Primarie democratiche Usa: Sanders appoggia Biden

Il senatore del Vermont, che si era ritirato dalla corsa, appoggia l'ex vicepresidente di Obama. Ma non tutta l'ala progressista dei dem è convinta. Warren in silenzio mentre Ocasio-Cortez detta le sue condizioni.

La sinistra del Partito democratico Usa comincia a fare quadrato intorno al futuro candidato alla Casa Bianca.

Anche Bernie Sanders, che l’8 aprile si era ritirato dalla corsa, ha dato il suo endorsement a Joe Biden, vincitore delle Primarie dem in Winsconsin che si sono tenute la scorsa settimana nonostante l’emergenza coronavirus.

L’APPELLO VIDEO DI SANDERS

«Sto chiedendo a tutti gli americani, a tutti i democratici, a tutti gli indipendenti, a un sacco di repubblicani, di unirsi in questa campagna per sostenere la tua candidatura, che io appoggio», ha dichiarato a sorpresa il senatore socialista in un video live condiviso a distanza con l’ex vicepresidente, per ragioni di coronavirus. «Non è un gran segreto che tu e io abbiamo differenze e non le ignoreremo», ha sottolineato Sanders, spiegando che i loro staff hanno discusso per settimane e stanno definendo delle task force per esaminare le aree politiche in cui le due anime del Partito democratico possono unirsi. La priorità, ha ammonito Sanders, è «rendere Donald Trump un presidente con un solo mandato». «Farò il possibile perché ciò accada», ha garantito.

Joe Biden, ex vicepresidente Usa e candidato dem.

MEGLIO EVITARE L’ERRORE DEL 2016

Biden lo ha ringraziato definendo il suo appoggio «molto importante». «Ho davvero bisogno di te, non solo per vincere la campagna ma per governare», ha aggiunto l’ex numero due di Barack Obama alimentando le speculazioni di un coinvolgimento del senatore nella sua amministrazione in caso di successo. Non però come vice, carica che ha promesso a una donna. La mossa di Sanders sembra voler prevenire anche eventuali critiche di un endorsement tardivo che possa compromettere le possibilità di vittoria, come accaduto con Hillary Clinton nel 2016.

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La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez.

IL SILENZIO DI WARREN E LE CONDIZIONI DI OCASIO-CORTEZ

Ma non tutta l’ala progressista è pronta a seguire Sanders. Il silenzio più rumoroso resta quello della senatrice Elizabeth Warren, che non si è più espressa dopo il ritiro dalla corsa presidenziale, anche se il suo nome figura ancora tra le possibili vice. La giovane star dem Alexandria Ocasio-Cortez, pur volendo sostenere Biden nelle elezioni presidenziali, pone invece delle condizioni, per esempio proposte più radicali su Medicare e immigrazione. «Unità e unificazione non sono un sentimento, sono un processo. E ciò che spero non accada in questo processo è che ciascuno tenti di mettere sotto il tappeto politiche vere come una differenza estetica di stile», ha spiegato in una intervista al New York Times la deputata, popolarissima tra i millennials e i latinos, due bacini elettorali importanti per i dem. «L’intero processo di unificazione deve essere scomodo per tutte le parti coinvolte».

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Davanti alla minaccia del coronavirus Trump è nudo

Il presidente prima ha minimizzato, poi con colpevole ritardo ha dichiarato lo Stato d'emergenza. Per lui che ha basato le sue campagne elettorali sull'economia è il momento della verità. Non ha risposte e il sistema sanitario Usa difficilmente reggerà alla pandemia.

Molti dei miei amici italiani mi chiedono com’è la situazione negli Stati Uniti con il coronavirus. La mia risposta è sempre la stessa: si sta come si stava in Italia prima di Codogno. Si è coscienti del fatto che nel mondo, e adesso anche qui, si aggira un piccolo, microscopico virus. Ma è ancora una sensazione quasi teorica, che sembra lontana.

Fino a qualche giorno fa, d’altronde, il Commander in Chief aveva dichiarato più volte che si trattava semplicemente di un’influenza normale, che erano i mass media a esagerare e a creare panico. Insisteva sul fatto che l’economia andava forte, fortissimo, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Infatti ancora oggi non ci sono abbastanza tamponi o strumenti salva vita; i posti letto negli ospedali sono assolutamente insufficienti.

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Tutto procede come se non ci fosse crisi. Come se non stesse per abbattersi sulla nazione il più pericoloso tsunami del secolo.

UNA CRISI CHE DEVE FARE I CONTI CON LA CAMPAGNA ELETTORALE

Poi però bisogna ricordare che, oltre al coronavirus, dilaga anche la campagna elettorale, e il presidente deve essere in grado di salvaguardare con le sue decisioni e le sue prese di posizione l’America dal dramma italiano o iraniano. La Borsa è crollata e a un tratto il virus è diventato pericoloso, bisogna stare attenti, bisogna stare distanti gli uni dagli altri. «È tutto sotto controllo», aveva annunciato Trump qualche giorno fa. Si sa, mister Trump ha questo piccolo difetto di mentire, e infatti non è sotto controllo un bel niente. In Florida, le spiagge sono piene zeppe di studenti in vacanza, la gente va in giro per strada come se niente fosse, i ragazzini continuano a frequentarsi. Ma soprattutto, non ci sono regole governative: ogni Stato è lasciato da solo a gestire quella che si suppone sia la più pericolosa epidemia degli ultimi 100 anni. Qualche Stato, a seconda del numero di persone positive al tampone, ha chiuso le scuole e le università, gli uffici, i bar e i ristoranti. Ma i supermercati sono pieni di gente e vuoti di merce, i parchi sono pieni di cani con i loro padroni che chiacchierano felici. Le persone invitano amici a casa per cene e serate divertenti.

TRUMP NON HA RISPOSTE

Trump, dice un interessante articolo sulla rivista The Atlantic, ha perso le elezioni ancora prima di aver giocato fino in fondo. Perché? Perché l’unico punto su cui ha basato la sua campagna elettorale è l’economia. Ma adesso che milioni di persone hanno perso il lavoro, che altrettanti milioni non hanno la mutua e quindi non si possono permettere le cure (sempre se ci sarà la possibilità di curarsi, perché mancano, come dicevo, gli strumenti per salvare vite umane), adesso che tutti hanno paura e si rivolgono a Trump per capire come fare, lui non ha risposte. È arrivato tardi, tardissimo.

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Solo negli ultimi due o tre giorni ha cambiato rotta e ha ammesso che la situazione è grave, dichiarando lo stato di emergenza. Senza comunque perdere occasione di commettere gaffe e scivoloni, come chiamare il Sars-Cov-2 the chinese Virus. Come se le malattie avessero una nazionalità, un passaporto. È riuscito, anche in questa occasione a creare polemiche e imbarazzi internazionali. Non ce la fa. Il signor Trump proprio non riesce a pensare prima di parlare. Dall’altro ieri ci sono più regole, più restrizioni. Due settimane di ritardo rispetto al resto del mondo.

ANCHE NEGLI USA ARRIVERANNO LE RESTRIZIONI ITALIANE

Io invece sento mia madre e le mie sorelle, tutte a Milano tranne una, che vive a Bologna e capisco perfettamente dove gli Usa arriveranno. I numeri di persone affette dal virus aumenteranno di giorno in giorno, cominceremo anche noi con le quarantene, con le autocertificazioni, con il terrore che sale a ogni colpo di tosse. Solo che non avremo nemmeno il signor Giuseppe Conte a farci capire, almeno in parte, il da farsi.

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Io e mio marito abbiamo cominciato già da settimana scorsa a isolarci: lui e mio figlio Luca, che oltre all’autismo ha anche la sindrome di Down e quindi un sistema immunitario molto basso, sono in campagna: isolamento anche se non lo vuoi. Sono circondati da boschi e da laghetti e vanno al supermercato solo quando è necessario, per il resto stanno a casa ad ascoltare la musica ad alto volume. Io con le mie due figlie sono in città. Stamattina ho detto loro che dovrebbero uscire, adesso che possono, tutti i giorni per una passeggiata: cuffiette, musica alta, e camminare per mezz’ora minimo. Poi, tra poco, non potranno fare neanche quello. Io porto i cani al parco, ma cerco di non parlare con nessuno. Noto che i padroni se ne stanno a chiacchierare di chissà cosa, tutti vicini uno all’altro. Io tiro la pallina arancione, aspetto che Fiona me la riporti e la ritiro, pensando che tra poco tutto questo lusso finirà.

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Perché l’emergenza coronavirus difficilmente farà posticipare le Presidenziali Usa 2020

L'epidemia di Covid-19 si estende anche in America e si teme per il voto di novembre. Ma spostarlo è quasi impossibile. Servono due nuovi leggi e una riforma costituzionale. A meno che Trump non decida di forzare la mano. Il punto.

Louisiana e Georgia l’hanno già fatto. E molti altri Stati potrebbero seguirli e posticipare le Primarie democratiche. L’epidemia di coronavirus approdata negli Stati Uniti potrebbe mettere a dura prova il sistema elettorale a stelle e strisce. E in molti si stanno chiedendo: slitterà anche il voto di novembre?

La risposta a questa domanda è tutt’altro che semplice. La strada per ritardare il voto è irta di ostacoli: ci sono almeno due leggi federali da superare e la Costituzione da emendare. Allo stesso tempo, però, va garantita la salute di cittadini evitando assembramenti. Non a caso, il 16 marzo il Centers for Disease Control and Prevention ha raccomandato ai cittadini di evitare riunioni con più di 50 persone, almeno per i prossimi due mesi. Ma andiamo per ordine.

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LA 3 U.S CODE §1 SULLE DATE DEL VOTO

Gli Stati Uniti votano nello stesso modo da decenni. Per posticipare il voto la prima legge da cambiare sarebbe la 3 U.S. Code § 1.Time of appointing electors del 25 giugno 1948. La legge in particolare stabilisce che i grandi elettori devono essere eletti, in ciascuno Stato, il martedì successivo al primo lunedì di novembre, ogni quattro anni dopo l’elezione di un presidente e un vicepresidente. In parole povere per legge si deve votare il 3 novembre 2020. Modificare il 3 U.S. Code § 1 non è però sufficiente dato che è necessario ridisegnare anche il comma 7 che stabilisce quando i grandi elettori devono incontrarsi per esprimere la loro preferenza e cioè il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre: il 14 dicembre 2020.

