha messo in atto una serie di misure di contenimento. Si va dal taglio delle consulenze al blocco delle assunzioni fino alla sospensione dei contratti a tempo determinato. Il documento.

I tempi sono durissimi, si sa. E il virus fa sentire i suoi effetti anche in Vaticano. E Oltretevere ne prendono atto e corrono ai ripari con una drastica opera di contenimento. Non sono tempi di spreco anche perché, come sottolinea il documento del Governatorato della Santa Sede, il periodo per tornare alla auspicata normalità sarà tutt’altro che breve.

Dunque, bisogna intervenire drasticamente su tutta la macchina dello Stato. Anche se questo comporta il venir meno della “Suprema volontà” di garantire il mantenimento dell’occupazione e il livello retributivo, cosa di cui il Governatorato ha sin qui avuto come obiettivo.

Ma ora, con l’incalzare della pandemia e delle sue conseguenze sul piano economico, ciò non è più possibile. Quindi, secondo la direttiva emanata dal cardinale presidente, Giuseppe Bertello, si impugnano le forbici.

La lettera del governatorato del Vaticano.

SOSPESI ANCHE I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO

Si va da un draconiano taglio delle consulenze al blocco delle assunzioni e degli straordinari. In più i dipendenti dovranno smaltire le ferie e rinunciare a tutti i viaggi e le trasferte di lavoro. La crisi si preannuncia tale che il Governatorato ha pensato bene anche di sospendere gli acquisti per arredi e suppellettili e di annullare tutto il calendario eventi in programma per l’anno in corso. Ultimo provvedimento, per la verità poco caritatevole considerando il pulpito da cui proviene, la sospensione, ove possibile, dei contratti a tempo determinato. Unici a non essere cancellati – anche perché non costano nulla – gli auguri ai dipendenti e alle loro famiglie di una Santa Pasqua di Resurrezione.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La paura del virus ci fa capire le parole del papa sul primato della vita

Se fino a qualche settimana fa il pensiero di Bergoglio, ossia la priorità dell'uomo sull'economia, appariva poco più di un’utopia, ora il deflagrare del Covid 19, che non conosce frontiere geografiche e sociali, gli ha restituito concretezza.

«È vero, alcuni governi hanno preso misure esemplari, con priorità ben definite, per difendere la popolazione. Ma ci stiamo rendendo conto che tutto il nostro pensiero, ci piaccia o non ci piaccia, è strutturato attorno all’economia. Si direbbe che nel mondo finanziario sacrificare sia normale». Il giudizio di papa Francesco è netto, Bergoglio  – in un’intervista a Civiltà Cattolica firmata da Austen Ivereigh e dedicata alla crisi che stiamo attraversando – affronta il tema della cultura dello scarto descrivendola come un parametro chiave del nostro tempo, un totem dal quale facciamo fatica a liberarci anche in questi giorni di pandemia.

Il pontefice mette in discussione il principio in base al quale vi siano persone sacrificabili, un’idea – spiega – che già trova la sua applicazione quando si sceglie di ‘scartare’ il nascituro down, quando si pensa che gli anziani malati vanno curati sì, ma fino a un certo punto. E oggi, in questo contesto inedito per la nostra epoca alla vigilia di una Pasqua ‘reclusa’, segnata dalle misure per il contenimento del virus adottate dai governi, il nodo degli ‘scartati’ torna d’attualità.

Perché il rischio è quello di abbandonare i poveri, vittime dimenticate della pandemia da coronavirus, di lasciare indietro quelli – rileva Francesco – che stanno per perdere tutto, cioè «i defraudati di oggi che si aggiungono a tanti spogliati di sempre, uomini e donne che portano ‘spogliato’ come stato civile». Guardare questo mondo alla luce del Vangelo, per il vescovo di Roma, significa farsi carico, a livello individuale e collettivo, come società, degli anziani e dei giovani, farsi carico in definitiva di questi “defraudati”.

IL VIRUS RENDE ATTUALE LA RICOVERSIONE DEL MODELLO ECONOMICO

Si dirà che far ripartire l’economia messa in ginocchio dalla quarantena è anche una risposta a un simile stato di cose, ma in realtà il papa chiede di cambiare paradigma: serve un’economia, un capitalismo, dal volto umano, in cui la produzione di beni sia in primo luogo a beneficio della crescita equilibrata di tutta una comunità (anche dal punto di vista ecologico) e non solo dei profitti di pochi. È la conversione del modello economico e sociale che il papa da tempo ha messo al centro della dottrina sociale della Chiesa in questo tempo di ‘globalizzazioni’: quella dei mercati indubbiamente, ma anche della crisi climatica e della pandemia, come pure globale è il movimento migratorio. Solo una visione d’insieme, dunque, fondata sulla collaborazione, sullo scambio di informazioni, di esperienze e di conoscenze, secondo il pontefice, può aiutare l’umanità a trovare soluzioni adeguate ai problemi di questo tempo. E se fino a qualche settimana fa il pensiero di Bergoglio poteva apparire poco più di un’utopia, il deflagrare di un virus che non conosce frontiere geografiche e sociali, gli ha restituito concretezza. Non solo: la questione intercetta la cronaca nella quale ci troviamo immersi.  

L’INTERESSE COLLETTIVO RISCHIA DI ESSERE SACRIFICATO SULL’ALTARE DELL’ECONOMIA

Non si sopiranno infatti facilmente le contestazioni e le critiche rivolte dall’opinione pubblica alle istituzioni regionali e nazionali in merito alla gestione delle zone rosse in Lombardia; in particolare sotto accusa sono i ritardi nella ‘chiusura’ della provincia di Bergamo in ragione  – come hanno rivelato ormai diverse inchieste – delle pressioni di una realtà industriale forte e diffusa che non intendeva interrompere la produzione. L’interesse collettivo (locale ma dell’intero Paese vista la successiva diffusione del virus) sarebbe dunque stato sacrificato sull’altare di interessi economici importanti ma non superiori a quelli della vita delle persone; fra le vittime, va ricordato, gli anziani e il personale sanitario sono fra le categorie più duramente colpite. Di nuovo in queste ore le industrie del Nord del Paese – la parte più profondamente colpita dall’epidemia come raccontano i bollettini quotidiani della Protezione civile – chiedono di ripartire, la stretta infatti comincia a farsi sentire sulle aziende e sul lavoro, i costi sono alti, la crisi picchia duro su imprese e famiglie.

Francesco propone di trovare soluzioni praticabili a partire da una scala di priorità e di valori precisi e condivisi

Ma appunto questa esigenza, urgente e reale, nella prospettiva offerta dal papa, va commisurata con il principio che non vi sia una parte della società, gli anziani, i deboli, gli esclusi, i poveri, i lavoratori, sacrificabile sull’altare della produttività, di un mercato disumanizzato. Francesco propone di trovare soluzioni praticabili a partire da una scala di priorità e di valori precisi e condivisi. In questo contesto il papa cita le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij; per Bergolgio è il momento di «scendere nel sottosuolo, e passare dalla società ipervirtualizzata, disincarnata, alla carne sofferente del povero, è una conversione doverosa. E se non cominciamo da lì, la conversione non avrà futuro».

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Il cardinale Pell prosciolto dalle accuse di abusi dall’Alta corte d’Australia

Era stato condannato per pedofilia, ma per i giudici è mancata assenza del ragionevole dubbio. Il porporato: «Non voglio che il mio proscioglimento aggiunga alla sofferenza e amarezza che tanti sentono».

Il cardinale australiano George Pell, condannato per pedofilia a sei anni con un minimo di 3 anni e 8 mesi, sentenza confermata lo scorso agosto dalla Corte d’appello dello stato di Victoria, è stato prosciolto il 7 aprile da ogni accusa dall’Alta corte, l’organo di giudizio finale in Australia ed è quindi stato rimesso in libertà. Pell era stato dichiarato colpevole di aver abusato sessualmente nel 1996 nella sacrestia della cattedrale di Melbourne, quando era arcivescovo della diocesi, di due coristi di 13 anni sorpresi a bere il vino della messa.

In un comunicato diffuso poco dopo l’annuncio della decisione dell’Alta corte, Pell ha sottolineato che il suo processo «non era un referendum sulla Chiesa cattolica, né su come le autorità della Chiesa in Australia hanno trattato il crimine della pedofilia tra i preti». Il cardinale ha quindi affermato di aver «sofferto di una grave ingiustizia» che «è stata rimediata con la decisione unanime dell’Alta corte». Pell ha aggiunto di non nutrire alcun risentimento verso il suo accusatore: «Non voglio che il mio proscioglimento aggiunga alla sofferenza e amarezza che tanti sentono».

In una dichiarazione diffusa poco dopo aver emesso la sua decisione, l’Alta corte d’Australia giudica che la Corte d’appello del Victoria, che lo scorso agosto aveva confermato la sentenza di condanna a sei anni del cardinale George Pell, «ha mancato di affrontare la questione se rimaneva una ragionevole possibilità che il reato non avesse avuto luogo», cioè dell’assenza di ogni ragionevole dubbio. La Corte, organo di giudizio finale in Australia, ha concluso che le testimonianze di altri teste erano incongruenti con quella del denunciante» e hanno descritto come Pell, allora arcivescovo di Melbourne, solitamente salutasse i parrocchiani sulle scale davanti alla cattedrale, per periodi fino a 15 minuti dopo la messa, gli stessi minuti in cui era accusato delle molestie nella sacrestia.

