La rivolta dei Popolari europei (senza italiani) contro Orban

Il premier ungherese replica ai 13 partiti del Ppe che avevano esortato l'espulsione di Fidesz: «Con tutto il rispetto non ho tempo per le fantasie degli altri».

Continua la battaglia nel Ppe per l’espulsione di Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban. Il primo ministro ha replicato al Ppe dopo che 13 partiti del centrodestra europeo avevano esortato l’espulsione di Fidesz. «Con tutto il rispetto non ho tempo per questo», ha scritto Orban a Antonio Lopez Isturiz White, segretario generale dei Popolari europei. «Non riesco ad immaginare come si possa avere tempo per fantasie sulle intenzioni degli altri Paesi», ha scritto, «sono pronto a discutere ogni questione una volta che la pandemia sarà finita». Ma «fino ad allora dedicherò tutto il mio tempo esclusivamente a salvare le vite del popolo ungherese».

LA RICHIESTA DI ESPULSIONE DA 13 PARTITI

«Vi suggerisco anche a voi di fare lo stesso», esorta il premier ungherese. «Il nostro mondo è sottosopra», scrive il leader di Budapest, «e tutti noi leader nel mondo ci stiamo concentrando nel prendere decisioni per proteggere la salute dei nostri cittadini». Ieri a chiedere l’espulsione del partito di Orban, Fidesz, dal Ppe sono stati gli esponenti di tredici partiti che fanno parte dei Popolari europei, tra cui anche il premier greco Kyriakos Mitsotakis e la premier norvegese Erna Solberg, in una lettera indirizzata al presidente del Ppe Donald Tusk. «I recenti sviluppi», si legge nella missiva, «hanno confermato la nostra convinzione che Fidesz, con le sue politiche attuali, non possa godere appieno dell’appartenenza al Partito popolare europeo». Nessuno dei partiti italiani nel Ppe (il principale è Forza Italia) ha firmato la lettera.

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Il silenzio dell’Ue sul golpe di Orban in Ungheria

La Commissione Ue prende tempo per valutare. Per i popolari «ancora un amico». I sovranisti lo vogliono. Solo dai socialisti condanne per i pieni poteri sine die ottenuti dal parlamento. Qualcosa di mai accaduto tra gli Stati membri. Ma l'Europa preferisce litigare sui bond.

Niente Coronabond all’Italia e alla Spagna: sulla risposta urgente all’emergenza sanitaria comune del Covid 19 i leader dell’Ue si accapigliano al punto da rinviare l’eurogruppo. Ma sul golpe bianco del premier ungherese Viktor Orban, una presa dei poteri degna dei regimi totalitari del Secolo breve sfruttando il pretesto del coronavirus, i leader dei raggruppamenti politici europei non alzano nessun polverone, tanto meno i commissari di Bruxelles. Che un capo di governo ottenga dal parlamento i pieni poteri – a tempo illimitato – con la possibilità di sospendere l‘assemblea legislativa e di imprigionare chi «diffonde false notizie» era qualcosa di mai accaduto in un Paese dell’Unione europea. Ma dal 30 marzo 2020 in Ungheria si può: Orban, demagogo della destra populista, ha avuto il via libera dai due terzi del parlamento (137 voti a favore dai deputati del suo partito Fidesz e da una fronda dell’estrema destra, 53 contrari) per emettere decreti legge a suo piacimento. Senza una scadenza perché la «battaglia contro il Covid 19 non ha una data».

DEMOCRAZIA IN QUARANTENA

Per i socialisti «è iniziata la dittatura di Orban». Anche l’estrema destra dello Jobbik è insorta contro il colpo di mano. Nella prima votazione fallita, con un quorum dell’80%, le opposizioni chiedevano un limite di 90 giorni ai poteri speciali del premier, com’è naturale le restrizioni alle libertà sono temporanee per affrontare l’emergenza. Ma Fidesz ha tirato dritto, avendo i numeri al secondo passaggio. Il premier magiaro tentava di mettere in quarantena la democrazia dal 2010, con le prime riforme costituzionali: strette progressive autoritarie sui diritti (di credo, di libertà di stampa) e sulla giustizia che, nel 2018, portò l’Europarlamento ad attivare la procedura d’infrazione sullo stato di diritto fissata dall’articolo 7 dei Trattati Ue, in seguito ai numerosi dossier aperti dalla Commissione di Bruxelles. Per le Europee del 2019 si ventilò anche l’espulsione di Orban dai popolari europei (Ppe). Ma complice il peso di Fidesz e l’amicizia con i cristiano democratici e sociali democratici tedeschi (Cdu_Csu) di Angela Merkel, non se ne fece di nulla.

Viktor Orban e Angela Merkel (foto LaPresse).

