Perché i coraggiosi tassi negativi di Unicredit sono un assist alla Bce

La scelta sui conti correnti sopra i 100 mila euro incentiva a investire. Proprio come voleva Draghi. Così le banche potranno far giungere la politica monetaria di Francoforte fino a valle.

Una delle scene più iconiche del film Non è un paese per vecchi vede l’anti-eroe Anton Chigurh (interpretato da Javier Bardem) filosofeggiare su una moneta.

  • Qual è la cosa più grossa che hai perso a testa o croce?
  • Non lo so… non saprei dire…
  • Puoi vincere tutto, scegli.
  • D’accordo… testa, allora.
  • Ben fatto. Non la mettere in tasca amico. Non la mettere in tasca, è il tuo portafortuna.
  • Dove vuole che la metto?
  • Dove ti pare, ma non in tasca. Si mescolerebbe con le altre e diventerebbe una moneta qualunque. E di fatto lo è.

UNA SCELTA CORAGGIOSA, CONTESTATA MA GIUSTA

Dopo l’annuncio di Jean Pierre Mustier, la scelta di introdurre tassi negativi sui conti correnti di Unicredit è diventata realtà. Operativa dal 2020. Una decisione storica. Metti la moneta dove ti pare, ma non in banca? Non proprio. È una scelta coraggiosa, contestata dai sindacati, e per diversi aspetti una scelta giusta. Innanzitutto l’iniziativa vedrà Unicredit applicare un tasso negativo ai soli depositi eccedenti 100 mila euro, dunque non esattamente una novità che riguarda tutti.

VECCHIO STRUMENTO DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA

Come siamo giunti a questa situazione? La Banca centrale europea (Bce) ha introdotto ormai da tempo i tassi negativi come strumento di politica monetaria. La ragione che l’ha spinta in questa direzione è l’intenzione di stimolare gli attori economici a impiegare la liquidità, investendola, riattivando il ciclo economico e possibilmente rivitalizzando un po’ l’inflazione che – stretta tra le spinte deflazioniste di sviluppo tecnologico e internazionalizzazione dei mercati – mostra i segni della fatica.

bce pil eurozona quantitative easing
La sede della Banca centrale europea a Francoforte.

MA GLI OBIETTIVI DI RIPARTENZA SONO LONTANI

Molti lamentano che le iniziative della Bce non hanno raggiunto i loro obiettivi: l’inflazione è addirittura inferiore a quando sono iniziate le cure da cavallo a colpi di stimoli monetari, e la ripartenza del ciclo è talmente lontana che persino in Germania spirano gelidi venti di recessione.

STIMOLI MONETARI CHE AUMENTANO LE DISUGUAGLIANZE

Inoltre ogni medaglia ha due facce. Gli stimoli monetari hanno dei costi: avendo effetto solo sui mercati finanziari fanno rivalutare gli asset di investimento, rendendo più ricchi coloro che sono ricchi, gettando benzina sul fuoco delle disuguaglianze. Inoltre l’appiattimento dei tassi dal breve al lungo termine mette in grave difficoltà le banche.

TENERE I RISPARMI SUI CONTI CORRENTI CONVENIVA

Man mano che i tassi fissati dalla Bce si fanno più negativi, e con loro scendono i rendimenti dei titoli di Stato (ormai persino i titoli greci offrono rendimenti negativi…) e sempre più grande diventa l’incentivo per tutti a tenere i propri risparmi sui conti correnti: il tasso 0% è evidentemente più elevato di -0,5%.

LO 0% È UN RENDIMENTO FUORI MERCATO

Questo significa che ai depositi in conto corrente viene offerto, con lo 0%, un rendimento fuori mercato, sussidiato dai (già affannati) bilanci delle banche, sul cui groppone va il costo di questa situazione. Per ridurre certi impatti, Mario Draghi ha di recente introdotto il tiering e altre facilitazioni per le banche. In pratica è come se fosse un medico che inietta uno psicostimolante e un calmante nello stesso momento. Quella di tenere i soldi sul conto corrente, sempre più spesso, sta diventando una scelta di investimento. Da qui l’idea di Mustier, divenuta presto una realtà: trasferire i tassi negativi anche ai conti correnti, per i saldi al di sopra di 100 mila euro.

