Sparatoria nel centro di Washington: almeno un morto

Una persona ha perso la vita e cinque sono state ferite in uno scontro a fuoco a Columbia Heights, vicino alla Casa Bianca.

È di un morto e cinque feriti il bilancio della sparatoria a Columbia Heights, nella parte nordoccidentale di Washington, non lontano dalla Casa Bianca. Non si sa ancora chi abbia sparato e perché.

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La Marina militare Usa ha ammesso l’esistenza di Ufo

In un video del 2004 e in due del 2015 sono stati filmati oggetti volanti non identificati. Ma questo non vuol dire che siano alieni. Anzi.

Le autorità militari statunitensi hanno ammesso per la prima volta l’esistenza di Ufo. Lo ha riferito l’emittente americana Cnn, precisando che tre «fenomeni aerei non identificati» risalgono al 2004 e al 2015 e sono stati resi pubblici soltanto nel 2018 dal New York Times e da To The Stars Academy of Arts & Sciences, gruppo dedicato alla ricerca sugli Ufo e la vita extraterrestre co-fondato dal cantante dei Blink 182 Tom DeLonge.

NESSUN RIFERIMENTO AGLI ALIENI

Attenzione: non si parla in nessun caso di alieni. I velivoli a cui viene applicata la sigla Ufo, traducibile in italiano come “oggetto volante non identificato“, identificano solamente quei fenomeni a cui la Marina americana non riesce a dare una spiegazione. In parole povere, non sa ancora cosa siano. Ma questo non significa che arrivino dallo spazio. I video sono stati resi pubblici soltanto ora a causa di una modifica nelle linee guida della Marina, che ha incentivato il suo personale a segnalare ogni oggetto volante che non riuscisse a identificare chiaramente, al contrario di quanto accadeva in passato. Il portavoce della Us Navy Joe Gradisher ha aggiunto: «Ci sono incursioni frequenti nei nostri campi di addestramento e rappresentano un pericolo per la sicurezza in volo dei nostri aviatori e per le nostre operazioni»

UN VIDEO È DEL 2004, GLI ALTRI DUE DEL 2015

Il primo video, chiamato Flir1, è stato girato nel 2004 da una telecamera posizionata su un cacciabombardiere FA/18 durante un’esercitazione. Il comandante David Fravor aveva parlato a una tivù locale del fenomeno come «qualcosa che non appartiene a questo mondo», senza però dare corpo alla sua sensazione con dati oggettivi. Gli altri due video, Gimbal e Gofast, sono stati girati nel 2015 in un’area vicina a un centro militare dell’esercito per il pattugliamento aereo e marino. Resta quindi il sospetto che si trattasse di un velivolo sperimentale, anche perché sarebbe molto difficile che un eventuale Ufo potesse volare indisturbato all’interno di uno degli spazi aerei più sorvegliati al mondo. È già successo, inoltre, che velivoli scambiati per uso fossero in realtà dei prototipi militari.

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India e New York vietano le e-cig dopo i casi di morte

Negli Stati Uniti 450 ricoveri e 7 morti per malattie legate alla sigaretta elettronica. In Italia? Le regole sono severe e i veri rischi si corrono con il fai da te. Il punto sullo "svapo".

L’India, secondo Paese al mondo per numero di fumatori, ha deciso di adottare la linea dura contro la sigaretta elettronica: vietato produrre, importare, esportare e distribuire e-cig. E tra le pene per chi viola la legge sono previsti fino a tre anni di reclusione. Anche lo stato di New York è passato alla tolleranza zero, diventando il secondo negli Stati Uniti – dopo il Michigan – a mettere al bando le sigarette elettroniche, con l’eccezione di quelle al mentolo o al tabacco.

MARYLAND E WASHINGTON PRONTI ALLA STRETTA. E TRUMP?

La ministra delle Finanze indiana Nirmala Sitharaman ha spiegato: «La decisione del governo indiano è stata presa tenendo a mente l’impatto che le sigarette elettroniche hanno sui giovani oggi». Il bando non interessa i prodotti da tabacco tradizionale, ma non è ancora chiaro se il divieto riguarderà anche l’utilizzo di apparecchiature per lo “svapo“. Negli Stati Uniti, invece, diventa sempre più forte la richiesta di provvedimenti da parte dell’amministrazione guidata da Donald Trump. I numeri parlano di sette morti e almeno 450 casi di malattia polmonare legata allo “svapo” di sostanze aromatizzate. L’ultima vittima è stato un 40enne della California morto il 17 settembre 2019 per un’insufficienza polmonare legata all’uso di e-cig. Anche il Maryland e il District of Columbia, dove si trova la capitale federale Washington, stanno valutando misure per frenare la diffusione delle sigarette elettroniche, in particolare tra i giovani, come una prescrizione medica per l’acquisto di prodotti da fumo non tradizionali.

