Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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Cos’è successo nelle primarie democratiche in Iowa

Avvio flop per la campagna dem. Nella notte si blocca il sistema di conteggio delle preferenze costringento la divisione locale del partito dell'asinello a rimandare la diffusione dei dati.

Nottata da incubo per il partito democratico americano. L’avvio delle primarie in vista delle presidenziali di novembre coi caucus dell’Iowa doveva essere il trampolino di lancio per i candidati in vista della sfida a Trump. Ma un complicato sistema di conteggio unito a un app per la raccolta voti malfunzionate ha bloccato il rilascio dei risultati, costringendo a uno slittamento superiore alle 24 ore.

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Nella notte il comitato locale del partito aveva detto che il ritardo era dovuto a «un controllo di qualità sui risultati in arrivo». Ma Wolf Blitzer della Cnn ha ricordato che nel 2016 a quest’ora erano già stati diffusi i risultati del 70% dei caucus. Alle 23.00 ora locale, ore 5.00 del mattino di martedì 4 febbraio in Italia, solo il 25% dei voti è stato conteggiato, rendendo così impossibile dare i primi risultati. Nel corso della nottata i funzionari dem hanno fatto sapere che i ritardi hanno mostrato delle «contraddizioni» ma «non sono il risultato di un’intrusione di hacker».

AVVIATO IL CONTEGGIO A MANO

I dirigenti hanno poi telefonato alle campagne dei candidati per informarli sui ritardi dei risultati dei caucus. Il direttore della comunicazione del partito Mandy McClure ha spiegato che il ritardo è anche il risultato del cambio di regole, che impone al partito di gestire e diffondere tre tipi di dati: quelli della prima votazione, quelli della seconda e quelli relativi ai delegati conquistati. McClure ha aggiunto che il per ora ha i dati di circa il 25% dei caucus, mentre l’afflusso è in linea con quello del 2016. Alla fine per cercare di uscire dall’impasse è stato deciso il conteggio a mano. Secondo la Cnn questo dovrebbe portare a un rilascio dei risultati nel corso del 4 febbraio.

BERNIE SANDERS DICHIARA LA VITTORI

I comitati dei vari candidati hanno comunque avuto una prima stima dei numeri raccolti con Bernie Sanders che ha detto di essere vicino alla vittori. La campagna di Bernie Sanders ha diffuso i suoi risultati interni, corrispondenti a circa il 40% dei caucus in Iowa, dai quali emerge che il senatore del Vermont è primo nel conteggio finale con il 29,66%, seguito da Pete Buttigieg col 24,59%. Terza la senatrice Elizabeth Warren col 21,24%. Joe Biden quarto col 12,37%, mentre la senatrice Amy Klobuchar è al 11%. Sotto l’1% gli altri candidati. Se il trend fosse confermato, si tratterebbe di una conferma superiore alle attese per Sanders e di un exploit per Buttigieg, che si imporrebbe come leader moderato ai danni di un molto deludente Biden e di una Klobuchar comunque in rimonta. La Warren dimostrerebbe invece di poter rimanere in corsa nel duello a sinistra con il senatore del Vermont. La campagna di Sanders ha giustificato così la decisione di diffondere dati parziali interni: «Riconosciamo che questo non rimpiazza i dati completi del partito democratico dell’Iowa ma crediamo fermamente che i nostri supporter abbiano lavorato troppo a lungo per vedere ritardati i risultati del loro lavoro».

BUTTIGIEG: «ANDREMO IN NEW HAMPSHIRE DA VITTORIOSI»

«Che nottata! Non sappiamo i risultati dell’Iowa ma andremo in New Hampshire vittoriosi», ha affermato Pete Buttigieg salendo sul palco del suo quartier generale in Iowa quando ancora l’esito delle primarie democratiche è tutto da definire. «Siamo gli unici che abbiamo una nuova idea per Washington», ha detto ai suoi supporters.

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Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Trentotto anni, veterano dell'Afghanistan e apertamente gay: chi è il centrista che insidia Biden e Sanders.

La strada verso le presidenziali del 3 novembre 2020 è tutta in salita. Ma la lunga cavalcata delle primarie dem potrebbe presto riservare delle sorprese.

Una di queste potrebbe essere Pete Buttigieg, l’unico vero outsider capace di giocarsi qualche chance di sopravvivere alla prima tornata di primarie che inizia il 3 febbraio con i caucus in Iowa.

