Trump avverte gli Usa: “Ci saranno molti morti, requisiremo mascherine, nessuna vendita all’estero”


"Questa sarà probabilmente la settimana più dura, tra questa settimana e la prossima sfortunatamente ci saranno molti decessi" lo ha dichiarato il presidente americano Donald Trump nella conferenza stampa per fare il punto sulla situazione del contagio negli Stati Uniti. Nel Paese i contagi sono oltre 300mila e circa 8mila i deceduti.
Continua a leggere

Usa, record di morti da coronavirus: 1.480 in un solo giorno

Il numero dei decessi totali, nel Paese, sale a 7.406, di cui 3 mila solo nello Stato di New York. Mentre i casi accertati arrivano a quota 274 mila. Intanto il presidente Trump silura l'ispettore generale dell'intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull'esistenza della denuncia della talpa che ha portato all'impeachment il capo di Stato.

Nuovo triste record negli Stati Uniti, dove, secondo i dati della Johns Hopkins University, le vittime da coronavirus in 24 ore sono state 1.480. In totale i decessi da quando si è diffusa la pandemia nel Paese sono 7.406. I casi accertati salgono a 274 mila. New York, lo stato più colpito, raggiunge quota 3 mila morti, il doppio rispetto a tre giorni fa.

LEGGI ANCHE: Ilaria Capua: «Zero possibilità che il virus scompaia con l’estate»

TRUMP SILURA L’ISPETTORE GENERALE DELL’INTELLIGENCE

Le purghe di Donald Trump non si fermano nemmeno ai tempi del coronavirus. Cosi’ è stato silurato l’ispettore generale dell’intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull’esistenza della denuncia della talpa che ha portato all’impeachment del presidente americano. «Non ha più la mia fiducia», la laconica motivazione del tycoon. Il licenziamento è stato annunciato in una lettera inviata dalla Casa Bianca al Congresso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Record di morti per il Coronavirus negli Stati Uniti: 1169 vittime in 24 ore


I casi di contagio da Coronavirus negli Usa sono 242.182, il doppio dell'Italia. I morti sono quasi 6000 e l’ultimo è stato il giorno più drammatico: 1169 morti in 24 ore. Il presidente Donald Trump, risultato negativo al secondo tampone, ha invocato il Defense Production Act, che consente di controllare le industrie necessarie alla difesa del Paese, per imporre alle società la produzione di mascherine e respiratori.
Continua a leggere

Usa, paura in autostrada: tir si ribalta, carico di carta igienica si rovescia sull’asfalto


Il tir era partito dall'Alabama e si stava dirigendo a San Antonio per rispondere alle crescenti richieste di carta igienica che si sono registrate nei grandi centri abitati statunitensi a causa dell'epidemia di coronavirus. Con il via libera alle misure anti Covid-19, infatti, nei supermercati statunitensi si è assistito a veri e propri assalti per accaparrarsi la cosiddetta  “toilet paper” che ora è praticamente introvabile.
Continua a leggere

Perché qui in Usa vivo con terrore la giornata per la consapevolezza sull’autismo

La discriminazione, soprattutto ora in emergenza coronavirus, fa paura. Per questo oggi 2 aprile accendete una luce blu per ricordare a tutti che i nostri figli hanno lo stesso diritto di vivere dei vostri.

Il 2 aprile è la giornata di sensibilizzazione all’autismo. Quest’anno, lo ammetto, è un po’più difficile da affrontare per noi famiglie autistiche, soprattutto negli Stati Uniti.

Il perché è quasi ovvio: la situazione disastrosa che stiamo vivendo a causa della pandemia da coronavirus è complessa per tutti e in tutto il mondo, ma addirittura catastrofica per le famiglie con persone disabili. Mi spiego.

LE FORME DI DISCRIMINAZIONE CON CUI PURTROPPO CONVIVIAMO

Storicamente, le società hanno convissuto con la discriminazione, anche in modo subdolo. La si può classificare in tre sfere: discriminazione di “razza”, di classe o di genere.

C’è chi pensa che le persone che hanno un colore diverso dal loro siano inferiori. Di esempi ce ne sono mille, ma quello più eclatante è il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri.

LEGGI ANCHE: Mio figlio disabile sarebbe lasciato morire di coronavirus

In questo Paese in particolare (ma non dimentichiamoci del Sudafrica, per dirne uno) si pensa ancora adesso che la vita di un bianco abbia più valore di quella di un nero. Lo dimostrano le vittime nere dei poliziotti bianchi, per esempio, ma non solo. Le scuole pubbliche in una zona nera sono molto meno attrezzate rispetto alle scuole delle zone a prevalenza bianca; a parità di lavoro, lo stipendio di una persona bianca è più alto.

UN RICCO È PIÙ TUTELATO DI UN POVERO, ANCHE DAL VIRUS

La stessa cosa succede per il genere. Le donne, si sa, non hanno gli stessi diritti degli uomini e neanche le stesse opportunità. Non c’è bisogno di avere una laurea in Sociologia per capire che la realtà in cui viviamo è questa. Le discriminazioni di classe, poi, sono le più ovvie: le si possono notare con evidenza in questi giorni di coronavirus, quando si va a fare la spesa. Nei supermercati più popolari, sono poche le regole da seguire per non beccarsi il virus. Nel supermercato dietro casa mia, invece, dove tutto è biologico e sei uova costano 10 dollari, i clienti vengono accolti con sostanze disinfettanti fin dalla fila in strada.

IL TERRORE DI NOI FAMIGLIE CON DISABILI

Tutti questi pregiudizi non hanno alcuna base scientifica. Sono stati creati dalla società in cui viviamo. Non ci sono studi che dimostrano che un’etnia è superiore a un’altra, o che i ricchi e i poveri hanno diritti diversi. Spiego queste ovvietà per dire che invece la discriminazione delle persone disabili ha una base scientifica, seppur ingiustificata: il quoziente intellettivo, per esempio. La capacità di gestire certe situazioni, la capacità di prendere decisioni. E la discriminazione nei loro confronti, altrettanto assurda malgrado i dati scientifici, diventa in questo periodo molto più pericolosa. Perché se si pensa ai danni causati dalle discriminazioni basate su presupposti non oggettivi, non riesco a immaginare cosa possa succedere quando le basi scientifiche ci sono. Perciò per noi genitori di figli disabili, che viviamo questo periodo con enorme terrore dopo che alcuni Stati americani hanno già scelto chi debba essere curato o meno in base anche alle disabilità, è un vero e proprio disastro. Un disastro che potrebbe essere evitato se si pensasse al valore umano, in modo migliore e certamente diverso.

UNA LUCE BLU IN PIÙ PER NON FARCI SENTIRE SOLI

Il problema è questo: le persone disabili come mio figlio, anche se scientificamente considerate meno ‘abili’ di altre, sono amate forse di più proprio per la loro vulnerabilità. L’idea che qualcosa possa succedere loro solo perché “sono come sono” ci tiene svegli la notte. E l’idea che qualcuno accampi una “scusa” scientifica per discriminarli ci terrorizza. Per cui, questo 2 aprile strano e disperato, accendete delle luci blu in più, per farci capire che non siamo soli nel pensare che i nostri figli hanno lo stesso diritto di vivere dei vostri, anche se c’è chi pensa che non scopriranno mai la cura del cancro. E poi, credetemi, molti di loro, se avessero accesso a un’istruzione adeguata, potrebbero. Ma questo è un tema da discutere in un altro momento.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I cinque tabù sfatati dall’epidemia di coronavirus

La quarantena obbligata ha messo in moto alcuni processi che fino a ieri sembravano impossibili. Si è cominciato a discutere di reddito universale, di flessibilità europea, di smart working e di digitalizzazione della scuola. E passata l'emergenza tornare indietro sarà impossibile.

Studi e opinioni su come sarà il mondo post Covid-19 abbondano. Al momento però è difficile sapere cosa succederà nei prossimi mesi. Quello che è certo è che l’epidemia di coronavirus ha dato il via a una varietà di fenomeni che hanno messo in discussione tabù che fino a ieri sembravano incrollabili. E che invece ora iniziano a sgretolarsi.