I PALETTI DELLA COSTITUZIONE

Ammesso che il Congresso trovi un intesa sulle modifiche, gli ostacoli non sono finiti. Le due leggi licenziate da Camera dei rappresentati e Senato dovrebbero essere vidimate dal presidente, e nessuno ha la certezza che Donald Trump firmerebbe. Anche in caso di via libera dalla Casa Bianca, poi, potrebbero essere impugnate da una vasta schiera di corti federali. L’ostacolo più grosso resta però quello della Costituzione. Il 20esimo emendamento, approvato nel 1933, stabilisce che il mandato di presidente e vicepresidente termina a mezzogiorno del 20 gennaio, così come il mandato di senatori e membri del Congresso scade alle 12 del 3 gennaio. Allo stesso tempo la legge prevede che in quel momento inizi il mandato dei successori. Due le conseguenze: non si può votare dopo le 12 del 20 gennaio e soprattutto da quel momento il presidente uscente decade. La Costituzione però dà indicazioni in merito all’eventualità di un mancato voto.

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IL CAOS DETTATO DAL VIRUS

A questo punto lo scenario diventa sempre più ingarbugliato. E le strade sono almeno due: modifica dell’impianto normativo o conferma del voto. Il primo caso è il più complesso, non solo per le difficoltà di modifica delle leggi federali, ma soprattutto per l’oggettiva difficoltà a emendare la carta costituzionale, un procedimento possibile solo in due casi: voto favorevole dei due terzi delle Camere, oppure richiesta degli organi legislativi dei due terzi degli Stati che possono convocare un’assemblea che proponga emendamenti. Nella storia americana la seconda eventualità non si è mai verificata. Mentre la prima resta molto remota, anche a causa della forte polarizzazione tra democratici e repubblicani.

Passeggeri in fila all’aeroporto di Miami.

La conferma del voto, invece, porta con sé altre incognite. Per prima cosa è bene ricordare che nel corso della storia le elezioni nazionali non sono mai state spostate, nemmeno durante i conflitti mondiali. Anche nel 1918, durante l’epidemia di influenza spagnola quelle di metà mandato vennero confermate. In Idaho, ad esempio, il governatore impose agli elettori di fare file singole molto lunghe per evitare assembramenti, mentre a San Francisco venne imposto l’uso di mascherine a elettori e scrutinatori. Si registrò un un calo dell’affluenza intorno al 10%, ma nessuno mise in dubbio la legittimità del voto. A questo punto uno degli scenari possibili è un intervento del Congresso sulle operazioni di voto.

COME SALVARE IL VOTO

La strada più plausibile verso il 3 novembre è che il Congresso provi a fare ordine, questo perché ogni Stato ha un sistema di voto autonomo. La casistica è quanto mai variegata: c’è chi concede il voto anticipato o in assenza; c’è chi permette di votare per posta o di registrarsi come elettori il giorno stesso del voto; c’è anche chi richiede requisiti specifici per partecipare al voto e in molti Stati nessuna delle opzioni appena elencate è prevista. A questo punto rappresentanti e senatori potrebbero cercare di uniformare un minimo le varie leggi elettorali chiedendo agli Stati di permettere il voto in forme diverse dalla presenza fisica. Anche qui il panorama è frastagliato. Al momento 27 Stati, tra i quali i popolosi California, Florida e Illinois, permettono di votare via posta senza dover motivare la scelta. Altri 20 invece hanno restrizioni più forti, legate ad esempio alla possibilità di muoversi o all’età come nel caso del Texas o del Michigan.

IL MODELLO WASHINGTON: SOLO VOTO VIA POSTA

C’è però una terza via percorribile, quella intrapresa negli ultimi anni da Oregon, Washington, Colorado, Utah e Hawaii che hanno trasformato tutte le votazioni in all-mail election, elezioni esclusivamente via posta. Il modello potrebbe funzionare anche in piena epidemia, anzi ha già dimostrato la sua tenuta il 10 marzo scorso quando si sono tenute le primarie democratiche nello Stato di Washington, che con Seattle è uno dei focolai di Covid-19 nel Paese. L’affluenza è stata buona e al momento sono state contate quasi il 95% delle schede per oltre un milione e mezzo di voti. A scrutinio ultimato l’affluenza dovrebbe toccare il 50%, in linea con le previsioni. Per questo motivo, data l’emergenza, la soluzione più sensata sarebbe quella di estendere il modello a tutti gli Stati.

Uno dei box in cui gli elettori dello Stato di Washington possono depositare il loro voto

Gli elettori possono votare in anticipo e rispedire la scheda firmata o eventualmente inserirla in appositi seggi sparsi nelle contee di riferimento. Dale Ho, avvocato e direttore del Voting Rights Project presso l’organizzazione non governativa A.C.L.U., ha scritto un editoriale sul New York Times per spiegare come il voto via posta non sia solo la soluzione migliore contro l’epidemia, ma addirittura un ottimo strumento contro l’astensione. Un dato su tutti: nelle elezioni di metà mandato del 2018 gli Stati che permettevano di votare via posta liberamente hanno registrato un’affluenza più alta di 15,5 punti percentuali rispetto a quelli che imponevano requisiti più stringenti.

LA VARIABILE DONALD TRUMP

Tutti i ragionamenti fatti fin qui non tengono però conto della variabile Donald Trump. Il presidente nei suoi quattro anni alla Casa Bianca ha mostrato di essere sempre sopra le righe. È dunque lecito aspettarsi qualche sorpresa. Giusto l’anno scorso il tycoon aveva re-twittato un post di un suo forte sostenitore, Jerry Falwell Jr., presidente della Liberty University, che suggeriva come il mandato del presidente dovesse essere esteso per due anni. A questo punto bisogna capire quali sono le prerogative presidenziali. Per prima cosa nonostante l’esecutivo abbia poteri molto forti, il capo del governo non può modificare ciò che è previsto dalla Costituzione e dalle leggi federali. Non può quindi arbitrariamente scegliere di spostare la data delle consultazioni.

Donald Trump durante un briefing con la stampa nella Casa Bianca.

Quello che può fare, però, è usare il suo potere per cercare di indirizzare il corso del voto. Ad esempio potrebbe abusare del Presidential Alert system, un dispositivo per comunicare con gli elettori in casi di massima emergenza invitandoli a non recarsi ai seggi per motivi di causa maggiore (violenze o rischi per la salute) prevedendo addirittura il dispiegamento dell’esercito. È vero che anche in questo caso peserebbe più la minaccia che la capacità di impedire fisicamente alle persone di andare a votare. Ci sono infatti due leggi che limitano l’uso delle forze dell’ordine per intimorire gli elettori. Per schierare l’esercito serve, innanzitutto, il via libera del Congresso. Allo stesso tempo gli agenti federali non possono essere utilizzati per mansioni diversa da quelle previste dall’ingaggio: quindi niente uomini e donne del Fbi nei seggi. C’è però un’ultima opzione a disposizione di The Donald.

L’OPZIONE NUCLEARE: FAR VOTARE SOLO I GRANDI ELETTORI

L’ultima opzione sul tavolo richiama scenari fantapolitici ma comunque contemplati dalla legge. L’elezione del presidente, come noto, avviene per via indiretta. I cittadini con il voto scelgono i 538 grandi elettori, suddivisi per ogni Stato in base alla popolazione. Un candidato presidenziale per vincere deve essere votato da almeno 270 di loro. Il problema di questo sistema, al di là della rappresentatività, come sa bene Hillary Clinton che nel 2016 ha vinto il voto popolare senza conquistare la Casa Bianca, è che la legge non specifica come i singoli Stati debbano nominare questi grandi elettori.

Un seggio allestito durante le primarie dem a Warren, in Michigan.

Da decenni il meccanismo di attribuzione passa attraverso il voto popolare, ma la Costituzione non lo stabilisce espressamente: i grandi elettori possono infatti essere nominati anche senza elezioni. Così accadde alle origini degli Stati Uniti in Connecticut, Delaware, Georgia, New Jersey, e Sud Carolina. In realtà nel corso della storia tutti gli Stati hanno optato per il voto popolare, ma diverse sentenze della Corte suprema, raccolte da Slate, che arrivano fino allo scontro tra George W. Bush e Al Gore nel 2000, hanno ribadito che in linea teorica gli Stati possono tornare alla nomina diretta, persino dopo un voto popolare. Tutte prerogative costituzionali che non possono essere impugnate dal Congresso.

Attualmente il partito repubblicano controlla le legislature di 29 Stati per un totale potenziale di 294 elettori. Nel nostro scenario fantapolitico il presidente potrebbe chiedere ai legislatori dei singoli Stati di nominare direttamente grandi elettori a lui favorevoli. Certo, le variabili restano moltissime, tra queste il via libera da parte di tutti gli Stati, come pure il rischio di spaccare ulteriormente la società americana. Questo scenario resta il più remoto, sicuramente anti-democratico ma pur sempre legale. E se c’è anche solo una cosa che Trump ha insegnato è che l’imprevedibilità è una cifra distintiva della sua presidenza.

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Il coronavirus è l’unico vero avversario di Donald Trump

La disastrosa gestione dell'emergenza contagi e le bugie propinate agli elettori rischiano di danneggiare il tycoon nella sua corsa alla rielezione.

Seduto alla storica scrivania donata 140 anni fa dalla regina Vittoria al presidente Rutherford Hayes e fatta con le travi del veliero britannico HMS Resolute, il presidente Donald Trump ha parlato di coronavirus alle 21 di mercoledì 11 febbraio, 36 ore prima di annunciare l’emergenza sanitaria nazionale.  

Quello dell’11 marzo doveva essere un’occasione solenne, come sempre da 60 anni quando un presidente parla dalla “Resolute”. È stato invece il peggior discorso mai tenuto dall’attuale presidente, 11 minuti di frasi sbagliate, gaffe, e di plateale tentativo di adattare anche la gravissima situazione sanitaria alle necessità della sua campagna elettorale, e non il contrario.

Persino la Londra dell’anima gemella Boris Johnson lo ha smentito 24 ore dopo, dicendo che non farà come lui. Insomma, uno show disastroso, peggiorato il giorno dopo da una conferenza stampa in occasione di una visita di Stato subito diventata un bis sul coronavirus, e un bis di gaffe.

L’INCAPACITÀ DI TRUMP E I TONI PRESIDENZIALI DI BIDEN

Qualcuno sostiene negli Stati Uniti che l’incapacità di Trump di essere all’altezza della situazione, più un buon discorso dai giusti toni presidenziali tenuto invece sull’emergenza sanitaria il giorno dopo dal candidato democratico Joe Biden, hanno segnato la campagna elettorale. Può darsi, anche se la prudenza spinge a ritenere ancora Trump il favorito, perché non è facile scalzare un presidente in carica che si presenta per il rinnovo. Ma certamente il mediocrissimo show dell’11 marzo dallo Studio ovale della Casa Bianca avrebbe fatto felice Henry Louis Mencken (1880-1956), il più famoso, articolato, sarcastico critico della american way of life, una icona e il più potente maître à penser degli Anni 10 e 20 riscoperto e apprezzato negli ultimi decenni, convinto che il sistema democratico basato sul principio one man one vote , come è giusto che sia, assicura però prima o poi l’arrivo alla Casa Bianca di un imbecille.

