I buoni propositi dell’Ue ricordando Schuman

In occasione del 70esimo anniversario del discorso del politico francese sulla cooperazione tra Paesi europei, Michel, Von der Leyen e Sassoli insistono sulla solidarietà: «L'Europa emergerà dalla crisi più forte di prima».

«La generazione degli Anni 50 pensava che sulle rovine della guerra si potessero costruire un’Europa e un mondo migliori. Come poi è avvenuto. Se impariamo queste lezioni, se rimaniamo uniti nella solidarietà e con i nostri valori, allora l’Europa potrà emergere anche questa volta dalla crisi, più forte di prima».

Lo scrivono in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera nel giorno del 70esimo anniversario del discorso di Robert Schuman sulla cooperazione tra Paesi europei il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza e René Pleven durante gli incontri italo francesi del 1951 a Santa Margherita Ligure (Ansa).

SALUTE E LAVORO

I tre presidenti ringraziano il personale sanitario, le forze dell’ordine, i lavoratori e anche «i cittadini, per lo spirito di solidarietà e il senso civico. L’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà». «Dopo aver temuto per la loro vita, molti europei sono ora preoccupati per il loro lavoro. È necessario riavviare il motore dell’economia europea», sottolineano. «Ricordiamoci dello spirito di Robert Schuman e dei padri fondatori, uno spirito creativo, audace, pragmatico. Queste grandi personalità hanno dimostrato che per superare i momenti di crisi occorre pensare la politica in modo nuovo e rompere con il passato. Dobbiamo fare così anche noi e riconoscere che per sostenere la ripresa ci sarà bisogno di nuove idee e di nuovi strumenti»

L’EUROPA POST-COVID NON SARÀ LA STESSA

«L’Europa che uscirà da questa crisi non potrà più essere la stessa. Innanzitutto, dobbiamo fare di più per migliorare la vita dei più poveri e dei più vulnerabili», rimarcano Michel, Sassoli e von der Leyen. «L’Europa deve dar prova di coraggio e fare tutto ciò che serve per proteggere la vita degli europei e fornire mezzi di sussistenza ai suoi cittadini, in particolare nelle aree dove la crisi si è fatta sentire maggiormente».

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Cosa ha scritto Giuseppe Conte a Ursula von der Leyen

Il premier italiano ha risposto alla lettera con cui la presidente della Commissione Ue chiedeva scusa all'Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell'emergenza coronavirus.

«Cara Ursula, ho apprezzato il sentimento di vicinanza e condivisione che ha ispirato le parole con cui ieri, dalle pagine di questo giornale (La Repubblica, ndr) ti sei rivolta alla nostra comunità nazionale e, in particolare, al nostro personale sanitario, che, con grande sacrificio e responsabilità, è severamente impegnato nel fronteggiare questa emergenza». Si apre così la lettera, pubblicata da Repubblica, che Giuseppe Conte ha indirizzato alla presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 2 aprile, sempre tramite lo stesso quotidiano, chiedeva scusa all’Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus.

«NON C’È TEMPO DA PERDERE»

E dopo gli irrinunciabili convenevoli, il premier torna su un tema a lui caro: «L’Italia sa che la ricetta per reggere questa sfida epocale non può essere affidata ai soli manuali di economia», scrive riecheggiando quanto già detto durante l’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. Secondo Conte deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: «La storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei suoi membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale». Una solidarietà europea che, come la stessa presidente della Commissione Ue ha ricordato, nei primi giorni di questa crisi non si è avvertita: «E ora non c’è altro tempo da perdere».

OK AL PIANO SURE

Il presidente del Consiglio italiano poi promuove la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile: «È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro».

«BISOGNA PRENDERE ESEMPIO DAGLI STATI UNITI»

Ma non è abbastanza perché, come scrive Conte, le risorse necessarie per sostenere i sistemi sanitari, garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza l’occupazione e i redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. «E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre», scrive lui portando come esempio gli Stati Uniti. «Stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale».

