Chi sono i protagonisti del processo per l’impeachment di Trump

L'inquisitore Schiff. La talpa con un passato alla Cia. I testimoni Taylor e Kent (ma non solo). I convitati di pietra Giuliani e Bolton. Uno sguardo ai personaggi principali della vicenda che tiene gli Usa incollati alla tivù.

Ha preso via il grande show dell’impeachment di Donald Trump. Dopo settimane di audizioni a porte chiuse, il 13 novembre si sono tenute le prime testimonianze pubbliche nell’ambito del’indagine sul presidente statunitense. L’obiettivo è appurare se ci sia stato o meno un do ut des da parte di Trump legando gli aiuti militari all’Ucraina all’avvio da parte di Kiev di un’indagine per corruzione sui Biden e di un’altra sulle presunte interferenze ucraine sulle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton. La fase delle testimonianze pubbliche culminerà nella decisione di mettere o meno in stato di accusa il presidente ed eventualmente, dopo il voto a maggioranza semplice della Camera, rinviarlo al giudizio (a maggioranza qualificata) del Senato. Ecco i principali personaggi della vicenda che sta tenendo una nazione intera incollata alla tivù.

ADAM SCHIFF, IL GRANDE INQUISITORE

Trump lo chiama Schifty Schiff, il losco Schiff. Avvocato californiano, il 59enne Adam Schiff è il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini dei democratici. È stato lui a convincere sulla necessità di agire per la messa in stato di accusa del tycoon anche la riluttante speaker della Camera Nancy Pelosi e vuole chiudere la partita in tempi brevi, portando Trump a processo in Senato, dove la maggioranza è però repubblicana. In apertura di seduta Schiff ha illustrato gli scopi dell’indagine evocando un abuso di potere da parte di Trump e una condotta da impeachment. In commissione, la controparte repubblicana di Schiff è Devin Nunes. Entrambi hanno la possibilità di porre domande – o farle porre dai legali – ai vari testimoni.

LA TALPA, ANALISTA DELLA CIA ORA SOTTO PROTEZIONE

Analista della Cia in servizio presso la Casa Bianca, la “talpa” ha raccolto le informazioni e denunciato la telefonata del luglio scorso tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Voci sulla sua identità rimbalzano da settimane, ma non c’è stata finora alcuna conferma (ragion per cui Lettera43.it non pubblica i nomi circolati, ndr). Il whistleblower che ha dato il la all’Ucrainagate vive sotto protezione. I repubblicani vorrebbero farlo testimoniare pubblicamente. I democratici, però, si oppongono.

I TESTIMONI: DALL’AMBASCIATORE A KIEV AL VICESEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev, e George Kent, vicesegretario di Stato agli Affari europei, sono stati i primi ad apparire pubblicamente alla Camera. Il 15 novembre è la volta dell’ex ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch, cacciata da Trump perché ritenuta poco leale. C’è grande attesa per l’audizione di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso l’Unione europea. Il 13 novembre Taylor ha rivelato che nei giorni scorsi un membro del suo staff gli ha raccontato di aver sentito una telefonata fra Trump e Sondland mentre era con quest’ultimo in un ristorante a Kiev il 26 luglio, il giorno dopo la telefonata del tycoon a Zelensky.

Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini su Biden

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev

«Trump chiese delle indagini e Sondland rispose che gli ucraini erano pronti ad andare avanti», ha riferito Taylor. Quando il suo collaboratore chiese a Sondland cosa pensasse Trump dell’Ucraina, si sentì rispondere che «al presidente interessano più le indagini sui Biden». Taylor ha aggiunto che Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini. Legame che a lui appariva «folle». Tra gli altri testimoni che sfileranno nei prossimi giorni figurano Tim Morrison, primo consigliere del presidente per la Russia e l’Europa, Jennifer Williams, assistente del vicepresidente Mike Pence, Alexander Vindman, dirigente del consiglio per la sicurezza nazionale, Kurt Volker, ex inviato speciale in Ucraina, Laura Cooper, sottosegretaria alla Difesa per gli Affari europei, David Hale, sottosegretario di Stato agli Affari politici, e Fiona Hill, ex responsabile del consiglio per la sicurezza nazionale.

I CONVITATI DI PIETRA: IL RUOLO DI GIULIANI E LA VARIABILE BOLTON

Sullo sfondo delle audizioni, una serie di personaggi chiave nella vicenda. Innanzitutto Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York che oggi è avvocato personale di Trump e, stando alle prime testimonianze, braccio operativo del presidente nell’Ucrainagate. Secondo Taylor, Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare Trump politicamente. Tutto ruota attorno all’ex sindaco della Grande Mela, avendo direttamente guidato gli sforzi per spingere Kiev a indagare sui rivali di Trump. In primis Joe Biden, nel mirino per gli affari in Ucraina del figlio Hunter: i repubblicani vorrebbero chiamare i due a testimoniare. Grande attenzione anche sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton, silurato da Trump. Bolton potrebbe imprimere una svolta con la sua testimonianza, chiesta a gran voce dai dem ma finora bloccata dalla Casa Bianca.

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Perché Joe Biden ora è il candidato giusto per sconfiggere Trump

Per sconfiggere Trump serve una figura solida, con buone relazioni internazionali. L'ex vicepresidente non avrà il carisma di Sanders o la parlantina di Warren ma con realismo e moderazione può "guarire" gli Usa. Non è ancora arrivato il momento per le proposte socialiste.

L’altra notte ho sognato che Donald Trump vinceva per la seconda volta le elezioni Usa. Mi sono svegliata di soprassalto e sono stata tutto il giorno di pessimo umore. Mi spaventano molto i candidati democratici alla presidenza, perché la maggior parte di loro presenta delle lacune difficili da ignorare.

LA VALIGIA DEI SOGNI DI WARREN E SANDERS

Elizabeth Warren, per esempio, che ammiro molto come persona, è esperta di finanza, ma non ha alcuna esperienza in politica estera. Lei e Bernie Sanders, che rappresentano un’America che sarebbe fin troppo bella per essere vera, propongono un sistema di assistenza sanitaria pubblica giusta a parole ma praticamente impossibile da realizzare. L’idea di base, che non fa una piega, è fare in modo che tutti gli americani siano coperti. Il problema non è solo che vogliono imporre questo sistema anche a chi ha una polizza privata ed è contento così, ma che il loro piano costerebbe 35 trilioni di dollari, fondi che il governo federale non ha a disposizione.