LE ACCUSE STRAMPALATE ALL?UNIONE EUROPEA

Il punto centrale la sera dell’11 marzo è stato l’annuncio del blocco degli arrivi, per 30 giorni e a partire dal 13 marzo, di persone dall’area Schengen, cioè l’area Ue di libera circolazione di cui fanno parte anche Paesi non Ue come Norvegia e Svizzera, non ancora l’Irlanda dato il suo storico status di libera circolazione con il Regno Unito. Blocco totale, ha detto Trump. L’Unione europea è stata accusata «di non avere preso le stesse precauzioni che abbiamo preso noi», che poi sarebbe il blocco degli arrivi dalla Cina adottato il 31 gennaio, l’unica cosa fatta finora da Trump. Fino a 24 ore prima aveva sottovalutato il problema, definendo il tutto un’influenza di stagione in fondo come le altre, un po’ più cattiva, ma che sarebbe passata. «Nulla è stato chiuso, la vita e l’economia procedono normalmente», twittava ancora lunedì 9 marzo. Nella mattinata dell’11, deponendo al Congresso, uno dei responsabili della Sanità americana, Anthony Fauci, assicurava invece che il tutto sta «peggiorando, peggiorando, peggiorando»; ma la Casa Bianca era su un’altra lunghezza d’onda.

IL TRIONFO DEL PROTEZIONISMO E L’ORGIA DELLA FORTRESSE AMERICA

La colpa nel caso americano (1663 colpiti a tutto 12 marzo su 44 Stati, cioè il 90% del territorio e 300 in più del giorno prima) è degli europei, ha detto Trump nel suo discoro, parlando di foreign virus dove la parola enfatica non è virus ma foreign, in perfetta sintonia con la più classica e ottusa delle tradizioni americane, su cui però molti politici dell’800 e qualcuno del 900 hanno costruito una carriera, e che vede nel foreign tutto il male e nell’American tutto il bene. «Un numero di nuovi focolai sono stati disseminati negli Stati Uniti da viaggiatori provenienti dall’Europa». Da cui non arriverà più niente se non strettamente controllato, ha detto Trump in un crescendo di parole senza senso. «Queste proibizioni non si applicheranno soltanto alla gigantesca quantità di beni commerciali e di merci di ogni genere, ma a varie altre cose man mano che le misure verranno approvate. Stiamo discutendo ogni e qualsiasi cosa di quanto arriva dall’Europa». Un trionfo del protezionismo, grazie coronavirus, un’orgia di fortress America.

LE PANZANE CHE HANNO COSTRETTO LO STAFF A CORRERE AI RIPARI

Subito, appena spenti telecamere e microfoni, lo staff presidenziale è corso ai ripari. Nessun blocco del commercio. Nessun blocco totale degli arrivi per i cittadini e i residenti americani che rientrano, con le loro famiglie se del caso.

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E non è vero quanto assicurato dal presidente, e cioè che grazie alla sua mediazione le assicurazioni sanitarie rinunceranno ai copayment, la partecipazione non di rado notevole che l’assicurato deve assumersi per una quota della spesa. La rinuncia al copayment riguarda solo le spese per il tampone dove peraltro, si può aggiungere, ci saranno problemi data la scarsità di laboratori attrezzati. E poi il muro, the wall, «che sta andando su più in fretta che mai» e che è una grande idea perché contribuisce a tenere lontano il coronavirus, ha detto il presidente. Peccato che dovrebbero essere i messicani ad alzarlo, visto che per il momento hanno secondo dati Oms l’1% circa dei casi registrati negli Stati Uniti, come pochi sono per ora i casi in America Latina, subcontinente non centrale rispetto ai flussi (e ai viaggi) dell’economia globale.

LA GRAN BRETAGNA ESENTATA IN OMAGGIO ALLA BREXIT

Insomma, un disastro, peggiorato l’indomani, il 12 marzo, quando tutte le domande in una conferenza stampa al termine dei colloqui con il premier irlandese Leo Varadkar si sono concentrate sul coronavirus. «It twill go very quickly», ha detto Trump, «finirà in fretta», speranza di tutti e soprattutto sua perché potrebbe compromettergli seriamente la campagna elettorale, ma certezza di nessuno, e quindi parole al vento. Il peggio è venuto quando qualcuno ha fatto una domanda collegata al fatto che la Gran Bretagna è esonerata dal blocco degli arrivi. «Perché stanno facendo un buon lavoro, molto buono», ha spiegato Trump. «Non hanno molti contagi, e speriamo che possano andare avanti così». Qui si toccano i vertici della manipolazione. La Gran Bretagna è stata esentata come omaggio alla Brexit perché questo fa politicamente gioco alla demenziale strategia di Trump di migliorare la bilancia commerciale americana spaccando e umiliando l’Unione europea, neppure preavvertita e consultata prima del blocco dei voli, come subito hanno rivelato i vertici dell’Unione, protestando. In realtà alla data dell’11 il Regno Unito aveva 373 casi ufficiali e una decina di morti, più di vari Paesi continentali toccati dal blocco. Ma c’è di più. Giovedì 12, forse casualmente ma mai sottovalutare la perfida Albione, Londra ha giocato un brutto scherzo all’amico Donald. Il premier Boris Johnson ha detto che i contagi non ancora accertati potrebbero essere già attorno a quota 10 mila, e il Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) Rishi Sunak ha aggiunto che Londra non seguirà Washington nel blocco degli arrivi dall’Oltre Manica «perché l’evidenza che abbiamo è che non servirebbe a molto».

L’ESSENZA DELLA PRESIDENZA

Ma è servito, politicamente, a Trump o almeno lui si illude che gli serva. In realtà la zona ad alto rischio nella quale Trump da vero cinghialone si è cacciato definitivamente l’11 marzo, mentendo alla nazione, è legata alla natura stessa della presidenza americana, natura ancor più netta sotto campagna elettorale. Il presidente è negli Stati Uniti qualcosa di più del capo dell’esecutivo, è il grande sacerdote del massimo rito (religioso) nazionale, l’esaltazione la difesa e l’onore reso a una parola e a un concetto, America, che è la base di un Paese figlio di un’idea molto più che di una terra, ancora troppo giovane per essere unica madre di tutti. Nei momenti di vera crisi, e soprattutto in momenti lunghi come l’attuale, l’elettore medio ha bisogno di identificarsi con il presidente, di sentirlo vicino, uniti dalla stessa parola, America. Non si è vicini a nessuno quando si mente, si pasticcia, e si manipola. E questo è il rischio nel quale Trump si è infilato, mettendo in gioco il suo stesso carisma presidenziale. La realtà molto seria del coronavirus ha chiuso il cerchio.

LA LEZIONE DI MENCKEN

Mencken fu anche filologo e il suo The American Language (1919) è un lavoro fondamentale, ma resta soprattutto come colui che scrutò con particolare acume il costume e la politica, quest’ultima come quintessenza del tutto. Seguì tutte le campagne presidenziali della prima metà del 900 e sui presidenti a partire da George Washington espresse un giudizio, positivo solo per una frazione di loro. Non si fidava degli elettori, e ancor meno si fidava degli eletti. Nel luglio 1920, un secolo fa, trovava la formulazione migliore in un articolo per il Baltimore Evening Sun: «Come la democrazia si perfeziona, il ruolo del Presidente rappresenta sempre più da vicino l’anima più profonda del popolo. Verrà una grande e gloriosa giornata in cui la gente comune del Paese finalmente realizzerà il desiderio più profondo del cuore, e la Casa Bianca sarà occupata da un vero balordo e da un totale narcisistico idiota».

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Sanders punta tutto sul Michigan per salvare le primarie dem

Il senatore del Vermont si gioca il resto della campagna il 10 marzo nello Stato del Midwest, dove nel 2016 superò la Clinton. Ma dopo quattro anni lo scenario è cambiato e il rischio di un nuovo flop è dietro l'angolo. Dall'appoggio dei sindacati alle difficoltà nei sobborghi: come sta andando la corsa di Bernie.

Se il Super Tuesday era lo spartiacque, i prossimi 10 giorni saranno quelli decisivi per la scelta dello sfidante di Donald Trump alle presidenziali del 2020. A rischiare di più è Bernie Sanders, che ha puntato tutto sul voto del 10 marzo in Michigan.

Il senatore del Vermont spera di ripetere l’impresa del 2016 quando riuscì a superare Hillary Clinton nel Great Lakes State e recuperare slancio dopo un super martedì avaro di voti e delegati. Questa volta però le cose potrebbero riservare un finale diverso.

In realtà il 10 si vota anche in altri cinque Stati: Idaho, Mississippi, Missouri, Nord Dakota e Washington, ma tutto passa dal Midwest. Se le primarie svolte finora hanno insegnato qualcosa, cioè che l’Ovest del Paese (California in testa) preferisce Sanders e il Sud punta su Joe Biden, saranno gli Stati della Rust Belt a decidere su che cavallo puntare in vista del 3 novembre.

COSA SI GIOCA SANDERS

In Michigan Sanders gioca gran parte della sua guerra per la nomination. Lo Stato mette in palio 125 delegati, ma soprattutto è il primo vero test della macchina democratica in quella fetta di America che nel 2016 ha scelto Donald Trump (salvo poche eccezioni come Minnesota e Illinois). In quella tornata elettorale il tycoon si impose per un pugno di voti (10.704) per questo il partito dell’asinello sta lavorando sodo per farlo ritornare blu. Ad agitare i sogni di Sanders di una clamorosa rimonta è soprattutto l’avversario. Molti analisti nella stampa americana hanno scritto che quest’anno le cose potrebbero andare diversamente, soprattutto perché non ci sarà Hillary Clinton, mai veramente amata dalla base e incapace di galvanizzare gli elettori.

SEGNALI NON BUONI PER IL SENATORE DEL VERMONT

I grattacapi per Sanders non sono pochi. Rispetto alla sfida del 2016 questa volta i due candidati si contendono quasi le stesse categorie di elettori. I sondaggi e gli exit poll realizzati durante il Super Tuesday hanno rilevato che, oltre al sostegno della comunità afroamericana, Biden può puntare ai bianchi istruiti del college e soprattutto a quelli della working class, due segmenti che quattro anni fa avevano spinto Sanders e abbandonato Clinton.

Un gruppo di supporter di Sanders durante un evento a Detroit, Michigan.

I problemi per il leader socialista non si fermano solo a questo. Rispetto alla tornata precedente sono cambiate anche le regole di voto in molti Stati con uno scivolamento dai caucus alle primarie. Un cambio delle regole al quale ha partecipato anche il comitato di Sanders pur non essendo formalmente iscritto al partito. Per questo il rischio che corre il senatore è quello di prendere meno delegati del 2016 quando negli altri Stati al voto all’inizio di marzo raccolse 68 delegati in più di Clinton.