LA SOLUZIONE NEGLI EUROBOND

La soluzione per avviare la ricostruzione sarebbe l’European Recovery and Reinvestment Plan: «Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Unione dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico», spiega ribadendo come questi titoli non siano in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni membri dell’Unione si trovino a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

«SI INSISTE NEL RICORSO DI STRUMENTI INADEGUATI»

Peccato che le anticipazioni dei lavori tecnici che Conte ha potuto visionare non sembrino «all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato». Secondo il presidente del Consiglio italiano si continua a insistere nel ricorso a strumenti che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi che dobbiamo perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. «È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio». Senza tutto questo il 2020 potrebbe essere l’anno del fallimento del sogno europeo.

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Le divisioni in Ue su Mes ed eurobond

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11..

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11 marzo, mentre in Italia la pandemia del coronavirus si aggravava ora dopo ora, un tweet in italiano della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen spezzava l’assordante silenzio delle istituzioni comunitarie.

Il giorno dopo, sempre von der Leyen assicurava: «Siamo pronti ad aiutare l’Italia con tutto quello di cui ha bisogno». Adesso è arrivato il momento di pretendere che quelle promesse si concretizzino.

Martedì sera l’Eurogruppo è chiamato a discutere dell’uso del Fondo salva Stati (il Mes) e della proposta italiana di emettere eurobond ad hoc (coronabond) in modo da suddividere tra tutti i Paesi membri il peso del debito per la ricostruzione. I rigoristi del Nord hanno già fatto capire di non essere poi così solidali.

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L’ALLENTAMENTO DEL PATTO DI STABILITÀ

Sarebbe però scorretto accusare Bruxelles di non aver fatto nulla. È alla sua task force sul coronavirus che dobbiamo, anzitutto, l’allentamento del Patto di stabilità (confermato dall’Ecofin, il summit tra i 27 ministri delle Finanze, del 23 marzo) che vincolava la nostra possibilità di spesa al rispetto dei parametri di Maastricht sul rapporto debito/Pil. Sempre la Commissione Ue ha promesso di chiudere un occhio su eventuali aiuti di Stato alle imprese (severamente proibiti dai Trattati) fino a mezzo miliardo.

LE OPZIONI SUL TAVOLO

Ma tutto questo non basta. Finora la risposta dell’Unione europea è stata restituire ai singoli Stati membri un po’ della loro sovranità originaria in tema di gestione delle finanze. L’Italia intende chiedere altro e cioè solidarietà. All’emergenza sanitaria seguirà, con ogni probabilità, una gravissima crisi economica. Lo stesso commissario all’Economia Paolo Gentiloni ha detto che sarà impossibile attendersi «una ripresa a “V”», ovvero un rapido rimbalzo dalla recessione. Stroncata sul nascere la proposta di modificare lo statuto della Banca centrale europea per renderla figura di garanzia di ultima istanza di un bilancio unico europeo, sono tre le opzioni sul tavolo della Commissione: coprire solo le spese mediche affrontate dai Paesi, ma sarebbe troppo poco; emettere i coronabond per spalmare il debito dell’emergenza sul bilancio comunitario e l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità ma con regole meno rigide.

IL MES: COS’È E COME FUNZIONA

Il Mes è un fondo da oltre 400 miliardi (spesso si sente un’altra cifra, 700 miliardi. È la somma della potenza di fuoco del Mes più l’Efsf che, però, come vedremo subito, sopravviverà solo fino alla restituzione dei prestiti già concessi) cui non si può attingere liberamente perché chiede in cambio una sorta di commissariamento del Paese che se ne avvale. Fu creato in fretta e furia tra il 2010 e il 2011, quando l’Ue affrontò la sua peggiore crisi economica, con i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che rischiavano di scivolare fuori dal club europeo e Atene che arrivò a un passo dal fallimento. Bruxelles per intervenire dovette aggirare l’articolo 123 dei Trattati, che impediva di salvare i Paesi membri dal rischio default. Da qui la creazione di un fondo temporaneo, l’Efsf, cui attinsero le economie malmesse della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo per circa 200 miliardi di euro. Poi, però, il gruppo di Paesi dell’area mediterranea, guidato dall’Italia, chiese di istituzionalizzare l’Efsf. Nacque il Mes, organizzazione che si fonda su di un Trattato parallelo a quelli europei e che finora ha erogato oltre 60 miliardi di prestiti alla Grecia, più di 40 alla Spagna e 6 a Cipro.