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Sì, lo so: aumenterebbero le tasse ai più ricchi, ma neanche questo basta. Allora aumenterebbero quelle anche alla classe media, praticamente un suicidio elettorale. Per non parlare del fatto che una proposta tanto rivoluzionaria non riuscirebbe mai a passare al Congresso, anche se la maggioranza fosse democratica. Non solo. Anche ammesso che passasse, sarebbe a regime in 10 anni. Da cittadina americana (mi fa ancora impressione ammetterlo, ma da 10 anni ho anch’io un passaporto Usa), mi piacerebbe, per esempio, continuare a pagare attraverso il lavoro di mio marito la nostra assicurazione privata che funziona perfettamente. Per chi, e sono in tanti, non se la può permettere, ci dovrebbe ovviamente essere un’opzione pubblica altrettanto valida. 

BIDEN INSISTE SULL’OBAMACARE

Joe Biden, ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama, capisce molto bene questo problema, e sta andando su tutte le piazze possibili d’America (soprattutto quelle dello Stato dello Iowa, cruciale per vincere le elezioni), a ricordare al popolo americano che l’ObamaCare, il programma sanitario pubblico smantellato quasi subito da Trump, funzionava molto bene. «Dobbiamo essere in grado di riuscire a ottenere quello che proponiamo», ribadisce Biden.

MEGLIO APPOGGIARE UN CANDIDATO SOLIDO

Insomma, il vecchio Joe mi convince sempre di più, e non solo su questo punto. Come sottolinea un articolo sul Washington Post, l’ex vicepresidente ha mantenuto ottimi rapporti con presidenti di tutto il mondo, con cui ha lavorato per otto lunghi anni: l’accordo di Parigi sul clima e quello con l’Iran sul nucleare, per dirne due, lo hanno visto tra i protagonisti. Ha anche ottimi rapporti con molti repubblicani, con cui ha lavorato per fare passare leggi appoggiate soprattutto dai democratici: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati illegali, per esempio, e il diritto degli omosessuali di potersi sposare. Certo, non è un candidato seducente: non ha il carisma di Bernie o la parlantina convincente di Warren. Ma in quest’America così divisa dopo tre orribili anni di Trump, forse è necessario appoggiare un candidato solido, preparato e capace di guarire tutte le ferite inferte da questa amministrazione, sia interne sia oltre confine. Forse una figura così polarizzante come quella di Bernie non è la risposta giusta. Non ancora. Poi, quando gli Stati Uniti ritorneranno a essere un po’ più forti, quando riacquisteranno un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato, allora sarà bello provare a virare più a sinistra e far capire che un po’ di socialismo non fa male. Non sono convinta che questo sia il momento storico giusto.

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Amanda Knox e Lorena Bobbitt insieme al Crime Festival: “Noi donne umiliate dai media”


"La gente vorrebbe che strisciassimo per la vergogna, ma ci supporteremo l'un l'altra". Così Lorena Bobbitt e Amanda Knox dopo il Festival del Crimine di Washington, a cui hanno partecipato insieme. L'ex coinquilina di Meredith Kercher e la 49enne che nel 1993 salì agli onori delle cronache per aver tagliato il pene al marito, che accusava di violenze, si sono ritrovate nella comune rabbia verso i media: "Hanno fatto soldi con il nostro trauma".
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“Non ero pronta a seppellire il mio bimbo”: Symhir, 19 mesi, muore soffocato mangiando un panino


Il piccolo Symhir Penn è rimasto soffocato mangiando un sandwich di tacchino durante il pranzo in un asilo privato a Mesa, in Arizona, il 23 ottobre. La madre, Star Jones, afferma che il fornitore per i servizi di assistenza all'infanzia l'ha rassicurata al telefono che suo figlio stava bene. Ma quando è stato portato d'urgenza in ospedale, era già troppo tardi.
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Usa, medico asportava utero e chiudeva le tube senza il consenso delle pazienti: arrestato


Un medico della Virginia è accusato di avere eseguito isterectomie non necessarie e legato le tube di Falloppio a pazienti senza consenso. Javaid Perwaiz, 69 anni, è stato arrestato e accusato di frode sanitaria. In un caso avrebbe detto a una donna che aveva bisogno di un'isterectomia dopo aver scoperto l'insorgenza imminente di un cancro, ma della malattia non c’era traccia nella cartella clinica.
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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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Il piano di Facebook per evitare a Usa 2020 la débacle del 2016

Lotta alle interferenze straniere, trasparenza delle pagine e stretta sulle fake news: dopo gli scandali Zuckerberg potenzia la war room di Menlo Park in vista delle elezioni.

Manca un anno alle elezioni presidenziali americane 2020 e stavolta Facebook non vuole arrivare impreparata e ripetere la débacle del 2016. Così il più famoso social network al mondo ha lanciato il suo piano per proteggere il processo democratico del voto da interferenze straniere e disinformazione, dichiarando guerra a fake news e falsi account.

«ABBIAMO NOI LA RESPONSABILITÀ»

«Abbiamo la responsabilità di fermare ogni abuso e interferenza sulla nostra piattaforma», ha affermato il gruppo di Mark Zuckerberg, che ha messo a punto protocolli di sicurezza e trasparenza che vanno dalla difesa degli account dei candidati e dei partiti alla strettissima sorveglianza della rete attraverso il lavoro di una vera e propria war room già sperimentata per le elezioni di metà mandato nel 2018 e dove sarà all’opera una task force di esperti ed analisti nei piani ancor più efficiente.

I CONTINUI ATTACCHI DOPO USA 2016

Del resto le Presidenziali americane del 2020 saranno più che mai le elezioni dei social media e quello che si vuole assolutamente evitare è ripetere gli errori del passato, quando la Russia nel 2016 ha fatto di Facebook l’attore principale per seminare discordia e incertezza, scoraggiare l’affluenza alle urne e dare impulso al nazionalismo bianco. Per questo Facebook è da anni nell’occhio del ciclone, con Zuckerberg costretto più volte a difendersi anche in Congresso.