1. REDDITO UNIVERSALE: SE NE PARLA PERSINO NEGLI USA

Per anni anche solo avviare una discussione su una forma di reddito universale era praticamente proibito. Il 30 marzo ci ha pensato Beppe Grillo a rilanciare la proposta nell’arena politica provando a usare l’emergenza come leva. La levata di scudi contro la proposta da Forza Italia a Italia viva è arrivata puntuale. La boutade de cofondatore del M5s è stata bollata come esempio di «decrescita» e «assist all’assistenzialismo». Il governo intanto potrebbe pensare a un reddito d’emergenza. Eppure fuori dai nostri confini il vento è cambiato. Per averne un’idea basta guardare dall’altra parte dell’Atlantico. Negli Usa, che al momento sono il primo Paese al mondo per numero di contagiati, l’idea non è poi così bislacca.

Persino un repubblicano come Mitt Romney ha suggerito di “dare soldi” agli americani per superare la crisi.

Intanto nel piano da oltre 2 mila miliardi varato dal Congresso, e firmato da Donald Trump, è previsto il versamento di 1.200 dollari agli adulti e 500 per i bambini. Chiaro, si tratta di una tantum, ma in un Paese che ha fatto dell’iniziativa individuale e del rifiuto di forme di assistenza un vanto, la mossa suona quasi rivoluzionaria. E che i tempi siano maturi lo dimostra anche un sondaggio realizzato dal GenForward Survey Project dell’Università di Chigago, secondo il quale il 51% dei giovani tra i 18 e 36 anni è favorevole a una forma di reddito intorno ai 1.000 dollari al mese. Persino a livello politico sembrano esserci convergenze. Esponenti repubblicani, come l’ex candidato alla Casa Bianca oggi senatore Mitt Romney ha detto che è necessario garantire «un assegno a ogni americano». Tra le file dei dem, invece, l’ex candidato alle primarie Andrew Yang ha fatto campagna praticamente solo sul reddito universale. Da anni anche le big tech della Silicon Valley spingono per forme di sostegno e in varie cittadine si sperimenta già con successo. È difficile dire quanto in là ci si possa spingere, ma se la crisi cancellerà molti posti di lavoro, il reddito di cittadinanza potrebbe presto tornare sui tavoli dei governi e questa volta sarà difficile liquidarlo con una battuta.

2. I GIGANTI DELLA SILICON VALLEY E I CONTROLLO DEI CONTENUTI

L’epidemia di Covid-19 si è riversata anche su media e social network trasformandosi in un’infodemia dannosa fatta di fake news e bufale. Per questo motivo le piattaforme hanno deciso di correre ai ripari. Ma questo ha messo in crisi anche un altro totem: quello secondo il quale le piattaforme non potevano gestire la vasta mole di contenuti generati dagli utenti. Tanto per dare un’idea a ottobre il fondatore e Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, parlando col Washington Post aveva ribadito che non è compito delle piattaforme gestire i contenuti: «Non penso che le persone vogliano vivere in un mondo in cui puoi dire solo le cose che le aziende decidono sia vero al 100%».

facebook-clegg-a-roma

Famoso ad esempio è il caso di un video pubblicato dalla campagna per la rielezione di Donald Trump con messaggi falsi contro Joe Biden e il figlio Hunter. Nonostante le proteste dei democratici, il video rimase online. Un atteggiamento che secondo Menlo Park segna il rispetto per le opinioni di tutti. Ma oggi il Covid-19 ha rimesso in discussione tutto. Gli sforzi fatti per contere l’infodemia ha portato a una rimozione di contenuti, sponsorizzati e non, in modi impensabili per i giganti tech.

3. L’AUSTERITÀ EUROPEA IN DISCUSSIONE

La partita in Ue tra Nord e Sud Europa è ancora tutta giocare, ma anche a Bruxelles qualche cosa è cambiato. Per far fronte all’emergenza il 23 febbraio l’Ecofin ha dato il suo via libera alla sospensione del patto di stabilità, come richiesto dalla Commissione Ue. In pratica la mossa congela il famoso limite del 3% per il rapporto deficit/Pil e il debito pubblico sotto il 60%. La “clausola generale di fuga” che ha permesso lo stop era stata introdotta nel 2011, ma da allora non era mai stata usata. Nel loro comunicato i ministri dell’Economia hanno rinnovato l’intenzione di impegnarsi per rispettare il patto di stabilità e crescita, ma la mossa ha sicuramente avviato processi nuovi. Anche alla luce di altre iniziative minori, come il reindirizzamento di fondi strutturali non utilizzati e deroghe sulle norme che regolano gli aiuti di Stato.

Il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

È chiaro che questa crepa sul fronte dell’austerity non precede un cambio di rotta. Il dibattito intorno ai coronabond ha dimostrato che la strada è ancora lunga. Se molti Paesi, Italia, Spagna e Francia in testa, stanno spingendo per creare uno strumento che pompi denaro nelle casse degli Stati in difficoltà, i quattro Frugal Four, Germania, Finlandia, Austria e Olanda, si sono messi di traverso. Si saprà qualcosa di più il 7 aprile quando l’Eurogruppo si riunirà per capire come rispondere alla crisi. È però vero che mai uno strumento come i bond condivisi era finito sul tavolo ufficiale dei ministri e che per la prima volta se ne discuterà ufficialmente. Anche questa una piccola rivoluzione.

4. CROLLANO LE RESISTENZE SULLO SMART WORKING

Un altro tabù che sta faticosamente finendo in soffitta è la maggiore flessibilità. Non tanto sul piano contrattuale, ma su quello degli orari e del luogo di lavoro. L’uso massiccio dello smart working per le aziende, pur tra mille difficoltà, sta diventando la dimostrazione che al netto di alcune carenze tecniche mancava la volontà di portarlo a termine. E se per un attimo proviamo a guardare avanti è possibile che questo fenomeno non sia un fuoco di paglia. La stessa ministra della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha detto che finita l’emergenza la Pa dovrà continuare su questa strada, portando «il sistema a un 30-40% di lavoratori in smart working». Anche molte aziende sembrano essersi adeguate in fretta. Secondo un’indagine condotta da Bca-Doxa tra le imprese italiane il 73% di quelle intervistate lo ha introdotto in maniera massiva, applicandolo al maggior numero di persone. Solo una minoranza non è invece riuscita (o non ha avuto la possibilità) di implementarlo in maniera altrettanto estesa.

La Cisco, che gestisce la piattaforma Webex per lavoro e conferenze in remoto, ha registrato un aumento del 211% delle registrazioni per Europa, Africa e Medio Oriente. Lo stesso ad di Cisco Italia, Agostino Santoni, ha spiegato che in Italia nell’ultimo anno l’incremento è stato del +5.075%. Altro indicatore chiave l’impennata di download per l‘app Zoom, usata per insegnamenti e videoconferenze a distanza: i download giornalieri sono passati, su scala globale, dai 171 mila di metà febbraio ai 2,41 milioni del 25 marzo, con un incremento del 1.300%.

5. LA DIFFICILE DIGITALIZZAZIONE DELLA SCUOLA

Il muro più difficile da abbattere resta quello che divide digitalizzazione e mondo della scuola. Per non rischiare di perdere un anno scolastico maestri e insegnanti si sono attrezzati per cercare di ricreare in remoto un ambiente per la formazione. E secondo il monitoraggio settimanale dell’Osservatorio “Scuola a distanza” di Skuola.net, iniziano ad arrivare alcuni risultati confortanti. Tra gli studenti delle superiori oltre due su tre fanno ormai lezione in modo estremamente interattivo, collegandosi in videoconferenza con i professori, grazie alle piattaforme più evolute (a metà marzo erano circa il 60%). Uno degli ostacoli però resta la dotazione delle famiglie. Il 27% degli studenti sentiti dall’osservatorio ha ammesso di non avere gli strumenti sufficienti.

Per quanto riguarda le valutazioni, uno studente su due ha già svolto verifiche o interrogazioni online, segno che considerare valido l’anno scolastico potrebbe non essere una decisione basata sul buonismo ma sulla consapevolezza che un giudizio comunque è possibile. Quello che è certo è che la quarantena forzata ha dimostrato che studiare e formarsi via internet è una realtà. Il problema, hanno lamentato alcuni, è che alcuni insegnanti non sono ancora pronti, privilegiano l’assegnazione di compiti alle lezioni. Ma ormai la strada e tracciata. E il prossimo anno scolastico non potrà non tenerne conto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Anthony Fauci, il virologo che può salvare gli Usa da Trump

Alla guida del Centro nazionale per le malattie infettive dai tempi di Reagan, l'immunologo ha il difficile compito di tenere a bada gli istinti del presidente sul coronavirus senza entrare in rotta con lui. Mentre affronta gli attacchi della destra.