COSÌ SI RESTITUISCE LA GUIDA A FRANCOFORTE

L’obiettivo, chiaro, è di generare quell’incentivo a investire che la Bce voleva generare, ma che per effetto del meccanismo perverso in cui siamo finiti, non ottiene. È una iniziativa scioccante, vedremo se e quali altre banche seguiranno l’esempio, ma è anche una iniziativa necessaria a restituire alla Bce la guida della politica monetaria. Da quando a Francoforte hanno deciso di entrare nella sperimentale zona dei tassi negativi le banche hanno impedito alla politica monetaria di giungere fino a valle: continuando a garantire il tasso 0% sui depositi in conto corrente le iniziative della Banca centrale europea si concretizzano solo nell’ambito dei mercati finanziari.

LA BCE DA SOLA NON PUÒ RISOLVERE TUTTI I PROBLEMI

Può darsi che la decisione di Unicredit e di chi vorrà seguirne l’esempio arrivi a far cambiare idea ai cosiddetti soluzionisti monetari, ossia quelli che pensano che la Bce sia in grado di risolvere ogni problema economico. Chi lo dice trascura gli effetti delle controindicazioni che ogni iniziativa contiene: magari iniziando a toccare con mano almeno una parte di queste arriveremo collettivamente a giudizi più lucidi.

L’unica vera moneta in questo mondo in bancarotta è ciò che si condivide con gli altri quando si è in difficoltà


Philip Seymour Hoffman

Per stare nell’ambito delle citazioni cinematografiche, “L’unica vera moneta in questo mondo in bancarotta è ciò che si condivide con gli altri quando si è in difficoltà”, citando il compianto Philip Seymour Hoffman.

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Per i sindacati i tassi negativi di Unicredit sono scellerati

Dura nota contro la misura sui depositi sopra i 100 mila euro voluta dall'ad Mustier: «Impatto negativo sui lavoratori, ci sarà una fuga di capitali dal Paese».

Ai sindacati del credito non è piaciuta la misura di Unicredit di trasferire sui clienti con depositi sopra i 100 mila euro i tassi d’interesse negativi. In un comunicato unitario hanno lanciato l’allarme: «È un’iniziativa scellerata che rischia di avere un impatto estremamente negativo su imprese, territori e lavoratori bancari». Cosa può succedere dunque? «Aumenteranno le difficoltà che il settore del credito oggi affronta con effetti difficilmente ipotizzabili». I sindacati hanno parlato di «una chiara e pericolosa operazione volta a indebolire il sistema Paese determinando una fisiologica fuga di capitali dalla seconda Banca del Paese».

«MUSTIER TIRA FUORI IL CONIGLIO DAL CILINDRO»

Nel comunicato i sindacati Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca Uil e Unisin hanno chiamato in causa l’amministratore delegato del gruppo Jean Pierre Mustier, «il quale tira fuori il coniglio dal cilindro, teorizzando nelle vesti di nuovo presidente della Ebf (la Federazione bancaria europea, ndr), e non in casa nostra bensì alla Bfm (Banque Française Mutualiste, ndr) francese, l’applicazione di tassi negativi per la clientela del Gruppo Unicredit con depositi oltre i 100 mila euro».

«NOSTRO PAESE ETICHETTATO COME NON PROFITTEVOLE»

E ancora: «Questo secondo il Mustier pensiero a tutela dei grandi patrimoni, cui genialmente pensa, a fronte della tassazione negativa sia più appetibile perseguire rendimenti poco più alti dello zero che non al di sotto. Tuttavia, dietro l’arguta nobilitazione della proposta non possiamo non tirare le fila rispetto alla gravissima affermazione di inizio estate che etichettava il nostro Paese come “non profittevole” e all’idea delle ultime ore di creare una sub holding tedesca».