LO SPAURACCHIO DEL MEMORANDUM D’INTESA

Il Mes non regala i soldi che tutti i Paesi dell’Unione, sulla base della loro forza economica, vi destinano (il nostro Paese, con 14,33 miliardi di euro versati, secondo i bollettini di Bankitalia, e altri 125,4 miliardi sottoscritti, è il terzo contributore, dietro a Germania e Francia). Prima di elargirli richiede la firma del Mou, il Memorandum of understanding o memorandum d’intesa, spauracchio di qualsiasi governo dato che di fatto impone il commissariamento dello Stato obbligandolo a una seria ristrutturazione del proprio debito. Una cura da cavallo non dissimile a quella cui è stata sottoposta Atene, con tagli di tutti i servizi erogati e un aumento drastico delle tasse. Impedire a uno Stato di indebitarsi, in periodi di recessione, può essere però molto pericoloso. D’altra parte viene invece fatto notare che il fallimento di un Paese è anche peggio perché senza regole.

LE RICHIESTE DEL GOVERNO CONTE

L’Italia chiede di poter attivare gli strumenti principali del Mes: la linea di credito precauzionale o la linea di credito rafforzata, entrambe concretizzabili come prestiti oppure attraverso l’acquisto da parte del Fondo di titoli di Stato sul mercato primario. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte fa però notare come la crisi che seguirà alla pandemia non sarà «interna», dovuta cioè alla nostra negligenza, ma causata da un evento eccezionale. Non avrebbe senso, insomma, commissariare un esecutivo che non ha colpe. E, soprattutto, sarebbe un azzardo sottoporre alla cura greca un Paese già stremato dal coronavirus.

IL M5S PUNTA I PIEDI

Il M5s intanto punta i piedi. «L’emergenza innescata dal coronavirus, con tutte le sue conseguenze economiche, ha ormai reso chiara l’inadeguatezza delle regole ragionieristiche sin qui seguite dall’Unione europea», ha messo in chiaro Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio del Senato. «Il Mes, da più parti invocato in questi giorni, è uno strumento che presenta delle condizionalità automatiche, in grado di vincolare pesantemente i Paesi dell’eurozona che dovessero accedere ai suoi fondi. Né ci convince, come pure si è provato a fare, la formula di un Mes che eroga fondi con condizionalità attenuate o differite nel tempo. Non è questo il momento di condizioni o strettoie, in qualsiasi modo declinate». Per il grillino è invece invece «il momento di strumenti europei di debito solidale, che distribuiscano in modo paritetico l’onere degli interessi. Gli eurobond dovranno essere uno strumento innovativo e federale, è quindi un errore di fondo utilizzare a tale scopo un vecchio strumento nato con regole non adeguate al periodo attuale e per altri scopi».

I PAESI CHE CHIEDONO UN MES SENZA CONDIZIONI

Ai negoziati stanno partecipando, oltre alla Commissione europea e ai governi nazionali, anche il Meccanismo europeo di stabilità e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Affiancano l’Italia nella richiesta di un Mes che conceda prestiti senza vincoli in proposito è stato molto chiaro: anche la Francia e, soprattutto, la Spagna, il secondo Paese europeo su cui il virus si è abbattuto con maggior virulenza. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto all’Unione «un piano Marshall» che preveda anche «un fondo contro la disoccupazione» e li aiuti a vincere «la guerra contro il coronavirus».

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IL MURO DEI RIGORISTI, OLANDA IN TESTA

L’idea è vista come fumo negli occhi dai Paesi del Nord. Su tutti, dall’Olanda che, nella riunione di lunedì ha già fatto capire di non essere disposta a concedere niente in più rispetto allentamento del Patto di stabilità. Nella relazione finale ha anche imposto che fosse evidente che si tratti di una concessione straordinaria e che non si usasse apertamente la parola «sospensione». Il terrore dei rigoristi è dover pagare i debiti dei Paesi mediterranei, che da sempre considerano lassisti e portatori di idee economiche troppo fantasiose. E il destino ha voluto che siano anche quelli più colpiti dal Covid-19. Sarebbe invece a metà del guado la Germania, spaventata dalla possibilità che l’Italia fallisca subito dopo la fine dell’epidemia. Nelle ultime ore era anche circolata l’ipotesi di un prestito del Mes all’Unione europea ma è stata subito scartata: il meccanismo è stato pensato solo perché ne usufruiscano i singoli Stati.