Bernie Sanders (a destra) e il reverendo Jesse Jackson durante un comizio a Grand Rapids, Michigan.

L’altro campanello di allarme per Sanders riguarda la Casa Bianca. I numeri raccolti finora sui comportamenti degli elettori democratici hanno mostrato che in molti vogliono un candidato che sia in grado di battere Trump alle presidenziali di novembre. Come hanno raccontato diversi esponenti locali del partito, oggi la partita è diversa. Lon Johnson, ex capo democratico in Michigan, ha raccontato a Politico che quattro anni fa il clima era diverso: «Votare molto a sinistra per Sanders era un lusso, ma oggi la posta in gioco, cacciare Trump, è molto più alta e questo gli elettori lo sanno».

LA STRATEGIA ELETTORIALE DI SANDERS

La sensazione che il destino passi dal Michigan è data dal fatto che quasi tutti gli sforzi del senatore si sono concentrati lì. Negli ultimi giorni Sanders ha infatti cancellato diversi comizi previsti tra Missouri e Mississippi per concentrarsi sui rally nello Stato del Midwest. Un all-in che mostra come tutta la sua campagna sia consapevole del rischio flop. Il socialista del Vermont ha battuto palmo a palmo tutta la regione nelle 96 ore precedenti al voto. Ha cercato in ogni modo il contatto con gli afroamericani a Detroit, a una varietà di elettori a Grand Rapids, radunato la comunità araba di Dearborn, considerata la capitale degli americani di origine araba, non lontano dal 13esimo distretto che nel 2018 ha eletto Rashida Tlaib, prima donna musulmana ad entrare nel Congresso. E voluto tenere anche un evento a Flint, la cittadina famosa per la crisi idirca che ha avvelenato migliaia di persone, ma ha attirato soprattuto bianchi nonostante il 56% dei residenti sia afroamericano. Infine ha chiuso la campagna con un grosso evento al campus di Ann Arbur all’Università del Michigan spinto anche dall’endorsement dell’attivista per i diritti civili Jesse Jackson e dal discorso di Alexandria Ocasio-Cortez.

L’obiettivo è chiaro: puntare sui giovani. L’idea di Sanders è quella di cercare di mobilitare una grossa fetta dell’elettorato giovanile, che notoriamente è quello che si reca meno le urne, per puntellare la sua coalizione. Su questo punto però i problemi non mancano. In primo luogo i dati hanno mostrato che se è vero che i giovani lo preferiscono a Biden, è anche vero che l’affluenza è stata bassa. Basti pensare che rispetto al 2016 l’affluenza nella fascia 18-29 ha avuto il segno meno in Alabama (-19%), Nord Carolina (-9%), New Hampshire (-18%), Oklahoma (-15%), Texas (-20%) e persino nel suo Stato, il Vermont (-14%). La stessa idea di chiudere il weekend elettorale all’università potrebbe essere controproducente. La metà circa degli studenti dell’Università del Michigan vengono infatti da altri Stati e quindi molti di loro non votano.

Le stime sull’affluenza al Super Tuesday (Fonte: John Della Volpe @dellavolpe)

LA COMPLICATA PARTITA COI SINDACATI

Rispetto ad altri Stati un ruolo chiave in Michigan viene svolto dai sindacati. Il messaggio da sinistra di Sanders fece breccia nel 2016. Il comparto manifatturiero falcidiato dalla crisi economica è uno dei nervi scoperti della regione. Sanders lo sa e attacca ad ogni comizio Biden su uno dei temi più sentiti, il NAFTA, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada, che secondo molti, Trump incluso, sarebbe la causa del declino dell’industria. Gli stessi spot televisivi hanno puntato a mettere in luce come l’ex vice presidente non si oppose all’accordo. L’altro aspetto che piace a una fetta della working class è la battaglia sulla riforma sanitaria che ha in mente il senatore. Pezzi del sindacato sostengono che i costi siano ancora insostenibili e che togliere il tema della salute dalle contrattazioni con le aziende aiuterebbe gli operai. Ma sul fronte lavoro le notizie non sono tutte rosa e fiori. L’opposizione di Sanders a un vecchio oleodotto che attraversa il Michigan gli ha allietato una fetta di consensi non indifferente. E poi l’altro problema è che Biden non è Clinton. Storicamente l’ex senatore del Delaware è sempre stato vicino ai lavoratori sindacalizzati, non a caso due organizzazioni dei lavoratori, la United Food e la Commercial Workers Union, hanno dato il loro appoggio all’ex vice di Barack Obama.

Il comizio di Sanders all’Università del Michigan.

IL FLOP DEL 2018 E IL RITORNO DEI MODERATI

Che i segnali non siano positivi lo si poteva cogliere anche due anni fa, durante le elezioni di metà mandato. Se è vero che l’onda blu ha spinto candidati nuovi come Rashida Tlaib, ha mostrato che sono stati i moderati a ribaltare il colore dello Stato. È il caso ad esempio dell’attuale governatrice Gretchen Whitmer che alle primarie ha battuto il candidato di Sanders, Abdul El-Sayed, e negli ultimi giorni ha dato il suo sostegno a Biden. Nonostante una presenza sul territorio molto estesa dopo il 2016, le successive tornate elettorali hanno spinto i moderati soprattutto nelle aree rurali. Contro Clinton, Sanders andò particolarmente bene in quei distretti ma stavolta potrebbe faticare non poco, come hanno dimostrato i dati del Super Tuesday, secondo i quali i sobborghi sono più inclini a convergere su Biden.

Un passaggio del dibattito tra Sanders e Cliton tenuto a Flint, in Michigan, nel marzo del 2016.

LA POSIZIONE DI BIDEN

Joe Biden dal canto suo si è mostrato meno sul territorio. Ha comunque tenuto comizi ma ha preferito recarsi anche in altri Stati. Ha lasciato che altri parlassero al suo posto, come ha fato Amy Klobuchar a Grand Rapids, e inondato gli spazi pubblicitari con 12 milioni di dollari. Intanto però ha incassato altri due endorsment da parte di vecchi candidati alla presidenza: Kamala Harris e Cory Booker. Sul fronte dei sondaggi Biden è dato saldamente avanti con il 52% delle preferenze, ma anche nel 2016 Clinton era data per favorita, poi le urne hanno ribaltato l’esito. Su tutto pesa l’incognita del ritiro di Mike Bloomberg. Secondo diversi sondaggi almeno il 49% di chi si era avvicinato all’ex sindaco di New York sarebbe pronto a passare con l’ex vice di Obama, ma anche qui ogni cautela è d’obbligo.

Un comizio di Joe Biden a Kansas City, Missouri.

DUE SETTIMANE PER SALVARE LA CAMPAGNA

Ma cosa succede se il tonfo di Sanders in Michigan viene confermato? Gli scenari sono molteplici. Dipende dal volume della sconfitta, e dipende anche dal numero di delegati che verranno raccolti negli altri Stati dato che con ogni probabilità entrambi i candidati supereranno lo sbarramento del 15%. Intanto il 15 marzo resta fissato il dibattito tra i due a Phoenix, in Arizona, alla vigilia di quella che potrebbe essere la sfida decisiva. Il 17 si vota in altri quattro Stati, tre dei quali chiave: Florida, Illinois e Ohio. In particolare nel Sunshine State il rischio è molto alto. California e Texas hanno mostrato una certa affinità tra il senatore del Vermont e gli elettori ispanici, ma le ultime uscite a favore di Fidel Castro potrebbero avergli alienato parte dell’elettorato. L’eventuale ultima chiamata potrebbe arrivare il 7 aprile con il Wisconsin dove contro Clinton vinse con ampio margine. Dopo quel giorno si farà la conta dei delegati e si capirà se la sfida tra i due sarà finita oppure si protrarrà oltre la primavera. L’auspicio del partito sarebbe quello di chiudere la contesa entro l’estate per concentrare poi tutti gli sforzi contro Trump che ha già avviato la sua campagna elettorale. Ma Sanders è pronto a rovinare i piani dell’asinello ancora una volta.

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Il Super Tuesday in 6 grafici: come hanno votato gli americani

Biden diventa il nuovo front runner delle primarie dem, spinto soprattutto dal voto afroamericano. Sanders tiene ma il suo "socialismo" non va oltre la California. Ora la palla passa ai primi Stati del Midwest che potrebbero cambiare ancora le carte in tavola. L'analisi.

Con ogni probabilità ci ricorderemo per diverso tempo il Super Tuesday del 2020. I sondaggi delle ultime settimane avevano fotografato un Bernie Sanders in ascesa con un affaticato Joe Biden a inseguire. Ma il voto in Sud Carolina e le successive 48 ore hanno dato uno slancio notevole alla candidatura dell’ex vice presidente che dopo il Super Martedì è balzato in testa nel numero di delegati, sorpassando il senatore del Vermont.

Quello del 3 marzo è stato anche un grosso banco di prova in vista delle presidenziali di novembre. Si è votato in 14 Stati con milioni di elettori chiamati alle urne e realtà molto diverse tra loro, basti pensare solo alla Bible Belt negli Stati del Sud o agli Stati dem per antonomasia come Massachusetts e California.

Per questo motivo gli exit poll e i dati raccolti aiutano a capire come si sono distribuiti gli elettori e che indicazioni utili si possono avere in vista della sfida di novembre. Biden si mostra come un candidato unitario, mentre Sanders tiene ma non riesce ad allargare la sua base.

I GIOVANI CONTINUANO A PREFERIRE SANDERS

Secondo i dati raccolti dal Washington Post è possibile vedere come gli elettori si sono posizionati in base alle caratteristiche personali. In particolare che l’elettorato maschile si è distribuito abbastanza equamente tra Joe Biden (36%) e Bernie Sanders (34%) lasciando a Michael Bloomberg (12%) ed Elizabeth Warren (9%) le briciole. Le elettrici invece hanno preferito l’ex vice presidente, seguito dal senatore del Vermont, mentre solo il 16% di loro ha votato per la candidata del Massachusetts. Se per un attimo prendiamo la lente di ingrandimento e andiamo ad osservare due tra gli Stati più rappresentativi, California e Texas, vediamo qualche differenza rispetto alla media di tutti gli Stati coinvolti. Ad esempio nel Golden State gli uomini hanno scelto in massa Sanders, 37% contro il 16%. Nel Lone Star State invece le differenza è stata meno marcata: 38 a 32.

In realtà i dati più interessanti riguardano l’età degli elettori. Secondo le rilevazioni ci sono due blocchi ben distinti: il primo va dai 18 a 44 anni e vota in maggioranza per Sanders (con una media del 52%). Il secondo segmento, dai 45 in su, ha preferito Biden anche se con numeri più contenuti. Il 42% della fascia 45-64 ha votato per l’ex vice di Barack Obama mentre gli elettori sopra il 65 anni sono stati il 48%.