«Sono estremamente felice per l’assoluzione del cardinale George Pell dall’accusa di pedofilia. Mi legano a lui profonda amicizia e grandissima stima. Non ho mai dubitato della sua innocenza, ora finalmente riconosciuta». E’ quanto dichiara il cardinale Camillo Ruini. «George Pell», aggiunge l’ex presidente della Cei, «è un autentico testimone di Gesù Cristo che ha pagato un prezzo durissimo per la sua fedeltà al Signore e alla Chiesa. Il suo esempio di coraggio e di generosità è una luce per tutta la Chiesa».

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Il papa ha fatto emergere cosa si cela dietro la crisi scatenata dal virus

L’intervento dal sagrato della basilica vaticana rappresenta fino ad ora, sia pure in una chiave religiosa e cristiana, una delle poche espressioni di leadership a livello mondiale capace di dare una lettura complessiva dalla pandemia: non solo sanitaria ma anche sociale.

Nella lunga notte della pandemia papa Francesco ha provato a indicare una strada: quella di un cammino condiviso costruito sulla solidarietà e la fratellanza – illuminato dalla fede cristiana ma il discorso ha valore universale – per sconfiggere il coronavirus; se infatti la battaglia sanitaria e sociale per superare un momento tanto aspro e difficile sarà lunga, essa potrà essere vinta, secondo il vescovo di Roma, solo se si ci si ricorderà di quella appartenenza comune «alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».  

Sul sagrato di san Pietro il papa, da solo, sotto la pioggia, nella serata di venerdì 27 marzo, ha presieduto un momento di preghiera «in tempo di pandemia». Bergoglio ha pronunciato la sua omelia e impartito la benedizione urbi et orbi davanti a una piazza deserta, fatta eccezione per gli uomini della pubblica sicurezza, immersa in un clima plumbeo; ma, per una volta, la piazza virtuale di quanti hanno visto il pontefice dalle tivù e dai computer chiusi nelle proprie case, è stata davvero immensa. L’intervento pubblico di Francesco arriva in giorni particolarmente difficili: in Italia migliaia di morti mentre il Covid-19 ha toccato nuovi allarmanti record di diffusione e vittime dagli Stati Uniti, alla Spagna, alla Francia.

Nel frattempo, quasi in evidente contrasto con quanto affermato dal papa, i Paesi che compongono l’Ue non riescono a trovare una strategia comune per scongiurare il rischio che la crisi determinata dal virus dilaghi in tragedia sociale. Non solo: in qualche caso anche la collaborazione sanitaria ha trovato ostacoli. Senza contare che la pandemia continua a diffondersi senza tener conto delle frontiere, della geopolitica, dei divari economici, scientifici e tecnologici fra le varie nazioni. Per questo, dice il papa, è urgente rivedere le priorità nella vita degli Stati come in quella delle comunità.

DAL PONTEFICE UN MONITO PER COSTRUIRE UNA SOCIETÀ PIÙ GIUSTA

In particolare Francesco, ha voluto mettere al centro dei riflettori categorie che si solito «non compaiono nelle passerelle dell’ultimo show»: tutti quelli che mostrano come l’esistenza quotidiana di ciascuno di noi non sia in realtà sostenuta dalla smania del possesso e dell’egoismo, ma da persone comuni che «stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo». Il messaggio è andato però anche oltre le cronache drammatiche di queste settimane, il discorso si è infatti allargato allo scenario globale. 

Solo se le scelte che metteremo in campo per superare la pandemia diventeranno le nostre scelte del futuro, costruiremo società più giuste

Se oggi, ha ricordato il pontefice, imploriamo il Signore dal mare agitato in cui la pandemia ha portato le nostre vite, allo stesso tempo troppe volte siamo stati sordi alla voce di Dio: «Di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». Se l’omelia contiene dunque un invito forte e affettuoso a superare la crisi insieme, il monito è altrettanto severo: solo se le scelte che metteremo in campo per superare la pandemia diventeranno le nostre scelte del futuro, costruiremo società più giuste a capaci di affrontare i tornanti più complessi della storia.

IL PAPA HA DATO UNA LETTURA COMPLESSIVA DELLA CRISI SCATENATA DAL VIRUS

L’immagine solitaria del papa in piazza san Pietro è destinata in ogni caso a restare nell’immaginario collettivo di questa cattività di massa. Già la passeggiata di Francesco lo scorso 15 marzo in una via del Corso vuota in un tardo pomeriggio dal clima già primaverile aveva destato scalpore. Anche in quell’occasione Bergoglio stava andando a pregare (nella chiesa di San Marcello al Corso); ma lungi dal rappresentare un invito implicito alla violazione delle misure restrittive imposte dal governo, quell’uscita interpretò invece il bisogno di molti si sentire che fra la paura, le clausure autoimposte, e le interviste preoccupanti agli epidemiologi, vi fosse anche un segno di vicinanza, uno sguardo che restasse umano nella sequenza drammatica dei fatti.

Papa Francesco poco prima della la benedizione ‘Urbi et Orbi’ con l’indulgenza plenaria pregando per la fine della pandemia (Yara Nardi/Pool Photo via AP).

L’intervento dal sagrato della basilica vaticana rappresenta fino ad ora, sia pure in una chiave religiosa e cristiana, una delle poche espressioni di leadership a livello mondiale capace di dare una lettura complessiva della crisi scatenata dalla pandemia. Forse l’unico altro leader riconosciuto – almeno in Europa – ad aver proposto una interpretazione forte e autorevole degli avvenimenti in corso – questa volta sul piano economico – è stato l’ex governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, che non a caso ha chiesto all’Ue, ai governi e agli istituti di credito, di collaborare facendo il massimo sforzo per evitare che dalla crisi sanitaria si passi a un’epidemia sociale. Infine, in una prospettiva più italiana ma non solo, anche il presidente Sergio Mattarella ha fatto sentire la sua voce chiedendo all’Europa di intervenire prima che sia troppo tardi, ed è giusto sottolineare in questo quadro la costante sintonia fra Quirinale e Santa Sede

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Mattarella: «Riscopriamo la solidarietà tra Stati e popoli»

L'appello del capo dello Stato in un messaggio a papa Francesco per i sette anni di pontificato.

Nuovo richiamo di Sergio Mattarella alla solidarietà tra Stati in un momento in cui l’emergenza coronavirus la mette a dura prova. Il capo dello Stato, in un messaggio ha papa Francesco in occasione del settimo anniversario dell’inizio del pontificato, ha commentato: «In un contesto drammaticamente segnato dalla pandemia la comunità internazionale trova nella sua illuminante missione pastorale e nella sua viva e paterna testimonianza dei più alti valori evangelici un pressante invito a riscoprire le ragioni della collaborazione e della solidarietà tra gli stati e tra i popoli, in adesione all’esigente messaggio di attenzione ai più vulnerabili che vostra Santità propone con instancabile determinazione all’umanità tutta».

GLI APPELLI AD «ABBRACCIARE IL DIALOGO»

Mattarella prosegue: «I suoi costanti appelli ad abbracciare il dialogo e a rifuggire dalla “cultura dello scarto” suggeriscono il cammino per affrontare le emergenze globali e perseguire uno sviluppo autenticamente integrale. Auspico vivamente che tale prospettiva possa essere prontamente accolta al fine di poter meglio superare la drammatica sfida dell’oggi e tracciare un luminoso cammino verso il futuro». E ancora: «In molteplici occasioni ella ha manifestato la sua speciale vicinanza nei confronti dell’Italia, vicinanza confermata, anche nelle ultime ore, in occasione delle sue recentissime visite a luoghi di culto che per secoli hanno rappresentato fonti di consolazione e di speranza. L’Italia, oggi impegnata a fronteggiare circostanze eccezionali, sa di poter guardare sempre con fiducia e gratitudine alla sollecitudine particolare del suo primate».

IL MESSAGGIO INTEGRALE

Santità, a nome del popolo italiano desidero unirmi a quanti, nel mondo intero e nella Chiesa universale, desiderano farLe giungere oggi le più sincere espressioni di affetto e vicinanza in occasione del VII anniversario dell’inizio solenne del Pontificato. Tale ricorrenza coincide quest’anno con un periodo di speciale prova per la diffusione globale del coronavirus Covid-19. In un contesto drammaticamente segnato dalla pandemia la comunità internazionale trova nella Sua illuminante Missione Pastorale e nella Sua viva e paterna testimonianza dei più alti valori evangelici un pressante invito a riscoprire le ragioni della collaborazione e della solidarietà tra gli stati e tra i popoli, in adesione all’esigente messaggio di attenzione ai più vulnerabili che Vostra Santità propone con instancabile determinazione all’umanità tutta. I Suoi costanti appelli ad abbracciare il dialogo e a rifuggire dalla “cultura dello scarto” suggeriscono il cammino per affrontare le emergenze globali e perseguire uno sviluppo autenticamente integrale. Auspico vivamente che tale prospettiva possa essere prontamente accolta al fine di poter meglio superare la drammatica sfida dell’oggi e tracciare un luminoso cammino verso il futuro. In molteplici occasioni Ella ha manifestato la sua speciale vicinanza nei confronti dell’Italia, vicinanza confermata, anche nelle ultime ore, in occasione delle Sue recentissime visite a luoghi di culto che per secoli hanno rappresentato fonti di consolazione e di speranza. L’Italia, oggi impegnata a fronteggiare circostanze eccezionali, sa di poter guardare sempre con fiducia e gratitudine alla sollecitudine particolare del Suo primate. Con questi sentimenti, Santità, Le rinnovo i migliori auguri per il Suo benessere personale e per la continuazione della sua altissima Missione.

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Il pellegrinaggio solitario di papa Francesco per Roma

Bergoglio esce dal Vaticano e raggiunge a piedi San Marcellino al Corso in una Roma deserta. Le preghiere sono per i sacerdoti che «hanno capito che in tempi di pandemia non si deve fare li don Abbondio».