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LA CARTA DEI CORONABOND

C’è poi la proposta italiana di emettere obbligazioni a livello europeo. Per la verità un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e del suo ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che però in Europa non è mai stato preso sul serio (erano i tempi dello spread alle stelle e dei risolini di intesa tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy). Conte li ha chiesti all’Ue mercoledì scorso. Se ne inizia a discutere ora, dopo una settimana. Un tempo incredibilmente rapido, per la farraginosità delle istituzioni europee. Ma anche qui, nel litigioso condominio comunitario, bisogna mettere d’accordo tutti e i 27 inquilini e chi occupa l’attico teme il rischio insolvenza di quelli, chiassosi e sregolati, dei piani sottostanti. E come in tutti i condomini, il rischio è che anche nell’assemblea di martedì non si decida nulla. Il 26 ci sarà un’altra riunione tra i capi di Stato e di governo. Ma l’economia non può aspettare. La crisi men che meno.

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Von der Leyen apre alla flessibilità nel Patto di Stabilità

La presidente della Commissione interviene in vista dell'Ecofin sulle possibili risposte agli effetti del coronavirus.

Nella risposta agli effetti del coronavirus sull’economia «ci prepariamo a discutere nell’Ecofin della prossima settimana le azioni possibili a livello europeo ed esploriamo tutte le possibilità della flessibilità contenuta nel Patto di Stabilità e le norme per gli aiuti di Stato in situazioni eccezionali»: lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen nella conferenza stampa per i 100 giorni dell’insediamento del suo esecutivo.

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Cosa è il Green deal dell’Unione europea

Per l'Europa è «il momento 'uomo sulla Luna'», ha detto la presidente von der Leyen.

Cento miliardi alle regioni europee per abbandonare definitivamente le miniere di carbone e la loro filiera. Questo è in sostanza il Green Deal presentato l’11 dicembre dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di fronte al parlamento europeo come primo atto del suo esecutivo e della legislatura comunitaria. Il Green Deal è per l’Europa «il momento ‘uomo sulla Luna’», ha detto von der Leyen, annunciando il primo atto formale del collegio dei commissari.

OBIETTIVO: «RICONCILIARE L’ECONOMIA COL PIANETA»

«Il nostro obiettivo è riconciliare l’economia con il nostro pianeta», e quindi ‘tagliare emissioni ma creare occupazione e rafforzare l’innovazione’, ha detto parlando della ‘nuova strategia di crescita‘ che vuole rendere l’Ue ‘capofila’ nell’economia pulita. Mettendo in atto la “nuova strategia di crescita” del Green deal, «dobbiamo essere sicuri che nessuno resti indietro, perché o questa strategia funziona per tutti, o per nessuno». Perciò con il «Meccanismo per una transizione equa abbiamo l’ambizione di mobilitare 100 miliardi per le regioni e i settori più vulnerabili».

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Clima e migranti tra le priorità della nuova Europa di Von der Leyen

Via libera alla Commissione. La presidente cita l'emergenza dell'acqua alta a Venezia come simbolo della lotta al riscaldamento globale. E sui profughi chiede «solidarietà» da parte degli Stati membri, parlando di un approccio «umano». Le sfide.

Adesso che ha passato la prova del voto del parlamento europeo, la Commissione targata Ursula von der Leyen può insediarsi a Palazzo Berlaymont il primo dicembre 2019. Con sfide definite «esistenziali» di fronte a sé, come quella dell’ambiente e della protezione del clima. Ma non solo.

GREEN NEW DEAL NEI PRIMI 100 GIORNI

Nel discorso prima del voto di fiducia alla sua squadra, l’ex ministra della Difesa tedesca ha citato il caso di Venezia sott’acqua, lanciando poi un monito a «non perdere neanche un secondo». Propositi pronti a prendere forma nel pacchetto sul Green New Deal che il neo esecutivo comunitario intende mettere sul tavolo nei primi 100 giorni.