Per quanto riguarda invece l’educazione c’è un dato mediano interessante. Il 33% di chi ha frequentato l’università ha scelto di votare per l’ex vice presidente contro il 25% di Sanders che potrebbe aver perso dei punti in questo segmento a causa di Warren che ha racimolato il 17% dei voti. I numeri invece appaiono molto più omogenei se si considerano tutti gli elettori con livelli di istruzione più bassi. Biden resta in testa col 37% ma il senatore del Vermont porta a casa il 35%.

BERNIE NON CAMBIA MARCIA TRA GLI AFROAMERICANI

I numeri più interessanti in realtà si notano se si guardano minoranze e gruppi etnici. Tutti gli Stati hanno confermato che la maggioranza degli afroamericani preferisce Biden. È stato votato da sette elettori su 10 in Alabama e Virginia e sei su 10 in Nord Carolina e Texas. In media il 57% di loro lo ha scelto, contro il 17% di Sanders e il 14% di Bloomberg. A questo proposito è significativo guardare a quanto successo in Virginia. Qui il 27% degli elettori è afroamericano e Bloomberg aveva investito 18 milioni di dollari in spot televisivi nello Stato contro i 360 mila dollari di Biden, ma alla fine il bilancio è stato impietoso, solo il 7% di loro ha scelto il miliardario newyorkese.

Per Sanders questo resta un duro colpo. Nel 2016, durante la campagna contro Hillary Clinton, il senatore aveva notato le profonde difficoltà a fare breccia nell’elettorato afroamericano e nel 2020 ha provato a correre ai ripari. Ha introdotto nella sua piattaforma idee per i college e università a maggioranza nera e individuato proposte per affrontare le disuguaglianze economiche dettate da pregiudizi razziali. In molti comizi ha anche fatto riferimento al suo movimento come una “coalizione multigenerazionale e multirazziale”. Ma tutto questo non è bastato. L’unica cosa che è riuscito a smuovere è stato il voto ispanico. Il 34% infatti ha votato per lui mentre solo il 24% ha scelto Biden. Percentuali che aumentano in Texas (dove il 31% dell’elettorato è ispanico), 45 a 24, e in California, 49% a 19%.

LA QUESTIONE IDENTITARIA: IL SOCIALISMO NON CONVINCE

Nell’analizzare il voto Matthew Yglesias e Zack Beauchamp hanno scritto su Vox che il voto del 3 marzo ha mostrato che l’equazione Biden uguale “moderati” e Sanders uguale “progressisti” non è così banale e infondata. Se è vero che gli endorsement da soli non decidono i destini del voto, è altrettanto vero che l’addio alla campagna di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar ha avuto avuto un certo impatto visto che i potenziali elettori non sono confluiti verso Warren o Sanders. Anzi, hanno mostrato che esiste un blocco moderato. Sotto l’aspetto dell’ideologia infatti chi si definisce moderato o conservatore e piuttosto liberal ha votato per l’ex senatore del Delaware (47 e 38%). Il 50% di chi invece si definisce molto liberal ha scelto invece Sanders contro il 18 di Biden. Il resto è andato a Warren (20%).

Guardando ai numeri un altro dato che salta all’occhio riguarda la differenza tra gli elettori che si definiscono democratici e indipendenti: il primo gruppo ha votato in massa per l’ex vice di Obama (41%), il secondo per il senatore del Vermont (36%). Scontato invece il rapporto degli elettori con la parola “socialismo“: il 45% di chi la vede come favorevole ha scelto Sanders, contro il 46% degli elettori che la vede come una cosa sfavorevole che hanno votato l’altro candidato.

PUNTI DI FORZA E ALTRI TEMI CALDI

Il prossimo appuntamento segnato sul calendario è il 10 marzo, quando altri sei Stati saranno chiamati alle urne. Nei prossimi giorni resterà da capire quale sarà il destino di Bloomberg e Warren, ma intanto sembra delineato un testa a testa finale tra Biden e Sanders. E i temi sul tavolo non mancano. Fino ad ora i candidati si sono cimentati negli Stati del Sud, o Stati complessi come California e Texas, ma all’appello manca ancora il Midwest, se si escludono Minnesota e Iowa che hanno già votato. La partita in quelle regioni è tutta da giocare, come dimostrano alcuni dati interessanti in materia economica e sanitaria, senza dimenticare il nemico comune Donald Trump.

Manifestazione contro la chiusura di una fabbrica a Lordstown in Ohio.

I temi che scaldano gli elettori dem riguardano soprattutto la questione razziale, la sanità, il cambiamento climatico e la disuguaglianza economica. Sui primi due Biden è piazzato bene con rispettivamente il 47% e 38% di elettori interessati a quei temi che lo hanno scelto. Discorso diverso per la disuguaglianza. Il 37% degli elettori che danno importanza alla lotta per redditi più equi ha scelto Sanders mentre solo il 29% ha preferito l’ex vice presidente. Tra gli Stati in cui si vota il 10 aprile ce ne sono alcuni che da anni affrontano situazioni difficili. Ben quattro, Nord Dakota, Michigan, Mississippi e Missouri, fanno parte di quella fascia di Stati americani che si trova a fronteggiare una bassa crescita dei salari accompagnata da un altrettanto lento aumento dei posti di lavoro.

Per entrambi i candidati sarà quindi un banco di prova chiave per capire la tenuta delle proprie piattaforme. C’è però un ultimo numero che rimescola tutte le previsioni. Secondo i dati raccolti Biden ha raccolto circa la metà dei suoi voti al Super Tuesday (il 49%) da elettori che hanno deciso chi votare solo negli ultimi giorni mentre il 36% di chi aveva già deciso ha scelto Sanders. Bisogna quindi vedere quanto durerà il “momentum” dell’ex presidente e se il fronte liberal si ricompatterà dietro al senatore del Vermont con il possibile addio di Warren.

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Ecco perché al Super Tuesday voto per Bernie Sanders

Se Joe Biden è riuscito a rinvigorire i moderati del partito democratico, il senatore del Vermont è carismatico e punta dritto ai problemi che affliggono questo Paese. Dopo quattro anni di Trump, se l’America deve cambiare, che cambi in meglio.

Alla fine eccoci: è arrivato il Super Tuesday in cui siamo chiamati a votare chi tra i dem potrebbe sconfiggere Donald Trump.

Sembra facile: dopotutto è stato il presidente peggiore del secolo, ne ha fatte di cotte e di crude. Ha superato un impeachment, ha distrutto tutto quello che (di buono) aveva fatto Barack Obama negli otto anni della sua presidenza; ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo. Insomma, un disastro.

E finalmente si può votare una persona che lo cacci dalla Casa Bianca. E ripristini una volta per tutte ciò che di positivo gli Stati Uniti rappresentano. 

BIDEN HA RINVIGORITO I CENTRISTI DEM

Eppure credo che sia tutt’altro che una passeggiata scegliere chi potrebbe davvero riuscire nell’impresa. Il partito dell’Asinello si trova in una posizione difficile: c’è chi crede fermamente nella sua centralità, rinvigorita da Joe Biden – che lunedì ha raccolto i voti di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati ritirati dalle Primarie – e chi crede che non sia il momento di proporre programmi estremi, almeno per gli Stati Uniti, come quelli di Elizabeth Warren e Bernie Sanders

LE DUE FACCE DELL’EX VICEPRESIDENTE

Joe Biden rappresenta un ritorno alla politica americana pre-Trump. Dopo quattro anni di incredibile smarrimento, è una certezza: l’America vera sta nel centro, senza nessuna esagerazione a destra come a sinistra. Biden ha un curriculum eccezionale, e non solo grazie a Obama di cui è stato il vice. È riuscito a far passare leggi importanti grazie alla sua capacità di accettare compromessi con i repubblicani. È riuscito a salvare le fabbriche automobilistiche; ha supportato il Violence against Women’s Act. Ed è in grado di intercettare il voto degli afroamericani e delle minoranze, fattore importante se non decisivo per vincere le primarie.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Ma anche dei lati oscuri: ha votato per la guerra in Iraq, è tra i responsabili della legge che ha fatto finire in carcere tantissimi ragazzi per crimini minori. Insomma, è un democratico di centro, bravo, ma non sempre convincente. Gli mancano, va detto, due cose importanti: il carisma di Obama e l’entusiasmo che potrebbe portare i giovani (che sono il vero punto interrogativo delle elezioni) a spegnere Netflix e andare a votare. Se fossi una persona coerente, forse voterei per lui. L’America post Trump ha bisogno di sicurezze, di stabilità. Di una persona che conosce bene come funziona Washington e che sa come e cosa proporre. Anche se è ben lontano dal fascino di Obama, ne sposa comunque la linea politica.

QUELLO DI SANDERS PER NOI È SOLO BUON SENSO

Eppure è difficile rimanere impassibili al programma e al carisma di Bernie Sanders. Soprattutto per noi europei che ci siamo trasferiti qui malgrado tutto. Ci sembra ovvio che la Sanità e l’Istruzione siano un diritto di ogni cittadino. Così come che la classe media abbia bisogno del sostegno del governo. Non si tratta di socialismo, parola che fa venire la grattarola a molti americani. Si tratta di senso comune. Da questa parte dell’Atlantico però significa votare per chi sembra essere un rivoluzionario, un outsider, e dopo quattro anni di destabilizzazione, mi chiedo se l’America sia pronta per altri quattro anni di confusione, di rivoluzione, o se sarebbe meglio ancora una volta votare per la solidità: cioè Biden.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

Questa volta però ho deciso di rischiare e scegliere Bernie. Perché siamo nel 2020 e il Pianeta sta andando a catafascio, perché ci sono ancora milioni di persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure mediche. Perché Wall Street deve cominciare a contribuire al bene comune. Ma soprattutto perché se l’America deve cambiare, spero che cambi per il meglio. E che Dio mi benedica.

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Perché il Super Tuesday 2020 è il più imprevedibile di sempre

Il 3 marzo una grossa fetta dell'elettorato dem è chiamata a scegliere il candidato che sfiderà Trump. Sul piatto oltre 400 delegati. Sfida al vertice tra Sanders e Biden che ha incassato gli endorsement di Buttigieg e Klobuchar. Dalle strategie alle variabili economiche: le cose da sapere.

Se non sarà il Super Tuesday più importante di sempre, sicuramente sarà il più imprevedibile. Il 3 marzo va in scena uno dei momenti chiave della lunga stagione delle primarie democratiche, appuntamento che precede la grande sfida a Donald Trump per la Casa Bianca, già segnata in rosso per il 3 novembre 2020.