Un’immagine potentissima che ben riassume l’angoscia che si respira in questi giorni di emergenza coronavirus.

Papa Francesco passeggia a piedi in una via del Corso deserta seguito dalla scorta per recarsi a pregare a Santa Maria Maggiore e San Marcellino al Corso, due chiese carissime ai fedeli romani.

Una foto che a molti ha ricordato visivamente la passeggiata notturna di Giulio Andreotti nel capolavoro di Paolo Sorrentino, il Divo (2008).

La scena de Il Divo di Paolo Sorrentino.

Francesco ha invocato un”miracolo” che ponesse fine alla pandemia. Prima pregando davanti alla Salus Populi Romani, nella basilica a due passi dalla Stazione Termini, e poi, dopo aver percorso un tratto a piedi, a San Marcellino davanti al crocifisso miracoloso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la Grande Peste a Roma.

IL PENSIERO AI SACERDOTI IN PRIMA LINEA

«Con la sua preghiera, il Santo Padre», ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni , «ha invocato la fine della pandemia che colpisce l’Italia e il mondo, implorato la guarigione per i tanti malati, ricordato le tante vittime di questi giorni, e chiesto che i loro familiari e amici trovino consolazione e conforto. La sua intenzione si è rivolta anche agli operatori sanitari, ai medici, agli infermieri, e a quanti in questi giorni, con il loro lavoro, garantiscono il funzionamento della società». Bergoglio ha voluto esprimere la sua vicinanza ai medici e ai tanti sacerdoti in prima linea. «Grazie tante per tutto lo sforzo che ognuno di voi fa per aiutare questo momento tanto duro», ha detto rivolto a chi è accanto ai malati e alle persone fragili. Con particolare attenzione alla Lombardia, una delle regioni più colpite, dove i «sacerdoti pensano mille modi di essere vicini al popolo perché il popolo non si senta abbandonato. Sacerdoti con lo zelo apostolico che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il don Abbondio».

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Il Papa ‘virtuale’ ai tempi del coronavirus e i nuovi rapporti Chiesa-Stato

Un’udienza generale come non si era mai vista quella di mercoledì 11 febbraio: il papa collegato in streaming dalla biblioteca..

Un’udienza generale come non si era mai vista quella di mercoledì 11 febbraio: il papa collegato in streaming dalla biblioteca del Palazzo apostolico parla a una folla virtuale di fedeli; un’udienza-video insomma, con il vescovo di Roma lontano da piazza San Pietro, ossia dal simbolo mondiale della cattolicità e di Roma. E lontano dalla gente, da quella fisicità che caratterizza ormai la figura e il ruolo del pontefice in epoca moderna.

Lo stesso era già avvenuto per l’Angelus di domenica scorsa, in quell’ occasione Francesco aveva esordito così: «È un po’ strana questa preghiera dell’Angelus di oggi, con il papa ‘ingabbiato’ nella biblioteca, ma io vi vedo, vi sono vicino». La modalità degli appuntamenti pubblici a distanza diventerà, almeno per qualche tempo, un’abitudine, anche Oltretevere. Il Vaticano si è adattato alle indicazioni del governo italiano come già aveva fatto la conferenza episcopale.

Allo stesso tempo va sottolineato come l’interruzione per decreto governativo di tutte le celebrazioni religiose è un fatto senza precedenti che, pur motivato da una crisi sanitaria eccezionale come quella che stiamo attraversando, costituisce un inedito nei rapporti Chiesa-Stato; un fatto che riequilibra a favore del primato dello Stato le relazioni bilaterali dopo vari decenni in cui la Chiesa – con indubbia abilità politica – aveva guadagnato terreno rispetto all’ambito laico in vari settori: da quello fiscale a quello educativo-scolastico, da quello sanitario fino alla sfera dei provvedimenti bioetici.

CAMBIANO LE MODALITÀ DI PARTECIPARE ALLA VITA RELIGIOSA

L’evento coronavirus, autentico tsunami globale, influirà probabilmente in modo significativo su aspetti rilevanti della vita economica e sociale, dei rapporti fra gli Stati e quindi pure sulla relazione fra istituzioni e tradizioni religiose. La Conferenza episcopale ha aderito alle richieste provenienti dal governo senza esitare e con spirito di servizio; il divieto di celebrare messe, ha fatto sapere la Cei, «crea rammarico e disorientamento nei pastori, nei sacerdoti, nelle comunità religiose e nell’intero popolo di Dio» tuttavia «è stata accettata in forza della tutela della salute pubblica». Per questo le chiese restano aperte, ritrova spazio la preghiera, i momenti di raccoglimento, e il sacerdote si può dedicare all’ascolto dei fedeli. Sarà un tempo di rinnovamento spirituale? Si vedrà, intanto le modalità di partecipazione alla vita religiosa cambiano.

TANTE CRITICHE CONTRO IL DIVIETO DI CELEBRARE LA MESSA

Tuttavia ‘l’ordine’ del governo ha trovato anche voci dissenzienti. Per lo storico Alberto Melloni, con i provvedimenti presi dall’esecutivo sono entrate in gioco «la libertà religiosa e la liberà di culto», fatto che non va sottovalutato, mentre per un altro studioso cattolico di primo piano come Andrea Riccardi si è chiesto: «Non sono un epidemiologo, ma ci troviamo davvero di fronte a rischi così grandi da rinunciare alla nostra vita religiosa comunitaria?». Più o meno sulle stesse posizioni il priore di Bose Enzo Bianchi. E bisogna dire che in questo caso le preoccupazioni di esponenti progressisti come quelli appena citati, coincidono con alcuni allarmi del fronte tradizionalista. Si tratta di punti di vista che però non sono stati fatti propri, fon ad ora, dalla Santa Sede.

L’APPELLO A NON DIMENTICARE I PROFUGHI SIRIANI

Da parte sua Francesco, nel corso dell’udienza generale del mercoledì, ha avuto parole di forte incoraggiamento per medici e infermieri impegnati nel contrasto al coronavirus  quindi ha aggiunto: «Non vorrei che questo dolore, questa epidemia tanto forte ci faccia dimenticare i poveri siriani, che stanno soffrendo al confine tra Grecia e Turchia: un popolo sofferente da anni». Gente in fuga – ha ricordato – dalla guerra, dalla fame, dalle malattie. Il papa, insomma, ha chiesto di non dimenticare quanto sta avvenendo ai confini d’Europa. Infine, attraverso il Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, la Santa Sede ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché i Paesi più deboli economicamente e con le strutture sanitarie più fragili, vengano sostenuti nell’emergenza Covid-19; non solo: i governi – secondo il Vaticano – sono chiamati ora  anche a fare fronte, in una logica di solidarietà e aiuto reciproco,  alla nuova crisi economica che si sta delineando a causa della diffusione del virus.

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Joe Biden, un cattolico per sfidare l’evangelico Trump?

L'elettorato statunitense fedele alla Chiesa di Roma potrebbe essere l'ago della bilancia nelle prossime elezioni nazionali americane. Così l'ex vicepresidente democratico può essere avvantaggiato in una eventuale sfida contro l'attuale inquilino della Casa Bianca.

Fra i diversi fattori di cui tener conto nello scenario politico americano e ancor più nella corsa alla Casa Bianca, c’è anche l’elemento religioso. Se pesano le componenti sociali e etniche, anche la fede dei singoli candidati può giocare il suo ruolo, e in ogni caso le diverse correnti del cristianesimo made in Usa influiscono sulle elezioni.

Di certo l’attuale presidente Donald Trump ha avuto nel sostegno degli evangelici bianchi della classe media, il suo zoccolo duro di consenso al momento del voto e anche negli anni successivi; si tratta di una base solida che crede ‘a prescindere’ in Trump, convinta che abbia una missione da compiere per salvare l’America da tutto ciò che la minaccia: migrazioni, meticciato, instabilità economica, globalizzazione, confronto-conflitto con la Cina. È pur vero che, in base agli ultimi sondaggi, anche nel fronte evangelico si è aperta qualche crepa: in particolare fra le donne che apprezzano sempre meno il machismo del tycoon, mentre nell’elettorato nero evangelico Trump non è mai stato troppo apprezzato.

Tuttavia il capo della Casa Bianca ha già iniziato la sua campagna presso gli evangelici partecipando a incontri, promuovendo appelli rivolti a quel segmento specifico di elettorato, diventando il paladino dell’identità cristiana più radicale, dai tratti a volte fondamentalisti. Trump cerca anche il consenso del movimento “pro-life” da sempre impegnato nella battaglia contro l’aborto nei singoli Stati e il cui fine politico ultimo è quello di capovolgere lo storico pronunciamento della Corte Suprema risalente al 1973, che di fatto apriva la strada – pur con alcune importanti limitazioni –  alle normative favorevoli al diritto di aborto per la donna anche in assenza di gravi motivi di salute (leggi pro choice). In questo modo Trump, come altri candidati e presidenti repubblicani negli ultimi decenni, ha intercettato anche una parte del voto cattolico, quello più impegnato nella contesa sull’aborto e più simile nella visione di un cristianesimo nazionale e identitario alla galassia evangelica.

L’ELETTORATO CATTOLICO DA SEMPRE AGO DELLA BILANCIA NEGLI USA

Ma le cose anche sotto questo profilo stanno cambiando: il cattolicesimo americano è sempre più ‘latino’ – una tendenza in corso da anni rafforzata dalle migrazioni da centro e Sud America – e ormai non più identificabile con un solo gruppo sociale o etnico. In questo scenario si sta affermando un nuovo possibile candidato di provata fede cattolica fra i democratici: Joe Biden. Quest’ultimo ha infatti vinto alla grande il super-martedì, ovvero la tornata delle primarie democratiche nella quale si vota contemporaneamente in diversi stati chiave per scegliere il candidato alla Casa Bianca. Secondo il Washington Post ora i democratici hanno un nuovo front runner, e anche se la corsa verso la nomination è ancora aperta – Bernie Sanders è battuto ma ancora forte e in gara – ora c’è un favorito. L’ex vice di Barack Obama, fra l’altro è stato portato al successo nel super-martedì dall’elettorato di colore.