Soprattutto dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, la società a cui sono stati affidati senza consenso i dati di decine di milioni di utenti per utilizzarli per scopi politici.

LOTTA ALLE INTERFERENZE, AUMENTO DELLA TRASPARENZA E STRETTA SULLE FAKE NEWS

I cardini del piano messo a punto nel quartier generale di Menlo Park sono la lotta alle interferenze straniere con un programma in grado di individuare i cosiddetti ‘bad actors’ che agiscono nella rete, l’aumento della trasparenza delle pagine e della pubblicità, una severissima stretta su ogni forma di disinformazione e sui contenuti d’odio. Questa dunque la risposta di Facebook dopo che Twitter, sempre in previsione delle elezioni americane del prossimo anno, ha deciso di risolvere il problema in maniera drastica vietando gli spot pubblicitari di carattere politico. Ma per Zuckerberg non è questa la strada giusta da seguire, perché – sostiene il fondatore di Facebook – vietare la pubblicità politica vuol dire censurare la libertà di parola e di espressione.

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Inchiesta impeachment, il presidente ucraino pronto a cedere a Trump su Biden

Secondo il New York Times Zelenski a settembre era pronto ad annunciare l'indagine contro l'ex vicepresidente americano, come gli aveva chiesto l'attuale leader della Casa Bianca.

La storia rischiava di andare in un altro modo: i piani dell’attuale leader Usa Donald Trump sull’avversario democratico Joe Biden infatti rischiavano di realizzarsi. In piena indagine per il possibile impeachment del presidente Usa, a rivelarlo è il New York Times, secondo il quale il presidente ucraino Volodymyr Zelenski era pronto ai primi di settembre ad annunciare in una intervista alla Cnn l’avvio delle indagini chieste a Kiev dal presidente Donald Trump: quelle sui Biden e quelle sulle presunte interferenze dell’Ucraina nelle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton.

I CONSIGLIERI IN PRESSING PER OTTENERE GLI AIUTI MILITARI

Per il Nyt, infatti, i consiglieri del leader ucraino lo convinsero che gli aiuti militari Usa e il sostegno di Trump nel conflitto con i separatisti russi erano più importanti del rischio di apparire di parte nella politica americana.

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Trump è in affanno, ma i democratici Usa restano senza leader

La sconfitta nel voto del Super Tuesday non basta per decretare l'inizio di una parabola discendente del presidente americano. I dem sono estremamente frammentati e hanno candidati molto deboli.

Super Tuesday da incubo per Donald Trump che perde con un secco due a uno: il risultato più grave è la perdita, dopo ben 20 anni, della maggioranza nel parlamento della Virginia, ma scotta al Grand old party anche la perdita del governatore del Kentucky, anche se sul filo di lana.

Unica consolazione, la vittoria del governatore repubblicano in Mississippi, Tate Reeves. Detto questo, il voto di martedì 5 novembre dà scarse indicazioni reali per fare profezie sulle Elezioni presidenziali del novembre 2020.

La ragione principale della vittoria dei democratici infatti risiede nella forte caratura personale e di leadership dei loro candidati sia in Virginia sia in Kentucky, dove Andy Beshear ha vinto sia pure di strettissima misura, là dove in campo democratico a un anno dal voto presidenziale è sempre più evidente un doppio fenomeno: innanzitutto una estrema frammentazione dei candidati alle primarie.

AI DEMOCRATICI AMERICANE MANCA ANCORA UN LEADER

Con tutta evidenza non c’è al momento un “cavallo di razza”, un leader carismatico e popolarissimo di suo come è stata la grande sconfitta di Trump: Hillary Clinton. Dentro questa frammentazione del campo democratico si è poi sempre più rafforzato un fenomeno non nuovo nel campo del partito dell’asino: un radicale spostamento verso la sinistra – anche estrema – di quasi tutti i candidati ad eccezione di Joe Biden. Ma Biden, il candidato centrista più pericoloso per Trump, soffre innanzitutto di una sua leadership personale scialba (non a caso fatica molto nella fondamentale raccolta fondi) ed è anche indebolito dalle vicende legate ai rapporti tra suo figlio e l’Ucraina.

Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile,

Non è un caso che proprio su questa debolezza si sia puntato l’arsenale di guerra mediatica di Trump al quale i democratici hanno risposto con una procedura di impeachement che non arriverà mai a successo (la deve approvare il Senato con la maggioranza dei due terzi, là dove Trump gode di una maggioranza netta e per di più solida) e che rischia fortemente l’effetto boomerang. Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile, visto il loro programma in certi punti ancora più radicale di quello di Bernie Sanders (oggi molto appannato).

PER LE PRESIDENZIALE DEL 2020 È ANCORA TUTTO DA DECIDERE

La seconda ragione per la quale questo Super Tuesday non può dare indicazioni utili per fare pronostici sulle prossime presidenziali è insita nello stesso sistema di voto americano. Si pensi solo che Hillary Clinton perse clamorosamente nella conta dei fondamentali Grandi Elettori pur avendo ricevuto ben 2.800.000 voti in più di Trump (il 2% di vantaggio). In realtà il sistema federale rigido degli Usa sacrifica alla rappresentatività delle volontà dell’elettorato, la necessità di premiare il peso – a volte determinante – dei piccoli Stati a scapito dei più popolosi, i primi sono sovra-rappresentati quanto a Grandi Elettori, mentre i secondi sono pesantemente penalizzati. Dunque, sino a quando il quadro delle primarie non sarà definito e sarà chiaro quale sarà lo sfidante, e partiranno sondaggi attendibili, è inutile delineare scenari. Senza dimenticare che Trump arriverà al voto con successi consistenti sia nell’economia che nell’incremento dell’occupazione. Temi centrali nel voto Usa.

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L’autunno flop di Trump a un anno dalle elezioni 2020

L’emorragia di consensi tra le donne. L’impeachment. Il boomerang siriano e la batosta dell’Election Day. Il tycoon si circonda di uno staff di amazzoni per le prossime Presidenziali.