IN ITALIA NORME RIGIDE: EVITARE A TUTTI I COSTI IL FAI DA TE

Ci sono rischi di una stretta sulle sigarette elettroniche anche in Italia? Lo aveva escluso ad agosto 2019 Umberto Roccatti, presidente di Anafe, l’Associazione nazionale produttori fumo elettronico aderente a Confindustria: «Nel nostro Paese le regole sono rigide e ogni prodotto immesso sul mercato è sottoposto ad analisi estremamente approfondite. Ma soprattutto, il consumatore finale è sempre ben informato sui rischi del fai da te, pratica pericolosa che scoraggiamo con forza. Per questo motivo, ribadiamo l’importanza per i consumatori di rivolgersi solo ai punti vendita autorizzati dove è possibile acquistare prodotti sicuri e certificati». E instillare dubbi, secondo Roccatti, non voleva dire criminalizzare una pratica che era del 95% meno dannosa delle sigarette tradizionali: «Di tabagismo muoiono circa 8 milioni di persone al mondo ogni anno ed è questo il vero allarme di cui si parla sempre troppo poco».

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Chi è Robert O’Brien, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Usa

Il diplomatico è attualmente inviato speciale per le questioni riguardanti ostaggi americani. Di pochi giorni fa una sua foto davanti alla nuova ambasciata a Gerusalemme.

Il presidente americano Donald Trump ha nominato il successore di John Bolton: il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sarà Robert O’Brien, un alto dirigente del Dipartimento di Stato Usa.

O’Brien attualmente ricopre il delicato incarico di inviato speciale del presidente per le questioni riguardanti gli ostaggi americani, presso il Dipartimento di Stato. “Ho lavorato a lungo e duramente con Robert. Farà un grande lavoro!”, scrive Trump su Twitter. Risale al 10 settembre una sua foto davanti alla nuova ambasciata americana a Gerusalemme: con tutta probabilità, per quanto riguarda il Medio Oriente, la posizione del nuovo consigliere è in linea con quella del suo predecessore.

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Come è andato il terzo dibattito dem per le elezioni 2020

Warren e Sanders insieme contro il favorito Biden. Ma il convitato di pietra è ancora l'ex presidente Barack Obama.

Tutti uniti contro Donald Trump, definito “pericoloso”, “il peggior presidente della storia americana a cui dal primo gennaio 2021 gli americani diranno goodbye”. Ma il bersaglio comune sul palco della Texas Southern University di Houston e’ Joe Biden, il frontrunner, che alla fine della lunga serata riesce ad emergere senza le ossa rotte dal terzo dibattito in tv tra i candidati democratici alla presidenza. Un dibattito in cui sono venute fuori le due anime del partito, quella moderata e quella più liberal, ma che a caldo non sembra aver spostato di molto gli attuali equilibri. Resiste l’ex vicepresidente: agli attacchi del senatore socialista Bernie Sanders, che lo accusa di aver votato per la guerra in Iraq, e a quelli della paladina progressista Elizabeth Warren, che critica duramente l’Obamacare. E resiste anche agli affondi del texano Julian Castro che in un paio di occasioni quasi lo bullizza, prima rimproverandogli i vuoti di memoria (“Ma che fai non ti ricordi quello che hai detto due minuti prima?”), poi il fatto di nascondersi sempre dietro alla figura di Obama (“Dici io c’ero, io c’ero, ma non rispondi a nulla”). Una tattica quella di Castro che pero’ finisce per trasformarsi in un boomerang. E se sul palco i candidati che aspirano alla nomination sono dieci, non v’e’ dubbio che il convitato di pietra e’ proprio l’ex presidente Barack Obama che, dall’alto di una popolarità intatta, si riprende indirettamente la scena, tanto da essere forse lui il vero vincitore della serata, elogiato da tutti. Prima del dibattito Biden posta un video in cui torna a lodarlo, mentre davanti alla platea di Houston e a milioni di americani incollati alla tv rimprovera i suoi avversari di partito di strapazzare l’eredita’ dell’ex presidente, già messa in serio pericolo da Trump. Come sulla sanità, dove Biden propone di estendere quell’Obamacare tanto avversata da Sanders e Warren, che fanno asse e rilanciano la proposta del ‘Medicare for all’, l’assistenza sanitaria gratis per tutti gli over 65. “E chi pagherà il conto?”, replica Biden, giudicando il piano troppo salato. C’era un altro texano sul palco, Beto O’Rourke, in ombra nei dibattiti precedenti e che stavolta a differenza di Castro sfrutta la situazione di giocare in casa, lui che e’ di El Paso, la città della recente strage. Cosi’ e’ proprio sulle armi che prende il più lungo applauso della serata: “Maledizione! Vi toglieremo i vostri Ar-15!”, sbotta spiegando il suo programma per vietare la vendita dei fucili di assalto e recuperare quelli già in circolazione. La senatrice californiana Kamala Harris si e’ invece distinta per i suoi affondi su Trump: “Lo so che ci sta guardando e le voglio dire che lei semina odio, divisioni e paura. Ora può tornare a guardare Fox News”, ha aggiunto creando un momento di ilarità. Cosi’ come quando ha paragonato Trump al Mago di Oz: “Un grande ego, ma quando tiri via la tenda e’ un piccolo uomo”. Il momento migliore di Pete Buttigieg, sindaco di South Bend e veterano, e’ stato invece in chiusura, quando alla domanda su cosa significasse per lui resilienza, ha ricordato il difficile percorso di coming out che lo ha portato ad essere il primo candidato dichiaratamente gay della storia: “Non e’ stato facile nell’esercito ai tempi del ‘dont’ ask don’t tell’ e nello stato dell’Indiana in cui era governatore Mike Pence”. Trump da Baltimora avverte: “Le loro proposte sono antitetiche ai valori e agli interessi degli americani comuni”. E poi fa la sua scommessa: “Salvo clamorose sorprese il mio avversario sarà Biden”.