Anthony Fauci, negli Usa la massima autorità in materia di malattie infettive, è il ‘virologo in chief‘ come è stato ribattezzato. È lo scienziato che Donald Trump ha voluto nella task force anti-coronavirus e per molti l’unica persona davvero competente e credibile del gruppo. Dunque il più a rischio, soprattutto in una fase in cui il presidente americano, in barba ai consigli di medici ed esperti, mantiene un atteggiamento ondivago sulla gestione dell’epidemia. Il tycoon è arrivato molte volte vicino a perdere la pazienza di fronte alle continue critiche e ai continui rimbrotti dello studioso italoamericano, che oramai spesso ruba la scena allo stesso presidente, dall’alto della sua esperienza e professionalità. Le ultime notizie dagli Usa suggeriscono che, per ora, il buon senso abbia prevalso sull’istintività del presidente.

NESSUNA RIAPERTURA PER PASQUA

Trump ha accantonato l’idea di riaprire gli Stati Uniti per Pasqua e ha annunciato che le attuali linee guida per il contenimento del virus resteranno in vigore fino al 30 aprile, un mese in più del previsto. Fauci ha plaudito alla decisione: «È una mossa saggia e prudente», ha spiegato il virologo ribadendo che il coronavirus potrebbe causare negli Stati Uniti fra i 100 e i 200 mila morti. «Noi stiamo lavorando affinché questo non accada», ha aggiunto.

DAL 1984 ALLA GUIDA DEL CENTRO NAZIONALE PER LE MALATTIE INFETTIVE

Fauci, 79 anni, scienziato con la passione della corsa, ha un curriculum importante. Ha servito tutti i presidenti Usa da Ronald Reagan in poi, ed il suo apporto è stato cruciale nella ricerca e nella lotta contro l’Aids, l’Ebola, la peste suina. Il suo motto, come riporta il Daily Beast, è «lottare sempre per l’eccellenza». Non a caso dal 1984 guida l‘Istituto nazionale delle malattie infettive (Niaid), e tutti ricordano anche il suo contributo durante la crisi degli attacchi all’antrace nel 2001. Ma a far infuriare Trump sono soprattutto quelle ‘faccette’ esibite alle sue spalle durante i briefing con la stampa, divenute ormai virali sui social: gli occhi al cielo, le risatine, gli sguardi corrucciati, le mani sul volto.

LA FRUSTRAZIONE PER LE USCITE DEL PRESIDENTE

È chiaro che quei gesti sono la spia di una incontenibile frustrazione di fronte alle uscite poco ortodosse del presidente. Uno scienziato del suo calibro non può sopportare quello che il tycoon afferma sui tempi irrealistici per avere un vaccino, oppure sugli improbabili farmaci per combattere il virus. Nell’intervista ad una rivista scientifica l’immunologo ha confessato che a volte strapperebbe volentieri quel microfono dalle mani del presidente. Da una parte il piglio severo e rigoroso dello scienziato, dall’altra i metodi spiccioli e imprevedibili di un presidente da sempre sospettoso verso la scienza e che punta dritto al messaggio che vuole inviare al suo elettorato. «Se fosse per i medici il mondo intero sarebbe chiuso», una delle ultime uscite del tycoon. «He’s a good man», è un brav’uomo, «una persona straordinaria», ha detto di lui Trump, per rassicurare.

GLI ATTACCHI DELL’ESTREMA DESTRA

Lo scienziato è anche nel mirino dell’estrema destra che, sui social, ne mette in dubbio l’affidabilità e lo bolla come un amico dei liberal. Nelle ultime settimane, riporta il New York Times, i post contro di lui si sono moltiplicati prendendo spunto da una email che Fauci inviò nel 2013 all’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, complimentandosi per la sua forza durante l’audizione su Bengasi. Una email che, secondo la destra, è la prova che Fauci appartiene a un gruppo contrario a Trump.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Usa, 17enne muore di Covid-19: era senza assicurazione

Lo ha raccontato il sindaco di Lancaster, città californiana. Intanto il Washington Post titola: «Più morti dell'11 settembre».

Non è stato curato perché senza assicurazione sanitaria. È accaduto a un 17enne morto a Lancaster, in California, a causa del coronavirus. Il ragazzo era stato rifiutato dall’ospedale che lo aveva invitato a rivolgersi a una struttura pubblica. Lo racconta R. Rex Parris, il sindaco della cittadina californiana usando il caso per invitare tutti i cittadini a stare a casa. «Il venerdì prima di morire era in salute, il mercoledì è morto», ha detto Parris.

LEGGI ANCHE: Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

Intanto negli States crescono le vittime che ormai sono arrivate, secondo i dati della Johns Hopkins University, a 3.170. Oltre 164 mila e 600 i contagi. Cifre che il Washington Post ha sintetizzato nel titolo: «Più morti dell’11 settembre». gli ultimissimi dati sull’andamento dell’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti, con i morti che oramai sono oltre 3.000: 3.170, secondo la Johns Hopkins University. I casi di contagio sono saliti a 164.610.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Abusa del 13enne a cui fa da babysitter: dopo tre anni scopre che è il padre di sua figlia


Leah Cordice, 20 anni, è stata giudicata colpevole di atti sessuali con minore per aver avuto una relazione - e una figlia - con il ragazzo di 13 anni a cui faceva da babysitter. È  accaduto nel 2017 a Windsor, nel Regno Unito. Daniel Robbins, il marito della Cordice ha dichiarato di essere rimasto traumatizzato dalla recente rivelazione: "In un attimo ho perso mia moglie e mia figlia".
Continua a leggere

Usa, celebra due messe domenicali, pastore arrestato per aver violato le misure anti coronavirus


"Sarebbe sbagliato per noi chiudere le porte, in questo momento di crisi le persone hanno paura e hanno bisogno di conforto" si sono giustificati i membri della chiesa di Tampa ,nello stato della Florida, dopo che il loro pastore è stato arrestato per aver violato le misure anti coronavirus celebrando messa in un affollato luogo di culto.
Continua a leggere

Scomparsa dieci anni fa dopo una festa, 17enne è trovata carbonizzata: “Ora vogliamo seppellirla”


Sono stati ritrovati dopo 10 anni dalla sua scomparsa i resti di Paige Johnson, 17enne di Florence, in Kentucky (Usa). Un cacciatore ha notato un corpo carbonizzato in un bosco a soli 45 minuti di distanza dall'abitazione della ragazza e ha chiamato la polizia. La conferma dell'identità della salma è arrivata grazie all’impronta dentale: "Ora vogliamo solo seppellirla e darle l’addio che si meritava".
Continua a leggere

Trump: «Se moriranno 100 mila americani avremo fatto un buon lavoro»

Il presidente: «Presto per riaprire gli Usa, avanti così per tutto aprile». E sull'Italia dice: «Lavoriamo a stretto contatto».

Donald Trump mette da parte l’idea di riaprire gli Stati Uniti per Pasqua. Dice che le attuali misure di contenimento del coronavirus resteranno in vigore fino al 30 aprile, un mese in più del previsto. E a chi gli fa notare che la Russia e addirittura Cuba stanno aiutando l’Italia, dice: «Stiamo lavorando a stretto contatto con l’Italia», dove il «tasso di mortalità è alto», «la stiamo aiutando molto» con forniture e assistenza finanziaria. «Stiamo lavorando con la Spagna. Stiamo lavorando con tutti».

MISURE ESTESE FINO ALLA FINE DI APRILE

La situazione negli Usa preoccupa da tempo, ma ora anche Trump sembra essersene accorto. Il picco dei decessi negli Stati Uniti si avrà in «due settimane». Ragion per cui «allunghiamo le linee guida fino al 30 aprile per rallentare la diffusione. Non c’è nulla di peggio che dichiarare vittoria prima di aver vinto», spiega Trump descrivendo il virus come una «piaga» e assicurando che «lo sconfiggeremo. Quello che voglio è riavere indietro la vita di prima negli Stati Uniti e nel mondo», osserva il tycoon precisando comunque che le misure prese sono necessarie. «Se non le avessimo prese, a rischio c’era la vita di 2,2 milioni di persone. Speriamo ora che il numero sia quello di cui si parla. Se potessimo limitarlo diciamo a 100.000, che comunque è un numero orribile«, si potrebbe dire che si è fatto un «buon lavoro».