Ricostruirsi una verginità con le donne. Impossibile per Donald Trump, accusato di stupri e di molestie sessuali anche da una dozzina di americane, tra le quali figure dell’opinione pubblica. Ma proprio per ridurre il fossato scavato con l’elettorato femminile, l’inquilino della Casa Bianca fa il virtuoso con le quote rosa, attorniandosi di collaboratrici per la corsa delle Presidenziali del 2020. La metà dei 26 membri senior del nuovo staff della campagna, ha ricostruito Politico, sono donne: un bel salto dalle tre (inclusa la figlia-advisor Ivanka) nel team del 2016. E un passo obbligato: nelle settimane alla vigilia dell’Election Day del 5 novembre, il test elettorale delle Amministrative non esaltante per i repubblicani, un sondaggio di Fox News ha indicato il presidente Usa, incalzato dallimpeachment, sgradito anche al 65% delle donne della grande provincia americana.

Presidenziali Usa Election Day
Le donne americane contro la ricoferma di Trump alle Presidenziali 2020 (Foto: GettyImages).

LO STAFF DI MADRI TRUMPIANE

Un’altra indagine del Public Religion Research Institute ha mostrato un aumento di 11 punti, da settembre, al sostegno all’impeachment delle elettrici bianche con un background di scarsa istruzione: il target che nel 2016 invece, tra le donne, appoggiò Trump. Lo staff in rosa del presidente è costruito a tavolino per cercare di risalire questa china: «Donne in ogni età della loro vita», ha sottolineato la portavoce nazionale della campagna Kayleigh McEnany, giovane scrittrice di fede repubblicana. Meglio ancora se, come lei, incinte in questi mesi o già madri di parecchi figli. Di quattro pargoli la senior adviser Mercy Schlapp, ex funzionaria della Casa Bianca. Di tre la nuora Lara Trump, produttrice televisiva, presente naturalmente all’appello. La squadra di amazzoni conservatrici gira gli States, a manifestazioni come la recente “Women for Trump” in Minnesota. Con l’obiettivo di sfatare la fama da campione di misoginia del presidente-tycoon.

Nell’elettorato femminile si concentra l’emorragia di consensi di Trump

FONDI ROSA E 5 MILA VOLONTARIE

La macchina della propaganda ha un seguito di 4.600 nuove volontarie, iscritte nei 16 Stati per reclutare elettrici repubblicane. Un’altra leva per portare le americane al fianco del Gop sono i dati sui finanziamenti. Per la campagna del 2020 Trump cerca donatrici: nel 2016 le donne rappresentavano un quarto dei suoi contribuenti, nel 2019 sfiorano già la metà della torta. Il presidente americano riparte da loro, perché nell’elettorato femminile si concentra la sua emorragia di consensi, affatto semplice da ripianare. Sempre nei sondaggi di Fox News, quest’autunno Trump è precipitato sette punti sotto l’ex vicepresidente Joe Biden, favorito nelle primarie dei dem. Eppure certo non un volto nuovo, men che meno un campione di appeal. Il 56% degli americani si dice contro l’operato della Casa Bianca, a causa soprattutto dal drastico ritiro militare dalla Siria.

Presidenziali Usa Election Day
Americani pro impeachement, in vista delle Presidenziali Usa (Foto: GettyImages).

IL BOOMERANG DEL RITIRO DALLA SIRIA

Chi l’avrebbe detto. Trump ha accelerato il rientro di parte delle unità in Medio Oriente, come captatio benevolentiae elettorale. Invece la mossa è stata vista come un ingiusto tradimento degli alleati curdi. In una rilevazione della rete Cbs, solo il 24% degli interpellati ha approvato il disimpegno. Il 34% è contrario, il 41% si è dichiarato non informato a sufficienza. Probabilmente tra gli indecisi, l’altro grande vivaio di proseliti, per il tycoon sarà più facile attecchire che con le donne.

LA BATOSTA DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Mala tempora currunt, per Trump, anche nello scrutinio dell’Election Day: il voto per rinnovare le Assemblee legislative e i governatori di alcuni Stati. Dopo 26 anni la Virginia è andata ai democratici, anche nel Kentucky tradizionalmente dei repubblicani il candidato Matt Bevin contesta il risultato dell’avversario dem Andy Beshear, che gli ha strappato la vittoria per un pugno di 5 mila voti.

L’unica conferma a Trump è arrivata dal Mississippi roccaforte dello zoccolo duro del Grand old party (Gop) più conservatorista e razzista

Il trend dell’America antitrumpiana, non più a trazione anglosassone, traspare anche dalla conquista di un seggio, in Virginia, della democratica Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta al Senato. E, in Arizona, di Regina Romero prima donna sindaco e primo sindaco latinos di Tucson, fiera avversaria delle corporation. L’unica conferma a Trump arrivata dal Mississippi, roccaforte dello zoccolo duro del Grand old party (Gop) più conservatorista e razzista, non è un dato incoraggiante.

MOLLATO ANCHE DA MURDOCH SULL’IMPEACHMENT?

Nuovi colpi durante la sua corsa arriveranno dalla procedura aperta di impeachment, per il quale il 51% degli americani sarebbe ormai a favore (dal 42% di luglio 2019). Mai dire mai con il tycoon, come dimostra anche l’ingranaggio azionato delle “Women for Trump”. Ma ormai anche la Fox News di Rupert Murdoch, uno dei suoi maggiori sostenitori, fa infuriare Trump per i sondaggi da perdente.

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Il Super Tuesday Usa è uno schiaffo a Trump: perde in due Stati su tre

La Virginia torna democratica dopo vent'anni di regno dell'Elefantino. I dem rivendicano anche la vittoria in Kentucky dove il presidente si era speso fino all'ultimo comizio.

Se i risultati ancora non ufficiali saranno confermati, Donald Trump sarà destinato a perdere due elezioni su tre nel Super Tuesday del 5 novembre che rappresenta per lui un primo test in vista del voto per la Casa Bianca, sullo sfondo dell’indagine di impeachment.