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Perché Trump non poteva più lavorare con Bolton

Il presidente Usa ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. L'ex consigliere invece mira a scardinare i regimi, senza trattare con loro. Ora alla Sicurezza nazionale si apre la strada per un non-guerrafondaio.

Il brusco licenziamento di John Bolton, ultimo di una lunghissima serie nell’amministrazione Trump, una volta tanto ha ragioni chiare, politiche, che ci permettono di mettere a fuoco la strategia di politica estera del presidente americano.

Con tutta evidenza a suo tempo Donald Trump ha nominato Bolton suo consigliere per la Sicurezza nazionale, non perché ne condividesse la strategia oltranzista, ma per dare più peso, più forza alle sue minacce belliciste nei confronti della Corea del Nord, dell’Iran e del Venezuela. Ma in realtà Trump non ha mai condiviso e non condivide gli obiettivi strategici di Bolton che si possono riassumere in due parole: regime change.

LA FILOSOFIA REGIME CHANGE DI BOLTON ORMAI INDIGESTA A TRUMP

Da sempre, sin da quando era ambasciatore all’Onu di George W. Bush, Bolton ha agito nella convinzione che solo la caduta del regime degli ayatollah a Teheran potrebbe pacificare il Medio Oriente. Identica la sua posizione circa il regime di Nicolas Maduro in Venezuela. Quanto alla Corea del Nord, Bolton è convinto che solo una ulteriore e drammatica escalation militare americana può ricondurre a ragione il regime di Kim Yong Un.

Trump ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. Bolton invece mira a scardinare i regimi

Ma Donald Trump non è e non è mai stato di questa idea, anche perché imporre il regime change a Teheran e Caracas comporterebbe un impegno militare enorme degli Stati Uniti che è esattamente l’opposto delle sue intenzioni, del suo America first. Il grande immobiliarista Trump applica alle crisi planetarie la stessa linea di trattativa dura, durissima, che ha praticato per accaparrarsi grattacieli a Manhattan: pugni sul tavolo, minacce spregiudicate agli avversari, in vista di un accordo alle condizioni per lui migliori. Trump ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. Bolton invece mira a scardinare i regimi, senza trattare con loro.

TUTTI I NO DI THE DONALD AL CONSIGLIERE

Inoltre, Bolton ha collezionato due gravi insuccessi che l’hanno messo per di più in linea di collisione col segretario di Stato Mike Pompeo: ha spinto Trump a schierarsi con forza a fianco di Juan Guaidò in Venezuela, promettendogli l’imminente e certo collasso dell’appoggio dei militari al regime. Promessa che si è verificata fallace come non mai. In Afghanistan Bolton ha poi pienamente sbagliato la trattativa con i talebani costringendo Trump a fare saltare all’ultimo minuto un suo incontro con una loro delegazione a Camp David dopo due attentati sanguinari a Kabul.