Si studi come utilizzare profittevolmente i depositi bancari a vantaggio non solo degli azionisti e degli amministratori delegati

La nota dei sindacati contro Unicredit

Quindi la nota ha concluso: «Se per te, Jean Pierre, questa è un’alternativa perfettamente accettabil per noi non lo è e te lo faremo capire. Anziché applicare tassi negativi si studi, come da tempo suggeriamo, come utilizzare profittevolmente i depositi bancari a vantaggio non solo degli azionisti e degli amministratori delegati ma a beneficio delle imprese, dei territori e delle famiglie del Paese».

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Da Unicredit tassi negativi per i soldi fermi sul conto corrente

Il ceo Jean Pierre Mustier ha detto che la misura, a partire dal 2020, riguarderà i depositi che superano i 100 mila euro. Alla clientela verranno offerte «soluzioni alternative».

A partire dal 2020 Unicredit sarà la prima banca in Italia a trasferire i tassi negativi sui clienti. Il provvedimento, ha spiegato il ceo Jean Pierre Mustier in un’intervista concessa a BFM Business Tv, riguarderà i depositi «ben al di sopra di 100 mila euro». Alla clientela verranno offerte «soluzioni alternative», ad esempio «investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance in territorio positivo».

ALTRE BANCHE GIÀ PRATICANO LA STESSA POLITICA IN EUROPA

Il gruppo di Piazza Gae Aulenti si aggiunge così al novero di banche europee che hanno già iniziato a praticare la stessa politica. La berlinese Volksbank, la seconda maggiore banca cooperativa tedesca, applica un tasso del -0,5% sui depositi superiori a 100 mila euro, mentre la danese Jyske Bank addebita lo 0,75%.

UNO STIMOLO A FAR GIRARE L’ECONOMIA?

Pochi giorni fa lo stesso Mustier, in qualità di presidente dell’Ebf – l’Abi delle banche europee – ha sottolineato la necessità che la Banca centrale europea inviti gli istituti privati a “scaricare” i tassi negativi sui correntisti, «proteggendo naturalmente i piccoli clienti con depositi inferiori ai 100 mila euro». Il trasferimento dei costi servirebbe a garantire «la massima efficienza» alla politica monetaria della Banca centrale e il suo «il pieno impatto» sull’economia europea.

FINORA GLI OPERATORI ITALIANI AVEVANO RESISTITO

La Bce, peraltro, con l’obiettivo di aumentare l’inflazione, a settembre ha tagliato i tassi sui depositi a -0,5% da -0,4%, rendendo ancora più costoso per le banche “parcheggiare” liquidità presso l’Eurotower. Gli operatori italiani hanno resistito a lungo all’idea di trasferire sui clienti i costi dei tassi negativi, preoccupati dello svantaggio competitivo e del rischio di perdere correntisti pronti a trasferirsi altrove. Molti degli istituti, tuttavia, hanno incrementato spese e commissioni.

LE NUOVE NOMINE IN PIAZZA GAE AULENTI

Nel frattempo prosegue la messa a punto della squadra al vertice di Unicredit che sarà chiamata con Mustier a realizzare il nuovo piano industriale. Il gruppo bancario ha annunciato la nomina di Cédric Derras, finora Global Head di Cash Management, a responsabile Corporate & Investment Banking (CIB) per l’area Middle East e Africa (MEA). Al tempo stesso Raphael Barisaac ed Emmanuel De Rességuier sono stati indicati come Global Co-Head di Cash Management.

