Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Per ora la domanda non trova risposte. Eppure passata l'emergenza sanitaria, sarà il momento di ricostruire. E il nostro mondo cambierà radicalmente: dalla Sanità all'Istruzione e alla ricerca fino alla automazione della produzione. Senza dimenticare i media e i social. Perché non va dimenticato che la pandemia è cominciata con una infodemia.

Coesistere con il Covid-19. È la fase 2, indicata dal premier Giuseppe Conte. Preludio per la ricostruzione, che sarà la fase 3.

Temo però che al di là dell’indicazione, peraltro ovvia, quasi nessuno sappia come dare forma e sostanza concrete a questa fase 2. In quest’assenza di strategie, consigli e interventi su come uscire realisticamente dall’attuale emergenza, ci sta anche chi, come Matteo Renzi, la dice appena diversa, «convivere con la pandemia». Lui avanguardia dei politici tutti che fanno gara a chi le spara più grosse. Ma anche il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, in un’intervista al Sole 24 Ore, esprime auspici, piuttosto che una strategia e contenuti per il post pandemia.

LE PREVISIONI SUI RISCHI DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Al momento pochi, peraltro, azzardano previsioni – per quanto dimostrabili solo a posteriori – su come e quando si tornerà alla normalità. Non fosse altro perché nessuno aveva previsto, nemmeno lontanamente, quel che è poi accaduto.

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Uno dei pochi accenni, ma è giusto un paragrafetto di 20 righe, sta sul Global Risk Report 2020 del World Economic Forum. Nel suo annuale rapporto previsionale non viene nemmeno adombrato un rischio di pandemia, ma solo rilevato che i sistemi sanitari sono sott’attacco in tutto il mondo. Perché la spesa corre troppo veloce, l’allungamento della vita mette sotto pressione i sistemi previdenziali e l’inquinamento mina come mai la salute pubblica. «Sono stati fatti progressi dall’esplosione di Ebola nel 2014-16», scrive il Wef, «ma i sistemi sanitari sono in tutto il mondo non preparati per affrontare significative epidemie come Sars, Zika e Mers».

UNO TSUNAMI CHE HA TRAVOLTO IL NOSTRO SISTEMA SANITARIO

Come stiamo vedendo questo timore si è materializzato in tutta la sua reale distruttività, con ospedali al collasso, personale medico e paramedico sprovvisto di attrezzature adeguate, politiche e interventi di contenimento contraddittori e improvvisati. Insomma un disastro annunciato, rispetto al quale però il sistema sanitario italiano, pur nella drammaticità dei giorni di crescita esponenziale del contagio e quindi di massima pressione su strutture e personale, ha dimostrato di essere uno dei più efficienti, o meglio resilienti, al mondo. Detto senza vanaglorie nazionaliste in questa occasione l’Italia sta mostrando il suo volto migliore.

UN’AGENDA PER L’ETÀ DI MEZZO

Ma ora, per quanto da tutti auspicata, la coesistenza con il Covid-19 non ha risposte. Può solo farsi domande. Mettere in fila le questioni più rilevanti, dovendo fare i conti con un mondo Covid, prossimo alla fine, e un mondo post-Covid, tutto da immaginare e costruire. A partire, appunto, dalle emergenze e criticità più forti che hanno investito i settori fondamentali della nostra società. Insomma un’agenda iniziale, come quella che propone Debora Lupton, sociologa della Salute e studiosa di Antropologia medica, mettendo in fila una cospicua serie di domande che devono orientare la ricerca sociale, scientifica e applicata.

I COMPORTAMENTI CHE HANNO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE

Quali sono le risposte delle autorità pubbliche (dal governo nazionale alle Regioni e ai Comuni) e delle organizzazioni sanitarie alla pandemia e in che modo le persone dei diversi gruppi sociali e località geospaziali stanno rispondendo alla crisi sono le prime due. Se non le più importanti, quelle preliminari all’avvio di riflessioni (operative) serie, anche nella prospettiva di altre e prossime emergenze di questo tipo. Si pensi solo ai conflitti, in certi casi penosi, che si sono aperti fra governo e ministri e presidenti di Regione e sindaci. Così come ai comportamenti di molte persone che hanno ignorato i diktat sanitari o di grandi gruppi organizzati che a dispetto di un lanciato allarme pandemico sono scesi in piazza in Spagna per celebrare l’8 marzo, a New Orleans per festeggiare comunque il carnevale, o sono andati – i tifosi di Atalanta e Valencia– in massa allo stadio per la sfida della Champions. E a quest’ultimo proposito si segnalerà che Bergamo e Valencia sono stati due focolai fra i più letali sia in Italia che in Spagna.