Le incognite sul tavolo sono tante. In primo luogo la tenuta di Bernie Sanders come favorito per la nomination, l’ingresso dell’arena di dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg e il “momentum” di Joe Biden fresco vincitore delle primarie in Sud Carolina con un margine di oltre 30 punti su Sanders.

Il tutto condito dall’addio alla corsa dell’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, che nonostante la partenza a razzo in Iowa, ha mostrato pesanti limiti in Nevada e Sud Carolina. Non solo. Il 2 marzo è arrivato anche il passo indietro di Amy Klobuchar che ha annunciato subito il suo supporto all’ex vice di Barack Obama. A tutto questo poi farà da sfondo anche l’emergenza coronavirus, che negli ultimi giorni è arrivata anche negli Stati Uniti.

COS’È IL SUPER TUESDAY

La prima traccia della definizione “Super Tuesday” risale al giugno del 1976. Quell’anno le ultime primarie di California, New Jersey e Ohio regalarono la nomination a Jimmy Carter e Gerald Ford e per la prima volta un quotidiano, il californiano Lodi News-Sentinel, utilizzò la parola “Super Tuesday” per indicare la sfida finale per ottenere la nomination.

La copertina del Lodi News-Sentinel del 3 giugno 1976

Da allora il formato delle primarie è andato via via cambiando fino ad arrivare a una forma simile a quella attuale nelle primarie del 1988, quando un gruppo di Stati del Sud spinse per un’unica giornata di voto nelle fasi iniziali della campagna per influenzare gli esiti della corsa in modo più incisivo. Quattro anni prima, infatti, la sonora batosta di Walter Mondale contro Ronald Reagan aveva convinto molti che fosse necessario puntare su candidati centristi, magari del Sud. Cosa che però non successe dato che nel 1988 vinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, poi battuto da George H. W. Bush.

DOVE SI VOTA NEL 2020

Dal 2000 in poi il blocco del Sud è stato annacquato rendendo la giornata di voto aperta a tutti gli Stati. Quest’anno quelli chiamati alle urne sono 14: California, Utah, Colorado, Texas, Oklahoma, Arkansas, Minnesota, Tennessee, Alabama, Nord Carolina, Virginia, Vermont, Massachusetts, Maine. Sul piatto ci sono ben 1.357 delegati, circa un terzo di quelli complessivi. Per capire la portata basti pensare che nei nei primi tre Stati in cui si è votato, Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina, i delegati assegnati sono stati 155. Non solo. Per vincere la nomination un candidato ha bisogno di 1.991 delegati.

La mappa del voto: in blu gli Stati del Super Tuesday (Fonte: New York Times)

Il voto di quest’anno da Est a Ovest chiama alle urne Stati e popolazioni molti diverse tra loro. Si va dal super liberal Massachusetts, alle roccaforti repubblicane Texas e Oklahoma, con in mezzo i potenziali Swing States Colorado, Nord Carolina e Virginia. Per avere i risultati definitivi potrebbero volerci giorni. Lo stesso spoglio avverrà sfalsato ad esempio il Vermont (lo Stato di Bernie Sanders) chiuderà i seggi alle 19 (ora locale), mentre la California alle 23.

COME ARRIVANO AL VOTO I CANDIDATI

Ovviamente nessuno può vincere la nomination già al Super Tuesday, ma gli esiti potranno dare indicazioni molto significative sull’andamento della campagna elettorale. Le cose da osservare nel voto del 3 marzo sono almeno tre e riguardano quelli che al momento sono i principali candidati in corsa per la nomination: il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’ex vice presidente Joe Biden e l’ex primo cittadino di New York Michael Bloomberg.

LA STRATEGIA DI SANDERS

Tra i candidati quello che testerà la sua candidatura in modo più forte sarà Sanders. Secondo quanto scrive il Washington Post, il senatore sta battendo soprattutto la California. Secondo gli ultimi sondaggi Sanders potrebbe essere l’unico candidato capace di toccare il 15% dei consensi nelle varie circoscrizioni, una soglia che permette di ottenere dei delegati. Sopra quel limite i delegati vengono poi distribuiti in maniera proporzionale.

Bernie Sanders durante un comizio a Los Angeles, California.

Secondo le stime di FiveThirtyEight Sanders dovrebbe aggiudicarsi circa 63 delegati contro i 43 di Biden, i 22 di Warren e i 14 di Bloomberg. Da un lato la strategia potrebbe aiutarlo a dare una spinta decisiva, dall’altro non va dimenticato che i risultati definitivi potrebbero arrivare con qualche giorno di ritardo. Allo stesso tempo in tutti gli Stati si vedrà se il “modello Nevada“, sul coinvolgimento di giovani e minoranze sia in grado di essere replicato altrove.

L’INCOGNITA BLOOMBERG E GLI INVESTIMENTI IN TEXAS E CALIFORNIA

I 415 delegati californiani fanno gola soprattutto a Mike Bloomberg. L’ex sindaco della Grande Mela ha puntato molto sul Golden State, con spot al tappeto, guerra dei meme e eventi pubblici. Basti pensare che a 27 febbraio il tycoon aveva aperto ben 22 uffici elettorali, come Sanders, contro i tre di Elizabeth Warren e uno di Joe Biden. Aveva speso 46 milioni di dollari in spot televisivi e lanciato una campagna di assunzioni per oltre 800 membri dello staff. Tra dicembre e gennaio il miliardario ha assunto come consiglieri per la sua campagna elettorale: Alexandra Rooker, vice segretaria della sezione californiana del partito democratico; e Carla Brailey, vice segretaria del Partito democratico per il Texas.

L’ex sindaco di New York City Mike Bloomberg durenate un comizio a San Antonio, Texas.

E proprio a Sud si potrebbe giocare la partita decisiva per il destino di Bloomberg. Anche nel Lone Star State la spesa non è stata indifferente: 35 milioni di spot, un quartier generale a Houston, 27 uffici sparsi nello Stato, e 160 nuove assunzioni. Secondo FiveThirtyRight i massicci investimenti di Bloomberg potrebbero non bastare dato che dovrebbe portare a casa solo 17 delegati sui 228 disponibili. A contendersi i restanti ci sarebbe il testa a testa tra Sanders e Biden, entrambi quotati a 28-29. Tutta da verificare, invece, la strategia di puntare al voto afroamericano visto l’ampio successo di Biden in Sud Carolina.

IL RILANCIO DI BIDEN COME ULTIMA SPERANZA DEI MODERATI

La terza cosa da tenere d’occhio il 3 marzo saranno quindi i risultati dell’ex senatore del Delaware che potrebbe tornare a sfidare apertamente Sanders. Due fonti della campagna elettorale di Biden hanno fatto sapere alla Cnn che la strategia è quella di contenere Sanders e restare competitivi, magari distaccando ulteriormente il gruppo degli inseguitori. L’approccio, hanno aggiunto le fonti, è quello di puntare a vincere negli Stati del Sud che mostrano profili demografici simili alla Sud Carolina, come Alabama, Arkansas, Tennessee e Nord Carolina. Senza dimenticare il Texas dove si è recato per una serie di comizi già il 2 marzo.

Joe Biden durante un rally in una scuola di Norfolk, in Virginia.

Sul fronte economico intanto Biden ha rimpolpato le finanze della sua compagna con 10 milioni di dollari arrivati tra sabato e domenica, molto più di quanto raccolto a gennaio e vicini ai 18 arrivati a febbraio. Una cifra ragguardevole lontana però dai 46 raccolti da Sanders e dai 29 raccimolati da Warren.

IL PESO DEGLI ENDORSEMENT

Il voto in Sud Carolina ha avuto però un effetto valanga su tutta la campagna e tra il 2 e 3 marzo una serie di movimenti nell’area moderata hanno rimescolato le carte. A meno di 24 ore dal Super Tuesday, infatti, Biden ha incassato tre sostegni di peso. Quello degli ormai ex candidati Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e anche quello di Beto O’Rourke, ex deputato di El Paso che nel 2018 aveva quasi battuto il senatore Ted Cruz. I tre si sono presentati sul palco di Dallas, in Texas per sostenere ufficialmente Biden. L’ex primo cittadino dell’Indiana è addirittura volato da South Bend in Texas per incontrare l’ex vice presidente. Nella notte che ha preceduto il suo addio, ha scritto la stampa americana, avrebbe anche avuto una conversazione telefonica con l’ex presidente Barack Obama.

Gli interventi da Dallas in favore di Biden di O’Rourke, Klobuchar e Buttigieg.

LE ULTIMISSIME CHANCES DI WARREN

Se il fronte moderato sembra essersi ricompattato intorno a Biden, non può dirsi altrettanto per quello più a sinistra. Il Super Tuesday sancirà anche se nel proseguo della corsa ci sarà ancora spazio per Elizabeth Warren, che insieme a Klobuchar aveva ricevuto l’appoggio del New York Times il 20 gennaio scorso. La corsa della senatrice del Massachusetts non ha mai preso un vero slancio. Pur avendo risultati meno esaltanti di Buttigieg resta in corsa anche perché si vota nel suo stato, il Massachusetts. Difficile dire se sarà in grado di rilanciare la campagna elettorale, forse una vittoria in un paio di Stati o un conto dignitoso di delegati potrebbe aiutarla a sopravvivere, magari raccogliendo nuove donazioni, per ritentare la sorte nei sei Stati in cui si vota il 10 marzo prossimo.

Le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar durante una marcia a Selma, in Alabama.

LE INDICAZIONI ECONOMICHE DEGLI ELETTORI

Con ogni probabilità il Super Tuesday darà sicuramente indicazioni significative in vista del 3 novembre. Gli Stati chiamati alle urne sono molto diversi tra loro. Il Times ha provato a mostrare questa diversità incrociando due valori: la crescita dei posti di lavoro l’andamento dei redditi. In questo modo è stato possibile creare quattro categorie: Stati con redditi alti e aumento dei posti di lavoro; Stati con redditi più bassi ma aumento dei posti di lavoro; Stati con bassi redditi e un mercato del lavoro contratto; e Stati con redditi alti e crescita lenta dell’occupazione. In un simile scenario tutte e quattro le zone mostreranno i sentimenti dell’elettorato dem sul piano economico, reagendo, o meno alle ricette dei candidati, da quelle socialiste di Sanders alla promessa della gestione manageriale fatta da Bloomberg.

GLI UTLIMI SONDAGGI IN VISTA DEL VOTO

Gli addii di Buttigieg e Klobuchar sicuramente avranno un impatto quasi imprevedibile ridisegnerà corsa e sondaggi. Al momento secondo Real Clear Politics a livello nazionale il favorito resta Sanders con il 29,6% dei voti, seguito da Biden (19,8%), Bloomberg (16,4%) e Warren (11,8%). Ma i sondaggi nazionali dicono poco anche in vista del voto di novembre dato che i super-delegati vengono assegnati Stato per Stato. In California, secondo una rilevazione di CBS News, il margine di Sanders molto ampio col 31% (e Biden al 19%). Più ristretto quello in Texas con una distanza tra i due di soli 4 punti, 30% contro il 26%.