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Unicredit, il tramonto della zarina Louise (e di Elkette)

Jean Pierre Mustier ha emarginato progressivamente Tingström e, con lei, l'onnipresente alce mascotte della banca. A spingere l'ad sia le pressioni della compagna sia il lavoro certosino di Maurizio Beretta per fare eleggere presidente Cesare Bisoni.

Ai piani alti, e non solo, del palazzone di Unicredit a Milano, al 3 di piazza Gae Aulenti, ci si chiede, tra lo stupito e il compiaciuto, come mai negli ultimi tempi la spigolosa sagoma di Louise Tingström non si veda quasi più. Che fine ha fatto la svedese che Jean Pierre Mustier ha voluto a fianco a sé fin dal suo arrivo in Italia affidandole il compito di pianificare la comunicazione mondiale di Unicredit?

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TINGSTRÖM È STATA PROGRESSIVAMENTE EMARGINATA

Definita “zarina” per l’inclinazione all’esercizio del potere, facilitato dal suo fortissimo ascendente sull’algido amministratore delegato, la pugnace 57enne Louise è stata progressivamente emarginata dai processi decisionali – cui era abituata a partecipare anche laddove non aveva delega e competenza – e di conseguenza ha deciso di stare più tempo a Londra, dove ha sede la sua società di consulenza FinElk (laddove “elk” sta per alce). Dal lato suo, Mustier ha intrapreso un percorso di disintossicazione da Elkette, l’alce mascotte di Unicredit lanciata con una certa petulanza dalla pierre svedese, il cui uso era così ossessivo – un esemplare in peluche Mustier l’ha esibito persino negli incontri più ufficiali, la cravatta rossa con il disegnino elk era diventato un indumento obbligatorio per i dirigenti – da diventare argomento per canzonare il banchiere francese e la stessa banca. Anche perché elk è un simpatico animale, ma tipico della Svezia, dove Unicredit non è presente.

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IL RUOLO DI MADAME CLAUDIA

Ma come mai Mustier si è deciso a mettere fine a quella che era diventata una sceneggiata? Due motivi, si dice nei bar che si affacciano su piazza Gae Aulenti. Il primo è che a spiegare l’insostenibilità della situazione sia stata la nuova compagna del banchiere, Claudia Parzani, presidente di Allianz Italia e partner dello studio legale Linklaters, che è arrivata a pronunciare il classico «o lei o me», alla fine ottenendo soddisfazione. Il secondo motivo si chiama Maurizio Beretta, immarcescibile direttore degli Affari istituzionali di Unicredit, che negli ultimi tempi ha guadagnato punti su punti nella speciale classifica di Mustier. Come? Riuscendo a convincere i consiglieri di Unicredit, grazie a un instancabile e certosino lavoro ai fianchi di ciascuno, a eleggere presidente al posto del compianto Fabrizio Saccomanni il consigliere anziano (classe 1944) Cesare Bisoni che Mustier voleva a tutti i costi per essere certo di non avere ostacoli quando proverà a far partire un’alleanza internazionale, magari con Société Générale. E ora, senza più la Tingström tra i piedi, Beretta è tornato in auge. Con in più il comprensibile compiacimento di madame Claudia.

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Del Vecchio, Mediobanca e la guerra nel capitalismo italiano

EQUINOZI DI COPERNICO. L'84enne patron di Luxottica all'arrembaggio di Piazzetta Cuccia. La mossa innescherà un risiko in Generali e Unicredit. E sul campo di battaglia potrebbero scendere pure Bolloré, Caltagirone e Intesa Sanpaolo. Lo scenario.

Ci voleva un 84enne per smuovere le paludose acque della finanza. E soprattutto per tornare a scuotere quel che resta del salotto di Piazzetta Cuccia. Leonardo Del Vecchio, meglio conosciuto come il patron di Luxottica (che ora si è fusa, in una liaison dangereuse, con la francese Essilor), ha scelto una data simbolica come l’11 settembre per andare all’arrembaggio di Mediobanca, cioè conquistare il 3,086% del capitale dell’istituto milanese attraverso quote di sue società (2,579% Delfin, 0,203% Aterno e 0,304% Dfr Investment).