Donald Trump e John Bolton.

Per non parlare della risposta militare durissima approntata da Bolton all’abbattimento di un costoso drone da parte dei Pasdaran che Trump ha cancellato pochi minuti prima che i bombardieri americani partissero a copire basi militari iraniane. Troppi errori. Ora, si vedrà quale sarà la scelta di Trump per sostituire Bolton in un anno elettorale cruciale. C’è da scommettere che non sarà un guerrafondaio.

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Perché Donald Trump ha silurato il falco John Bolton

Il presidente Usa ha usato il consigliere per la Sicurezza per alleggerire la pressione del Pentagono e in funzione anti-Iran. Poi, contrario a ogni intervento militare, se ne è liberato visto che il suo unico obiettivo è la riconferma nel 2020.

Il falco dei falchi John Bolton è il terzo consigliere alla Sicurezza nazionale fired, fatto fuori, da Donald Trump dal suo arrivo alla Casa Bianca.

Un colpo di spugna compiuto, come al solito, nell’arco di una notte e con un tweet, per umiliarlo ancora di più. Bolton è durato più degli altri silurati, ma nessuno tra gli osservatori della politica americana avrebbe scommesso sul traguardo della scadenza nel 2020.

Trump ne aveva abbastanza di lui, e da mesi, come già successo a una sfilza di portavoci, collaboratori e segretari della sua Amministrazione. Ma l’insofferenza per Bolton era ancora maggiore, anche se va detto che nessuno più dell’ex consigliere per un certo periodo ha fatto tanto comodo al presidente. Il tycoon aveva chiamato a sé l’ex ambasciatore degli Usa all’Onu che fu tra gli architetti della guerra all’Iraq del 2003, noto lobbista dei suprematisti bianchi e degli ultra-sionisti ebraici, dopo aver cacciato, nell’ordine Michael Flynn, nel 2017, e H.R McMaster, nel 2018.

Trump Bolton Usa elezioni 2020
L’ex advisor alla Sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton. GETTY.

BOLTON IL ROTTAMATORE

Del primo – in pieno Russiagate – erano palesi le collusioni con i russi e l’attitudine a farsi assoldare da tutti. Il secondo rappresentava l’establishment del Pentagono, un’eminenza grigia della struttura militare che preme da sempre su ogni presidente americano, e della quale Trump si voleva liberare. Con Bolton le riunioni del National security council alla Casa Bianca si erano diradate: per mesi la politica estera e la difesa venivano decise in discussioni ristrette a Trump e pochi altri ligi aiutanti. Ma c’era sempre più disaccordo, a quanto pare, tra il falco repubblicano e il tycoon. Molto insoddisfatto, per non dire furiboldo, per le previsioni di Bolton poi risultate sistematicamente sbagliate (dal Venezuela, alla Russia, all’Iran), e per i passi falsi mossi di conseguenza. La strategia della «massima pressione» non ha fatto cedere gli ayatollah persiani, né ha rovesciato il regime di Nicolas Maduro a Caracas. E dal Cremlino Vladimir Putin, una volta rotto l’accordo del 1987 sui missili insieme con gli Usa (Inf), si sta armando fino ai denti.

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Donald Trump e Vladimir Putin.

UNO SPAURACCHIO DA USARE

In verità le vedute di Trump e Bolton sono sempre state agli antipodi sulle missioni militari e sulle annesse posizioni con la Russia: il tycoon è per il ritiro, il falco per le guerre contro tutti. I due differivano, nella sostanza, anche sul futuro dell’Iran e sulla Corea del Nord. Coincidevano in compenso su Israele, finché si trattava di Palestina. I metodi durissimi di Bolton però erano l’ideale per allontanare gli strateghi militari della stagione di Barack Obama. Trump lo ha usato anche come spauracchio contro l’Iran: peccato che l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale la guerra la volesse davvero, e il tycoon invece voleva tutto l’opposto. Trump ha avuto addirittura l’ardire di organizzare un vertice segreto a Camp David, negli Usa, con i talebani, alla vigilia dell’11 settembre. Solo per poter esibire per l’anniversario, con una megalomania un po’ ingenua, un accordo di pace con chi fiancheggiò o addirittura contribuì (alcuni leader talebani sono ex detenuti di Guantanamo) alle stragi del 2001. Una scena aberrante – non solo per Bolton -, tant’è che alla fine l’incontro è saltato.