LA VISIONE MERCATISTA DELLA SANITÀ HA FALLITO

Lo stato dei rapporti fra istituzioni politiche e sanitarie, e fra queste e i cittadini, è dunque un tema centrale che andrà affrontato evitando rimpallo di colpe e stilando linee guida e un “codice di comportamenti”. La diffusione del Covid-19 ha infatti rappresentato una sfida senza pari per quattro settori cruciali della società. Per i quali il ritorno alla normalità comporterà cambiamenti radicali. Dei reset di sistema e non semplici aggiustamenti o parziali modifiche. In primis la salute pubblica, che si è scoperta estremamente fragile, non solo dove i sistemi sanitari nazionali sono quasi assenti (Iran e India), ma anche dove l’indubbia efficienza di sistema è fortemente privatizzata (in Lombardia come negli Usa).

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La visione mercatista spinta della sanità degli ultimi 30 anni non ha fatto tornare i conti, ma al contrario ha fatto correre la spesa pubblica con il risultato, sotto gli occhi di tutti, di personale medico e sanitario privo degli strumenti di protezione necessari per affrontare l’emergenza pandemica.

LA SFIDA ONLINE PER ISTRUZIONE E RICERCA

In secondo luogo l’istruzione, che dalla scuola dell’obbligo all’università sta fronteggiando una sfida epocale. Ovunque nel mondo sono state infatti interrotte le attività di insegnamento, hanno chiuso scuole e campus e si è passati a forme di insegnamento online. Realisticamente credo che anche quando ritornerà la normalità educativa e scolastica, una parte importante dell’insegnamento sarà impartito online. Anzi dovrà, perché la modalità virtuale o a distanza consentirà anche di sperimentare possibilità di incontro, confronto e discussione allineate alle nuove forme di relazione digitale.

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Dunque possibili e auspicabili in ambienti che sfrutteranno la realtà aumentata e consentiranno un’esperienza didattica immersiva. Ma in questo ambito, della ricerca anche accademica, si pone il problema della sua circolazione che attualmente è troppo ristretta e lenta nel trasferire conoscenze e scoperte scientifiche. Sia in ambiti multidisciplinari, sia operativi e di promozione di corretta informazione.

VERSO LA FABBRICA 4.0

In terzo luogo il lavoro: tema cruciale e complesso. Qui mi limiterò, anche per non ripetere le solite banalità sullo smart working, a segnalare che fabbrica 4.0 avrà in tempi brevi una potente accelerazione. Perché tutti, non solo gli industriali, stiamo realizzando quanto fabbriche e sistemi produttivi automatizzati potrebbero superare indenni e continuare a funzionare anche in presenza di emergenze pandemiche. Il distanziamento umano in un luogo popolato di robot sarebbe l’ultimo dei problemi.

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NUOVE REGOLE PER MEDIA E SOCIAL

I media, soprattutto i social, e le tecnologie digitali che contribuiscono alla diffusione delle informazioni, sono i campi dove è forse più urgente l’azione di nuova legislazione e regolazione. Visto che l’attuale fondamento normativo risale al decennio 90 del secolo scorso: ovvero preistoria rispetto all’eco-sistema digitale che ormai è quasi configurato. Coesistere con il Covid-19, ovvero ripartire prima possibile, presuppone la consapevolezza che la pandemia ha due alleati mortali: le fake news sanitarie che viaggiano alla velocità del web e le zuffe fra scienziati e politici che vanno abitualmente in onda nei talk tivù come Non è la D’Urso. Non va infatti dimenticato che la pandemia è iniziata come infodemia.

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L’iter per la nomina dei ministri Azzolina e Manfredi

Prima un decreto per lo spacchettamento del dicastero; quindi la nomina da parte del presidente della Repubblica e il successivo giuramento.

Prima il decreto in Consiglio dei ministri per lo spacchettamento tra ministero dell’Istruzione e ministero dell’Università e della Ricerca di competenze finora accorpate in un solo dicastero; quindi la nomina da parte del presidente della Repubblica e il successivo giuramento. È il timing che attende Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi, i ministri indicati dal premier Giuseppe Conte per il post-Fioramonti: la prima messa a capo del ministero della Scuola, il secondo titolare dell’Università e della Ricerca. Per l’ufficialità, tuttavia, a quanto spiegano fonti di governo, bisogna attendere almeno i primi di gennaio. Anche perché l’iter richiede più tappe.