Il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni

Biden è il classico cattolico liberal, non intransigente sulle tematiche bioetiche (nell’ottobre scorso un sacerdote gli ha negato la comunione per le sue posizioni pro choice in materia di aborto), e più in sintonia con il magistero della Chiesa sui temi sociali: a partire dall’attenzione verso i poveri e gli emarginati, i disoccupati e i senzatetto, passando per le migrazioni, le questioni legate alla tutela dell’ambiente, la critica rivolta alle speculazioni finanziarie. Senza contare che Biden è stato un sostenitore della riforma sanitaria voluta da Obama in base alla quale tutti hanno diritto a un minimo di assistenza per salvaguardare la propria salute.

Joe Biden con elettori democratici.

Biden  – che ha incontrato personalmente papa Francesco con il quale è in sintonia su diverse questioni – ha più volte fatto riferimento alla propria fede ricordando come pure grazia a essa sia riuscito a superare i gravi lutti che lo hanno colpito (ha perso la moglie e una figlia in un incidente stradale e un altro figlio per malattia). Si vedrà chi fra lui e Sanders (che pure ha avuto qualche anno fa un colloquio con il papa) alla fine la spunterà e si presenterà come sfidante di Donald Trump. Una cosa però è certa: il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni, tuttavia tradizionalmente quando si vota per la Casa Bianca, il candidato democratico o repubblicano che conquista la maggioranza dell’elettorato cattolico diventa presidente.

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Paura Coronavirus in Vaticano: tampone per Papa Francesco, controlli serrati per Ratzinger


Il pontefice ha una tosse persistente ed è stato costretto a rinunciare agli esercizi spirituali quaresimali ad Ariccia, ma è escluso che abbia una malattia seria. Controlli più approfonditi anche sul pontefice emerito, che però esce sempre meno e dunque è meno incline ad un possibile contagio. Il Vaticano si è affidato al Ministero della Salute italiano.
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La vicenda di Sloane Avenue mette in luce i limiti della riforma finanziaria vaticana

Lo spericolato investimento londinese e il suo strascico giudiziario dimostrano che, nonostante gli sforzi, i vecchi vizi sono duri a morire. E come una pianificazione corretta della gestione delle finanze d'Oltretevere sia ancora lontana.

Il caso dello spericolato investimento finanziario del Vaticano a Londra su un immobile di lusso in Sloane Avenue è tutt’altro che concluso anche nei suoi risvolti giudiziari. 

In primo luogo le indagini vanno avanti, e a darne notizia è stata la stessa Sala stampa della Santa Sede. Il promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano (l’equivalente di un pubblico ministero) e l’aggiunto Alessandro Siddi hanno infatti ordinato nei giorni scorsi il sequestro di documenti e computer conservati nell’abitazione di monsignor Alberto Perlasca, ex capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato.

IL RUOLO DI PERLASCA

Il provvedimento, secondo la nota, assunto «nell’ambito dell’inchiesta sugli investimenti finanziari e nel settore immobiliare della Segreteria di Stato», è da ricollegarsi «a quanto emerso dai primi interrogatori dei funzionari indagati e a suo tempo sospesi dal servizio». La cosa non è indifferente: Perlasca infatti era il responsabile principale dei fondi della Segreteria di Stato che non rientravano nei bilanci ufficiali del Vaticano, alcune centinaia di milioni che permettevano un certo margine di manovra al Vaticano in situazioni di emergenza finanziaria. Se non che, come ha spiegato tempo fa lo stesso papa Francesco, i soldi non rendono se restano fermi, vanno investiti, certo secondo criteri etici e senza approfittarsene per lo meno se rappresenti la Santa Sede, il che è facile a dirsi, meno semplice è metterlo in pratica.

GLI INTERROGATORI DEI 5 FUNZIONARI GIÀ SOSPESI

Sta di fatto che la perquisizione a casa di monsignor Perlasca, spiegano Oltretevere, è frutto degli interrogatori dei cinque alti funzionari già sospesi da ogni incarico fra i quali figurano il direttore dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria, Tommaso Di Ruzza, e monsignor Mauro Carlino, ex segretario personale del cardinal Angelo Becciu il quale, a sua volta, ricopriva fino a non molto tempo fa l’incarico di sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, era cioè il superiore di monsignor Perlasca. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, ha un ruolo di un certo peso nella gestione delle finanze vaticane: siede infatti nel consiglio di amministrazione del Fondo pensioni vaticano, istituto nevralgico perché proprio i trattamenti pensionistici costituiscono una fonte di uscite particolarmente onerosa nei bilanci dei sacri palazzi. Lo troviamo poi nei cda del Fondo assistenza sanitaria vaticana e in quello dell’Ospedale vaticano Bambino Gesù (che scade quest’anno), incarico cui è stato chiamato dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.

PAROLIN E BECCIU NELLA CATENA DI COMANDO

E proprio quest’ultimo sembra essere stato chiamato in causa dal cardinal Becciu nei giorni scorsi. L’ex sostituto e attuale prefetto vaticano della Congregazione per le cause dei santi ha infatti detto in riferimento al famigerato investimento finanziario: «Abbiamo agito come Segreteria di Stato previa autorizzazione dei superiori». A chi altri poteva riferirsi il cardinal Becciu se non a Parolin? (E forse anche al suo predecessore, il cardinale Tarcisio Bertone). Becciu insomma pare chiamare in causa in modo evidente l’attuale Segretario di Stato che pure aveva parlato a proposito della vicenda di «operazione opaca». Dunque la catena di comando a crescere sarebbe stata: Perlasca-Becciu-Parolin, ovvero il cuore della Segreteria di Stato. Becciu rivendica anche l’impatto comunque positivo che avrebbe avuto l’operazione immobiliare sulle finanze vaticane grazie anche alla Brexit che, secondo il porporato, avrebbe fatto triplicare il valore dell’investimento. Sta di fatto che però non tutto è così limpido, a cominciare dal coinvolgimento del finanziere Raffaele Mincione come intermediario dell’acquisto. La complessità di schermi societari messi in atto per l’acquisto, le commissioni di intermediazione, i vincoli contrattuali cui era sottoposto il Vaticano, l’accensione di mutui e la loro estinzione, costituiscono per ora un groviglio certo sospetto ma dal quale ancora non sono emersi reati. Tuttavia la magistratura vaticana indaga per peculato, corruzione, abuso di autorità. D’altro canto, come ha detto il papa, inaugurando l’anno giudiziario vaticano, le situazioni finanziarie sospette venute alla luce, «al di là della eventuale illiceità, mal si conciliano con la natura e le finalità della Chiesa».

L’ARRIVO DEGLI ISPETTORI DI MONEYVAL

Non va dimenticato inoltre, che nei prossimi giorni arriveranno in Vaticano gli ispettori di Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che vigila sull’applicazione delle norme antiriciclaggio degli Stati. Da sottolineare che nei precedenti rapporti di Moneyval, il Vaticano è stato elogiato per l’insieme del sistema normativo messo in piedi in questi anni per aprirsi alla trasparenza finanziaria, ma veniva al contempo anche messo in luce come mancasse un’azione giudiziaria adeguata: buone le norme insomma, ma troppo pochi procedimenti giudiziari, ancor meno quelli arrivati a sentenza. Anche a questo forse è dovuta l’intraprendenza dell’ufficio del Promotore di giustizia. In tale prospettiva, fra l’altro, il papa ha chiamato a presiedere il Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica a Roma e a Reggio Calabria, cui non manca certo l’esperienza e la capacità di portare a termine in modo efficace un processo.

I LIMITI DELLA RIFORMA FINANZIARIA VATICANA

La vicenda di Sloane Avenue – che si dipana dal 2011 al 2019 – mostra però alcuni limiti strutturali della riforma finanziaria vaticana. Se infatti le denunce stavolta sono arrivate dall’interno dei Sacri palazzi, il che come sottolineò lo stesso pontefice è un fatto certamente positivo e non scontato, al medesimo tempo emerge come vecchi vizi tendano a ripetersi nonostante tutto (si guardi al coinvolgimento di personaggi dalle incerte finalità nelle operazioni finanziarie e alla scelta di percorsi sempre poco trasparenti nelle modalità). Infine, il caso inglese mostra come la messa a punto di una pianificazione corretta ed efficiente della gestione delle finanze d’Oltretevere ancora non si vede, le esigenze economiche della macchina amministrativa incombono e inducono a investimenti finanziari forse poco virtuosi ma, almeno sulla carta, remunerativi.

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Soldi del Vaticano per investimenti immobiliari: sequestrati documenti e Pc a monsignor Perlasca


La gendarmeria vaticana ha fatto scattare una serie di perquisizioni a carico di monsignor Alberto Perlasca, già Capo ufficio amministrativo della Prima Sezione della Segreteria di Stato, sequestrando diverso materiale, tra documenti cartacei e apparati informatici. Il Prelato è il sesto indagato dell’inchiesta che nell'ottobre scorso aveva visto cinque dipendenti della Santa Sede indagati e sospesi.
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Medjugorje, svolta del Vaticano: “La Madonna è apparsa davvero. Nessuna origine demoniaca”


Svolta del Vaticano su Medjugorje; le prime sette apparizioni della Madonne, avvenute nell'estate del 1981, sarebbero vere e non avrebbero alcuna origine demoniaca. È quanto emerso da un dossier ancora top secret elaborato della Commissione Internazionale di inchiesta, istituita da Benedetto XVI e presieduta dal cardinale Camillo Ruini.
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La resa del papa: dietrofront sul celibato obbligatorio

Nell'attesa esortazione apostolica post-sinodale Bergoglio fa marcia indietro sulle riforme: niente ordinazione per diaconi sposati, no alle donne sacerdote e nessuna istituzione di ministeri specifici femminili. L'ala ultra-tradizionalista del Vaticano canta vittoria, la Chiesa latino-americana è la grande sconfitta.