Trentotto anni, ex sindaco di South Bend (Indiana), ex veterano dell’intelligence in Afghanistan (prestò servizio nel 2014 mettendosi in aspettativa), gay e felicemente spostato con un insegnante. Il cv di Pete, diminutivo di Peter Paul Montgomery, sembra in linea con il vento che sta soffiando nel partito dell’asinello, aperto a minoranze e sempre più a sinistra. Ma in realtà Buttigieg (si pronucia Boot-edge-edge) si mostra molto più moderato dei più noti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

UN MODERATO PER PUNTELLARE IL PARTITO

Dato per spacciato ancora prima di iniziare la corsa, l’ex sindaco di South Bend, cittadina da 100 mila abitanti tra Indiana e Michigan, ha mostrato grande preparazione, competenza e lucidità. Parla sette lingue (norvegese, arabo, spagnolo, maltese, farsi, francese e italiano) e ha studiato in alcune delle più prestigiose università del mondo come Harvard e Oxford. “Major Pete”, come si fa chiamare per evitare agli interlocutori errori di pronuncia del suo cognome, è stato eletto sindaco per la prima volta nel 2011 con il 74% dei voti e riconfermato nel 2015 con oltre l’80 delle preferenze. Insieme a Biden rappresenta l’anima centrista del partito. Una figura che dal lancio della candidatura anziché perdere smalto ne ha acquisto sempre di più. In particolare potrebbe riconquistare l’elettorato dem in quel Midwest che nel 2016 ha premiato Donald Trump.

Supporter di Pete Buttigieg a ridosso dei caucuses in Iowa

IL PROGRAMMA TRA SANITÀ E RIFORMA DELLA CORTE SUPREMA

Rispetto alle posizioni radicali di Sanders e Warren, Buttigieg punta a costruire convergenze tra moderati dem e repubblicani. Non a caso ha accettato l’invito a partecipare a un programma su Fox News, rete vicina al Gop e soprattutto al presidente Donald Trump. I suoi cavalli di battaglia sono principalmente due: una riforma istituzionale che modernizzi in particolare il ruolo della Corte suprema e aggiustamenti moderati per la Sanità, respingendo la proposta di Sanders di una Medicare for all che mira a mandare in soffitta il vecchio sistema sanitario americano. In più di un’occasione ha parlato anche del cambiamento climatico mettendo in luce come la sua generazione si troverà a gestire le conseguenze del riscaldamento globale. Tra gli altri temi a cui si è dimostrato sensibile anche la concessione della cittadinanza ai Dreamers, i figli dei migranti irregolari nati sul territorio statunitense, e l’aumento dei controlli per i possessori di armi da fuoco.

SONDAGGI: OLTRE IL 10% IN IOWA E NEW HAMPSHIRE

Al momento secondo il sito Real Clear Politics Buttigieg è al 6,7% nei sondaggi nazionali, ma questo tipo di rilevazione vale poco dato che poi primarie e presidenziali si giocano Stato per Stato. In Iowa all’ultima rilevazione è dato al 16,4%, alle spalle di Sanders (24,2%) e Joe Biden (20,2%). Numeri analoghi anche in New Hampshire dove si vota l’11 febbraio: 14,8% sempre alle spalle dell’ex vicepresidente (16,8%) e del senatore del Vermont (26,3%). Il precorso di Buttigieg però è tutt’altro che semplice. Il suo “centrismo” non attira il voto dei millenials che sembrano preferire le inclinazioni socialiste di Sanders e di riflesso di Alexandria Ocasio-Cortez. Allo stesso tempo potrebbe mancare anche il supporto della comunità afroamericana che guarda con più favore l’ex numero due di Obama, Joe Biden.

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Trump oltre all’America sta distruggendo i repubblicani

Boicottando il processo d'impeachment, il Gop sta scrivendo una misera pagina della storia Usa. Quando il tycoon non sarà più al potere, il partito dovrà rendere conto della sporcizia che ha cercato di nascondere.

È iniziato martedì l’atteso processo al Senato per stabilire se le accuse della Camera che sono costate l’impeachment a Donald Trump sono gravi abbastanza per rimuoverlo dall’incarico.