LA POLEMICA SULLE MASCHERINE

Rivolgendosi ai giornalisti nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump li invita poi a «indagare sul volume di mascherine usate, su dove queste vanno a finire. Come si fa a passare da 20.000-30.000 mascherine a 300.000 a settimana?». Plaude alla decisione di Trump di estendere le linee guida sul distanziamento sociale Anthony Fauci, il maggiore esperto americano di malattie infettive. «È una mossa saggia e prudente», spiega ribadendo che il coronavirus potrebbe causare negli Stati Uniti fra i 100.000 e i 200.000 morti. «Noi stiamo lavorando affinché questo non accada», aggiunge Fauci. Trump chiude guardando avanti, con un messaggio di speranza. «Per l’1 giugno saremo sulla strada della ripresa». E, comunque, «sono pronto a fare tutto il necessario per salvare vite umane e l’economia».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

New York rischia di essere peggio di Wuhan e della Lombardia

L'allarme del Nyt: «Difficoltà nell'appiattire la curva». Nella Grande Mela il coronavirus uccide circa una persona ogni 17 minuti.

Se il tasso di crescita di casi di coronavirus continuerà ai livelli attuali, l’area metropolitana di New York registrerà un epidemia peggiore di quella di Wuhan in Cina o della regione Lombardia in Italia. Lo afferma il New York Times, secondo il quali New York ha avuto meno successo nell’appiattire la curva di casi rispetto a Wuhan o alla regione Lombardia. “Non c’è garanzia che il trend continuerà. E’ possibile che il distanziamento sociale rallenterà o fermerà la crescita di casi” precisa il New York Times.

Il coronavirus uccide nella città di New York una persona ogni 17 minuti. Lo riporta il New York Post citando le ultime statiche della Grande Mela. Nella città i casi sono oltre 26.600, di cui 5.250 persone ricoverate in ospedale. I pazienti con coronavirus in terapia intensiva sono 1.175. L’area più colpita di New York è il Queens con 8.529 casi, seguita da Brooklyn con 7.091, il Bronx con 4.880, Manhattan con 4.627 e Staten Island con 1.534.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

USA. Entra in un supermercato e tossisce sui prodotti: buttati oltre 30mila euro di cibo


L'episodio è avvenuto in un supermercato nella città americana di Hannover, nello Stato della Pennsylvania. La tosse è uno dei veicoli principali per la trasmissione del Coronavirus. La donna è riuscita a fuggire, ma è stata identificata e fermata subito dopo dalla polizia. "Spreco di cibo per 35mila dollari, sono disgustato" ha detto uno dei proprietari del negozio della catena Gerrity's Supermarket.
Continua a leggere

Coronavirus, il cinismo americano di Trump e di Bolsonaro

Gli Stati Uniti si avviano a superare l’Italia per numero dichiarato di contagiati da Covid 19. Non sono le Cassandre,..

Gli Stati Uniti si avviano a superare l’Italia per numero dichiarato di contagiati da Covid 19. Non sono le Cassandre, ma è l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ad ammonire come la pandemia «acceleri». E accelera soprattutto negli Usa, a un ritmo ormai vertiginoso di oltre 13 mila nuovi casi al giorno, con epicentro nientemeno che nella megalopoli di New York. Ce n’è per tutti gli allarmismi: è chiaro che, di questo passo, molto presto gli States sorpasseranno, come l’Italia, la Cina per totale di contagiati da coronavirus. Eppure il presidente Donald Trump, in aperto dissenso con gli scienziati della Casa Bianca e con diversi governatori sul piede di guerra, pare molto più preoccupato per il crollo dell’economia e intende togliere il coprifuoco già subito dopo Pasqua. Una follia, anche per lo sfidante democratico alle Presidenziali, mai state così rarefatte, del prossimo autunno Joe Biden e per l’ex presidente Barack Obama. Invece Trump è piuttosto in linea con l’omologo, e sodale, brasiliano Jair Bolsonaro, deciso a «tornare alla normalità».

BOLSONARO E TRUMP TIRANO DRITTO

Con il tycoon della Casa Bianca il presidente brasiliano ha condiviso l’attesa del tampone (negativo, a quanto afferma). Allo stesso modo Bolsonaro non intende ascoltare i virologi ed epidemiologi, e attacca i governatori degli Stati brasiliani che hanno ordinato le serrate. Ha tenuto un discorso in tivù, senza informare neanche il ministero della Salute, esortando la popolazione ad «abbandonare il confino di massa», convinto che il clima tropicale risparmierà tutti dal peggio, ossia da un virus che sarebbe «un’influenza di poco conto». I numeri del Brasile sono molto più bassi che negli Usa: tra i 200 e i 300 contagi al giorno (circa 2300 i totali, 61 poi morti), con un andamento costante, lontano anche dai picchi dell’Europa. Ma nello Stato di San Paolo della capitale, dove si concentrano i contagi, non sono affatto tranquilli: come negli Stati Uniti si dubita che i numeri veri siano molti di più degli ufficiali; e che lo stesso Bolsonaro, visto il suo rifiuto di diffondere il risultato del tampone, fosse in realtà positivo al Covid 19 rientrato dalla visita da Trump a Washington.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

LA CRESCITA VERTIGINOSA A NEW YORK

Anche la Casa Bianca è stata bonificata e i suoi funzionari vengono continuamente controllato. Dei membri del Congresso sono risultati positivi al virus. Altri, come anche la figlia di Trump Ivanka sono in isolamento per contatti con contagiati. Lo Stato di Washington con oltre 2500 casi è tra i primi per numero di contagiati, come il New Jersey. Anche il trend della California è allarmante, ma a far tremare il mondo è sopratutto la Grande mela. La metà del totale dei casi di Covid 19 negli Usa è a New York City: un’epidemia esplosa nell’arco di una settimana che tra le oltre 400 vittime ha mietuto anche star e leggende di Broadway. Il governatore Andrew Cuomo, democratico, parla di «numeri astronomici», continuamente in crescita: ha chiesto «30 mila respiratori», per poter garantire le cure nella metropoli di quasi 9 milioni di abitanti, ma nel avrebbe ricevuti solo «400» dall’agenzia federale per le emergenze. Anche per il sindaco Bill de Blasio servono «nessun luogo negli Usa ha più bisogno di aiuti, mezza New York sarà contagiata.

La cura contro il coronavirus è peggiore del male

Donald Trump

LE PRESSIONI DI WALL STREET E CORPORATION

Le loro previsioni per il picco sono tra 14-21 giorni. Anche l’immunologo Anthony Fauci, l’istituzione dal 1984 a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases che ha consigliato Trump sulle misure, vede davanti questi tempi. Ma da qualche giorno Fauci non è più presente ai briefing della Casa Bianca, tirerebbe una brutta aria con il presidente che ha decretato la «cura peggiore del male». La pazienza non è mai stata il forte di Trump: il 30 marzo, al termine delle prime due settimane di restrizioni, «deciderà il da farsi». Un prolungamento non è scontato: per riaprire l’America al business premono Wall Street e le lobby dell’establishment conservatore. Trump ha ridato euforia ai mercati con l’iniezione di 2.000 miliardi di dollari del pacchetto agli aiuti a imprese, lavoratori, famiglie ed enti pubblici. Ma alla finanza e alle corporation questo tampone non basta. Goldman Sachs vuole riprendere a macinare profitti: «Schiacciare l’economia è a sua volta una questione di salute. A breve bisogna lasciar tornare al lavoro chi corre minori rischi».

Covid 19 coronavirus Usa Trump Brasile
I lavori per l’ospedale al Centro congressi di Manhattan per i malati di Covid 19 a New York. GETTY.