Nessun cambiamento, neppure parziale, all’orizzonte. L’attesa esortazione apostolica post-sinodale del papa sull’Amazzonia (intitolata: Querida Amazonia-Cara Amazzonia) non apre all’ordinazione di diaconi sposati, riafferma il no all’ordinazione sacerdotale delle donne e non prevede neanche l’istituzione di ministeri specifici femminili come leader di comunità, né parla del loro accesso al diaconato. Francesco rinnova poi l’impegno della Chiesa in favore dei popoli amazzonici, dei poveri, della salvaguardia della biodiversità e in favore di modelli di sviluppo che accorcino le diseguaglianze sociali e tutelino l’ambiente, chiede un ruolo più forte dei laici nella vita della Chiesa.

Ma non produce, nel documento che doveva raccogliere le istanze emerse dal sinodo di ottobre sull’Amazzonia, quel cambiamento di paradigma nella vita interna della Chiesa atteso e temuto insieme. Resta insomma ben saldo il magistero sociale ed ecologico, la visione di una globalizzazione alternativa, dal volto umano, rispetto a forme di economia predatoria e distruttiva come stella polare dell’evangelizzazione, ma cade per ora il progetto di poggiare questo ambizioso impianto su un percorso di autoriforma profonda dell’istituzione.

Un unico spiraglio resta aperto quando il papa nell’esortazione dice: «Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo (del sinodo, ndr). Non intendo né sostituirlo né ripeterlo». Quindi aggiunge: «Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente». Parole che lasciano aperta la strada a una flebile autonomia interpretativa da parte dei vescovi sulle varie tematiche; anche se poi quando il pontefice dice la sua non lascia spazio a troppi dubbi.

BOCCIATE TUTTE LE RIFORME INDICATE DAL SINODO DELL’AMAZZONIA

Il sinodo amazzonico si era chiuso approvando la richiesta, sostenuta dalla maggioranza necessaria dei due terzi dei padri sinodali, di introdurre l’ordinazione di diaconi sposati, autorizzati quindi a celebrare la messa, per sopperire alla carenza strutturale di sacerdoti e missionari denunciata da molti anni dai vescovi della regione. In un primo momento dall’assise era emersa la proposta di ordinare dei laici sposati, il cui ruolo di leadership in certe comunità fosse riconosciuto e consolidato. Era stato poi l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Chirstoph Schoenborn, a dare una cornice istituzionale alla richiesta proponendo che l’ordinazione fosse circoscritta ai diaconi (sposati o meno), cioè a chi aveva compiuto il primo passo del percorso che porta all’ordinazione sacerdotale (ma che può anche fermarsi al diaconato).

Il papa parla del rischio di «clericalizzare le donne» che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»

Tuttavia la richiesta non è stata accolta dal papa che, anzi, nel documento invita i vescovi a pregare per le nuove vocazioni e a promuovere un nuovo slancio missionario. Il sinodo aveva inoltre avanzato «la richiesta del diaconato permanente per le donne», i padri proponevano ancora la creazione del «ministero istituito di “donna dirigente di comunità”, dando a esso un riconoscimento, nel servizio alle mutevoli esigenze di evangelizzazione e di attenzione alle comunità».

Il papa incontra indigeni dell’Amazzonia.

Anche su questo fronte non ci sono però novità. Il papa parla invece del rischio di «clericalizzare le donne» il che «diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo». Di certo, da più parti, si temeva che con l’eccezione amazzonica, si aprisse la porta a una rottura della tradizione del celibato, la questione insomma aveva un profilo più ampio.

LA GRANDE SCONFITTA È LA CHIESA LATINO-AMERICANA

In ogni caso Francesco ha deluso le aspettative di un sinodo da lui stesso convocato che aveva fin dal principio queste tematiche nella propria agenda. Il colpo lo riceve in primo luogo la Chiesa brasiliana che era stata la vera protagonista dell’assise orientando il dibattito e lavorando per ottenere determinati risultati. In tal senso si era molto speso ed esposto il cardinale Claudio Hummes, uno dei grandi elettori di Francesco in conclave e fra i maggiori ispiratori del sinodo. Hummes non a caso non era presente alla presentazione dell’esortazione di Bergoglio nella sala stampa vaticana.

L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo

Lo stesso arcivescovo di Vienna, il cardinal Schoenborn, che aveva individuato la formula dei diaconi sposati, esce male da questa vicenda, e trattandosi di uno dei porporati più autorevoli del collegio cardinalizio, di area moderata ma sostenitore intelligente del pontefice argentino, non è cosa da poco. C’è poi da capire come si comporterà la Chiesa tedesca, guidata dal cardinale Reinhard Marx, uno dei collaboratori del papa anche in Curia, che ha avviato a sua volta un proprio cammino sinodale nella cui agenda figura addirittura l’ordinazione sacerdotale femminile.

Papa Francesco durante la celebrazione della messa.

Il cammino di riforma portato avanti da Francesco ha subito dunque una netta battuta d’arresto che per altro va a colpire in modo specifico proprio la Chiesa latinoamericana, cioè la regione in cui il vescovo di Roma giocava in casa. L’ala tradizionalista registra da parte sua un primo significativo successo: l’operazione-kamikaze del libro a difesa del celibato messa in campo dal cardinale Robert Sarah insieme a Ratzinger e con l’aiuto del segretario del papa emerito, monsignor Georg Gaenswein, ha avuto un certo successo anche se probabilmente è stata accompagnata da un dissenso crescente di ambienti conservatori che ha avuto il suo peso.

LA PRIMA VERA VITTORIA DEI VECCHI APPARATI DI POTERE CLERICALE

Il papa, da parte sua, ha compiuto un passo indietro di metodo di non poco conto: disattendere le deliberazioni del sinodo va, di fatto, contro quell’apertura alla sinodalità, cioè a una Chiesa capace di decidere e scegliere collegialmente, in sostanza in modo più democratico, che pure il pontefice aveva promosso e messo anzi al centro del proprio progetto. Francesco sconta poi alcuni ritardi che hanno finito col mandare in panne la sua azione. La mancata riforma della Curia romana in primis, non ancora arrivata in porto dopo sette anni di pontificato, rappresenta un successo dei vecchi apparati di potere vaticano; rilevante pure  il tardivo allontanamento di personalità come quella di monsignor Gaenswein che costituivano oggettivamente una spina nel fianco del pontificato, e la permanenza di cardinali nel governo centrale della Chiesa che hanno lavorato sempre contro il Papa.

Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore

Bergoglio ha forse sperato che il tempo alla fine gli desse ragione, ma al contrario l’opposizione ultratradizionalista ha usato tutte le armi a disposizione per cercare di fermarne l’azione. Alla fine la svolta non è arrivata, almeno in questo frangente, tuttavia – e va sottolineato – Francesco non ha mai sentito in questi anni la voce degli episcopati mondiali spendersi apertamente in suo favore, diverse singole personalità lo hanno fatto, ma non tali da dare la sensazione che l’orientamento prevalente fosse con lui. Paradossalmente questo è avvenuto con il sinodo dell’Amazzonia che resta – ad oggi – il momento più alto del pontificato e anche l’evento capace di suscitare la più forte crisi interna. Sarà ora compito di Francesco trovare una via d’uscita a una situazione particolarmente intricata.

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Le apparizioni di Lourdes? Mai avvenute. Scrittori e scienziati contro la fede: “Una truffa”


Tra i tanti, il noto scienziato Piergiorgio Odifreddi, per il quale quella di Lourdes, il più importante santuario mariano in Europa, è al centro di una vera e propria “truffa”: per lui la Chiesa cattolica avrebbe messo su “un’associazione a delinquere da perseguire” alimentando "il turismo religioso e lo sfruttamento della creduloneria."
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La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d'occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani. Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.

Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei, diceva il prete avviando il rito della messa. E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.

Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.

IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più». E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.

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Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato. Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.

SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia. Ma non è vero. Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro. Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.

«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati. Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio.

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Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino? No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».

L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM

Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa nulla di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa. Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65. Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate. Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.

In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove

LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI

La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta. Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire. I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa. cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

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Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran. Ma ormai i giochi erano fatti. Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero. Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno. Non è andata così. Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.

GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole. Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo. E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“. La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore». Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono. Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

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BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO

Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò. «Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto». Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato. «Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI. Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.

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Il papa ridisegna il rapporto fra la Chiesa e la città eterna

Nel suo messaggio per le elebrazioni dei 150 anni di Roma capitale Francesco benedice la fine del potere temporale della Chiesa e sottolinea come l'Urbe debba rispondere a una domanda di inclusione che viene da poveri, rifugiati e immigrati. Ma il discorso sul patrimonio immobiliare del Vaticano resta inevaso.

Una città cosmopolita, aperta al mondo, all’accoglienza, all’incontro con l’altro, alla fraternità: osservata in una simile prospettiva e non solo in quella di una quotidianità problematica, Roma rappresenta «una grande risorsa dell’umanità». È questa, del resto, la capitale d’Italia disegnata e immaginata da papa Francesco nel suo messaggio per l’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma capitale. Bergoglio ha tracciato un quadro preciso del rapporto fra la sede di Pietro e la città in epoca moderna partendo dalle parole con cui il cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì un atto provvidenziale e non un crollo come parve in un primo momento, la caduta della città e la fine dello Stato pontificio; da allora – ha aggiunto il pontefice – iniziò una nuova storia.