I repubblicani, che in Senato sono la maggioranza, sperano di concludere il tutto il più velocemente possibile e finora non hanno autorizzato il team democratico ad ascoltare nuovi testimoni e visionare documenti indispensabili a provare la colpevolezza del presidente. 

Nessuno degli 11 emendamenti proposti è passato. E le discussioni sono andate avanti, senza spostare le posizioni di un millimetro, fino alle due del mattino.

COSÌ I REPUBBLICANI CERCANO DI NASCONDERE LA VERITÀ

E in tutto questo cosa sta facendo il presidente? Spera che i numeri rimangano sempre così: 53 voti a suo favore contro i 47 dei democratici. Così ha la certezza che non sarà rimosso dal suo incarico. La sua strategia rispecchia quella dei repubblicani: meglio non sentire altri testimoni per non correre il rischio che qualcuno, dopo essersi fatto un esame di coscienza, cambi idea.

GLI AMERICANI CHIEDONO CHIAREZZA

Il popolo americano cosa pensa di tutto questo? Dagli ultimi sondaggi, il 69% dei cittadini vuole vedere i documenti mancanti e ascoltare i testimoni zittiti in precedenza perché si faccia finalmente chiarezza sugli eventi che hanno portato questo Paese nel caos più assoluto. E veniamo a me. Io, italiana diventata americana durante la presidenza di Barack Obama, penso che il senso di democrazia, di giustizia e di patriottismo di questa nazione così complessa si stia perdendo molto più velocemente di quanto si pensasse.

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Penso che nessuno è al di sopra della legge, soprattutto il presidente che deve dare esempio di limpidezza e unire piuttosto che dividere. Penso che i padri della Costituzione scrissero un documento chiaro, preciso, per fare in modo che gli Stati Uniti non si ritrovassero a essere manipolati dal leader di turno. Dov’è andato a finire quel senso di democrazia di cui gli americani andavano così fieri?

IL GOP PAGHERÀ PER IL SUO ATTEGGIAMENTO

Infine, penso che il Gop, che supporta a spada tratta il suo presidente, pagherà cara questa presa di posizione ottusa e moralmente discutibile. Il lungo e difficile processo per ottenere un impeachment capita raramente: è accaduto solo tre volte prima di questa, e ognuno di questi momenti è passato automaticamente alla storia. Le pagine che si stanno scrivendo ora saranno valutate negli anni e nei decenni a venire. I nostri figli le studieranno a scuola. E il partito repubblicano passerà come quello che non ha voluto sapere e non ha voluto che emergesse la verità. Quando Trump non sarà più al potere (speriamo presto), i repubblicani dovranno rendere conto di tutta la sporcizia che hanno tentato disperatamente di nascondere. Trump sta distruggendo, tra le altre cose, quello che era il partito repubblicano, e i suoi seguaci cadranno con lui. 

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L’impeachment a Trump è un processo anche ai valori Usa

Se in Senato tutto finisse in un nulla di fatto, nonostante i documenti, i fatti accertati e l'atteggiamento del tycoon allora crollerebbe il concetto stesso di giustizia. E noi americani saremmo costretti ad accettare un presidente e una amministrazione al di sopra della legge.

Malgrado il tentativo di Donald Trump di spostare l’attenzione pubblica dall’impeachment a una possibile crisi internazionale, mercoledì mattina la Speaker della Camera Nancy Pelosi ha scelto i sette membri democratici del Congresso che rappresenteranno l’accusa durante il processo a carico del presidente in Senato.

Il 18 dicembre, la Camera dei rappresentanti ha ufficialmente accusato Trump di abuso di potere e ostruzione al Congresso.

Ora tocca al Senato stabilire se i crimini commessi dal tycoon sono gravi al punto tale da rimuoverlo dalla sua posizione di presidente.

IN SENATO UNA STRADA TUTTA IN SALITA

Non sarà facile: il Senato è a maggioranza repubblicana, e Mitch McConnell, leader del Senato e amico di merendine di Trump, ha dichiarato più volte che le accuse sono deboli e che il processo sarà semplice e breve. Ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di ammettere nuove testimonianze, anche se dal 18 dicembre a oggi sono emersi altri fatti gravi che riguardano i capi d’accusa. Per esempio, l’ex National Security advisor di Trump, John Bolton, il più informato sul caso Ucraina, ha detto che se chiamato a testimoniare, è disposto a presentarsi. Dal canto suo il presidente ha subito fatto sapere che limiterà le informazioni che potrà dare.