Un sostenitore del presidente Trump durante un appuntamento elettorale alla Rupp Arena di Lexington, in Kentucky, 4 novembre 2019. EPA/MARK LYONS

IN KENTUCKY I DEM RIVENDICANO LA VITTORIA

In Kentucky, benché il risultato tra i due contendenti sia troppo ravvicinato per dichiarare ufficialmente il vincitore, il candidato dem Andy Beshear ha rivendicato il successo contro il governatore repubblicano uscente Matt Bevin col 49,2% dei voti contro il 48,9% (100% delle schede scrutinate). Bevin non ha concesso la vittoria ma, se l’esito fosse confermato, sarebbe una brutta scivolata per il tycoon, in uno Stato dove aveva vinto con un vantaggio del 30% contro Hillary e dove lunedì 4 novembre aveva tenuto il suo ultimo comizio proprio a sostegno del candidato repubblicano.

STORICA RICONQUISTA DEM IN VIRGINIA

Per i dem è invece trionfo sicuro e per certi versi storico in Virginia, dove hanno riconquistato l’intero parlamento dopo oltre 20 anni. Il Grand Old Party aveva una maggioranza risicata in questo Stato dove il tycoon comunque perse nel 2016 di 5 punti percentuali contro la Clinton.

IL MISSISSIPI ELEGGE IL REPUBBLICANO REEVES

Trump può leccarsi le ferite in Mississippi, dove con il 93% delle schede scrutinate per l’elezione del governatore il candidato repubblicano Tate Reeves resta saldamente in testa davanti al rivale dem, l‘attorney general Jim Hood (anti abortista e pro armi), con il 52,7% contro il 46%. Una proiezione della Cnn lo dà già per vincitore e Trump, che lo aveva sostenuto in un comizio venerdì 1 novembre, gli ha già fatto le congratulazioni via Twitter. Un successo che consente al Grand Old Party di mantenere questa carica in uno stato che nel 2016 Donald Trump vinse con il 17% di scarto su Hillary.

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Ora l’ambasciatore Sondland inguaia Trump sull’impeachment

Il diplomatico ha precisato che disse ai vertici ucraini che gli aiuti militari Usa erano subordinati a un annuncio sull'avvio di indagini contro i Biden.

L’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland ha cambiato la sua testimonianza nell’indagine di impeachment alla Camera precisando che disse a Kiev che gli aiuti militari Usa erano subordinati ad una dichiarazione pubblica sull’avvio di indagini contro i Biden. Una rettifica che compromette la posizione di Donald Trump, il quale ha sempre negato qualsiasi do ut des.

A sinistra il presidente Usa Donald Trump, al centro l’ ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sondland, a destra la first lady Melania Trump.

La testimonianza di Sondland è stata diffusa dalla commissione intelligence della Camera assieme a quella di un altro diplomatico: l’inviato Usa in Ucraina Kurt Volker.

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Ocasio-Cortez come Trump: deve patteggiare per aver bloccato un follower

Le deputata democratica costretta a scusarsi con un ex parlamentare che le aveva fatto causa per violazione del primo emendamento. Decisiva una precedente sentenza analoga contro il presidente.

La giovane pasionaria della sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e il presidente Donald Trump sono diametralmente opposti, fatta eccezione per la loro provenienza da New York e per la loro presenza costante sui social. E proprio su Twitter, il mezzo preferito dal tycoon, scivola la deputata star dei democratici.

CAUSA PER VIOLAZIONE DEL PRIMO EMENDAMENTO

Aoc, così com’è conosciuta, è stata costretta a chiedere scusa a uno dei follower che ha bloccato e che le ha fatto causa per violazione del primo emendamento sulla libertà di espressione. L’ex parlamentare democratico e fondatore di American against anti-semitism Dov Hikind ha presentato un’azione legale contro Ocasio-Cortez in luglio dopo che la deputata lo aveva bloccato su Twitter e aveva rivendicato con orgoglio il diritto di farlo.

IL BLOCCO DOPO GLI ATTACCHI IN SERIE RICEVUTI

Un blocco deciso da Aoc dopo i ripetuti attacchi, simili a «molestie», ricevuti da Hikind colpevole di aver superato il limite con le violente critiche al paragone fatto da Ocasio-Cortez fra i centri di detenzione al confine con il Messico e i campi di concentramento. Ma il blocco ha scatenato l’ira di Hikind che ha fatto causa alla parlamentare sventolando una precedente sentenza contro Trump, in base alla quale il presidente ha violato la costituzione bloccando follower su Twitter perché lo criticavano o si prendevano gioco di lui. Così come altri politici, incluso Trump, anche Ocasio-Cortez aveva inizialmente rivendicato che l’account @AOC era privato e quindi fuori dal controllo del governo a differenza di quello ufficiale @RepAOC.

OCASIO-CORTEZ COSTRETTA AL PATTEGGIAMENTO

La sentenza contro Trump non ha lasciato spazio a Ocasio-Cortez, costretta a patteggiare la causa e scusarsi pubblicamente con Hikind. «Ho rivisto la mia decisione di bloccare Dov Hikind dal mio account Twitter. Hikind ha il diritto garantito dal primo emendamento di esprimere le sue idee e non essere bloccato per farlo», ha detto Ocasio-Cortez. »Guardando indietro è stato sbagliato» bloccarlo, «chiedo scusa».

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Clima e inquinamento, Usa escono dall’accordo di Parigi: presentati i documenti


L'amministrazione statunitense ha presentato ufficialmente la documentazione per uscire dall'accordo sul clima e le emissione di gas serra, Con il deposito dei documenti scatta il conto alla rovescia di un anno per il ritiro totale dall'intesa. Gli Usa potranno rivedere il loro obiettivi di inquinamento e soprattutto rifiutarsi di riferire in merito alle Nazioni Unite.
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Trump perde l’appello sulla dichiarazione dei redditi

I giudici hanno respinto il ricorso del tycoon che si opponeva alla presentazione dei suoi dati fiscali. Il caso potrebbe passare alla Corte Suprema.

Una corte federale d’appello ha bocciato il ricorso di Donald Trump contro la sentenza che lo obbliga a presentare le dichiarazioni fiscali degli ultimi otto anni alla procura di Manhattan. I legali del tycoon avevano sostenuto che Trump, come presidente, è immune da indagini penali e che quindi la richiesta avanzata agli studi che posseggono i suoi dati è illegittima. Una motivazione che però è stata smontata in appello. A questo punto è probabile che Trump giochi l’ultima carta, quella della Corte Suprema.