DEL VECCHIO HA RAGGIUNTO IL 6,94%. E QUI RIMANE (PER ORA)

Il 17 settembre poi, il giorno in cui è stata resa nota la partecipazione, ha raggiunto il 6,94% (6,433% Delfin, 0,203% Aterno Sarl e 0,304% Dfr Investment). E qui rimane, almeno per ora. «L’investimento rappresenta per Delfin un’ottima opportunità per la qualità, la storia e le potenzialità di crescita di Mediobanca in Italia e all’estero. Siamo un azionista di lungo periodo e daremo il nostro sostegno per accelerare la creazione di valore a vantaggio di tutti gli stakeholder», ha fatto scrivere in una nota l’imprenditore. Come dire, tranquilli per ora vengo in pace ma qui sono e qui resterò a lungo.

UN BLITZ REALIZZATO IN GRAN SEGRETO

L’accordo di consultazione tra i soci storici di Mediobanca che si è riunito il 25 settembre ha fatto finta di nulla. Nemmeno una parola sulla mossa di Del Vecchio che ha organizzato il blitz in gran segreto, ha avvisato solo all’ultimo momento (usando come “ambasciatore” il manager del gruppo di occhialeria, Luca Daniele Bordin) l’ad Alberto Nagel e senza la consulenza di un broker esterno per garantire l’effetto sorpresa.

LE TRE DATE CERCHIATE IN ROSSO

Le date cerchiate di rosso nell’agenda della banca sono tre: quella del 24 ottobre (cda per approvare i conti del trimestre) e soprattutto il 28 ottobre quando si riunirà l’assemblea dei soci. In caso di guerra, sarà quello il primo campo di battaglia. Bisogna però vedere se entro il 3 ottobre Delfin, con la sponda di altro socio, presenterà integrazioni all’ordine del giorno. Il 12 novembre, infine, Nagel presenterà l’aggiornamento del piano strategico.

LA VENDETTA DI DEL VECCHIO PER LA VICENDA IEO

Nel frattempo una serie di domande agitano i piani alti della banca di Cuccia e anche il mercato. La prima: perché si è mosso Del Vecchio? Chi lo conosce lo ha visto incazzato negli ultimi mesi dopo la vicenda dello Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia. Mediobanca aveva difeso a spada tratta, assieme a un fronte compatto vicino al 50% del capitale, il business plan del nuovo ad dell’istituto, Mauro Melis, dalle mire espansionistiche di Del Vecchio che si era fatto avanti attraverso il suo braccio destro Francesco Milleri (che siede in cda), proponendo la donazione di 500 milioni per sostenere un progetto di sviluppo, immobiliare e sanitario. Il piano, mai formalmente presentato in cda, alla fine è stato ritirato.

Francesco Milleri e il presidente di Luxottica, Leonardo Del Vecchio.

Ma al fianco del patron di Luxottica si era schierata Unicredit che a febbraio ha ceduto le sue quote detenute nell’istituto alla Fondazione di Del Vecchio, contabilizzando una perdita di 39 milioni. In realtà, gli è stato fatto notare in seguito, delle vicende dello Ieo non si è mai occupato direttamente l’ad di Mediobanca, ma il presidente Renato Pagliaro che aveva promesso all’ex numero uno di Piazzetta Cuccia, Vincenzo Maranghi, di gestire in continuità lo sviluppo del polo oncologico. Ma ad Agordo i nervi sono saltati e nel mirino del vendicativo Del Vecchio è finito Nagel.

LE MIRE DI MILLERI SULL’ISTITUTO

Va inoltre considerato un dettaglio: secondo una fonte bene informata degli Equinozi, considerata anche la complicata convivenza italo-francese in Essilux, Milleri starebbe meditando di candidarsi – un domani – al timone dell’istituto oncologico e sfruttando l’incazzatura del patron avrebbe gettato benzina sul fuoco.  