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«È un insabbiamento della verità», ha replicato Pelosi aggiungendo che gli americani si aspettano un processo imparziale e che la Costituzione impone che sia svolto al di sopra delle partigianerie politiche. E, ancora, che non deve essere visto come una vendetta personale e che è un alto atto di patriottismo. Pelosi ha anche ricordato che ogni giorno in tutte le scuole americane e negli uffici governativi si recita il giuramento alla bandiera e alla Repubblica che rappresenta. E che sono gli americani a scegliere il loro presidente e non la Russia di Vladimir Putin. «Eppure, in questa amministrazione», ha detto, «tutte le strade portano a Putin. Dobbiamo difendere a spada tratta il nostro sistema elettorale». 

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I Repubblicani insistono inesorabili sullo stesso punto: l’impeachment è solo una farsa, un tentativo di cacciare Trump e impedirgli di vincere il secondo mandato. Sono convinti, pare, che il loro presidente non abbia fatto nulla di illegale e che sia solo una vittima del sistema. Quasi sicuramente l’avranno vinta loro: il presidente rimarrà lì dov’è e vincerà le elezioni del 2020.

A RISCHIO LO STESSO CONCETTO DI GIUSTIZIA

Fa impressione pensare che, malgrado il sacrosanto concetto di giustizia, malgrado le regole costituzionali, i fatti verificati, i milioni di documenti redatti, è molto probabile che il presidente resti alla Casa Bianca. Mi chiedo come ci si dovrà comportare in futuro, quando altri misfatti verranno alla luce: dobbiamo accettarli, sapendo che tanto è impossibile ottenere giustizia? Dobbiamo forse cominciare a pensare che il controllo che Trump ha sui suoi burattini sia al di sopra di tutto? Come facciamo ad adeguarci? E infine, se le elezioni saranno hackerate dalla Russia, cosa rimane a noi cittadini per toglierci dai piedi un disonesto come Trump?

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L’ultimo dibattito palesa la mancanza di carisma tra i dem Usa

Lo scontro tra i candidati alla vigilia delle primarie ha messo in luce l'assenza di un leader forte che possa intimorire Trump. Biden sotto tono, Warren e Sanders rischiano di annullarsi.

A tre settimane dall’avvio della stagione delle primarie democratiche in Iowa, l’ultimo dibattito tivù tra gli aspiranti sfidanti di Donald Trump delude le aspettative. Ancora una volta non emerge un vero leader, nonostante sul palco i candidati siano rimasti solo in sei, a partire dal frontrunner Joe Biden. Tra i big si assiste alle previste scintille tra i due senatori progressisti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, costretti a farsi la guerra per guadagnarsi la palma di anti-Biden prima ancora che di anti-Trump. Alla fine non si stringono neanche la mano, ma in realtà non si può parlare di un vero e proprio scontro. Sanders respinge le accuse dell’alleata di sempre nella sinistra dem, e ribadisce di non aver mai detto che una donna non potrà mai vincere le elezioni presidenziali del 2020: «È la mia storia a parlare per me, su YouTube potrete trovare un video di 30 anni fa in cui dico che la vittoria di una donna è possibile». Warren liquida la questione con una battuta: «Qui su questo palco io e Amy Klobuchar (l’altra candidata dem, ndr) siamo le uniche che negli ultimi 30 anni hanno battuto un repubblicano. E gli uomini qui sul palco hanno perso tutte le elezioni degli ultimi dieci anni». Tutto qui, ma quanto basta da lasciare delle ruggini. Biden cerca di tenersi fuori dalla mischia e più che attaccare cerca di limitare i danni, forte degli ultimi sondaggi che lo danno in crescita proprio in Iowa dove fino a qualche settimana fa sembrava fuori gioco. Così alla fine, minuti alla mano, parla molto meno dei suoi più diretti avversari, costretto a difendersi davvero solo una volta: «Ho già detto 13 anni fa che fu un errore votare per la guerra in Iraq», replica a Bernie Sanders che definisce quel voto «la peggiore decisione della nostra storia insieme alla guerra del Vietnam». Per il resto Biden si dice pronto ad affrontare Trump in un faccia a faccia, a diventare il Commander in chief e a guidare il Paese dall’alto della sua esperienza di otto anni alla Casa Bianca al fianco di Barack Obama. Ma la sua prestazione è comunque sotto tono, e su molti temi si inceppa dando una sensazione di scarsa sicurezza. Performance in chiaroscuro per Pete Buttigieg, che dalla politica estera alla questione Sanità mostra grande competenza ma che forse non riesce a incidere come vorrebbe e a ritagliarsi davvero in maniera efficace il ruolo del moderato alternativo a Biden.