PIÙ DECESSI NEI QUARTIERI POPOLARI

Altri grandi investitori minacciano il crash, se gli affari non ripartono. Mentre gli scienziati chiedono l’opposto: misure più estreme per numeri che si temono più alti, non solamente tra i casi lievi di Covid 19 e tra gli asintomatici. Più di 27 milioni di americani sono scoperti da assicurazioni sanitarie: anche i malati gravi e i morti per coronavirus potrebbero essere molti di più. Per settimane la gran parte dei cittadini non ha avuto accesso ai tamponi che costano fino a 3 mila dollari. I decessi registrati a New York si moltiplicano, non a caso, negli ospedali dei quartieri popolari e di immigrati, dove secondo le denunce di medici e sanitari mancherebbe tutto: terapie intensive sature; mascherine, guanti, bardature e visiere per visitare e curare i pazienti nei pronti soccorsi esaurite, nonostante i milioni di pezzi di forniture ricevute. Dalle autorità arrivato il suggerimento di usare provvisoriamente i foulard, e al Columbia University Medical Center sono convinti che ormai tutto il personale delle prime emergenze «sia malato di Covid 19».

L’OSPEDALE DA CAMPO DI MANHATTAN

All’Elmhurst Hospital Center del Queens la situazione sarebbe «apocalittica», ha riportato anche il New York Times. In una corsa contro il tempo, il Centro congressi J. Javits di Manhattan viene convertito per l’emergenza in un ospedale da 1000 posti letto. E anche negli Usa iniziano a mancare spazi per ospitare le bare dei morti: si è superata la soglia dei 1000 decessi e al Bellevue Hospital di New York sono state allestite sale mortuarie provvisorie. L’Associazione del personale infermieristico della metropoli ha denunciato alla Cnn che il «sistema sanitario americano è totalmente impreparato ad affrontare questo disastro». Anche l’ex presidente Obama vede nero per le prossime settimane «in tutto il Paese», e attraverso i social cerca di mobilitare i cittadini ad ascoltare gli scienziati, «restando a casa e rispettando il distanziamento sociale». Il 60% degli americani, secondo i sondaggi, concorderebbe con le misure di Trump per l’emergenza. Locdown e stanziamenti pubblici. Chissà se ne approverebbero anche gli azzardi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mio figlio disabile sarebbe lasciato morire di coronavirus

In molti Stati Usa si scelgono i pazienti da destinare alla terapia intensiva, escludendo i più vulnerabili. Come se le vite non valessero tutte allo stesso modo. Chi non può votare o chi non può "contribuire" alla ricchezza del Paese può essere sacrificato. Un ritorno al nazismo che fa orrore.

Donald Trump vuole riempire le chiese di tutti gli Stati Uniti entro Pasqua. Basta con questa quarantena, non se ne può più. Leconomia sta crollando, la gente sta perdendo il lavoro, a novembre deve essere rieletto e se non ci sarà una ripresa come farà?

Chi se ne frega se gli anziani vengono sacrificati per l’economia, per la sua smania di potere. La lista delle persone da sacrificare in molti Stati è aumentata qualche giorno fa: se un disabile ha bisogno di un respiratore, e ce ne sono pochi, allora è meglio lasciarlo morire.

Cosa se ne fa una nazione così ricca, di persone come mio figlio Luca? È sano, è bello, fa anche ridere, a modo suo. Ma certamente non può contribuire alla società come gli altri. Non può votare. Via, diventa immediatamente carne da macello. Inutile.

IO, FIERA DI AVER MESSO AL MONDO UNA PERSONA SPLENDIDA

Sapesse il signor Trump e tutti quelli che lo ascoltano, la gioia che persone come mio figlio riescono a creare nel mondo. Luca è sempre di buon umore. Abbraccia e bacia anche quando abbracciare e baciare è stato vietato. È una delle persone più oneste al mondo: non farebbe male a una mosca, al limite ruba l’ennesimo bicchiere di latte dal frigo. È il mio fiore all’occhiello. La mia fierezza di madre. Sono fiera di aver messo al mondo una persona splendida come lui.

L’essere umano non può essere solo valutato per quello che può fruttare a una società. Sono tanti, infiniti, i fattori che definiscono una persona

Certo, non è in grado di contribuire alla ricchezza del Paese. Ma arricchisce tutti quelli che incontra, mostra loro un nuovo modo di stare al mondo, senza pregiudizi di alcun genere, senza discriminazioni. L’essere umano non può essere solo valutato per quello che può fruttare a una società. Sono tanti, infiniti, i fattori che definiscono una persona.

MI RIFIUTO DI CEDERE A QUESTA SCELTA DI SOPHIE

Non mi era mai capitato di dover giustificare l’esistenza di mio figlio. Le persone con disabilità e le loro famiglie si sentono invece in obbligo di convincere la società che la loro vita vale esattamente come quella di tutti. Non me la sento di fare questo gioco orrendo, questa Scelta di Sophie, questa roulette russa. Sono fiera della diversità di mio figlio e non devo stare a spiegare il perché a nessuno. Siamo noi che facciamo schifo.

LEGGI ANCHE: Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

Dove siamo andati a finire? Al periodo nazista? Davvero non abbiamo ancora capito che tutti, giovani, anziani, donne, uomini, eterosessuali o no, bianchi o scuri, abili e disabili hanno lo stesso diritto di vivere? Dobbiamo davvero ancora cercare di convincere gli altri che la discriminazione è da condannare sempre? A quanto pare, sì.

ORMAI SI ABBANDONA CHI NON SERVE ECONOMICAMENTE

Scrivo queste parole con un peso immenso sul mio cuore, con la certezza che tutto quello che si è fatto e detto finora sul diritto a una vita dignitosa non è valso a nulla. Sono bastati alcuni giorni di quarantena, qui in America, e prima in Italia (perché succede anche in Italia) per abbandonare chi non serve economicamente. È la politica trumpiana (e salvinian) quella di lasciare indietro gli altri per migliorare l’economia, per vincere le elezioni. L’hanno dimostrato innalzando i muri ai confini, lasciando barche piene di gente a morire in mare. E adesso succede, ancora una volta, con chi ha più bisogno.

PAGHIAMO IL PREZZO DELL’INCAPACITÀ DI CHI CI GOVERNA

Il problema, ovviamente, non sono gli anziani o i disabili. Il problema è che non ci sono strumenti sufficienti per salvare vite umane. Il problema è che loro non si sono organizzati in tempo. Il problema è che si continuano a votare persone incapaci di gestirci, incapaci di capire certi valori fondamentali dell’umanità. Chiudo qui, per oggi. Vado a fare un po’ di compagnia a Luca.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, Trump allenta le misure di distanziamento

Nonostante il numero di vittime e contagi sia in crescita, in una lettera ai governatori il presidente annuncia nuove linee guida più soft per le zone meno a rischio.

L’amministrazione Trump sta preparando delle nuove linee guida per allentare, nelle zone considerate meno a rischio, le misure di distanziamento sociale e le altre misure messe in campo per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. I governatori dei vari Stati potranno decidere se «mantenere, aumentare o allentare le regole» tenendo conto se una contea sia ad alto, medio o basso rischio. Così scrive in una lettera il presidente. Insomma un nuovo cambio di rotta, nonostante la conta dei morti e dei malati non sia così incoraggiante.

DE BLASIO: «MEZZA NEW YORK VERRÀ CONTAGIATA»

Prendiamo, per esempio, New York che ha registrato cento morti in 24 ore. «Metà della popolazione della metropoli (quasi quattro milioni di persone, ndr) sarà colpita dal Covid-19», profetizza il sindaco Bill de Blasio. «È preoccupante, ma bisogna cominciare a dire la verità». Intanto il governatore Andrew Cuomo parla di almeno 38 mila casi e 385 decessi nell’intero Stato e lancia l’allarme ospedali, dove medici e infermieri descrivono «una situazione apocalittica».

NEW ORLEANS, LA BERGAMO D’AMERICA

E se la Grande Mela è l’epicentro della pandemia, i dati a livello nazionale parlano di più di 70 mila casi accertati quasi in sorpasso sull’Italia. E il bilancio di oltre mille vittime fa ora davvero paura. Così come il numero dei posti letto nei reparti di rianimazione presi d’assalto e l’insufficienza di tamponi e respiratori, non solo a New York. A preoccupare enormemente negli ultimi giorni è anche il virulento focolaio esploso in Louisiana, con New Orleans che rischia di diventare la Bergamo d’America. Solo nelle ultime 24 ore si sono registrati 510 nuovi casi (in totale saliti a oltre 2.300) e 18 morti, con un bilancio complessivo di almeno 83 vittime: un numero maggiore rispetto a quello registrato dall’inizio dell’epidemia nella ben più popolata California. Una crescita definita dagli esperti «la più veloce al mondo», con una traiettoria simile a quella delle ‘zone rosse’ di Italia e Spagna.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Gli Stati Uniti hanno varato un piano da 2 mila miliardi contro la pandemia

Raggiunto l'accordo tra repubblicani e democratici per il meccanismo di sostegno all'economia nazionale. Ma il coronavirus fa sempre più paura: 163 morti nelle ultime 24 ore.