Se dunque la fine del potere temporale è stata riconosciuta, una volta di più, come un evento benefico per la Chiesa e per l’Italia, Francesco ha poi tracciato in modo originale il contributo dato dalla presenza cristiana nella Capitale in questi 150 anni. Il pontefice ha indicato alcuni momenti salienti di questa relazione a cominciare dai nove mesi di occupazione nazista della città fra il 1943 e il ’44; in tale contesto ha ricordato la Shoah vissuta a Roma e l’asilo offerto dalla Chiesa a moltissimi perseguitati.

Da quell’esperienza – ha affermato il papa – scaturisce la lezione «dell’imperitura fraternità» fra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica, un legame riaffermato, ha scritto Bergoglio, dalla visita da lui stesso compiuta alla sinagoga della Capitale nel gennaio del 2016. Quindi il Vescovo di Roma ha rievocato la stagione del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città ospitò uno straordinario evento ecclesiale segnato dall’universalità, dall’ecumenismo, dall’apertura ai temi del dialogo interreligioso e della pace.

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FRANCESCO RIEVOCA IL CONVEGNO SUI MALI DI ROMA DEL 1974

Francesco ha successivamente messo in luce un terzo passaggio chiave: il convegno sui “mali di Roma” del 1974 voluto dall’allora vicario Ugo Poletti. Fu quello un momento decisivo nella vicenda politica e sociale della città: le periferie diventarono protagoniste, la loro voce fu ascoltata, emerse pubblicamente il quadro di un disagio sociale diffuso, la Chiesa – una parte di essa – rivolse la propria attenzione ai poveri. Per altro è il periodo in cui emerge la figura importante di don Luigi Di Liegro, uno dei protagonisti di quella stagione, fondatore della Caritas diocesana, promotore di centri di assistenza, mense, ostelli per i poveri e gli emarginati che tuttora restano innestati nel tessuto cittadino.

Da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra nella Capitale

Ancora, in quegli anni, prese forma un cattolicesimo sociale alternativo a una Democrazia cristiana capitolina, con agganci Oltretevere, legata soprattutto al partito dei costruttori, i famosi palazzinari romani, a gruppi d’interesse speculativo che lucravano su una crescita edilizia selvaggia, vorace, priva di regole. Non a caso anche da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra a Roma con i sindaci comunisti Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli.

Papa Francesco con la sindaca di Roma Virginia Raggi (foto Cecilia Fabiano – LaPresse).

La Roma di oggi, ha spiegato il pontefice, deve rispondere a una domanda di inclusione che viene dai poveri, dai rifugiati e dagli immigrati che non di rado «vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza». Apertura al mondo e inclusione sono dunque, per papa Francesco, le due direttrici spirituali e civili lungo le quali si può costruire la Roma del futuro, e la Chiesa in tal senso può dare il suo contributo, anche con i Giubilei; Bergoglio ha ricordato che il prossimo – «non lontano» – è quello previsto per il 2025.

RIMANE INEVASO IL TEMA DEGLI IMMOBILI VATICANI

Il messaggio del papa per i 150 anni di Roma Capitale non era insomma intriso di retorica concordataria e di astratte formule sulla reciproca collaborazione fra Chiesa e Stato, anzi, la relazione fra la Chiesa e la città eterna è stata delineata in termini reali e facendo una scelta precisa – apertura, dialogo, inclusione periferie – come nell’abitudine del papa argentino. Forse inevaso, in questa visione, rimane un altro aspetto del ruolo ricoperto della Chiesa nella città eterna: quello relativo all’immenso patrimonio immobiliare collegato a innumerevoli congregazioni religiose e enti ecclesiali di vario tipo (Vaticano compreso).

Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione

Non è solo una questione di pagamento dell’Imu per le attività commerciali svolte più o meno fittiziamente in edifici definiti come religiosi, la quesitone è più ampia. Il tema riguarda l’impatto edilizio, abitativo, paesaggistico, culturale, urbanistico che questa presenza ha sulla città. Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione. Troppo spesso mura e portoni invalicabili separano la città cristiana da quella laica, sotto questo profilo molto resta da fare.

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Perché Georg Gaenswein è stato congedato dal Vaticano

Il fedelissimo di Ratzinger è in caduta libera. Vicino alla curia tradizionalista e agli oppositori di Bergoglio, a pesare sul suo allontanamento da ogni incarico è stato lo scandalo nato attorno al libro del cardinale Robert Sarah contenente un contributo di Benedetto XVI. Ora Oltretevere non lo vuole più nessuno.

Congedato a mezzo stampa, per di più tedesca, quella del suo Paese e del papa emerito.

È quanto è accaduto a monsignor Georg Gaenswein, il segretario particolare di Joseph Ratzinger, nonché prefetto della Casa pontificia. A dare notizia del suo allontanamento da ogni incarico, infatti, è stato tra gli altri il Tagespost, secondo il quale «papa Francesco ha congedato il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gaenswein, a tempo indeterminato. Il segretario privato del papa emerito rimane a capo della prefettura, l’ufficio vaticano responsabile delle udienze pubbliche del papa, ma è esonerato per poter dedicare più tempo a Benedetto XVI». Dal Vaticano per ora non è arrivata nessuna conferma ufficiale alla notizia, ma che la stella del monsignore non brilli più Oltretevere è una voce che sta girando con insistenza già da diversi giorni.

Va detto che l’incarico di prefetto della Casa pontificia è stato fortemente depotenziato da papa Francesco il quale gestisce con grande libertà la propria agenda, mentre in precedenza era una figura chiave fra quelle che gestivano l’accesso diretto al pontefice, anche perché per dovere di ufficio si trovava spesso a fianco al papa. Per tali ragioni monsignor Georg era fra i pochi in Curia a essere in contatto diretto sia con Bergoglio che con Ratzinger, un privilegio che il papa argentino gli aveva concesso anche per non fare uno sgarbo al suo predecessore.

POCO AMATO DAI VESCOVI TEDESCHI, VICINO AI TRADIZIONALISTI

Gaenswein si era quindi fatto strada in Vaticano anche grazie a questo doppio ruolo che gli consentiva d fare l’equilibrista nella Curia romana. Tuttavia, con quell’aspetto da attore hollywoodiano di una certa età, il ‘bel Georg’ è spesso stato sospettato di essere una sorta di Rasputin in tonaca, essendo il principale interlocutore per chi avesse voluto avvicinare l’ex pontefice; grande frequentatore dei salotti della nobiltà nera romana, Georg è sempre stato vicino a posizioni e circoli tradizionalisti, finanche quelli in odore di lefebvrismo, non di rado entrati in urto proprio con Bergoglio. Al contrario si dice che i vescovi tedeschi, in cui è presente una forte anima liberal, non lo amassero troppo al punto da rimanere come minimo freddi all’ipotesi che Gaenswein andasse a occupare la guida di qualche diocesi in Germania.

Gaenswein è stato più volte accusato di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco

Anche perché in questi anni in cui il papa emerito ha abitato in Vaticano nella residenza-monastero Mater Ecclesiae, il suo segretario è stato più volte accusato, più o meno esplicitamente, di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco; in particolare monsignor Georg avrebbe aiutato quanti volevano utilizzare le parole o gli scritti di Joseph Ratzinger contro Bergoglio su diversi temi caldi: dalla pedofila nella Chiesa al celibato sacerdotale. Immaginare un Ratzinger manovrato e del tutto privo di volontà tuttavia sembra anch’essa una esagerazione, probabilmente la verità sta nel mezzo: ci sono state strumentalizzazioni e c’era però anche la volontà del papa emerito di dire la propria.  

LO SCANDALO DEL LIBRO DI SARAH CONFIRAMENTO DA RATZINGER

In ogni caso, da ultimo, lo scandalo è scoppiato con la recentissima pubblicazione del libro del cardinale Robert Sarah – contenente un contributo di Ratzinger – (titolo: Dal profondo del nostro cuore) in difesa proprio del celibato e per contrastare una presunta apertura su questo tema che poteva essere compresa nell’atteso documento post sinodo amazzonico di papa Francesco. Il sinodo chiedeva, per far fronte alla drammatica carenza di preti nell’immensa regione amazzonica, di ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, preferibilmente membri delle comunità locali indigene. Per Sarah e altri ultraconservatori l’eccezione rappresentava il cavallo di Troia per cambiare la norma sul celibato.

Papa Francesco e monsignor Georg Gaenswein.

Sta di fatto che il volume era stato annunciato come un libro a doppia firma Sarah-Benedetto XVI, il che costituiva quasi una presa di distanza pubblica, per di più preventiva, dell’emerito dal papa argentino e un’adesione, di fatto, alla linea di opposizione al pontificato più intransigente. Lo stesso Georg era costretto a un goffo intervento riparatore per spiegare che in realtà Joseph Ratzinger non aveva scritto nessun libro in comune con il cardinale e invitava l’editore a ritirare la doppia firma dal volume. Il cardinale Sarah, da parte sua, replicava pubblicando lo scambio di missive con l’ex pontefice che almeno in parte confermavano gli accordi presi prima della pubblicazione e smentivano la versione di monsignor Gaenswein.

SFIORATO ANCHE DALLO SCANDALO VATILEAKSS

Un pasticcio coi fiocchi, l’ultimo di una serie, dal quale anche la figura del papa emerito usciva un po’ ammaccata. D’altro canto, il più accanito nemico di papa Francesco, l’ex nunzio Carlo Maria Viganò, proprio in ragione del caos suscitato dal libro a doppia firma, aveva accusato Georg di aver isolato Ratzinger e di parlare in vece sua. Evidentemente l’ultimo passo falso veniva giudicato un errore anche dai settori più estremi dell’opposizione a Bergoglio.

Molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente

Va infine ricordato come monsignor Gaenswein sia stato sfiorato pure dal primo caso Vatileaks; molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente, come emerse dallo stesso processo; insomma il bel Georg non è del tutto nuovo a scivoloni simili.  Resta il quesito: Gaenswein ha infine imboccato il viale del tramonto? Si vedrà, anche perché il monsignore fino a ora è sempre riuscito a cavarsela, anche se stavolta cadere restando in piedi sarà veramente dura.

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“Il Papa ha congedato padre Georg Gaenswein”, Vaticano precisa: “Ridistribuzione di impegni”


C'è un "mistero" intorno alla scomparsa pubblica di Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia nonché segretario di Benedetto XVI: il monsignore oggi non era presente all’udienza generale del Pontefice, come non c’era nelle udienze private degli ultimi giorni. Secondo il Tagespost il Papa lo avrebbe congedato a tempo indeterminato, ma dal Vaticano è arrivata una smentita.
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Il Vaticano ha congedato il prefetto della Casa Pontificia Georg Gaenswein

Papa Francesco ha concesso un congedo a tempo indeterminato per il segretario privato del Papa emerito Benedetto XVI.

Papa Francesco avrebbe concesso un congedo a tempo indeterminato al prefetto della Casa Pontificia, mons. Georg Gaenswein. Lo ha scritto il giornale tedesco Die Tagepost. Il segretario privato del Papa emerito rimarrebbe in carica come capo della Prefettura ma sarebbe libero di trascorrere più tempo con Benedetto XVI. Il 5 febbraio mons. Gaenswein non era presente all’udienza generale di Papa Francesco, come non c’era nelle ultime udienze private al Palazzo apostolico degli ultimi giorni, comprese quelle con il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, e il nuovo presidente dell’Argentina Alberto Fernandez

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Quale è la situazione delle suore nella Chiesa cattolica

Crisi di vocazioni, abbandoni dell'abito religioso in aumento e violenze all'interno dei conventi. Da anni la comunità femminile cattolica vive in uno stato di lento declino. Ma il Vaticano sembra non occuparsene. E, complici le resistenze dei conservatori, anche Francesco finora ha fatto poco.

Le religiose rappresentano ancora oggi, nonostante il calo sempre più netto delle vocazioni e il numero crescente di abbandoni dell’abito religioso, la maggior parte delle ‘truppe’ di cui dispone la Chiesa cattolica nel mondo. E tuttavia il declino va avanti da molti anni senza che vi siano segnali di una sostanziale inversione di tendenza. Il fenomeno ha ormai delle caratteristiche statisticamente abbastanza stabili: cala a vista d’occhio il numero delle suore in Europa, Oceania e America dove i conventi si vanno svuotando, cresce impetuosamente il numero di vocazioni in Asia e Africa, ma questa ondata, pure significativa, non è sufficiente a invertire la rotta.

Per altro, nello stesso mondo missionario c’è chi solleva qualche dubbio su vocazioni religiose che, in alcuni casi in particolare nei Paesi poveri, potrebbero essere dovute più a fattori concreti – la ricerca di stabilità e sicurezza, di un ambiente protetto, il desiderio di uscire da una condizione di povertà – che da una reale scelta di vita sentita fino in fondo. Sta di fatto che dal 2010 al 2017, secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Vaticano, il numero di suore è calato globalmente di circa li 10%. Si consideri che oggi le religiose sono circa 648 mila, i sacerdoti 414 mila.

In ambito femminile, i dati indicano un calo di circa 10 mila religiose ogni anno nei tempi più recenti; nel 2017 l’andamento numerico nel dettaglio era il seguente: si registrava una crescita, come ormai avviene da tempo, in Africa (+1.489) e in Asia (+1.118), mentre in America (-4.893), Europa (-7.960) e Oceania (-289) si confermava un andamento fortemente negativo. Tuttavia emergeva anche un mutamento interessante: la componente delle religiose in Africa e in Asia sul totale mondiale passava dal 32,1% al 38,1%, a discapito dell’Europa e dell’America la cui incidenza si riduceva nell’insieme dal 66,7% al 60,8%. Dunque la crisi sta portando con sé anche un riequilibrio a favore delle chiese del Sud del mondo.

QUANDO A STUPRARE È LA MADRE SUPERIORA

È in questo contesto, dal quale emerge per altro un calo sensibile della vita religiosa anche maschile con dinamiche geografiche simili a quella femminile, che il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz – capo della Congregazione vaticana per gli istituti di vita religiosa – è intervenuto di recente per sottolineare alcune questioni. In un’intervista al mensile femminile dell’Osservatore romano, Donne chiesa mondo, ha confermato una volta di più l’esistenza del fenomeno degli abusi sessuali e di potere da parte di sacerdoti sulle suore, e ha messo in luce anche un altro aspetto del fenomeno: quello degli abusi di religiose nei confronti di altre consorelle (per esempio fra la formatrice e la sua allieva).

Il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità

Si tratta traumi anche gravi, innescano abbandoni, sono la spia di un quadro generale formativo e gerarchico a dir poco problematico. Allo stesso tempo va ricordato come proprio su questi temi si stia impegnando l’Uisg, l’Unione superiore generali, che sta cercando di affrontare apertamente e con un certo coraggio i cambiamenti e la crisi della vita religiosa femminile. Da parte sua, il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità e non vivano in una perenne condizione di subalternità nei confronti degli uomini.

Suore al lavoro (foto Matteo Bovo/Lapresse).

QUEI CONVENTI IN EUROPA PIENI DI SOLDI MA SENZA RELIGIOSE

C’è poi una questione relativa al denaro. Vi sono realtà, in Europa e anche in Italia, in cui poche religiose rimangono proprietarie di patrimoni immensi frutto della lunga storia degli istituti un tempo ricchi di vocazioni e donazioni e oggi in declino. In questo caso il rischio, come ha detto il papa, è che una congregazione sempre più piccola si attacchi ai soldi, ma quei beni, ha osservato il cardinale , non appartengono a quella congregazione o alle singole religiose, «sono della Chiesa». Resta vero, allo stesso tempo il fatto che molte religiose in Asia, Africa e America Latina, in condizioni spesso estreme, reggono ospedali, scuole, centri di assistenza, orfanotrofi, ambulatori si battono contro la tratta, affrontano l’urto di conflitti e crisi economiche; nei Paesi sviluppati mandano avanti parrocchie, insegnano nelle università, aiutano le persone più emarginate e povere. Si tratta di impegni e attività che condividono con numerose laiche in ogni angolo del mondo.

Papa Francesco in Polonia con le suore della Presentazione (foto Osservatore Romano/LaPresse).

L’OFFENSIVA DEI CONSERVATORI CONTRO LE RIFORME DI FRANCESCO

Tuttavia anche con papa Francesco i segnali di cambiamento sotto questo profilo sono ancora pochi. Sull’istituzione delle donne diacono – laici che possono svolgere alcune funzioni del sacerdote, ma hanno una funzione propria – nessuna novità dalla Santa Sede a parte una commissione che dovrà portare a termine chissà quando i suoi lavori per suggerire a Bergoglio una soluzione; in ogni caso pure in questo caso le critiche preventive degli ultraconservatori al pontefice sono state insistenti, «vuole fare le donne prete» è stato l’allarme lanciato dai settori conservatori, ma la realtà è ben diversa. Per ora non c’è traccia neanche di diritto di voto per le religiose che partecipano al sinodo, nonostante le pressanti richieste arrivate in tal senso dalle congregazioni femminili. Si registra però un aumento delle donne che prendono parte ai vari sinodi, quello sull’Amazzonia (ottobre 2019) ha fatto registrare un record: 35 le delegate presenti (ma in totale i partecipanti erano oltre 250).

Un segno che va nella giusta direzione è la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato, Francesca Di Giovanni

In quanto a ruoli di responsabilità qualcosa comincia a muoversi, anche se lentamente. È comunque un segno che va nella giusta direzione la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato. Lo scorso 15 gennaio, infatti, il papa ha chiamato Francesca Di Giovanni, una lunga carriera diplomatica Oltretevere alle spalle, a ricoprire l’incarico di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, seguirà il settore del multilaterale (cioè i rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale compresa la rete dei trattati multilaterali), un incarico particolarmente significativo proprio per il tipo di azione che svolge la Santa Sede sul piano internazionale. Novità di rilievo potrebbero arrivare dall’esortazione post-sinodale sull’Amazzonia, l’atteso documento del papa che toccherà diversi punti delicati. Ma il tempo stringe perché lo scisma silenzioso delle donne dalla Chiesa cattolica prosegue e sta per diventare un‘emorragia inarrestabile.

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Così la Cei è scomparsa dalla politica italiana

POTERE TEMPORALE. Dopo decenni di pressioni su governi e parlamenti, la conferenza episcopale si è eclissata. Un ritorno alla normalità e alla divisione tra Stato e Chiesa. Che però è anche sintomo di incapacità a misurarsi con i mutamenti sociali come richiesto da Francesco. E di mancanza, tranne rare eccezioni, di leadership forti.

C’è un grande assente dalla vita politica italiana degli ultimi anni: la conferenza episcopale.

E se ogni tanto, magari stimolato dai giornalisti, il Segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo è costretto a prendere le distanze dall’ennesima uscita anti-immigrati di Matteo Salvini (da ultimo la citofonata con l’accusa di spaccio rivolta a un giovane tunisino a Bologna, criticata dal numero due della Cei), il quadro generale però non cambia.