«ITALIA, SERVE EQUILIBRIO TRA CONTI E INVESTIMENTI»

Sull’Italia, in particolare, ha detto poi a SkyTg24 che è «molto importante trovare un giusto equilibrio tra conti pubblici solidi, di cui c’è ovviamente bisogno, e gli investimenti per cui c’è abbastanza spazio».

MIGRANTI DA TRATTARE IN MODO «UMANO, EFFICACE ED ESAUSTIVO»

Spazio in Aula anche al tema dei migranti, che va trattato in modo «umano, efficace ed esaustivo», ha avvertito Von der Leyen, con ogni Stato membro chiamato a «mostrare solidarietà». Alla neo presidente non resta che mettersi al lavoro, conscia del fatto di avere alle spalle «un’ampia e stabile maggioranza», ma di poter contare allo stesso tempo anche su maggioranze trasversali a seconda dei temi affrontati di volta in volta.

POPOLARI, S&D E LIBERALI COMPATTI A FAVORE

In effetti il via libera è arrivato con numeri larghi: le tre grandi famiglie politiche dell’Eurocamera – Popolari, Socialisti & democratici e liberali di Renew Europe – hanno votato in modo compatto a favore, con qualche piccola sbavatura solo tra le file socialiste. Si è invece spaccata la delegazione dei cinque stelle (a luglio era stata determinante per eleggere la tedesca): 10 hanno votato a favore, due si sono astenuti e altri due hanno detto no.

CONSENSO MAGGIORE RISPETTO AL PREDECESSORE JUNCKER

Divisi anche i conservatori, con la bocciatura di Fratelli d’Italia e i sì del Pis polacco. Ma pure i Verdi si sono sfilacciati, e la maggioranza del gruppo si è astenuta. Dai sovranisti di Identità e democrazia (di cui fa parte la Lega) è invece arrivata una unanime porta in faccia. Complessivamente comunque la nuova Commissione – promossa con 461 sì, 157 contrari e 89 astenuti – ha portato a casa un ottimo risultato, facendo meglio di quella precedente targata Juncker: nel 2014 l’esecutivo del lussemburghese ebbe 423 voti a favore, 209 contrari e 67 astenuti (su 751 eurodeputati). I numeri ci sono, alla squadra composta da 27 commissari – manca quello britannico – ora non resta che affrontare le sfide enunciate.

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Il M5s si spacca sul voto alla Commissione von der Leyen

Solo 10 eurodeputati su 14 hanno appoggiato il nuovo esecutivo Ue. La capodelegazione pentastellata: «Scelte personali».

Il Movimento 5 stelle si divide nel voto alla commissione Ursula von der Leyen. Secondo quanto si apprende 10 eurodeputati pentastellati hanno appoggiato il nuovo esecutivo comunitario, due hanno votato contro e due si sono astenuti. «Il Movimento 5 stelle ha un’anima diversificata come è noto e c’è chi probabilmente non si sente a proprio agio, legittimamente. È una scelta personale, ma il M5s oggi, pur con riserve e con le dovute cautele, appoggia questa commissione», ha detto la capodelegazione del M5s al parlamento europeo Tiziana Beghin.

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La commissione Von der Leyen alla prova del voto del parlamento europeo

Con la preferenza palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un'astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, All'opposizione l'estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

Il giorno è infine arrivato: dopo tre aspiranti commissari bocciati – della Francia, dell’Ungheria e della Romania – dopo sostituzioni in corsa, polemiche e franchi tiratori – la nuova squadra della Commissione europea – senza il commissario britannico per via della Brexit – è pronta per cercare la conferma del parlamento europeo.

La neopresidente della Commissione europea Urusula von der Leyen e il presidente uscente Jean Claude Juncker, Bruxelles, 4 luglio 2019. (Thierry Monasse/Getty Images)

M5s e PIS CON LA MAGGIORANZA PPE, SOCIALISTI E LIBERALI

La sua presidente Ursula von der Leyen ha ottenuto il mandato con appena nove voti sopra la maggioranza: fondamentali dunque erano stati i voti del Movimento Cinquestelle che hanno definitivamente diviso le strade di grillini e leghisti, a Bruxelles ma anche a Roma. Per il voto sulla commissione, palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un’astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, il partito di governo polacco. All’opposizione l’estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

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Von der Leyen appesa a Breton, il nuovo commissario scelto da Macron

Attuale presidente della società di supercalcolatori Atos, già ministro dell'Economia con Chirac, il candidato di Parigi è super competente, ma rischia molto sul fronte del conflitto di interesse.