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La storia di “Mister Fortuna”: in un anno vince due volte alla lotteria un milione di dollari


Rolf Rhodes ha vinto 1 milione di dollari alla lotteria del Massachusetts con un biglietto comperato in una stazione di servizio. Nel maggio dello scorso anno aveva vinto la stessa cifra alla stessa lotteria e aveva accettato di intascare subito 650.000 dollari in contanti rinunciando alla possibilità di prendere un assegno di 50.000 per vent’anni.
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Le elezioni in Uk e Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

Con la vittoria di Johnson nel 2019 e di Trump nel 2020 il Western World, con la sua storia e i suoi valori, volterebbe pagina definitivamente. Ma sia in Gran Bretagna sia in America la sfida elettorale resta aperta.

Dicembre 2019 e Novembre 2020. Sono queste le due date dell’incognita anglosassone. Se i Tory di Boris Johnson vinceranno il 12 dicembre il secondo referendum sulla Brexit camuffato da elezioni politiche, e se Donald Trump verrà confermato fra 13 mesi alla Casa Bianca con un risultato più solido di quello risicato del 2016, sarà possibile sostenere che dopo un secolo quasi esatto il nostro mondo ha definitivamente voltato pagina.

Non ci sarà più quello che nel Novecento, in modo più chiaro che in passato, è stato chiamato the Western World, il mondo occidentale con le sue strutture e soprattutto la sua mentalità multilaterale, se non nel senso di una comune – e vaga – discendenza dal mondo greco-romano-germanico e da un ormai altrettanto vago cristianesimo. E non ci sarà più perché la cultura da tempo dominante di questo mondo, quella anglosassone, potrebbe aver deciso di percorrere altre strade, privilegiando il nazionalismo del my country, right or wrong, più gentilmente declinato in francese con il chacun pour soi et Dieu pour tous.

Verrebbero insomma mollati gli ormeggi, mentre gli avversari dell’Occidente sanno benissimo che cosa questa parola significa, come spiegano anche per i più distratti le minacce a Stati Uniti ed Europa del nuovo leader dell’Isis, al-Qurayshi. Quella di “mondo occidentale “ è un’espressione geografica abbastanza precisa (Europa occidentale e oggi centroccidentale, Nordamerica, più varie appendici, in primis Australia e Nuova Zelanda, con il Giappone partner associato) e per il resto un concetto antico e vago che solo nell’Ottocento ha incominciato a formarsi nella sua versione moderna.

IL MONDO OCCIDENTALE SCOSSO DA FORZE CENTRIFUGHE

La prima capitale del mondo occidentale è stata Londra, come zenith del potere europeo e quindi occidentale. Ma nel 1915-1919 era semirovinata finanziariamente dal primo conflitto mondiale e stava passando la mano al tandem New York-Washington, nuovo baricentro globale della finanza in attesa di diventarlo, con la Seconda guerra mondiale, anche della politica e degli equilibri geo-strategici.

La triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo

Questo mondo della triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo già avanzati 25 anni prima e creava non solo il concetto moderno, utile in politica e in propaganda, di Western World, ma lo dotava di strutture precise, dalla Nato alla stessa integrazione europea, a molto altro e al Fondo monetario internazionale, parto congiunto americano e, grazie a John Maynard Keynes, britannico.

Roosevelt, De Gaulle e Churchill nel 1943.

Naturalmente nel frattempo ciascuno nella triade perseguiva i propri interessi: Washington, ad esempio, faceva il possibile e l’impossibile per accelerare lo smembramento dell’Impero Britannico, ma su temi strategici finanziari e monetari si proclamava, e spesso praticava, la politica delle decisioni collegiali. Il comunismo come arma nelle mani del nazionalismo russo contribuiva, per reazione, a tenere unito il tutto. Le spinte centripete subiscono però oggi – e ad opera di quegli anglosassoni che ne furono i maggiori protagonisti – l’attacco delle sirene centrifughe.

LA PARTITA DEL REGNO UNITO RESTA APERTISSIMA

Trump sottoscrive in pieno il significato congiunto e “decisivo” dei due voti, sia pure separati da quasi un anno di tempo, e sa benissimo che una vittoria di Johnson – amico di cui parla sempre benissimo – sarebbe più che utile alla sua rielezione. In un’intervista radio concessa all’iper brexiteer britannico Nigel Farage suo fedele estimatore, ha detto il 31 ottobre che l’accordo fin qui raggiunto da Johnson con Bruxelles non va bene, restano troppi legami; che solo una Hard brexit restituirà al Regno Unito la sua libertà; e che un’alleanza elettorale Johnson-Farage sarebbe imbattibile.

Johnson è il favorito ma la sua strada è in salita

Riuscirebbe forse ad avviare lo sfascio dell’Unione europea, vero obiettivo di Trump per motivi puramente commerciali e senza minimamente valutare tutte le altre conseguenze. Come non le valutano i brexiteer britannici, interessati solo alla vittoria del loro nazionalismo. Sull’alleanza con Farage hanno comunque idee diverse da Trump. Oggi, e prima di sei settimane di campagna elettorale durissima e imprevedibile come nessuna degli ultimi 70 anni, Johnson è il favorito; i sondaggi lo danno avanti di 10 punti dal laburista Jeremy Corbyn, 34% a 24%.

Jeremy Corbyn.

La sua tuttavia è una strada in salita perché deve conquistare una maggioranza, almeno 320 seggi, che per ora non ha e che già Theresa May perdeva nel voto anticipato del giugno 2017, quando i sondaggi la davano vincente ma lasciò sul campo 19 deputati. Nel sistema maggioritario secco vince il seggio chi in ogni collegio ha la maggioranza relativa dei voti e non c’è nessun recupero per le altre liste; questo favorisce i Tory e comunque i due partiti maggiori. Come nel sistema presidenziale americano, non contasolo il numero dei voti ma come sono distribuiti geograficamente, per cui ad esempio nel 2017 i conservatori conquistavano 317 seggi con 13,6 milioni di voti e i laburisti 262 con 12,9 milioni di voti, perché più spesso dei Tory erano arrivati secondi.