GLI EQUILIBRI DI GENERALI E IL RUOLO DI UNICREDIT NELLA SFIDA

Il movente del blitz su Mediobanca apre inoltre a un’altra raffica di interrogativi: il nuovo azionista di peso salirà ancora? Chiederà la modifica degli articoli dello statuto che disciplinano la carica di ad partendo all’assalto della governance in Piazzetta? Quali risvolti ci saranno per gli equilibri nelle Generali di cui Mediobanca controlla il 13% e lo stesso Del Vecchio possiede il 4,9%. Quale ruolo avrà Unicredit, primo azionista di Mediobanca con l’8,8% nell’eventuale sfida? Una mossa ostile di Unicredit su Mediobanca, «seppure sensata dal punto di vista strategico e finanziario, modificherebbe in modo rilevante gli assetti di governance di Unicredit», hanno scritto gli analisti di Equita

LE PREOCCUPAZIONI DI MUSTIER

L’ad dell’istituto di piazza Gae Aulenti, Jean Pierre Mustier, ha sempre definito quello in Mediobanca un investimento finanziario. Ma allo scioglimento del vecchio patto l’anno scorso aveva anche proposto un patto più forte per proteggere da eventuali attacchi esterni le banche e le sue controllate, Generali in primis. «I soci italiani non hanno voluto. La banca è ben gestita, spero che il prezzo salga di conseguenza», ha detto in una recente intervista lasciando filtrare l’amaro in bocca per il patto light.

Jean Pierre Mustier, Ceo di Unicredit.

Il banchiere francese per il momento è impegnato a preparare il nuovo piano industriale che sarà svelato al mercato a dicembre mentre il titolo Unicredit ha perso quasi il 13% nell’ultimo mese e viaggia attorno ai 10 euro, lontano dai 13 visti ad aprile. In una sorta di limbo alimentato dalla strategia dell’ad di continuare a fare funding e cassa con le cessioni, in primis quella di Fineco, senza spiegare come verrà poi usata la liquidità. Mustier e Del Vecchio si muoveranno in tandem lungo la rotta Milano-Trieste? C’è chi dice che sarebbe stato l’ad delle Generali Philippe Donnet a presentare Milleri a Mustier, ma l’ipotesi che Unicredit venda la sua quota o una parte di essa a Del Vecchio al momento pare assai improbabile.

Vincent Bolloré.

LE PARTITE DI BOLLORÈ E CALTAGIRONE

E Vincent Bolloré, secondo socio con il 7,8%? Bollorè si terrà fuori dalla mischia, risponde un’altra fonte, ma ha giurato che se venderà il pacchetto Mediobanca lo farà sul mercato. E Francesco Caltagirone che ha il 5% del Leone di Trieste avrà un ruolo nella partita? Del Vecchio e l’imprenditore romano non sono infatti riusciti, in occasione dell’ultimo rinnovo del board di Generali, a scalfire il potere di Mediobanca, che con la sua lista ha riconfermato i consiglieri uscenti. Caltagirone, che si dice aspirasse alla presidenza, ha tuonato contro l’esclusione di rappresentanti dei Benetton nel board. In realtà, Mediobanca aveva presentato come da tradizione la lista di maggioranza per il nuovo cda del Leone avvalendosi del cacciatore di teste Spencer Stuart e rispettando le regole su cui vigila Consob, che escludono che vi possano essere riunioni collettive tra soci, altrimenti sussisterebbe un “concerto” che dovrebbe essere codificato in un patto di consultazione da rendere pubblico al mercato. La continuità totale del Consiglio sarebbe dunque stata una mossa obbligata per evitare il rischio concreto di inciampare su eventuali operazioni con parti correlate, ovvero – sostengono alcuni osservatori – con l’azionista Caltagirone.  