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Vladimir Putin accoglie John Bolton al Cremlino nel 2018. GETTY.

L’ANSIA DI UN ACCORDO DEL SECOLO

Ma il canovaccio sarebbe stato lo stesso delle strette di mano tra l’inquilino della Casa Bianca e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, con Bolton spedito nel giugno scorso in missione diplomatica in Mongolia. Mentre il presidente Usa era in cerca di un «accordo storico» da incorniciare, per far colpo alle Presidenziali del 2020. Con questa ambizione Trump ha sfasciato tutte le intese di Obama proprio grazie a Bolton: l’unico disponibile a stracciare l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran. Per poi scendere a più miti consigli e voler – Iran permettendo – incontrare il presidente Hassan Rohani. In questa estate di «disaccordo su tutto» con il suo top advisor alla Sicurezza, il tycoon ha accelerato per una mediazione con gli iraniani, attraverso il presidente francese Emmanuel Macron. Mentre Bolton, alla vigilia del G7, ha aborrito anche le aperture pubbliche di Trump verso Putin, sulla «Crimea portata via da Obama» e per «tornare a un G8 con la Russia».

SVOLTA, MA CON CHI?

Un negoziato sull’Ucraina con Mosca, complice ancora la moral suasion di un attivissimo Macron, è il piano B di Trump per riuscire a chiudere il suo «accordo del secolo» prima del voto, dovesse fallire anche il tentativo con l’Iran. C’è attesa sul nome, annunciato da Trump per la prossima settimana, del quarto consigliere alla sicurezza nazionale. Fired (anche) Bolton, appena dopo il licenziamento di fine agosto di Madeleine Westerhout, assistente personale del presidente, si prospetta una svolta nella politica estera degli Usa. Trump è deciso a portare via i soldati dall’Iraq e dalla Siria, come promesso in campagna elettorale, trattando anche in questo caso necessariamente con la Russia. E sarebbe pronto ad altre inversioni a U. Ma chi tra gli strateghi militari e dell’intelligence è disposto a farle? Oltreoceano, ai massimi livelli, il tycoon è il solo a chiedere un ritiro immediato dal Medio Oriente: contro il disimpegno tutti, dai democratici ai repubblicani, sono d’accordo con Bolton. La ragione per la quale, dopo Flynn e McMAster, la scelta azzardata di Trump è caduta su di lui.

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Rivoluzione in California: i lavoratori di Uber sono dipendenti

Il parlamento del Golden State ha approvato una legge che prevede salario minimo, assicurazione sanitaria, giorni di malattia pagati e protezione sindacale per gli autisti della piattaforma. Altri tre Stati valutano norme simili e 5 candidati dem le propongono a livello federale.

Una tegola rischia di abbattersi su Uber e sulle tantissime aziende che danno vita alla cosiddetta gig economy. Il parlamento della California ha approvato una legge che dal primo gennaio del 2020 segnerebbe una svolta, cambiando lo status dei lavoratori del settore: non più contrattisti, ma veri e propri dipendenti con un salario minimo, un’assicurazione sanitaria, giorni di malattia pagati e protezione sindacale.

LA SOCIETÀ: «GLI AUTISTI NON SONO PARTE FONDAMENTALE»

Uber è già pronto a sfidare in tribunale la nuova legge: Tony West, capo legale della società, ha detto che la compagnia non tratterà i suoi autisti – ora contrattisti indipendenti – come dipendenti. Essi, ha spiegato, non sono parte fondamentale dell’ attività di Uber, che non fornisce corse ma «serve come piattaforma tecnologica per vari tipi di mercati digitali».

UNA RIVOLUZIONE PER UN MILIONE DI PERSONE

La legge sembra una vera e propria rivoluzione, che in California riguarderebbe oltre un milione di persone ma che potrebbe presto diffondersi in tutti gli Stati Uniti, con il Golden State che aprirebbe la strada a leggi simili in altri stati. Come quelli di New York, di Washington o dell’Oregon, dove già provvedimenti simili sono all’esame dei parlamenti locali. Mentre qualcosa potrebbe muoversi anche a livello federale: basti pensare che una proposta simile alla Assembly Bill 5 della California (così si chiama il provvedimento) è inserita nelle agende elettorali di almeno cinque candidati democratici alla Casa Bianca: dai senatori Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Kamala Harris al sindaco di South Bend Pete Buttigieg. Tutti chiedono più diritti e dignità non solo per gli autisti di Uber o della rivale Lyft, ma per tutti i lavoratori del settore che si fonda sul ricorso al lavoro temporaneo.