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Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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Cos’è successo nelle primarie democratiche in Iowa

Avvio flop per la campagna dem. Nella notte si blocca il sistema di conteggio delle preferenze costringento la divisione locale del partito dell'asinello a rimandare la diffusione dei dati.

Nottata da incubo per il partito democratico americano. L’avvio delle primarie in vista delle presidenziali di novembre coi caucus dell’Iowa doveva essere il trampolino di lancio per i candidati in vista della sfida a Trump. Ma un complicato sistema di conteggio unito a un app per la raccolta voti malfunzionate ha bloccato il rilascio dei risultati, costringendo a uno slittamento superiore alle 24 ore.

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Nella notte il comitato locale del partito aveva detto che il ritardo era dovuto a «un controllo di qualità sui risultati in arrivo». Ma Wolf Blitzer della Cnn ha ricordato che nel 2016 a quest’ora erano già stati diffusi i risultati del 70% dei caucus. Alle 23.00 ora locale, ore 5.00 del mattino di martedì 4 febbraio in Italia, solo il 25% dei voti è stato conteggiato, rendendo così impossibile dare i primi risultati. Nel corso della nottata i funzionari dem hanno fatto sapere che i ritardi hanno mostrato delle «contraddizioni» ma «non sono il risultato di un’intrusione di hacker».

AVVIATO IL CONTEGGIO A MANO

I dirigenti hanno poi telefonato alle campagne dei candidati per informarli sui ritardi dei risultati dei caucus. Il direttore della comunicazione del partito Mandy McClure ha spiegato che il ritardo è anche il risultato del cambio di regole, che impone al partito di gestire e diffondere tre tipi di dati: quelli della prima votazione, quelli della seconda e quelli relativi ai delegati conquistati. McClure ha aggiunto che il per ora ha i dati di circa il 25% dei caucus, mentre l’afflusso è in linea con quello del 2016. Alla fine per cercare di uscire dall’impasse è stato deciso il conteggio a mano. Secondo la Cnn questo dovrebbe portare a un rilascio dei risultati nel corso del 4 febbraio.

BERNIE SANDERS DICHIARA LA VITTORI

I comitati dei vari candidati hanno comunque avuto una prima stima dei numeri raccolti con Bernie Sanders che ha detto di essere vicino alla vittori. La campagna di Bernie Sanders ha diffuso i suoi risultati interni, corrispondenti a circa il 40% dei caucus in Iowa, dai quali emerge che il senatore del Vermont è primo nel conteggio finale con il 29,66%, seguito da Pete Buttigieg col 24,59%. Terza la senatrice Elizabeth Warren col 21,24%. Joe Biden quarto col 12,37%, mentre la senatrice Amy Klobuchar è al 11%. Sotto l’1% gli altri candidati. Se il trend fosse confermato, si tratterebbe di una conferma superiore alle attese per Sanders e di un exploit per Buttigieg, che si imporrebbe come leader moderato ai danni di un molto deludente Biden e di una Klobuchar comunque in rimonta. La Warren dimostrerebbe invece di poter rimanere in corsa nel duello a sinistra con il senatore del Vermont. La campagna di Sanders ha giustificato così la decisione di diffondere dati parziali interni: «Riconosciamo che questo non rimpiazza i dati completi del partito democratico dell’Iowa ma crediamo fermamente che i nostri supporter abbiano lavorato troppo a lungo per vedere ritardati i risultati del loro lavoro».

BUTTIGIEG: «ANDREMO IN NEW HAMPSHIRE DA VITTORIOSI»

«Che nottata! Non sappiamo i risultati dell’Iowa ma andremo in New Hampshire vittoriosi», ha affermato Pete Buttigieg salendo sul palco del suo quartier generale in Iowa quando ancora l’esito delle primarie democratiche è tutto da definire. «Siamo gli unici che abbiamo una nuova idea per Washington», ha detto ai suoi supporters.

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Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Trentotto anni, veterano dell'Afghanistan e apertamente gay: chi è il centrista che insidia Biden e Sanders.

La strada verso le presidenziali del 3 novembre 2020 è tutta in salita. Ma la lunga cavalcata delle primarie dem potrebbe presto riservare delle sorprese.

Una di queste potrebbe essere Pete Buttigieg, l’unico vero outsider capace di giocarsi qualche chance di sopravvivere alla prima tornata di primarie che inizia il 3 febbraio con i caucus in Iowa.

Trentotto anni, ex sindaco di South Bend (Indiana), ex veterano dell’intelligence in Afghanistan (prestò servizio nel 2014 mettendosi in aspettativa), gay e felicemente spostato con un insegnante. Il cv di Pete, diminutivo di Peter Paul Montgomery, sembra in linea con il vento che sta soffiando nel partito dell’asinello, aperto a minoranze e sempre più a sinistra. Ma in realtà Buttigieg (si pronucia Boot-edge-edge) si mostra molto più moderato dei più noti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

UN MODERATO PER PUNTELLARE IL PARTITO

Dato per spacciato ancora prima di iniziare la corsa, l’ex sindaco di South Bend, cittadina da 100 mila abitanti tra Indiana e Michigan, ha mostrato grande preparazione, competenza e lucidità. Parla sette lingue (norvegese, arabo, spagnolo, maltese, farsi, francese e italiano) e ha studiato in alcune delle più prestigiose università del mondo come Harvard e Oxford. “Major Pete”, come si fa chiamare per evitare agli interlocutori errori di pronuncia del suo cognome, è stato eletto sindaco per la prima volta nel 2011 con il 74% dei voti e riconfermato nel 2015 con oltre l’80 delle preferenze. Insieme a Biden rappresenta l’anima centrista del partito. Una figura che dal lancio della candidatura anziché perdere smalto ne ha acquisto sempre di più. In particolare potrebbe riconquistare l’elettorato dem in quel Midwest che nel 2016 ha premiato Donald Trump.

Supporter di Pete Buttigieg a ridosso dei caucuses in Iowa

IL PROGRAMMA TRA SANITÀ E RIFORMA DELLA CORTE SUPREMA

Rispetto alle posizioni radicali di Sanders e Warren, Buttigieg punta a costruire convergenze tra moderati dem e repubblicani. Non a caso ha accettato l’invito a partecipare a un programma su Fox News, rete vicina al Gop e soprattutto al presidente Donald Trump. I suoi cavalli di battaglia sono principalmente due: una riforma istituzionale che modernizzi in particolare il ruolo della Corte suprema e aggiustamenti moderati per la Sanità, respingendo la proposta di Sanders di una Medicare for all che mira a mandare in soffitta il vecchio sistema sanitario americano. In più di un’occasione ha parlato anche del cambiamento climatico mettendo in luce come la sua generazione si troverà a gestire le conseguenze del riscaldamento globale. Tra gli altri temi a cui si è dimostrato sensibile anche la concessione della cittadinanza ai Dreamers, i figli dei migranti irregolari nati sul territorio statunitense, e l’aumento dei controlli per i possessori di armi da fuoco.

SONDAGGI: OLTRE IL 10% IN IOWA E NEW HAMPSHIRE

Al momento secondo il sito Real Clear Politics Buttigieg è al 6,7% nei sondaggi nazionali, ma questo tipo di rilevazione vale poco dato che poi primarie e presidenziali si giocano Stato per Stato. In Iowa all’ultima rilevazione è dato al 16,4%, alle spalle di Sanders (24,2%) e Joe Biden (20,2%). Numeri analoghi anche in New Hampshire dove si vota l’11 febbraio: 14,8% sempre alle spalle dell’ex vicepresidente (16,8%) e del senatore del Vermont (26,3%). Il precorso di Buttigieg però è tutt’altro che semplice. Il suo “centrismo” non attira il voto dei millenials che sembrano preferire le inclinazioni socialiste di Sanders e di riflesso di Alexandria Ocasio-Cortez. Allo stesso tempo potrebbe mancare anche il supporto della comunità afroamericana che guarda con più favore l’ex numero due di Obama, Joe Biden.

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Trump oltre all’America sta distruggendo i repubblicani

Boicottando il processo d'impeachment, il Gop sta scrivendo una misera pagina della storia Usa. Quando il tycoon non sarà più al potere, il partito dovrà rendere conto della sporcizia che ha cercato di nascondere.

È iniziato martedì l’atteso processo al Senato per stabilire se le accuse della Camera che sono costate l’impeachment a Donald Trump sono gravi abbastanza per rimuoverlo dall’incarico.

I repubblicani, che in Senato sono la maggioranza, sperano di concludere il tutto il più velocemente possibile e finora non hanno autorizzato il team democratico ad ascoltare nuovi testimoni e visionare documenti indispensabili a provare la colpevolezza del presidente. 

Nessuno degli 11 emendamenti proposti è passato. E le discussioni sono andate avanti, senza spostare le posizioni di un millimetro, fino alle due del mattino.

COSÌ I REPUBBLICANI CERCANO DI NASCONDERE LA VERITÀ

E in tutto questo cosa sta facendo il presidente? Spera che i numeri rimangano sempre così: 53 voti a suo favore contro i 47 dei democratici. Così ha la certezza che non sarà rimosso dal suo incarico. La sua strategia rispecchia quella dei repubblicani: meglio non sentire altri testimoni per non correre il rischio che qualcuno, dopo essersi fatto un esame di coscienza, cambi idea.

GLI AMERICANI CHIEDONO CHIAREZZA

Il popolo americano cosa pensa di tutto questo? Dagli ultimi sondaggi, il 69% dei cittadini vuole vedere i documenti mancanti e ascoltare i testimoni zittiti in precedenza perché si faccia finalmente chiarezza sugli eventi che hanno portato questo Paese nel caos più assoluto. E veniamo a me. Io, italiana diventata americana durante la presidenza di Barack Obama, penso che il senso di democrazia, di giustizia e di patriottismo di questa nazione così complessa si stia perdendo molto più velocemente di quanto si pensasse.

LEGGI ANCHE: L’impeachment a Trump è anche un processo ai valori Usa

Penso che nessuno è al di sopra della legge, soprattutto il presidente che deve dare esempio di limpidezza e unire piuttosto che dividere. Penso che i padri della Costituzione scrissero un documento chiaro, preciso, per fare in modo che gli Stati Uniti non si ritrovassero a essere manipolati dal leader di turno. Dov’è andato a finire quel senso di democrazia di cui gli americani andavano così fieri?