E in fondo si tratta di un ritorno alla normalità, a una sana divisione fra sfera civile e religiosa, per un Paese in cui ogni ‘sospiro’ della Chiesa, fino a non molti anni fa, era in grado di influenzare il dibattito pubblico in modo esponenziale, neanche si trattasse di un partito politico a tutti gli effetti.

D’altro canto la parola dei vescovi aveva il suo peso non solo sui temi bioetici, dalle unioni civili al testamento biologico, ma anche su questioni più generali come le riforme istituzionali, la stabilità dei governi, le leggi di bilancio.

UNA PRESSIONE PERMANENTE IN STILE LOBBISTICO

Quella della Cei era in realtà una sorta di pressione permanente su esecutivo e parlamento esercitata in stile lobbistico, per altro ben visibile nelle sue manifestazioni più evidenti facendo leva su un forte rilancio mediatico. Così facendo la Cei è riuscita per altro a mantenere intatti o quasi molti dei privilegi e delle prerogative di cui godeva la Chiesa nelle sue molteplici ramificazioni.

LEGGI ANCHE: Perché l’addio di Ratzinger pesa ancora sul futuro della Chiesa

Se però in diverse occasioni i vescovi, nella stagione interventista, l’hanno spuntata – grazie a sapienti tessiture politiche prevalentemente nel centrodestra ma non solo – su alcuni aspetti non sono riusciti ad avere la meglio.

I NODI DELLA SANITÀ E DELL’IMU

La Cei si è per esempio garantita la sopravvivenza dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche sempre a rischio di essere tagliati al momento della legge di bilancio. Più delicata la situazione delle strutture sanitarie legate in vario modo alla Chiesa. Il forte indebitamento di diverse Regioni con conseguente rischio di crac finanziario ha indotto alcuni governatori ad adottare politiche di tagli e austerità che hanno posto un freno agli sprechi, alle gestioni clientelari, ai buchi di bilancio in particolare nella sfera sanitaria, divoratrice di risorse pubbliche. Del resto, di convenzioni gonfiate e gestioni opache godevano pure tanti ospedali cattolici, anche con una buona fama dal punto di vista della qualità del servizio. Basti ricordare che uno degli scandali più noti e gravi ha visto il coinvolgimento dell’Idi di Roma, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata, al centro di ruberie e indagini giudiziarie, tanto da costringere a intervenire lo stesso Vaticano per porre rimedio a una situazione tuttora difficile.

L’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano

Allo stesso tempo la Cei ha cercato di resistere in ogni modo al pagamento dell’Imu da parte delle strutture di accoglienza cattoliche, appartenenti a congregazioni religiose, che esercitavano in modo prevalente o esclusivo attività commerciale; funzionavano insomma come degli alberghi. In quest’ambito se la situazione ha visto un principio di regolarizzazione, moltissimo resta da fare per enti locali e governo.  

VESCOVI E FRANCESCO SEPARATI IN CASA

L’ambito economico non è tutto, certo, e per altro i problemi in questo settore sono anche altri – si pensi alla scarsa trasparenza dei bilanci delle diocesi, nonostante gli annunci di volerli rendere pubblici – in ogni caso l’azione della Cei ha avuto un certo successo in passato nell’evitare colpi troppo duri da parte dei vari governi che si sono succeduti ai propri bilanci. È un fatto, d’altro canto, che negli ultimi anni i vescovi abbiano aderito con poco entusiasmo al magistero di Francesco (come pure abbiamo raccontato su Lettera43.it), almeno così ha fatto una parte consistente di loro. Di certo battersi per poveri e immigrati nel segno del Vangelo è assai più oneroso che scagliarsi contro le unioni civili omosessuali agitando il fantasma del declino dell’Occidente e della famiglia tradizionale. 

ALLA CHIESA ITALIANA MANCANO LEADERSHIP AUTOREVOLI

Va detto che l’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, è distante dalle crociate ideologiche di un tempo, tuttavia si è rifiutato di aprire un percorso sinodale per rinnovare la Chiesa italiana, il suo modo di essere, la sua capacità di stare in mezzo alla società, come richiesto dal papa. Bassetti assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano espressione di un modello di Chiesa e di fede ormai incapace di mettersi alla prova misurandosi con i mutamenti sociali in modo attivo secondo quanto richiedeva Francesco. Sembra al contrario prevalere la rassegnazione di fronte a una stagione in cui la fede non ha più il primato nel corpo vivo del Paese.

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La frattura apertasi fra episcopato e Santa Sede, in tal senso, sta portando alla luce i limiti di una Chiesa italiana carente di leadership forti e autorevoli, sia ecclesiali sia laiche – con qualche eccezione significativa come quella dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, fra i pochi a far sentire la sua voce, schieratosi a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna contro i populismi e i sovranismi – capaci di reindirizzare un discorso spirituale e culturale alla luce di un pontificato riformatore e di una realtà in tumultuosa trasformazione.

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Perché l’addio di Ratzinger mina ancora il futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI restano una ferita aperta nella Chiesa. Il rischio è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’ e che questa venga usata dai nemici di Francesco per indebolirne il potere. E in Vaticano si comincia a pensare di normare il ruolo del papa emerito.

Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.

È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).

La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.

Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  

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Chi è Robert Sarah, il cardinale “nemico” di papa Francesco

Tradizionalista vicino alle idee di Benedetto XVI. Per i detrattori reazionario. Duramente anti-gender e critico nei confronti dell'immigrazione. Chi è il porporato autore del libro "Des Profondeurs de nos coeurs" scritto con la collaborazione di Ratzinger finito al centro di un vero e proprio giallo.

Il giallo su Des Profondeurs de nos coeurs scritto dal cardinale Robert Sarah e Joseph Ratzinger si allarga.

Mentre attraverso il suo segretario particolare Georg Gänswein Benedetto XVI ha chiesto di derubricare il suo apporto al volume come un semplice contributo, dall’altro il cardinale insiste e pubblica su Twitter le lettere del papa emerito che dimostrano come fosse totalmente a conoscenza del progetto editoriale.

IL PRIMO CARDINALE GUINEANO

E dire che non è la prima volta che i due collaborano. Ratzinger ha sempre stimato il tradizionalista Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino. Nato in Guinea 75 anni fa, Sarah è figlio di due convertiti del villaggio di Ourous, che, ricorda Tempi, «immaginavano che solo gli uomini bianchi potessero diventare preti e risero quando il loro figlio disse loro che voleva entrare in seminario». Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nominò segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli; nove anni dopo Ratzinger lo ordinò cardinale. Nel 2014 Sarah venne scelto alla guida della Congregazione per il culto divino proprio da papa Bergoglio. Ma un anno dopo sempre Francesco respinse il suo appello per far celebrare le messe versus Orientem, con le spalle ai fedeli, come da riforma conciliare. Da quell’anno venne considerato un tradizionalista o, dai detrattori, un pericoloso reazionario.

LE AFFINITÀ CON RATZINGER

L’affinità con le idee di Benedetto XVI è nota. Nel 2017, il papa emerito scrisse anche una postfazione per La force du silence, sempre di Sarah, in cui lo definiva «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi». Infine, quasi a supportarlo, aggiungeva: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».

Robert Sarah con Benedetto XVI nel 2020 (La Presse).

Non è invece un mistero la distanza tra Sarah e papa Francesco che sempre nel 2017 aveva ripreso il porporato guineano per una sua interpretazione errata del Motu Proprio Magnum Principium. Per semplificare, come scrisse la Nuova Bussola Quotidiana, lo spirito del documento pontificio era quello di «concedere per le traduzioni liturgiche quell’ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare». Una devolution liturgica criticata dal cardinale africano.

PER SARAH L’IDEOLOGIA GENDER È PARAGONABILE ALL’ISIS

Al di là delle dispute liturgiche, Sarah negli anni ha criticato a più riprese e duramente l’ideologia del gender (non lontano in questo caso da papa Francesco che nel 2016 aveva definito il gender «una guerra mondiale contro il matrimonio»). Nel 2015 arrivò a paragonarla all’Isis: «Hanno la stessa radice demoniaca». E, ancora: «Quello che nazismo, fascismo e comunismo sono stati per il ventesimo secolo, sono oggi le ideologie occidentali sulla omosessualità e l’aborto e il fanatismo islamico». Isis e l’ideologia gender sono dunque «Bestie dell’Apocalisse» sentenziò nel suo intervento durante il Sinodo della famiglia di quell’anno.

Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso

Robert Sarah

Posizioni che tornano sia in un editoriale del Wall Street Journal del 2017 sia nel libro Dio o niente in cui due anni prima scriveva: «Per quel che riguarda il mio continente voglio denunciare con forza una volontà d’imporre dei falsi valori utilizzando argomenti politici e finanziari. In alcuni Paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico! Queste politiche sono tanto più odiose in quanto la maggior parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé d’ideologi occidentali fanatici».

UNA POSIZIONE FILO-SOVRANISTA SULL’IMMIGRAZIONE

Ma non è solo il gender ad allarmare Sarah. In Si fa sera e il giorno ormai volge al declino (2019) il porporato mette in guardia l’Europa che «sembra programmata per autodistruggersi». E lo fa evocando senza mezzi termini, scriveva Le Figaro, la «crisi culturale e identitaria» e i processi migratori. «L’Europa vuole aprirsi a tutte le culture, il che può essere fonte di ricchezza, e a tutte le religioni del mondo. Ma non si ama più». Nel mirino di Sarah il patto di Marrakesh (il patto mondiale per le migrazioni) che ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari, ma che secondo lui porterà esattamente l’opposto. «Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso». Agli antipodi della Chiesa di Bergoglio.

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