La maggioranza repubblicana al Senato degli Stati Uniti ha annunciato di aver raggiunto con i democratici e la Casa Bianca un accordo su uno «storico» piano da 2 mila miliardi di dollari per rilanciare la prima economia mondiale, colpita duramente dalla pandemia di coronavirus.

«Finalmente, abbiamo un accordo», ha detto il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, riferendosi al massiccio «livello di investimenti da tempo di guerra nella nostra nazione».

Il Senato e la Camera dei Rappresentanti devono ancora approvare la legge prima di mandarla al presidente Donald Trump per la firma.

Intanto, negli Stati Uniti la pandemia procede in maniera sempre più rapida: si sono registrati almeno 163 morti per coronavirus nelle ultime 24 ore, il bilancio peggiore nel Paese da quando è esplosa l’epidemia. Sono 52.976 i casi di contagio finora accertati negli Usa.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

«Economy first»: l’azzardo di Trump sul coronavirus

Il contagio corre. Ma il presidente Usa vuole allentare le misure di contenimento. Per evitare il crollo del Pil a pochi mesi dalle elezioni. Anche a costo di mettere in pericolo la salute pubblica.

L’epidemia di coronavirus accelera negli Stati Uniti, che possono diventare il prossimo “epicentro” dell’epidemia, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità. Eppure Donald Trump annuncia di volere presto allentare le misure di contenimento. Il bilancio in America supera i 50 mila contagiati (circa 7000 in più nelle ultime 24 ore) e i 600 morti, confermandolo come terzo Paese al mondo per numero di contagiati, dopo Cina e Italia. Ma il presidente, incalzato da Wall Street e da vari economisti conservatori, va in controtendenza. Sfidando il parere contrario dei suoi esperti scientifici, a partire dal virologo di fama mondiale Anthony Fauci, scomparso dagli ultimi briefing della Casa Bianca dopo aver ripetutamente corretto il presidente.

IL RISCHIO DI UN CROLLO SENZA PRECEDENTI

«Questo non è un Paese fatto per essere chiuso, dobbiamo riaprirlo, far tornare gli americani al lavoro», ha detto in un town hall virtuale alla Fox, annunciando che deciderà il 29 marzo, quando scadranno i 15 giorni di restrizioni. «Mi piacerebbe che gli Usa riaprissero e ripartissero entro Pasqua», ossia il 12 aprile. Del resto, «l’influenza stagionale e gli incidenti automobilistici mietono più morti del coronavirus e non per questo si chiude il Paese o si chiede alle case automobilistiche di non produrre più vetture». La pandemia, ha ricordato il tycoon, ha già distrutto in poche settimane il balzo fatto in tre anni dall’economia sotto la sua amministrazione e le previsioni sono catastrofiche, come ha evidenziato Morgan Stanley: un calo del Pil di oltre il 30%, un tasso di disoccupazione in rialzo al 12,8% e un crollo dei consumi del 31% nel secondo trimestre di quest’anno. Numeri senza precedenti nelle statistiche economiche moderne, che rischiano di minare le chance di rielezione di Trump.

PRIMA L’ECONOMIA, POI LA SALUTE PUBBLICA

Il tycoon sa che un nuovo mandato è appeso alla gestione della crisi da coronavirus e sembra aver scommesso sul salvataggio dell’economia più che su quello della salute pubblica. Un vero azzardo, che potrebbe costargli caro, diventando la sua Katrina, l’uragano che segnò l’inizio della fine di George W. Bush. «Non c’è gara nella scelta tra riaprire l’economia e salvare vite, il primo obiettivo è quello di salvare vite umane. Punto», gli ha ribattuto il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, accusando le autorità federali di aver mandato solo 400 respiratori contro i 30 mila necessari. «Qui abbiamo ormai 26 mila casi e il numero raddoppia ogni tre giorni, il trend dei malati è superiore e più veloce di quello inizialmente previsto», ha messo in guardia, sottolineando che il picco è previsto solo tra 14-21 giorni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ora Trump scalpita per «riaprire gli Usa»

Il presidente Usa chiede di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende: «Se fosse per i medici il mondo sarebbe chiuso».

«Non si tratta del ridicolo Green New Deal. Si tratta di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende», ha scritto su Twitter il presidente degli Usa Donald Trump in merito all’epidemia da coronavirus.

«Il ‘Defense Production Act‘ è in vigore», afferma inoltre riferendosi alla legge emanata nel 1950 all’inizio della guerra di Corea per riorientare la produzione «ma non è stato necessario utilizzarla perché nessuno ha detto no. Milioni di mascherine stanno rientrando negli Stati Uniti».

«SE FOSSE PER I MEDICI IL MODO SAREBBE CHIUSO»

«Se fosse per i medici il mondo intero sarebbe chiuso», invece Trump vuole ‘riaprire l’America‘. E riaprirla in tempi brevi: in 15 giorni potrebbe decidere un allentamento delle regole, anche quelle sul distanziamento sociale così da spianare la strada alla riapertura delle imprese. L’obiettivo è evitare che «la cura sia peggio della malattia», dice il presidente americano riferendosi all’economia contagiata dal coronavirus. Trump illustra la sua posizione dal palco della Briefing Room della Casa Bianca, dal quale spicca l’assenza di Anthony Fauci, la massima autorità negli Usa in fatto di malattie infettive. Sui social in molti si chiedono dove sia finito il ‘virologo in chief’ e molti collegano l’assenza alla sua intervista critica, quella durante la quale ha ammesso che in alcune occasioni avrebbe strappato il microfono a Trump per non sentirlo parlare del coronavirus.

«FAUCI NON C’È PERCHÉ NON È ESPERTO DI ECONOMIA»

Il presidente Usa minimizza: «Non è presente perché non parliamo delle cose di cui è esperto». Poi chi lo incalza su cosa Fauci pensasse della riapertura dell’America, Trump dice: «Capisce il costo enorme per il nostro Paese». Invece di Fauci accanto al presidente Usa c’è invece il ministro della giustizia William Barr, per spiegare gli sforzi del suo Dipartimento contro il caro-prezzi sulle forniture mediche. Il Trump quindi prosegue nello spiegare come i costi economici della chiusura degli Stati Uniti sono enormi, da qui la sua fretta per riaprirli.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Boom di casi negli Usa: la Fed annuncia il Qe illimitato

Il 23 marzo i contagiati hanno superato i 35 mila. Trump attiva la Guardia Nazionale in tre Stati. E la Federal Reserve promette acquisti potenzialmente illimitati di Treasury.

Negli Usa i casi positivi di coronavirus hanno superato quota 35 mila, con almeno 471 morti. Sono i dati riferiti dalla Johns Hopkins University nel pomeriggio del 23 marzo. Gli Stati Uniti restano il terzo Paese con il maggior numero di contagiati, dopo Cina e Italia. Nove gli Stati Usa che hanno ordinato lo stay home, per un totale di circa 100 milioni di abitanti, quasi un americano su tre.

Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato in una conferenza stampa alla Casa Bianca di aver attivato la Guardia nazionale per New York, California e Washington, i tre Stati più colpiti.

LA FED ARMA IL BAZOOKA

La Fed ha annunciato una serie di nuove misure a sostegno dell’economia e per facilitare il funzionamento dei mercati finanziari. Fra queste acquisti illimitati di Treasury e altri titoli. ovvero la possibilità di un quantitative easing illimitato. Il pacchetto di stimoli allo studio dell’amministrazione americana per l’emergenza ammonta complessivamente a circa 2.000 miliardi di dollari.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Davanti alla minaccia del coronavirus Trump è nudo

Il presidente prima ha minimizzato, poi con colpevole ritardo ha dichiarato lo Stato d'emergenza. Per lui che ha basato le sue campagne elettorali sull'economia è il momento della verità. Non ha risposte e il sistema sanitario Usa difficilmente reggerà alla pandemia.