L’Unione europea è appesa alla nuova carta tirata fuori dal mazzo da Emmanuel Macron. La partita è difficile, però, visto che la scelta del nuovo candidato francese alla Commissione europea, a due settimane dalla bocciatura da parte del Parlamento europeo di Sylvie Goulard, è caduta su Thierry Breton, molte competenze, altrettanti possibili conflitti di interesse. Ex ministro dell’Economia che ha nel suo lungo curriculum anche il salvataggio di France Telecom, Breton, a 64 anni, è l’attuale presidente del gruppo informatico Atos ed è stato per tre volte incoronato dalla Harvard Business Review tra i migliori manager del mondo.

INTESA PREVENTIVA TRA L’ELISEO E VON DER LEYEN

Macron, secondo quanto precisa l’Eliseo, ha ottenuto la garanzia da parte della futura presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che il portafoglio del commissario francese – Industria, Mercato Interno, Digitale, Difesa e Spazio – rimarrà invariato. Macron e von der Leyen «si sono accordati sul profilo» di Breton,- dopo averne discusso in linea di principio». Il percorso di Breton – che ha raggiunto vertici nel settore pubblico e nel privato, guidando a più riprese importanti industrie – è apparso adatto all’incarico: «Thierry Breton – ha sottolineato la presidenza francese – ha solide competenze nei settori coperti da questo portafoglio, in particolare l’industria e il digitale, poiché è stato ministro dell’Economia (sotto la presidenza di Jacques Chirac) fra il 2005 e il 2007, con competenza sull’Industria. Ha presieduto grandi gruppi industriali e del settore difesa, come Thomson, France Telecom e Atos, e gode di una solida reputazione di uomo d’azione».

LA NUOVA COMMISSIONE ENTRA IN FUNZIONE A DICEMBRE

Chiamato alla guida di France Telecom, il gigante delle comunicazioni pesantemente indebitato, lo risanò riducendone i costi e portandolo alla privatizzazione. Per lasciare tempo alla Francia, alla Romania e all’Ungheria – i cui candidati alla Commissione sono stati bocciati – di proporre nuovi nomi, l’entrata in funzione della nuova Commissione è stata rinviata di un mese, al 1 dicembre.

STRADA IN SALITA CON I PARLAMENTARI EUROPEI

Se il presidente pensa che l’audizione di Breton «sarà una formalità si sbaglia di grosso», avverte in una nota la delegazione francese del gruppo dei socialisti S&D al Parlamento Ue, secondo cui il presidente fondatore di En Marche «ha senza dubbio scommesso sul fatto che il Parlamento europeo non oserà respingere un candidato francese per la seconda volta, ma gli eurodeputati faranno il loro lavoro». Tra l’altro, osservano in casa S&D, con questa nomina si infrange «l’obiettivo della parità di genere nella commissione von der Leyen, a meno che ciò non costringa Ungheria e Romania a nominare una donna» come commissario. Al momento, la strada, sembra tutta in salita, almeno per numerosi esponenti politici. L’audizione «sarà difficile, ancora una volta», avverte l’eurodeputato di Europe-Ecologie-Les Verts, Yannick Jadot, ricordando che Breton «è presidente di […] una società digitale che prende sovvenzioni europee, tra i leader europei dei supercalcolatori» e che «ci sarà un problema di conflitto di interessi». Un rischio espresso anche da altri colleghi come la parlamentare della gauche alternativa, Manon Aubry (La France Insoumise). Ma gli avvertimenti bipartisan arrivano anche dalla destra. Il deputato dei Républicains, Julien Aubert, chiede di «fare attenzione». Anche perché, nonostante la sua «grande esperienza», non bisogna dimenticare che Breton ha «guidato un’azienda e le norme Ue in materia di conflitto di interesse sono estremamente rigorose».

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