PER I POPOLARI «L’AMICO VIKTOR»

Orban è rimasto nei popolari europei, perché è un nome che conta. Ancora dopo il Putsch che nell’Ue non dovrebbe avere diritto di cittadinanza, dall’Unione della Cdu-Csu di Merkel non si sono levate condanne. Addirittura il leader del Ppe, Donald Tusk, ex capo del Consiglio europeo, ha ribadito che «Orban resta un amico, pur non condividendo i valori che rappresenta». All’ultimo voto europeo 13 europarlamentari di Fidesz – sospesi nel partito per la procedura in corso ma non costretti alle dimissioni e all’uscita dal Ppe – sono stati indispensabili alla tenuta dei blocco dei conservatori. Tanto che, oggi come ieri, sono i moderati a trattenere il premier magiaro nel loro club, e non viceversa: anche Silvio Berlusconi, in capo a quel che resta di Forza Italia, continua a giustificare «l’amico Viktor» («sono  pieni poteri che gli ha conferito il parlamento»). Mentre Orban da parte sua guarderebbe volentieri oltre, verso i due raggruppamenti dei sovranisti di ultradestra all’Europarlamento, che progettano di fondersi in un blocco identitario

SALVINI E MELONI LO VOGLIONO

Il Fidesz di Orban è corteggiato tanto dai Conservatori europei dei polacchi del Pis e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, quanto dagli ultra-nazionalisti di Identità e democrazia: l’ex Europa delle Nazioni e delle Libertà del Fronte Nazionale di Marine Le Pen e della Lega di Matteo Salvini che dal 2019 ha inglobato anche l’estrema destra xenofoba tedesca di Alternative für Deutschland (AfD), oltre alle estreme destre olandese (Pvv) e austriaca (Fpö).

Meloni e Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’azione del premier Conte

Sia Meloni che Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’agire del premier italiano Giuseppe Conte per l’emergenza coronavirus. Chiaramente, in Italia il parlamento non ha licenziato alcuna legge che dà pieni poteri a Conte, neanche temporaneamente: il premier ha agito d’urgenza – consultati i governatori delle Regioni per le loro prerogative fissate dalla Costituzione –, come gli è permesso nello stato di emergenza,  con una serie di decreti-legge sulla sicurezza e altri sulle misure economiche, poi approvati dal Parlamento e firmati dal presidente Sergio Mattarella.

Il premier ungherese corteggiato da Matteo Salvini.

DIVIEDO DI TRANSITO AGLI ASILANTI

Il paragone tra Orban e Conte o il presidente francese Emmanuel Macron non regge. E colpisce, a riguardo, la blanda alzata di scudi europea: l’ex premier Matteo Renzi (Pd) chiede a questo punto di «espellere l’Ungheria dall’Ue». Ma nonostante la condanna delle Nazioni Unite, la Commissione europea si riserva di «valutare le leggi sulle misure di emergenza prese dagli Stati membri e il rispetto dei diritti fondamentali». Solo i Socialisti europei (Se) denunciano lo «smantellamento della democrazia in Ungheria, con il paravento del Covid 19». In Ungheria i casi di Covid 19 dichiarati sono meno di 500 e 16 morti, ma le misure prese sono state da subito rigidissime: coprifuoco assoluto, con controlli delle forze speciali della polizia. I pieni poteri a Orban sullo stato di emergenza gli danno anche la facoltà di schierare l’esercito e di mettere in pausa il parlamento. Si colpiscono i giornalisti, con il carcere fino a 5 anni sulle «fake news». Mentre ai richiedenti asilo è vietato di transitare, fin dai primi di marzo, per analoghe e pretestuose ragioni sanitarie.

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In Ungheria il partito di Orban ha perso a Budapest

Fidesz sconfitto nella capitale e in metà dei capoluoghi dall'opposizione unita.

Non sono bastate le minacce al premier ungherese Viktor Orban per evitare che il suo partito Fidesz perdesse il controllo di Budapest e di oltre la metà dei capoluoghi dell’Ungheria dove il 13 ottobre si è votato per elezioni amministrative. È quanto emerge da dati provvisori pubblicati sul sito dell’Ufficio elettorale nazionale (Nvi) e relativi a circa il 75% delle schede scrutinate.

A BUDAPEST VINCE KARACSONY

Gergely Karacsony, il 44enne candidato dei Verdi che si è imposto nelle primarie fra tutti i partiti d’opposizione a Budapest sta ottenendo il 50,4% dei voti a fronte di un 44,6% per ora attribuito al sindaco uscente, il 71enne Istvan Tarlos. Delle 20 città in cui si è votato, in più della metà sono in testa i candidati delle opposizioni che si sono presentate unite, a Budapest anche grazie a un patto di desistenza con la formazione nazionalista di destra Jobbik. È la prima volta che a Budapest e in circa metà dei capoluoghi i partiti di opposizione sono riusciti ad accordarsi per trovare un solo sfidante.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DURISSIMA

La campagna elettorale è stata la più dura e volgare probabilmente mai vissuta in Ungheria. L’apparato propagandistico del partito di governo Fidesz ha cercato di screditare gli sfidanti con tutti i mezzi, anche presentandoli come «pagliacci inadatti all’incarico». Su Facebook sono circolati video di sex-party e intercettazioni telefoniche su affari di corruzione per compromettere candidati. In un video è apparso anche il sindaco di Gyor (città industriale dell’Ungheria occidentale), Zsolt Borkai, esponente di Fidesz mentre partecipa a una festa su uno yacht con prostitute e – si sostiene – droga. L’ex campione olimpico di ginnastica ha ammesso l’errore e si è scusato. Il premier Orban aveva minacciato gli elettori di tagliare fondi alle città dove gli elettori «voteranno male».

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