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L’amministratore delegato di Intesa SanPaolo Carlo Messina (Getty).

INTESA SANPAOLO MUOVERÀ LE SUE TRUPPE?

Infine, in caso di guerra a muovere le truppe (e come?) sarà anche Intesa Sanpaolo che nel 2017 ha mollato l’osso del Leone di Trieste rinunciando alla scalata? Di certo, il battito d’ali di una farfalla nella galassia che da Piazzetta Cuccia va fino a Trieste passando per piazza Gae Aulenti, potrebbe scatenare un uragano nell’ecosistema finanziario in cui il gruppo di Carlo Messina ha un ruolo di primo piano.

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La rassegnazione di Mustier, dalla grande impresa alla svendita dei quadri

Era arrivato in Unicredit con tanti progetti e si è ridotto a cedere la collezione perché la banca sembra avere un famelico bisogno di soldi. Intanto si avvicina l'incubo della presentazione del piano industriale.

Jean Pierre Mustier è malinconico. A chi lo va a trovare l’ad di Unicredit non risparmia tutta la sua delusione. Era arrivato in Unicredit per fare grandi cose, si è ridotto a vendere la collezione di quadri perché la banca sembra avere un famelico bisogno di soldi. Sognava la grande operazione internazionale: prima Société générale, poi Commerzbank (ipotesi quest’ultima gonfiata come un canotto dai suoi della comunicazione), si ritrova con un titolo in Borsa talmente deprezzato che non può fare nulla.

L’INCUBO DEL PIANO INDUSTRIALE SI AVVICINA

Insomma, un mezzo disastro con l’incubo che la data della presentazione del più annunciato piano industriale della storia – se ne parla da un anno – si avvicina e l’ex legionario francese rischia di avere poco nulla da dire al mercato, al di là forse dell’ennesima riorganizzazione interna con l’incubo dei 10 mila esuberi svelati a luglio da Bloomberg con il sindacato dei bancari che minaccia, si spera metaforicamente, di prenderlo a cazzotti.

AZIONISTI DILUITI E QUASI AZZERATI

Eppure, in mezzo a tale desolazione, in Unicredit lui continua a fare il bello e cattivo tempo, come se le cose andassero a gonfie vele e la banca non avesse azionisti. E in realtà non li ha o, meglio, li ha talmente diluiti da fare dell’istituto di piazza Gae Aulenti forse l’unica vera public company italiana. Con un aumento di capitale monstre da 13 miliardi varato al suo arrivo, li ha quasi azzerati tutti, Fondazioni comprese, che adesso hanno solo la forza di emettere qualche mugugno.

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LA SCELTA DEL SUCCESSORE DI SACCOMANNI

Che Mustier comandi a piacimento lo si è visto anche in occasione della nomina del presidente dopo l’improvvisa scomparsa questa estate di Fabrizio Saccomanni. Ebbene, poteva essere l’occasione per mettere lì una figura che gli facesse da contrappeso, invece il consiglio ha nominato colui che faceva da reggente, Cesare Bisoni che di Saccomanni era il vice. Eppure nella partita si erano evocati nomi di peso, come quelli di Claudio Costamagna e Massimo Tononi, rispettivamente ex ed attuale presidente di Cdp.

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Niente da fare, Mustier ha preteso (e il cda lo ha accontentato all’unanimità) che il successore di Saccomanni fosse il frutto di una scelta interna, in modo da non avere sorprese. E così è stato, la continuità con una gestione che l’unica cosa che ha saputo fare è vendere a uno a uno pezzi pregiati della banca è assicurata. Col titolo a 10 euro, i sogni di gloria se ne stanno ben chiusi in un cassetto. E nemmeno la bellicosa partita che Leonardo del Vecchio sta conducendo su Mediobanca, di cui Unicredit è il principale azionista, sembra svegliarlo più di tanto dall’intorpidita rassegnazione che lo avvolge.

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