L’ALLEANZA PRO BREXIT TRA JOHNSON E FARAGE RESTA IMPROBABILE

Il sistema presenta tuttavia due grosse incognite, una tecnica e non nuova, una squisitamente politica, unica e inedita. La prima è che ci sono circa 100 seggi dove la differenza tra il più votato, e vincitore, e il secondo, è stata nel 2017 di meno di mille voti, e una serie di modesti cambiamenti riserverebbe molte sorprese . La seconda è che il desiderio di schierarsi e rispondere alla domanda di fondo per cui questa consultazione è nata, sì o no alla Brexit, farà premio su molte altre considerazioni e su vari programmi e potrebbe rompere notevolmente gli schemi, a favore dei liberal-democratici tutti filo-Ue ma anche con travasi fra Tory e Labour: per un Tory europeista non sarà facile votare Johnson.

I conservatori sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson

Così come un laburista brexiteer ci penserà due volte prima di votare Corbyn: il leader dei laburisti è deciso, nel caso diventasse premier, a rinegoziare con Bruxelles un legame che riprende vari punti dell’intesa concordata da Theresa May e assai più organico di quello molto sommario, e anticamera di una No deal brexit, voluto da Johnson. Questa intesa, accanto all’opzione remain, Corbyn la vuole poi sottoporre a referendum, con il rimanere nella Ue come seconda opzione. E un nuovo referendum, anche per un laburista ma brexiteer, è anatema. Quindi, nessuno può oggi tracciare un pronostico credibile su un voto che sarà uno dei più cruciali della storia moderna britannica.

Boris Johnson.

Quanto alla gaffe che Trump ha commesso caldeggiando un’alleanza Johnson-Farage, si tratta probabilmente di una strada non percorribile; i Tory si sono subito avviati a una campagna dove cercheranno di essere loro «il partito della Brexit», come già hanno detto, difficilmente ci sarà quindi spazio per il Brexit Party di Farage. I conservatori poi sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson, accordo sommario e ambiguo ma che consente di dire che un’intesa c’è, mentre Farage vuole l’uscita secca e senza accordi, e su questo non può fare passi indietro. Ma non sono da escludere del tutto intese elettorali locali.

TRUMP CON LA SPADA DI DAMOCLE DELL’IMPEACHMENT

A fronte delle varie incognite di Johnson e, specularmente, dei suoi antagonisti, Donald Trump, quando a gennaio la campagna elettorale americana entra nel vivo, ne avrà una sola: l’impeachment ormai avviato. Se usciranno prove gravi di comportamenti in aperta violazione della legge, non solo dello stile e della comune onestà, e il Senato dovrà considerare seriamente una sua condanna dopo la scontata incriminazione da parte della Camera, Trump rischia molto. Se invece questo non accade, le probabilità di una riconferma sono notevoli, nonostante il personaggio.

Donald Trump.

A meno che i democratici non riescano a trovare quello che finora manca: un candidato forte da apporgli e in grado di controllare, ad esempio, fenomeni che, come quel circuito di poche migliaia di voti che nel Wisconsin e in altri due Stati del Midwest, facevano nel 2016 la differenza. Furono 68 mila voti popolari in tutto, 22.748 nel Wisconsin su un totale di 3 milioni e appena 10 mila in Michigan su 4,5 milioni, a spostare per Trump i favori dell’electoral college grazie a Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, Stato quest’ultimo dove su 72 contee ben 23 che avevano votato Obama nel 2012 passarono con Trump.

Se volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi

Avere Trump ancora presidente fino al 2024 è al momento più probabile che non avere Boris Johnson con una solida maggioranza, e premier, fra un mese e mezzo. Se entrambi i casi tuttavia si verificheranno, volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi; non assicurano il Paradiso in terra, ma hanno contribuito e molto alla relativa stabilità del mondo che conosciamo. E sarà il Western World di Trump e di Johnson. Chi vorrebbe acquistare, da entrambi, un’auto usata?

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Grassino, presidente del Cisu: «Siamo ufologi non complottisti»

Interessarsi agli Ufo e farsi delle domande non significa sposare per forza teorie assurde. Anzi. Vuol dire dialogare con la scienza. L'intervista.

«Siamo ufologi, non complottisti. Anzi, vogliamo dialogare con la scienza». Mette subito le cose in chiaro Gian Paolo Grassino, presidente del Centro Italiano Studi Ufologici (Cisu), associazione culturale nata nel 1985 che il prossimo 23 novembre a Bologna tiene il suo 34esimo congresso nazionale dal titolo: «Gli Ufo del Pentagono: il caso del secolo o una nuova grande illusione?». «Non andiamo a caccia di marziani», continua Grassino parlando a Lettera43.it. «Vogliamo solo cercare di capire. Per la gran parte delle cose strane che la gente ritiene di aver visto in cielo in realtà ci sono spiegazioni convenzionali, ma restano comunque alcuni casi non spiegati che meritano un approfondimento. E poi nei 72 anni in cui si è parlato di Ufo si è creata una mitologia che ha influenzato la pubblicità, la comunicazione, la moda. È un fenomeno culturale che pure cerchiamo di spiegare».

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Un frame di uno dei tre video in cui la Marina ha ammesso la presenza di Ufo

DOMANDA. Quindi secondo lei gli Ufo non sono necessariamente navi spaziali venute da altri pianeti…
RISPOSTA. Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati e i nostri archivi sono tra i più ampi d’Europa. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati. Partire subito dalle conclusioni è sbagliato, ed è difficile oggi parlare di prove di visite extraterrestri.

Ci sono scienziati che dialogano con voi?
Certamente. Alcuni anni fa a un convegno abbiamo avuto l’onore di ospitare il fisico Tullio Regge (scomparso nel 2014, ndr). Anche se l’attenzione mediatica è sempre per l’elemento extraterrestre, pensiamo sia giusto andare con i piedi di piombo.

Anche se ora anche la Marina militare Usa ha ammesso l’esistenza di oggetti non identificati...
Sì, questa volta occorre capire meglio cosa c’è di concreto dietro l’ultimo rilascio di documentazione statunitense, perché in realtà la situazione è molto più complicata di quanto appare. C’è infatti anche una operazione pubblicitaria legata a un ente privato che sta producendo documentari sull’argomento.

Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati

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Ma le ultime informazioni desecretate rappresentano davvero una svolta?
In realtà, no. Sono filmati realizzati due anni fa durante alcune esercitazioni che circolavano da due anni e senza particolare clamore. Adesso la Marina Usa ha ammesso che sono Uap: non oggetti volanti non identificati (Unidentified Flying Objects), ma fenomeni aerei non identificati (Unidentified Aerial Phenomenon).

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E cosa significa?
Gli americani hanno detto chiaramente: «Non sono astronavi extraterresti, ma oggetti che non abbiamo identificato». Questo significa che potrebbero essere droni, velivoli che controllavano le esercitazioni. Insomma, qualcosa di spiegabile. Sono fenomeni da studiare: è questo il nostro approccio. Ovvio che se invece sosteniamo che la Marina Usa ha ammesso l’esistenza degli alieni ci facciamo solo ridere dietro.

Ma come mai gli Ufo si “vedono” solo da 72 anni?
Le interpretazioni possibili sono tre. Primo perché prima non esistevano le tecnologie necessarie per osservarli. Secondo perché gli avvistamenti ufologici venivano interpretati in modo diverso, magari in chiave mistico-religiosa. Terzo perché si tratta di un mito basato su archetipi derivanti dalle angosce dell’era atomica e spaziale. Tutto è cominciato il 24 giugno 1947, quando l’agente di commercio e pilota civile Kenneth Arnold riferì di avere osservato nove insoliti oggetti volare in schieramento vicino al Monte Rainier, nello Stato di Washington. Venne ritenuto un testimone attendibile e credibile perché era un pilota, giovane e forte. L’ufologia prese il via da lì.

E poi?
Poi si cominciò a osservare il cielo e a scoprire cose strane. Molte sono state spiegate, altre non ancora. Certamente viene il dubbio: anche prima c’era qualcosa che non riuscivamo a capire?

E qui si entra nell’ambito dell’archeologia spaziale, di cui l’italiano Peter Kolosimo fu un importante esponente.
Tra l’altro assieme alla vedova stiamo raccogliendo i suoi materiali. Peter Kolosimo ha scritto una quantità di opere inimmaginabile per i comuni mortali. L’Archeologia spaziale è un tema certo affascinante, ma più letterario che scientifico. Diciamo che non è il nostro punto di riferimento, anche se ripeto di fenomeni strani se ne sono verificati.

Per esempio?
Nel 1946 in Europa si raccontò di un’ondata di luci strane. Nel 1896 negli Usa vennero avvistate alcune aeronavi, almeno così vennero descritte, paragonandole a quel che volava all’epoca: dirigibili e palloni. Noi stessi abbiamo pubblicato un catalogo dei fatti anomali che si intitola Strane luci nei cieli d’Italia, e che esamina oltre 2000 casi dall’antichità a oggi. Bisogna però avere sempre l’accortezza di non leggere eventi del passato senza conoscere il contesto, altrimenti c’è il rischio di dire assurdità. Una cosa è trovare un trattato medioevale che descrive una luce strana in cielo; altra cosa è rileggere Ezechiele e pensare che i carri di luce siano astronavi.

Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto

E qua da Peter Kolosimo si arriva ad Alfredo Castelli e al suo Martin Mystère. Un grande fumetto, però basato sull’idea complottista di uomini in nero, una specie di setta che cerca di distruggere le prove di “verità alternative”. E in molti hanno preso queste idee sul serio…
La storia degli uomini in nero che nasce negli Anni 50 è divertentissima, ma è chiaramente assurda. Chi fa l’ufologo sul serio sa per esperienza che i militari non solo non nascondono, ma spesso collaborano e condividono le informazioni. Noi, per esempio, abbiamo uno splendido rapporto con i carabinieri. Però sono militari, non bisogna dimenticarlo. E hanno le loro priorità.

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E l’area 51?
Sul caso Roswell ci fu un depistaggio per coprire alcuni esperimenti con palloni stratosferici. Grattando sotto la superficie, ogni volta che ci viene detto che non è possibile avere informazioni su un caso salta fuori che semplicemente era in corso una missione di addestramento operativo non condivisibile per ragioni militari. Punto.

Niente Ufo, quindi…
L’Area 51 è come la base di Aviano, solo che immensa. È grande come una provincia italiana, ha cinque aeroporti, ci lavorano migliaia di persone. Ma si può pensare seriamente che tutte queste migliaia di persone siano parte di un complotto?

Eppure il complottismo in campo ufologico dilaga…
Lo so. Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto.

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Intervista di Barr a Fox News, Palazzo Chigi: «Nessun riferimento all’Italia»

La presidenza del consiglio ha smentito le ricostruzioni diffuse dalla agenzia Adnkronos il 28 ottobre sulle dichiarazioni rese dal ministro della Giustizia americano sul Russiagate.

La smentita non fa nomi. Ma è chiaro che la presidenza del consiglio si riferisce al lancio diffuso dall’agenzia Adnkronos che riportava tradotti stralci dell’intervista rilasciata all’emittente americana Fox News dal ministro della Giustizia Usa William Barr sul Russiagate, inserendo l’Italia tra le nazioni da cui avreppe potuto trarre informazioni utili sul caso. «In riferimento alle dichiarazioni di William Barr rilasciate in un’intervista a Fox News il 28 ottobre scorso si fa presente che, contrariamente a quanto rilanciato da alcune agenzie di stampa italiane all’indomani dell’intervista, l’Attorney General Usa non ha mai fatto esplicito riferimento all’Italia», sottolineano da Palazzo Chigi. Barr, infatti, ha dichiarato letteralmente: «Bene, alcuni dei Paesi che John Durham pensava potessero avere alcune informazioni utili all’indagine volevano preliminarmente parlare con me della portata dell’indagine, della natura dell’indagine e di come intendevo gestire le informazioni riservate, e così via», afferma Barr. «Quindi ho inizialmente discusso di queste questioni con quei Paesi e li ho presentati a John Durham, e ho creato un canale attraverso il quale il signor Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». La conclusione della presidenza del consiglio è secca, per non dire seccata: «Dunque», argomentano le stesse fonti, «a differenza di quanto riportato da alcune agenzie italiane, e a seguire da alcuni quotidiani e tg nazionali, l’Italia non è mai stata espressamente citata dal ministro Barr».

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