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Perché scandali e impeachment non frenano la corsa di Trump verso il 2020

Il gradimento del tycoon non cala. Gli indecisi potrebbero rivotarlo. E questo perché l'economia continua a crescere e la disoccupazione non è mai stata così bassa. Per batterlo serve un vero scatto d'orgoglio.

I sondaggi degli ultimi giorni parlano chiaro: malgrado sia stato confermato il quid pro quo nell’Ucrainagate – l’ambasciatore Usa in Ue Gordon Sondland ha ammesso: «Dissi che avremmo potuto non dare gli aiuti militari» – la popolarità di Donald Trump non è calata significativamente.

E nonostante il bombardamento di scoop e di Breaking news che lo riguardano, la percentuale di americani favorevoli all’impeachment è rimasta stabile. Infine, le persone ancora indecise su chi votare non sono del tutto convinte che sia sbagliato votare per Trump nel 2020.

Tirando le somme viene da pensare che la strada dell’impeachment non sia poi così efficace per liberarsi del tycoon. Il motivo di tutto questo mi sfuggiva, e sono andata a leggere cosa ne pensano i talking heads.

I CRITERI CON CUI VIENE GIUDICATO UN PRESIDENTE

Ho trovato particolarmente interessanti le opinioni di Ross Douthat, editorialista del New York Times. Nel suo articolo How Trump Survives spiega come gli americani valutino un leader in base ai successi dell’economia nazionale e alla stabilità mondiale e molto meno per scandali. Douthat avalla la sua teoria ricordando gli altri due tentativi di impeachment nella storia americana: quello a Richard Nixon, uscito dalla scena politica devastato, e quello a Bill Clinton che invece è tuttora considerato da molti uno dei più importanti presidenti americani. Vero, le accuse rivolte ai due erano molto diverse – Nixon fu travolto dal Watergate, mentre Clinton mentì sotto giuramento – ma a fare la differenza furono altri fattori. Mentre durante il secondo mandato di Nixon gli Stati Uniti erano in piena crisi di petrolio, le borse perdevano valore e iniziava un periodo di recessione, l’amministrazione di Clinton era riuscita a garantire un clima di enorme sicurezza economica e mondiale. 

LA GOLDEN AGE DI TRUMP

Malgrado mi pesi ammetterlo, l’America di Donald Trump, almeno sulla carta, sta attraversano un periodo d’oro. Certo, non è tutta farina del suo sacco: il suo predecessore Barack Obama gli ha lasciato un Paese in buono stato. Ma comunque sia, l’economia va a gonfie vele e la disoccupazione non è mai stata così bassa. In poche parole, quando si sta bene fa paura cambiare le carte in tavola, anche se sono carte sporche. Le notizie sempre più allarmanti riguardo i giochi di Trump sia a Washington sia all’estero sarebbero molto più dannose per il tycoon se nel Paese si respirasse una insicurezza economica e sociale.

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Certamente molti americani sono basiti di fronte al fatto che il presidente abbia chiesto all’Ucraina aiuti per la sua campagna elettorale in cambio dei fondi che il Congresso aveva stanziato per limitare i danni della guerra in Crimea. È ovvio che i comportamenti scorretti di Trump nei confronti degli immigrati, delle donne, dei disabili sono da denunciare e fanno discutere. Ma gli indecisi, i cosiddetti swing voter si preoccupano più di mantenere un lavoro stabile che garantisca loro una vita agiata e dignitosa.

L’UNICA SPERANZA È UNO SCATTO D’ORGOGLIO

Ross Douthat scrive: «Nel nostro sistema, bisogna che accadano dei disastri per potersi liberare di un presidente prima della fine del suo mandato, anche se è un presidente corrotto». Ha ragione il caro signor Douthat, ma spero comunque che quando sarà il momento di votare, i democratici e gli indipendenti si mettano una bella mano sulla coscienza e si preoccupino anche del livello imbarazzante di decenza in cui è caduto un Paese così potente come l’America. 

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