Molti dei miei amici italiani mi chiedono com’è la situazione negli Stati Uniti con il coronavirus. La mia risposta è sempre la stessa: si sta come si stava in Italia prima di Codogno. Si è coscienti del fatto che nel mondo, e adesso anche qui, si aggira un piccolo, microscopico virus. Ma è ancora una sensazione quasi teorica, che sembra lontana.

Fino a qualche giorno fa, d’altronde, il Commander in Chief aveva dichiarato più volte che si trattava semplicemente di un’influenza normale, che erano i mass media a esagerare e a creare panico. Insisteva sul fatto che l’economia andava forte, fortissimo, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Infatti ancora oggi non ci sono abbastanza tamponi o strumenti salva vita; i posti letto negli ospedali sono assolutamente insufficienti.

LEGGI ANCHE: Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

Tutto procede come se non ci fosse crisi. Come se non stesse per abbattersi sulla nazione il più pericoloso tsunami del secolo.

UNA CRISI CHE DEVE FARE I CONTI CON LA CAMPAGNA ELETTORALE

Poi però bisogna ricordare che, oltre al coronavirus, dilaga anche la campagna elettorale, e il presidente deve essere in grado di salvaguardare con le sue decisioni e le sue prese di posizione l’America dal dramma italiano o iraniano. La Borsa è crollata e a un tratto il virus è diventato pericoloso, bisogna stare attenti, bisogna stare distanti gli uni dagli altri. «È tutto sotto controllo», aveva annunciato Trump qualche giorno fa. Si sa, mister Trump ha questo piccolo difetto di mentire, e infatti non è sotto controllo un bel niente. In Florida, le spiagge sono piene zeppe di studenti in vacanza, la gente va in giro per strada come se niente fosse, i ragazzini continuano a frequentarsi. Ma soprattutto, non ci sono regole governative: ogni Stato è lasciato da solo a gestire quella che si suppone sia la più pericolosa epidemia degli ultimi 100 anni. Qualche Stato, a seconda del numero di persone positive al tampone, ha chiuso le scuole e le università, gli uffici, i bar e i ristoranti. Ma i supermercati sono pieni di gente e vuoti di merce, i parchi sono pieni di cani con i loro padroni che chiacchierano felici. Le persone invitano amici a casa per cene e serate divertenti.

TRUMP NON HA RISPOSTE

Trump, dice un interessante articolo sulla rivista The Atlantic, ha perso le elezioni ancora prima di aver giocato fino in fondo. Perché? Perché l’unico punto su cui ha basato la sua campagna elettorale è l’economia. Ma adesso che milioni di persone hanno perso il lavoro, che altrettanti milioni non hanno la mutua e quindi non si possono permettere le cure (sempre se ci sarà la possibilità di curarsi, perché mancano, come dicevo, gli strumenti per salvare vite umane), adesso che tutti hanno paura e si rivolgono a Trump per capire come fare, lui non ha risposte. È arrivato tardi, tardissimo.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus è l’unico vero avversario di Donald Trump

Solo negli ultimi due o tre giorni ha cambiato rotta e ha ammesso che la situazione è grave, dichiarando lo stato di emergenza. Senza comunque perdere occasione di commettere gaffe e scivoloni, come chiamare il Sars-Cov-2 the chinese Virus. Come se le malattie avessero una nazionalità, un passaporto. È riuscito, anche in questa occasione a creare polemiche e imbarazzi internazionali. Non ce la fa. Il signor Trump proprio non riesce a pensare prima di parlare. Dall’altro ieri ci sono più regole, più restrizioni. Due settimane di ritardo rispetto al resto del mondo.

ANCHE NEGLI USA ARRIVERANNO LE RESTRIZIONI ITALIANE

Io invece sento mia madre e le mie sorelle, tutte a Milano tranne una, che vive a Bologna e capisco perfettamente dove gli Usa arriveranno. I numeri di persone affette dal virus aumenteranno di giorno in giorno, cominceremo anche noi con le quarantene, con le autocertificazioni, con il terrore che sale a ogni colpo di tosse. Solo che non avremo nemmeno il signor Giuseppe Conte a farci capire, almeno in parte, il da farsi.

LEGGI ANCHE: Io mamma alle prese con l’emergenza coronavirus negli Usa

Io e mio marito abbiamo cominciato già da settimana scorsa a isolarci: lui e mio figlio Luca, che oltre all’autismo ha anche la sindrome di Down e quindi un sistema immunitario molto basso, sono in campagna: isolamento anche se non lo vuoi. Sono circondati da boschi e da laghetti e vanno al supermercato solo quando è necessario, per il resto stanno a casa ad ascoltare la musica ad alto volume. Io con le mie due figlie sono in città. Stamattina ho detto loro che dovrebbero uscire, adesso che possono, tutti i giorni per una passeggiata: cuffiette, musica alta, e camminare per mezz’ora minimo. Poi, tra poco, non potranno fare neanche quello. Io porto i cani al parco, ma cerco di non parlare con nessuno. Noto che i padroni se ne stanno a chiacchierare di chissà cosa, tutti vicini uno all’altro. Io tiro la pallina arancione, aspetto che Fiona me la riporti e la ritiro, pensando che tra poco tutto questo lusso finirà.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sanders sospende la campagna di spot elettorali sui social

Secondo Axios, il senatore del Vermont sarebbe a un passo dal ritiro dalle primarie. Il portavoce della campagna smentisce.

Bernie Sanders ha sospeso la sua campagna di spot elettorali su Facebook, un chiaro segnale che il senatore democratico è a un passo dal ritiro dalla campagna per le presidenziali americane. Lo riporta Axios. Il portavoce della campagna elettorale ha smentito la notizia. Anche Pete Buttigieg e Michael Bloomberg poco prima di gettare la spugna avevano interrotto le loro campagne sul social media.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché l’emergenza coronavirus difficilmente farà posticipare le Presidenziali Usa 2020

L'epidemia di Covid-19 si estende anche in America e si teme per il voto di novembre. Ma spostarlo è quasi impossibile. Servono due nuovi leggi e una riforma costituzionale. A meno che Trump non decida di forzare la mano. Il punto.

Louisiana e Georgia l’hanno già fatto. E molti altri Stati potrebbero seguirli e posticipare le Primarie democratiche. L’epidemia di coronavirus approdata negli Stati Uniti potrebbe mettere a dura prova il sistema elettorale a stelle e strisce. E in molti si stanno chiedendo: slitterà anche il voto di novembre?

La risposta a questa domanda è tutt’altro che semplice. La strada per ritardare il voto è irta di ostacoli: ci sono almeno due leggi federali da superare e la Costituzione da emendare. Allo stesso tempo, però, va garantita la salute di cittadini evitando assembramenti. Non a caso, il 16 marzo il Centers for Disease Control and Prevention ha raccomandato ai cittadini di evitare riunioni con più di 50 persone, almeno per i prossimi due mesi. Ma andiamo per ordine.

LEGGI ANCHE: Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

LA 3 U.S CODE §1 SULLE DATE DEL VOTO

Gli Stati Uniti votano nello stesso modo da decenni. Per posticipare il voto la prima legge da cambiare sarebbe la 3 U.S. Code § 1.Time of appointing electors del 25 giugno 1948. La legge in particolare stabilisce che i grandi elettori devono essere eletti, in ciascuno Stato, il martedì successivo al primo lunedì di novembre, ogni quattro anni dopo l’elezione di un presidente e un vicepresidente. In parole povere per legge si deve votare il 3 novembre 2020. Modificare il 3 U.S. Code § 1 non è però sufficiente dato che è necessario ridisegnare anche il comma 7 che stabilisce quando i grandi elettori devono incontrarsi per esprimere la loro preferenza e cioè il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre: il 14 dicembre 2020.