L’ITER CHE PORTA ALL’INSEDIAMENTO DEI DUE MINISTRI

Innanzitutto è necessario un decreto legge (ipotesi altamente più probabile di un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri – Dpcm) che spacchetti le competenze assegnate all’attuale Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca, che è un dicastero con portafoglio. Quindi il Consiglio dei ministri deve dare il via libera all’operazione, in modo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su indicazione del premier Giuseppe Conte, possa procedere alla nomina. Solo allora i ministri nominati potranno salire al Quirinale per il giuramento e insediarsi nei loro nuovi uffici. A quel punto i ministri del governo Conte Bis passeranno da 21 a 22.

UN ESECUTIVO COMPOSTO DA 63 PERSONE

Come precisato dallo stesso presidente del Consiglio non è prevista la nomina di nuovi sottosegretari. Che in totale, compresi i viceministri, erano 42. Con le nomine del 28 dicembre diventano 41 per il passaggio di Azzolina dalla sottosegreteria alla guida del nuovo dicastero della Scuola. In totale i componenti dell’Esecutivo sono quindi 63. Il governo Conte Uno con la maggioranza gialloverde era arrivato a 64, uno in più. I cinque premier precedenti hanno totalizzato rispettivamente: Paolo Gentiloni 60 elementi, Matteo Renzi 63, Enrico Letta 63, Mario Monti 47. Quest’ultimo, il “governo dei professori”, risulta il più magro di tutti. Il record assoluto di affollamento spetta invece al secondo governo di Romano Prodi che, insediatosi nel 2006, in due anni di durata arrivò alla cosiddetta «carica dei 102», il totale tra ministri e sottosegretari. L’Andreotti VII nel ’91 si era fermato a 101.

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Fioramonti attacca la manovra su ricercatori: «Non sono stato coinvolto»

Il responsabile di scuola e università contro la legge di bilancio sull'agenzia per la ricerca: «Non può essere approntata da un paio di burocrati». E l'articolo 29 è «tutto da rielaborare».

Norme a sua insaputa sulla ricerca e troppo pochi fondi alla scuola. Il ministro Lorenzo Fioramonti è andato all’attacco della manovra del suo stesso governo. «Forse è normale che una Legge di Bilancio evolva continuamente. Ciò che è meno normale è che un ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca venga a scoprire dalla rete dell’esistenza di norme che riguardano il suo settore, senza che sia stato neppure coinvolto», ha scritto su Facebook Fioramonti, riferendosi all’articolo 28 sull’Agenzia per la ricerca e all’articolo 29 che sui ricercatori.

«SULL’AGENZIA NON PUÒ DECIDERE UN PAIO DI BUROCRATI»

«Ci sono passaggi con riferimento ad università e ricerca, che destano perplessità», ha commentato. In particolare, Fioramonti sull’articolo 28 relativo all’Agenzia Nazionale della Ricerca ha spiegato che «la versione iniziale di questo articolo era stata sviluppata escludendo il Miur da qualunque ruolo. Siamo riusciti a farlo rientrare, ma rimane una problematica di fondo: il funzionamento e la governance di tale Agenzia può essere deciso solo dopo un confronto con la comunità di ricerca ed una ricognizione delle migliori pratiche internazionali. Non può essere approntato da un paio di burocrati in un fine settimana. Quindi mi auspico che la Legge di Bilancio si limiti a sancirne la costituzione e la dotazione economica, rinviando ad una norma ad hoc da realizzare nei primi mesi del nuovo anno per approntare modello di governance e obiettivi».

L’ARTICOLO SUI RICERCATORI? TUTTO DA RIFARE

Il secondo articolo criticato è il 29, che, secondo Fioramonti, «va completamente rielaborato per evitare che gli enti pubblici di ricerca ed i ricercatori vedano sbarrate le loro prospettive future. Infine, ci sono passaggi sulla pubblica amministrazione, con riferimento ad università e ricerca, che destano perplessità». «Io credo molto nel gioco di squadra. Ma ciò prevede la condivisione dei processi e delle norme. Faremo gioco di squadra col Parlamento per modificare queste norme», conclude.

«SULLE RISORSE DOBBIAMO FARE DI PIÙ»

Fioramonti ha anche detto che sulle risorse all’istruzione bisogna fare di più: «Sul bilancio non ci sono novità, evolve ogni giorno; mi batto per maggiori risorse alla scuola, università e alla ricerca, lo dico ogni giorno, dobbiamo fare di più, deve essere una manovra più coraggiosa. Scuola, università e ricerca sono la condizione di sviluppo per il nostro paese. In questo momento le risorse sono insufficienti». «I sindacati hanno molte rivendicazioni, l’intesa sulla scuola tra Miur e sindacati ha mostrato grande senso di responsabilità e capacità di cooperazione; poi ci sono altre questioni aperte riguardanti le risorse e capisco che le parti coinvolte facciano sentire le loro prerogative in questa fase in cui si può fare la differenza in questa legge di bilancio», ha concluso il ministro

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