IL GOP PAGHERÀ PER IL SUO ATTEGGIAMENTO

Infine, penso che il Gop, che supporta a spada tratta il suo presidente, pagherà cara questa presa di posizione ottusa e moralmente discutibile. Il lungo e difficile processo per ottenere un impeachment capita raramente: è accaduto solo tre volte prima di questa, e ognuno di questi momenti è passato automaticamente alla storia. Le pagine che si stanno scrivendo ora saranno valutate negli anni e nei decenni a venire. I nostri figli le studieranno a scuola. E il partito repubblicano passerà come quello che non ha voluto sapere e non ha voluto che emergesse la verità. Quando Trump non sarà più al potere (speriamo presto), i repubblicani dovranno rendere conto di tutta la sporcizia che hanno tentato disperatamente di nascondere. Trump sta distruggendo, tra le altre cose, quello che era il partito repubblicano, e i suoi seguaci cadranno con lui. 

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L’impeachment a Trump è un processo anche ai valori Usa

Se in Senato tutto finisse in un nulla di fatto, nonostante i documenti, i fatti accertati e l'atteggiamento del tycoon allora crollerebbe il concetto stesso di giustizia. E noi americani saremmo costretti ad accettare un presidente e una amministrazione al di sopra della legge.

Malgrado il tentativo di Donald Trump di spostare l’attenzione pubblica dall’impeachment a una possibile crisi internazionale, mercoledì mattina la Speaker della Camera Nancy Pelosi ha scelto i sette membri democratici del Congresso che rappresenteranno l’accusa durante il processo a carico del presidente in Senato.

Il 18 dicembre, la Camera dei rappresentanti ha ufficialmente accusato Trump di abuso di potere e ostruzione al Congresso.

Ora tocca al Senato stabilire se i crimini commessi dal tycoon sono gravi al punto tale da rimuoverlo dalla sua posizione di presidente.

IN SENATO UNA STRADA TUTTA IN SALITA

Non sarà facile: il Senato è a maggioranza repubblicana, e Mitch McConnell, leader del Senato e amico di merendine di Trump, ha dichiarato più volte che le accuse sono deboli e che il processo sarà semplice e breve. Ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di ammettere nuove testimonianze, anche se dal 18 dicembre a oggi sono emersi altri fatti gravi che riguardano i capi d’accusa. Per esempio, l’ex National Security advisor di Trump, John Bolton, il più informato sul caso Ucraina, ha detto che se chiamato a testimoniare, è disposto a presentarsi. Dal canto suo il presidente ha subito fatto sapere che limiterà le informazioni che potrà dare.

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«È un insabbiamento della verità», ha replicato Pelosi aggiungendo che gli americani si aspettano un processo imparziale e che la Costituzione impone che sia svolto al di sopra delle partigianerie politiche. E, ancora, che non deve essere visto come una vendetta personale e che è un alto atto di patriottismo. Pelosi ha anche ricordato che ogni giorno in tutte le scuole americane e negli uffici governativi si recita il giuramento alla bandiera e alla Repubblica che rappresenta. E che sono gli americani a scegliere il loro presidente e non la Russia di Vladimir Putin. «Eppure, in questa amministrazione», ha detto, «tutte le strade portano a Putin. Dobbiamo difendere a spada tratta il nostro sistema elettorale». 

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I Repubblicani insistono inesorabili sullo stesso punto: l’impeachment è solo una farsa, un tentativo di cacciare Trump e impedirgli di vincere il secondo mandato. Sono convinti, pare, che il loro presidente non abbia fatto nulla di illegale e che sia solo una vittima del sistema. Quasi sicuramente l’avranno vinta loro: il presidente rimarrà lì dov’è e vincerà le elezioni del 2020.

A RISCHIO LO STESSO CONCETTO DI GIUSTIZIA

Fa impressione pensare che, malgrado il sacrosanto concetto di giustizia, malgrado le regole costituzionali, i fatti verificati, i milioni di documenti redatti, è molto probabile che il presidente resti alla Casa Bianca. Mi chiedo come ci si dovrà comportare in futuro, quando altri misfatti verranno alla luce: dobbiamo accettarli, sapendo che tanto è impossibile ottenere giustizia? Dobbiamo forse cominciare a pensare che il controllo che Trump ha sui suoi burattini sia al di sopra di tutto? Come facciamo ad adeguarci? E infine, se le elezioni saranno hackerate dalla Russia, cosa rimane a noi cittadini per toglierci dai piedi un disonesto come Trump?

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L’ultimo dibattito palesa la mancanza di carisma tra i dem Usa

Lo scontro tra i candidati alla vigilia delle primarie ha messo in luce l'assenza di un leader forte che possa intimorire Trump. Biden sotto tono, Warren e Sanders rischiano di annullarsi.

A tre settimane dall’avvio della stagione delle primarie democratiche in Iowa, l’ultimo dibattito tivù tra gli aspiranti sfidanti di Donald Trump delude le aspettative. Ancora una volta non emerge un vero leader, nonostante sul palco i candidati siano rimasti solo in sei, a partire dal frontrunner Joe Biden. Tra i big si assiste alle previste scintille tra i due senatori progressisti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, costretti a farsi la guerra per guadagnarsi la palma di anti-Biden prima ancora che di anti-Trump. Alla fine non si stringono neanche la mano, ma in realtà non si può parlare di un vero e proprio scontro. Sanders respinge le accuse dell’alleata di sempre nella sinistra dem, e ribadisce di non aver mai detto che una donna non potrà mai vincere le elezioni presidenziali del 2020: «È la mia storia a parlare per me, su YouTube potrete trovare un video di 30 anni fa in cui dico che la vittoria di una donna è possibile». Warren liquida la questione con una battuta: «Qui su questo palco io e Amy Klobuchar (l’altra candidata dem, ndr) siamo le uniche che negli ultimi 30 anni hanno battuto un repubblicano. E gli uomini qui sul palco hanno perso tutte le elezioni degli ultimi dieci anni». Tutto qui, ma quanto basta da lasciare delle ruggini. Biden cerca di tenersi fuori dalla mischia e più che attaccare cerca di limitare i danni, forte degli ultimi sondaggi che lo danno in crescita proprio in Iowa dove fino a qualche settimana fa sembrava fuori gioco. Così alla fine, minuti alla mano, parla molto meno dei suoi più diretti avversari, costretto a difendersi davvero solo una volta: «Ho già detto 13 anni fa che fu un errore votare per la guerra in Iraq», replica a Bernie Sanders che definisce quel voto «la peggiore decisione della nostra storia insieme alla guerra del Vietnam». Per il resto Biden si dice pronto ad affrontare Trump in un faccia a faccia, a diventare il Commander in chief e a guidare il Paese dall’alto della sua esperienza di otto anni alla Casa Bianca al fianco di Barack Obama. Ma la sua prestazione è comunque sotto tono, e su molti temi si inceppa dando una sensazione di scarsa sicurezza. Performance in chiaroscuro per Pete Buttigieg, che dalla politica estera alla questione Sanità mostra grande competenza ma che forse non riesce a incidere come vorrebbe e a ritagliarsi davvero in maniera efficace il ruolo del moderato alternativo a Biden.

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Perché scandali e impeachment non frenano la corsa di Trump verso il 2020

Il gradimento del tycoon non cala. Gli indecisi potrebbero rivotarlo. E questo perché l'economia continua a crescere e la disoccupazione non è mai stata così bassa. Per batterlo serve un vero scatto d'orgoglio.

I sondaggi degli ultimi giorni parlano chiaro: malgrado sia stato confermato il quid pro quo nell’Ucrainagate – l’ambasciatore Usa in Ue Gordon Sondland ha ammesso: «Dissi che avremmo potuto non dare gli aiuti militari» – la popolarità di Donald Trump non è calata significativamente.

E nonostante il bombardamento di scoop e di Breaking news che lo riguardano, la percentuale di americani favorevoli all’impeachment è rimasta stabile. Infine, le persone ancora indecise su chi votare non sono del tutto convinte che sia sbagliato votare per Trump nel 2020.

Tirando le somme viene da pensare che la strada dell’impeachment non sia poi così efficace per liberarsi del tycoon. Il motivo di tutto questo mi sfuggiva, e sono andata a leggere cosa ne pensano i talking heads.

I CRITERI CON CUI VIENE GIUDICATO UN PRESIDENTE

Ho trovato particolarmente interessanti le opinioni di Ross Douthat, editorialista del New York Times. Nel suo articolo How Trump Survives spiega come gli americani valutino un leader in base ai successi dell’economia nazionale e alla stabilità mondiale e molto meno per scandali. Douthat avalla la sua teoria ricordando gli altri due tentativi di impeachment nella storia americana: quello a Richard Nixon, uscito dalla scena politica devastato, e quello a Bill Clinton che invece è tuttora considerato da molti uno dei più importanti presidenti americani. Vero, le accuse rivolte ai due erano molto diverse – Nixon fu travolto dal Watergate, mentre Clinton mentì sotto giuramento – ma a fare la differenza furono altri fattori. Mentre durante il secondo mandato di Nixon gli Stati Uniti erano in piena crisi di petrolio, le borse perdevano valore e iniziava un periodo di recessione, l’amministrazione di Clinton era riuscita a garantire un clima di enorme sicurezza economica e mondiale. 

LA GOLDEN AGE DI TRUMP

Malgrado mi pesi ammetterlo, l’America di Donald Trump, almeno sulla carta, sta attraversano un periodo d’oro. Certo, non è tutta farina del suo sacco: il suo predecessore Barack Obama gli ha lasciato un Paese in buono stato. Ma comunque sia, l’economia va a gonfie vele e la disoccupazione non è mai stata così bassa. In poche parole, quando si sta bene fa paura cambiare le carte in tavola, anche se sono carte sporche. Le notizie sempre più allarmanti riguardo i giochi di Trump sia a Washington sia all’estero sarebbero molto più dannose per il tycoon se nel Paese si respirasse una insicurezza economica e sociale.

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Certamente molti americani sono basiti di fronte al fatto che il presidente abbia chiesto all’Ucraina aiuti per la sua campagna elettorale in cambio dei fondi che il Congresso aveva stanziato per limitare i danni della guerra in Crimea. È ovvio che i comportamenti scorretti di Trump nei confronti degli immigrati, delle donne, dei disabili sono da denunciare e fanno discutere. Ma gli indecisi, i cosiddetti swing voter si preoccupano più di mantenere un lavoro stabile che garantisca loro una vita agiata e dignitosa.

L’UNICA SPERANZA È UNO SCATTO D’ORGOGLIO

Ross Douthat scrive: «Nel nostro sistema, bisogna che accadano dei disastri per potersi liberare di un presidente prima della fine del suo mandato, anche se è un presidente corrotto». Ha ragione il caro signor Douthat, ma spero comunque che quando sarà il momento di votare, i democratici e gli indipendenti si mettano una bella mano sulla coscienza e si preoccupino anche del livello imbarazzante di decenza in cui è caduto un Paese così potente come l’America. 

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