I PALETTI DELLA COSTITUZIONE

Ammesso che il Congresso trovi un intesa sulle modifiche, gli ostacoli non sono finiti. Le due leggi licenziate da Camera dei rappresentati e Senato dovrebbero essere vidimate dal presidente, e nessuno ha la certezza che Donald Trump firmerebbe. Anche in caso di via libera dalla Casa Bianca, poi, potrebbero essere impugnate da una vasta schiera di corti federali. L’ostacolo più grosso resta però quello della Costituzione. Il 20esimo emendamento, approvato nel 1933, stabilisce che il mandato di presidente e vicepresidente termina a mezzogiorno del 20 gennaio, così come il mandato di senatori e membri del Congresso scade alle 12 del 3 gennaio. Allo stesso tempo la legge prevede che in quel momento inizi il mandato dei successori. Due le conseguenze: non si può votare dopo le 12 del 20 gennaio e soprattutto da quel momento il presidente uscente decade. La Costituzione però dà indicazioni in merito all’eventualità di un mancato voto.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus è l’unico vero avversario di Donald Trump

IL CAOS DETTATO DAL VIRUS

A questo punto lo scenario diventa sempre più ingarbugliato. E le strade sono almeno due: modifica dell’impianto normativo o conferma del voto. Il primo caso è il più complesso, non solo per le difficoltà di modifica delle leggi federali, ma soprattutto per l’oggettiva difficoltà a emendare la carta costituzionale, un procedimento possibile solo in due casi: voto favorevole dei due terzi delle Camere, oppure richiesta degli organi legislativi dei due terzi degli Stati che possono convocare un’assemblea che proponga emendamenti. Nella storia americana la seconda eventualità non si è mai verificata. Mentre la prima resta molto remota, anche a causa della forte polarizzazione tra democratici e repubblicani.

Passeggeri in fila all’aeroporto di Miami.

La conferma del voto, invece, porta con sé altre incognite. Per prima cosa è bene ricordare che nel corso della storia le elezioni nazionali non sono mai state spostate, nemmeno durante i conflitti mondiali. Anche nel 1918, durante l’epidemia di influenza spagnola quelle di metà mandato vennero confermate. In Idaho, ad esempio, il governatore impose agli elettori di fare file singole molto lunghe per evitare assembramenti, mentre a San Francisco venne imposto l’uso di mascherine a elettori e scrutinatori. Si registrò un un calo dell’affluenza intorno al 10%, ma nessuno mise in dubbio la legittimità del voto. A questo punto uno degli scenari possibili è un intervento del Congresso sulle operazioni di voto.

COME SALVARE IL VOTO

La strada più plausibile verso il 3 novembre è che il Congresso provi a fare ordine, questo perché ogni Stato ha un sistema di voto autonomo. La casistica è quanto mai variegata: c’è chi concede il voto anticipato o in assenza; c’è chi permette di votare per posta o di registrarsi come elettori il giorno stesso del voto; c’è anche chi richiede requisiti specifici per partecipare al voto e in molti Stati nessuna delle opzioni appena elencate è prevista. A questo punto rappresentanti e senatori potrebbero cercare di uniformare un minimo le varie leggi elettorali chiedendo agli Stati di permettere il voto in forme diverse dalla presenza fisica. Anche qui il panorama è frastagliato. Al momento 27 Stati, tra i quali i popolosi California, Florida e Illinois, permettono di votare via posta senza dover motivare la scelta. Altri 20 invece hanno restrizioni più forti, legate ad esempio alla possibilità di muoversi o all’età come nel caso del Texas o del Michigan.

IL MODELLO WASHINGTON: SOLO VOTO VIA POSTA

C’è però una terza via percorribile, quella intrapresa negli ultimi anni da Oregon, Washington, Colorado, Utah e Hawaii che hanno trasformato tutte le votazioni in all-mail election, elezioni esclusivamente via posta. Il modello potrebbe funzionare anche in piena epidemia, anzi ha già dimostrato la sua tenuta il 10 marzo scorso quando si sono tenute le primarie democratiche nello Stato di Washington, che con Seattle è uno dei focolai di Covid-19 nel Paese. L’affluenza è stata buona e al momento sono state contate quasi il 95% delle schede per oltre un milione e mezzo di voti. A scrutinio ultimato l’affluenza dovrebbe toccare il 50%, in linea con le previsioni. Per questo motivo, data l’emergenza, la soluzione più sensata sarebbe quella di estendere il modello a tutti gli Stati.

Uno dei box in cui gli elettori dello Stato di Washington possono depositare il loro voto

Gli elettori possono votare in anticipo e rispedire la scheda firmata o eventualmente inserirla in appositi seggi sparsi nelle contee di riferimento. Dale Ho, avvocato e direttore del Voting Rights Project presso l’organizzazione non governativa A.C.L.U., ha scritto un editoriale sul New York Times per spiegare come il voto via posta non sia solo la soluzione migliore contro l’epidemia, ma addirittura un ottimo strumento contro l’astensione. Un dato su tutti: nelle elezioni di metà mandato del 2018 gli Stati che permettevano di votare via posta liberamente hanno registrato un’affluenza più alta di 15,5 punti percentuali rispetto a quelli che imponevano requisiti più stringenti.

LA VARIABILE DONALD TRUMP

Tutti i ragionamenti fatti fin qui non tengono però conto della variabile Donald Trump. Il presidente nei suoi quattro anni alla Casa Bianca ha mostrato di essere sempre sopra le righe. È dunque lecito aspettarsi qualche sorpresa. Giusto l’anno scorso il tycoon aveva re-twittato un post di un suo forte sostenitore, Jerry Falwell Jr., presidente della Liberty University, che suggeriva come il mandato del presidente dovesse essere esteso per due anni. A questo punto bisogna capire quali sono le prerogative presidenziali. Per prima cosa nonostante l’esecutivo abbia poteri molto forti, il capo del governo non può modificare ciò che è previsto dalla Costituzione e dalle leggi federali. Non può quindi arbitrariamente scegliere di spostare la data delle consultazioni.

Donald Trump durante un briefing con la stampa nella Casa Bianca.

Quello che può fare, però, è usare il suo potere per cercare di indirizzare il corso del voto. Ad esempio potrebbe abusare del Presidential Alert system, un dispositivo per comunicare con gli elettori in casi di massima emergenza invitandoli a non recarsi ai seggi per motivi di causa maggiore (violenze o rischi per la salute) prevedendo addirittura il dispiegamento dell’esercito. È vero che anche in questo caso peserebbe più la minaccia che la capacità di impedire fisicamente alle persone di andare a votare. Ci sono infatti due leggi che limitano l’uso delle forze dell’ordine per intimorire gli elettori. Per schierare l’esercito serve, innanzitutto, il via libera del Congresso. Allo stesso tempo gli agenti federali non possono essere utilizzati per mansioni diversa da quelle previste dall’ingaggio: quindi niente uomini e donne del Fbi nei seggi. C’è però un’ultima opzione a disposizione di The Donald.

L’OPZIONE NUCLEARE: FAR VOTARE SOLO I GRANDI ELETTORI

L’ultima opzione sul tavolo richiama scenari fantapolitici ma comunque contemplati dalla legge. L’elezione del presidente, come noto, avviene per via indiretta. I cittadini con il voto scelgono i 538 grandi elettori, suddivisi per ogni Stato in base alla popolazione. Un candidato presidenziale per vincere deve essere votato da almeno 270 di loro. Il problema di questo sistema, al di là della rappresentatività, come sa bene Hillary Clinton che nel 2016 ha vinto il voto popolare senza conquistare la Casa Bianca, è che la legge non specifica come i singoli Stati debbano nominare questi grandi elettori.

Un seggio allestito durante le primarie dem a Warren, in Michigan.

Da decenni il meccanismo di attribuzione passa attraverso il voto popolare, ma la Costituzione non lo stabilisce espressamente: i grandi elettori possono infatti essere nominati anche senza elezioni. Così accadde alle origini degli Stati Uniti in Connecticut, Delaware, Georgia, New Jersey, e Sud Carolina. In realtà nel corso della storia tutti gli Stati hanno optato per il voto popolare, ma diverse sentenze della Corte suprema, raccolte da Slate, che arrivano fino allo scontro tra George W. Bush e Al Gore nel 2000, hanno ribadito che in linea teorica gli Stati possono tornare alla nomina diretta, persino dopo un voto popolare. Tutte prerogative costituzionali che non possono essere impugnate dal Congresso.

Attualmente il partito repubblicano controlla le legislature di 29 Stati per un totale potenziale di 294 elettori. Nel nostro scenario fantapolitico il presidente potrebbe chiedere ai legislatori dei singoli Stati di nominare direttamente grandi elettori a lui favorevoli. Certo, le variabili restano moltissime, tra queste il via libera da parte di tutti gli Stati, come pure il rischio di spaccare ulteriormente la società americana. Questo scenario resta il più remoto, sicuramente anti-democratico ma pur sempre legale. E se c’è anche solo una cosa che Trump ha insegnato è che l’imprevedibilità è una cifra distintiva della sua presidenza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it