LE AZIENDE MINACCIANO DI RIFARSI SUGLI UTENTI

La legge californiana finirà ora sulla scrivania del governatore democratico Gavin Newson che ha già espresso il suo pieno sostegno al provvedimento, chiedendo ad Uber e alle altre aziende coinvolte di sedersi ad un tavolo e discutere ancora insieme come il testo possa essere migliorato. Uber, Lyft e gli altri, però, sono sul piede di guerra. La loro tesi è che la nuova legge colpirà proprio i lavoratori del settore che chiedono invece maggiore flessibilità nell’orario e nell’organizzazione del lavoro. Duplice la minaccia delle aziende: la legge causerà inevitabilmente un calo delle assunzioni e il rischio è quello che i maggiori costi verranno scaricati sugli utenti con tariffe più elevate.

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Vittoria di Trump alla Corte suprema contro i migranti dal Centroamerica

Il presidente incassa il supporto della massima autorità giudiziaria sulla legge che vieta ai profughi centroamericani di chiedere asilo in Usa se durante il loro viaggio hanno attraversato Paesi terzi sicuri.

Donald Trump incassa una vittoria sull’immigrazione alla Corte suprema, a maggioranza repubblicana dopo le sue due nomine: ribaltando la decisione di una Corte d’appello, i giudici hanno deciso di far entrare in vigore la nuova normativa governativa che vieta a gran parte degli immigrati centroamericani di chiedere asilo in Usa se durante il loro viaggio hanno attraversato Paesi terzi sicuri dove potevano avanzare la stessa istanza. Due giudici, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, si sono dissociati. «Grande vittoria alla Corte suprema degli Stati Uniti per la frontiera sulla questione dell’asilo», ha dichiarato Trump dopo la decisione dei giudici.

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Trump calpesta anche il dolore per l’11 settembre

Il presidente aveva organizzato un incontro, poi cancellato, a Camp David con i leader talebani proprio nei giorni dell'anniversario della tragedia. Uno schiaffo anche per le migliaia di vittime di quel giorno.

Oggi sono 18 anni. Quel giorno mio marito aveva portato Luca alla sua nuova scuoletta a Manhattan, io avevo portato nostra figlia al nido a Brooklyn e mi ero recata negli uffici del distretto scolastico di New York per parlare dei servizi necessari a mio figlio. Arrivata al terzo piano del palazzo, avevo ricevuto una telefonata di Dan: «Ho appena visto un aereo entrare in una delle Torri Gemelle».

È stata l’ultima volta, quel giorno, che abbiamo potuto parlare. Dalla finestra cominciava a vedersi il fumo nero che usciva dalla prima torre. Poco dopo, venne colpita la seconda.

«HANNO APPENA COLPITO IL PENTAGONO, È GUERRA»

Ho subito lasciato il palazzo per andare in una cabina telefonica a chiamare mia madre e dirle che noi stavamo bene. Lei lavorava in Rai e aveva tutte le ultimissime notizie sotto gli occhi. «Hanno appena colpito il Pentagono. È guerra», mi ha detto terrorizzata. Intanto, dall’altra parte del fiume, la gente si buttava dai piani più alti dei due grattacieli colpiti prima che crollassero. Diciotto anni sono tanti, ma quell’odore acre e quella polvere che coprì la città per molto tempo rimangono vivi nella mia mente come se fosse successo ieri.

L’ENNESIMO SCHIAFFO DI TRUMP

L’11 settembre marca violentemente un prima e un dopo. Un dopo che continua ancora oggi, tra le montagne dell’Afghanistan devastato dalla guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti. Eppure Donald Trump aveva organizzato proprio pochi giorni prima dell’anniversario della tragedia un incontro segreto con il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, e alcuni leader talebani. Per di più a Camp David. Appuntamento cancellato, tra le polemiche, dopo che i fondamentalisti avevano rivendicato l’attentato a Kabul in cui era rimasto ucciso un sergente Usa.

Se Barack Obama avesse osato pensare a una cosa del genere, sarebbe scoppiato il finimondo: proprio i talebani, proprio vicino Washington, proprio l’11 settembre. Ma questo presidente si permette di mancare di rispetto a tutto e a tutti, comprese le migliaia di vittime di quel giorno. Continuo a sperare ardentemente che presto ce ne libereremo, che finiremo di combattere in un Paese ormai in rovina e che ritorni almeno un senso di umanità che in questi tre anni sembra essere perduto.

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